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INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA GRECA - 2

Ellenismo (I-II) - Quadro storico 1 - Quadro storico 2 - Quadro storico 3 - Considerazioni

Verso la fine del VI sec. a.C. lo sviluppo sociale di Mileto subì un notevole rallentamento, e così pure l'attività filosofica. Molti greci saranno spinti dalla minaccia persiana a migrare verso occidente, popolando così le coste della Magna Grecia che divenne in questo modo il nuovo teatro dello sviluppo del pensiero filosofico.

Nel 499 a.C., nella Ionia ormai controllata dai persiani, ci fu una rivolta, un tentativo di rigettare il controllo straniero attraverso l'instaurazione della democrazia, onde poter ristabilire una situazione più favorevole allo sviluppo dei traffici e dei commerci, settori che attraversavano un periodo di crisi.

Ma nel 494 i persiani si impadronirono nuovamente del controllo delle città ioniche e diedero luogo ad una dura repressione. In questo contesto va crescendo il peso politico di Atene, che si candida sempre di più come città guida di un nuovo impero (non dimentichiamo che quella che chiamiamo Grecia in quell'epoca era un insieme di città stato autonome, le quali si univano solo in caso di guerra). A premere perché Atene non si accontentasse di semplici accordi con la Persia, ma combattesse per distruggerla, fu la classe dei mercanti, borghesia imprenditoriale e mercantile, la quale vedeva nella possibile espansione l'occasione per nuovi e più ampi guadagni. Ma a guidare l'alleanza (Symmachia) che doveva far fronte alla minaccia persiana fu Sparta, caratterizzata all'epoca da un governo forte e autoritario, e non democratico come ad Atene. Solo lentamente Atene avrebbe conquistato quel ruolo di guida che ne avrebbe fatto il centro politico e culturale della Grecia.

Questi avvenimenti ci aiutano comunque a capire perché ad un certo punto il centro della riflessione filosofica non fu più nelle colonie dell'Asia Minore, ma nella Magna Grecia, dove emigrarono anche pensatori che avevano già iniziato la propria attività nelle colonie.

SENOFANE

Non è facile collocare socialmente Senofane in quanto, nato nella ionica Colofone (non lontano da Mileto) nel 565 a.C., si trasferì in Magna Grecia nel 540 (quando la Persia esercitava già un forte controllo sulle città ioniche), dove influenzò senz'altro la nascente scuola eleatica. Per questo motivo da alcuni è ritenuto iniziatore del pensiero eleatico, mentre altri lo considerano ancora un pensatore ionico. A spingere a collocarlo ancora in quest'ultimo contesto è la concretezza del suo pensiero, che non concede nulla allo spiritualismo che sarà di certe correnti successive, per cui appare effettivamente più giusto trattarlo insieme ai pensatori ionici.

Senofane visse circa cento anni, di cui molti trascorsi viaggiando, soprattutto dopo che fu costretto a lasciare Colofone per la difficile situazione che lì si era venuta a creare. Scrisse diverse poesie a carattere satirico in versi, e non in prosa come avevano fatto i filosofi precedenti, in quanto questo stile era di più facile comprensione al popolo ed egli voleva proprio raggiungere un uditorio il più vasto possibile, per combattere l'influenza che su questo ancora avevano Omero ed Esiodo.

Pur accettando le concezioni scientifiche dei filosofi precedenti, egli si occupa prevalentemente di teologia e particolarmente importante è la sua critica all'antropomorfismo religioso che i poeti avevano contribuito ad alimentare (a questo proposito egli è convinto che se i cavalli potessero immaginare un dio, lo immaginerebbero simile a loro, e così ogni altro animale).

Per Senofane non hanno senso i culti delle singole divinità nei singoli templi, in quanto è giunto il momento di concepire la divinità in modo unitario, illimitato e indifferenziato, che venga alla fine a coincidere con il cosmo della natura.

Quello che più è importante, per le sue implicazioni sociali, è che egli nega che esistano una rivelazione divina e degli intermediari che vengono scelti per riceverla, concezione che era alla base dei privilegi dell'aristocrazia e che verrà poi ripresa dalle successive correnti filosofiche.

Non la rivelazione quindi, ma la ricerca come unica via che conduce alla verità: questo è senz'altro il principale contributo del filosofo al progresso della riflessione razionale. Ma egli non si limita a criticare la religione e spinge la sua critica ai valori degli aristocratici, dicendo che la città ormai ha bisogno di saggi e non di eroi o cavalieri o atleti. Anche se la dottrina filosofica di Senofane è ancora dogmatica, essa ha il merito di aver fatto presente la necessità di elaborare una teologia più concreta e di aver messo in discussione i grandi valori della tradizione.

ALCMEONE

Alcmeone vive all'inizio del V sec. a.C. a Crotone, città nella quale si andava sviluppando la scuola pitagorica, della quale egli non mostra comunque di aver subìto influssi rilevanti. Il suo pensiero può essere considerato come appartenete alla tradizione ionica.

Egli fu medico e abile ricercatore che praticò per primo la dissezione degli animali: fu proprio grazie a ciò che egli poté fare una grande scoperta, e cioè che gli organi di senso sono connessi al cervello, per cui risultò chiaro che era il cervello ad organizzare i dati sensoriali. Questo portò a comprendere che la conoscenza non era solo una forma di sapere passivo, ma che anzi richiedeva una attività di ricerca dell'individuo e un lavoro di costruzione.

Per comprendere pienamente l'importanza di questa scoperta e le sue implicazioni filosofiche, occorre tenere presente che nel pensiero orientale e greco arcaico e ancora in Empedocle e Aristotele, erano il cuore il sangue e le vene a svolgere un ruolo centrale nei processi psicologici, e non il cervello. Queste convinzioni erano la causa di un sapere concepito come passiva contemplazione e osservazione. La ricerca invece, alla luce di questa scoperta, andava concepita come un faticoso processo di appropriazione del sapere.

Teti Domenico, Alcmeone e Pitagora, Calabria Letteraria

La nascita della medicina scientifica: IPPOCRATE

Una delle più importanti discipline che vide elaborare in modo scientifico il proprio metodo fu la medicina. Il medico laico, sin dagli inizi della sua storia, ha dovuto combattere contro sacerdoti guaritori del tempio e contro gli stregoni delle campagne. Egli era inoltre costretto a viaggiare come qualunque altro artigiano per offrire le sue prestazioni (non esiste una istituzione che lo prepara come la scuola o una struttura stabile in cui può esercitare la sua professione come l'ospedale). Solo a partire dal VI sec. a.C. lo sviluppo della città garantisce al medico una clientela stabile e concentrata.

In questa nuova situazione i medici riescono ad organizzarsi in scuole (Cos, Cnido) che gli permetteranno di creare una continuità di esperienza, stabilendo un rapporto maestro-discepolo che permetterà la trasmissione delle conoscenze acquisite. Conseguenza di questa nuova situazione sono i due trattati I luoghi dell'uomo e Il male sacro, nei quali viene messa in discussione la pratica guaritrice magico religiosa, e messa invece in evidenza la sicura guarigione offerta dalla nuova medicina, basata sull'osservazione dell'organismo e la cura attraverso medicinali sperimentati.

Il medico è il primo scienziato che tende a costituirsi in modo autonomo, staccandosi dalla filosofia e sviluppando metodi di ricerca propri. Ma la nuova medicina fu messa in crisi dalla pestilenza che colpì Atene nel 429 a.C.: in quell'occasione molti accusarono i medici di essere solo dei ciarlatani, vista la loro impotenza di fronte al male. A salvare questa disciplina dalla difficile situazione in cui si era venuta a trovare fu Ippocrate, fondatore della scuola di Cos.

Ippocrate visse fra il 460 e il 370 a.C.; non sappiamo molto della sua vita, se non che fu il massimo medico greco e che insegnò ad Atene. Nella biblioteca di Alessandria furono raccolte sotto il suo nome tutte le opere di medicina del V e IV sec. a.C. (corpus ippocraticum), una settantina di trattati che ci sono pervenuti in massima parte. Di questi trattati solo alcuni sono vicini alla scuola ippocratica ed hanno carattere di manuali pratici o di conferenze pubbliche, animati comunque sempre da spirito razionalistico.

I progressi maggiori della nuova medicina si realizzano in campo chirurgico e nell'analisi del rapporto fra organismo, regime alimentare ed ambiente. Più arretrate l'anatomia e la fisiologia, mentre sul piano terapeutico Ippocrate preferisce ricorrere alle diete alimentari piuttosto che ai farmaci.

La nuova medicina faceva riferimento a due elementi: da un lato l'esperienza (il contatto con il malato) e dall'altro il ragionamento che conduceva alla diagnosi, alla prognosi e alla terapia.

Solo da questo rapporto fra esperienza e ragione poteva svilupparsi una disciplina come quella medica. E' importante accennare alla nascita della medicina in un discorso generale sulla filosofia delle origini, in quanto proprio con essa e con la sua idea di scienza come processo storico progressivo e cumulativo, ha inizio la concezione della scienza tipica del sapere occidentale.

La medicina di Ippocrate è il frutto di una particolare situazione sociale, quella ionica delle città fiorenti e attive; situazione che si riflette anche nell'affermazione che il principale fattore patologico è il rapporto uomo-ambiente, dove non si tratta solo dell'ambiente naturale ma anche di quello sociale e politico. La democrazia, dice l'autore di Acque, arie, luoghi, è un fattore di salute mentre il dispotismo provoca debolezza e malattie.

La medicina entrerà in crisi con il crollo dell'ambiente sociale della polis ionica (fine V, metà IV sec. a.C.) e con lo sviluppo delle grandi filosofie idealistico-aristocratiche. La nascita di scuole filosofico-scientifiche, costringerà la medicina ad entrare nella loro orbita, e si avranno così da un lato la figura del professore-scienziato e dall'altro il medico pratico, il cui statuto sociale si assesterà su livelli piuttosto bassi. Va ricordata anche l'istituzione del giuramento di Ippocrate, a testimonianza della consapevolezza della responsabilità della professione medica e delle sue implicazioni morali.

QUADRO CULTURALE

Oltre alla piazza e agli artigiani che la popolano, la città greca è caratterizzata da un altro elemento, peraltro dominante: si tratta dell'acropoli, con il suo tempio, governata dalle grandi famiglie aristocratiche che detengono anche le supreme funzioni sacerdotali, l'amministrazione della giustizia e il potere politico. La ricchezza proviene loro dai grandi possedimenti terrieri e dalla loro sapienza intorno agli dèi, che trova il suo luogo principale nel santuario di Apollo a Delfi. Si tratta di quel connubio fra sapere sacro e potere politico che aveva una lunga tradizione alle spalle, connubio che è stato messo seriamente in discussione dai filosofi appartenenti al nuovo ceto sociale nato dai commerci e dall'artigianato.

Proprio per reagire a questa minaccia il sapere aristocratico-sacerdotale si rinnova, cercando di proporre una nuova forma di sapere all'altezza dei tempi, ma che lasci al tempo stesso intatti i privilegi della suddetta casta.

E' in questo contesto di reazione che nasce la filosofia come forma di sapere specifico. Abbiamo visto come la verità, per filosofi come Senofane e Alcmeone, fosse il frutto di una lunga e faticosa ricerca; così non sarà invece per Pitagora, Eraclito e Parmenide, i quali la intenderanno come il frutto di una rivelazione elargita da una divinità ad una cerchia ristretta di eletti, in grado di riceverla per le loro particolari doti. Grazie a questa rivelazione il saggio è posto al di sopra del popolo e di conseguenza questo sapere non sarà reso pubblico come quello di Anassagora e altri filosofi, ma potrà essere trasmesso solo in forma oracolare e profetica a pochi eletti (questo spiega anche l'oscurità voluta di alcuni dei principali filosofi che si ispireranno a questo modello). Il possedere questa verità rivelata, fa ritenere poi questi filosofi come degni di un destino diverso da quello dei comuni mortali.

Un altro aspetto importante che accomuna i pensatori di quest'epoca, sono i concetti di ordine (kosmos) e contemplazione (theoria) i quali hanno una chiara origine religiosa (kosmos era l'ordine della processione mentre theoria era l'atteggiamento di contemplazione dei partecipanti al rito).

E' proprio per reagire ai nuovi mutamenti sociali che pensatori come Pitagora, Parmenide ed Eraclito, elaborano un sapere atto a ristabilire l'ordine e a garantire all'aristocrazia il governo. La struttura di questo nuovo sapere è deduttiva, vale a dire che una volta posti i princìpi (rivelati o intuiti dal saggio) ne seguono conclusioni che hanno una validità indiscutibile; questo sapere possiede così le caratteristiche della necessità, dell'universalità e dell'eternità (è valido sempre e ovunque), e mostra che nella società esiste un ordine stabilito, una volta per tutte, che vuole che i saggi dominino sugli ignoranti.

In questo periodo la filosofia elabora numerose coppie concettuali, quali realtà-apparenza, essere-divenire, ragione-sensi, anima-corpo e uno-molti, la cui caratteristica comune è quella di rispecchiare l'antica contrapposizione fra positivo e negativo, bene e male: scissioni che rispecchiavano la spaccatura che si andava creando fra acropoli (aristocrazia) e piazza del mercato (demos), conosciuta anche come agorà.

La filosofia nasce quindi come via razionale per l ricerca della salvezza dell'anima e non, come era nelle intenzioni dei pensatori dell'epoca precedente, come aumento progressivo della conoscenza (ho parlato di nascita della filosofia perché si è soliti iniziare a parlare di filosofia in senso stretto solo a partire da questi pensatori, relegando in una posizione intermedia quelli che già abbiamo analizzato; posizione questa che può essere discutibile).

PITAGORA E LA SUA SCUOLA

Pitagora nacque nel 570 a.C. a Samo, nella Ionia. Nel 530 egli si trasferì a Crotone, a causa dell'ostilità del governo di Policrate, non favorevole alla grande aristocrazia terriera di cui Pitagora faceva parte. A Crotone fondò una setta le cui dottrine dovevano rimanere segrete e che divenne ben presto punto di riferimento per molti giovani, i quali veneravano Pitagora come un dio e gli attribuivano anche dei miracoli. Egli elaborò una numerologia e una cosmologia. La sua setta ben presto si impossessò del governo di Crotone per condurvi una politica anti-democratica. Nel 500 a.C. una rivolta costrinse Pitagora a fuggire nel Metaponto, dove morì. La setta continuò però a governare sino al 434 a.C., quando fu spazzata via da tutte le città in cui aveva conquistato il potere, eccetto Taranto, dove resistette ancora per un breve periodo di tempo.

La diffusione della mistica orfica, di cui i pitagorici furono portatori, trovò terreno favorevole negli insediamenti contadini dell'Italia meridionale, ridotti alla miseria dalla grande crescita dell'economia mercantile.

La setta aristocratica raccoltasi intorno a Pitagora fu una associazione religiosa in cui gli adepti erano ammessi alle rivelazioni del maestro, ma fu anche un centro di studi matematici, anche se in chiave teologica e morale più che scientifica; infine, come abbiamo visto, fu anche un importante gruppo politico che esercitò il potere a lungo nella Magna Grecia, anche se in modo anti-democratico (basti pensare che l'ultimo esponente di rilievo della scuola, Archita, fu tiranno di Taranto e ispirò anche il progetto politico-filosofico di Platone). Pitagorici furono anche Simmia e Cebete, che Platone ricorda come amici di Socrate.

Il pensiero di Pitagora

Le dottrine fondamentli dei pitagorici si riassumono nell'arco di due opposizioni, che riflettono quella fondamentale fra bene e male: anima-corpo e limite (ordine) e illimitato (disordine).

Pitagora sostenne la dottrina della metempsicosi (trasmigrazione delle anime) ma a differenza dei miti orfici, cui senz'altro aveva attinto questa concezione, in cui lo strumento di purificazione è costituito da riti magici, per Pitagora lo strumento di catarsi è la scienza praticata nella vita contemplativa ( la dottrina della trasmigrazione delle anime afferma che l'anima si reincarna in esseri peggiori o migliori a seconda della sua condotta in vita, e l'obiettivo massimo che può così raggiungere è l'unione con la divinità).

Il numero è espressione del limite, ovvero della possibilità di ordine, ed è altresì il principio fondamentale di tutte le cose. La matematica pitagorica fu scienza e mistica del numero (i numeri possedevano diversi significati simbolici). Occorre precisare che il numero per i pitagorici non è un'unità astratta che serve a misurare le grandezze spaziali e temporali, ma rappresenta le cose stesse ovvero la loro essenza

Questa numerologia si prestava a interpretazioni parziali, sempre favorevoli all'aristocrazia, come nel caso della distribuzione delle ricchezze che secondo Archita non doveva avvenire in modo aritmetico ( a ciascuno in misura eguale) ma in modo geometrico ( in proporzione al prestigio sociale). La matematica viene così ad assumere un'importanza enorme, sia dal punto di vista scientifico che teologico, tanto che ancora Platone ne sarà molto condizionato.

Un altro aspetto importante del pensiero pitagorico è la concezione ciclica del tempo, per cui al termine di un determinato periodo ogni cosa si ripeterà allo stesso modo (grande anno). Il mutamento, anche quello sociale, è solo un'illusione: in realtà tutto permane identico, secondo un ordine divino prestabilito.

I numeri sono fondamento della conoscenza, perché senza di essi non si potrebbe conoscere la verità e ogni cosa sarebbe vaga e incerta. Pitagora veniva deriso da Senofane a proposito della dottrina della trasmigrazione delle anime, perché aveva detto di aver riconosciuto dai guaiti di un cane l'anima di un suo amico reincarnata.

ERACLITO

Come abbiamo già visto, la prima metà del V sec. a.C. è caratterizzata dalla lotta contro i persiani, lotta che porta Atene ad un elevato livello politico e culturale. Da un lato l'aristocrazia va rafforzando sempre più la propria consapevolezza di classe guida, ma dall'altro anche il demos pretende una maggiore partecipazione all'attività di governo, per cui nascono spesso contrasti fra i due ceti. In ogni caso Atene non è ancora il centro culturale della Grecia, come dimostra il fatto che anche i filosofi che stiamo per trattare svolgono la loro attività nelle colonie dell'Asia Minore o in Magna Grecia; soltanto con Anassagora infatti la filosofia entrerà ad Atene.

Eraclito nacque ad Efeso da famiglia aristocratica all'incirca nel 540 a.C.; alla morte del padre rinunciò ai privilegi che gli spettavano in base alla discendenza regale. Scrisse un'opera formata da aforismi di carattere molto oscuro e di cui ci rimangono 130 frammenti.

Gli elementi fondamentali che caratterizzano il mondo in cui l'uomo è costretto a vivere sono il mutamento, il divenire e la contraddizione: è questo il messaggio che Eraclito lancia attraverso i suoi oscuri poemi, nei quali egli cerca di parlare ad una società profondamente mutata e che non sembra disposta ad ascoltarlo. La guerra è il padre del mondo, dice Eraclito, e la realtà è un perpetuo fluire e trasformarsi di tutte le cose. Lo stato di quiete che appare a volte nelle cose in realtà non è altro che un precario equilibrio fra forze opposte.

Nel pensiero di Eraclito domina dunque il conflitto fra gli opposti, ma si sostiene anche che il filosofo non deve per questo disperare ma deve invece cercare un principio che possa mettere ordine in questa situazione. Questo principio però non deve essere cercato all'esterno (una critica questa che era rivolta a Pitagora che trovava l'armonia negli astri, nei numeri e nelle relazioni musicali) ma dentro noi stessi, come affermava del resto quell'oracolo di Delfi che più tardi ispirerà anche Socrate (conosci te stesso).

Il messaggio divino che ispira l'anima del saggio è il logos, dove con questo termine egli intende sia l'ordine del mondo che la ragione che deve comprenderlo e anche il discorso oracolare che lo deve rivelare. La verità che il logos annuncia è che il conflitto fra gli opposti è solo apparente, in quanto gli opposti sono una sola e medesima cosa, in quanto al di là di essi vi è una legge immutabile che li sovrasta: gli opposti sono frammenti di un'unica realtà che permane immutabile e racchiude dentro di sè il cambiamento.

Con questo Eraclito vuole dire agli uomini del suo tempo che è inutile combattere per cambiare le cose, in quanto alla fine l'ordine resta lo stesso e il cambiamento è solo illusorio. Il saggio quindi si identifica con l'unità del logos e per questo motivo avrebbe il diritto di essere ascoltato e di dettar legge.

Eraclito ha contribuito in questo modo a sviluppare una razionalità in forma dialettica che può dar conto dei conflitti presenti nella realtà e che permette di comprendere l'identità degli opposti senza cancellarne l'inconciliabilità, appunto in quanto opposti.

Eraclito individua anche una sostanza che è presente in tutte le cose: il fuoco. Nel suo cambiamento continuo, la sostanza originaria da fuoco si trasforma in acqua e da acqua in terra per trasformarsi nuovamente prima in acqua e poi in fuoco, secondo un processo ciclico legato alla concezione ciclica del tempo diffusa fra i greci.

PARMENIDE

Parmenide nacque ad Elea, in Magna Grecia, nel 515 a.C.. Fu legislatore della sua città e durante la sua vita compì un viaggio ad Atene. Fu senz'altro influenzato dal pitagorismo, per lo meno nella fase di formazione; scrisse un'opera in esametri di cui ci restano alcuni frammenti e a cui venne dato il titolo Sulla natura.

Il pensiero di Parmenide e dei suoi seguaci rappresenta in modo emblematico la connessione fra una sapienza sacra e il dominio politico. Mentre i filosofi che lo hanno preceduto hanno parlato di numerose coppie di opposti, Parmenide riduce il conflitto a due soli elementi: la verità (essere) e la falsa opinione (apparenza). Nel poema che ha scritto egli ha voluto raccontare come sia stato prescelto per ricevere una rivelazione e come sia stato incaricato di portarla anche agli altri uomini, e il contenuto di questa rivelazione è proprio questa intuizione dell'esistenza dell'essere che solo può essere pensato, mentre il non-essere non può essere pensato e quindi non esiste.

Questa definizione di essere porta Parmenide a negare il movimento e il cambiamento, in quanto se noi dicessimo che qualcosa sarà o è già stato, diremmo che in un determinato momento quel qualcosa non era, il che è impossibile in quanto il non-essere non può essere pensato e quindi non esiste. Le difficoltà create da queste conclusioni rimarranno a lungo, almeno sino a quando Aristotele non metterà fine a questa aporia con la sua teoria dell'essere; nel frattempo però va tenuta presente l'importanza di questa intuizione, in quanto inaugura quell'indagine sul problema dell'essere che prenderà il nome di ontologia. Inoltre Parmenide inaugura una pura forma di conoscenza razionale, quella logico-deduttiva, per cui date delle premesse tutto ne deriva di conseguenza per necessità.

L'essere di Parmenide non va inteso come astratto, ma come materia piena, ed è ingenerato, incorruttibile, immutabile, immobile, uno, finito e di forma sferica. Per quanto riguarda la negazione del movimento, Parmenide si difende dalle critiche di chi gli faceva notare che tutto cambiava, dicendo che il cambiamento è il frutto della conoscenza dei sensi (doxa fallace) che ci inganna: l'unica conoscenza certa è quella del saggio e quindi bisogna affidarsi a lui per conoscere la verità, così come a lui deve essere affidato il governo della città.

ZENONE

Zenone nacque ad Elea attorno al 490 a.C. e fu il principale discepolo di Parmenide, di cui difese strenuamente le tesi dagli attacchi degli avversari. Partecipò anche ad una congiura per rovesciare il tiranno che governava Elea, ma fu scoperto ed ucciso.

Il metodo con il quale Zenone difese le tesi del suo maestro è la dimostrazione per assurdo, che assumerà poi molta importanza in matematica. Uno dei più celebri esempi di questo metodo è l'argomento di Achille e della tartaruga: secondo Zenone il veloce Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga, in quanto mentre Achille arriverà al punto da cui è partita la tartaruga, questa avrà già percorso un tratto di strada, e così succederà all'infinito, dimostrando che i sensi ingannano e che solo la ragione è in grado di cogliere la verità dei fenomeni.

Zenone in questo modo contribuì alla riflessione sui concetti di tempo, spazio e movimento, anche se le sue tesi condussero ad un atteggiamento piuttosto scettico (il suo errore fondamentale fu di non distinguere fra infinita divisibilità (potenziale) di spazio e tempo, e infinita divisione (attuale).

E' evidente che l'aporia eleatica era tale per cui il pensiero di Parmenide non poteva venire corretto, ma solo accettato o rifiutato in blocco.

L'unico tentativo di modifica che potesse aiutare ad uscire dalla contraddizione, fu quello fatto da Melisso di Samo (480 a.C.), il quale affermò che l'essere non è finito ma infinito, in modo tale che riempiendo tutto di sè non aveva più senso parlare di cambiamento o di movimento.

A parte questa modifica il pensiero della scuola eleatica rimase sempre immutato e forse per questo motivo la scuola di Parmenide si estinse abbastanza rapidamente, anche se dopo aver lasciato una profonda traccia, soprattutto nel pensiero di Platone.

ANASSAGORA

Abbiamo visto che verso la fine del VI sec. a.C. i persiani distrussero le colonie ioniche, arrestando anche il progresso della filosofia che proprio lì aveva avuto inizio. Nel 480 a.C. una coalizione greca guidata da Atene riprende il controllo sull'Egeo creando una zona di influenza cui saranno soggette le città ioniche. Atene così sostituisce Mileto nel ruolo di guida dal punto di vista economico, politico e culturale, spingendo per questo motivo molti filosofi a trasferirvisi. Il primo di questi è Anassagora di Clazomene, ritenuto colui che per primo ha portato la filosofia ad Atene, anche se nonostante questo e nonostante il contesto storico già mutato le sue radici affondano nel pensiero ionico.

L'ambiente che egli trovò era favorevole alla riflessione, in quanto l'aristocrazia si fece interprete delle esigenze provenienti dal nuovo ceto degli artigiani e dei commercianti. Anassagora fu consigliere personale di Pericle, ma anche ideologo del demos, cerniera di un equilibrio che cesserà nel 430 a.C., quando egli sarà processato per empietà a causa della concezione ateistica della sua astronomia (sosteneva che il sole era solo un metallo infuocato).

Anassagora nasce a Clazomene (in Asia Minore) nel 500 a.C., ma dal 463 al 433 a.C. vive ad Atene, da cui sarà costretto ad andarsene per le accuse di ateismo che gli furono rivolte; la morte si colloca nel 428 a.C.. Oltre ad essere consigliere di Pericle, egli fu anche maestro e tenne pubbliche lezioni (fra i suoi uditori ci furono Ippocrate e Socrate). Anche a Lampsaco, dove morì, egli fondò una scuola. Si occupò di matematica, astronomia, medicina e biologia, e compose un trattato cui venne dato poi il titolo Sulla Natura (opera che egli diffuse anche al di fuori della cerchia dei suoi uditori, tanto da essere considerata la prima opera venduta sull'agorà), di cui ci restano numerosi frammenti.

La sua cosmologia pone all'origine del mondo non un materiale indistinto, ma i semi (omeomerie) da cui poi avrebbero avuto origine tutte le cose. Questi esistono in numero illimitato e si compongono fra loro dando luogo a diversi aggregati (teoria questa che aprirà la strada all'atomismo). Piuttosto che di nascita e morte, egli preferisce parlare solo di composizione e scomposizione degli elementi. Il passaggio dal disordine originario all'ordine, avviene grazie ad un principio ordinatore che agisce dall'esterno, il Nous, una intelligenza che non genera il mondo (non dimentichiamo che nel pensiero greco dei primi secoli è assente il concetto di creazione) ma che lo forma soltanto (come farà poi anche il demiurgo platonico). E' importante precisare che per Anassagora questo nous non è un dio, ma un principio materiale la cui azione non è provvidenziale o finalistica, ma meccanica.

Anassagora riprende la concezione di Senofane per la quale il sapere è ricerca attiva, ma aggiunge anche che questa consiste in un processo che si sviluppa attraverso le fasi dell'esperienza, della memoria, del sapere e della tecnica. Il sapere poi non è fine a se stesso, ma culmina nelle applicazioni tecniche manuali (mostrando così come egli sia l'espressione di quel ceto artigianale che si andava candidando ad un ruolo di antagonista all'aristocrazia nella guida della città). Anassagora sarà perciò vittima della controffensiva aristocratica che vedrà soccombere il demos e quella cultura che da Talete in poi ne era venuta esprimendo le esigenze.

Giuseppe Cantarelli


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014