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SCHERZARE CON LA LOGICA

Una cosa (oggetto, proposizione, esistenza umana) può esistere o non esistere; esistendo, può essere vera o falsa.

L'aspetto più difficile da trattare non è quello in relazione agli oggetti o agli enunciati teorici, ma quello di determinare, con relativa sicurezza, quando un'esistenza umana può essere considerata vera o falsa.

La verità o la falsità di un'esistenza umana può essere rapportata unicamente al grado di umanità ch'essa può (o è in grado di) esprimere. Non esiste un criterio astratto.

I piloti che sganciarono l'atomica su Hiroshima vivevano un'esistenza falsa quando pensavano d'essere nel vero limitandosi a obbedire a un ordine superiore (questo a prescindere dal fatto che sapessero esattamente ciò che stavano facendo), ma uno di loro visse un'esistenza vera quando cominciò a nutrire degli scrupoli di coscienza, dopo aver visto l'effetto devastante dell'ordigno, anche se tornò a vivere un'esperienza falsa quando pensò di suicidarsi.

Ciò dunque significa che quando è in causa l'esistenza umana, la verità o la falsità sono categorie che si possono applicare a particolari situazioni, collocabili in uno spazio e in un tempo determinati, e non valgono come criteri generali dell'intera esistenza di una persona.

Nessuno ha mai vissuto un'esistenza interamente falsa o totalmente vera, e questo senza considerare che si può vivere un'esistenza oggettivamente falsa in una coscienza che la ritiene vera (è il caso di tutte le dittature politiche).

Può persino accadere che la coscienza soggettiva si modifichi positivamente, pur in presenza di una situazione oggettivamente falsa (p.es. un drogato o un alcolista che smette di esserlo dopo essere entrato in una comunità religiosa).

Questo però non può significare che i criteri di verità o di falsità non siano applicabili efficacemente all'esperienza umana e che quindi sia meglio applicarli a tutto ciò che non abbia caratteristiche umane. Se si accetta questa soluzione, si finisce col considerare vera una qualunque esperienza umana, dichiarando di non poter avere criteri oggettivi con definirla falsa con sicurezza.

UNA RIFORMA DEL SILLOGISMO

Chiunque conosca la logica aristotelica e i suoi principi sillogistici sa bene che il suo difetto principale era l'ingenuità, in quanto partiva da un'evidenza tutta da dimostrare: il primato dell'individuo, del soggetto, nella relazione con l'oggetto, cioè prima poneva l'io, poi il tu; prima l'identità, poi la differenza; prima il greco, poi il barbaro; prima il libero, poi lo schiavo; prima l'uomo, poi la donna; prima il filosofo, poi il lavoratore, ecc. Di qui l'inevitabile astrattezza dei concetti di essere e di realtà, che si riducevano a sostanze logiche, mere apparenze formali, da trattare in maniera quasi matematica.

Quei sillogismi si riducevano a tre:

  1. A è A (A=A), principio di identità
  2. A non è B, principio di contraddizione
  3. o A è B o A non è B, principio del terzo escluso

Noi invece dovremmo partire dal presupposto che non può esistere A se non esiste B: questa è la democraticità del sillogismo. Il principio d'identità dipende da quello di relazione: se B è B, A è A. E se A e B sono in relazione, C è un'altra cosa.

Se esaminassimo le cose in questa maniera, dovrebbero farci pena quanti affermano che prima di mescolarci con le altre culture, dobbiamo ribadire la nostra; prima di accettare la diversità, dobbiamo tutelare la nostra identità, e altre amenità del genere. Qualunque ragionamento che non ponga la relazione al di sopra dell'identità, dovrebbe essere considerato discriminatorio.

D'altra parte noi abbiamo potuto applicare tranquillamente i principi aristotelici al pensiero astratto, proprio perché la cultura e quindi l'identità euroccidentale ha potuto affermarsi su tutto il mondo. E anche quando Hegel è arrivato a dire che spesso nella storia A è B e B è A, per cui la dialettica può infrangere le regole ingenue del sillogismo aristotelico, da questa giusta affermazione astratta non si sono mai tratte le debite conseguenze pratiche, la prima delle quali doveva essere il relativismo delle culture. Abbiamo dovuto aspettare il movimento dei flussi migratori per capire che una cultura schematica e autoritaria come la nostra non aveva più ragione di esistere. Esattamente come la questione operaia aveva messo in crisi il principio della libertà fondata sulla proprietà privata.

Dunque, se B non è B, A non è A: questo principio può far paura a una mentalità occidentale, ma col globalismo, coi flussi migratori su scala mondiale, con la mondializzazione degli scambi, esso s'impone da sé e bisogna convincersi ad accettarlo non con rassegnazione, ma come una conquista di civiltà.

L'identità sta nella differenza e nell'alterità, al punto che se A è A, B non è B, cioè A non può autodeterminarsi: A non è se B non è. E quando A e B s'incontrano, cioè quando A è A e B e B, il prodotto non è A1 o B1, ma C.

Se vogliamo giocare con la logica, potremmo procedere all'infinito, per dire poi sempre la stessa cosa: che la relazione costituisce l'identità, l'altro è più importante dell'io. A non è B e B non è A, ma non c'è A senza B, né B senza A.

Si dirà che questa è una contraddizione, poiché non si chiarisce se venga prima A o B o quale dei due sia prevalente, ma la contraddizione è tale solo per chi non ha il coraggio di dire che prima di lui c'è un altro. Se ognuno di noi facesse questo ragionamento eminentemente relazionale, nessuno si stupirebbe di attribuire ad A e B la stessa identica importanza. Non c'è un prima o un dopo, ma solo un insieme da condividere.

Il punto di partenza non è A, cioè l'io o l'identità, ma la relazione A#B, che è infinita, in quanto il loro prodotto è C, che è altra cosa da A e da B, e che a sua volta produrrà D.

Attenzione che le conseguenze di questi ragionamenti possono diventare molto spiacevoli, specie se si era abituati a ragionare in termini integralistici o fondamentalistici. Si potrebbe addirittura arrivare a dire che se A è A, A è non A (poiché senza B, A è solo alienazione).

Naturalmente vale la reciproca: se B è non B, A può essere non A; senza A, B non è o è non B.

Qui però abbiamo già introdotto un nuovo argomento, e cioè che un'esistenza non deve solo esistere, deve essere anche vera. Dire non A e nello stesso tempo dire non B, significherebbe rendere impossibile l'esistere umano, naturale. Un'esistenza non può solo esistere, deve essere anche vera per potersi riprodurre. Infatti se A è non A e B è non B, C non è o è non C.

Il discorso da ontologico diventa etico. Qui però è sufficiente concentrarsi sul fatto che senza relazione non c'è alcuna vera identità, ovvero che è impossibile ipotizzare un'identità indipendente dalla relazione (o alterità, o differenza). Non si può dire che A è A, senza mettere A a confronto con B. Questo è il primo passo da fare, che nella odierna mentalità occidentale, abituata da secoli a dominare, non è facilmente acquisibile.

Sulla differenza tra esistenza e verità si può discutere successivamente. Bisogna certamente chiarire il fatto che A può esistere ed essere vero o falso. Il fatto che A esista non lo rende più vero di quanto non possa essere falso.

Nella vita siamo soliti esprimere giudizi di valore. Se usassimo solo giudizi di fatto, sarebbe impossibile sostenere che una cosa è falsa. Una cosa è falsa proprio perché creata dall'uomo: la natura è incapace di produrre cose false.

Sotto questo aspetto è evidente che una cosa non può essere vera solo perché coerente, argomentata o perché rispetta i principi del sillogismo.

Anzi, dovremmo addirittura dire che non si può aspettare che una cosa dimostri di essere falsa dai risultati pratici dell'applicazione dei suoi principi. Ovviamente è la pratica che stabilisce il criterio della verità, ma è merito di chi formula delle tesi vere, l'aver saputo anticipare i tempi.

In generale dovrebbe valere il principio secondo cui nella tradizione sta più verità che nell'opinione personale di qualcuno. Ma anche le tradizioni si corrompono, e ciò che sembra una semplice opinione, può contenere molta verità.

DIFFERENZE TRA PSICOLOGIA E LOGICA

Supponiamo esistano due persone A e B e due pacchi che celano il loro contenuto: nel pacco 1 ci sono 100.000 euro, nel pacco 2 ce ne sono 250.000.

La persona A ha già il pacco 1 con 100.000 euro ma non sa di averli, perché potrebbe avere il contenuto del pacco 2. Questa persona deve scegliere quale dei due pacchi aprire, conoscendo soltanto l'importo contenuto in essi, ma non a quali pacchi faccia riferimento.

La scelta può essere fatta solo dopo che B avrà fatto la sua offerta. B ha solo due possibilità: o chiede ad A di cambiare pacco, oppure fa una proposta, che A può accettare o rifiutare. B decide di proporre 125.000 euro.

A questo punto la persona A deve scegliere: se accetta si porta a casa i 125.000 euro; se rifiuta dovrà aprire il pacco 1. Che tipo di ragionamento dovrebbe fare uno per essere sicuro di prendere il massimo possibile? Le opzioni logiche avrebbero potuto essere due:

  1. se avessi 250.000 euro e non m'ha offerto di cambiare il pacco, significa che ne ho solo 100.000, allora è meglio accettare la proposta;
  2. se avessi 100.000 euro e me ne ha offerti 125.000, significa che non mi può chiedere se voglio cambiare il pacco, e allora dovrei accettare l'offerta.

In entrambi i casi A avrebbe dovuto accettare l'offerta. Fin qui la logica.

Ora vediamo la psicologia. Per quale motivo non possiamo supporre che invece di offrire 125.000 euro, B avrebbe potuto proporre di cambiare il pacco?

  1. Perché se A avesse creduto di avere 250.000 euro nel proprio pacco, di sicuro non avrebbe accettato lo scambio; infatti psicologicamente sarebbe stata una grande soddisfazione per A giungere alla fine della contrattazione con la possibilità di avere nel proprio pacco la somma più grande.
  2. Perché se A avesse creduto di avere 250.000 euro, non avrebbe accettato l'offerta, perché, psicologicamente, poteva pensare che lo si volesse ingannare.
  3. Perché se A avesse creduto di avere solo 100.000 euro nel proprio pacco e B gli avesse proposto di cambiarlo, A avrebbe dovuto pensare cose del tutto irrealistiche, come p.es. che B voleva prendersi gioco di lui o che era totalmente indifferente ai soldi.

Quindi anche dal punto di vista psicologico non restava che accettare l'offerta. Invece A l'ha rifiutata, nella speranza di avere i 250.000 euro nel proprio pacco.

PRODURRE O RIPRODURSI?

- Che senso ha riprodursi se dobbiamo morire?
- Noi dobbiamo riprodurci proprio perché dobbiamo morire.
- Ma perché a una domanda filosofica diamo una risposta biologica?
- Avresti preferito che ti dicessi che la domanda era stupida?
- Avrei preferito che mi dicessi che il senso della vita non sta nella mia riproduzione, ma nel fatto che attraverso la mia riproduzione qualcun altro può iniziare a produrre.
- Cioè vuoi dire che il senso della vita sta nella riproduzione della libertà di produrre?
- Voglio dire che questa libertà, una volta data, deve poter essere esercitata, in un modo o nell'altro.
- Forse volevi dire in un "mondo" o nell'altro, perché qui, come vedi, puoi fare ben poco...
- Il problema in effetti è proprio questo, come conciliare la libertà di produrre coi limiti spazio-temporali che ci vengono assegnati.
- Non solo, ma dobbiamo anche fare in modo che la difficoltà del compito non diventi un pretesto per non fare nulla.
- La terra è un banco di prova...
- ... in cui le condizioni per esercitare la libertà sono A e B e domani saranno C e D.
- In effetti anch'io penso che la libertà sia la stessa, cambiano solo le condizioni in cui la si esercita.

MONISMO O DUALITA'?

In principio non era l'uno ma il due, perché il due fa la differenza, l'uno la uccide.

In principio dunque non c'era monismo ma dualità. L'uno si sdoppia al suo nascere, poiché l'essere è duale, si divide in parti che possono sembrare perfettamente simmetriche, ma che in realtà non lo sono, poiché se lo fossero la riproduzione sarebbe riproduzione non di originali ma di copie tutte uguali.

Il due è garanzia di rapporto, di simbiosi, di unità nella diversità. L'uno è l'anomalia, la deviazione dallo standard.

Il due è soprattutto garanzia di riproducibilità, poiché il prodotto del due è qualcosa che contiene elementi originari, che si sviluppano autonomamente.

In tal senso il due è anche garanzia di complessità, di profondità. Il due non è mai banale, poiché in esso va posta una relazione destinata a durare nel tempo.

L'uno è solitudine, amoralità, chiusura, accidia... E' una semplificazione povera di contenuto, poiché refrattaria alla diversità, alla contraddizione, all'alterità.

Le ideologie moniste usano l'uno in opposizione al due e vogliono soltanto riproduzione di copie: temono che lo sviluppo danneggi l'identità, o che l'uso della libertà snaturi la coerenza (che è poi formale) di teoria e prassi.

L'evoluzione dell'uno non è che una serie interminabile di sconfitte.

Non c'è mai stato e mai ci sarà individuo uguale all'altro: anche nel caso di perfetti gemelli il carattere è diverso.

L'identità perfetta è cosa artificiosa e povera di contenuto originale.

L'incoerenza, l'indeterminatezza sono i veri fattori di sviluppo.

In principio era il caos, il cui destino era quello di produrre qualcosa di significativo per l'esserci.

Un caos entro certe regole, che permettono al mondo di esistere, di agire, di muoversi verso una direzione indicata dal tempo.

IDENTITA' E DIFFERENZA

Identità e Differenza sono all'origine dei processi umani e naturali. L'identità è soggetta alla differenza e nella differenza si ritorna all'identità, in un processo senza fine.

Sotto questo aspetto non ha alcun senso affermare un principio identitario che non includa immediatamente una valorizzazione paritetica, egualitaria, della differenza.

Gli ortodossi avevano intuito questa dinamica parlando di "processione" (dello spirito dal padre), quella processione che l'integralismo cattolico ha sempre voluto negare e che è stata in modo filosofico ripresa nel processo dialettico di tesi-antitesi-sintesi elaborato da Hegel.

La processione in effetti è una sorta di sdoppiamento dell'io, è la creazione di un'alterità: il tu, il quale non è un duplicato dell'io, un suo clone, ma qualcosa di diverso, di irriducibile.

Infatti l'io cerca il tu per ricomporsi e il tu cerca l'io per completarsi. E' lo stesso processo che avviene tra uomo e donna. I motivi del ricongiungimento non sono gli stessi, proprio perché io e tu non sono esattamente uguali.

Il motivo per cui l'io o l'identità avverta la necessità di sdoppiarsi non è molto chiaro: a prima vista appare come una sorta di garanzia del lato non del tutto conoscibile delle cose, cioè di quel margine di inafferrabilità che rende le cose sempre interessanti, sempre da scoprire.

Infatti non si può parlare di esigenza riproduttiva. La riproduzione o generazione avviene nel momento della ricongiunzione. Lo sdoppiamento dell'io non è finalizzato immediatamente alla riproduzione, anche se la relazione io-tu la prevede in maniera naturale.

E' come se l'io avesse due modi di riprodursi: uno è quello di negarsi producendo l'alterità, la differenza; l'altro è quello di riproporsi tramite proprio questa differenza. Se la riproduzione fosse strettamente dipendente dalla morte, non si spiegherebbe il motivo per cui essa, nell'essere umano, avvenga proprio nel momento in cui la morte non costituisce affatto un problema.

L'attrazione fisica di sessi opposti non sembra avere come finalità precipua, immediata, la riproduzione, ma la reciproca completezza. Noi non ci riproduciamo quando stiamo per morire, come sarebbe astrattamente più logico fare (si sostituisce l'oggetto vecchio con uno nuovo), ma quando l'idea di morte ci è del tutto estranea, in quanto siamo nel pieno delle nostre forze.

Quindi la generazione ha qualcosa di primordiale come la processione, ha cioè qualcosa che non dipende esattamente dalla volontà dell'io e del tu. Nel momento in cui ci si ricompone e ci si completa, scatta il meccanismo della riproduzione (e là dove non scatta, lì di certo vi sono problemi da risolvere). Poi dalla riproduzione - come noto - sorge un nuovo io, che avrà bisogno di un nuovo tu.

Quindi dall'esigenza che l'io ha di cercare un tu non scaturisce solo l'amore reciproco, ma anche la cura parentale della prole: sono entrambi processi del tutto naturali, interconnessi, anche se determinati da cause differenti.

In ogni caso questi processi non possono essere spiegati col concetto di "morte", proprio perché la morte è solo un aspetto naturale dello sdoppiamento dell'identità. La morte è un aspetto della perenne trasformazione delle cose. E' impossibile attribuire alla morte le cause di questa trasformazione.

Non si può neppure sostenere che all'origine dello sdoppiamento dell'io vi sia un'esigenza comunicativa. Il linguaggio sembra porsi solo in presenza della relazione io-tu. Il linguaggio cioè deve essere acquisito, è un'arte da imparare.

In origine quindi deve esserci qualcosa di più ancestrale, di più primordiale dell'esigenza comunicativa, qualcosa di impalpabile, di assai poco definibile. All'origine dello sdoppiamento deve esserci uno stato d'animo, un processo inconscio, un sentimento interiore, una sorta di inadeguatezza piacevole, un'amabile debolezza.

Sarebbe interessante, sotto questo aspetto, esaminare i processi in cui lo sdoppiamento non produce la differenza, ma un io alienato.

La logica e il pensiero visivo (pdf-zip)


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014