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POSSIBILI ALTERNATIVE AL CAPITALISMO

I - II - III

Se ci attenessimo scrupolosamente a quanto tramandatoci dalla storia, cioè alla sapienza degli antichi, delle generazioni che ci hanno preceduto, noi faremmo ben pochi errori.

La storia dell'uomo, sino alla rivoluzione industriale, è stata una storia di conoscenze consolidate, trasmesse per tradizione.

La tradizione era più importante della scienza, della ragione, del dubbio che poteva avere la singola persona, il singolo intellettuale. Si doveva credere in certe cose perché vi si era sempre creduto.

E dal punto di vista produttivo questo atteggiamento di vita era strettamente connesso all'attività socioeconomica del mondo contadino.

Generazioni di uomini e di donne hanno creduto in valori comuni proprio perché la dimostrazione della validità di questi valori era data dalla stessa attività rurale, nonché da quella artigianale che le era correlata.

Agricoltore, allevatore e artigiano: ecco cosa sono stati l'uomo e la donna nell'arco di millenni, prima che la loro attività venisse completamente sconvolta dalla rivoluzione borghese, scientifica, tecnologica, culturale, industriale, inaugurata dall'Italia comunale e portata avanti dall'Europa protestante.

Il capitalismo è una civiltà che ha avuto un chiaro inizio, ben individuabile, in quanto punto di non ritorno rispetto a quanto v'era prima.

Oggi nessuno di noi mette in dubbio il valore di eminenti scienziati e filosofi che agli albori del capitalismo seppero mettere per iscritto le tendenze che andavano imponendosi sul terreno produttivo e riproduttivo della società civile. Costoro seppero interpretare egregiamente ciò che il loro tempo manifestava più o meno spontaneamente, e in virtù delle loro riflessioni essi seppero dare ulteriore impulso a processi già in atto.

Mi riferisco a pensatori come Cartesio, che fece nascere la filosofia moderna, Galilei, che teorizzò la scienza sperimentale, Ugo Grozio, che pose le basi del moderno giusnaturalismo, Machiavelli, che inaugurò la scienza della politica, ecc. Costoro, e altri come loro, posero uno spartiacque ben definito tra passato e presente, tra feudalesimo e capitalismo, ne fossero o no consapevoli.

L'Europa occidentale generò una sorta di rivoluzione sociale e culturale che trovò poi negli Stati Uniti il suo terreno di sviluppo più favorevole.

La differenza tra Europa occidentale e Stati Uniti sta proprio nel fatto che in Europa la nascita del capitalismo ha dovuto tener conto della resistenza di una cultura medievale ben consolidata: quella cattolico-romana, che sul piano politico si presenta in forma autoritaria, non amando spartire il potere con altre forze sociali.

Dal punto di vista politico e intellettuale la chiesa romana è stata la principale responsabile della rottura delle tradizioni secolari del mondo contadino, in quanto ha spezzato il senso di collegialità ecclesiale e ha imposto il principio della monarchia pontificia. Non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione borghese senza questa premessa autoritaria e individualistica.

Ma la prosecuzione coerente di tale prevaricazione è stata assicurata dalla riforma protestante, che ha saputo trasformare l'individualismo politico del cattolicesimo in un'esperienza di tipo sociale, alla portata di ogni soggetto borghese.

Oggi tutte queste forme di individualismo, politico, sociale e culturale, sono giunte al capolinea. Si tratta soltanto di dover riconoscere il fallimento storico di un'esperienza insostenibile, che di umano non ha praticamente nulla.

Oggi non abbiamo nemmeno bisogno di dimostrare i limiti della filosofia e della politica borghese, della scienza sperimentale, del diritto moderno... Non occorre più un lavoro teorico di critica, di smontaggio delle tesi individualistiche: è sufficiente prendere atto dei disastri ottenuti in virtù delle loro applicazioni.

Oggi piuttosto occorre lavorare concretamente sulle possibili alternative, sociali ed economiche anzitutto, allo sfacelo in atto, per far sì che questo disastro non ci sconvolga completamente, non renda definitivamente impossibile la prosecuzione della vita.

Occorre creare delle alternative praticabili, non borghesi, non capitalistiche, capaci di riallacciarsi a un passato lontano, perduto e tradito.

Se non riusciamo a collegarci organicamente al nostro passato, inventando un nuovo futuro, ponendo le basi oggi per un futuro diverso da quello che ci prospettano i poteri forti della politica e soprattutto dell'economia (sotto il capitalismo è l'economia che detta legge alla politica), il nostro destino sarà quello di vivere sempre più in maniera disumana, sempre più in forme e modi innaturali.

Quali sono dunque le operazioni che dobbiamo svolgere per porre le basi di un nuovo futuro?

  1. Anzitutto dobbiamo partire dai bisogni vitali di sopravvivenza e dal modo di soddisfarli in maniera autonoma, senza dover dipendere da qualcosa o da qualcuno che potrebbe fortemente condizionarci nella gestione di quei bisogni.
  2. Questo significa che dobbiamo recuperare il significato del valore d'uso contro il primato assoluto del valore di scambio, il significato dell'autoconsumo contro la produzione finalizzata unicamente per il mercato. Si scambiano le eccedenze e il baratto va preferito alla moneta.
  3. Dobbiamo recuperare l'origine delle cose, i processi che le generano, la conoscenza della formazione dei beni che garantiscono la sopravvivenza della specie umana.
  4. In secondo luogo dobbiamo assicurare che la gestione sociale del lavoro, dell'attività produttiva, porti alla partecipazione politica democratica dei lavoratori. Occorre che la democrazia politica sia un riflesso di quella socio-economica, e che la politica (che è consapevolezza delle cose) aiuti l'economia (che è spontaneità delle cose) a regolarsi nel migliore dei modi.
  5. Quindi basta alla democrazia delegata, indiretta, formale, in una parola: parlamentare. E basta anche alla politica di professione, al concetto di istituzione o di Stato, che tende a deresponsabilizzare e a costituire dei poteri estranei, indipendenti dalla volontà degli individui.
  6. Devono valere principi basilari come, in politica: nessuno è insostituibile; ognuno deve rendere conto di ciò che fa; ogni mandato può essere immediatamente revocato; e in economia: da ognuno secondo le proprie capacità a ognuno secondo i propri bisogni; la proprietà dei fondamentali mezzi produttivi è sociale, cioè non privata né statale, ecc.
  7. E' evidente che va superato ogni dualismo tra attività manuale e attività intellettuale, come va superato ogni dualismo tra città e campagna. L'attività manuale è più importante di quella intellettuale, come la campagna è più importante della città. Basta alla prevaricazione dell'improduttivo sul produttivo. Chi non lavora non mangia e tutto quanto esula il lavoro manuale va considerato come un surplus, che ci si può permettere solo quando sono soddisfatti i bisogni primari.
  8. La società civile può autogestirsi, senza alcun bisogno di apparati burocratici e ideologici di stato.
  9. Basta con la separazione dei poteri: chi fa le leggi, chi le interpreta e chi le fa rispettare deve essere uno stesso soggetto: il popolo.
  10. Tutto ciò va difeso in maniera collettiva dai tentativi di chi vuole opporsi. Un'esperienza del genere, infatti, incontra facilmente la resistenza di chi non vuole perdere i privilegi acquisiti. E se essa non è in grado di difendersi, la sua sorte è segnata.

CAPITALISMO, SOCIALISMO E ORTODOSSIA

Per quale motivo la rivoluzione socialista s'è verificata prima in Europa orientale (la Comune di Parigi in Occidente è stato un episodio isolato), dove sembrava mancassero del tutto le sue premesse, e non s'è verificata nell'area occidentale, ove da tempo le premesse materiali esistevano?

Forse questo sta a significare che le premesse materiali non sono di per sé un fattore sufficiente per realizzare la transizione verso una società più giusta, in quanto occorre anche il fattore soggettivo (volontà politica, coscienza di classe, organizzazione ecc.)? O forse questo sta a significare che se le premesse materiali non vengono subito utilizzate per fare la rivoluzione socialista, esse poi condizionano gli uomini al punto da renderli incapaci di trasformarle radicalmente?

Per fare la rivoluzione socialista occorre consapevolezza politica (non basta "l'istinto di classe"): la Comune di Parigi in fondo fallì proprio perché dominata dallo spontaneismo del socialismo utopistico. Va però detto che l'Occidente poteva vantare, rispetto all'Euroriente, un'esperienza politica assai maggiore (si pensi agli effetti prodotti dalla Rivoluzione francese). Come mai allora la rivoluzione socialista (seppure in forme burocratico-statali) s'è realizzata anzitutto nell'Europa dell'est?

La risposta va cercata nel fatto che tutta l'esperienza politica maturata in Occidente prima della Comune di Parigi, era sostanzialmente legata agli interessi della borghesia. La Rivoluzione francese è stata portata avanti sostanzialmente sulla base di rivendicazioni borghesi: i primi impulsi di tipo socialista si sono avuti con la Congiura degli Eguali di Babeuf, cioè a Rivoluzione conclusa. Quindi la coscienza proletaria non si era ancora espressa in modo autonomo, indipendente dalle forze borghesi.

Nell'Europa orientale si passò quasi subito dal capitalismo al socialismo, non permettendo alla mentalità borghese d'intaccare la coscienza popolare. Per capire come mai ciò sia potuto accadere, bisognerebbe analizzare il valore della cultura, dello stile di vita pre-borghese. Quindi bisognerebbe anzitutto analizzare le grandi differenze fra le tre religioni europee: cattolica, protestante, ortodossa.

La prima di queste differenze sta nella carica ideale, cioè nell'esigenza d'essere conformi a un ideale di vita positivo, umanistico. La rivoluzione socialista è avvenuta quando il capitalismo aveva definitivamente distrutto ogni carica ideale dell'ortodossia (espressa politicamente dal populismo), la quale già col tardo-feudalesimo era entrata irreversibilmente in crisi. Il servaggio infatti rappresentò sempre agli occhi dei contadini una sorta di tradimento della loro religione. Di qui l'esigenza di attenuare le contraddizioni con l'istituzione della comune agricola.

Laddove l'ortodossia non è mai esistita (come a Cuba, nel Vietnam, in Angola e Mozambico, ecc.), la carica ideale è stata mutuata dalle tradizioni del collettivismo primitivo, che il capitalismo stava distruggendo.

Laddove c'è il capitalismo, c'è anche la possibilità di una rivoluzione, perché nessuna formazione sociale ha il potere di distruggere così tanto una tradizione di umanitarismo, senza alimentare un'altrettanta grande esigenza di liberazione. E' vero, il capitalismo può distruggere "fisicamente" ogni cultura, ma se ciò comporta la distruzione fisica anche dei soggetti che la vivono, il capitalismo non avrà poi modo di sfruttarli (anche se l'interesse fosse volto anzitutto alle risorse naturali di un popolo, il capitalismo dovrebbe sempre avere a disposizione una manodopera salariata, la quale, ad un certo punto, potrebbe anche ribellarsi).

L'unico modo d'impedire che l'esigenza di liberazione si concreti in un'esperienza di liberazione è quello di garantire uno standard di vita sufficientemente elevato: fino ad oggi il capitalismo, nell'area occidentale, vi è riuscito a spese del Terzo mondo.

Lenin ebbe la geniale intuizione di capire che un proletariato lasciato a se stesso, alla propria spontaneità, al massimo è in grado di fare una politica di rivendicazione salariale, limitandosi alla quale esso non fa, in ultima istanza, che gli interessi della borghesia. Il proletariato basato sullo spontaneismo è borghese come sono borghesi gli intellettuali che giustificano lo spontaneismo, rifiutandosi di guidare un movimento politicamente autonomo.

"Niente prassi rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria": questa frase di Lenin stava appunto a indicare l'impossibilità di una rivoluzione politica senza conoscenza della tattica, della strategia, dell'agitazione, della propaganda e delle tecniche politico-militari adatte allo scopo. La rivoluzione politica non può essere l'effetto di un rivolgimento sociale spontaneo delle masse (come credevano Marx ed Engels, i quali cominciarono a pensare a un partito organizzato in modo autonomo solo dopo il fallimento della Comune di Parigi). D'altra parte tutto il marxismo fino a Lenin ha sempre creduto nella spontaneità delle masse, riflettendo, in questo, un condizionamento tipicamente occidentale, prodotto dalla cultura individualistica e intellettualistica dell'Europa occidentale (cultura che, a sua volta, rappresenta la laicizzazione prima del cattolicesimo, poi del protestantesimo).

Non che i rivolgimenti sociali spontanei non debbano esserci: è che non sono essi a poter garantire la continuità dell'azione rivoluzionaria. Fare una rivoluzione è relativamente facile, il difficile viene dopo, nel compito di gestirla e soprattutto di difenderla dagli attacchi della reazione. In tal senso, non ci si può improvvisare dei rivoluzionari: ecco perché Lenin pretendeva dei "professionisti". Occorre un duro tirocinio, un legame molto stretto con le masse, senza le quali nessuna rivoluzione è in grado di sopravvivere a se stessa.

Ecco perché non c'è bisogno di aspettare che le condizioni materiali della rivoluzione si sviluppino in tutte le loro potenzialità. Far dipendere la rivoluzione dalle condizioni materiali significa fare dell'"economicismo", cioè cadere nel fatalismo e nello spontaneismo.

In realtà bisogna rendere coscienti gli uomini che le contraddizioni vanno superate prima ch'esse abbiano compiuto condizionamenti tali da rendere molto difficile qualunque rivoluzione. Ogni ritardo verrà pagato dal sacrificio di un numero sempre più grande di persone e lo sarà sempre più in profondità.

Non si può teorizzare che la rivoluzione può essere fatta solo quando la gente non ne può più. Bisogna diffidare di quei rivoluzionari che attendono passivamente l'acuirsi della crisi per pretendere dalle masse il riconoscimento di meriti che non hanno.

* * *

Per Lenin l'ideologia borghese è un concetto più generale, più globale, di quello espresso da Marx, che l'ha collegato a una specifica attività economica. Per Lenin l'ideologia borghese appariva non solo nel contesto feudale del suo Paese, ma anche nella coscienza delle masse proletarie russe. Essa consisteva appunto in un atteggiamento filisteo, soggettivistico-corporativo, cioè in un atteggiamento non disposto a sacrificarsi per il bene dell'intera collettività.

La rivoluzione bolscevica, tuttavia, dimostrò che l'ideologia borghese aveva attecchito poco in Russia. Probabilmente perché in Russia si era verificato, rispetto all'Europa occidentale, un processo socio-feudale meno contraddittorio: il che comportò, sul piano ideologico, una minore laicizzazione della fede religiosa. In Russia infatti non si sono mai affermati né il cattolicesimo (che cerca anzitutto il potere politico) né il protestantesimo (che cerca anzitutto il potere economico).

Ma allora perché il comunismo si è affermato anzitutto in Russia e non in Grecia, dove l'ortodossia s'era conservata in forme più "oggettive" rispetto a quelle slave? In Russia era avvenuta la convergenza di due fattori concomitanti, che il popolo non ha potuto sopportare: la progressiva degenerazione dell'ortodossia (ben visibile alla fine dell'800) verso forme di cultura, di arte, di sensibilità occidentali, e l'acquisizione dei processi e delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico. Lenin, in questo senso, seppe intuire con grande acume che il declino dell'ortodossia (in politica si parlava di populismo) non avrebbe potuto impedire lo sviluppo del capitalismo.

Viceversa, in Grecia il capitalismo è stato (ed è) sopportato meglio non perché sia stato (e sia) meno contraddittorio di quello russo, ma perché l'ortodossia s'è conservata più "pura", più "oggettiva": ciò induce i greci, orgogliosi del loro passato, a credere di potersi difendere meglio dai condizionamenti della civiltà borghese (la quale in Grecia ha avuto bisogno della dittatura politica per affermarsi). Quando si accorgeranno che l'ortodossia, per come essa è, oggi non è più in grado di assolvere un compito del genere, probabilmente decideranno di optare per la rivoluzione socialista (adottando metodi più democratici di quelli russi).

Paradossalmente, là dove la religione aveva subìto meno laicizzazione (come in Russia, rispetto all'Occidente), il marxismo, con Lenin, non ha avuto bisogno di emanciparsi dalla religione con così grande fatica. Marx metteva continuamente in rapporto l'economia borghese col cristianesimo, e nella fase giovanile cercò di dimostrare a più riprese (specie nella polemica con la Sinistra hegeliana) che l'emancipazione dalla religione costituiva solo l'inizio dell'emancipazione umana. Viceversa, per Lenin l'emancipazione dalla religione doveva essere considerato un aspetto scontato, preliminare, per poter cominciare ad affrontare seriamente le questioni politiche di liberazione.

Il marxismo occidentale è stato, in un certo senso, la logica conseguenza della laicizzazione borghese e protestantica della religione cattolica: esso non poteva nascere che nell'Europa occidentale di religione protestante. Tuttavia l'ateismo marxista avrebbe dovuto essere un fatto scontato, inevitabile, assai poco bisognoso d'essere dimostrato. Invece questa caratteristica l'ebbe l'ateismo di Lenin, che non si prestò mai a misurare, sul piano filosofico, la propria forza contro la religione ortodossa. Il motivo di questo va appunto ricercato nel fatto che il marxismo occidentale attribuiva all'emancipazione dalla religione un peso assai superiore a quello che vi attribuiva il leninismo.

In ogni caso la presenza del protestantesimo in Germania, se ha contribuito, sul piano teoretico, allo sviluppo del marxismo, non ha offerto alcun contributo sul piano pratico allo sviluppo del socialismo, in quanto il protestantesimo rappresenta un'esperienza individualistica e intellettualistica della fede. La coerenza di teoria e prassi nel marxismo occidentale è sempre stato il problema numero 1.

Nell'Europa orientale invece il marxismo ha faticato alquanto a emergere, poiché l'idealismo religioso e la prassi comunitaria restavano relativamente forti (in Occidente l'idealismo s'è espresso in forme prevalentemente filosofiche, senza rapporto con le esigenze delle masse). Ma una volta nato, il marxismo (nella forma del leninismo) s'è imposto all'attenzione delle masse russe ed eurorientali in genere con decisione e coerenza, al punto che una parte dell'ortodossia capì che si trattava di un umanismo ancora più profondo. L'ortodossia che s'è opposta al comunismo è stata soprattutto quella politicizzata, cioè quella che più somigliava al cattolicesimo romano.

Oggi in Europa orientale più che il leninismo è fallito lo stalinismo, cioè è fallita la pretesa di subordinare la democrazia al centralismo. Un recupero integrale del leninismo è però oltre che impossibile anche inutile, poiché il leninismo va integrato con l'approfondimento del fattore umano inaugurato dalla perestrojka.

Il leninismo dunque ha dimostrato che chi rifiuta l'ortodossia, con dignità e convinzione, senza scendere a vergognosi compromessi, non approda né al cattolicesimo né, tanto meno al protestantesimo, ma direttamente all'umanesimo laico e al socialismo democratico. L'ortodossia è una religione esigente (almeno sul piano dei contenuti). Chi la rifiuta con ragioni di coscienza, ben motivate, non può che rifiutare, con essa, qualunque altra religione.

Né la religione cattolica né quella protestante conoscono questa serietà di fondo, etica e ontologica. I cattolici, ad es., possono esser considerati tali semplicemente perché obbediscono al papa, ma per tutto il resto potrebbero tranquillamente appartenere a un'altra religione. Possono cioè rifiutare l'aborto e la contraccezione, perché così vuole il magistero, ma nel comportamento quotidiano non si distinguono affatto dai protestanti individualisti, se non negli aspetti più obsoleti del devozionalismo formale.

SULL'IDEA DI COLLETTIVISMO

Nel processo storico evolutivo dall'ortodossia al protestantesimo una cosa si ripete in maniera costante, a testimonianza che nell'essere umano esiste non solo una insopprimibile istanza di liberazione, ma spesso, e purtroppo, anche una sostanziale incapacità di viverla in un'esperienza adeguata.

Ogniqualvolta s'affermano valori o atteggiamenti contrari, in linea di principio, alla tradizione storica più autentica, se non si fa leva immediatamente sulla necessità di un'inversione di rotta, si finisce con l'allontanarsi progressivamente dalla verità delle cose, rendendola sempre meno visibile e vivibile.

Accade cioè che, se nei momenti storici involutivi la repressa istanza emancipativa può indurre gli uomini ad assumere reazioni di protesta, queste, tuttavia, non è detto che riescano a recuperare in maniera integrale i fondamenti della memoria storica, e comunque, se non si riesce a farlo in maniera corretta, spesso si finisce, contro le migliori intenzioni, col causare problemi ancora più complessi di quelli che inizialmente si volevano risolvere, benché in un primo momento si abbia l'impressione di aver fatto un passo in avanti.

Il marxismo occidentale è stato contaminato, molto più del leninismo orientale, dall'individualismo del protestantesimo, che già aveva legittimato culturalmente la rivoluzione industriale e francese.

Il leninismo ha cercato di recuperare il collettivismo dell'ortodossia, collegandolo col marxismo occidentale, ma non vi è riuscito, poiché ha finito col dare (specie sotto lo stalinismo) più peso allo Stato che non alla società civile.

Un esperimento del genere è comunque impossibile compierlo nell'Europa occidentale, e fino a quando in Europa orientale si crederà che il capitalismo costituisce l'unica alternativa possibile allo sfacelo del socialismo amministrato, l'Europa non avrà futuro.

Un'alternativa al capitalismo potrebbe essere costituita dall'unificazione del collettivismo pre-coloniale dei paesi terzomondisti col socialismo democratico (che però è tutto da costruire), ma questa sarebbe comunque una soluzione esterna all'Europa, che in questo momento non ha più alcuna memoria del suo passato pre-capitalistico. L'unica esperienza collettivistica che conosce l'Europa è quella dell'ortodossia, unitamente a quella del mondo contadino dell'Europa orientale. Altre esperienze collettivistiche possono essere quella del movimento operaio o sindacale o cooperativistico, ma queste esperienze non hanno radici storiche consolidate, sono fluttuanti e troppo legate agli andamenti altalenanti dell'economia capitalistica mondiale, quando non addirittura ai metodi ch'essa utilizza.

L'ideale sarebbe che il collettivismo ortodosso, in forma laicizzata, s'incontrasse con quello pre-coloniale, nel tentativo di realizzare un progetto comune: il socialismo democratico. Se questo progetto di realizzasse, forse vi potrebbero convergere altre forme di collettivismo, come p.es. quello islamico o quello ebraico e, se vogliamo, anche quello cattolico progressista della Teologia della liberazione, delle Comunità di base ecc.

Oggi purtroppo non esiste alcuna forma di collettivismo che non sia influenzata dall'ideologia e dalla prassi del capitalismo. Esattamente come nell'antichità non esisteva alcuna forma di collettivismo che non fosse influenzata dall'ideologia schiavistica.

Purtroppo il collettivismo vero e proprio, quello autenticamente democratico, di cui il messaggio di Cristo è stato uno dei maggiori evocatori, si perde nella notte dei tempi: alcune sue tracce è ancora possibile scorgerle nello stile di vita delle popolazioni più primitive.

PROSPETTIVE POST-CAPITALISTICHE

Se uno dovesse misurare il valore di sé, come persona, sulla base del criterio di valore dominante in questa società, il denaro, con cui si tende a dare valore ad ogni cosa, non riuscirebbe a resistere alla tentazione di rinunciare a qualunque valore extra-economico. Cioè il passaggio dal primato dell'etica a quello dell'economico, che comporta sicuramente una lacerazione interiore, produce una sorta di effetto a domino, in cui qualunque valutazione che potrebbe essere soggetta a parametri etici diventa di fatto patrimonio esclusivo del dio quattrino.

Non solo, ma nella mente di questo soggetto amorale facilmente s'insinua la convinzione che sia possibile conservare una propria identità morale, o una propria legittimità sociale, dedicandosi in toto ai traffici commerciali, o comunque concedendo a questi traffici un'importanza che la democrazia non dovrebbe concedere. Il fatto è che in una società borghese questa trasformazione interiore viene sempre più avvertita come un fenomeno naturale.

Al punto che in questa società il soggetto che si pretende o che vuole essere morale, appare all'opinione che dai media viene fatta passare per dominante, come un soggetto isolato.

Ovviamente sarebbe assurdo sostenere che in una società borghese la moralità è possibile solo a titolo personale o privato. Se il soggetto vive pubblicamente una vita borghese, è borghese anche nella vita privata, nonostante i camuffamenti delle varie religioni; se invece il soggetto subisce le leggi del capitale con rassegnazione e in privato si sforza di salvaguardare la propria moralità, allora bisogna dire con franchezza che è illusorio pensare di poter conservare la propria moralità in un atteggiamento del genere.

Sono solo gli ingenui che credono nell'equazione "assenza di profitto=sicura moralità". Spesso anzi è vero il contrario: la precarietà economica porta facilmente i marginali a vivere un'esistenza priva di valori, soggetta a qualunque forma di compromesso. Il capitalismo genera "disumanità" non solo a causa del denaro ma anche a causa della sua mancanza.

Infatti il capitalismo non è solo economia ma anche cultura del denaro, cioè consumismo, abbondanza, spreco, speculazione ecc. E' il trionfo dell'idea di mercificazione. Questa cultura penetra anche nelle menti dei marginali, che così vivono la loro esistenza con rancore, invidia, gelosia ecc.

L'esperienza dovrebbe quindi indurci ad affermare che non esiste alcuna condizione sociale che di per sé possa garantire livelli più o meno grandi di eticità. Tutto dipende sempre dal livello di consapevolezza che si possiede.

Di regola le persone marginali sono persone "di valore" quando fanno della loro oppressione un motivo di riscatto sociale della classe cui appartengono. Non è, beninteso, la politica che dà dignità alla coscienza morale, ma la politica può offrire gli spazi necessari perché la moralità possa vivere e svilupparsi come coscienza collettiva.

Naturalmente è da scartare a priori l'idea che la società del futuro debba essere priva di commerci. Di per sé il mercato non è immorale: è piuttosto l'idea di dover vivere per il mercato a rendere impossibile l'esistenza. E' la dipendenza dalle leggi del mercato e soprattutto da quelle dei monopoli che distrugge ogni forma di libertà.

Il mercato ha senso quando la società è basata sull'autoconsumo. Anzitutto i cittadini, valorizzando le proprie risorse locali, devono fare in modo di potersi garantire il minimo della sopravvivenza; poi possono pensare di affidare al mercato il loro surplus o le loro esigenze rimaste insoddisfatte.

Chi sostiene che solo il mercato garantisce la qualità delle merci, dimentica sempre di aggiungere che per ottenere questa qualità molte persone devono pagare dei prezzi moralmente inaccettabili e che spesso solo poche persone traggono veri benefici da questa qualità.

E' quindi preferibile meno sofisticazione nelle merci e più garanzie sociali per tutti. Anche la sicurezza della propria sopravvivenza fa parte dei beni primari da salvaguardare. Questo senza considerare che è tutto da dimostrare che la qualità delle merci capitalistiche sia tale da risultare assolutamente innocua per gli interessi della natura.

Vanno tenacemente combattute le espressioni di chi sostiene che se non si riduce il costo del lavoro non si può essere competitivi. Semplicemente perché la competitività acquisita riducendo il costo del lavoro non si traduce mai in una maggiore sicurezza sociale.

TORNARE ALL'UOMO PRIMORDIALE

Dovremo tornare a vivere come l'uomo primordiale ("primitivo" lo usiamo in senso dispregiativo), nella piena consapevolezza che qualunque altra forma d'esistenza non è naturale né umana. Dovremo arrivare alla conclusione che un'esistenza umana è possibile solo se è conforme a natura, le cui leggi ci hanno preceduto nel tempo. Dovremo arrivarci in maniera scientifica, il che, stante l'attuale antagonismo sociale, sarà una grande contraddizione in termini. Infatti, come sarà possibile che, sviluppando al massimo grado la tecnologia, si arrivi alla convinzione che il sistema di vita più naturale e quindi più umano è stato quello in cui se ne usava di meno?

Una consapevolezza del genere dovrebbe essere acquisita rinunciando progressivamente alla scienza, o comunque rinunciando a una forma di civiltà che usa la scienza contro gli interessi umani e naturali. Ora, poiché non è questa la nostra strada, è da presumere che lo sviluppo abnorme della scienza, all'interno di una civiltà basata sull'antagonismo delle classi, ci porterà inevitabilmente a una catastrofe mondiale. Noi arriveremo a capire la verità di noi stessi non per virtù ma per necessità. Questo perché la nostra libertà vuole scandagliare tutte le possibili esperienze individualistiche e quindi irrazionali, per poter arrivare a capire che la migliore era la prima, l'unica davvero libera e collettivistica.

Dunque dalla scienza alla coscienza: ecco il percorso positivo che dobbiamo intraprendere. La coscienza deve diventare la scienza delle cose umane, da viversi in maniera condivisa, nel rispetto delle leggi riproduttive della natura. Questo percorso non è detto che sia lineare, anzi, sarà sicuramente a sbalzi, a zig-zag, con accelerazioni e retromarce, ma resta comunque un percorso verso una direzione.

Di tale percorso oggi possiamo con sicurezza dire che si sono fatti più progressi sul versante dell'umanesimo laico che non su quello del socialismo democratico. Se costretto, il capitalismo è più disposto ad accettare una tendenza verso l'indifferenza religiosa, persino un'esplicita professione di agnosticismo o di ateismo, che non il più piccolo richiamo a favore della necessità di gestire in maniera collettiva la proprietà privata.

Tutti i discorsi strutturali a favore del socialismo vengono accuratamente rimossi. Anzi, quanto più è forte la crisi del sistema, tanto più i governi borghesi utilizzano le leve dello Stato per risanare i buchi finanziari, i crolli borsistici, i fallimenti aziendali. Il bene pubblico viene utilizzato per sanare i guasti dell'economia privata.

Occorre creare un movimento popolare che nel contempo sia favorevole alla laicità e al socialismo, un movimento incentrato sui problemi quotidiani delle classi e dei ceti che più soffrono le contraddizioni di questo sistema. Se il movimento non sa affrontare i bisogni della gente, se sovrappone a questi bisogni dei discorsi astratti, ideologici, resterà inevitabilmente settario e inefficace.

Tale movimento dovrà saper coinvolgere il maggior numero possibile di persone, a prescindere dalla loro collocazione sociale, economica o politica. Senza ampi consensi non si realizza alcuna transizione. E soprattutto quand'esso propone forme di tutela ambientale, di risparmio energetico ecc., non dovrà farlo avendo di mira l'obiettivo di rendere più sopportabile il sistema.

COERENZA TRA TEORIA E PRASSI

Forse uno dei difetti principali della cultura occidentale, non solo borghese ma anche pre-borghese, è la forte disparità esistente tra enunciati teorici e realizzazioni pratiche.

I principi della democrazia -solo per fare un esempio- vengono ampiamente riconosciuti sul piano etico, giuridico e politico, ma completamente disattesi sul quello sociale ed economico.

Spesso ci illudiamo che sia sufficiente affermare un principio per vederlo realizzato. Cioè ci illudiamo che non sia possibile tornare indietro, fingendo di non avere una determinata consapevolezza delle cose, ma il reiterarsi delle guerre, locali regionali e mondiali, dimostra proprio il contrario. Noi abbiamo, specie in quest'epoca nucleare, piena consapevolezza dell'importanza della pace e della non violenza, eppure ci comportiamo come se non l'avessimo.

Nella storia tuttavia esiste, nonostante le immani tragedie che hanno rallentato il cammino dell'umanità verso l'autoconsapevolezza di sé, una sorta di filo d'Arianna che indica un certo progresso. Gli esseri umani sono sempre più consapevoli dei loro diritti, dell'esigenza di essere liberi e di vivere un'esistenza autentica, dignitosa.

La contraddizione tra questa progressiva consapevolezza e la violenza della vita reale, viene avvertita con sempre maggior fastidio. Gli uomini sanno come dovrebbero fare per migliorare le cose, ma non lo fanno, e questo più o meno consapevolmente. Restano indifferenti, ignavi, come se mettessero alla prova la loro capacità di resistenza al male. Sono convinti di poter restare se stessi pur in una situazione sociale sempre meno vivibile.

Gli uomini tendono a sopravvalutarsi, forse spinti in questo dalla forza della scienza e della tecnica, dal primato dell'individuo sulla massa, in sostanza da un mito in cui sin dalla nascita si viene abituati a credere.

I faraoni si servivano del mito dell'aldilà per rabbonire le masse sempre meno disposte a lasciarsi sfruttare; oggi la borghesia si serve di forme persuasive più laiche e terrene ma non per questo meno illusorie.


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014