SUL CONCETTO DI VERITA' STORICA
Una visione pessimistica della storia era quella staliniana, secondo cui quanto più sarebbe stata forte l'affermazione del socialismo, tanta più resistenza esso avrebbe incontrato.
Il che, detto altrimenti, voleva dire che quanto più si verrà a conoscere la verità della storia, tanta meno disponibilità vi sarà ad ascoltarla.
Nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato ad affermare cose del genere. Non si dovrebbe togliere a nessuno la possibilità di ricredersi. Soprattutto non si dovrebbe togliere a se stessi il dubbio di aver commesso degli errori.
E' vero, l'occidente latino imperiale, feudale e capitalistico ha compiuto crimini orrendi per imporsi sul mondo intero, e i periodi di pace altro non sono stati, storicamente, che il frutto di un'amara rassegnazione da parte degli sconfitti. La menzogna è andata di pari passo con periodi relativamente pacifici.
E tuttavia nessun tribunale della storia ha diritto di togliere all'occidente la possibilità di realizzare il socialismo democratico.
Probabilmente, quanto più gli sconfitti solleveranno la testa, usando strumenti opposti a quelli usati in occidente, o comunque modalità diverse nell'uso degli stessi strumenti, tanto meno l'occidente sarà disposto a tollerare la propria fine storica.
Ma noi abbiamo sempre in mente le civiltà e, sotto questo aspetto, ci pare impossibile, attualmente, una conversione dell'occidente al socialismo. In realtà la configurazione borghese dell'occidente è solo una delle possibili, non l'unica né l'ultima e neppure la migliore.
Alla pace frutto della sottomissione è preferibile lo scatenamento della verità. Agli uomini occorre dare la possibilità di ricominciare da capo, anche se questo dovesse comportare la rinuncia a cose che fino a quel momento parevano essenziali.
LA VERITA' ASSOLUTA
Non si può parlare di "verità assoluta" dicendo ch'essa è inesauribile. In che modo si può sostenere che esiste una o "la" verità assoluta quando di questa verità non siamo in grado di dare alcuna definizione, alcuna determinazione definitiva?
Noi diciamo che con le nostre verità abbiamo l'ambizione di sottrarci al relativismo, di passare dal soggettivismo delle opinioni alla verità oggettiva dei fatti. Ma più di questo non potremmo né dovremmo dire, poiché il concetto di verità assoluta non fa parte della storia degli uomini, è fonte di misticismo.
La verità assoluta, se esiste, ci sovrasta. Noi dovremmo semplicemente limitarci a dire che tutti i nostri sforzi devono essere volti a cercare la giustizia, l'uguaglianza, la pace... Che poi da questi sforzi si possa trarre la conclusione d'aver ottenuto una verità più oggettiva di altre, sarà la storia a deciderlo.
O forse neppure la storia sarà in grado di decidere quando una verità oggettiva si avvicina di più alla verità assoluta.
ESISTE UNA VERITA' OGGETTIVA?
Tutti sanno che se usassimo il gas invece della benzina (rossa o verde la differenza non è poi così grande) ci sarebbe meno inquinamento.
Lo sanno tutti, e già da qualche decennio: non è più dunque un'opinione personale di qualche ecologista (come appunto lo era qualche decennio fa).
Eppure continuiamo a usare la benzina e dalle fabbriche non escono neppure delle macchine adattate al solo gas.
Da un lato quindi c'è una verità oggettiva: l'uso del gas diminuisce l'inquinamento (almeno rispetto a quello che procura la benzina, il diesel ecc.); dall'altro esiste una verità che, se anche ieri poteva apparire oggettiva (è stato meglio usare la benzina che il carbone), oggi, di fronte alla nuova verità, appare soggettiva, cioè arbitraria.
Essa infatti è la verità delle multinazionali petrolifere che non vogliono perdere i loro profitti.
Ma allora davvero la regola della maggioranza non vale nello stabilire il criterio della verità oggettiva? Dobbiamo forse lasciar decidere a una piccola minoranza cos'è bene e cos'è male per tutti i cittadini?
E' vero che quando si afferma la relatività di ogni verità, si finisce col negare un preciso valore alla democrazia?
O vogliamo forse credere che se una verità vale l'altra, è meglio lasciar decidere al destino? E' forse questo un atteggiamento scientifico?
A questo punto vien da chiedersi se l'umanità, in virtù della scienza, abbia veramente fatto dei passi in avanti.
Siamo del tutto d'accordo che il progresso tecnico-scientifico di per sé non è indice di “civiltà”, ma, se per questo, nemmeno lo è l'assenza di tale progresso.
Per dimostrare tale coincidenza occorre verificare i risultati delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecnologiche. Il terminus ad quem dovrebbe essere sempre la soddisfazione dei bisogni umani, materiali e spirituali (di “tutti” gli esseri umani).
Se dopo questi ultimi 500 anni di storia ci siamo accorti che il gioco non vale la candela (ad es. perché, in ultima istanza, gli svantaggi superano i benefici, o perché non tutti gli esseri umani vengono “soddisfatti” allo stesso modo), possiamo anche decidere di fermarci (e persino di tornare indietro).
Ma per poterlo fare, dobbiamo forse aspettare di pagare tutti le conseguenze delle nostre illusioni con una apocalittica guerra mondiale o con un cataclisma di tipo atmosferico, oppure dobbiamo continuare a servirci delle conquiste della scienza e della tecnica per dimostrare che esiste un altro modo di vivere il nostro rapporto con la natura?
L'UTILITA' DELLA CONOSCENZA
Tutta la conoscenza del mondo occidentale ormai si riduce unicamente alla propria organizzazione interna (più o meno gerarchica), nel senso che il problema principale è diventato quello di come organizzare una mole spropositata di informazioni.
La conoscenza non viene usata per risolvere i problemi fondamentali della vita, che sono generalmente quelli connessi alla sopravvivenza (non è questo il suo scopo fondamentale, anche se a questo può servire), ma viene usata per riprodurre una forma di esistenza piena di contraddizioni insolute.
La conoscenza dominante è uno strumento utile non al superamento del capitalismo, ma alla sua riproduzione (che è sempre più stentata, in verità). E la sopravvivenza del capitale non garantisce affatto quella del lavoro, per quanto non possa esistere capitale senza sfruttamento del lavoro altrui.
I cittadini, i lavoratori vengono utilizzati per fornire al capitale le informazioni utili alla sua riproduzione e, così facendo, pongono delle ipoteche sul loro futuro tanto più pesanti quanto più è qualificato il loro lavoro. Infatti oggi è soprattutto in virtù del lavoro qualificato (intellettuale) che il capitale può meglio riprodursi.
L'unico problema che il capitale pone al lavoro è quello di organizzare le conoscenze sufficienti alla sua sopravvivenza. E poiché queste conoscenze appaiono sterminate, il lavoratore ha la percezione che la potenza del capitale sia infinita.
La società viene avvertita come una realtà troppo complessa per poter essere modificata nei suoi aspetti essenziali. Può solo essere regolamentata. Solo attraverso canali non ufficiali, marginali o addirittura clandestini si può ottenere una conoscenza anti-sistema.
VERITA' E LIBERTA'
Nei rapporti umani la schiettezza può essere tollerata solo se è reciproca.
Per sopportare il peso della verità occorre una grande maturità, che può svilupparsi solo con una frequentazione assidua e una disponibilità mentale ad accettare il diverso.
Nella reciprocità sta il segreto della disponibilità ad accettare dei rapporti basati sulla verità. Non bisogna aver paura di dire la verità, ma bisogna anche saper dosare la verità alle capacità di ricezione altrui.
Dire tutta la verità, nient'altro che la verità - come si vuole nei processi - è pura illusione, in quanto, quando ciò avviene, in generale, può avvenire solo nella libertà reciproca e non nella costrizione di una parte sull'altra.
Di regola la verità viene detta in rapporto a chi la ascolta, cioè sulla base di un'adeguata contestualizzazione di spazio, di tempo, di cultura, di valori e soprattutto di sensibilità.
Ecco perché non si arriva mai, in determinati contesti spazio-temporali, ad andare oltre certi livelli di approfondimento della verità.
Infatti, un livello molto profondo di verità implica un livello non meno profondo di libertà.
La verità rende liberi, ma è anche vero il contrario: senza piena libertà non c'è piena verità.
Poiché la libertà non è un mero processo intellettuale, ma sociale (cioè personale e insieme collettivo), anche la verità non può prescindere dagli aspetti sociali che la devono supportare.
Se la verità non porta alla libertà sociale, col tempo essa viene dimenticata o addirittura sostituita dalla menzogna. La verità spesso è talmente soggetta a censure e strumentalizzazioni che ad un certo punto si perde la consapevolezza tra vero e falso. La verità diventa un aspetto così superficiale che il confine che la separa dalla falsità è quasi invisibile. Ecco perché tutte le dittature sostengono che una falsità ripetuta più volte si trasforma in verità.
Quanto più è forte la mancanza della libertà, tanto più è forte l'odio nei confronti di chi dice la verità.
Nei processi la formula del giuramento dovrebbe essere questa:
- Dica quanto è umanamente accettabile e utile per la collettività.
E la risposta dovrebbe essere: "ci proverò".
Il che dovrebbe essere considerato come un invito a sforzarsi di non dire menzogne, specie nel caso in cui si può essere consapevoli di dirle.
QUANDO UNA TEORIA E' GIUSTA?
Non basta una teoria giusta per avere ragione. La giustezza di una teoria non può essere decisa dalla teoria stessa. Se una teoria pretende di farlo, allora è sicuramente una teoria sbagliata, perché troppo in ritardo rispetto al movimento della realtà.
Ecco perché diciamo che la migliore teoria è quella che riflette meglio le contraddizioni pratiche della realtà, i suoi bisogni essenziali di risoluzione di queste contraddizioni.
La migliore teoria non è quella che fa un discorso coerente o critico sulla realtà, ma quella che nasce dalla realtà stessa e che si preoccupa di risolvere concretamente i problemi che di volta in volta incontra.
Una teoria giusta è inevitabilmente una teoria contraddittoria, come lo è la realtà che deve affrontare. L'unica coerenza ammissibile è quella relativa alla preoccupazione di risolvere i problemi che permettono a tutti gli esseri umani di vivere dignitosamente, in modo conforme alle leggi di natura.
TEORIA DELLA VERITA' E LOGICA DEL "SE"
Una qualunque teoria della verità non può prescindere dalla logica del "se" ipotetico. Proviamo infatti a partire da questo presupposto: gli americani non hanno liberato l'Italia dai nazisti, si sono piuttosto sostituiti a loro nell'occupazione del nostro paese, e le basi Nato sono ancora lì a dimostrarlo.
Se gli Usa non fossero entrati in Italia, i nazisti, una volta sconfitti a Berlino dai sovietici, sicuramente si sarebbero arresi, come sempre avviene in questi casi, e l'Italia avrebbe deciso con maggiore autonomia la strada politica alternativa al fascismo.
Forse la resistenza contro il nazifascismo si sarebbe trasformata in guerra civile, visto che la maggior parte dei partigiani erano socialisti e soprattutto comunisti, i quali non avrebbero accettato, tanto facilmente, un semplice trasferimento di poteri dal fascismo "esplicito" del duce al fascismo "implicito" della Dc di De Gasperi, che tale restò fino praticamente agli anni 1968-69.
Forse in presenza della guerra civile sarebbero intervenuti gli americani, già presenti in Spagna, Francia e Germania. Ma allora sarebbe parso più legittimo chiedere aiuto ai sovietici da parte dei partiti di sinistra.
Certo, forse poteva scoppiare una sanguinosa guerra civile, analoga a quella spagnola degli anni Trenta. Ma mentre in Spagna vinse la destra, sostenuta praticamente da tutti i paesi capitalisti avanzati (la sinistra fu sostenuta indirettamente e per un breve periodo di tempo solo dall'Urss e dalle Brigate Internazionali); in Italia invece avrebbe anche potuto vincere la sinistra, visto che i sovietici avevano già sconfitto il nazismo.
E' comunque difficile credere che gli americani non sarebbero intervenuti in caso di guerra civile in Italia. In fondo le due armi atomiche gettate sul Giappone dovevano proprio far capire ai sovietici che se si voleva continuare la guerra contro il capitalismo, questo non avrebbe esitato a difendersi ricorrendo a qualunque tipo di arma, contro qualunque tipo di bersaglio.
C'è tuttavia da chiedersi se l'Italia, una volta diventata comunista sul modello sovietico, avrebbe continuato a restarlo, specie dopo la destalinizzazione di Krusciov, dopo i fatti ungheresi del 1956, dopo quelli cecoslovacchi del 1968, dopo i fatti di Solidarnosc del 1981 e infine dopo la svolta gorbacioviana del 1985.
Il comunismo di Togliatti e il socialismo di Nenni furono traditi dal cattolicesimo-borghese di De Gasperi, ampiamente appoggiato dagli Usa e dal Vaticano. Ma se la sinistra fosse andata al governo, non si sarebbe forse sentita ugualmente tradita dal socialismo autoritario sovietico? E, reagendo a questo tradimento, non avrebbe forse potuto imboccare, come gli odierni cinesi, la strada del capitalismo? O avrebbe forse avuto la capacità di trasformare il socialismo da autoritario a democratico, restando nell'ambito del socialismo?
Dunque perché è utile la logica del "se" ipotetico? Perché aiuta a capire non solo le possibilità in atto, ma anche a relativizzare la scelte compiute. Non c'era alcuna imperscrutabile necessità del destino (il concetto di "inevitabilità" non può essere applicato alla storia), e le scelte compiute non vanno considerate come le migliori, né perché hanno un qualche carattere di "necessità storica" che si pone al di sopra della libertà umana, né perché esse sono comunque il frutto di una libertà di scelta, in quanto ad un certo punto sono state "compiute" da qualcuno.
La "bontà" di certe scelte storiche la si misura a posteriori, guardando i fatti, le realizzazioni compiute, anche se è fuor di dubbio che quando le premesse che hanno portato a certe scelte sono "democratiche", è più facile che nel corso delle realizzazioni pratiche si possano correggere in tempo gli inevitabili errori. Un errore "inevitabile" sta semplicemente ad indicare che gli esseri umani non sono "perfetti", ma questo non significa che dalla loro imperfezione ci si debbano aspettare solo scelte sbagliate.
UNA TEORIA ADEGUATA
La difficoltà di elaborare una teoria adeguata alla comprensione della realtà non dipende soltanto dal fatto che la realtà è ambigua, sfuggente, a causa della presenza di forti antagonismi sociali, che obbligano gli individui a simulare e dissimulare i propri comportamenti, ma dipende anche dal fatto che la realtà in sé, essendo umana, non è mai univocamente decifrabile, il che rende quanto mai interessante, accattivante, coinvolgente la stessa difficoltà interpretativa, che assume i contorni di una sfida all'intelligenza umana; tant'è che quando si pensa d'aver acquisito un risultato significativo sul piano dell'analisi interpretativa, subito ci si pone l'obiettivo di scoprire qualcos'altro, come se il non poterlo fare venisse considerato un'incredibile iattura, una sorta di premessa all'insorgere della noia intellettuale e di altri malesseri esistenziali.
Gli esseri umani non si accontentano mai di ciò che hanno, sono per natura curiosi e, pur di scoprire cose nuove, si avventurano in mille pericoli, saggiando così le loro capacità.
Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria - Etica Filosofia e Politica