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LO SCETTICISMO ELLENISTICO

Da Pirrone a Sesto Empirico

Pirrone

Indubbiamente tutte le filosofie ellenistiche riflettono un periodo di grave crisi: quello in cui l'impero macedone ha posto fine alla libertà politica della polis greca (e di molte altre città asiatiche), pur avendo diffuso ampiamente tanti aspetti culturali della tradizione ellenica.

La morte di Alessandro Magno (323 a.C.) non comportò affatto un ritorno alle passate libertà politiche, ma un diverso modo di gestire il potere autoritario: quello appunto dei sovrani ellenistici, i quali avevano suddiviso il suddetto impero in vari regni. Si crearono delle dinastie dispotiche, pur essendo esse favorevoli a un progresso culturale che non avesse alcuno svolgimento politico. Di qui il notevole sviluppo delle scienze, ma anche di una logica astratta e di filosofie individualistiche o di piccoli gruppi piuttosto isolati dalle vicende urbane.

Il dispotismo dei sovrani ellenistici fornirà ai Romani il pretesto per diffondersi sia in Africa che in Medio oriente e, progressivamente, sino al Tigri e all'Eufrate (la Grecia verrà conquistata da Roma nel 146 a.C.: cosa che sposterà il centro culturale ad Alessandria d'Egitto, almeno sino alla distruzione della grande biblioteca nel 47 a.C. durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo).

Avendo sviluppato enormemente il diritto, i Romani si facevano paladini di una giustizia più obiettiva, che in realtà mascherava un autoritarismo non meno odioso. In un primo momento i Romani si scandalizzarono nel vedere che i sovrani orientali e i faraoni erano considerati al pari di una divinità, ma già con Cesare cominciavano a cedere alla tentazione di imitarli.

Carneade 

Tre sono le filosofie ellenistiche prevalenti: stoica (la maggiore e la più apprezzata), epicurea (la più odiata e travisata) e scettica. Vediamo quest'ultima, che si è soliti far partire da Pirrone (365 a.C. circa – 275 a.C. circa), il quale partecipò alla spedizione di Alessandro Magno in Asia; e concludere con Sesto Empirico (160 circa – 210 circa), dopo essere passata per Arcesilao (315-241 a.C.) e Carneade (219-129 a.C.). In tutto quattro filosofi su circa mezzo millennio. Ve ne saranno stati molti altri, ma i manuali scolastici parlano solo di questi.

Tutti rientrano nello scetticismo perché non ritengono possibile definire la verità delle cose, cioè una conoscenza oggettiva della realtà. Scetticismo infatti viene dal greco sképsis, che vuol dire "dubbio", "incertezza", ma anche "ricerca", in riferimento ai grandi temi dell'umanità, su cui è difficile avere idee chiare.

Gli scettici non dicono cose molto più originali di quelle dei sofisti; tuttavia, mentre questi relativizzavano le cose fino al punto in cui dovevano far valere, nei tribunali o nelle assemblee politiche, l'interesse del cliente che li pagava, gli scettici appaiono come dei filosofi allo stato puro, in grado di assumere posizioni di principio. Per loro infatti la verità non esiste e quanto più una dottrina filosofica pretende di averla, tanto più va considerata falsa. Anzi, proprio quando s'accorgono che su un determinato oggetto, argomento o evento si possono formare pareri opposti, gli scettici - soprattutto Pirrone - ritengono sia meglio sospendere il giudizio (epoché).

Sembra un dogmatismo alla rovescia, anche se teoricamente essi sostengono che questo atteggiamento tende a favorire la ricerca. Senonché la domanda cui essi non sanno rispondere è proprio questa: se la ricerca non ha mai fine, come può essere stabilita una verità delle cose? A che serve fare "ricerca" se ogni volta che si giunge a una conclusione la si deve per forza ritenere relativa?

Gli scettici partono dal presupposto che, se non si può stabilire una verità oggettiva, allora è meglio sospendere il giudizio. Quindi essi hanno soltanto due possibilità di scelta: o non si esprimono oppure pongono quelle domande utili a contraddire chi sostiene delle verità oggettive. Si difendono dall'accusa di qualunquismo precisando che un atteggiamento relativista si riferisce soltanto ai grandi temi etico-religiosi dell'umanità: dio, anima, universo, felicità ecc.

Pirrone sosteneva che in tal modo si aprivano le porte alla "vera indagine", contro ogni forma di dogmatismo. Per andare dove però, non lo dice. Anzi, egli era contro l'idea stessa di poter dire qualcosa di vero attraverso il linguaggio. Le parole, usando definizioni o affermazioni, ingabbiano le cose, per cui è meglio tacere (afasia). Si sbaglia di meno. Cioè è meglio non esprimersi che farlo male.

Tale atteggiamento distaccato, iperprudente, veniva considerato l'optimum per vivere un'esistenza felice. Chiuso nel proprio guscio, lo scettico Pirrone diceva d'aver raggiunto l'atarassia o l'imperturbabilità dell'anima.

Che senso aveva un atteggiamento del genere al cospetto delle gravi crisi della sua epoca, dominata dallo schiavismo in campo economico, dall'autoritarismo in campo politico e dai continui conflitti bellici? Aveva il senso di favorire il proprio estraniamento, nella convinzione che le suddette contraddizioni fossero irrisolvibili.

Sesto Empirico 

Gli scettici successivi a Pirrone si resero parzialmente conto che una posizione del genere rischiava di portare in un vicolo cieco. Gli esseri umani non sono fatti per non credere in niente, per non avere ideali da perseguire o per affermare l'esigenza di una continua ricerca in maniera del tutto astratta, senza darsi degli obiettivi concreti da realizzare.

Ecco perché Arcesilao cominciò a parlare di "opinioni probabili", cioè non del tutto relative. Carneade confermò l'idea di probabilità, dicendo che, almeno per la vita quotidiana, bisogna accettare quei ragionamenti che ci appaiono più persuasivi, in quanto non contraddetti da altri dello stesso genere. Sui grandi temi dell'umanità si possono avere opinioni discordanti, sulla cui verità è impossibile decidere, ma per la quotidianità occorre un minimo di certezze, altrimenti la vita diventa impossibile. Si cominciava, in sostanza, a rendersi conto che un relativismo assoluto è una contraddizione in termini.

Anche Sesto Empirico prosegue in questa direzione. E' vero che se la prende coi matematici quando pretendono di stabilire delle verità scientifiche; ma è anche vero che ritiene possibile condurre la propria vita rispettando quattro fondamentali criteri pratici: 1. seguire ciò che la natura rivela ai nostri sensi; 2. assecondare i bisogni del corpo; 3. rispettare le leggi e i costumi, evitando ogni atteggiamento eversivo; 4. seguire le regole delle arti (p.es. quella medica), basate su esperienza e abitudine.

Il cerchio dello scetticismo si chiudeva. Era partito mettendo in discussione tutto, quindi, in teoria, anche le "verità" dei poteri dominanti, arrivando però a dire che non esiste alcuna verità oggettiva. Ora invece concludeva dicendo quasi il contrario: le uniche verità di cui possiamo avvalerci sono quelle naturali, fisiologiche e quelle che possiamo ricavare dalla società in cui viviamo. Dall'assoluto relativismo al piatto conformismo.

Invece di sostenere che le leggi, gli usi e i costumi delle loro società schiavistiche non avevano nulla di umano e di naturale, per cui era necessario tornare a forme di convivenza pre-antagonistiche, si accontentavano di ritagliarsi uno spazio in cui poter vivere con relativa tranquillità. Lo scetticismo diventava uno filosofia eccentrica, molto individualistica, ad uso e consumo di chi non voleva porsi troppi problemi.

*

Quello che nessuno scettico riuscì mai a comprendere era la differenza tra verità assoluta e verità oggettiva. Se le loro critiche si fossero rivolte soltanto alle verità assolute, senza mettere in discussione che esistono delle verità oggettive, da cui non si può prescindere, sarebbe stato impossibile dar loro torto. Credere nelle verità assolute può risultare molto limitativo per la ricerca (lo si vede benissimo in ambito religioso). Ma se non si affermano verità oggettive, nessuna ricerca sarà mai possibile. Mancherebbe infatti la motivazione di fondo.

Le verità oggettive possono essere messe in discussione da una ricerca che si sviluppa nel tempo, in virtù della quale si possono formulare nuove verità oggettive (come fece p.es. Einstein nei confronti di Newton). L'oggettività di una verità è infatti tale solo in relazione al tempo in cui viene definita. Il problema semmai è quello di non trasformare l'oggettività di una verità in assolutezza, cioè in dogma. L'unica cosa assoluta di cui l'essere umano può vantarsi è la continua ricerca di verità oggettive che gli permettono di vivere un'esistenza secondo natura.


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 12/04/2016