CHE COS'E' LA SOCIOBIOLOGIA? (I - II)


La biologia è una delle scienze che formano la base teorica della psicologia, e la genetica, che dimostra l'unità dell'uomo col restante mondo naturale nell'evoluzione, costituisce la sostanza della moderna biologia. Le leggi della genetica sono universali per tutte le forme viventi nel loro sviluppo filogenetico e ontogenetico.

I successi della genetica moderna e della dottrina evoluzionista hanno contribuito all'idea che oggetto della sociobiologia come scienza potesse diventare il gruppo o la popolazione. Cioè il concetto di selezione naturale poteva essere esteso sino ai fenomeni complessi dell'organizzazione sociale.

Questo ha fatto sì che la sociobiologia cominciasse sempre più a interessarsi ai processi cognitivi, al gioco, alla teoria dell'insegnamento, sferrando duri colpi al tradizionale primato della psicologia. Non pochi sociobiologi partono dall'analogia diretta tra il comportamento animale e quello umano.

Secondo E. O. Wilson (Sociobiologia. La nuova sintesi) la sociobiologia deve introdurre nelle scienze sociali i metodi esatti che hanno dato buoni risultati nelle scienze naturali, p.es. i modelli matematici della genetica della popolazione.

La sociobiologia s'è chiesta in che misura il mutamento del comportamento sociale sia determinato dai mutamenti genetici, nell'ambito della specie umana, ovvero in che modo siano connesse la genetica dell'uomo e l'evoluzione culturale. Davvero l'uomo ha esaurito la sua mutabilità genetica ed è unicamente soggetto all'evoluzione culturale?

La sociobiologia è giunta alla conclusione che i tratti più caratteristici del comportamento umano si siano sviluppati sotto l'influsso della selezione naturale e siano condizionati geneticamente. Secondo Wilson qualsiasi essere vivente non può trovarsi fuori dell'azione dell'imperativo riproduttivo proprio del suo status biologico. E in questo campo ha un futuro chi sa meglio riprodursi.

La tendenza dei geni all'autoriproduzione è una determinante dei rapporti fra gli individui, la cui attività è chiamata ad assicurare ai geni la sopravvivenza. Emozioni, motivazioni, bisogni, persino i divieti (p.es. i legami tra consanguinei) sono coinvolti nel processo genetico-evolutivo e funzionano a favore dei geni, tanto negli animali quanto negli uomini.

La stessa socialità viene considerata come un prodotto del processo genetico-evolutivo: dal rapporto madre-figlio o genitore-bambino, all'educazione dei figli, sino all'organizzazione del territorio.

In genere l'attaccamento dei genitori nei confronti della prole è inversamente proporzionale al livello di natalità, cioè tanto più forte quanto meno figli si fanno. La riproduzione è vista in rapporto alle capacità di adattamento: più la società è complessa e più è difficile adattarvisi. La stessa psiche, sia umana che animale, non è in fondo che un mix di eredità e ambiente, di geni e cultura.

La cultura umana non è che un prodotto statistico di singoli atti coi quali si prendono decisioni, le quali hanno motivazioni inconsce (genetiche), necessarie alla riproduzione. Per sopravvivere siamo costretti a fare delle scelte. Quando R. Dawkins parla di "memi" o Ch. Lumsden di "culturgene" il significato è analogo. Ecco perché la sociobiologia pretende di creare un paradigma per la psicologia.

Wilson si rende conto che questa pretesa può creare problemi di tipo "riduzionistico", analoghi a quelli che crea la neurofisiologia quando cerca di assorbire la psicologia umana. Ma la riconduzione dei fenomeni più complessi del mondo materiale a quelli più semplici - spiega Wilson - è una caratteristica necessaria del metodo scientifico nelle fasi iniziali di sviluppo di una nuova scienza.

Per la sociobiologia è comunque un postulato il fatto che l'adattabilità del comportamento presuppone il suo condizionamento ereditario, nel senso che il comportamento non è soltanto il risultato ma anche un fattore dell'evoluzione. Se vogliamo che la selezione naturale possa agire sul comportamento, le caratteristiche comportamentali devono non soltanto possedere un valore di adattamento, ma anche trasmettersi dai genitori ai discendenti.

In fondo la sociobiologia è proprio lo studio sistematico del fondamento biologico di tutto il comportamento sociale.

Osservazioni critiche

Fra gli avversari più attivi di Wilson, dopo la pubblicazione del suo libro Sociobiologia. La nuova sintesi, del 1975, vi furono i cosiddetti "critici di Boston": E. Allen, M. Sahlins, R. Levontin, R. Levins ecc.

La prima critica era quella più scontata: la sociobiologia, partendo dal darwinismo, cerca di trovare nelle forme del comportamento animale le leggi biologiche del comportamento sociale, animale e umano, ma questa applicazione, nel caso degli esseri umani, non funziona, proprio perché la differenza tra animale e uomo non è semplicemente di tipo "quantitativo".

Impostata in maniera così riduzionistica, la sociobiologia finisce col diventare una branca della biologia evoluzionista o della moderna genetica della popolazione, scienze che dal punto di vista propriamente "sociioumano" sono in grado di spiegare ben poco.

Il "sociale" infatti è legato per origine al lavoro e, proprio per questo, si presenta come un fenomeno "storico-sociale", sovrabiologico, appartenente soltanto all'essere umano.

E' vero, anche l'esperienza storico-sociale viene trasmessa alle generazioni, ma in maniera indipendente dalla trasmissione biologica: lo dimostra il fatto che mutamenti sociali radicali possono avvenire in presenza di un'eredità biologica immutata. Non si può spiegare il "sociale" col "biologico" e neppure il "biologico" col "sociale", benché esistano tra i due aspetti dei condizionamenti reciproci.

In un ambiente socialmente sano, sicuro... la riproduzione è certamente agevolata, ma questa, di per sé, non contribuisce a modificare un ambiente che perde progressivamente di sicurezza. A problemi "sociali" bisogna dare soluzioni "sociali". Idee complessivamente esatte sul comportamento degli animali si rivelano del tutto errate se usate per spiegare i fenomeni umani.

Basti pensare che nella sfera della riproduzione sociale il momento della "produzione" vera e propria costituisce per gli esseri umani un aspetto qualitativo di gratificazione, che è quasi del tutto sconosciuto al mondo animale. Gli animali vivono come di "riflesso" nel mondo della natura: il loro obiettivo inconscio è quello di adeguarvisi nel migliore dei modi, certamente non quello di operare dei mutamenti consapevoli. Nel mondo animale la "produzione" (p.es. costruire un nido o una diga) ha sempre per fine la "riproduzione". In tal senso, p.es., l'omosessualità come scelta di vita viene esclusa a priori.

Il momento in cui gli animali, istintivamente, meno pensano alla riproduzione è quello del gioco, che è quello però in cui non producono altro che un addestramento alla lotta e alla caccia, cioè a qualcosa che in definitiva servirà loro per riprodursi.

Viceversa, tra gli umani persino un semplice legame biologico tra genitore e bambino è da subito fondato sulla produzione della personalità. La personalità viene creata dai rapporti sociali in cui l'individuo entra nella sua attività. L'attività creativa è il cuore dell'essere umano inteso come personalità.

E' singolare come dei quattro aspetti che la sociobiologia ritiene comuni agli uomini e agli animali, e cioè aggressività, sessualità, paternità e altruismo, solo quest'ultimo venga inserito in un contesto biologico dalla sfera dei rapporti sociali. Gli altri tre partono dal biologico e finiscono nel biologico. E si noti come al primo posto venga messa l'aggressività, cioè l'individualismo egoista: anzitutto l'individuo vuole affermarsi come tale e il modo più semplice e diretto di farlo è quello di riprodursi nelle migliori condizioni possibili. L'altruismo è semplicemente una forma di compromesso con la libertà altrui, che manifesta esigenze analoghe.

Secondo R. Trivers gli elementi principali del meccanismo della selezione sessuale si riducono a tre: paternità, contributo del genitore e strategia riproduttiva delle femmine. Il contributo del genitore viene definito come qualsiasi azione dei genitori che contribuisce all'aumento delle chances di sopravvivenza della prole.

Le strategie riproduttive sono sostanzialmente due: una è basata sulla rivalità dei maschi, i quali, selezionandosi, devono dare le migliori garanzie alle femmine (non solo come capacità riproduttiva in sé, ma anche come padri); le femmine attirano il vincitore di questa selezione tra maschi per avere maggiori probabilità di procreazione riuscita.

Fin qui, secondo i sociobiologi, tutto regolare. La riproduzione è lo scopo principale della vita animale. Non c'era bisogno di far nascere la sociobiologia. Quand'è che nasce questa nuova scienza? Nasce proprio dalle discussioni sul concetto di "altruismo".

Dal punto di vista biologico l'altruismo è in contraddizione coi principi della selezione naturale e con la capacità di adattamento individuale, eppure esso contribuisce in maniera decisiva al successo riproduttivo. I sociobiologi ritengono che l'altruismo si spieghi col fatto che è negli interessi riproduttivi di un individuo essere altruista nei confronti dei propri parenti, portatori di copie dei suoi stessi geni. Qualsiasi aiuto rivolto a qualsiasi parente favorisce la diffusione dei propri geni. L'altruismo è la conseguenza dell'egoismo dei geni. I geni quindi sono l'unica entità permanente, l'unità dell'evoluzione (da notare che per gli evoluzionisti classici questa cosa era garantita dalla "specie").

Tuttavia l'altruismo più diffuso non è quello di parentela, è quello reciproco tra estranei, che fra gli animali si verifica anche tra specie diverse (p.es. il paguro con l'attinia). Si tratta di un egoismo genetico a scopo riproduttivo, una forma di "egoismo di ritorno".

M. D. Sahlins scriveva a tale proposito: "Dal XVII secolo ci muoviamo in un circolo vizioso, applicando a turno il modello della società capitalistica al mondo animale e poi questo mondo animale imborghesito lo applichiamo di nuovo all'interpretazione della società umana"(1).

Cioè l'individuo, per la sociobiologia, sembra comportarsi in maniera molto egoista e individualista proprio perché questo atteggiamento, ci si vuol far credere, gli proviene da tendenze genetiche universali, particolarmente riscontrabili tra gli animali.

Senonché cercare di spiegare comportamenti umani avvalendosi di esempi tratti dal mondo animale, serve a poco. Là dove c'è il 90% di istinto e il 10% di capacità di adattamento, qui il rapporto è inverso, anzi l'uso della ragione viene misurato proprio sulla capacità di superare gli istinti.

Nessun ricercatore è in grado di verificare quanto i processi di selezione, di adattamento siano in grado di ripercuotersi a livello genetico sul processo evolutivo umano, in modo tale da poterli trasmettere per via ereditaria. Ci vorrebbero dei periodi storici lunghissimi per ottenere risultati scientifici.

Viceversa noi cominciamo a parlare di "storia del genere umano" proprio a partire da una certa stabilità genetica. La biologia è sì il presupposto della cultura, come il pollice opponibile per l'organizzazione del lavoro. Se questa organizzazione crea disoccupazione non ha senso sostituire le mani con delle protesi più efficienti.

Sono pochissimi i casi in cui si può dimostrare con certezza l'ereditarietà dei geni dovuta a determinati comportamenti sociali (l'alcolismo?). Il comportamento sociale va spiegato dal punto di vista culturale; spiegarlo dal punto di vista biologico può comportare esiti non solo tutt'altro che scientifici, ma anche particolarmente antidemocratici. Per regolare il comportamento sociale umano è necessario cominciare dalle manipolazioni dell'ambiente non dei geni.

(1) The Use and Abuse of Biology, University of Michigan, Ann Arbor 1976. (torna su)


Testi di Edward O. Wilson

Testi di David P. Barash

Testi

Testi di Spencer

Testi di Kropotkin


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria - Etica Filosofia e Politica
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