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Jeremy Bentham (1748 – 1832)

Jeremy Bentham

Quando si dice Bentham si dice "utilitarismo", da sempre. Una cosa o un'idea è buona se è utile al maggior numero possibile di persone. E come si può stabilire quando un'idea o una cosa lo è? Dagli effetti che produce. Dato che l'individuo agisce solo sulla base di due istinti primordiali: il piacere e il dolore, secondo la dottrina di Helvétius, da cui egli dipende, quando la maggioranza delle persone è contenta di esistere, allora vuol dire che le cose o le idee funzionano, cioè il parlamento fa buone leggi e la vita sociale viene condotta secondo criteri ottimali.

Non serve credere nei diritti naturali, poiché tutto viene deciso a posteriori. Non serve, al limite, neppure avere la democrazia o una Costituzione che condizioni i poteri dell'esecutivo, per tutelare il bene comune: è sufficiente un governo lungimirante, che sappia intervenire con autorità solo quando ve n'è bisogno. L'economia è più importante della politica.

Questa, in nuce, la filosofia di Bentham, soprattutto nella fase giovanile. Egli però si chiedeva, guardando l'Inghilterra, così farraginosa nel diritto e soprattutto così aristocratica nella gestione del potere, se il suo utilitarismo avrebbe mai potuto essere realizzato.

Del suo primo periodo il testo più importante è il Frammento sul governo (1776), con cui attaccava i Commentari sulle leggi d’Inghilterra (1765-69) del contrattualista W. Blackstone e la concezione whig del governo. Bentham, a 27 anni, grazie a Hume, era arrivato alla conclusione che il fondamento del governo non era il contratto, ma la necessità umana: poiché l’unico principio che guida gli individui nell’azione è il perseguimento del piacere e la fuga dal dolore, essi obbediscono al sovrano solo perché questi assicura loro la felicità. Riteneva quindi del tutto inutile la divisione dei poteri sul piano istituzionale. Aveva in orrore il giusnaturalismo radicale e rivoluzionario di Rousseau e dei giacobini francesi.

Poi però, abbandonando nel 1808 la politica tory, si convinse che bisognava anzitutto fare una riforma della legge elettorale, per poter avere un parlamento più autonomo rispetto alla corona, troppo condizionata dall'aristocrazia terriera. Per realizzare le sue riforme aveva bisogno di una completa sovranità legale del parlamento e quindi di un corpo elettorale illuminato. Infatti, dopo aver pubblicato nel 1789 l'Introduzione ai Principi della morale e della legislazione, dove fondeva psicologia, etica e giurisprudenza secondo le linee tracciate da Helvétius, preferì stampare in francese le sue opere giuridiche successive, rivolgendosi al pubblico continentale. Solo nel 1820 le sue idee tornarono in Inghilterra, con la traduzione delle sue opere francesi e la pubblicazione della Razionalità dell'evidenza giudiziaria, ricavata dai suoi manoscritti.

Nei Principi in pratica sosteneva che piacere e dolore possono convivere solo se una quantità dell'uno è in grado di compensare una pari quantità dell'altro, tenendo conto di quattro elementi: intensità, durata, certezza e numero delle persone coinvolte. La sua gnoseologia era rigidamente nominalistica: un nome è il nome di qualcosa che dev'essere frammento concreto di un'esperienza sensibile. Senza referente concreto non c'è significato astratto. Quindi non serve a nulla fare affermazioni di principio, né si può giudicare nulla a priori. Certo, non si può sapere il momento preciso in cui si verificano gli effetti di una determinata idea o legge, ma è sufficiente guardare l'esperienza della maggioranza delle persone. E se un governo non è in grado di farlo, il suo destino è segnato.

Per ottenere il Reform Bill, nel 1832, s'appoggiò, lui ch'era indifferente alla religione, alle sette religiose non conformiste: l'unione tra chiesa evangelica e radicalismo laico, cioè, in questo caso, tra spirito cristiano umanitario ed egoismo dell'etica utilitaristica, fece la fortuna della sua filosofia giuridica per almeno un secolo, sia in Inghilterra che negli Usa, dove il liberalismo raggiunse insieme la posizione di filosofia e di politica nazionale. La religione veniva accettata solo nella misura in cui essa condannava le stesse cose del codice civile. Anzi negli Stati Uniti, dove non esisteva né aristocrazia né monarchia, il diritto a ricercare la felicità entrò persino nella Costituzione.

La nuova legge elettorale del 1832, che allargava la base elettorale, era un modello di regime garantistico a favore della borghesia medio-piccola, altrimenti esclusa da un parlamento dominato dai latifondisti e dalla grande proprietà borghese di recente formazione. Tuttavia, quando Bentham si orienta verso il radicalismo democratico, lo fa sempre in senso autoritario. Infatti egli appoggia le teorie della democrazia rappresentativa non solo quando queste prevedono il suffragio universale e la sovranità popolare, ma anche quando prevedono la piena subordinazione dei cittadini ai governi in carica, un sistema fortemente centralizzato e l'assenza di contrappesi o corpi intermedi che intralcino l'attività di governo. Cioè se da un lato andava ridimensionato il peso della nobiltà e della monarchia, dall'altro non si poteva mettere in discussione il peso sempre più crescente della borghesia industriale dell'Ottocento, la quale aveva bisogno di un governo forte.

Bentham stava dalla parte della borghesia industriale, mercantile e non disprezzava neppure quella dedita all'usura, tant'è che in Inghilterra fu tra i primi, nel 1787, a legittimare questa pratica, prendendo come esempio l'Olanda e criticando Adam Smith. I diritti di proprietà privata erano per lui giustificati dal bisogno di sicurezza. Tuttavia egli, auspicando un certo equilibrio tra sicurezza e uguaglianza, diceva che i contratti dovevano a servire a migliorare le cose, non a cristallizzarle. Altrimenti si formerà un circolo vizioso: aumenteranno i reati e quindi si aggraveranno le pene, le quali così non riusciranno a produrre effetti desiderabili, il primo dei quali è la diminuzione dei reati. Su questo Bentham dava pienamente ragione a Beccaria.

Le pene dovevano essere rieducative, proporzionate ai reati, in grado di riparare il torto; anzi dovevano superare il danno causato dall'offesa. Ecco perché era necessario migliorare i sistemi carcerari. Ma soprattutto era indispensabile accelerare la procedura legale, evitando che gli avvocati speculassero sui ritardi e addirittura permettendo la sostituzione delle procedure formali con quelle informali, cioè ammettendo qualunque tipo di prova. I giudici e gli ufficiali giudiziari dovevano essere pagati con stipendi statali e non con onorari. Per 60 anni s'interessò esclusivamente di riforme sociali e giuridiche (procedura legale, organizzazione giudiziaria, carceri...).

Da notare che Bentham, pur avendola usata moltissime volte, non definì mai la parola "utilità", proprio perché se questa riguarda la libertà dell'individuo, era per lui assurdo una libertà oggetto di legislazione. La legge esiste solo per costringere gli uomini a fare ciò che non farebbero spontaneamente. E, in tal senso, era per lui inutile rifarsi alle tradizioni o consuetudini: la storia non è che la memoria di fatti assolutamente insensati. Filosofia liberale vuol dire lasciar fare la borghesia, che si guarderà bene dal creare una situazione che possa danneggiare i propri interessi. Bentham non volle mai credere che una borghesia lasciata a se stessa avrebbe potuto portare la società a conflitti di classe irriducibili, e comunque era convinto che, pur in presenza di tali conflitti, i governi avrebbero aggiustato le cose, nell'interesse della stessa borghesia. Economia e governo dovevano restare reciprocamente indipendenti. Il suo ottimismo nei confronti della borghesia era assoluto. Per lui gli operai erano soltanto dei meri esecutori della volontà della borghesia: non potevano mettere parola sulla ripartizione del reddito nazionale. Marx lo criticherà duramente nel I libro del Capitale.

Per chiarire con un esempio simbolico la sua filosofia di vita si serviva di un poemetto satirico composto nel 1714 da Bernard de Mandeville, La favola delle api, in cui un alveare smette di funzionare quando le api cominciano a diventare sobrie, austere, virtuose e caritatevoli. Insomma i vizi umani sono un bene per la società, a condizione che vengano regolamentati secondo una contabilità di vantaggi e svantaggi. Questa favola viene considerata il punto di partenza dell’emancipazione dell’ambito economico e della sua separazione dalla riflessione morale.

Il suo ambiente riformista anglo-francese di riferimento era composto da Turgot, Condorcet, Priestley, Price, Lord Shelburne, l'abbé Morellet e Bowood. Ma anche la scuola economica ricardiana, contraria ai landlord, l'appoggiava. Una filosofia pragmatica del genere la si ritrova anche in Hume, Locke, Burke, Matlhus, Paine, Godwin, Adam Smith ecc., e prima ancora in Hobbes. Bentham, a dir il vero, non sopportava Locke, con la sua idea di natura costante e immutabile, fonte di diritti e doveri, ma Locke, alla fine della sua vita, si piegherà alle idee di Bentham.

Principale discepolo di Bentham fu James Mill (1773-1836), padre di John Stuart Mill (1806-73). La principale differenza tra Bentham e il primo Mill stava in questo, che Mill voleva uno Stato che agisse nella società proprio per tutelare la libertà dei cittadini, ch'era un bene di per sé e non solo individuale ma sociale. Da questa precisazione di Mill si svilupperà il cosiddetto "socialismo fabiano" dei vari G. B. Shaw, H. G. Wells, S. Webb, B. Potter (1884), che pretendeva dallo Stato un minimo di istruzione nazionale, di salari, di igiene e di tempo libero. Questo perché tutti devono essere messi nelle condizioni di poter ricercare la felicità, anche quelli che non hanno proprietà.

Bentham argomentò anche a favore della separazione di Stato e chiesa, della libertà di parola, della parità di diritti per le donne, dei diritti degli animali, della fine della schiavitù, dell'abolizione di punizioni fisiche e della pena di morte, del diritto al divorzio e della depenalizzazione della sodomia. Fu a favore delle tasse di successione, delle restrizioni sul monopolio, delle pensioni e delle assicurazioni sulla salute. S'impegnò anche per potenziare l'istruzione tecnica. Nei suoi manoscritti si trova anche l'apologia del suicidio e addirittura dell'infanticidio.

Ideò e promosse nel 1791 un nuovo tipo di prigione, che chiamò Panopticon, dove un unico guardiano (una sorta di "Grande Fratello orwelliano") poteva osservare tutti i prigionieri in ogni momento. Questi, non potendo stabilire se erano osservati o meno, arrivavano alla conclusione che il guardiano fosse una sorta di invisibile onniscienza. Dopo anni di questo trattamento, il retto comportamento "imposto" sarebbe entrato nella mente dei prigionieri come unico modo di comportarsi possibile, modificando così indelebilmente il loro carattere. Inoltre il panopticon prevedeva che ad ogni singolo detenuto fosse assegnato un lavoro produttivo. L'idea però non venne mai realizzata in Inghilterra. E' stato definito l'esito istituzionale dell'anello di Gige.

Sul piano economico tutte le sue idee furono condivise dal liberalismo economico del laissez-faire. In particolare Edgeworth e Jevons trapiantano l’utilitarismo di Bentham nell’economia di Smith. Jevons vede la scienza economica come "scienza dell’utilità", mentre Edgeworth stabilisce che il primo principio dell’economia è: "ogni agente è mosso solo dal proprio interesse". La massimizzazione dell'utile individuale come fine in sé produce un'etica sociale solo di riflesso, come conseguenza naturale. L'unico vero problema è quello di confrontare i diversi "utili" al fine di poter scegliere quello più conveniente (utilità marginale). Da considerazioni del genere non poteva non svilupparsi la statistica trasse grande giovamento.

Morendo nel 1832 lasciò il retaggio di un'istituzione nuova in Inghilterra, l'Università di Londra, distinta dalle tradizionali università inglesi di Oxford e Cambridge per il suo carattere rigorosamente laico e subito tacciata dagli avversari come «l'Università senza Dio». Di Bentham furono messe all'Indice: Trattato di legislazione civile e penale, Trattato delle prove giudiziarie, Deontologia o Scienza della moralità (1835). Manzoni scrisse contro Bentham Del sistema che fonda la morale sull'utilità, pubblicata come appendice al capitolo III delle Osservazioni sulla morale cattolica. Le sue idee sulla religione furono svolte principalmente nell'Analysis of Religion, pubblicata da Grote con lo pseudonimo di Ph. Beauchamp, nel 1822. Suo grande critico fu Charles Dickens.

Bentham considerava dei filosofi come Shaftesbury, Hutchenson, Clarke come preti travestiti da laici. Di loro non sopportava soprattutto l'idea che il criterio del giusto e dell'ingiusto avesse un fondamento trascendente ed eterno. Sotto questo aspetto criticava anche Hume là dove affidava al sentimento la valutazione morale. Per lui era piuttosto l'amore di sé che decideva della sopravvivenza della specie. Si doveva porre una sorta di analogia tra etica e aritmetica: il giudizio etico deve dipendere da una sorta di "calcolo della felicità", in base al quale sarà sempre da preferire quella condotta che promuove la massima felicità del maggior numero di persone. Questo calcolo dei pro e dei contro non può essere fatto in astratto, meno che mai una volta per tutte: bisogna guardare caso per caso. Nella filosofia di Bentham questo voleva anzitutto dire promuovere lo spirito d'impresa, quello capitalistico.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015