CONSIDERAZIONI SULLA STORIA DELLA FILOSOFIA


IPOTESI CULTURALE DI PARTENZA

[I] La verità sta nel saper individuare i limiti oltre i quali essa viene negata. Cioè non è la consapevolezza della verità che può fissare i limiti: è il contrario, poiché il processo di assimilazione della verità è sempre graduale e a-posteriori. I limiti sono definiti dal bisogno stesso di ricercare la verità delle cose (tautologia). Bisogno che non è solo individuale ma collettivo. La verità dunque è il frutto di un confronto interumano in cui ad un certo punto vengono posti dei limiti al di là dei quali non è possibile andare, se si vuole restare nella possibilità di una conoscenza che non sia meramente soggettiva.

E' la contraddizione della realtà che induce l'uomo a trovarne una soluzione. E la contraddizione fondamentale, da quando sono sorte le cosiddette “civiltà”, è quella dei rapporti antagonistici basati sulla proprietà privata dei fondamentali mezzi produttivi. L'assenza della proprietà privata non elimina la realtà della contraddizione, che è universale, ma solo il suo carattere antagonistico. La contraddizione infatti è l'elemento che permette lo sviluppo delle cose, è l'incentivo che porta a trovare soluzioni diversificate ai problemi fondamentali della vita.

La filosofia occidentale ha cercato di superare questo antagonismo sociale, ma solo col marxismo-leninismo essa ha saputo elaborare il modo per arrivare ad abolire la suddetta proprietà privata (di qui la trasformazione della filosofia in una scienza della politica, col primato concesso alla prassi e ai rapporti sociali).

Ogni filosofia (ivi inclusa l'ideologia politica comunista), può essere soggetta a strumentalizzazioni o deviazioni di vario genere, il cui scopo spesso è proprio quello di giustificare l'antagonismo e la proprietà privata. Occorre quindi distinguere gli aspetti progressivi da quelli regressivi di ogni filosofia e ideologia.

[II] In Grecia, quando la società era dominata dagli aristocratici, la filosofia tendeva a privilegiare la fissità dell'essere; quando invece la società era caratterizzata dalla contestazione dei ceti mercantili e artigianali, la filosofia tendeva a privilegiare il movimento dell'essere, cioè il suo rapporto col non-essere.

A volte la filosofia aristocratica, spinta dalla contestazione democratica, è arrivata ad ammettere l'unità degli opposti, ma senza mai accettare il superamento di una "fase" dello sviluppo sociale per opera di un'altra "fase". La legge della perenne trasformazione delle cose non può essere condivisa sino in fondo dall'aristocrazia, poiché essa implica l'evoluzione della realtà verso un fine superiore, qualitativamente progressivo.

Quei pochi filosofi conservatori che sono arrivati ad ammettere la perenne trasformazione delle cose, l'hanno fatto per avvalorare la tesi qualunquista della "vanità delle cose" (relativismo dei valori, opportunismo della politica ecc.). In ogni caso hanno rifiutato di applicare quella legge al loro presente. La dialettica, ammessa in sede teorica, s'è scontrata, sul piano pratico, con gli interessi di classe.

Questo sta a significare che esiste, a livello intellettuale, un processo che spinge gli uomini verso la verità, ma che tale processo, se non è sostenuto da una prassi adeguata, rischia di bloccarsi e addirittura di capovolgersi nel suo contrario, cioé di servirsi della falsità per impedire che il processo della verità giunga alle sue logiche conclusioni.

[III] Religione e filosofia, nell'ambito della proprietà privata, vanno considerate come due forme di alienazione, anche se, per loro mezzo, l'uomo ha progressivamente maturato una migliore consapevolezza della verità delle cose.

Si potrebbe in un certo senso dire che la filosofia non è che una forma laicizzata della religione. La filosofia non emerge quando la religione è molto sofisticata, ma quando una religione molto sofisticata risulta incompatibile con la prassi sociale. E' l'incoerenza di teoria religiosa e prassi sociale che porta l'uomo a ridurre le pretese della religione e a creare una riflessione che sia più coerente con la prassi. Da questa innovazione, naturalmente, trae beneficio la stessa prassi, che tende a evolvere in maniera più laica. Nella misura in cui la filosofia ha cercato di superare i limiti di una religione invivibile, si può con certezza dire che la filosofia ha svolto un ruolo progressivo.

Questo non significa che a una filosofia sofisticata ma decadente, non possa succedere un nuova religione, all'inizio meno sofisticata ma certamente più dinamica e progressiva. Quando ciò però avviene, il problema fondamentale dei rapporti antagonistici basati sulla proprietà privata resta irrisolto. Infatti, l'unico modo di risolverlo è quello di superare le modalità della religione e della filosofia in virtù della politica rivoluzionaria.

Tutte le religioni, tutte le filosofie e tutte le politiche sono destinate a scomparire con la ricomposizione dell'unità sociale dell'uomo, conseguente alla fine della proprietà privata. Che cosa resterà? La scienza, per la vita quotidiana, e la coscienza, per la riflessione su questa vita.


La storia della filosofia vera e propria andrebbe studiata da Platone a Hegel, saltando la parte medievale, poiché qui la filosofia si trasforma in teologia, nel senso che la riflessione non è più direttamente sull'uomo ma su dio, ovvero sull'uomo passando attraverso dio. Certo, tra l'essere della metafisica e il Dio della teologia non vi è molta differenza: la principale forse sta nella tradizione, di cui i teologi devono tener conto, facendo essi parte di una struttura ecclesiastica determinata. Tuttavia, proprio perché il concetto di dio ha sempre rimandato ad un'esperienza religiosa particolare, è giusto che la trattazione del concetto di essere venga tenuta separata, non foss'altro che per distinguere il piano della ragione da quello della fede. L'oggetto della filosofia può apparire astratto non meno di quello della teologia, ma resta comunque un'astrazione nei cui confronti si è liberi di pensarla diversamente.

Se il credente si serve della propria fede secondo ragione, cioè se considera la propria religione entro i limiti della ragione, ciò è affar suo, è questione della sua coscienza, ma egli non può pretendere che il non-credente sia indotto a considerare la fede o la religiosità come un'esperienza della ragione. Ecco perché filosofia e teologia andrebbero trattate separatamente, anche nel caso in cui fossero considerate come fenomeni sovrastrutturali di una determinata società. In fondo né Platone né Hegel hanno mai pensato di confondere i due concetti di essere e di Dio.

Con questo naturalmente non si vuole affermare che la teologia medievale non costituì un progresso rispetto alla filosofia individualistica, aristocratica e decadente del mondo greco-romano; si vuole semplicemente sostenere che gran parte della speculazione medievale non ha nulla a che vedere con la filosofia e andrebbe trattata come un argomento di teologia. Sarebbe interessante, sotto questo aspetto, verificare in che modo la teologia occidentale si è progressivamente separata da quella ortodossa dell'Europa orientale, in che modo si è rapportata alle teologie ebraico-islamiche e indo-buddiste, e in che modo si è scissa al suo interno nelle due correnti del cattolicesimo e del protestantesimo.

Il filosofo può accettare la teologia (e diventare così un filosofo religioso) solo se l'argomento religioso è una parte secondaria e opinabile del proprio sistema filosofico. Non dobbiamo infatti dimenticare che nell'ambito della teologia vi sono definizioni dogmatiche che nessun teologo (che voglia continuare a fare della teologia) potrebbe mai mettere in discussione. La teologia è sempre stata strettamente legata a un'esperienza pratica della religione - ciò che la filosofia ha sperimentato solo a livelli molto marginali.

Un teologo che ridiscute il dogma non ha scelta: o diventa filosofo o cambia confessione religiosa. E' stata comunque una caratteristica del protestantesimo quella di permettere a un filosofo di parlare come se fosse un teologo. D'altra parte questa confusione si verifica anche nelle teo-filosofie indo-buddiste.

Dunque se la filosofia accettasse gli argomenti religiosi come fondamentali, essa diventerebbe eteronoma, indimostrabile nei suoi enunciati. Di tutta la teologia medievale andrebbero ritenuti solo quegli aspetti che più da vicino possono riguardare la riflessione filosofica in senso stretto, che è orientata verso la laicità.

Dopo Hegel comunque si ha non più una "storia della filosofia", cioè una storia del tentativo di superare la teologia medievale, bensì una storia della "crisi" della filosofia, cioè una storia dell'impossibilità di superare quella teologia restando entro i limiti della filosofia.

Già nel momento in cui si formò la Sinistra hegeliana vennero poste le basi di un possibile tentativo di superamento della filosofia, il quale poi cercherà di realizzarsi, invano, nel marxismo. Il marxismo (sulla base dell'esperienza del "socialismo reale") è fallito proprio perché ancora troppo filosofico, cioè troppo ideologico. Sono gli uomini al servizio delle idee o le idee al servizio degli uomini?

Il problema più acuto della filosofia è che non ha un oggetto specifico sul quale misurare la propria credibilità. La filosofia borghese è astratta perché guarda le cose in maniera generica, dando definizioni che vogliono essere "di principio", ma che in realtà, al momento di applicarle, possono dare risultati quanto mai contraddittori. Ad es. se l'Europa avesse applicato i principi di Hume invece che quelli dell'idealismo, Nietzsche sarebbe nato molto tempo prima di Hegel.

La filosofia borghese ha questo di peculiare: quando è astratta (metafisica) pretende di risolvere ogni problema umano; quando è concreta (cioè legata a un oggetto particolare) è cinica e priva di valori.

Ecco perché bisogna costringere la filosofia borghese a misurarsi su di un terreno concreto (ad es. l'economia, la politica, la storia...): solo così è possibile scorgere le sue interne contraddizioni. Se invece la si lascia (cullare) nelle sue astrattezze, nei suoi voli pindarici, diventa più difficile smascherarla, poiché essa, con l'astuzia che si ritrova, è capace di dire una cosa e il suo contrario, oppure di dire una cosa e farne un'altra, lasciando aperte diverse possibilità interpretative e applicative dei suoi enunciati.

L'unico rilievo critico che le si può fare (se non si riesce a fare altro) è appunto quello di essere astratta, slegata da un contesto preciso, circostanziato: il che però può anche essere considerato il suo punto di forza, se l'alternativa all'astrazione è di scarsa consistenza. Questo perché la mancanza di riscontri concreti può facilitare gli atteggiamenti opportunistici, calcolatori, cioè la capacità di modificare le opinioni a seconda della convenienza borghese.

Nello studio della filosofia, per comprendere veramente le sue radici di classe, occorre quindi privilegiare i settori applicativi delle sue teorie (come ad es. la politica, la scienza, l'etica, l'estetica, la religione, il linguaggio...). Dalla filosofia applicata si può poi risalire, agevolmente, alla filosofia astratta, teoretica -sempre che questo sia indispensabile.

Oggi invece si parte dalla filosofia astratta e solo raramente ci si preoccupa di affrontare gli aspetti applicativi della stessa. Di Kant, per es., si studiano abbondantemente le tre Critiche, ma la Metafisica dei costumi, Per la pace perpetua, il Trattato di pedagogia, le sue concezioni gius-politiche e antropologiche, per non parlare di quelle scientifiche, vengono scarsamente prese in considerazione. Eppure, partendo da queste, si potrebbe facilmente risalire alle Critiche, e là dove non fosse possibile, si potrebbe azzardare che forse il danno non è così grande.

Naturalmente non si deve mai aver la pretesa di dire che una scienza non astratta (come ad es. l'economia o la politica), può sempre dimostrare di avere, a differenza della filosofia, dei concetti "chiari e distinti". L'astrattezza di una scienza è insita proprio nel fatto che viene trattata in maniera borghese.

L'ambiguità di un concetto (si pensi ad es. a quello di democrazia o di libertà) è presente in qualunque scienza, persino in quelle naturali. Quanto più l'ambiguità si fa ristretta, tanto meno il concetto ha un valore universale. La capacità di un concetto di mobilitare le masse è tanto più grande quanto più grande è la sua ambiguità. Naturalmente le masse non si muovono solo perché esistono concetti di tal genere!

E tuttavia, nell'ambito delle scienze concrete, applicate, si può verificare meglio il tipo di realizzazione pratica del concetto. In tal caso, per comprendere un determinato concetto, gli uomini non hanno a disposizione solo altri concetti, ma l'esperienza concreta, che possono verificare personalmente.

Ecco perché la filosofia teoretica, metafisica, oggi non ha più ragione d'esistere. Anche quando si fanno delle osservazioni etiche di carattere generale, bisogna sempre riferirsi a qualcosa di determinato sul piano spazio-temporale. Altrimenti i discorsi astratti, fumosi, servono solo al sistema per riprodursi senza modificarsi. La metafisica può insinuarsi, in qualunque momento, anche nelle scienze più concrete. E vi riesce tutte le volte che si perde il contatto con la realtà.


FILOSOFIA DELLA FISICA

La famosa tesi della fisica dinamica, secondo cui "ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria", potrebbe essere interpretata, filosoficamente, nel senso che "nulla può essere affidato al caso", oppure che "di ogni cosa bisogna trovare una ragione".

Ma potrebbe anche essere interpretata in senso più etico, in riferimento p.es. al fatto che "oltre certi limiti non si può andare", oppure che "la giustizia, in ultima istanza, deve sempre farsi valere".

Se le azioni dell'uomo (o gli eventi quotidiani) possono essere affidati al caso, la vita non ha senso, poiché il caso è cieco e volubile. Ogni cosa diventa lecita.

Il caso o la coincidenza fortuita vanno considerati come aspetti marginali della vita dell'uomo, cioè come aspetti che, anche quando si presentano, non possono mai condizionare in modo determinante l'evolversi degli avvenimenti.

Il caso sta lì per insegnarci o l'umiltà (quando la coincidenza è negativa) oppure l'astuzia (quando la coincidenza è positiva). Ne parla il Machiavelli nel Principe. Un governo che educa i propri cittadini a credere nella fortuna non è un governo serio. Non si possono risolvere i problemi dell'inquinamento dei mari sperando in stagioni climatiche favorevoli...

La fortuna andrebbe considerata come una possibilità remota, come un'opportunità da sfruttare se, "per caso", capita. Non si può far leva sulla fortuna per realizzare un determinato progetto.

I cattolici, poi, sono addirittura convinti che, grazie alla "divina provvidenza", tutte le cose si sistemano da sole, tutti i problemi, presto o tardi, giungeranno a soluzione. Questo è un modo per restare "infantili", per non assumersi delle responsabilità e per lasciare che al governo ci vadano gli uomini peggiori.

Noi invece dobbiamo abituarci all'idea di credere che nulla di quanto oggi facciamo potrà domani non avere una qualche conseguenza (o meglio: una conseguenza "proporzionata"). E questo a livello locale, nazionale e internazionale. Spesso infatti non ci rendiamo conto delle conseguenze mondiali delle nostre azioni soltanto perché non siamo abituati a vedere più in là del nostro naso.

Bibliografia

IDEE PER UN MANUALE DI STORIA DELLA FILOSOFIA (O DI SCIENZE UMANE)


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria - Etica Filosofia e Politica

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