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L’OCCASIONALISMO

Cartesio aveva imparato presto “che niente di così strano e poco credibile si può immaginare, che non sia stato sostenuto da qualche filosofo”. Tuttavia, probabilmente, anche lui si sarebbe stupito degli sviluppi che il suo dualismo metafisico di anima e corpo ha avuto presso certi suoi seguaci dopo la sua morte, in particolare nel decennio 1660-70.

Nella sesta meditazione, Cartesio sostiene che l’anima e il corpo sono eterogenei ma fusi in unità strettissima. L’anima, precisa Cartesio non si trova nel corpo come pilota in un battello. Se così fosse, scrive, “quando il mio corpo è ferito, non perciò sentirei dolore, io che sono soltanto una cosa pensante, ma percepirei questa ferita per mezzo del solo intelletto, come un pilota percepisce con la vista se qualcosa si rompe nel suo vascello; e quando il mio corpo ha bisogno di bere e di mangiare, conoscerei semplicemente ciò stesso, senza esserne avvertito da sensazioni confuse di fame e di sete. Perché, in effetti, tutte queste sensazioni di fame, di sete, di dolore, ecc. non sono altro che maniere confuse di pensare, che provengono e dipendono dall’unione, e come dalla mescolanza, dello spirito con il corpo”.[1]

Le sensazioni e la loro diversità dagli eventi corporei che le provocano sono la prova che l’anima e il corpo sono fusi in unità, ma restano eterogenei.

Cartesio, abbiamo già visto anche questo, indica nella ghiandola pineale il luogo del corpo in cui avverrebbe questo incontro-fusione.

La tesi cartesiana solleva subito dubbi.

Pierre Gassend, detto Gassendi (1592-1655), sacerdote, astronomo, filosofo restauratore dell’atomismo epicureo, nell’ultima delle Quinte obiezioni, scrive che la fusione in unità e l’eterogeneità di anima e corpo gli sembrano fra loro incompatibili.

Cartesio nella risposta alle sue obiezioni ribadisce la propria posizione, abbastanza sbrigativamente, e conclude: “Poiché chi vi ha insegnato che tutto quanto lo spirito concepisce dev’essere di fatto in lui? Certamente, se ciò fosse, quando concepisce la grandezza dell’universo avrebbe in sé questa grandezza, e così non solamente sarebbe esteso, ma sarebbe più grande di tutto il mondo”.[2]

Può sorprendere quel ruvido “chi vi ha insegnato?”, ma Cartesio manifesta ripetutamente, nelle lettere a Mersenne, un pesante disprezzo nei confronti di Gassendi, che, invece, ha preso in attenta considerazione il suo pensiero e gli ha mosso obiezioni su tutte le sei meditazioni metafisiche.[3]

Sulla questione, anche la principessa Elisabetta di Boemia, amica di Cartesio, gli scrive di “non poter comprendere … come l’anima (non estesa e immateriale) può muovere il corpo”. E aggiunge: “Confesso che mi sarebbe più facile concedere la materia e l’estensione all’anima, piuttosto che la capacità di muovere un corpo e di esserne mosso a un essere immateriale”.[4]

A Elisabetta Cartesio risponde, garbatamente, che lo spirito umano non “è capace di concepire chiaramente e contemporaneamente la distinzione tra anima e corpo e la loro unione”, ma, che l’esperienza vissuta accerta che il pensiero può muovere il corpo.[5]

Le certezze del maestro, però, non convincono tutti i suoi seguaci.

Non solo. Alcuni cartesiani si spingono a ritenere che lo stesso Cartesio non fosse convinto della funzione della ghiandola pineale e del rapporto causale tra l’anima e il corpo.

Cartesio, infatti, sovente adopera “l’espressione à l’occasion de riferendosi a effetti che conseguono a cause da loro eterogenee, come appunto i movimenti corporei, che si verificano in occasione di volizioni”. Questa espressione pare “ad alcuni discepoli alludere all’assenza di un vero rapporto causale tra l’anima e il corpo”. Essi possono “così presentare la propria negazione della causalità tra eterogenei come una dottrina coerente con alcuni testi dello stesso Cartesio”.[6]

Si tratta di una forzatura: con l’espressione “à l’occasion de”, Cartesio vuole, probabilmente, solo mettere l’accento sulla totale eterogeneità delle cause e degli effetti nei rapporti di anima e corpo, senza negare efficacia causale alle prime sui secondi. Questi cartesiani trovano, però, nelle pagine di Cartesio un secondo appiglio, molto più consistente, a conferma della loro interpretazione del pensiero del maestro su questo punto: la teoria della creazione continua.

Nella Terza meditazione, infatti, Cartesio scrive:

”Poiché tutto il tempo della mia vita può esser diviso in un’infinità di parti, ciascuna delle quali non dipende in nessuna maniera dalle altre; ma dal fatto che un poco prima sono esistito non segue che io debba esistere adesso, a meno che in questo momento qualche causa mi produca e mi crei, per così dire, da capo, cioè mi conservi.

In effetti, è una cosa ben chiara ed evidente (a tutti quelli che considerano con attenzione la natura del tempo), che una sostanza, per essere conservata in tutti i momenti che essa dura, ha bisogno dello stesso potere e della stessa azione che sarebbe necessaria a produrla di nuovo, se essa non fosse ancora. Di modo che la luce naturale ci fa vedere chiaramente che la conservazione e la creazione differiscono solo riguardo al nostro modo di pensare, e non in effetti”.[7]

Cartesio, in questo passo, assegna a Dio l’azione di conservazione continua delle creature, che, altrimenti, precipiterebbero nel nulla da cui le ha tratte. Forzando un poco, ma neanche tanto, questo testo, i cartesiani riservano esclusivamente a Dio la capacità di causare un evento, negandola alle sue creature.

Dio diventa, con la sua creazione continua, la vera causa di tutti gli eventi fisici e spirituali, anche di quelli che sembrano nascere dall’unità di anima e corpo. Se muovo le mani sulla tastiera, adesso che voglio scrivere, non devo attribuire il movimento delle mie mani alla mia volontà, ma a Dio, creatore di tutte le creature e di tutti gli eventi. Le mie mani si muovono in concomitanza, con l’atto della mia volontà, non a causa sua.

La causa della mia volontà è solo apparente.

Questa causa apparente, non efficiente, che si presenta in concomitanza con il suo effetto apparente, viene detto da questi cartesiani causa occasionale, con evidente richiamo all’espressione cartesiana “à l’occasion de”.

Nasce così l’Occasionalismo.

Lo fonda Louis La Forge (1632-1666), medico cattolico e filosofo cartesiano.

Egli sostiene con nettezza, già nel 1658, in una discussione all’accademia protestante di Saumur, la tesi, poi sviluppata nella sua opera pubblicata nel 1666, di Dio come unica causa degli eventi spirituali e corporei, negando efficacia causale alle cause apparenti: non solo l’anima non può agire sul corpo e viceversa, ma, neppure un corpo può causare il movimento di un altro corpo.

Egli si rende conto di andare contro l’evidenza dell’esperienza, ma, avverte: “C’è molta differenza tra l’evidenza dell’effetto e quello della sua causa”.[8]

Che un corpo si muova dopo che un altro, muovendosi, l’ha colpito è chiarissimo. Non è però altrettanto chiaro che esso sia la causa di quell’effetto. Noi, infatti, vediamo i due movimenti in successione, non il loro rapporto causale. Dobbiamo stare attenti a non attribuire alla successione temporale la natura di successione causale.

Per sostenere questa sua tesi apparentemente paradossale, La Forge si richiama a due principi cartesiani:

Il principio d’inerzia: la materia non si muove da sola; il movimento lo riceve da Dio.

La creazione continua di Dio: le creature dipendono da Dio in ogni istante della loro esistenza; il loro spostamento da un posto all’altro equivale a una loro nuova creazione divina nel nuovo posto.

Con questi principi la concomitanza della causa presunta, occasionale, non diventa inutile, superflua? No, spiega La Forge: se un corpo si muove, dopo che un altro muovendosi è stato la sua causa apparente, occasionale, significa che Dio ha precedentemente mosso quest’ultimo. La causa occasionale non è inutile ma inefficace e rimanda all’azione di Dio.

Non è inutile, perché Dio interviene a muovere il secondo solo dopo aver mosso il primo, in base alle leggi del movimento stabilite da Dio stesso. La causa occasionale è, pertanto, elemento di spiegazione del succedersi degli eventi sia fisici che spirituali.

E’ inefficace, nel senso che non è causa efficiente, perché solo Dio è causa efficiente di ogni creatura e di ogni suo movimento.

Il teocentrismo, che in Cartesio coesiste con la centralità dell’io, diventa totale in La Forge.

Negli stessi anni queste tesi vengono riprese da Arnold Geulincx (1624-1669), olandese di formazione cattolica, ma convertito al calvinismo.

Geulincx, però, a sostegno di quelle tesi, aggiunge un argomento che avrà notevole influenza nel pensiero filosofico contemporaneo e successivo: può essere causa di un evento solo chi ne abbia una conoscenza profonda e completa. Solo Dio può avere quella conoscenza.

Noi pensiamo che la nostra volontà muova il nostro corpo, ma non sappiamo come ciò avvenga.

Anche questo argomento, però, nasce da uno spunto di Cartesio.

“Cartesio aveva sostenuto che l’anima è consapevole di ogni contenuto del proprio pensiero, ossia che non esistono eventi mentali inconsapevoli, e già Arnauld gli aveva chiesto come possa allora accadere che l’anima abbia la forza di spingere e dirigere gli spiriti animali nel circuito nervoso e sanguigno, dal momento che la maggior parte degli uomini ignora persino l’esistenza degli organi che l’anima mette in movimento. Delle due l’una: o non è vero che siamo consapevoli di tutto quel che avviene nell’anima, o l’anima non è causa del movimento degli organi corporei”.[9]

Geulincx si schiera decisamente per la seconda ipotesi.

Altro occasionalista è Géraud de Cordemoy (1626-84), che fa esplicito riferimento alla tesi della creazione continua della Terza Meditazione di Cartesio: l’uomo non ha il potere di conservare i movimenti del proprio corpo, pertanto non può esserne causa.

Nel movimento occasionalista si segnala particolarmente il filosofo francese Nicolas Malebranche (1638-1715), che vede nella tendenza ad attribuire la causalità alle creature un residuo di paganesimo.

Causare, infatti, è uguale a creare, e solo Dio crea. Pensare che degli enti creati e finiti abbiano un potere che appartiene solo a Dio equivale alla moltiplicazione pagana degli dei per spiegare gli eventi. Questo pensiero errato segnala quanto pesi ancora l’eredità pagana sulla filosofia cristiana.

Il teocentrismo in Malebranche è radicale.

Malebranche riprende la teoria agostiniana della conoscenza come illuminazione divina interiore. Nel suo pensiero, Dio diventa l’autore del contenuto della conoscenza. L’uomo vede, cioè, le cose in Dio e non per esperienza diretta, che, data l’eterogeneità di anima e corpo, è impossibile.

Così, il significato cartesiano del termine idea risulta accentuato.

“Credo che tutti siano d’accordo che non percepiamo gli oggetti che sono fuori di noi in loro stessi. Noi vediamo il sole, le stelle, e una infinità di oggetti fuori di noi, e non è verosimile che l’anima esca dal corpo, e che essa vada, per così dire, a passeggio nei cieli, per contemplarvi tutti questi oggetti. Essa non li vede dunque in loro stessi, e l’oggetto immediato del nostro spirito, quando per esempio vede il sole, non è il sole, ma qualcosa che è intimamente unito alla nostra anima; ed è quel che io chiamo idea. Così, con la parola idea, non intendo altro se non ciò che è l’oggetto immediato, o più vicino allo spirito, quando esso percepisce qualche oggetto”.[10]

Le idee non sono finestre sulla realtà fuori del pensiero. La loro estraneità alle cose esterne è totale.

Come si può essere certi dell’esistenza del mondo esterno?

A Malebranche il ricorso di Cartesio alla veridicità divina per rendere credibile la forte propensione a credere all’esistenza del mondo esterno non basta: quella propensione è una idea oscura; la veridicità di Dio può essere invocata solo a garanzia delle idee chiare e distinte.

Il mondo esterno non esiste? Non esistono i corpi e la materia?

Esiste solo la res cogitans? Esistono solo le anime e le idee?

Malebranche non ha dubbi sull’esistenza del mondo. Essa è una verità rivelata: è la Bibbia che, parlando della creazione, ce ne rende certi.

Cartesio crede al mondo perché Dio non fa scherzi, Malebranche ci crede perché lo dice la Bibbia.

Malebranche diverge profondamente da Cartesio anche nella concezione della divinità: per lui Dio è sapienza assoluta prima che onnipotenza.

Se per Cartesio Dio ha imposto a suo arbitrio le leggi che governano il mondo e le verità eterne, per Malebranche Dio ha agito in base al principio della semplicità, vincolato dal suo attributo fondamentale, la sapienza.

Nella battaglia filosofica e teologica senza fine tra razionalisti e volontaristi, Cartesio e Malebranche si schierano su fronti opposti.

Torino 2 aprile 2012

Giuseppe Bailone


[1] Cartesio, Opere filosofiche 2, Laterza 2009, p. 73.

[2] Ib., p. 368.

[3] Ib., pp. 243-251. In una lunga nota, Eugenio Garin ricostruisce i rapporti tra i due filosofi, guastatisi in seguito alle articolate obiezioni di Gassendi, fino alla riconciliazione nel 1647.

Nelle Quinte obiezioni Gassendi critica il concetto dell’evidenza: manca di un criterio oggettivo per stabilire quando sia chiara e distinta e può, quindi, essere frutto d’illusione; contesta che si possa considerare innata l’idea di Dio e respinge il concetto di sostanza; ritiene che agli animali non manchi del tutto il pensiero. Mette, cioè, radicalmente in discussione i pilastri del cartesianesimo.

[4] Elisabetta a Cartesio, 10-20 giugno 1643; Elisabetta è la figlia di Federico V, elettore del Palatinato e re di Boemia.

[5] Lettera del 28 giugno 1643.

[6] Cioffi, Luppi, Vigorelli, Zanette, Il testo filosofico 2, Bruno Mondadori ed. 1992, p. 524.

[7] Cartesio, Opere filosofiche 2, Laterza 2009, p. 46.

[8] Cioffi, Luppi, Vigorelli, Zanette, Il testo filosofico 2, Bruno Mondadori ed. 1992, p. 537.

[9] Ib., pp. 526-7.

[10] Citato da Cioffi, Luppi, Vigorelli, Zanette, Il testo filosofico 2, Bruno Mondadori ed. 1992, pp. 528-9.

Fonte: UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO. Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.
Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino. Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca. Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf) Plotino (pdf) L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)


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Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014