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CHE COS'E' LA SOCIOBIOLOGIA?

Come noto, l'uomo è legato al suo ambiente naturale e ai suoi simili non solo in quanto "essere sociale", ma anche in quanto "essere naturale particolare" (dotato di autoconsapevolezza). Tutte le questioni relative al nesso tra la componente biologica dell'uomo (o del genere umano) e l'aspetto sociale non sono state ancora sufficientemente chiarite.

A partire dalla metà degli anni Settanta ha cominciato a occuparsene una nuova corrente interdisciplinare: la sociobiologia, nata in occidente, sulla base di diverse discipline biologiche (genetica delle popolazioni, etologia, ecologia, teoria dell'evoluzione) e socio-umanistiche (sociologia, psicologia sociale, etnografia).

I principali ricercatori sono dei naturalisti: Edward Wilson, Robert Triwerse, R. McNeil Alexander, Richard Dawkins, Charles Lumsden e altri.

La problematica della sociobiologia viene generalmente affrontata in due campi: sociobiologia generale e sociobiologia dell'uomo. Il primo esamina diversi modelli di comportamento sociale degli organismi viventi, puntando l'attenzione sulle forme "altruiste-egoiste", aggressive e sessuali (rituali del corteggiamento, scelta del partner, cura della prole ecc.). Il secondo campo dipende dal primo, e lo spiegheremo evidenziando la maggiore ambizione di questa disciplina.

Il ragionamento che i suddetti ricercatori fanno è il seguente: poiché l'uomo costituisce l'anello supremo della catena evolutiva del mondo organico (a motivo della estrema complessità delle sue caratteristiche comportamentali), l'unico modo per poterlo comprendere è quello di privilegiare gli elementi invarianti del biologico che legano la specie Homo sapiens al mondo della natura organica.

La pretesa non è nata a tavolino. Il bisogno di fare ricerche che stiano ai confini tra biologico e sociale cresce nella misura in cui la trasformazione dell'ambiente naturale influenza sempre più i meccanismi dello sviluppo socioeconomico e spirituale delle società.

Presupposti filosofici

Non sarà qui inutile prendere in esame i presupposti filosofici della sociobiologia, rilevabili sia in Herbert Spencer che in Pyotr Kropotkin. A giudizio di Spencer, le scienze naturali sono in grado di fornire lo schema generale per sintetizzare la conoscenza delle leggi del mondo oggettivo con quella dell'essere soggettivo dell'uomo. L'etica deve basarsi sulla concezione dell'evoluzione organica. Non a caso i suoi Principi di biologia stanno a fondamento dei Principi di etica.

Nel suo positivismo evoluzionistico il comportamento umano non differisce sostanzialmente da quello animale: le differenze sono quantitative e si riducono al semplice fatto che l'uomo è in grado di adattarsi all'ambiente meglio di qualunque animale. Persino l'etica è patrimonio comune di ogni essere vivente, poiché chiunque è in grado di distinguere ciò che è utile da ciò che è nocivo, adeguandovi, di conseguenza, la propria condotta.

La moralità è strettamente subordinata all'utilità: è questa che, in ultima istanza, stabilisce quando un'azione è buona o cattiva. Ad esempio, l'altruismo - dice Spencer - non può essere sempre accettato dalla società. Chi si sacrifica cade malato, rinuncia al matrimonio o non lascia prole: di qui il prevalere dei soggetti egoisti.

Anche l'anarchico Kropotkin afferma che nella natura tutto ciò che vive tende a evitare il dolore e a cercare il piacere. Animali e uomini guardano all'utilità della specie e fondano la loro moralità sulla "proprietà fisica" della natura.

Fra questi precursori del biologismo sociale e i moderni sociobiologi si può situare l'ala filosofico-materialista del naturalismo americano. Secondo uno dei suoi fondatori, R. Sellars, la natura è tutta la realtà, un essere autosufficiente in cui non vi è posto per una forza extranaturale.

La natura si distingue in quattro livelli, relativi al grado di organizzazione degli elementi che li compongono: la natura inerte (particelle, atomi e molecole), la natura vivente (cellule e corpi), la società (famiglia, comunità e nazioni), il pensiero. Ogni livello ingloba gli elementi di tutti i livelli inferiori.

L'uomo è una tappa logica dell'evoluzione naturale organica, cioè niente di più che il risultato di una diversa organizzazione degli elementi che costituiscono i livelli inferiori. Il naturalista Charles Herrick la pensa allo stesso modo.

Le concezioni filosofiche di Spencer, Kropotkin e dei naturalisti americani sui rapporti tra fattori biologici e sociali nell'evoluzione umana, si possono in sostanza ridurre a due: una visione materialistico-meccanicistica della natura e dell'uomo, che esclude la storicità di quest'ultimo, ovvero il suo particolare coinvolgimento nel contesto dell'attività produttiva e trasformativa della società; il trasferimento meccanico nel campo sociale dei mezzi e dei metodi di ricerca impiegati nelle scienze naturali: di qui la biologizzazione dell'uomo e della società.

La coevoluzione geno-culturale

In Promethean Fire, Lumsden e Wilson si propongono un'analisi filosofica della ricostruzione dell'evoluzione umana. In particolare essi affermano che gli ominidi, contrariamente alle scimmie antropoidi, si muovono senza difficoltà su due gambe e usano strumenti di lavoro, possono trasportare oggetti (e selvaggina) per grandi distanze, conoscono la divisione del lavoro, legami sessuali durevoli, preparano e distribuiscono in comune il cibo. Tutto ciò rafforza i legami infracomunitari. Se ne vedono chiare tracce ancora oggi nel comportamento di talune comunità primitive e, per certi aspetti, anche nei giochi dei bambini.

Primordiale, tra tutti questi comportamenti, è - secondo Lumsden e Wilson - la divisione degli alimenti. Cioè a dire la fabbricazione di utensili, l'attività lavorativa, le relazioni sociali e la comunicazione passano in second'ordine. Il consumo occulta la produzione. Uomo e animale s'identificano.

I due autori offrono spiegazioni del tutto insufficienti anche in relazione alla rottura evolutiva costituita dalla nascita del cervello e della cultura. La teoria qui elaborata è quella della coevoluzione geno-culturale (partnership culturgene). Si tratta di una complessa interazione in cui la cultura è generata da imperativi biologici, mentre, nel contempo, i tratti biologici sono modificati dall'evoluzione genetica, in risposta alle innovazioni culturali.

La nascita del cervello obbedisce quindi sia a leggi fisiche che a processi tipici della specie umana. La suddetta coevoluzione avrebbe quindi creato l'uomo, da sola, senza aiuti esterni. La cultura non è che il momento più elevato di un meccanismo fisiologico. La nascita del cervello umano è, in definitiva, un fenomeno inatteso, imprevisto: praticamente il prodotto della selezione naturale sulla base della ripartizione del cibo.

Secondo i sociobiologi, per dirla in altri termini, il ruolo del "genotipo" sta nell'offrire un programma sulla base del quale (e nell'interazione coll'ambiente) si forma il "fenotipo", cioè il condizionamento immediato; scopo ultimo dell'esistenza fenotipica è la riproduzione del "genotipo". La gallina non è che un modo attraverso il quale un uovo produce un altro uovo. L'organismo umano è un modo attraverso il quale un DNA produce un altro DNA.

Qualsiasi essere vivente non può trovarsi fuori dall'azione dell'imperativo riproduttivo del suo status biologico. La socialità umana è finalizzata solo alla sopravvivenza dei geni. Un esempio sono i legami tra consanguinei, che non soltanto vengono proibiti dalla cultura, ma destano anche nel soggetto una reazione emotiva negativa. In tal senso, il "socium primario", avente natura biologica, è il legame "genitore-bambino". L'educazione dei figli serve all'interesse genetico dei genitori.

I bambini come esempio

A dire dei sociobiologi è possibile comprendere l'interazione tra società e biologia nell'evoluzione umana, studiando lo sviluppo dei bambini delle società industriali e delle tribù primitive. Essi sono giunti alla conclusione che i bambini delle società avanzate sono più indietro nello sviluppo intellettuale dei loro coetanei delle comunità primitive. Presso i pigmei e i boscimani p.es., i bambini abbandonati a se stessi sono molto più inventivi, più abili a imitare gli stereotipi comportamentali, più rapidi a sviluppare delle norme comunicative non verbali.

In altre parole, posto che lo sviluppo di un bambino dipende dall'interazione fra i geni dell'organismo (la struttura del DNA) e l'ambiente circostante, laddove l'ambiente (ivi compreso quello culturale) offre molte possibilità per la realizzazione dello sviluppo del bambino, questo sviluppo avviene in maniera intensiva. Viceversa, laddove le possibilità sono poco numerose, come nelle società industrializzate, dove tutto è irreggimentato, lo sviluppo del bambino è frenato.

D. Freedman, specializzato in psicologia sociale, fa un altro importante esempio. Esaminando il comportamento di bambini di diversi gruppi etnici (specie quelli d'origini cinese e caucasica), subito dopo la loro nascita, e quindi in assenza di qualunque apprendimento sociale, egli poté constatare che relativamente a: rapidità della loro eccitazione e ritorno alla calma, capacità di calmarsi da soli o con l'aiuto di qualcuno, capacità di movimento, disponibilità o meno ad accettare i test dello sperimentatore, ecc., vi erano sensibili differenze.

I bambini caucasici piangono più facilmente ed è più difficile calmarli. I bambini cinesi si adattano più rapidamente ad ogni posizione imposta al loro corpo. Se si impedisce loro di respirare chiudendo il naso, i bambini cinesi aprono semplicemente la bocca, mentre quelli caucasici girano subito la testa. I bambini degli indiani americani sono ancora meno disposti a sopportare i "tormenti" inflitti dallo sperimentatore.

Qui l'esempio regge di più, rispetto a quello precedente, poiché vengono comparati dei bambini che sono allo stesso livello dello sviluppo storico-naturale. Inoltre si prendono in esame non capacità intellettuali, ma unicamente reazioni istintive. Tuttavia, resta quanto mai arbitrario dedurre da tutto ciò la specificità del "carattere nazionale" di un'etnia, non foss'altro perché è sempre molto difficile stabilire fino a che punto un determinato comportamento è frutto di una costituzione essenzialmente morfofisiologica dell'individuo e non invece di una costituzione psicodinamica.

Tra Locke e La Mettrie

A dir il vero, i sociobiologi dicono di rifiutare sia le tesi biologiste del socialdarwinismo, che le concezioni volgari del determinismo sociologico. Nel libro citato, Promethean Fire, essi s'immaginano che fra le molte civiltà del cosmo vi siano due etnie particolari: gli Eidylons (dal greco "abile") e gli Xenidrins.

I primi sono delle macchine organiche: la loro mentalità e il loro comportamento sono geneticamente programmati, fino alle parole ch'essi usano. La coscienza degli Xenidrins invece è una "tabula rasa", il loro pensiero non reca tracce di determinazione genetica, perché tutto dipende dalla cultura.

Gli Eidylons evocano il filosofo materialista francese del XVIII sec., J. O. de la Mettrie, mentre gli Xenidrins ricordano il sensista inglese del XVII sec. J. Locke. Il primo, abbassando l'uomo ed elevando l'animale, cercò di mostrare come le funzioni psichiche superiori, l'universo spirituale dell'uomo dipende dalla fisiologia, cioè dal copo. La Mettrie, come tutto il materialismo meccanicistico francese, non fece che sviluppare la fisica di Cartesio contro la sua stessa metafisica. E in questo vi fu un progresso, poiché si sferòò un duro colpo alle concezioni idealistico-religiose.

Anche il materialismo di Locke, con la sua tesi secondo cui la coscienza umana è una "tabula rasa" fino a quando non ha acquisito l'esperienza, aveva come scopo quello di superare l'idealismo oggettivo di Platone. E si può dire che il tentativo sia riuscito, poiché oggi a nessuno verrebbe in mente di credere nell'esistenza di un sapere sovrumano, o di idee innate che determinano l'essere umano. Questo nonostante che lo stesso Locke, nei suoi studi di pedagogia, rivolgesse una particolare attenzione alle inclinazioni naturali dell'uomo, distinguendo tra "idee innate" e "attitudini naturali".

Gli uomini - secondo i sociobiologi - non propendono né per l'una né per l'altra tesi: essi seguono la via della trasmissione geno-culturale. Sebbene la cultura offra molte possibilità, gli organi di senso e il cervello dell'individuo, biologicamente determinati, fanno la loro scelta. E' questo che determina le forme evolutive della cultura. Geni e cultura sono strettamente legati.

La psiche umana è come un'isola su cui immigrano i culturgeni. L'individuo è biologicamente caratterizzato da regole epigenetiche che determinano la coevoluzione geno-culturale: regole che si trovano sotto il controllo genotipico e attuano la scelta di alcuni culturgeni e il rigetto di altri. La cultura umana - dice Wilson - non è che un prodotto statistico di singoli atti di adozione di decisioni.

Da notare che la sociobiologia pretende di creare un paradigma per la psicologia. "La psicologia senza la genetica - scrive Wilson - è lo stesso paradosso della chimica senza la fisica o della biologia senza la chimica". In effetti, se si pensa che la genetica costituisce la sostanza della biologia moderna (poiché dimostra l'unità dell'uomo col restante mondo naturale dell'evoluzione), è ben strano che gli psicologi ignorino questa circostanza, limitandosi a esaminare il livello biologico solo dal punto di vista della fisiologia. Le leggi della genetica sono universali per tutte le forme viventi nel loro sviluppo filogenetico e ontogenetico.

L'amore per la vita

L'opera che meriterebbe d'esser letta è Biophilia di E. Wilson. "L'amore per la vita" è inteso dall'autore come la capacità innata dell'uomo, ereditata da animali ancestrali, d'essere attaccato al mondo vivente.

Senonché, nel suo sviluppo sociale, l'uomo - dice Wilson - ha opposto l'artificiale al naturale, la macchina alla natura, la città alla foresta, dimenticando che la volontà naturale della sua ragione non può fare a meno di un rapporto primitivo, spontaneo, con le cose. Il miglior Nietzsche qui fa testo.

Secondo Wilson, le emozioni, gli istinti biofili alimentano la ragione e assicurano così lo sviluppo della cultura. La ragione non è niente di più che una macchina per fabbricare delle immagini. Essa è geneticamente predeterminata in modo tale che obbedisce facilmente a certe inclinazioni, rifiutando automaticamente le altre.

Queste potenzialità della ragione sono dovute essenzialmente al fatto che l'uomo primitivo abitava la savana. Gli spazi vasti e aperti, con alberi sparsi qua e là, offrivano le migliori opportunità per un uso ottimale delle mani libere e per l'andatura eretta.

Proprio l'esistenza di un ambiente del genere avrebbe favorito la nascita del cervello. Lo dimostra anche il fatto - osserva Wilson - che gli uomini sono sempre stati attratti, esteticamente, da un ambiente simile a quello della savana: si pensi ai giardini giapponesi dei secoli IX e XII, ai cortili romani dell'epoca pompeiana, ai parchi di tutte le epoche...

Per "natura umana" si deve quindi intendere l'insieme della costituzione cromosomica, morfofisiologica e psicodinamica. La coscienza coincide col cervello e la scienza dell'uomo non è che lo studio delle reazioni biologiche dell'autoconservazione. L'essenza dell'uomo non è anzitutto e soprattutto l'insieme dei rapporti sociali.

Aspetti critici

L'idea fondamentale della sociobiologia è dunque la seguente: il processo storico-naturale di formazione dell'umanità e la natura stessa dell'uomo sono riconducibili all'evoluzione biologica e vanno studiati con mezzi biologici, poiché il biologico è un aspetto primario dell'uomo, mentre il socioculturale è un aspetto secondario e temporaneo.

E' nei confronti di questa idea che occorre indirizzare la critica alla sociobiologia. Il limite fondamentale di questa nuova scienza sta appunto nel vedere l'identità di biologico e sociale dal punto di vista soprattutto biologico. Il sociale, sostanzialmente legato, per origine, al lavoro e quindi implicante tutti i fenomeni storico-culturali, non viene preso in considerazione nella sua autonomia e specificità. I sociobiologi deducono e spiegano il sociale dal biologico. L'attività dell'individuo umano non è che un anello dell'evoluzione biologica, nel corso della quale avviene la riproduzione del materiale genetico.

Se i sociobiologi si limitassero ai rapporti tra gli animali (che sono strettamente biologici, cioè finalizzati alla riproduzione), farebbero bene a collegare la determinazione di tali rapporti al processo genetico-evolutivo. Senonché le forme dei rapporti tra gli esseri umani (compresi i legami genitore-bambino o marito-moglie) non sono affatto fondati sulla riproduzione dei geni, ma piuttosto sulla produzione della personalità umana, la cui creatività è in stretta relazione con la capacità d'interagire con l'ambiente sociale.

I sociobiologi, in modo curiosamente analogo a certe posizioni regressive del mondo cattolico in materia di aborto, affermano che l'attività dell'individuo ha come scopo principale l'immortalità dei geni, poiché la vita è essenzialmente "bios". Gli individui non sono che strumenti passivi del processo storico-naturale di riproduzione del materiale genetico, in cui scompare l'individualità.

Fra la posizione materialistico-volgare dei sociobiologi e quella astratto-idealistica della chiesa romana non v'è molta differenza; si tratta soltanto di mettersi d'accordo su che nome convenzionale dare all'entità che col proprio determinismo assoluto schiaccia la memoria storica e il desiderio umano di liberazione: dio o natura?

Qui ovviamente non si vuole negare valore all'ereditarietà genetica. Anzi, questo concetto appare molto più interessante della mera ereditarietà biologica, che, se vogliamo, può essere ristretta al solo fenomeno dell'inevitabilità della morte.

L'ereditarietà genetica garantisce alle generazioni la possibilità di una risposta flessibile agli influssi ambientali e quindi la possibilità di elaborare creativamente diverse forme culturali. L'evoluzione della cultura va appunto considerata come un presupposto ereditario (non biologico) dello sviluppo psichico dell'uomo.

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La biologia è una delle scienze che formano la base teorica della psicologia, e la genetica, che dimostra l'unità dell'uomo col restante mondo naturale nell'evoluzione, costituisce la sostanza della moderna biologia. Le leggi della genetica sono universali per tutte le forme viventi nel loro sviluppo filogenetico e ontogenetico.

I successi della genetica moderna e della dottrina evoluzionista hanno contribuito all'idea che oggetto della sociobiologia come scienza potesse diventare il gruppo o la popolazione. Cioè il concetto di selezione naturale poteva essere esteso sino ai fenomeni complessi dell'organizzazione sociale.

Questo ha fatto sì che la sociobiologia cominciasse sempre più a interessarsi ai processi cognitivi, al gioco, alla teoria dell'insegnamento, sferrando duri colpi al tradizionale primato della psicologia. Non pochi sociobiologi partono dall'analogia diretta tra il comportamento animale e quello umano.

Secondo E. O. Wilson (Sociobiologia. La nuova sintesi) la sociobiologia deve introdurre nelle scienze sociali i metodi esatti che hanno dato buoni risultati nelle scienze naturali, p.es. i modelli matematici della genetica della popolazione.

La sociobiologia s'è chiesta in che misura il mutamento del comportamento sociale sia determinato dai mutamenti genetici, nell'ambito della specie umana, ovvero in che modo siano connesse la genetica dell'uomo e l'evoluzione culturale. Davvero l'uomo ha esaurito la sua mutabilità genetica ed è unicamente soggetto all'evoluzione culturale?

La sociobiologia è giunta alla conclusione che i tratti più caratteristici del comportamento umano si siano sviluppati sotto l'influsso della selezione naturale e siano condizionati geneticamente. Secondo Wilson qualsiasi essere vivente non può trovarsi fuori dell'azione dell'imperativo riproduttivo proprio del suo status biologico. E in questo campo ha un futuro chi sa meglio riprodursi.

La tendenza dei geni all'autoriproduzione è una determinante dei rapporti fra gli individui, la cui attività è chiamata ad assicurare ai geni la sopravvivenza. Emozioni, motivazioni, bisogni, persino i divieti (p.es. i legami tra consanguinei) sono coinvolti nel processo genetico-evolutivo e funzionano a favore dei geni, tanto negli animali quanto negli uomini.

La stessa socialità viene considerata come un prodotto del processo genetico-evolutivo: dal rapporto madre-figlio o genitore-bambino, all'educazione dei figli, sino all'organizzazione del territorio.

In genere l'attaccamento dei genitori nei confronti della prole è inversamente proporzionale al livello di natalità, cioè tanto più forte quanto meno figli si fanno. La riproduzione è vista in rapporto alle capacità di adattamento: più la società è complessa e più è difficile adattarvisi. La stessa psiche, sia umana che animale, non è in fondo che un mix di eredità e ambiente, di geni e cultura.

La cultura umana non è che un prodotto statistico di singoli atti coi quali si prendono decisioni, le quali hanno motivazioni inconsce (genetiche), necessarie alla riproduzione. Per sopravvivere siamo costretti a fare delle scelte. Quando R. Dawkins parla di "memi" o Ch. Lumsden di "culturgene" il significato è analogo. Ecco perché la sociobiologia pretende di creare un paradigma per la psicologia.

Wilson si rende conto che questa pretesa può creare problemi di tipo "riduzionistico", analoghi a quelli che crea la neurofisiologia quando cerca di assorbire la psicologia umana. Ma la riconduzione dei fenomeni più complessi del mondo materiale a quelli più semplici - spiega Wilson - è una caratteristica necessaria del metodo scientifico nelle fasi iniziali di sviluppo di una nuova scienza.

Per la sociobiologia è comunque un postulato il fatto che l'adattabilità del comportamento presuppone il suo condizionamento ereditario, nel senso che il comportamento non è soltanto il risultato ma anche un fattore dell'evoluzione. Se vogliamo che la selezione naturale possa agire sul comportamento, le caratteristiche comportamentali devono non soltanto possedere un valore di adattamento, ma anche trasmettersi dai genitori ai discendenti.

In fondo la sociobiologia è proprio lo studio sistematico del fondamento biologico di tutto il comportamento sociale.

Osservazioni critiche

Fra gli avversari più attivi di Wilson, dopo la pubblicazione del suo libro Sociobiologia. La nuova sintesi, del 1975, vi furono i cosiddetti "critici di Boston": E. Allen, M. Sahlins, R. Levontin, R. Levins ecc.

La prima critica era quella più scontata: la sociobiologia, partendo dal darwinismo, cerca di trovare nelle forme del comportamento animale le leggi biologiche del comportamento sociale, animale e umano, ma questa applicazione, nel caso degli esseri umani, non funziona, proprio perché la differenza tra animale e uomo non è semplicemente di tipo "quantitativo".

Impostata in maniera così riduzionistica, la sociobiologia finisce col diventare una branca della biologia evoluzionista o della moderna genetica della popolazione, scienze che dal punto di vista propriamente "sociioumano" sono in grado di spiegare ben poco.

Il "sociale" infatti è legato per origine al lavoro e, proprio per questo, si presenta come un fenomeno "storico-sociale", sovrabiologico, appartenente soltanto all'essere umano.

E' vero, anche l'esperienza storico-sociale viene trasmessa alle generazioni, ma in maniera indipendente dalla trasmissione biologica: lo dimostra il fatto che mutamenti sociali radicali possono avvenire in presenza di un'eredità biologica immutata. Non si può spiegare il "sociale" col "biologico" e neppure il "biologico" col "sociale", benché esistano tra i due aspetti dei condizionamenti reciproci.

In un ambiente socialmente sano, sicuro... la riproduzione è certamente agevolata, ma questa, di per sé, non contribuisce a modificare un ambiente che perde progressivamente di sicurezza. A problemi "sociali" bisogna dare soluzioni "sociali". Idee complessivamente esatte sul comportamento degli animali si rivelano del tutto errate se usate per spiegare i fenomeni umani.

Basti pensare che nella sfera della riproduzione sociale il momento della "produzione" vera e propria costituisce per gli esseri umani un aspetto qualitativo di gratificazione, che è quasi del tutto sconosciuto al mondo animale. Gli animali vivono come di "riflesso" nel mondo della natura: il loro obiettivo inconscio è quello di adeguarvisi nel migliore dei modi, certamente non quello di operare dei mutamenti consapevoli. Nel mondo animale la "produzione" (p.es. costruire un nido o una diga) ha sempre per fine la "riproduzione". In tal senso, p.es., l'omosessualità come scelta di vita viene esclusa a priori.

Il momento in cui gli animali, istintivamente, meno pensano alla riproduzione è quello del gioco, che è quello però in cui non producono altro che un addestramento alla lotta e alla caccia, cioè a qualcosa che in definitiva servirà loro per riprodursi.

Viceversa, tra gli umani persino un semplice legame biologico tra genitore e bambino è da subito fondato sulla produzione della personalità. La personalità viene creata dai rapporti sociali in cui l'individuo entra nella sua attività. L'attività creativa è il cuore dell'essere umano inteso come personalità.

E' singolare come dei quattro aspetti che la sociobiologia ritiene comuni agli uomini e agli animali, e cioè aggressività, sessualità, paternità e altruismo, solo quest'ultimo venga inserito in un contesto biologico dalla sfera dei rapporti sociali. Gli altri tre partono dal biologico e finiscono nel biologico. E si noti come al primo posto venga messa l'aggressività, cioè l'individualismo egoista: anzitutto l'individuo vuole affermarsi come tale e il modo più semplice e diretto di farlo è quello di riprodursi nelle migliori condizioni possibili. L'altruismo è semplicemente una forma di compromesso con la libertà altrui, che manifesta esigenze analoghe.

Secondo R. Trivers gli elementi principali del meccanismo della selezione sessuale si riducono a tre: paternità, contributo del genitore e strategia riproduttiva delle femmine. Il contributo del genitore viene definito come qualsiasi azione dei genitori che contribuisce all'aumento delle chances di sopravvivenza della prole.

Le strategie riproduttive sono sostanzialmente due: una è basata sulla rivalità dei maschi, i quali, selezionandosi, devono dare le migliori garanzie alle femmine (non solo come capacità riproduttiva in sé, ma anche come padri); le femmine attirano il vincitore di questa selezione tra maschi per avere maggiori probabilità di procreazione riuscita.

Fin qui, secondo i sociobiologi, tutto regolare. La riproduzione è lo scopo principale della vita animale. Non c'era bisogno di far nascere la sociobiologia. Quand'è che nasce questa nuova scienza? Nasce proprio dalle discussioni sul concetto di "altruismo".

Dal punto di vista biologico l'altruismo è in contraddizione coi principi della selezione naturale e con la capacità di adattamento individuale, eppure esso contribuisce in maniera decisiva al successo riproduttivo. I sociobiologi ritengono che l'altruismo si spieghi col fatto che è negli interessi riproduttivi di un individuo essere altruista nei confronti dei propri parenti, portatori di copie dei suoi stessi geni. Qualsiasi aiuto rivolto a qualsiasi parente favorisce la diffusione dei propri geni. L'altruismo è la conseguenza dell'egoismo dei geni. I geni quindi sono l'unica entità permanente, l'unità dell'evoluzione (da notare che per gli evoluzionisti classici questa cosa era garantita dalla "specie").

Tuttavia l'altruismo più diffuso non è quello di parentela, è quello reciproco tra estranei, che fra gli animali si verifica anche tra specie diverse (p.es. il paguro con l'attinia). Si tratta di un egoismo genetico a scopo riproduttivo, una forma di "egoismo di ritorno".

M. D. Sahlins scriveva a tale proposito: "Dal XVII secolo ci muoviamo in un circolo vizioso, applicando a turno il modello della società capitalistica al mondo animale e poi questo mondo animale imborghesito lo applichiamo di nuovo all'interpretazione della società umana"(1).

Cioè l'individuo, per la sociobiologia, sembra comportarsi in maniera molto egoista e individualista proprio perché questo atteggiamento, ci si vuol far credere, gli proviene da tendenze genetiche universali, particolarmente riscontrabili tra gli animali.

Senonché cercare di spiegare comportamenti umani avvalendosi di esempi tratti dal mondo animale, serve a poco. Là dove c'è il 90% di istinto e il 10% di capacità di adattamento, qui il rapporto è inverso, anzi l'uso della ragione viene misurato proprio sulla capacità di superare gli istinti.

Nessun ricercatore è in grado di verificare quanto i processi di selezione, di adattamento siano in grado di ripercuotersi a livello genetico sul processo evolutivo umano, in modo tale da poterli trasmettere per via ereditaria. Ci vorrebbero dei periodi storici lunghissimi per ottenere risultati scientifici.

Viceversa noi cominciamo a parlare di "storia del genere umano" proprio a partire da una certa stabilità genetica. La biologia è sì il presupposto della cultura, come il pollice opponibile per l'organizzazione del lavoro. Se questa organizzazione crea disoccupazione non ha senso sostituire le mani con delle protesi più efficienti.

Sono pochissimi i casi in cui si può dimostrare con certezza l'ereditarietà dei geni dovuta a determinati comportamenti sociali (l'alcolismo?). Il comportamento sociale va spiegato dal punto di vista culturale; spiegarlo dal punto di vista biologico può comportare esiti non solo tutt'altro che scientifici, ma anche particolarmente antidemocratici. Per regolare il comportamento sociale umano è necessario cominciare dalle manipolazioni dell'ambiente non dei geni.

(1) The Use and Abuse of Biology, University of Michigan, Ann Arbor 1976. (torna su)

Testi di Edward O. Wilson

Testi di David P. Barash

Testi

Testi di Spencer

Testi di Kropotkin


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014