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IL SENSO DELLA FELICITA'
Caratteristica dell'essenza umana

Nella figura matematica della parabola c'è un punto oltre il quale il declino può anche essere inesorabile, irreversibile. Questa è la morte. E in un certo senso la si desidera, proprio per liberarsi di quella ineluttabilità.

La morte è il desiderio di liberarsi di ciò che è insopportabile, e bene facevano gli antichi cristiani, ma anche gli antichi sumeri, egizi ecc., a vedere la morte come strettamente connessa a una rinascita. Per i cristiani il battesimo era insieme un'esperienza di morte (si veniva immersi nelle acque nere dell'inferno, del proprio passato, delle proprie colpe) e di rinascita (nello splendore del sole).

Si muore a una condizione di vita per poter rinascere a un'altra. Esattamente come il neonato, che per nascere deve prima morire alla sua condizione di feto. Basterebbe questo per capire che la vita è eterna e che non abbiamo bisogno di alcuna religione per crederci. Tanto meno oggi, dove le religioni più fanatiche o fanno della vita biologica un valore assoluto da difendere anche contro la naturalità della morte, oppure fanno della morte violenta (contro se stessi o contro il prossimo) l'unico vero significato di vita.

Si deve in realtà uscire da una forma di vita per entrare in un'altra, rispettando le regole del gioco. Questo processo infinito è determinato dalla dialettica di tesi-antitesi-sintesi. Dio non c'entra nulla, poiché il processo appartiene all'universo, all'essenza delle cose, alla loro logica interna.

Qualunque cosa si sottragga a questa legge è inesistente, è frutto di una fantasia malata, perversa. Pensare a qualcosa di perfetto solo perché statico, fisso, non soggetto al mutamento della dialettica, significa essere in malafede, ciechi per scelta, oppure terribilmente ingenui, come tutti i filosofi pre-cristiani.

Se esiste un dio, non può essere diverso dall'uomo, cioè deve per forza essere soggetto alle medesime leggi che ci caratterizzano, altrimenti per noi non avrebbe alcun senso, non riusciremmo minimamente a riconoscerci. Anche i robot sono statici e non a caso non pensiamo che siano umani, e quando vogliamo far credere che lo pensiamo è perché stiamo facendo fantasy o fantascienza. Oppure stiamo facendo degli esperimenti così banali - come p.es. quello di Turing -, che praticamente la nostra intelligenza è ridotta al minimo.

Anche quando il più grande scacchista del mondo gioca col computer più potente del mondo, si rende facilmente conto che le mosse del computer non sono mai geniali, ma sempre frutto di una memoria straordinaria, in grado di attingere, in breve tempo, a milioni di partite già giocate in precedenza dagli esseri umani. Se attingesse a partite giocate da esso stesso, perderebbe sicuramente. Invece così ha forse qualche possibilità di vincere. Non a caso Garry Kasparov arrivò a sospettare che la macchina Deep Blue avesse avuto un "aiuto" umano durante le partite e quando chiese la rivincita, l'IBM rifiutò.

E comunque l'essenza umana non è data dalla capacità di elaborare in un tempo ridottissimo una quantità enorme di dati. Questo potrebbe portare, sul piano umano, a conseguenze del tutto sbagliate, proprio perché nessun computer è in grado di tener conto dell'imponderabilità della libertà umana. Quando c'è di mezzo questa libertà, nulla è davvero prevedibile. Ed è bene che sia così. (1)

Fa un po' sorridere, in tal senso, la decisione della Cina di offrire mille euro in premio a chi le segnala dei siti porno onde impedirne la visione nel proprio paese. Non è forse questo un modo per sostituirsi, come governo, alla libertà di coscienza dei propri cittadini? Si può davvero garantire la libertà impedendone con la forza il cattivo uso? "Sorvegliare e punire": non era forse questo il motto con cui si sono fatte nascere le moderne prigioni? E' questo il metodo pedagogico per assicurare la vivibilità del bene sociale?

Per vincere il computer più intelligente del mondo è sufficiente ingannarlo. Gli Achei ci misero dieci anni a capire che per distruggere Troia non occorrevano le armi ma un semplice cavallo di legno. Lo stesso fece Sessa Ebu Daher quando decise ch'era venuto il momento di arricchirsi: semplicemente chiese al sovrano persiano, come ricompensa dell'invenzione del gioco degli scacchi, di avere un chicco di grano per il primo riquadro della scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo, otto per il quarto e così via per tutti i 64 riquadri. Gli esseri umani sono maestri nel mettere trappole.

E' sufficiente quindi andare oltre il fatto che il computer ragiona sempre in termini di prevedibilità, a prescindere dalla quantità di istruzioni che gli si mettono nella memoria di massa. Senza poi considerare che quanti più dati deve elaborare tanto più tempo gli occorre, mentre in certe particolari situazioni l'uomo può scegliere la cosa giusta in tempi brevissimi, fidandosi esclusivamente del proprio intuito, che si basa su un pregresso di esperienze in cui la libertà di coscienza, propria e altrui, ha giocato un ruolo enorme.

L'informatica è in fondo l'applicazione della matematica, che a sua volta è frutto di un lavoro dell'intelletto. La ragione - direbbe Hegel - è tutt'un'altra cosa, proprio perché deve tener conto dei movimenti della dialettica. S'è mai visto un politico dare piena ragione a un economista? E chi mai si fida ciecamente delle previsioni scientifiche del meteo, basate su precisi calcoli algoritmici?

Ecco perché dobbiamo uscire dall'illusione di credere che con l'informatizzazione dei dati si possa rendere la vita più umana. Quando pensiamo che il miglioramento della qualità della vita possa dipendere dal controllo delle informazioni su di essa, stiamo assistendo a un puro e semplice miraggio, che è quell'effetto ottico che inganna soprattutto i giornalisti e quanti pensano che la garanzia della democrazia dipenda dall'informazione.

Sotto questo aspetto non si può certo dire che fossero più sprovveduti gli antichi che si affidavano ai responsi di maghi e indovini. Mettiamoci per un attimo nei panni di uno di loro e vediamo se c'è qualcuno in grado di smentirci. Presto avremo a che fare coi grandi paesi asiatici che, prendendo a pretesto il fatto che nei paesi occidentali l'affermazione di un valore umano resta sempre puramente teorica, imporranno al mondo intero l'idea che, piuttosto di accettare questa contraddizione, è meglio fare in modo che i valori umani affermati in sede teorica siano pochissimi, ma coerentemente applicati in virtù di un'istanza superiore, che può essere p.es. un governo autoritario. Non dimentichiamo che nel mondo romano gli imperatori assolutistici riuscirono a imporsi sui senatori democratici semplicemente dicendo che volevano fare gli interessi delle plebi e le plebi gli credettero.

Contro questo pericolo autoritario come potremo difenderci? Rivendicando in astratto i diritti umani? L'unico vero diritto che potremo rivendicare sarà quello alla "felicità". Quanto tutti i diritti saranno negati non resterà, paradossalmente, che questo. Ovviamente non nel senso dei costituzionalisti americani, per i quali "felicità" e "proprietà privata" erano sinonimi.

Sieyès si chiedeva agli albori della rivoluzione francese che cosa fosse il Terzo Stato: oggi invece dobbiamo iniziare a chiederci che cosa sia la "felicità". Una definizione possibile, contro ogni forma di dittatura, politica o economica, può essere questa: felicità vuol dire ricevere da qualcuno della comunità qualcosa che in fondo avrebbe potuto darsi anche colui che l'ha ricevuta, proprio perché non era da quella cosa che dipendeva la sua vita. Detto altrimenti: felicità vuol dire che quando si riceve qualcosa da qualcuno della comunità, non si ha l'impressione che il donatore lo voglia fare per pretendere un dominio personale.

Felicità insomma vuol dire, comunque la si metta, "senso dell'autonomia", ovvero "libertà personale": vivere la libertà dentro una comunità, una comunità di cui ci si fida, proprio perché si è consapevoli che la divisione del lavoro viene usata non per sottomettere chi non sa fare determinate cose, ma per agevolare l'autonomia di tutti.

Qualunque specializzazione del lavoro, che comporti delle conoscenze esclusive, va contro gli interessi dell'autonomia, sempre che queste conoscenze vengano usate per beni che riguardano gli aspetti essenziali di una comunità, quelli appunto che ne garantiscono la sopravvivenza, la riproduzione.

Infatti, se vogliamo garantirci la "felicità" dobbiamo preventivamente sostenere che una qualunque specializzazione del lavoro ha senso solo a due condizioni: che resti patrimonio di tutti, che non riguardi gli aspetti essenziali di una comunità. Non ci si può fidare di chi ha troppe conoscenze e non le mette immediatamente a disposizione di tutti, a meno che non le usi per il proprio tempo libero.

(1) L'imponderabilità la si nota molto bene negli incidenti stradali, quando più fattori s'impongono in maniera casuale con un tasso di pericolosità di molto superiore alla somma della loro pericolosità individuale, quando essi si presentano separatamente: proprio la loro improvvisa concomitanza, nello spazio e nel tempo, fa trovare inadeguata, per mancanza di preparazione o d'abitudine, la nostra capacità di reazione. Quel che ci appare relativamente sicuro, se preso in sé e per sé, diventa improvvisamente molto pericoloso se concomitante a un altro fattore inaspettato. D'altra parte sappiamo bene che gli ingredienti di una miscela esplosiva, presi separatamente, sono del tutto innocui o comunque infinitamente meno pericolosi di quando si trovano insieme. Sotto questo aspetto, quindi, la prudenza non è mai troppa e, in ogni caso, si dovrebbero compiere periodicamente delle simulazioni in cui si testano situazioni molto critiche, in cui lo stress, la capacità di reazione, il sangue freddo giocano un ruolo di primo piano.

LA FELICITA' YANKEE

Si ha diritto alla felicità? Chi può averne diritto? Perché oggi la felicità rientra nelle utopie irrealizzabili? Che cos'è la felicità?

Il diritto alla felicità venne messo nella Costituzione dagli americani che, ribellandosi alla madrepatria inglese, costruirono gli Stati Uniti. Mentre rivendicavano quel sacrosanto diritto, lo negavano agli indiani, sottoposti a genocidio, e agli schiavi africani, che nelle terre dei farmers coltivavano tabacco e cotone da esportare in Europa.

E' bello avere "diritto alla felicità" (gli yankee, per realizzarlo, ci hanno edificato sopra quella fabbrica di sogni chiamata Hollywood), ma se alla seconda domanda non si risponde "tutti", quel diritto diventa una farsa.

Per gli americani il diritto alla felicità era il diritto di farsi da sé (self-made man), calvinisticamente parlando, cioè senza tanti scrupoli, sulla base dell'assunto che senza soldi non c'è nessun diritto e quindi nessuna felicità. Sono i dollari che fanno felici, perché senza quelli non si può comprare nulla, non si può esistere, specie in un paese conflittuale e competitivo come quello. In America si è nella misura in cui si ha.

Questo principio è così forte che gli americani non amano risparmiare ma investire, e lo fanno anche quando non hanno sufficienti capitali. S'indebitano nella convinzione assoluta si riuscire a realizzare i loro sogni. Vivono al di sopra delle loro possibilità, perché sin da bambini hanno appreso la lezione dai loro maestri e dai loro genitori, continuamente confermata da psicologi filosofi politici economisti, persino dai dirigenti sportivi: "devi aver fiducia nelle tue capacità e nella grandezza e potenza della tua nazione, che è la più importante del mondo".

Chi ha voluto speculare su questa cieca fiducia nel progresso, su questa autoipnosi collettiva (banche, istituti finanziari, assicurazioni...), ha fatto indebitare gli americani fino al collo, mettendoli sul lastrico. I grandi colossi dell'economia e della finanza non hanno mantenuto le loro promesse di felicità: hanno delocalizzato le imprese là dove il costo del lavoro è molto più basso che in patria, hanno speculato in borsa facendo pagare i crack finanziari agli investitori, hanno emesso dei titoli finanziari che non valevano nulla perché basati sul debito altrui, hanno falsamente garantito, pur di attirare capitali stranieri, alti tassi di rendimento sui prestiti finanziari...

Oggi gli Usa sono il paese più indebitato del mondo e se non avessero un altro paese, chiamato Cina (fino a ieri odiatissimo), che sostiene il loro debito pubblico, a quest'ora avrebbero già dichiarato bancarotta, trascinando nel loro vortice di debiti mezzo mondo, con conseguenze a dir poco catastrofiche, anche perché gli americani non sopportano che qualcuno faccia loro aprire gli occhi.

Già oggi, per colpa dei loro sogni fanciulleschi, l'economia del pianeta vacilla paurosamente, e tutti vengono costretti a contribuire a non far esplodere questa bolla di sapone, che si libra nell'aria, riflettendo i colori del sole, e che ci piace guardare con gli occhi spalancati di un bambino.

IL "PARADOSSO" DELLA FELICITA'

ELUCUBRAZIONI ALEATORIE E SPARSE SUL SENSO COMUNE DELLA FELICITA'

Gaspare Serra

COS'E' LA FELICITA'?

Bernard Shaw (scrittore e drammaturgo irlandese) sosteneva che "il segreto per essere infelici è di avere il tempo di chiedersi continuamente se si è felici o no...".Sarà vero?

Ad ogni modo, chi di noi non si è mai posto almeno una volta nella vita l'interrogativo "ma io sono felice?". Se ponessimo a chiunque ci sta vicino questa semplice domanda "sei felice?", stiate certi che riceveremmo pressoché sempre la stessa risposta: "forse, o meglio qualche volta...".

Ma se a questo interrogativo aggiungessimo anche la domanda "ma cos'è per te la felicità?" ci accorgeremmo presto di ricevere non una ma tante diverse risposte quante le persone a cui ci saremmo rivolte. Per quale ragione? Perché la felicità è un sentimento universalmente conosciuto e perseguito ma non facile da descrivere.

Forse non c'è nulla nelle nostre vite di più soggettivo ed opinabile, vago e relativo, discutibile e surreale come il concetto stesso di "felicità", indeterminato a tal punto che - sosteneva Immanuel Kant, che non ha certo bisogno di presentazioni - "nonostante il desiderio di ogni uomo di raggiungerla, nessuno è in grado di determinare e dire coerentemente che cosa davvero desideri e voglia"!

Tra mille relativismi, un piccolo punto fermo è possibile apporlo alla descrizione della felicità: con tale parola non intendiamo di certo una condizione materiale, uno stato oggettivo, bensì una condizione sentimentale, uno stato d'animo positivo, di pieno benessere psico-fisico.

Se volessimo, poi, ricorrere ad altre parole per descrivere ancor meglio questo concetto, suggerirei le seguenti: la felicità è una straripante sensazione di soddisfazione totale, di "pienezza" che ci pervade l'animo e ci pone per un attimo sulla cima più elevato di un Olimpo!

La felicità - ove sperimentata - è un po' come un Kharma, forse l'unica forma di Illuminazione per davvero alla portata di tutti: uno stato - evidentemente temporaneo - nel quale l'uomo diviene imperturabile di fronte ad ogni avversità, non chiedendo più nulla alla vita nella vana convinzione di non aver bisogno più di nulla per appagare i propri desideri!

Chi è felice è una persona fieramente libera, pienamente autonoma, compiutamente realizzata!

QUANTO PUO' DURARE LA FELICITA'?

"Davanti ad una prospettiva di felicità permanente e invariata non indietreggerebbero forse tutti, per il terrore di morire di noia?", si chiedeva lo scrittore britannico Aldous Huxley. Di certo nessuno potrà mai scoprirlo, poiché non esiste in alcuna forma una felicità "stabile e perpetua".

Anzi - sosteneva Pier Paolo Pasolini - "la felicità ha sempre vita breve": "la felicità della vita è fatta di frazioni infinitesimali: di piccole elemosine, presto dimenticate, di un bacio, di un sorriso, di uno sguardo gentile, di un complimento fatto col cuore" (Samuel Taylor Coleridge).

Se la felicità esiste davvero - e se agli uomini è data la possibilità di viverla -, stiate certi che poc'altro nelle nostre vite appare più sfuggente di quest'effimero stato febbrile chiamato "felicità"! Arde più di tutti esser felice soprattutto chi ha provato almeno una volta cosa voglia dire esserlo... Ma è proprio chi è stato felice ad esser consapevole più di ogni altro di come la felicità non lo accompagnerà mai abbastanza nella propria vita per appagarlo pienamente! Se esser felici è impresa alquanto ardua, dunque, praticamente impossibile è restarci a lungo!

PERCHE' E' COSI' ARDUO RAGGIUNGERE LA FELICITA'?

La ragione di tutto forse è più semplice di quanto appaia: la felicità non fa per l'uomo! E la causa di ciò potrebbe risiedere nell'innata "contraddizione esistenziale" umana, ben descritta da Socrate nella notoria definizione di "animale sociale".

Secondo una mia personalissima interpretazione del pensiero socratico, difatti, la natura umana è contraddistinta da due forze "uguali e contrapposte":

  1. l'"animalità", qualità che si ricollega alla natura istintiva, primordiale, emotiva, irrazionale dell'uomo (alla tendenza innata a seguire ciecamente i propri istinti e desideri...);
  2. e la "socialità", qualità che si ricollega alla sua natura razionale, ragionevole, "cogitante" (alla spinta ad uniformarsi ai propri doveri sociali, dettati dalle ragioni di una necessaria convivenza con i propri simili...).
    Proprio nella perenne contrapposizione tra queste due "spinte interiori" dell'uomo si può rintracciare il principale ostacolo incontrato nella via verso la felicità!

Cosa concretamente ci impedisce, quindi, d'esser felici? A farlo sono i "condizionamenti esterni" (legati al mondo delle persone "giudicanti" che ci circonda), i quali ci rendono impossibile essere pienamente "noi stessi", realizzare compiutamente i nostri più naturali istinti (così finendo col mortificare o spegnere sul nascere i nostri più primordiali desideri).

Ciò spinge gli uomini, piuttosto che a realizzare se stessi, a realizzare i desideri che "gli altri" esprimono su di loro, regolando le proprie scelte sulla base delle aspettative altrui. Tutti ricerchiamo la felicità, ma il più delle volte finiamo con l'inseguire "target di felicità" a noi inculcati, a cui siamo stati ben allenati, educati, esortati con sapiente maestria fin dai primi anni dell'infanzia. L'ideale di felicità, così, finisce con l'assomigliare più ad un "pacchetto pubblicitario" preconfezionati dalla società a perfetto uso e consumo di ogni consumatore!

L'affermazione universale di una cultura "consumista ed iper-capitalista", poi, ha finito col creare una "religione laica interclassista" fondata su un unico dogma: quello per cui l'aumento della ricchezza sia sufficiente a garantire un proporzionale aumento della felicità (o quantomeno a non provocarne la diminuzione). Una religione il cui straordinario successo è pari solo alla propria assiomatica "velleità": quella di credere l'uomo un perfetto consumatore e non anche un essere dotato di sentimenti e capace di emozionarsi!

Fondare la felicità sulla ricchezza equivale a costruire un enorme castello di sabbia: come credere che la misura della felicità di un uomo possa dipendere dalla capienza del suo portafoglio? Come immaginare che la felicità possa essere un bene misurabile con unità di misura economiche quali il Pil, il reddito pro-capite o le rendite di capitale?!

La vera natura umana - diversamente da un comune bancomat! - si nutre non solo di bisogni materiali ma anche di bisogni squisitamente emozionali! La ricchezza, dunque, può apportare certamente benessere all'uomo moderno ma non offre alcuna "garanzia di felicità". "La felicità interna lorda è molto più importante del prodotto interno lordo", ha recentemente sostenuto sul Financial Times il re del piccolo stato del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck. Come dargli torto?...

Non solo non esiste alcuna equazione matematica del tipo "+ricchezza = +felicità" ma, almeno stando a Richard Easterlin (professore di economia all'Università della California e membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze), vi sarebbe tra tali due termini una relazione inversa. Secondo il cd. "Paradosso della felicità" (elaborato proprio da Easterlin nel 1974) la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e ricchezza che si riscontrano nel corso delle loro esistenze. Anzi alcune ricerche avrebbero dimostrato come, quando aumenta il reddito (e quindi il benessere economico), la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, per poi cominciare a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata!

Può la scienza matematica porsi come oggetto di studio quanto di meno oggettivo e concreto vi sia, quale uno stato d'animo? A parte ogni legittima perplessità in merito, un dato empirico è comunque facilmente verificabile: inseguire i soldi, il benessere, la fama, il successo o il potere, ritenendo che "solo" il loro raggiungimento sbarri le porte della felicità vuol dire condannarsi ad essere infelici: le ansie, le paure di fallire e il senso di inadeguatezza che inevitabilmente seguiranno non faranno che allontanarci sempre di più dal nostro desiderato traguardo! "Non è quanto si possiede, ma quanto si assapora a fare la felicità" (Chareles Spurgeon, predicatore battista britannico).

Se la "socialità", quindi, è il primo ostacolo alla nostra felicità, allo stesso tempo non è dato all'uomo altra via che ricercare la felicità in comunione con i propri simili: la felicità, infatti, è l'unico bene che si moltiplica - piuttosto che ridursi - condividendolo con gli altri!

Il paradosso conclusivo cui giungiamo, allora, è che:

  • se, da un lato, l'unico uomo in grado di raggiungere una piena e perpetua felicità sarebbe l'uomo "unico" (nel senso di solo sulla faccia della Terra);
  • dall'altro lato, un uomo solo, anche se felice, sarebbe condannato all'infelicità!

Per questo non possiamo che riproporre il nostro interrogativo iniziale: ma la felicità è davvero alla portata degli uomini? La risposta la lascio ad ognuno di voi, ricordando qui chi una risposta se l'è di certo data: "c'è un unico errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per esser felici..." (Arthur Schopenhauer).

COME TENTARE DI ESSER FELICI?

"Non esiste una strada verso la felicità. La felicità è la strada!" (Buddha) Certamente non esiste "una" via per la felicità - o, quantomeno, se esiste la sconosco! -. Piuttosto credo che di vie ne esistano almeno 7 miliardi, una per ogni abitanti di questo nostro Pianeta! Dipende da ognuno di noi trovare la propria strada verso la felicità - e, una volta individuata, percorrerla fino in fondo! -.

Quale consiglio offrire, allora, ai lettori?

  1. Siate il più possibile voi stessi!
    "La felicità non è sempre e tutta opera del caso", scriveva Baltasar Gracián (filosofo spagnolo).
    Allora ingegnatevi per esser felici!
    Rompete le "dighe sociali" costruiteci intorno fin da bambini per frenare i nostri impulsi!
    Smettetela di recitare come burattini su di un palco su cui ci è ritrovati senza aver nemmeno partecipato ad alcun provino!
    Divenite protagonisti - non più figuranti... - della vostra esistenza!
    Riappropriatevi di voi stessi e della vostra autostima!
    Cominciate a costruire la vita con le vostre mani!
    Fate vostro l'appello di Friedrich Nietzsche (altro grande pensatore che non abbisogna di presentazioni...): "diventa ciò che sei!".
  2. Circondatevi di persone meritevoli del vostro affetto!
    La felicità si gusta meglio se condivisa e dipende, più che da ciò che ci sta attorno, da ciò che abbiamo dentro!
    Del resto - diceva il filosofo americano Elbert Hubbard - "si può sopportare il dolore da soli, ma ci vogliono due persone per provare gioia"...
  3. Prima ancora di essere felici, sentitevi felici!
    "Ad alcuni per essere felici manca soltanto la felicità" (Stanislaw Jerzy Lec, scrittore polacco).
    La felicità è un modo di vedere, dunque per cominciare ad esser felice occorre anzitutto guardare nella giusta prospettiva!
    Felicità non è inseguire sogni ed aspettative ma, al contrario, godere pienamente dell'oggi!
    La felicità non è uno stato a cui arrivare ma un modo di viaggiare: non un traguardo ma un cammino, la cui ricerca è il miglior modo di onorare la nostra esistenza...

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014