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IL DIRITTO A UNA MORTE NATURALE

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La sinistra marxista non ha mai affrontato adeguatamente il problema della morte. Nel timore di cadere nelle trappole idealistiche o religiose, ha preferito sostenere la tesi secondo cui l'argomento non rientrava nel materialismo storico-dialettico, anche a costo di confondere le proprie posizioni con quelle del materialismo volgare.

Eppure i classici del marxismo han sempre affermato l'infinità e l'eternità dell'universo, l'automovimento della materia. Non ci sarebbe stato motivo di escludere il genere umano da una co-partecipazione alle caratteristiche dell'universo. Nessuno obbliga la sinistra a dover fare delle concessioni alle visioni ultraterrene delle religioni solo per il fatto di voler parlare di "vita oltre la vita".

In fondo è stato proprio il marxismo a parlare di "trasformazione perenne della materia". E nel concetto di "materia" non dovremmo forse includere anche l'umano, che di essa è parte senziente e pensante? E questo non vuol forse dire che è impossibile mettere un'ipoteca su una qualunque interpretazione di ciò che ci attende dopo la nostra morte?

Posta come assodata la critica alle religioni, che trasferiscono nell'aldilà quello che secondo loro non si può assolutamente ottenere sul nostro pianeta, facendo della perfezione divina l'obiettivo storicamente irraggiungibile dall'imperfezione umana, quale analisi si può elaborare in maniera da non travalicare i confini dell'umanesimo laico?

Da un lato infatti non è più possibile limitarsi a sostenere (proprio perché questo viene fatto anche dalle religioni) che la morte è importante soltanto quando, in nome di un ideale supremo, si accetta di sacrificare volontariamente la propria vita.

Dall'altro non è possibile continuare a sostenere che la morte sia un falso problema, poiché in tal modo o si fa il gioco dei clericali, che su un argomento così limite basano tutta la loro astratta diversità, o si fa il gioco della borghesia, che, occultando la realtà della morte, induce a credere con ottimismo ingiustificato nel proprio futuro, a vivere con beata spensieratezza, al di sopra delle proprie possibilità, fidando nel fatto che scienza e tecnica saranno in grado di risolvere qualunque problema e che l'economia di mercato è in grado, sempre e comunque, di autoregolamentarsi, con tutta la "magia" di cui dispone.

Nei periodi rivoluzionari, quelli in cui la crisi del sistema è molto forte, si può anche propagandare l'idea che il proletariato, non avendo nulla da perdere, può anche rischiare la propria vita pur di migliorare le cose. Marx ne parlò nel 1848, Lenin nel 1917.

Forse ora è giunto il momento di spendere una parola in più sull'argomento della morte. Non è più sufficiente sostenere che chi si sacrifica, lo fa per aiutare i sopravvissuti a proseguire meglio sulla strada della trasformazione umana e democratica della realtà terrena. Al singolo può non apparire sufficiente annullarsi per il bene della parte migliore dell'umanità. Alla coscienza del singolo bisogna che sia chiara l'idea che l'umano è il fine dell'universo e non semplicemente una caratteristica che riguarda il nostro pianeta.

La realizzazione della dimensione umana, distinta per genere sessuale, è un compito dell'intero universo. Il nostro pianeta non è altro che un'enorme incubatrice in grado di sfornare miliardi di esseri umani, il cui compito fondamentale sarà quello di popolare l'intero universo. Cosa che già stiamo facendo adesso con le esplorazioni nello spazio cosmico, anticipando indebitamente il nostro futuro lavoro (indebitamente in quanto in questo momento lo spazio cosmico non è la nostra dimensione naturale).

A forza di spingere la conoscenza scientifica verso traguardi sempre più lontani dal comune sentire, in totale dispregio dei problemi che affliggono la nostra condizione terrena, aumenta l'impressione (ovvero si vuol far credere) che il nostro pianeta non sia più adeguato alle nostre esigenze vitali, quando invece, al momento, alternative non ve ne sono.

Noi occidentali abbiamo l'assurda pretesa di poter fare a meno, in nome dello sviluppo tecno-scientifico, della interdipendenza che lega uomo e natura, cioè siamo convinti che la nostra superiorità intellettuale ci autorizzi a considerare irrilevanti le condizioni naturali della nostra esistenza. Ci illudiamo di poter supportare la consapevolezza interiore della superiorità umana (rispetto a quella animale e naturale) grazie unicamente agli strumenti esteriori della scienza e della tecnica, quando in questo momento la sintonia tra coscienza umana e realtà universale può avvenire soltanto in una dimensione interiore. Andando avanti di questo passo finiremo col considerare inutile, obsoleto, il nostro stesso pianeta, al punto di non avere più alcuna preoccupazione per la sua salvaguardia ambientale.

E' vero, siamo come un feto nel grembo di una madre, destinato inevitabilmente a crescere, a svilupparsi e quindi sempre più desideroso di sperimentare nuove condizioni di vita. Ma i tempi vanno rispettati, le stesse condizioni per sperimentare nuove dimensioni vitali non possono essere ottenute a prescindere dal bene collettivo dell'intera umanità, il primo dei quali è quello di un'esistenza dignitosa. Il progresso non può essere deciso da un'infima minoranza che ne fa pagare i costi materiali a una maggioranza che non avrà modo di beneficiarne.

Esiste un processo storico oggettivo che porta verso obiettivi indipendenti dalla volontà umana, in quanto propriamente naturali, di cui l'uomo è essenza. Cioè l'essere umano è parte di un processo naturale oggettivo, da cui non può prescindere, in quanto è destinato ad essere quel che è. E tuttavia il percorso di questo processo non è indipendente dalla volontà umana: esso infatti può essere lineare o tortuoso, liberale o illiberale... Non è indifferente il modo in cui si raggiunge l'obiettivo dell'essere quel che si è.

E' possibile ritardare il percorso del processo storico-naturale verso l'autoconsapevolezza umana, ma non è possibile interromperlo senza pagarne le conseguenze; è possibile deviarlo, ma non per un tempo illimitato. Le rivoluzioni aiutano a recuperare il tempo perduto, a riprendere il cammino sulla giusta strada, oppure possono essere utilizzate nell'illusione di fare effettivamente questo. In ogni caso la storia andrà avanti con o senza rivoluzioni e chi non avrà rispettato le condizioni umane dell'esistenza, i valori umani universali, non verrà certo ricordato per il contributo che ha dato all'umanità di trovare l'identità di sé.

Apriamo ora una breve parentesi sul suicidio. Chi rifiuta, col suicidio, una determinazione di vita, non compie un gesto insensato (poiché ogni azione, anche la più folle, ha sempre un senso e persino delle giustificazioni), ma compie un gesto inutile. Infatti non esiste la "non-vita" quand'essa viene posta, ma solo la sua trasformazione. La vita può soltanto essere. La "non-vita", una volta posta in essere come vita, esiste solo come "malattia mortale", cioè come "disperazione".

Noi siamo destinati a esistere: dobbiamo soltanto trovare il modo migliore di farlo e questo non può essere fatto come meri individui singoli, ma solo come membri di un collettivo, proprio perché la persona è l'insieme dei rapporti sociali che vive. L'identità di un collettivo, se è vera, lo è sul piano universale. Ecco perché parliamo di valori umani universali. Chiusa la parentesi.

In astratto ci si può chiedere quale sia il modello di vita da realizzare non solo sul nostro pianeta ma anche nell'intero universo. Al momento stiamo sperimentando delle soluzioni che vanno bene soltanto a una ristretta parte dell'umanità, quella che dispone di più capitali, di più tecnologia, di più armamenti.

Col "socialismo reale" si sono anche sperimentati gli effetti nefasti di un'ideologia di stato, di una stretta identificazione tra partito e Stato, tra ideologia e politica, tra politica e amministrazione, tra società civile e Stato, in cui quest'ultimo giocava il ruolo del padre-padrone.

Sono questi i modelli che vogliamo esportare nell'universo? Al momento sappiamo con certezza che al di fuori dell'essere umano non esiste alcun dio che ci può dire quale sia o quale sarà il modello giusto. L'unico dio dell'universo è l'uomo.

Noi non sappiamo dove siano gli esseri umani che ci hanno preceduti, ma possiamo tranquillamente ipotizzare che non stanno facendo nulla contro la loro volontà. La libertà, come la verità, la giustizia, l'uguaglianza, l'amore, sono leggi dell'universo, esattamente come quella naturalistica dell'attrazione e repulsione degli opposti, o come quella dello sdoppiamento automatico dell'uno, della simmetria imperfetta ecc. Nessun essere umano, che tale voglia restare, ne può fare a meno.

Se dunque vogliamo prepararci a vivere al di fuori del nostro pianeta, dobbiamo anche avere, da subito, la consapevolezza che tutto quanto contraddice queste leggi dell'universo ci fa soltanto perdere tempo. Nessuno potrà essere costretto a fare nulla contro la propria volontà. Dunque tutto quanto contraddice questo principio va decisamente superato, e già su questa Terra.

L'uomo ha bisogno di morire in pace, non solo per aiutare i sopravvissuti a proseguire sulla strada della umanizzazione dei loro rapporti, ma anche per aiutare se stesso ad affrontare adeguatamente il destino che l'attende nell'universo.

La Terra è un pianeta ove possiamo sperimentare, in anteprima, quanto poi dovremo realizzare in tutto l'universo, che è infinito, nello spazio e nel tempo, o, se si preferisce, illimitato, stando alle conoscenze di cui disponiamo. Chi ostacola questo processo, storico e naturale, va messo in condizione di non nuocere.

LA MORTE COME LIBERAZIONE DAL DOLORE

La morte è una liberazione dal dolore, dalla fatica, da qualcosa che non si riesce più a sopportare, perché le forze sono venute meno. La medicina che cerca, in nome della vita, di prolungare le sofferenze, è come un torturatore senza pietà. Nessuno ha il diritto d'impossessarsi del corpo altrui, neppure in presenza di un consenso. Non può essere libero il consenso da parte di chi patisce indicibili sofferenze. Bisognerebbe piuttosto indurlo a credere che la fine della vita non è una tragedia, ma solo una transizione da una condizione di vita a un'altra, poiché nell'universo la morte non esiste: nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto è perennemente soggetto a continua trasformazione. Incluso l'essere umano, che è il prodotto più significativo dell'universo.

Quella scienza che ritiene la morte la fine di tutto e che fa di tutto per tenerci in vita, illudendoci di poter migliorare le nostre condizioni, ma prolungando in realtà le nostre sofferenze, andrebbe tassativamente vietata. Non si è felici nel dolore, tanto meno in quello cronico.

L'essere umano può vivere felice solo se ha la speranza di poter migliorare se stesso e le cose che lo riguardano, cioè solo se crede di poter essere d'aiuto a qualcuno. Non siamo fatti per essere felici da soli. Non è vero che "basta la salute" per essere felici. La vera salute è quella che ci fa sentire utili per gli altri, è quella che ci permette di credere che, in qualche maniera, qualcuno ha ancora bisogno di noi.

In caso contrario la morte va vista solo come una liberazione da un'impotenza, da un'incapacità non a esistere ma a esistere con gusto, con la voglia di vivere per essere d'aiuto a qualcuno; e chi usa il corpo altrui per fare esperimenti, per impratichirsi nella sua disciplina scientifica, dovrebbe essere bandìto dalla società.

Il corpo è sacro e può essere curato solo se vi sono sufficienti garanzie di guarigione, tali per cui non viene compromessa la possibilità che la vita continui ad avere un senso. Un medico senza esperienza psico-pedagogica, non vale nulla. Un medico che, in un paziente, vede solo un corpo da curare, dovrebbe cambiare mestiere. Purtroppo è raro trovare dei medici con queste caratteristiche umane, anche perché essi non s'interessano minimamente di ciò che uno ha fatto in vita o di che cosa uno pensi della vita.

Tali caratteristiche non si trovano neppure nei sacerdoti, che si accostano ai pazienti senza neppur chiedere loro se sono credenti, e che li inducono a recitare preghiere imparate da bambini, e che somministrano loro i sacramenti, approfittando della loro debolezza, e che svolgono funerali religiosi, facendo credere che il defunto fosse cattolico. Questi burocrati di dio sono non meno insopportabili di chi considera la scienza medica un totem da adorare.

* * *

“Trattano i malati, come ho detto, con grande affetto, e non trascurano nulla di quel che possa guarirli, come le medicine e le regole dietetiche; gli incurabili sono assistiti con la compagnia, con la conversazione, e procurando loro ogni sollievo. Quando la malattia non soltanto è incurabile, ma procura al paziente continui e atroci dolori, allora i sacerdoti e il magistrato, considerato che il malato è impotente a qualsiasi lavoro, molesto agli altri e gravoso a se stesso, e come sopravvissuto alla propria morte, lo esortano a non prolungare quella funesta malattia e a non esitare, dal momento che la sua vita non è che tormento, ad affrontare la morte; anzi lo invitano a liberarsi da solo, con rassegnazione, da quell’amaro carcere e da quel supplizio, oppure a consentire di sua volontà che lo liberino gli altri. Sarà saggio da parte sua interrompere con la morte non le dolcezze del vivere, ma il martirio, e farà opera pia e santa se seguirà in questo il consiglio dei sacerdoti, interpreti della volontà di Dio.
Chi si lascia persuadere mette fine da sé alla vita col digiuno, o viene soppresso senza che se ne accorga nel sonno; ma nessuno viene soppresso contro sua voglia, né diminuisce la premura nel curarlo. E’ onorevole morire accettando questa soluzione; ma coloro che si danno la morte per un motivo che né i sacerdoti né il Senato approvano non è ritenuto degno della sepoltura o della cremazione, e il suo corpo viene ignominiosamente gettato, senza sepoltura, in qualche palude”.

L’utopia o della miglior forma di repubblica di Tommaso Moro, in L’utopia, a cura di Leone Bortone, Loescher editore 1974, pagg. 58-9.

Fonti

  • F. Giovannini, La morte rossa. I marxisti e la morte, Dedalo, Bari 1984
  • P. Barcellona, L'egoismo maturo e la follia del capitale, Bollati-Boringhieri, Torino 1988
  • J. Ziegler, I vivi e la morte. Saggio sulla morte nei paesi capitalistici, Mondadori, Milano 1978
  • L. V. Thomas, Antropologia della morte, Garzanti, Milano 1977
  • R. Ricchi, La morte operaia, Guaraldi, Firenze 1974
  • S. de Beauvoir, Una morte dolcissima, Einaudi, Torino 1975
  • W. Fuchs, Le immagini della morte nella società moderna, Einaudi, Torino 1973
  • B. Metalnikov, La lotta contro la morte, Bompiani, Milano 1939
  • I. Bogomoletz, Come prolungare la vita, Bompiani, Milano 1950
  • I. Illich, Nemesi medica. L'espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977

Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 14/12/2018