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INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Gottlob FregeLudwig Wittgenstein

Quando si parla di filosofia del linguaggio, il primo nome che viene in mente è quello di Wittgenstein, ma sarebbe meglio partire da Gottlob Frege (1848-1925), un logico interessato alla matematica.

Nella sua opera principale, del 1892, tradotta in Italia col titolo Senso, funzione, concetto, egli distingueva tra "senso" e "denotazione", asserendo che qualunque enunciato poteva essere considerato vero non tanto se aveva "senso", quanto se era stato descritto in maniera "logica".

Egli infatti era consapevole che una medesima parola può avere "sensi" molto diversi, persino per il parlante che la usa in momenti diversi; ecco perché sosteneva che la logica, specie quella applicata alla matematica, era molto più importante della filosofia. Un enunciato non può essere vero se non ha un senso preciso, ma per capire questo senso bisogna prima stabilire i limiti di attendibilità, cioè le condizioni della sua sensatezza.

Per poterci comprendere non dovremmo fare sforzi di tipo psicologico o intuitivo, in quanto dovrebbe essere sufficiente chiarirsi sul significato (quasi etimologico) che diamo alle nostre parole. Così diceva Frege. Una parola ha senso se prima viene definita. La comunità linguistica, per potersi qualificare come "comunità", deve prima lavorare sul "linguaggio". Il senso delle cose non è un punto di partenza, ma un lavoro teorico da condursi preventivamente, altrimenti il rischio è un continuo equivoco, una chiacchiera fine a se stessa.

La critica che subito gli si rivolse era scontata: questa teoria poteva andar bene con dei linguaggi semplici o con quelli matematici, che, per quanto complessi siano, sono veri in quanto empiricamente dimostrabili, ma non poteva funzionare con dei linguaggi complessi, evoluti, come appunto quello umano. Ciò in quanto la chiarezza di un enunciato non è detto che sia la risultante della chiarezza delle sue singole parti (cioè la loro sommatoria). Ci vuole un approccio olistico per il linguaggio umano, non semplicemente analitico.

Se io dico "questo mio libro è aperto sul divano", può certo significare, al minimo, che ho appena finito di leggerne alcune pagine e che l'ho riposto momentaneamente vicino a me, ma non do alcuna informazione significativa se non dico almeno il suo titolo o il suo autore. I migliori enunciati non sono quelli che danno certezze, ma quelli che fanno pensare (nel caso del libro, sui miei gusti o interessi intellettuali). Se infatti avessi detto: "questo libro mi sta aperto sul divano", avrei addirittura dato al libro una connotazione aggiuntiva, che nessuna analisi denotativa avrebbe saputo cogliere.

Tant'è che per enunciati così complessi sarebbe improponibile avvalersi del "principio di sostituibilità", formulato sempre da Frege, secondo cui si può, in un qualunque enunciato analitico, sostituire un'espressione con un'altra per avere lo stesso effetto denotativo.

Certo, nel linguaggio semplice, ancora una volta, questo può essere vero: se il mio cane l'ho addestrato a stare seduto con un comando particolare, basato su una determinata parola, si tratterà di riaddestrarlo ad ascoltare una nuova parola per ottenere lo stesso risultato. Ma se io, invece di dirti che sul divano di prima non stavo leggendo un giallo di James Hadley Chase, ma Guerra e pace di Tolstoj, tu di me sarai indotto a farti una rappresentazione molto particolare (magari quella di uno che durante le vacanze estive legge proprio Chase).

Ecco perché diciamo che il senso, anche quando è equivoco, anzi soprattutto quando lo è, ha un peso assolutamente imparagonabile con qualunque certezza apodittica di qualunque enunciato. E' proprio l'ambiguità del linguaggio che stimola le ipotesi interpretative più varie.

I rapporti sociali, nel vivere quotidiano, non si deteriorano quando "non ci si capisce" o quando manca la "chiarezza" nei propri enunciati. Se l'ambiguità è voluta, è ricercata, allora vuol dire che il rapporto si è già guastato e non sarà certo una presunta chiarezza intellettuale a recuperarlo. Se invece il rapporto è sano, l'ambiguità viene sempre vissuta come una forma di arricchimento, di uno stimolo alla fantasia, a mettersi in gioco. Un linguaggio assolutamente chiaro o univoco (come p.es. quello binario) diventa incredibilmente noioso, per quanto complesse siano le operazioni che con esso si possono fare.

Viceversa, per Frege il fatto che una stessa espressione linguistica possa avere, a seconda dei contesti, sensi e denotazioni diverse, è un grave difetto e, purtroppo - diceva lui - ricorrente, se non addirittura sistematico.

Anche Bertrand Russell (1872-1970) aveva notato, nel 1905, l'assurdità di poter ottenere un'espressione linguistica "logica" partendo dalla sua correttezza grammaticale. Bisognava anzi fare il contrario - diceva -, in quanto, in ultima istanza, è la grammatica che dipende dalla logica, al punto che si può persino sostenere che quanto più una descrizione è definita o univoca, tanto più è possibile ch'essa ci tragga in inganno, proprio perché tendiamo a non metterla in discussione.

E' all'interno di questa problematica che s'insinua, nel 1922, il famoso Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein (1889-1951), che lasciò sconcertati i suoi lettori quando provò ripetutamente a dimostrare che un linguaggio può essere insensato pur avendo, in apparenza, tutte le caratteristiche formali della logicità.

L'ambiguità del linguaggio, in altre parole, ci sovrasta in maniera assoluta e non possiamo farci nulla. Al massimo possiamo stabilire i confini entro cui un'espressione linguistica abbia un minimo di senso. Ma sperare che il linguaggio ci dica come le cose stanno effettivamente, è fatica sprecata. Il linguaggio non è autocosciente. Di sicuro sappiamo che è più facile comprendere il senso delle cose se, attraverso gli strumenti linguistici, sappiamo trovare le relazioni che le tengono unite.

Il senso non sta in alcun nome o oggetto in sé, anche se in apparenza esso può avere una denotazione precisa. Prendiamo p.es. la parola "dio": in sé, anche se in genere la si usa per indicare il "sovrumano", non ha alcun senso, in quanto del tutto indimostrabile, e se anche essa venisse associata ad altre parole producendo proposizioni dotate di una stringente logica interna (come in genere avviene nella teologia), ciò non significa affatto che quelle proposizioni potrebbero essere vere.

Wittgenstein infatti afferma che la verità di una proposizione dipende dalla sussistenza dello stato di cose di cui è immagine. Esiste "dio"? Solo nella mente di chi ci crede. Ecco perché la metafisica, pur dicendo cose logiche, ha un senso solo per chi, già credendo nella sua verità di fondo, non ha bisogno di alcuna vera dimostrazione. La teologia è tautologica in ogni sua singola proposizione.

Il Trattato voleva essere "logico" proprio per dimostrare l'insensatezza della logica e lo faceva con gli strumenti della filosofia, la maggior parte dei quali era però inservibile, proprio perché la filosofia occidentale è sostanzialmente una metafisica.

Questo significa che la stragrande maggioranza delle parole o delle frasi che diciamo, anche se, a rigor di logica, hanno un senso, non è detto che il loro contenuto corrisponda a verità. L'essere umano non ha il dono di poter "dimostrare" la verità di ciò che dice.

Paradossalmente un discorso del genere poteva applicarsi alla stessa scienza, soprattutto quando questa assume atteggiamenti simili a quelli dogmatici o fideistici della religione. Noi - diceva Wittgenstein - possiamo soltanto semplificare al massimo le proposizioni complesse, sperando di trovare una qualche corrispondenza delle parole alla realtà. Più importante quindi delle risposte che si danno a determinate domande, è il metodo che si usa per trovarle.

Sulla questione del "metodo" nacque il Circolo neopositivistico di Vienna. Il significato di una proposizione diventava per questi filosofi il metodo della sua verificazione. Solo che essi erano convinti che gli enunciati di tipo scientifico potessero pretendere una sensatezza assoluta, proprio in quanto dimostrabili empiricamente, in maniera incontrovertibile. Di qui l'importanza attribuita alla matematica e alle scienze esatte in generale.

Naturalmente essi ritenevano vero anche il contrario, e cioè che tutto quanto non può essere dimostrato, non ha un senso significativo. Il rischio insomma era quello di trasformare la scienza in una nuova religione. Dai loro ragionamenti emergerà comunque la formazione dei linguaggi artificiali, che tanta importanza avranno nello sviluppo della matematica e dell'informatica.

Rudolf Carnap (1891-1970) fece notare che un qualunque enunciato scientifico non può mai pretendere di essere dimostrato in maniera assoluta. Non esiste mai una dimostrazione "assoluta" di verità, neppure quando si ha la pretesa d'essere empirici. La verità esiste, ma non può essere banalizzata in una dimostrazione scientifica, altrimenti diventa dogmatica, e il tempo avrà certamente cura di dimostrarne la falsità.

La cosa curiosa è che quando il Circolo pensò d'aver trovato nel Tractatus la quadra per dimostrare la scientificità degli enunciati, Wittgenstein aveva già iniziato a fare retromarcia con le (nuove) Ricerche filosofiche sul linguaggio ordinario, quotidiano, cercando di scoprirne la sensatezza non nella sua logica intrinseca (che il più delle volte non esiste), ma nella sua pratica applicabilità. Il che, in altre parole, voleva dire che se anche una proposizione è insensata, ma ci permette di vivere in un collettivo, essa fruisce di una certa dose di verità.

Il linguaggio quindi non è vero in quanto necessario, ma in quanto utile alla contingenza. Non va sviscerato in maniera analitica, riducendolo alle sue proposizioni minime, ma va considerato come una sorta di "gioco linguistico", che, nella contingenza appunto, ha le sue proprie leggi, che sono senz'altro vere se permettono la relazione con le cose e la comprensione di questa relazione.

In tale maniera Wittgenstein rivalutava qualunque forma di linguaggio, sostenendo che la verità degli enunciati non va cercata in astratto, ma in rapporto a un contesto linguistico (vitale per il soggetto), al di fuori del quale nulla ha senso, neppure ciò che in apparenza sembra averlo. L'unica cosa che si può fare, nell'analisi dei linguaggi che si usano in contesti linguistici differenti, è vedere le loro relazioni di parentela. Si possono cioè usare espressioni linguistiche molto differenti, in contesti diversissimi, che però sul piano pratico sortiscono lo stesso effetto.

In effetti, basterebbe guardare i bambini, che sanno giocare insieme anche quando non parlano la stessa lingua e, ciononostante, sanno darsi delle regole comuni.

Wittgenstein era arrivato a capire che la complessità del linguaggio non sta nel linguaggio in sé, ma nell'uso che riusciamo a fare di questo strumento comunicativo, che nelle nostre mani diventa incredibilmente potente. E' assolutamente illusorio concepire il linguaggio come un ambito coerente e unitario, governato da principi di portata generale, che possono essere oggetto di una teoria sistematica.

Quindi, mentre nel Tractatus l'impegno era stato quello di dimostrare l'insensatezza di ciò che ci appare perfettamente logico, nelle Ricerche Filosofiche si arriva a dire esattamente il contrario, e cioè che il senso può stare anche nel non-senso o, se si preferisce, che il non-senso è "sensato" se ci aiuta a vivere e a comunicare.

La stessa filosofia, che deve indagare sulla sensatezza del linguaggio, è soltanto un'attività, poiché, se si pone come dottrina, diventa più falsa del linguaggio quotidiano. Un'essenza astratta del linguaggio quindi non esiste. Nessun individuo, da solo, può stabilire delle regole linguistiche generali, da applicare in qualunque contesto. Le regole valgono all'interno del collettivo che le usa. Al massimo possono esserci delle relazioni di parentela tra i collettivi, ma le regole vanno decise da chi le usa. Ed esse sono vere fintantoché il collettivo stesso le usa. Il che ovviamente non significa che una regola non possa essere violata; significa soltanto che la violazione, per essere vera, dev'essere accettata consapevolmente dal collettivo. E' la pratica sociale che decide la verità del linguaggio.

Come noto le Ricerche filosofiche furono pubblicate postume, suscitando un interesse non meno grande che per il Trattato. Basti pensare alla cosiddetta "teoria degli atti linguistici" di John Austin (1911-60), che, concentrandosi sull'analisi del linguaggio ordinario, aveva scoperto cose molto importanti sul piano psico-sociologico.

Fonti


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014