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IL SE' E LA COSCIENZA

La vera conoscenza è la conoscenza di sé, cioè l'autocoscienza, che però, per non essere arbitraria, meramente soggettiva, dev'essere anche conoscenza del sé, cioè della relazione uomo-natura, intendendo per "essere umano" l'insieme delle relazioni sociali che lo caratterizzano.

Il sé non è il noumeno di Kant, ma non è neppure un fenomeno interpretabile con le leggi della matematica. Il sé include la materia al pari della coscienza, che è la forma superiore in cui la materia esprime e interpreta se stessa.

Il sé non può essere colto, nella sua pienezza, dall'individuo singolo, e anche il collettivo autoconsapevole gli si avvicina solo per approssimazione. Tanto più l'approssimazione sarà grande, tanto più avvertiremo i confini del nostro pianeta come troppo stretti.

Il concetto di infinito si estende dalla profondità e vastità della materia a quella della coscienza. Entrambe hanno le stesse leggi, ma la coscienza umana è l'autoconsapevolezza della materia.

Questo è il motivo per cui non è sufficiente conoscere le leggi della natura con l'intelletto. Il senso di umanità della coscienza include leggi che sfuggono all'analisi razionale. Le leggi della libertà sono leggi che anzitutto si sentono.

C'è un sentire nell'universo che è come una pulsazione. Tra il cuore e le stelle l'analogia è enorme. L'automovimento è la pulsazione dell'universo, una forma di energia autosussistente.

Il cuore che pulsa nell'universo è l'espressione della sua coscienza, l'autocoscienza del sé. "Bruciare di passione", in un alternarsi continuo di forza e di debolezza, indica esattamente il tipo di pulsione che pervade l'universo, in cui ogni elemento è connesso all'altro, in una concatenazione reticolare praticamente infinita.

Esiste una gerarchia di forze attrattive e repulsive, di cui quella inerente alla coscienza è superiore a tutte. Il meccanismo della polarizzazione degli opposti, che si attraggono e si respingono, è garanzia non solo di unità ma anche di diversità nell'intero universo.

Bisogna ricondurre tutto all'uno, salvaguardando la molteplicità infinita, la cui origine non sta nell'uno ma nella realtà duale: l'unità minima dell'uno è il due, lo sdoppiamento. In principio non vi è l'uno ma la duplicità che tende all'unità, per poi ridiventare diversità, alterità, in un gioco infinito di tesi-antitesi-sintesi (già scoperto da Hegel). L'uno si sdoppia perché è duplice in sé.

Quel che non riesce a riprodursi è perché ha cessato di vivere. Se l'uno vuol conservare se stesso, ostacolando la riproduzione in generale, ovvero la negazione di sé a favore di una nuova sintesi, la conservazione porta inevitabilmente all'autodistruzione. Chi non accetta di lasciarsi coinvolgere nella dinamica della negazione di sé, vissuta secondo natura, esce in un certo senso dalla storia, perde la propria identità - e questo proprio nel momento in cui è più preoccupato a difenderla!

Per poter rinascere dobbiamo negarci. In astratto è giusta quell'espressione evangelica che dice: "Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi la perderà per una causa comune [l'umanizzazione dei rapporti sociali] la ritroverà". La storia è fatta per i coraggiosi, per chi non ha paura di ritrovarsi dopo aver sacrificato la propria vita.

L'unica cosa di cui bisogna assicurarsi è che la negazione di sé non sia una forma mascherata di suicidio. E' sottilissimo il filo che separa le due cose, proprio perché sappiamo di poter utilizzare la negazione come forma illusoria di positività.

Bisogna demistificare l'uso ideologico del martirio, dell'autoimmolazione come forma di contestazione degli antagonismi sociali.

LA LIBERTA' DI COSCIENZA

Che cos'è la libertà di coscienza? E' la legge principale dell'universo. Tutte le leggi materiali dell'universo (fisiche, chimiche ecc.) si basano su questa legge spirituale, che trova nell'essere umano l'espressione più completa.

Con questo non si vuol dire che l'aspetto spirituale preceda quello materiale, ma semplicemente che ogni aspetto materiale ha in sé un significato spirituale. Spirito e Materia sono indistinguibili, inseparabili. Non esiste libertà di coscienza a prescindere dall'esistenza di un corpo umano. E quando questo si manifesta come "vivo", subito si pone il problema di come rispettare la sua libertà di coscienza, anzi di come farla crescere, di come far sviluppare nel soggetto la consapevolezza di possederla e la padronanza nell'usarla.

La libertà di coscienza è un prodotto della natura, non è un prodotto umano, ma è un prodotto che trova nell'essere umano la possibilità di svilupparsi al massimo livello. Non siamo noi a produrla, noi la ereditiamo come una specifica componente della nostra umanità. Quindi è compito fondamentale dell'uomo preservare e sviluppare questo fondamentale aspetto della natura.

La caratteristica principale della libertà di coscienza è l'unità degli opposti, cioè di quegli elementi che si attraggono e si respingono. L'attrazione e la repulsione di elementi opposti e complementari è una legge fondamentale dell'universo.

Nessun elemento è assolutamente autonomo. Come d'altra parte nessun elemento è assolutamente dipendente da un altro. Là dove ci fosse assoluta dipendenza ci sarebbe violazione della libertà di coscienza; là dove ci fosse assoluta autonomia, non vi sarebbe la coscienza di questa libertà, che è possibile appunto solo mettendosi in relazione a una libertà altrui, a una alterità.

La coscienza di sé non è data dal sé, cioè dalla propria identità, ma dall'altro da sé, cioè da una alterità. L'io esiste perché esiste un tu. Il rapporto duale è all'origine di qualunque altro rapporto.

Un'altra legge fondamentale della libertà di coscienza è che nessuno può essere costretto a fare ciò che non desidera. E d'altra parte nessuno può impedire a nessuno di desiderare. Desiderare di essere se stessi, di potersi esprimere, di poter sviluppare le proprie inclinazioni, i propri talenti, le proprie passioni è l'obiettivo di ogni essere umano. Questo obiettivo non può essere realizzato che stando insieme agli altri, poiché l'essere umano è "sociale" per definizione.

Libertà di coscienza vuol dire avere la possibilità di realizzare un proprio desiderio di autenticità compatibilmente con analoghe esigenze altrui. La libertà di coscienza non può mai essere imposta. Sul rispetto delle norme che regolamentano la libertà di coscienza si può soltanto discutere: non si può imporre niente a nessuno. Si può soltanto rivendicare il diritto a esercitare tale libertà senza costrizioni che ne limitino l'espressione.

Ovviamente è impossibile stabilire in astratto il limite tra una libertà di espressione e un'altra. E' però evidente - essendo l'uomo un essere sociale - che l'espressione di una libertà di coscienza non può avvenire a danno di altre libertà analoghe. La coscienza della libertà è la coscienza di poter fare qualcosa che non danneggia la libertà altrui.

Poiché nessuno può stabilire da solo il confine della propria libertà, è necessario che la consapevolezza di ciò risulti da un confronto democratico, paritetico, coi componenti del collettivo che si vive.

Libertà non può voler dire "fare ciò che si vuole", poiché nessuno è in grado di stabilire da solo quando e come la realizzazione dei propri desideri è utile alla collettività. Libertà vuol dire realizzare dei desideri comuni. Intorno a questi desideri si può soltanto discutere, prendendo decisioni comuni. Chi non si attiene a tali decisioni, non può far parte del collettivo.

Nessuna decisione va stabilita come un dogma indiscutibile. Però quando una decisione viene presa, essa va applicata e va rispettata anche da chi non l'ha approvata, in quanto la minoranza deve attenersi alla volontà della maggioranza, se vuol continuare a far parte del medesimo collettivo.

Questo non vuol dire "impedire la discussione", ma, al contrario, favorire quella su determinati argomenti, già discussi e approvati, al fine di apportare nuovi elementi di discussione, per una diversa approvazione. Sulla base delle nuove discussioni e argomentazioni, si possono formare nuove maggioranze.

I VALORI MARGINALI

Uno dei paradossi della storia è il seguente: quando in una società decadente taluni gruppi marginali riescono a riscoprire i valori positivi della vita (considerati negli ambienti di potere al pari di vuote parole), è assai raro che quegli stessi gruppi riescano, da soli, a far valere la loro visione della vita.

La società è così corrotta che non ha in sé più alcuna forza per riprendersi, e, come tale, essa rischia facilmente d'essere sopraffatta da altre società più coerenti coi valori che professano (che possono essere anche valori negativi. I normanni p.es. avevano sicuramente valori più negativi di quelli professati dai bizantini e dai longobardi, eppure ebbero la meglio nell'Italia meridionale, proprio perché più coerenti nella loro gestione dispotica del potere).

Il paradosso dove sta?

  1. che i gruppi marginali delle società decadenti possono riscoprire valori di alto contenuto democratico ma non avere alcuna speranza di vederli realizzati a livello nazionale;
  2. che tali valori possono essere realizzati, a livello nazionale, da altri gruppi o movimenti, anche meno evoluti sul piano tecnico-scientifico e persino su quello culturale e politico, ma al contempo più coerenti nel rapporto teoria/prassi (come in genere sono state le popolazioni barbariche rispetto a quella romana);
  3. che l'unico modo per sopravvivere, per una società decadente, è quello di affidare la realizzazione dei propri valori (vissuti solo da gruppi marginali) a forze più giovani, più semplici nei costumi, più spontanee nei rapporti, non ancora pesantemente condizionate dall'ipocrisia di una civiltà che predica una cosa e ne fa un'altra. Tuttavia spontaneamente questo passaggio di testimone non avviene mai.

L'idea di martirio e i suoi interpreti


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 20/10/2009