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INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA GRECA - 1

Ellenismo (I-II) - Quadro storico 1 - Quadro storico 2 - Quadro storico 3 - Considerazioni

Per comprendere la situazione politica e sociale della Grecia del VI sec. a.C., occorre analizzare le tappe attraverso le quali si è formata questa civiltà.

Prima dell'arrivo delle popolazioni indoeuropee, che la colonizzeranno a partire dal 2000 a.C., la Grecia è divisa in una zona continentale, più arretrata, e in una zona costiera e di isole, relativamente più progredita. I primi nomadi che vi giunsero si divisero presto in due gruppi: uno si insediò nel nord e si dedicò alla pastorizia, mentre l'altro si stabilì al sud e sviluppò l'agricoltura. Proprio questo secondo gruppo diede luogo, fondendosi con gli Egei e assorbendo influssi cretesi, alla civiltà micenea, la prima testimonianza storica di una grande civiltà in Grecia.

La struttura politica dei Micenei era basata sull'appartenenza al clan e non al territorio, caratteristica questa che permarrà a lungo nella cultura greca e che si riscontrerà anche nella polis.

Ben presto i Micenei divennero abili imprenditori e mercanti il cui successo era legato alla grande produzione di bronzo (avevano monopolizzato il controllo del rame di Cipro e dello stagno del Caucaso).

Con la crisi generale legata al decadere dell'impiego del bronzo, ai Micenei subentrarono i Dori, i quali padroneggiavano le armi di ferro e si insediarono nel nord ellenico.

I Micenei, a differenza degli imperi orientali antichi, avevano creato un modello civile che dava più spazio e importanza al singolo individuo, anche perché i problemi organizzativi che dovettero affrontare erano più semplici di quelli incontrati dai paesi orientali molto più densamente popolati dei primi. Essi diffusero la struttura detta mègaron (casa con tetto a due spioventi) che anticipa la struttura del tempio greco classico.

I Dori, di carattere tenace e votato ad una rigida disciplina, costrinsero le popolazioni ioniche, dalla mentalità più libera e attenta alle esigenze del singolo, ad emigrare verso le coste dell'Asia Minore, portando con loro la cultura micenea e le sue tradizioni. Qui essi fonderanno numerose città che si arricchiranno grazie ai commerci con i vicini paesi orientali.

Durante questo periodo, definito medioevo ellenico, viene adottato dai greci l'alfabeto dei Fenici, fatto di sole consonanti, al quale essi aggiungono le vocali. L'organizzazione sociale è basata sui clan e, successivamente, su tribù più ampie rette da capi molto potenti: a favorire un'organizzazione sociale così frammentaria contribuì molto l'eccessivo frazionamento del territorio. L'attività più diffusa era quella agricola, mentre si registra un abbandono dell'artigianato e del commercio.

Nell'VIII sec. a.C. si affermano le repubbliche aristocratiche, guidate da grandi famiglie nobili che si erano arricchite grazie ai possedimenti fondiari e alle guerre: queste si riunirono ben presto a formare una casta chiusa che si impadronì del potere per esercitarlo ai danni delle classi più povere, costrette a subire gravi ingiustizie sociali.

In questo contesto nasce la polis (prima nelle colonie dell'Asia Minore poi nella penisola): con questo termine si intende la città-stato, ovvero una piccola comunità statale che abbraccia città e contado e il cui elemento essenziale non è il territorio, ma la comunità dei cittadini. Si ritiene che vi sia stata una certa continuità tra la polis e la precedente struttura tribale.

Tra il 750 e il 550 a.C. assistiamo ad una seconda migrazione, dovuta questa volta essenzialmente a motivi economici: il territorio greco si rivelò infatti povero di materie prime e di nutrimenti, per cui era facile il sovrappopolamento e quindi si rendeva necessario emigrare e fondare colonie in zone più fertili.

A questi motivi va aggiunta l'incapacità politica dello Stato gentilizio di trovare soluzione ai conflitti sociali fra ricchi e poveri. I governi erano estranei ai primi viaggi di colonizzazione, per cui questi risultarono spesso male organizzati. Da parte di chi partiva, una volta giunti sul luogo in cui sarebbe nata la nuova polis, cessavano tutte le distinzioni basate sulla vecchia nobiltà e si costruiva una società in cui l'unico criterio di distinzione era il valore personale. Visto il successo di queste spedizioni, in un secondo tempo anche i governi presero parte all'organizzazione dei viaggi. Molte delle nuove colonie da agricole si trasformarono presto in centri di traffico, basti pensare a Mileto che divenne un punto di partenza per le migrazioni verso il Mar Nero. Verso la fine del VI sec. questa espansione fu bloccata a occidente dagli etruschi e a oriente dai persiani.

Conseguenze sociali della colonizzazione

Questa espansione del mondo greco provocò l'afflusso di molte ricchezze che contribuirono alla nascita di una classe media economicamente indipendente, che ben presto si trovò in lotta con gli aristocratici. L'economia ellenica divenne mercantile e manifatturiera, grazie anche alla diffusione della moneta, introdotta per la prima volta dagli Ioni dell'Asia Minore nel VII sec a.C.. A differenza dei Persiani, che tesaurizzavano le ricchezze, i Greci investivano il denaro per creare nuova ricchezza. I centri più produttivi erano situati nelle colonie dell'Asia Minore (Mileto per i tappeti, Mègara per i tessuti, Samo per la metallurgia), le città si ampliarono e si sviluppò l'arte nautica. Gli aristocratici solo in alcuni casi scelsero di entrare in affari, ritenendo più degne del loro ceto sociale la pirateria, la difesa militare delle polis e lo sfruttamento dell'altrui attività.

Le classi sociali emergenti tolsero ben presto però il monopolio della difesa militare della polis agli aristocratici, introducendo l'arruolamento dei cittadini. Il nuovo esercito (falange) poggiava sulla fanteria e sulla sua forza d'urto, anziché sul vecchio duello cavalleresco. Era ormai inevitabile che il ceto emerso da questi cambiamenti ambisse a ricoprire ruoli più importanti nella gestione della polis.

L'esistenza di una borghesia ricca accanto all'aristocrazia non aveva eliminato il problema di una classe di poveri sfruttati (contadini), ma anzi, sfruttando proprio questo malcontento, la borghesia si alleò con il popolo per insidiare i privilegi della nobiltà. Il valore su cui si basava il nuovo ceto sociale era il denaro (censo) e proprio su questo esso voleva fondare un'organizzazione comunitaria (timocrazia). Il primo passo in questa direzione fu costituito da un'intensa attività legislativa, che non riuscì però ad eliminare le profonde disuguaglianze sociali. Ben presto la crisi fra latifondisti e piccoli proprietari da una parte e borghesia e popolo dall'altra riesplose, rendendo necessario l'intervento di principi assoluti (tiranni).

Nonostante il giudizio negativo dei greci dell'età classica, questa fu una fase storica nella quale fu garantito il rispetto di certe regole e in cui molti poveri poterono migliorare la loro situazione economica: i tiranni infatti erano nemici dell'aristocrazia e in molti casi alleati del popolo, anche se finivano per perseguire pur sempre un interesse privato. Certo è che questa fase storica contribuì a rafforzare le istituzioni statali, tanto che rappresentò il ponte verso la successiva fase democratica di molte polis (Sparta, che non visse questa fase, rimase ancorata ad una struttura oligarchica conservatrice, mentre ad Atene si realizzarono strutture democratiche).

Il panellenismo e la religione greca

Come abbiamo già avuto occasione di notare, nel popolo greco non si era formata un'unità politica, ma solo la coscienza di appartenere ad un unico gruppo etnico e linguistico. A differenza degli orientali, dei quali pure hanno subito l'influsso, i greci hanno un carattere particolarista che favorisce l'inventiva personale e non ama l'accentramento del potere nelle mani di pochi. Altro elemento unificante è la religione, di cui il mito costituisce il filo conduttore; bisogna inoltre notare che manca una casta sacerdotale che detiene il potere attraverso l'elaborazione di dogmi di fede, per cui l'autorità del mito viene affidata ai poeti.

Per i greci il mito era religione, poesia e filosofia, ovvero un modo di pensare i problemi dell'esistenza attraverso immagini simboliche: è questo un elemento che va tenuto presente per capire la nascita della riflessione filosofica in questo contesto.

A costituire una coscienza religiosa comune contribuì la partecipazione ai giochi sacri panellenici.

Il tipo di religione diffuso fra gli aristocratici non soddisfaceva però le esigenze del popolo, per cui presto ci fu un'apertura agli influssi religiosi orientali: si diffusero così le pratiche misteriche che prospettavano la sopravvivenza dell'anima nell'aldilà e una sua redenzione (problema questo poco sentito dalla religione olimpica, protesa all'esaltazione del corpo e dei valori terreni e che quindi era lontana dai problemi dei poveri). Molto successo ebbe allora il culto di Dioniso, al quale si opponeva la versione spirituale dell'orfismo: è in quest'ultima che troviamo, per la prima volta in Grecia, il concetto di caduta e una serie di dogmi. Sarà l'orfismo a sopravvivere al crollo delle tirannidi, proprio perché più aperto alle esigenze di diverse classi sociali, dal momento che non distingueva fra ricchi e poveri.

La religione in Grecia conosce diverse fasi di sviluppo, ma è difficile stabilire esattamente le sue radici storiche in quanto non si hanno molti elementi a disposizione: non è possibile, per esempio, sapere quanto abbiano influito culti di origine indoeuropea e quanto la cultura cretese-micenea.

Solo a partire dal X sec. a.C. sino alla vittoria del cristianesimo (IV) sec. disponiamo di documenti esaurienti. Emergono nei primi secoli presenze di totemismo, culti attinenti alle arti e ai mestieri e forme di magia malefica e curativa. Vi erano poi rituali per soli uomini o per sole donne (forse ai giochi olimpici le donne non erano ammesse).

Tranne una breve parentesi, la sepoltura dei morti (inumazione) è sempre stata praticata, anzi il destino delle anime dei morti era legato più alla corretta esecuzione della sepoltura che alla condotta in vita da parte del defunto (come testimoniano i poemi di Omero).

Tutti questi elementi sono tipici della fase tribale, mentre con la formazione e l'ascesa al potere delle famiglie aristocratiche, si diffuse il culto degli eroi (evoluzione della più antica forma della venerazione degli antenati, per cui ora anziché adorare ciascuno il proprio eroe, alcuni eroi popolari, spesso guerrieri, vengono imposti alla massa). Oltre a questi continuavano a essere diffusi culti locali agrari, specialmente tra le masse popolari.

La fase successiva vede la diffusione del culto degli dei protettori della polis; si tratta di un culto ufficiale statale e obbligatorio per tutti i cittadini, i quali sotto questo aspetto erano quindi privati di ogni libertà, basti pensare al caso di Socrate che fu condannato perché si rifiutava di adorare questi dèi (dèi protettori che possiamo considerare a ragione gli antenati dei nostri santi protettori). Accanto agli dèi locali vi erano anche quelli panellenici, venerati in tutta la Grecia e facenti parte del pantheon (in genere si ricorreva alla protezione dei primi nelle guerre fra polis e ai secondi quando si combatteva contro altre nazioni).

Il culto degli dèi locali era il riflesso delle vecchie divisioni politiche all'interno della Grecia, mentre la tendenza all'unificazione fra gli dèi appartenenti al pantheon e i culti locali rispecchia l'accentramento economico e culturale dell'epoca delle polis.

E' interessante notare l'uso politico che venne fatto, in diverse circostanze, di questi culti: valga per tutti l'esempio dei tiranni che appoggiarono il culto agrario di Dioniso, caro alle masse popolari, nella lotta contro l'aristocrazia che tentava invece di imporre il culto degli eroi.

Occorre accennare anche all'esistenza di alcuni dèi che incarnavano singoli concetti astratti (Plutone = abbondanza). Per quanto riguarda poi la credenza nel destino non si tratta di una credenza popolare, ma di una speculazione filosofico-mitologica dell'aristocrazia nella fase di disgregazione delle antiche usanze dell'ordinamento tribale.

Mitologia

Accanto ai miti che sono personificazioni di elementi naturali, fenomeni della natura, troviamo le cosmogonie (Esiodo), dalle quali è però assente il motivo della creazione divina, mentre vi si trova invece una concezione ciclica del tempo. Così pure non troviamo nemmeno un mito sull'origine dell'uomo. Altri miti conosciuti sono quelli culturali, personificazioni del genio umano, di fondatori di città o legislatori: in questo modo, essendo sempre questi personaggi degli aristocratici, l'aristocrazia circondava di un'aureola di sacralità i propri privilegi.

Altri miti su eroi culturali furono quelli che elevarono artisti e poeti (Omero), leggende che esaltavano una professione e la volevano legare ad una famiglia in particolare. Occorre notare che la mitologia greca aveva dei caratteri particolari che la distinguevano dalle altre allora diffuse: gli dei greci infatti non erano altro se non l'idealizzazione della figura umana a cui veniva aggiunta l'immortalità. Facevano eccezione i miti importati dall'oriente.

I miti di Esiodo si rivolgevano alle classi povere per offrire loro una consolazione alle miserie in cui erano costrette a vivere, mentre quelli omerici si rivolgevano ad un pubblico aristocratico: i motivi di questa diversità vanno ricercati nella diversa estrazione sociale dei due poeti.

Il clero in Grecia non si è mai costituito come casta o ceto chiuso e questo fatto ha reso più facile la nascita di una riflessione laica sulla natura; inoltre non vi era nemmeno l'oppressione religiosa diffusa in oriente La carica di sacerdote poteva essere elettiva o ereditaria; veniva richiesta la castità, fatto questo che spingeva molti giovani sacerdoti a lasciare l'incarico appena raggiunta la maturità. Siccome i templi avevano una loro economia e possedevano terreni, i sacerdoti amministravano grosse somme di denaro, spesso prestandolo in cambio di interesse, per cui il tempio fungeva da banca e il sacerdote diveniva un usuraio.

Il culto era comunque molto frammentario, se si eccettuano alcuni culti di carattere panellenico. Risulta comunque chiaro che questi venivano utilizzati quali strumenti politici per guidare il popolo a fare certe scelte (basti pensare al potere degli oracoli, manovrati da sacerdoti molto abili in politica e in grado quindi di suggerire mosse politiche finalizzate al conseguimento di fini personali).

Orfici e pitagorici

Un discorso a parte meritano questi culti, apparsi nel VI sec. a.C., che influenzeranno molto la nascente filosofia. Di tipo settario, l'Orfismo risente di influssi filosofico-religiosi di tipo orientale e possiede propri libri sacri in cui si parla di un dio morto e risorto; inoltre offre anche, per la prima volta, un mito sull'origine dell'uomo (sarebbe nato dalla cenere dei titani, bruciati da Giove perché avevano ucciso Zagreo-Dioniso il quale, tra l'altro, risorgerà). L'orfismo divenne la religione dei pitagorici, i quali non erano semplicemente una setta religiosa, ma anche il partito politico dell'aristocrazia e una scuola filosofica. Caratteristiche dell'orfismo furono la dottrina della trasmigrazione delle anime, la venerazione del sole e del fuoco, una visione magica dei numeri.

Un elemento fondamentale, per il futuro sviluppo delle religioni salvifiche, è la diffusione dei misteri eleusini: questi, da culti agrari locali, si trasformarono ben presto in culti molto diffusi, grazie alla loro offerta di una speranza di felicità per la vita nell'aldilà che non si poteva trovare negli altri culti greci. E' probabile quindi che la loro diffusione (VI sec. a.C.), in un'epoca in cui il malessere dei ceti più poveri andava aumentando, sia dovuta al desiderio dell'aristocrazia di distrarre l'attenzione di quella classe sociale dai problemi terreni.

Una cosa analoga era accaduta per Dioniso, culto agrario locale ripreso dagli orfici che lo identificarono con Zagreo e lo considerarono un salvatore.

In Grecia non attecchirono il misticismo orientale e l'abitudine di divinizzare il re, tranne durante l'ellenismo, fase di generale crisi dei valori in cui elementi stranieri penetrarono con maggior facilità.

L'influsso della religione sulla filosofia risulta evidente in Talete, dove l'idea di un'origine del mondo dall'acqua richiama il mito di Oceano, padre di tutto ciò che esiste; Socrate e Platone, per esporre meglio il loro pensiero, fecero ricorso spesso al mito; il neoplatonismo è chiaramente un sistema religioso-filosofico.

Al tempo stesso in Grecia troviamo una concezione atea della vita che non ha eguali nel mondo di allora, basti pensare all'ironia di Omero sugli dei (Platone, nel suo stato ideale, voleva proibirne la lettura per l'immoralità) e alle critiche e ai dubbi degli autori delle tragedie (Euripide, basandosi sull'esistenza dell'ingiustizia sulla terra, giunse a negarne l'esistenza). Ma soprattutto la filosofia si fece portatrice di un razionalismo antireligioso che trovava nella "materia in movimento" la spiegazione di ogni cosa. Per il suo ateismo Anassagora fu cacciato da Atene e le sue opere bruciate.

La nascita della filosofia

Nel contesto della cultura greca il significato del termine filosofia oscilla tra due poli estremi: da un lato esso indica la cultura in generale e l'educazione; dall'altro indica una determinata disciplina scientifica che ha per oggetto i princìpi primi, le strutture generali dell'essere e dio.

Una tesi molto diffusa vuole che l'origine della filosofia in Grecia sia dovuta ad un preponderante influsso orientale. Contro questa spiegazione si schiera Zeller, il quale mostra come, alla luce dei documenti in nostro possesso, tale tesi non sia sostenibile. Troppe sono infatti le differenze fra il pensiero orientale e quello greco, per cui risulta abbastanza chiaro che la filosofia in Grecia è da considerarsi un fenomeno indigeno.

Presso gli orientali non troviamo per esempio nessuna spiegazione naturalistica delle cose, ma solo miti e cosmogonie; inoltre, mentre presso gli orientali il sapere era monopolio della casta sacerdotale, in Grecia esso è libero perché, come abbiamo detto sopra, non esiste nulla di simile ad una gerarchia sacerdotale ( i cristiani dovranno infatti prendere l'impero romano come modello della loro struttura gerarchica). Se influsso vi è stato quindi, questo non può dirsi determinante.

Detto questo, Zeller individua i fattori che possono aver stimolato la nascita della filosofia in una serie di elementi tipici della società greca di quell'epoca: la posizione geografica di ponte fra Europa e Asia; lo spirito amante del bello e del sapere; una religione che non pone ostacoli allo sviluppo della riflessione, ma anzi la favorisce; una struttura politica che garantisce un certo margine di libertà ai cittadini; un commercio in costante sviluppo e che richiedeva lo sviluppo di una riflessione che potesse essergli utile; un primo tentativo di spiegare i fenomeni secondo una visione naturalistica presente nei miti di Omero e di Esiodo.

Nel VI sec. a.C. la contrapposizione fra mito e logos, dove il primo è suffragato dalla tradizione mentre il secondo da operazioni logiche della mente, costringerà il primo ai soli ambiti della religione e della poesia.

La riflessione filosofica non coinvolse il pensiero di larghe masse di uomini, ma ebbe la sua base sociale in una minoranza progressista appartenente alla classe dominante. Furono questi intellettuali a togliere l'alone sacrale che ricopriva le cose per scoprire l'oggettività dei fenomeni.

La nuova cultura, che i primi filosofi creano, deve rispondere ad una serie di problemi nuovi, nati nelle città ioniche del VI sec. a.C.: occorre cioè ricostruire il contesto naturale e storico a misura della città. E' chiaro infatti che questi problemi difficilmente sarebbero potuti sorgere in una società agricola, quale era quella greca precedente, dove la natura consisteva nell'insieme dei fenomeni che non dipendono dall'uomo,e tutto si risolveva nel culto della divinità e nel rituale. E' proprio la città a compiere quella rottura che toglie l'uomo dal contatto con la natura e lo porta ad inventare nuovi mestieri e un modo diverso di vivere e di strutturarsi socialmente. Il filosofo allora prenderà il posto che nell'antica società tribale era occupato dal sacerdote, e cioè quello di depositario del sapere.

LA SCUOLA IONICA

Talete

Abbiamo visto come il clima economico instauratosi in seguito ai commerci avesse creato una classe dominante in grado di poter sfruttare la schiavitù e di potersi quindi affrancare dalle attività lavorative per dedicarsi ad altre occupazioni, tra cui anche la filosofia.

Una di queste persone è Talete, vissuto fra il 625 e il 546 a.C. a Mileto, un centro commerciale dell'Asia Minore nel quale erano facili i contatti con altre culture. Non si ha notizia di sue opere scritte, ma si sa che viaggiò molto ed ebbe quindi occasione di apprendere conoscenze in materia di astronomia, meteorologia e geometria (patrimonio degli egiziani e dei babilonesi), che mise in pratica quando fu in grado di prevedere un'eclissi solare. Partecipò attivamente alla vita politica di Mileto proponendo una confederazione fra le città ioniche, onde poter meglio affrontare i pericoli di un'invasione dalla Lidia.

Attivo anche nel commercio, egli sfruttò le sue conoscenze quando, prevedendo un anno favorevole per la raccolta delle olive, fece incetta di frantoi per rivenderli poi a prezzo di monopolio (come ci testimonia Aristotele).

Non fondò scuole e non fu iniziatore di alcuna corrente filosofica, ma solo di un nuovo stile di pensiero. Si tratta di un pensatore universale, come tutti i primi filosofi, che si occupa cioè di tutti i rami del sapere e non solo di alcuni come avverrà in seguito.

Talete elabora una cosmogonia nella quale l'acqua è l'elemento, o principio primo (archè), di tutte le cose; per acqua egli intende la caratteristica dell'essere umido, ma sono evidenti qui ancora gli influssi mitici delle cosmogonie allora conosciute. E' importante comunque il fatto che per la prima volta emerge il concetto secondo cui esiste qualcosa che precede il mutamento e si distingue così fra sostanza (ciò che sta alla base) e fenomeno (il verificarsi del mutamento).

In Talete troviamo anche la concezione per cui la vita è dappertutto (ilozoismo), per cui anche la materia possiede la forza.

La sua abilità consistette nell'utilizzare le conoscenze acquisite nei viaggi frequenti nel vicino oriente, affrancandole dall'uso religioso che in quei paesi ne veniva fatto.

Anassimandro

Nacque a Mileto nel 610 a.C. e morì nel 547 a.C. circa. Partecipò attivamente alla vita politica della città guidando la fondazione di una colonia. Scrisse un'opera in prosa della quale ci resta un frammento e il cui titolo fu probabilmente Sulla natura.

Per rispondere alle esigenze dei traffici marittimi e della navigazione in genere, egli elaborò, per la prima volta nella storia, una carta geografica del mondo, nella quale collocò anche notizie sui popoli che vivevano nei paesi stranieri. La sua opera fu poi proseguita dal discepolo Ecateo (550-480 a.C.), il quale cercò di mettere ordine nel vasto materiale storico e mitologico di allora, per potervi scoprire notizie sull'origine dell'uomo. A questo scopo sottopose il mito ad una critica che ne eliminava il carattere misterioso, rivelandone i fondamenti storici e introdusse una scala cronologica per misurare il tempo basata sulla successione dei re di Sparta.

Tornando ad Anassimandro, va detto che egli per primo tenta una spiegazione dell'origine dell'uomo che prescinde dall'intervento divino e si basa sulle sole forze naturali.

Il principio primo non è più l'acqua, che è un derivato, ma l'apeiron: spazialmente illimitato, esso si colloca ad un livello di astrazione maggiore rispetto all'acqua di Talete, in quanto indica qualcosa di non ben definito che potrebbe essere paragonato al concetto di materia. Per quanto riguarda l'origine delle cose, egli la fa risalire alla scissione dell'unità dei contrari, perché il mondo è un insieme di principi opposti che lottano fra loro per emergere.

Pubblicando un'opera scritta egli ha reso possibile la discussione pubblica del suo pensiero, anche se in ambienti sempre molto circoscritti, fatto questo che costituisce una novità assoluta.

Anassimene

Più giovane di Anassimandro (nasce nel 585 a.C. e muore nel 528 a.C.), scrisse un'opera intitolata, come la precedente, "Sulla natura". Si occupò di meteorologia e di astronomia, ma non aggiunse molto all'opera del suo maestro Anassimandro. Secondo alcuni anzi rappresenterebbe un passo indietro, in quanto scelse l'aria come principio primo (principio che aveva scelto osservando i fenomeni dell'evaporazione e della condensazione), anche se questa possiede piuttosto caratteristiche simili a quelle dell'apeiron di Anassimandro che a quelle dell'acqua di Talete.

Il pensiero di questi primi filosofi fu ripreso da altri nel Medioevo, ma senza alcuna novità di rilievo.

VEDI ANCHE LA SCUOLA DI MILETO E LA NASCITA DELL'ATEISMO FILOSOFICO

Giuseppe Cantarelli


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014