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IL CONCETTO DI INNATISMO

cervello

Chiediamoci: abbiamo delle idee innate? Di "innato" qualcosa, di sicuro, abbiamo, ma è difficile dire che siano proprio delle idee. Un'idea è sempre qualcosa di predefinito, di precostituito, di troppo elaborato, almeno per come ci è stato tramandato dalla metafisica platonica e idealistica.

Semmai sarebbe meglio dire che abbiamo la facoltà di darci delle idee, cioè di darci delle spiegazioni su ciò che viviamo, dai rapporti che ci caratterizzano agli oggetti che usiamo.

Quanto meno abbiamo dentro di noi la categoria della causalità, come diceva Schopenhauer, che a questa aveva ridotto le dodici categorie kantiane. Infatti ogni causa deve avere un effetto e viceversa. È difficile mettere in dubbio che dentro di noi vi è un certo senso logico delle cose, anche se poi lo si può usare per dimostrare cose insensate, come p.es. l'idea di dio; che è poi quanto arrivarono a fare persino filosofi illustri come p.es. Cartesio e Leibniz, lasciando così credere ai loro lettori che, nel farlo in maniera contraddittoria all'impianto razionalistico del loro pensiero, dovevano avere ragioni non esattamente logiche, bensì psicologiche o di mera opportunità politica.

Se un uomo è debole di carattere o è vittima delle circostanze e però avverte il bisogno di emergere e ha a che fare con una cultura dominante fortemente caratterizzata da una qualche religione, è facile che arrivi a credere innata l'idea di dio. L'insensatezza di questa idea non sta nelle motivazioni che la generano, che dipendono dalla debolezza umana, ma dalla pretesa di superare, proprio grazie ad essa, le stesse debolezze umane.

Da un lato si ha la pretesa di comportarsi in maniera laico-razionale, quella tipica della borghesia; dall'altra si cade nel misticismo e nella superstizione medievale. Se vogliamo, la stessa pretesa (che avevano Cartesio e Leibniz) di dimostrare in maniera logica ciò che si ritiene innato, ha una caratteristica di insensatezza. L'innatismo infatti dovrebbe essere accettato come una verità di fatto, che non ha bisogno di alcuna dimostrazione, esattamente come le due categorie di spazio e tempo, al di fuori delle quali nulla è possibile.

Se le idee fossero innate, non riusciremmo a spiegarci il motivo per cui gli esseri umani vivono con tante idee diverse, per lo più in contraddizione tra loro. Dentro di noi deve esserci qualcosa di più primordiale delle idee, qualcosa di sensibile, di emotivo, che si può percepire anche senza idee. Quest'ultime possono servire soltanto per dare alle sensazioni una certa chiarezza logica. P.es. la fame è un istinto primordiale, ma c'è modo e modo di sfamarsi. Mangiare in fretta, masticare poco, non fare differenza tra gli alimenti sono sicuramente atteggiamenti sbagliati. Ciò che caratterizza il genere umano, come tale, sono probabilmente degli istinti primordiali, paragonabili a quelli degli animali, dai quali però ci differenziamo nel modo di gestirli.

Tuttavia, il fatto stesso che esistano modi molto diversi di affrontare esigenze e bisogni, può portarci a credere che dentro di noi non vi siano soltanto istinti primordiali relativi a bisogni di tipo fisico. Il fatto d'essere così complicati nelle risposte che diamo alle nostre esigenze può anche presumere che dentro di noi vi siano bisogni anche di tipo immateriale, cioè di tipo emotivo o psicologico.

D'altra parte istinti di questo genere si vedono anche negli animali, quando p.es. si divertono a giocare, quando proteggono la prole, quando soffrono per la morte di qualcuno, ecc. Ciò fa pensare che la natura sia ambivalente, composta di aspetti materiali e, per così dire, spirituali, che non si possono separare nettamente, in quanto fanno appunto parte di un'unica natura, di un'unica sostanza, come diceva giustamente Spinoza.

Senonché dentro di noi, quando andiamo a guardare la nostra essenza spirituale, c'è qualcosa che negli animali si vede poco, essendo essi abituati, più che altro, a vivere di istinti. In noi c'è una specie di senso della giustizia, secondo cui tutte le cose devono avere un loro significato. Non riusciamo a sopportare l'idea che le cose non abbiano alcun senso. L'arbitrarietà, la casualità riusciamo ad accettarla come eccezione, non come regola di vita.

L'insensatezza delle cose, che è una forma d'illogicità o d'innaturalezza, ci dà fastidio, c'indigna, ci deprime, ci stressa, ci fa diventare cinici, in una parola non ci dà soddisfazione, non ci fa sentire noi stessi. Quando qualcuno giustifica l'insensatezza come regola di vita, pensiamo subito che sia una persona priva di valori, disposta a tutto, pur di emergere o anche soltanto di sopravvivere. Abbiamo bisogno di credere che non viviamo su questo pianeta per puro caso, o che comunque non abbiano più diritti le persone più forti, più astute, più spietate e crudeli.

Indubbiamente l'essere umano avverte il bisogno di affermare una propria identità. La differenza, tra una persona e l'altra, sta proprio nel diverso modo di concepire tale identità. Infatti c'è chi la vede come qualcosa di assolutamente individuale, da realizzarsi contro esigenze comuni; e chi invece la mette in rapporto con le ragioni della collettività.

Ognuno di noi si chiede come sentirsi a proprio agio con se stesso e nel rapporto con gli altri all'interno di un determinato contesto di spazio e tempo. Chi pensa anzitutto a se stesso e solo in secondo luogo agli altri, lo definiamo un "egoista" o un "egocentrico". Il che però non significa che le persone egocentriche non possano servirsi degli altri per affermare se stesse. Basta vedere con quanta maestria hanno saputo farlo i grandi dittatori della storia, che si presentavano come salvatori della patria o del genere umano.

Forse la cosa più innata che esiste dentro di noi è l'esigenza di sentirsi liberi, che però deve trovare nel rapporto con gli altri una soddisfazione che non vada a contraddire l'esigenza che anche gli altri hanno di sentirsi non meno liberi. È in nome di questa esigenza di libertà, che è un miscuglio di verità, giustizia, identità, causalità, spazio e tempo (e ci si potrebbe mettere dentro anche l'esigenza di amare e di essere amati, di proteggere e di essere protetti), che a volte, quando non si riesce a soddisfarla come si vorrebbe, si può essere disposti a sacrificare la propria vita. Non è forse vero che ciò che non può essere sopportato, ad un certo punto va tolto, in un modo o nell'altro?


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 01/01/2016