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VOGLIAMO CHE TUTTA LA PUBBLICITA' SIA "PROGRESSO"

Per trovare una qualche pubblicità televisiva significativa, dobbiamo limitarci a quella cosiddetta "progresso", che è di tipo etico civile sociale culturale e quindi saltuaria. Le altre sono tutte commerciali e quindi martellanti. Tra queste, a volte, qualcuna è carina spiritosa originale, ma quasi sempre non vediamo l'ora di cambiare canale, salvo ascoltarle senza più farci caso, magari approfittandone per fare un giro veloce tra i vari canali.

Quando ci offrono i famosi "consigli per gli acquisti", non smettiamo mai di ringraziare chi ha inventato il telecomando. Non capiscono che gli acquisti vengono spesso determinati dalle offerte fatte a livello locale (i famosi "3x2"), di cui veniamo a conoscenza grazie a quella marea di fascicoletti che troviamo nella buchetta della posta e che ci induce a fare la spesa in negozi diversi, da un capo all'altro della città e spesso in coppia. Oppure facciamo shopping perché siamo soci di questa o quella cooperativa o perché siamo iscritti ai Gruppi di Acquisto Solidali (quelli a kilometro zero, che garantiscono la qualità dei prodotti, ecc.), oppure perché frequentiamo i supermarket che vendono cose a poco prezzo, non reclamizzate, prive di marchi rinomati (ormai lo sanno anche gli studenti delle elementari che la pubblicità ha dei costi che vengono aggiunti ai prezzi delle merci, prescindendo dal loro effettivo valore). Da ultimo ci affidiamo alla rete e forse tra qualche anno sarà la prima cosa che faremo per tutte le nostre compere.

La cosa assolutamente più fastidiosa della pubblicità è quella d'interrompere ripetutamente un'opera d'arte come un film, al punto che non capisci più se davvero stai guardando un film con degli spot o non il contrario. Alla fine comunque decidi di non guardare un bel nulla, ma di leggerti un libro e magari di scriverci qualcosa sopra da pubblicare in un blog. E se proprio vuoi vedere un film, ti organizzi diversamente, salvo che non si utilizzi la televisione come potente sonnifero (in tal caso tutto fa brodo, anche un bel film).

Eppure noi avremmo bisogno di una pubblicità eminentemente tecnica, soprattutto nei periodi di crisi: un'informazione cioè che ci facesse capire come utilizzare al meglio un bene industriale, come farlo durare il più possibile, come risparmiare sui costi di gestione, come ripararlo in caso di guasto, senza essere costretti a chiamare un costoso tecnico, ovvero dove trovare i pezzi di ricambio. Questo sarebbe un vero "progresso".

La pubblicità dovrebbe basarsi su una regola che per il consumatore è tanto ovvia quanto fondamentale: un bene industriale deve durare il più possibile e i suoi componenti usurati devono poter essere facilmente sostituiti. Quando questo non è più possibile, si deve sapere quali parti possono essere rivendute e a chi, o quali componenti vanno smaltiti, riciclati, e quali no: in tal caso potrebbero anche spiegarci come si smontano le cose, in modo da non metterle, così come sono, nei contenitori degli elettrodomestici indifferenziati presso le cosiddette "isole ecologiche".

Aiutateci a capire quali componenti, in un qualunque bene domestico dismesso, sono plastici ferrosi elettrici o di altra natura. Sappiamo bene che i costi dello smaltimento sono sempre stati a carico dell'utente finale o comunque della collettività. Ma almeno diteci se, smontando l'oggetto, possiamo rivendere qualcosa. Perché p. es. dobbiamo pagare quando portiamo l'auto a rottamare, visto che carrozzieri e meccanici si servono, per le loro esigenze commerciali, di singoli pezzi usati in quei cimiteri di cubi pressati?

La pubblicità tende a considerarci degli sprovveduti che devono lasciarsi abbacinare dall'ultima novità e che devono cercare di cambiarla il più presto possibile. Le cose non sono più destinate a durare come mezzo secolo fa. Dopo un breve periodo di tempo hanno l'obbligo, per così dire, di autodistruggersi. L'economia - ci dicono - non gira se non si compra di continuo. Le conseguenze sulla natura non ci devono interessare.

D'altra parte l'industria produce senza soste: per non chiudere ha bisogno di vendere sempre di più. Le cose non possono durare troppo; magari sono di buona qualità, a motivo della concorrenza, ma i produttori confidano nel fatto che l'acquirente è compulsivo quando si tratta di acquistare l'ultima novità. Non si compra una cosa quando se ne ha bisogno, ma per motivi inconsci, e i pubblicitari lo sanno bene.

In realtà l'industria dovrebbe produrre solo beni on demand, cioè su richiesta, specificando chiaramente, nelle sue note informative, tutti i possibili usi convenienti, le manutenzioni necessarie, le riparazioni possibili, ecc. E la pubblicità dovrebbe favorire il risparmio, l'ecosistema e l'autogestione nell'uso dei macchinari. Dovrebbe dissuaderci dall'acquistare dei beni senza prima aver verificato se davvero ciò sia indispensabile.

Noi buttiamo via le cose troppo in fretta. Questo perché guardiamo il loro valore d'uso con gli occhi del loro valore di scambio, come se un bene fosse utile solo quando viene venduto sul mercato. Ci hanno tolto persino il diritto di decidere quando e come considerare utili le nostre cose. Ma non lo sanno che l'essere umano ha la straordinaria capacità di trasformare qualunque cosa in maniera creativa? A volte lo facciamo persino in maniera artistica, utilizzando quelli che comunemente vengono definiti scarti residui rifiuti robivecchi...

Fonti


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014