TEORICI
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ARISTOTELE (II - I) Leggendo Aristotele si ha l'impressione che i guasti causati dalla sofistica e soprattutto da Platone siano stati irreparabili. Probabilmente il vertice della filosofia greca è stato raggiunto da Socrate. Lo stesso materialismo naturalistico non ha più eguagliato gli sviluppi ionici e milesi. Aristotele, infatti, supera sì il platonismo, ma resta inesorabilmente impigliato nella rete della metafisica. Egli non solo non riesce a dare una concretezza storico-dialettica al materialismo naturalistico, ma non riesce neppure a dare una dignità effettivamente laica alla metafisica (anche se, probabilmente, l'equiparazione di metafisica e teologia fa parte del giovane Aristotele, quello "platonizzante"). Resta comunque il fatto che Aristotele ha definito la metafisica come una scienza teoretica, astratta, fine a se stessa, senza scopi pratici. Questo atteggiamento -come noto- rientra nel modo più generale di porsi dell'idealismo. Aristotele ha sempre rifiutato di credere che la filosofia possa essere nata da cause oggettive, materiali, dalle contraddizioni della vita sociale. Per lui la metafisica era nata dall'esigenza di conoscere, a prescindere dalla realtà concreta. Il suo giudizio sugli ionici e sugli eleati è spesso fuorviante. Paradossalmente, in questo Aristotele è più conservatore di Platone, il quale, pur avendo affermato un essere assai lontano dalla realtà (in quanto doveva essere la realtà a modellarsi sulle idee e non queste a riflettere la realtà), aveva però intenzione, sul piano etico-politico, di costituire un progetto significativo. Viceversa, Aristotele, che pur senza volerlo ha saputo mostrare un senso della realtà più spiccato (anche se non in senso storico, politico e sociale), sembra piuttosto assomigliare a un positivista come Comte, o a un filosofo della scienza estraneo alla politica (come il Kant della prima Critica). Nella metafisica di Aristotele la definizione dell'essere diventa una questione di "linguaggio". Il linguaggio (la logica anzitutto) permette di osservare l'essere da diversi punti di vista, i quali però sono tutti riconducibili a uno solo: quello di sostanza. Essere e sostanza coincidono, ma è la sostanza, in ultima analisi, che decifra l'essere. Ogni aspetto del reale partecipa dell'entità dell'essere solo nella misura in cui il filosofo è in grado di individuarne la sostanza. Platone era totalitario sul piano politico, Aristotele lo diventa su quello ontologico (il che, in un certo senso, è peggio). Nel dare un maggiore risalto alla realtà fisica (rispetto a quanto aveva fatto Platone), Aristotele nega che una realtà la cui sostanza non sia individuabile dal filosofo, possa partecipare all'essere. Qui sta il suo arbitrio intellettuale. L'essere di Aristotele è un'entità puramente logica, e la realtà che lo esprime ha senso solo in quanto manifesta un'intrinseca coerenza logica (stabilita dal filosofo-enciclopedista per mezzo del sillogismo, che è il modo di ragionare affermatosi in Occidente). L'idea di sostanza è deducibile per mezzo del sillogismo. In tal modo la realtà diventa un fenomeno meramente formale. Perché Platone non era arrivato a formalizzare l'essere in categorie? Perché, tutto sommato, aveva ancora una concezione mistica dell'essere. Un essere che si lascia troppo "definire" era, per Platone, un essere poco assoluto, poco eterno o poco infinito. Tanto è vero che per costruire il nesso idee/natura, Platone si era sentito in dovere di elaborare il concetto di demiurgo. Sotto questo aspetto Aristotele supera abbondantemente Platone. Vi è nella sua filosofia maggiore realismo, benché esso resti rigorosamente circoscritto nell'ambito formale del linguaggio logico (epistemologico). L'essere diventa ora un'entità conoscibile solo in maniera logico-speculativa. Con Aristotele, non è più l'essere che, in forza della propria oggettività, ha qualcosa da "rivelare" all'uomo. Anzi, neppure l'uomo è più disposto ad ascoltare, ad osservare la realtà contemplandone il mistero. Il preteso disinteresse della conoscenza filosofica è in Aristotele una finzione che maschera la precisa esigenza di padroneggiare la realtà con la logica formale. L'essere, in Aristotele, non è più grande dell'uomo che lo comprende. L'oggettività dell'essere corrisponde alle qualità logiche che il soggetto gli attribuisce. La logica ferrea, matematica, di Aristotele permea anche i concetti di "essere in atto" ed "essere in potenza". Facendo derivare, in ultima istanza, la potenza dall'atto (non in modo cronologico, ovviamente, ma in modo ontologico), cioé considerando l'atto anteriore alla potenza (cosa ch'egli si preoccupa di dimostrare anche in modo fisico), Aristotele, in pratica, può giustificare qualunque realtà. Egli infatti cerca fra atto e potenza una perfetta corrispondenza dal punto di vista dell'atto, per cui è costretto a escludere a-priori la possibilità che la potenza generi un atto diverso da quello effettivamente prodotto (qui Gentile è molto debitore nei confronti di Aristotele). Per Aristotele ogni potenza può generare solo l'atto corrispondente (o comunque un atto previsto a-priori, anche perché determinato in modo fisicistico, meccanicistico: cosa che Gentile non farà, avendo egli la nozione di "spirito"). Aristotele è comunque solito servisi di principi fisici per dimostrare quelli metafisici (anche Schelling lo faceva). Il principio di non-contraddizione rientra nell'esigenza di stabilire a-priori l'essenza delle cose, sulla base della loro logicità. E' reale solo ciò che è razionale: qui Hegel deve molto ad Aristotele. Il Dio di Aristotele è un Dio che "pensa" senza far nulla, è un Dio impassibile, imperturbabile, senza emozioni né sentimenti, completamente freddo: solo il pensiero è "caldo", ed è esso che eccita la curiosità intellettuale del filosofo. I SILLOGISMI Il sillogismo metafisico è la disgrazia principale della logica occidentale. Aristotele l'aveva studiato in buona fede, pensando che da certe premesse, solo per il fatto d'averle poste, potessero seguire, di necessità, determinate conclusioni logiche. In ogni caso i suoi sillogismi sono una diretta conseguenza del pensiero matematizzante di Platone. Nella sua filosofia il principio di non-contraddizione o quello d'identità o anche quello di "terzo escluso", sono un'ingenuità che si può facilmente tollerare. In fondo Aristotele non aveva la concezione della libertà e del libero arbitrio dell'ideologia cristiana, per cui non poteva comprendere sino in fondo la complessità della natura umana. Tuttavia, oggi non possiamo considerare alcuna premessa come inconfutabile, né possiamo più credere che da una determinata premessa provengano, "logicamente", precise conseguenze. Le premesse possono essere inconfutabili in via del tutto "formale", relativa, cioè se si pongono determinate condizioni (spazio-temporali) cui esse facciano dovuto riferimento. Ma nessuna premessa può rimanere inalterata al di fuori di tali condizioni, ovvero può restare inalterata al mutare di tali condizioni. Così pure, se da certe premesse sono necessarie talune conclusioni, non è detto che tali conclusioni costituiscano una prova sicura della "verità" di quelle premesse. A tal fine sarebbe necessario che non vi fossero assolutamente altre premesse: il che non può essere stabilito a-priori. Talune premesse possono essere un giudizio di fatto che è vero in quanto tale (cioè nel contesto), ma che non lo è per come la realtà dovrebbe essere. Per cui una premessa desunta dalla realtà non è per questo più vera di una premessa desunta da un'ipotesi di come la realtà dovrebbe essere. Oggi siamo arrivati alla conclusione che sia nel porre una premessa, che fra una premessa e l'altra, e persino nel dedurre le conclusioni ultime, ciò che gioca un ruolo rilevante è l'interesse del soggetto (agente). Con ciò naturalmente non si vuole affermare che la logica non esiste, ma solo che non esiste una logica che non tenga conto della natura degli interessi. Esistono sillogismi di "classe" e sillogismi "universalmente validi". Si può dimostrare il classismo di un sillogismo partendo, direttamente, dall'inconsistenza teorica della premessa maggiore, o indirettamente dall'inefficacia della conclusione, oppure, dialetticamente, da entrambe le cose. In ogni caso, i sillogismi vanno discussi. Oggi siamo addirittura arrivati a credere che la scientificità di un sillogismo non sta nella sua logicità, cioè nella sua verità a-priori, quanto nella sua applicabilità. La verità o l'attendibilità di un sillogismo può essere dimostrata solo dalla prassi, cioè dal modo come si realizza. Quindi l'azione non scaturisce dalla coerenza intrinseca del sillogismo: chi pretende di fare questo è un idealista. Nessun sillogismo è mai abbastanza coerente da determinare una prassi efficace. Il sillogismo è vero solo se è un riflesso della realtà e, poiché la realtà è mutevole, il sillogismo è vero solo in quanto si lascia mutare dalla realtà. Il sillogismo quindi non può essere un dogma (come in Aristotele o in Hegel), ma una semplice guida per l'azione, destinato ad essere riveduto e corretto in qualunque momento dell'azione, quando le circostanze lo richiedono. Il sillogismo cioè oggi è diventato un suggerimento, un'ipotesi di lavoro tutta da verificare. E anche quando tale ipotesi viene verificata, mai e poi mai si deve avere la pretesa di considerare il sillogismo come un dogma inconfutabile. I sillogismi di Aristotele possono andar bene per una dimostrazione matematica o geometrica (vedi ad es. Euclide), ma non hanno senso in una dimostrazione politica, etica o sociale. Non a caso, quando Aristotele ha cercato di elaborare il sillogismo scientifico, che portasse cioè a conclusioni non solo logiche ma anche vere, egli è stato indotto ad affermare che nelle premesse da cui partire bisogna credere per intuizione immediata, cioè quasi per "fede"! Col sillogismo induttivo Aristotele ha cercato di superare tale impasse anti-scientifica, ma è caduto nella tautologia; mentre col sillogismo dialettico egli ha definitivamente rinunciato al tentativo di "dimostrare" qualcosa, e si è limitato al compito di "persuadere", cadendo così nella retorica. L'ESISTENZA DI DIO La prova dell'esistenza di Dio, in Aristotele, cioè il cosiddetto "motore immobile", riflette adeguatamente il suo idealismo e sta a testimoniare che una qualunque posizione metafisica, se non si traduce in un impegno politico attivo a favore delle masse, sfocia, prima o poi, nella teologia. Nell'approfondire la metafisica, cioè nel tentativo di trasformarla in una scienza esatta, onnicomprensiva, Aristotele è arrivato a teorizzare l'esistenza di un principio religioso che Platone non avrebbe mai ammesso. Paradossalmente era più ateo il Platone dedito alle idee astratte del "cielo", che non l'Aristotele scienziato e amante della natura. Il fatto è che il naturalismo di Aristotele non ha mai raggiunto l'ortodossia di quello ionico, ma è sempre stato viziato da un'impostazione metafisica. Aristotele s'è sforzato di recuperare la tradizione del materialismo naturalistico, ma l'ha fatto all'interno del discorso metafisico elaborato da Platone e da lui perfezionato. Di qui il continuo declassamento della "fisica" rispetto alla "metafisica". Le sostanze sensibili -dice Aristotele- sono dotate di movimento; siccome il movimento dev'essere "mosso" da qualcos'altro, se ne deduce ch'esista un motore immobile, privo di potenza, vero "atto puro". Un motore che tutto muove e che da nulla è mosso: oggetto, non "soggetto", dell'amore universale. E' stata appunto questa sottovalutazione della materia che ha portato l'idealista Aristotele a negarle il principio dell'automovimento. Piuttosto che accettare tale principio, Aristotele è stato disposto a introdurne un altro assolutamente indimostrabile, la cui collocazione spazio-temporale è fuori da ogni spazio e da ogni tempo. Interessante però è il fatto che Aristotele abbia cercato di risolvere questa aporia, dicendo che il movimento dell'universo è eterno, in quanto, nella sua totalità, l'universo non è soggetto né a creazione né a distruzione. Un principio, questo, che può portare diritti all'ateismo. Effettivamente in Aristotele convergono due istanze: una metafisica e l'altra scientifica, che non marciano parallele (cosa che di per sé sarebbe assurda), ma che si condizionano a vicenda. Aristotele avrebbe potuto superare questa difficoltà valorizzando maggiormente la storia, l'economia, la società, la politica... LA FISICA Aristotele polemizzò efficacemente contro gli eleati, che negavano la realtà del movimento (anche se solo l'invenzione del calcolo infinitesimale taglierà la testa ai sofismi di Zenone). Ma la polemica di Aristotele contro l'atomismo di Democrito è meno efficace. Oggi è chiaro che nella natura non vi è alcun finalismo paragonabile a quello che l'uomo vive storicamente, cioè a quello che l'uomo dà a se stesso. Ma è altrettanto chiaro che nell'universo vi sono leggi eterne, assolutamente immodificabili, oppure modificabili entro determinati limiti. L'uomo influenza pochissimo queste leggi, praticamente inizia solo ora a farlo a livello planetario e, purtroppo, in modo del tutto deleterio (si pensi solo all'inquinamento). Forse in futuro riusciremo a realizzare delle "eccezioni" nei confronti di certe leggi della natura: in ogni caso non potremo abolire delle leggi che ci precedono dall'eternità, né mai riusciremo a crearne di nuove, che l'universo non poteva prevedere. Tuttavia, tra Aristotele e Democrito andrebbe posto un "termine medio", cioè una sintesi in grado di valorizzare l'entelechia e il caso. Se la natura non avesse alcun fine, non sarebbe nato neppure l'uomo. Non dobbiamo infatti dimenticare che la materia è anteriore all'uomo e che la coscienza umana non è altro che il prodotto più significativo dell'evoluzione della materia. Quindi, se si vuole evitare di parlare di finalismo naturalistico, si deve però ammettere che la materia procede verso un fine di perfezione, il cui significato (ultimo), per il momento, non ci è dato di sapere, in quanto, al massimo, possiamo intuirlo o dedurlo di volta in volta, oppure dimostrarlo volgendo lo sguardo verso il passato. Ciò che l'uomo sa, con sicurezza, è che, per il momento, il fine supremo della natura è l'uomo stesso, poiché (nonostante le assurdità dettate dall'interesse privato) l'uomo rappresenta l'ente più razionale e più capace dell'universo (a noi conosciuto). Compito dell'uomo è quello di darsi delle leggi sociali compatibili con quelle naturali: non deve fare altro. Se l'uomo fosse stato un prodotto del "caso", non si spiegherebbe la sua continua evoluzione, la sua affermazione a livello mondiale su ogni altro essere vivente. D'altra parte, se il finalismo umano fosse identico a quello della natura, non vi sarebbe neppure il rischio dell'autodistruzione, che è frutto di una libertà (negativa, ovviamente) sconosciuta alla natura. Nella natura non vi è mai autodistruzione, ma solo perenne trasformazione da uno stato all'altro. Testi Ricerca tutti i titoli che sono stati scritti da Aristotele (scrivi il nome Aristotele e il titolo del libro, se vuoi anche l'editore).
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