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BUTTIGLIONE E IL CRISTIANESIMO RIVOLUZIONARIO

Rocco Buttiglione, il maggior discepolo di A. Del Noce, agli inizi degli anni '70 perorava la causa di un cristianesimo "rivoluzionario", alternativo sia al marxismo che al capitalismo. Lo attestano le lezioni sul marxismo ch'egli tenne nel febbraio 1972, all'Università Cattolica di Milano (poi pubblicate nel volumetto Avvenimento cristiano e fenomeno rivoluzionario).

Forse pochi oggi conoscono il contenuto di quelle lezioni-conferenze. Chi potrebbe infatti immaginare che, al momento della sua nascita, C.L. avesse l'ambizione di poter trasformare radicalmente la società borghese realizzando gli ideali del socialismo marxista? In effetti, la grande scoperta di questo movimento cattolico integralista è tutta racchiusa in quella prima lezione: l'unità di metodo e contenuto (che poi, in forma più "pastorale", era stata l'intuizione di Giussani).

Tale unità veniva considerata in termini esclusivamente "cristiani", escludendo quindi a priori non solo la soluzione del leninismo, ma anche quella dell'hegelismo e di tutta la filosofia borghese, che pretendeva di realizzarla al livello astratto del "pensiero" o dell'"idea".

In virtù di tale unità, C.L. doveva superare i limiti del liberalismo borghese (in cui -si diceva- era caduta anche l'Azione Cattolica e tutta la chiesa cattolica europea), inverando gli obiettivi socialisti del marxismo. A differenza dei cristiani per il socialismo, che facevano dipendere il giudizio storico-politico sul capitalismo dall'ideologia marxista, C.L., per formulare un giudizio del genere, voleva darsi un metodo "cristiano", senza però prescindere da un confronto con l'esperienza rivoluzionaria del marxismo e del leninismo.

In pratica, del marxismo, C.L. voleva ereditare la critica dell'ideologia borghese e della sua prassi economica (alienazione, sfruttamento, individualismo ecc.), svolgendola però non in direzione del socialismo marxista, ma in direzione di un'esperienza cristiana rinnovata, che doveva necessariamente ricollegarsi allo spirito e al metodo collettivistico del cristianesimo primitivo (più tardi si dirà del "movimento cattolico").

In questo senso Buttiglione non ha mai nascosto di preferire il socialismo "utopistico" a quello "scientifico". "La prima opposizione al capitalismo da parte della classe operaia si svolge ancora del tutto all'interno del cristianesimo e il rimprovero che viene rivolto ai ricchi è quello di essere venuti meno al vangelo". Viceversa, in Marx "il programma del proletariato viene tradotto dalla forma della rivendicazione etica in quella della previsione scientifica"(così in Spunti per una riflessione sull'uso della teoria marxista, "CESO", n. 106/1976). Il socialismo scientifico -secondo Buttiglione- va considerato regressivo rispetto a quello utopistico (così dirà anche la socialdemocrazia tedesca), perché più lontano dal cristianesimo e, di conseguenza, dall'etica. "Fuori dall'ipotesi teistica -sentenzia l'integrista- la distinzione fra il giusto e l'ingiusto diventa soggettiva...".

Il problema in ogni caso era quello della prassi. Girardi e i cristiani per il socialismo (poi i teologi della liberazione) separavano la fede dalla politica, accettando in politica l'ideologia marxista. C.L. invece voleva dare alla fede una dimensione politica rivoluzionaria, in grado di misurarsi anche col marxismo. C.L. voleva ricomporre gli elementi che nel passato della tradizione cristiano-borghese erano stati separati (a tutto svantaggio della fede).

La critica che, in questo senso, Buttiglione rivolgerà, di lì a poco, al "movimento cattolico" sarà appunto quella di non aver saputo creare un'organica formulazione culturale del contenuto cristiano e un'alternativa politica credibile al capitalismo. Nel saggio Riflessioni sulla collocazione del movimento cattolico nella società italiana dirà, in proposito, che il cattolicesimo ottocentesco ha combattuto più l'elemento irreligioso del liberalismo che non la struttura economica capitalistica. Tanto è vero che, sotto il fascismo, la chiesa accettò ufficialmente tale struttura alla sola condizione che se ne attenuasse l'elemento irreligioso (cfr AA.VV., Questione cattolica e movimento cattolico, ed. Jaca Book 1974).

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Secondo Buttiglione, emulo in questo di Del Noce, la separazione di teoria (cristiana) e prassi (borghese) era avvenuta a partire dalla filosofia cartesiana, anzi, ancor prima, a partire dalla riscoperta medievale dell'aristotelismo. Questa scissione comportò -come noto- il formarsi di un'etica e di una scienza autonome dal valore religioso e, nel contempo, determinò la crisi dell'esperienza cristiana, che perse sempre più di credibilità.

Come dargli torto? Quest'analisi è sostanzialmente corretta: a partire dalla riscoperta dell'aristotelismo è iniziata la progressiva formalizzazione dell'esperienza cristiana (sanzionata dalla Scolastica: C.L. non ha mai visto di buon occhio Tommaso d'Aquino e tanto meno il Neotomismo, colpevoli -a suo giudizio- di aver separato la fede dalla ragione). E non si può certo dire che l'emergere dell'ideologia laico-razionalista della borghesia abbia saputo costituire una valida alternativa a tale involuzione filosofica della religione cristiana.

Tuttavia a Buttiglione, come del resto a Del Noce, sfugge completamente, per un pregiudizio anticomunista, la prospettiva inversa, e cioè che sia stata proprio la crisi dell'esperienza cristiana dell'Europa medievale, sempre più lontana dagli ideali del cristianesimo primitivo, a provocare il fenomeno della laicizzazione borghese della religione (avvenuto prima nella formazione sociale del capitalismo commerciale -Comuni, Signorie, Principati ecc.-, poi in quella del capitalismo industriale stricto sensu).

A Buttiglione è sfuggita completamente l'ipotesi che la crisi del cristianesimo occidentale fosse stata determinata proprio dall'aver accettato il nesso di religione e politica dominante, che era sostanzialmente di classe (si pensi ai rapporti servili feudali). Per quale ragione egli non ha attribuito, come Girardi, alla "svolta costantiniana" la legittimazione della crisi del "profetismo", della carica contestativa che aveva il cristianesimo primitivo? Per quale ragione ha voluto salvare il periodo altomedievale, quando proprio in questo periodo si sono poste le basi per l'affermazione della teocrazia papista (utilizzata contro ebrei, musulmani, eretici e dissidenti di ogni genere), quando si è consumata, col pieno appoggio della monarchia franca, la rottura con la confessione ortodossa, quando si sono voluti coniugare strettamente clericalismo e servaggio?

Ma queste sono domande retoriche, me ne rendo conto. Come avrebbe potuto Buttiglione accettare un regime di separazione fra Stato e chiesa quando ha sempre sostenuto che, per principio, "l'esperienza della comunità cristiana ha un rilievo politico"? quando addirittura ha affermato, con un monismo da far spavento, che "la politica [anche quella laica] trae origine e forza da ciò che si sottrae ad essa precedendola come memoria o andandole avanti come desiderio", dando per scontato che questo quid sia "Dio in persona"?!

"Tutta la storia politica del Medioevo -diceva Buttiglione a Milano- può essere letta come il conflitto dialettico tra il principio della libertà come comunione e il principio della libertà come arbitrio individuale". Quale ingenuità! Quale idealismo! Come non rendersi conto che il conflitto, in realtà, era fra una "comunione" sempre più imposta con la forza politico-militare, e il tentativo di sottrarvisi, fino a riscoprire, a volte, le fondamenta democratiche del cristianesimo (vedi certe "eresie pauperistiche"), ma più spesso finendo coll'affermare soluzioni tipicamente borghesi (la religione relegata nella sfera del privato e il criterio del profitto affermato a livello sociale).

In quelle lezioni universitarie Buttiglione sosteneva che in politica il cristiano non deve predicare dei valori laicizzati, ma valori religiosi autentici, integrali, rivendicando il potere d'intervenire nella società civile in modo diretto (contro la teoria del Bellarmino del "governo indiretto nelle cose temporali", che la chiesa aveva accettato dopo la fine del potere temporale di Bonifacio VIII; salvo riaffermare questa teoria quando si decise, alla fine degli anni '70, che C.L. doveva restare un movimento "ecclesiale", proponendosi a livello politico con il volto del suo "braccio secolare": il Movimento Popolare).

Ma quali valori politici doveva affermare il cristianesimo "rivoluzionario"? Qui Buttiglione, Del Noce e il movimento di C.L. hanno sempre rivelato tutta la loro pochezza. In teoria, infatti, essi affermavano di voler realizzare una società ove regnasse la giustizia socio-economica predicata dal marxismo (non è singolare che questa ideologia tanto vituperata da C.L. abbia costituito, sin dalla nascita di questo movimento, il termine privilegiato di riferimento, seppure in negativo, della sua identità?). In pratica però, non essendo mai riusciti a realizzare alcun ideale di giustizia sociale a livello di società civile, i ciellini sono sempre più stati costretti a propugnare le tesi del corporativismo neomedievale o del capitalismo pre-monopolistico. (Non è altresì singolare che la pretesa di affermare l'unità di teoria e prassi sia venuta meno proprio per l'impossibilità di realizzare l'ideale marxista della giustizia sociale a partire da un metodo esclusivamente cristiano?).

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Buttiglione non avrebbe mai accettato l'idea di vivere la fede nel privato della coscienza e la politica in maniera laica. Se il cristianesimo ha dei valori autentici, che possono "liberare" la società, essi devono valere anche per la società civile. Una fede senza politica è alienante perché porta al misticismo, all'intimismo ecc., e una politica senza fede è oppressiva, perché non ha valori umani, non può essere democratica.

Dura, in questo senso, era stata la sua critica del protestantesimo. In un opuscolo edito nel 1977 dal Movimento Popolare, intitolato L'egemonia comunista e il problema politico dei cattolici, egli affermò che "applicando la dottrina della salvezza mediante la sola fede e sviluppando il cristianesimo nel senso dell'interiorizzazione individuale, il protestantesimo legittima la previsione di Marx sulla scomparsa del cristianesimo stesso in una società in cui la vita divenga, da privata, pubblica e comunitaria". In pratica, se Marx, nel corso della sua vita, avesse incontrato un'esperienza sociale come quella di C.L. (e non individuale come quella protestantica), non avrebbe mai detto che "la religione è l'oppio dei popoli"!

Ecco a quali riflessioni integraliste aveva portato la crisi della chiesa italiana alla fine degli anni '60 (crisi giunta all'apice -secondo C.L.- con l'affermazione del consumismo di massa). Da un lato Buttiglione riteneva che l'esperienza cristiana tradizionale della fede non avesse più la forza d'incidere sul modello di sviluppo che l'Italia s'era data (il "socialmente ovvio" non era più "ovvio"); dall'altro riteneva che la dimensione politica con cui si regolamentava questo modello non solo non avesse nulla di cristiano, ma anche nulla di "umano". Il cristiano -a suo giudizio- non avrebbe dovuto rendere più democratica una politica laica, ma avrebbe dovuto trasformarla in una politica autenticamente cristiana, come da molto tempo non accadeva. Di qui l'illusione, militando nella D.C. di Moro e Zaccagnini, di compiere una rivoluzione all'interno di questo partito che diceva di "ispirarsi" al cristianesimo.

Di qui l'odierna illusione di poter tornare al popolarismo sturziano, che -al dire di Buttiglione- aveva saputo rompere le alleanze fra cattolici e componenti arretrate della borghesia e ricostituire l'unità fra intellettuali e masse cattoliche (cioè sostanzialmente contadine. Quanti miti C.L. e la Jaca Book hanno costruito sulle civiltà cattolico-agrarie!).

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Buttiglione insomma condivideva la critica di Marx al formalismo della società cristiano-borghese, ma invece di "andare avanti", verso una laicità veramente democratica e socialista, preferì volgere lo sguardo indietro, verso il periodo d'oro del cristianesimo primitivo o, al massimo, verso l'alto Medioevo, quando dominava il primato economico del valore d'uso su quello di scambio, quando esistevano le comunità di villaggio e la cultura era tutta cristiana.

Ora, se proprio si voleva guardare all'alto Medioevo, perché non dire chiaramente che una fede imposta politicamente (clericalismo) è un arbitrio? Perché non dire che il servaggio non era assolutamente un modello di democrazia socio-economica? Per quale motivo la "destra filosofica" di C.L. non ha mai voluto cercare delle attenuanti, delle giustificazioni storiche alla nascita del capitalismo (e del protestantesimo)? Perché ha sempre ritenuto la chiesa feudale sostanzialmente immune da ogni responsabilità politica?

Il motivo è semplice e, insieme, drammatico. Buttiglione, Del Noce, C.L., la chiesa cattolica e tutta la tradizione cristiana bimillenaria hanno sempre ritenuto l'uomo incapace di liberarsi dal "male" che è in lui. "La mortalità -dice Buttiglione a Milano- come radice della contraddizione dell'uomo implica una strutturale capacità di male". Ciò significa che, essendo l'uomo destinato a morire, cioè votato al male, è impossibile costruire una società in cui si possa vivere spontaneamente il bene. Ecco perché il Medioevo, pur con tutti i suoi limiti, viene considerato da C.L. come il modello di società cristiana e civile: lì in fondo esisteva un'istituzione capace di ricordare all'uomo la sua strutturale incapacità di bene. Ecco quale visione metafisica, politicamente opportunistica, aveva maturato, vent'anni fa, un movimento che pur sul piano intenzionale avrebbe voluto creare la "terza via" tra capitalismo e comunismo.

L'ipocrisia di C.L. sta proprio in questo scarto fra la teoria e la pratica, pur essendo il movimento nato sull'esigenza di ricomporle. Di qui il giudizio di critica radicale nei confronti del marxismo, il quale, anche se aveva capito l'importanza della giustizia sociale, veniva giudicato come un fenomeno illusorio, proprio perché esso riteneva di poter risolvere l'alienazione umana con la pura e semplice socializzazione della proprietà. Molto meglio la Scuola di Francoforte (Horkheimer soprattutto), che si limitava ad angosciarsi di fronte alle contraddizioni del capitalismo.

Qui sta l'ipocrisia di C.L. e del suo filosofo per eccellenza, cioè nel fatto che pur avendo capito l'importanza della giustizia sociale, hanno evitato di realizzarla sino in fondo, trincerandosi dietro la motivazione religiosa che il conseguimento di tale obiettivo, in ultima istanza, non risolverebbe l'inclinazione al male insita nell'uomo. Ma questa non era stata anche la conclusione della filosofia hegeliana? Rispondendo di no a questa sua domanda: "Esiste un cambiamento della struttura economica che possa realmente cambiare la struttura dell'uomo alla radice?", Buttiglione dimostrò tutta la sua pochezza intellettuale e piccolo-borghese proprio in riferimento al concetto che più gli stava a cuore: la libertà.

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Il socialismo democratico non vuole affatto creare delle strutture in cui gli uomini si sentano costretti ad essere "umani". Se questo è stato il limite del "socialismo reale" dei paesi est-europei, allora bisogna dire ch'esso non è stato molto diverso da quello della chiesa feudale, e non sarebbe stato molto diverso da quello che avrebbe caratterizzato un governo della nazione italiana se al potere ci fosse andata C.L.

Ciò che il socialismo può fare è soltanto quello di creare delle condizioni in cui per l'uomo sia più facile decidersi per il bene, personale e collettivo. Le circostanze formano gli uomini -disse una volta Buttiglione- e gli uomini -si può aggiungere- formano le circostanze, in un processo di reciprocità dialettica che non avrà mai fine.

Non si può accampare come pretesto la realtà della morte per togliere agli uomini la speranza di trovare il loro benessere, la loro felicità, soprattutto quando essi ne hanno più bisogno. Anche perché il problema della morte -come lo avverte Buttiglione e tutta la chiesa cattolica (ma si veda anche la posizione di Heidegger)- è esso stesso il frutto di una società alienata, che avverte appunto la morte come un problema angoscioso, come un problema più grande di quello della vita.

Il pessimismo cosmico, radicale di Buttiglione ha la sua fonte nella concezione cattolica del peccato originale, secondo cui esiste una trasmissione ereditaria, biologica, generazionale, di una costitutiva incapacità di bene. Ma questo, umanamente parlando, è inaccettabile. Nessuna contraddizione prodotta dalle generazioni passate può impedire agli uomini di oggi di superarle. Ciò che le contraddizioni passate deformano sono le circostanze, le situazioni, gli ambienti nei quali l'uomo si forma e si sente più o meno indotto a compiere determinate azioni, a fare determinate scelte, ma in nessun modo quelle contraddizioni eliminano la capacità di reagire. Non c'è nessun marchio indelebile nella coscienza degli uomini, nella loro libera volontà, che li destina a compiere più il male che il bene.

Il pessimismo metafisico di Buttiglione, come spesso succede in questi casi, finisce col portare su posizioni antitetiche a quelle di partenza. C.L. infatti voleva porsi come soggetto politico rivoluzionario, in grado di superare sia il marxismo che il liberalismo borghese. Invece è approdata a posizioni così oscurantiste che, a confronto, quelle gentiliane o quelle tradizionali del neofascismo italiano appaiono un estremismo adolescenziale.

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Ma già nella sua "terza lezione" si poteva intravedere l'esito finale dell'utopia ciellina. Infatti, prendendo in esame alcune parti del Capitale di Marx, Buttiglione sostiene che la tesi economica dell'autore è in palese contraddizione con quella filosofica su cui si appoggiava, in quanto, mentre la tesi filosofica affermava che il capitalismo è una realtà che va necessariamente superata, la tesi economica invece rileva che nel rispetto di "certe proporzioni" il capitalismo può continuare a sopravvivere. Infatti, prosegue Buttiglione, lo sviluppo ulteriore del capitalismo da concorrenziale a monopolistico, ereditando l'analisi marxiana delle "proporzioni", è riuscito a superare la tesi filosofica del marxismo, al punto che quest'ultimo è diventato "incapace di dire in nome di che cosa questa formazione sociale vada distrutta". Dunque -lasciava intendere Buttiglione e oggi lo dice anche esplicitamente- non c'è bisogno di trasformare materialmente il capitalismo quando basta rifarsi alla religione per migliorarlo.

Che analisi approssimativa! Possibile che dopo la lezione del leninismo, uno studioso del marxismo così attento come Buttiglione non riuscisse a capire che le suddette "proporzioni" avevano solo, nell'analisi di Marx, un valore meramente ipotetico, in quanto proprio il regime della libera concorrenza avrebbe impedito di rispettarle? E' vero, il capitalismo monopolistico ha superato, relativamente, talune contraddizioni del capitalismo concorrenziale, ma a quale prezzo? Per poterlo fare esso ha dovuto scatenare due guerre mondiali, creare il nazifascismo e sviluppare l'imperialismo in maniera abnorme. E con quale risultato? Col risultato che i monopoli non riescono affatto a eliminare totalmente la concorrenza e quindi a garantire uno sviluppo equilibrato, pianificato dell'economia, benché siano in grado di saccheggiare e affamare l'80% dell'umanità. Come non rendersi conto che l'Occidente ha potuto dimenticare l'origine del proprio benessere proprio in virtù dello sfruttamento che fa subire al Terzo mondo? Come non capire che il passaggio dal libero mercato al monopolio (privato e statale) ha soltanto garantito il trasferimento delle contraddizioni più conflittuali del capitalismo nell'area della sua periferia?

"In un sistema capitalistico -diceva Buttiglione nel '73- non si danno alternative: o si è imperialisti o colonizzati". Ora, a parte il fatto che, ad es., un paese come l'Italia è l'una e l'altra cosa, in quanto è colonizzato dagli USA e con gli USA partecipa al neocolonialismo mondiale, per quale ragione si dovrebbe sostenere che l'anticapitalismo è stata una velleità degli anni '70, quando proprio in nome di questa presunta velleità abbiamo potuto acquisire una consapevolezza prima impensabile e costruire cose che in Occidente non si potevano neanche sognare? E' dall'inizio degli anni '80, con l'avvento del reaganismo, che è iniziata la deregulation, cioè lo smantellamento progressivo dello Stato sociale e la privatizzazione selvaggia dell'economia: a quale risultato catastrofico ci porterà questa politica, se non si riprenderà la lotta anticapitalistica? "La storia in senso occidentale, che è storia politica -ha scritto Buttiglione-, è storia di oppressione e di sfruttamento, più o meno mascherato. Per questo motivo Marx rappresenta una società liberata come una società non politica, in cui la liberazione esce dall'idealità politica e raggiunge la materialità della vita". Queste parole sono ancora vere.

Se dunque C.L. vuole essere veramente un movimento originale, che lotti per l'affermazione della proprietà sociale dei mezzi produttivi, cioè per la proprietà pubblica, collettiva (non statale, visto che così essa degenera nel burocratismo impersonale e irresponsabile). E la smetta di far coincidere, borghesemente, il "pubblico" col "privato sociale", per avere privilegi e sovvenzioni statali. Se si vuole l'abolizione dello Stato, non si può porre il privato come alternativa, perché questo ci porterebbe alla totale anarchia. Si affermi invece una vera nozione di "pubblico", in cui la democrazia non sia più delegata ma diretta, in cui esista una gestione collettiva, da parte della cittadinanza locale anzitutto, delle risorse territoriali, e in cui le opinioni in materia di religione siano assolutamente libere.


UN BILANCIO APOLOGETICO

Sul "Sabato" del 12 settembre 1987, uno dei massimi leader di Comunione e liberazione, Rocco Buttiglione, ha scritto un lungo articolo che ha molto il sapore di un "bilancio apologetico" degli ultimi 15 anni del movimento. 

Perché apologetico? Perché da un lato l'autore tende a censurare gli aspetti più positivi degli anni che vanno dal '68 al '76, mentre dall'altro mira a giustificare le scelte politiche che CL ha compiuto dopo il '76 (vedi ad esempio il collateralismo organico con la Dc), facendole risalire proprio a quegli anni di battaglie ideali e politiche.

Buttiglione esordisce dicendo che "qualche anno fa eravamo tutti anticapitalisti" (si noti che l'articolo s'intitola come avrebbe potuto esserlo 15 anni fa: Politica per la liberazione). E' vero, anche CL era un movimento politico-ecclesiale anticapitalistico. Al convegno di Milano del 31 marzo 1973 Buttiglione era stato esplicito nel condannare il capitalismo: "Il capitale italiano -aveva detto (cfr. gli Atti), è impegnato nel sostegno di un regime colonialista e razzista come quello rhodesiano che equipaggia la sua aviazione con aeroplani antiguerriglia prodotti negli stabilimenti dell'Aermacchi a Varese, come pure di quello del Portogallo le cui truppe in Angola sono dotate di armi degli stabilimenti Beretta di Gardone Valtrompia". 

Senonché‚ la posizione di CL era anticapitalista solo formalmente e non sostanzialmente, in quanto sin dall'inizio si facevano dipendere dall'ideologia religiosa le motivazioni del proprio agire politico. In quegli anni, CL rappresentò, della religione, la "protesta" contro la miseria reale, ovvero una protesta sociale (soprattutto studentesca) nell'ambito della mera ideologia religiosa. CL criticava il capitalismo sulla base di concetti come alienazione, espropriazione della cultura pre-borghese, individualismo, consumismo ecc.: concetti mutuati dalla scuola di Francoforte (in particolare da Horkheimer), dalla sociologia borghese progressista, dal marxismo postbellico debitamente revisionato, cioè dalla "nuova sinistra" euroccidentale, dalla teologia politica di Metz e di Moltmann ecc. 

CL (ad eccezione di alcuni suoi intellettuali) non ha mai criticato sino in fondo il capitalismo come "sistema economico-produttivo", cioè sulla base di concetti come proprietà, profitto capitalistico, rendite parassitarie, separazione del lavoratore dai mezzi di produzione ecc. Poiché nelle sue file non militavano operai e proletari coscienti, essa si è sempre astenuta dal rivendicare la proprietà sociale dei mezzi di produzione, e ha sempre evitato di associarsi alla lotta di classe che in quegli anni il movimento operaio conduceva. CL è nata ed è rimasta un movimento piccolo e medio borghese, impegnato prevalentemente nell'area della scuola e dell'università, con esigenze di tipo corporativo e settario. La lotta che negli anni caldi portava avanti era esclusivamente studentesca e avveniva solo sul piano sovrastrutturale.

Una differenza però c'era. Allora CL, per quanto ingenuamente e senza una chiara coscienza, anelava a un cambiamento effettivo del sistema, a una reale umanizzazione dei rapporti sociali, a una ricomposizione organica del "diviso". Oggi questi obiettivi sono stati coscientemente ed esplicitamente rinnegati. Oggi a CL interessa soltanto sopravvivere, continuando a far notizia non attraverso un'opposizione al sistema, ma per esempio attraverso quell'auto-glorificazione, stipendiata in parte dalla Regione, che si fa chiamare "Meeting di Rimini", oppure attraverso la sua lotta contro l'Azione cattolica per avere la benedizione ad libitum di Wojtyla novello Isacco. 

Ora, siccome Buttiglione insiste nel dire che la politica di CL è "per la liberazione" e non "per la conservazione", il problema che a questo punto il movimento deve affrontare diventa il seguente: come giustificare agli occhi di chi ancora oggi chiede "liberazione" la propria posizione neo-conservatrice? Ovvero, come conciliare le proprie scelte regressive con la passata esperienza para-rivoluzionaria? La risposta, apparentemente, è molto semplice: rivendicando la continuità della lotta di quegli anni. "La vittoria, qui, non è tanto il successo ottenuto nella lotta del mondo [questo Buttiglione lo dice facendo evidentemente un torto a chi, allora, in quel successo ci credeva], quanto la possibilità di rimanere fedeli, nella lotta e nella vittoria come anche nella sconfitta, alla verità". 

A quale verità? Ieri CL credeva nel superamento del sistema, oggi non ci crede più. Forse alle verità della religione sull'uomo? Ma in quegli anni si cercava di concretizzarle, di tenere unita la teoria alla prassi, e non di fare, come oggi, discorsi astratti del tipo: "il regno non è di questo mondo", "il diritto di seguire la voce del proprio cuore", "lo Stato ha la funzione di stimolare, sostenere e, se del caso, guidare tale libertà" ecc. Delle due l'una: o Buttiglione ha preferito optare, dopo il fallimento del '68, per il misticismo più irrazionale, oppure questo non è soltanto un bilancio apologetico ma anche un bel manifesto reazionario per le giovani e future generazioni.

E che questa seconda ipotesi (non pregiudizievole peraltro alla prima) sia la più attendibile, è dimostrato chiaramente da tutta una serie di affermazioni "borghesi". "Nel corso di questo processo [si può aggiungere: involutivo] abbiamo imparato a distinguere il capitalismo, nel senso in cui tale termine è usato dalla Laborem exercens, come dominio delle cose e del denaro sull'uomo, dalla imprenditorialità, che è capacità di vedere e pensare il nuovo e di intervenire creativamente sull'ambiente".

"Abbiamo imparato a distinguere", dice Buttiglione: ciò significa che mentre negli anni caldi CL, contestando il capitalismo come "dominio delle cose e del denaro sull'uomo", desiderava liberarsi del lato peggiore del capitalismo, oggi invece CL vuol conservare quel tipo di contestazione salvaguardando lo specifico del capitalismo, cioè la proprietà e il profitto privati degli imprenditori, inzuccherando questa realtà (che, nonostante tutti i riflussi nel privato, resta comunque difficile da digerire anche per un ciellino) con frasi assolutamente prive di significato come "capacità di vedere e pensare il nuovo, d'intervenire creativamente sull'ambiente" ecc. (frasi che nemmeno le associazioni ecologiste più sprovvedute si sognerebbero mai di sottoscrivere).

Il ragionamento di Buttiglione si sviluppa praticamente alla luce di questo semplice sillogismo: se la nostra lotta anticapitalista non ha conseguito il risultato sperato, è stato perché l'obiettivo era sbagliato, dunque il capitalismo ha ragione. Un tale sillogismo, la cui scarsa credibilità dipenderà dalla forza con cui lo si saprà smentire, è diventato - a parere di Buttiglione - patrimonio comune di tutta la sinistra italiana. "Scomparsa l'alternativa di sistema al capitalismo, essa [la sinistra] stenta a trovare ragioni che legittimano il fatto positivo della sua esperienza storica, la lotta contro l'alienazione e la mercificazione, la difesa del debole e del povero". (Come se la sinistra avesse lottato e continuasse a lottare non per il bisogno che il "debole" e il "povero" esprimono, ma solo per le prospettive rivoluzionarie che la sua ideologia sa manifestare... Cioè come se l'interesse per gli sfruttati fosse relativo alle possibilità reali di compiere la rivoluzione e soprattutto come se CL avesse mai politicamente appoggiato queste rivendicazioni della sinistra, per doversi ora rammaricare del loro abbandono!). 

"Sembra che il fallimento del marxismo debba portare necessariamente non solo a riscoprire il valore dell'impresa [il che sarebbe positivo, come appunto lo è stato per CL!] ma anche a far proprie in ritardo tutte le ragioni del capitalismo". Ecco, in questo senso, CL pensa di poter superare, e definitivamente, l'influenza culturale della sinistra, ribadendo la sua opposizione sovrastrutturale ai valori del capitalismo. "Accade allora che, in fondo, a contestare il processo di nazionalizzazione ed il nuovo potere che ne nasce, siano rimasti soltanto i 'nuovi cattolici'" (i ciellini di ieri vengono considerati "vecchi" perché ingenui e utopistici).

Perché questo processo di razionalizzazione del sistema è così temuto da un movimento piccolo-borghese come CL? Appunto perché CL, essendo un movimento corporativo, può sussistere solo in assenza di un forte capitalismo monopolistico-statale. CL vuole sia uno stato al di sopra delle parti, veramente neutrale e fondato sul diritto, sia una società in cui lo spazio per l'impresa medio-piccola venga garantito (non a caso CL ha sostituito lo slogan neoliberista "meno stato più mercato" con quello, che tendenzialmente vorrebbe essere antimonopolistico, "più società meno stato"). 

Purtroppo oggi - si preoccupa Buttiglione- "il potere dei partiti e dei grandi gruppi economici distruggono la forza dello stato per sostituirvi la propria [ ... ] Tutti parlano della libertà di intraprendere, ma solo per i grandi gruppi". 

Tre cose almeno l'attuale CL non comprende né sembra che lo voglia:

  1. che il destino del capitalismo, nazionale e mondiale, nonostante le temporanee inversioni di tendenza o i momentanei arresti, è la concentrazione della produzione e la centralizzazione dei capitali, sapientemente sostenute dagli Stati, per cui le associazioni medio-piccole (compresa CL, con le sue numerose cooperative edilizie, librarie, editoriali, alimentari ecc.) non potranno reggere al peso della concorrenza di questi monopoli, o saranno comunque costrette, se vorranno sopravvivere, ad accettare le loro condizioni, ovvero a diventare delle loro filiali;
  2. che una lotta contro tale evoluzione del sistema sarà inevitabile (si ricordi quando Buttiglione diceva, nella prefazione al libro di Luciano Russi su Pisacane e la rivoluzione fallita, che "una sofferenza che può essere tolta non può essere sopportata") e che tale lotta verrà condotta efficacemente proprio da quelle grandi masse che CL col suo senso elitario e aristocratico di appartenenza ecclesiale disprezza infinitamente (cfr. nell'articolo in oggetto le artificiose distinzioni fra "valori naturali dell'uomo" e "valori comuni dell'opinione dominante" o fra la "moralità delle comunità" e il "moralismo della massa");
  3. che infine una tale lotta, se condotta con ferma volontà e chiara consapevolezza, porterà necessariamente alla creazione di un nuovo sistema di vita, alternativo a quello capitalistico, a un sistema più democratico perché fondato sulla proprietà sociale (non statale) dei mezzi produttivi e sull'uguaglianza effettiva dei lavoratori e di tutti i cittadini, un sistema che, fra l'altro, permetterà a tutte le associazioni religiose di essere veramente "religiose" e non, contro le loro stesse migliori intenzioni, strumenti di qualcos'altro.

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CL oggi è un movimento di "destra", consapevolmente di destra, a differenza degli anni 1968-1976, quando, pur essendo obiettivamente un'organizzazione antioperaia, non lesinava critiche al capitalismo e ambiva porsi, predicando un revival delle formazioni sociali immediatamente precapitalistiche, come strumento risolutivo delle contraddizioni economiche del paese, nell'ambito di una riaggregazione del mondo cattolico, contadino e piccolo-borghese.

Oggi CL, constatato il fallimento di questo progetto, è diventato un movimento quanto mai ostile alla democrazia laica progressista e al socialismo marxista in particolare. Ai suoi aderenti vieta esplicitamente di militare in formazioni di sinistra. In verità, anche negli "anni caldi" lo vietava (son note le polemiche con i cattocomunisti La Valle, Gozzini ecc. e con i "cristiani per il socialismo"): solo che allora non si diceva che la propaganda elettorale a favore della Dc era obbligatoria per tutti i ciellini. La decisione maturata negli anni 1975-1976 di avere un rapporto preferenziale con la Dc fu da molti accettata in modo traumatico, da altri fu addirittura clamorosamente rifiutata (si pensi al teologo Ruggieri). 

Si riuscì in parte ad arginare il dissenso creando quel richiamo per le allodole che passa sotto il nome di "Movimento popolare", il cui dirigente era il deputato europarlamentare Formigoni. In esso potevano confluire tutti quei ciellini (e i cattolici in genere) insoddisfatti della politica democristiana. 

Nel biennio 1975-1976, quando di fronte ai clamorosi successi della sinistra CL fu costretta a dichiarare espressamente d'essere soltanto un movimento ecclesiale, il Mp veniva ad assolvere due importanti funzioni: continuare sul terreno della società civile quello che CL non poteva più fare come CL; impedire che l'impegno politico profuso da CL fino a quel momento venisse delegato in toto alla Dc. Poi la Dc è diventato l'unico partito all'interno del quale potevano militare i cattolici di CL, fatta salva naturalmente la libertà di appoggiare tutte quelle proposte filocielline provenienti dall'area laica (come ad esempio quella di Martelli sui finanziamenti alle scuole private). 

Nonostante tutti i suoi sforzi organizzativi, CL resta pur sempre un movimento piccolo-borghese, vincolato prevalentemente al mondo della scuola e dell'università (solo di recente è avvenuto il suo ingresso nelle parrocchie): nelle sue file non milita la borghesia affaristica e manageriale (se non a livelli molto ridotti), né gli operai sindacalizzati e neppure i contadini che per tradizione aderiscono all'Azione cattolica. 

Pur credendo negli imprenditori onesti, leali e "cattolici", CL, a causa della sua ideologia para-populistica, trova ancora molte difficoltà a integrarsi con le strutture industriali del capitalismo avanzato: ecco perché spesso accusa la Dc, che con queste strutture, volente o nolente, deve convivere, di essere poco cattolica, cioè legata a quei settori del mondo cattolico non direttamente coinvolti nei meccanismi produttivi.

Da tempo tuttavia CL ha smesso di condannare il profitto capitalistico, la dinamica del mercato, i monopoli e la concorrenza. A differenza di molti movimenti ecclesiali, CL non dice neppure di essere equidistante dal capitalismo e dal socialismo. In senso vago e generico propugna una certa nazionalizzazione del capitale, soprattutto in direzione della logica corporativa che da sempre essa sostiene, ma l'esigenza principale è quella di contrastare l'avanzata dei comunisti (sia che questi vogliano fuoriuscire dal capitalismo, sia che vogliano soltanto migliorarlo).

Che CL sia sempre stato un movimento obiettivamente reazionario, cioè a prescindere dalle intenzioni soggettive dei suoi aderenti, che -come si è detto - negli anni della contestazione potevano anche apparire in una luce positiva, lo dimostrano almeno due fatti:

  1. esso ha sempre sostenuto battaglie e rivendicazioni antipopolari, come quelle contro le leggi sul divorzio e l'aborto, contro i consultori, la contraccezione e il femminismo, contro la scuola statale e l'insegnamento alternativo alla religione, contro la libertà di religione e di ateismo ecc.;
  2. il suo appoggio incondizionato, aprioristico, nei confronti di tutte quelle forme di dissenso (laico o religioso) sorte nei paesi del socialismo reale (CL è sempre stata molto sollecita nel pubblicare i documenti per esempio del cosiddetto samizdat sovietico, di Charta 77, del Kor e di Solidarnosc ecc.).

Il suo filosofo e teorico più prestigioso, Rocco Buttiglione, è stato discepolo di quell'Augusto Del Noce che considerava il gramscismo un fascismo di sinistra e che pretendeva di superare o inverare l'attualismo gentiliano dal punto di vista religioso, tramite appunto una forte organizzazione sociale come CL e una vasta e approfondita elaborazione culturale dei temi dell'integralismo cattolico (la teologia vista ancora come una sorta di super-scienza in grado di offrire i criteri epistemologici per la verità di tutte le altre scienze). Di qui le accuse di "clerico-fascismo" mosse contro tale movimento. 

Del fascismo certo a CL manca la violenza fisica, il teppismo, ma in compenso esso ha sviluppato a dovere l'arte del saper provocare l'avversario fino a costringerlo a cedere su tutti i fronti o a reagire in maniera violenta. CL è contraria alla violenza fisica ma non a quella morale. Ciò spiega peraltro i motivi del suo "settarismo". Il leit-motiv di tutta l'ideologia pro-capitalistica di CL è il corporativismo. La critica del capitalismo, quando esiste, viene sempre fatta in funzione dell'esigenza di accrescere la propria organizzazione corporativistica. La quale appunto si esprime nei modi seguenti:

  1. autogestione di servizi privati (librerie, radio-tv, scuole, editoria, giornali di vario tipo, cooperative alimentari, edilizie ecc.);
  2. rifiuto della cogestione con i servizi pubblici (enti locali ecc.) o con altri servizi privati, a meno che non sia garantita una sicura maggioranza;
  3. richiesta esplicita di finanziamenti pubblici, col pretesto che le finalità di tali servizi privati hanno un carattere sociale (questa richiesta va per la maggiore in questo momento di deregulationo e si pretende una gestione priva di controlli di tali fondi).

Come finanziare dunque l'autogestione corporativistica? Il movimento si basa sull'autotassazione, sui proventi ricavati dalla gestione dei servizi privati (ma si pensi anche al Meeting annuale di Rimini, sponsorizzato dalla Dc di Andreotti e Forlani), infine sulle elargizioni occulte e palesi da parte di enti, privati, partiti dc euroccidentali ecc. Facendosi forza dei servizi e delle strutture in suo possesso, CL è settaria nel senso che non vuole ingerenze da parte di nessuno, mentre, nel contempo, pretende la subordinazione di chi, nell'area cattolica, non dispone di mezzi equivalenti concorrenziali ai suoi o comunque pretende un rapporto privilegiato rispetto alle altre organizzazioni confessionali (soprattutto ora che è stata formalmente riconosciuta da Wojtyla, col quale aveva rapporti già molto tempo prima che diventasse papa).

L'accrescimento del potere di CL è stato ed è direttamente proporzionale all'indebolimento del potere dell'Azione cattolica (oggi ad esempio il direttore dell'"Avvenire", Folloni, è un ciellino). 

L'ideologia piccolo-borghese di questa forma di corporativismo, che si vuole propagandare come rimedio ai mali del capitalismo, può reggersi in piedi oggi solo all'interno di una formazione sociale capitalistica. CL ha definitivamente smesso di idealizzare il passato precapitalistico (l'epoca patristica, il Medioevo prima del Mille, il socialismo utopistico, le comunità di villaggio ecc.), poiché ritiene che il processo storico sia irreversibile e si rende conto di non avere forze sufficienti per arrestarlo. Di qui il ridimensionamento della critica sociale ai soli aspetti negativi più evidenti: consumismo, droga, pansessualismo, violenza, individualismo, solitudine, emarginazione ecc.; la critica cioè di tutte quelle contraddizioni che in un modo o nell'altro ostacolano l'ideologia dell'aggregazione corporativa ma che di per sé non indicano le cause di fondo del malessere generale.

Quando CL critica il capitalismo nei suoi aspetti più appariscenti o "quotidiani" può anche assomigliare a un movimento di sinistra, ma quando gli si chiede di approfondire questa critica in direzione dei processi economici subito si trasforma in un movimento di destra. E la trasformazione è oggi molto più repentina di ieri, in quanto non solo ci si è rassegnati all'idea di convivere col capitalismo ma anche e soprattutto perché si è accettata la pretesa superiorità del capitalismo sul socialismo.

Ciò che soprattutto spaventa CL è la prospettiva di veder accrescere la forza dei comunisti di fronte all'acuirsi delle contraddizioni sociali del capitalismo italiano. CL non sembra preoccuparsi granché dell'attuale smantellamento del Welfare State, anzi sembra addirittura che voglia porsi come uno dei suoi legittimi eredi, protetta dallo "scudo" dei propri servizi privati, all'interno dei quali la gestione del bisogno è la più possibile razionale e condotta prevalentemente sullo sfruttamento delle situazioni umane più deboli e socialmente precarie, sotto l'egemonia di un agguerrito corpo docente e di un nutrito esercito di preti e vescovi. CL si affida molto al volontariato e al lavoro malpagato dei suoi aderenti.

Una cosa forse questo movimento non può prevedere e di un'altra speriamo non debba mai potersi rallegrare: la prima è che se la legge del darwinismo sociale torna di nuovo a imporsi, come negli anni cinquanta - sessanta, nessun esercizio privato sarà in grado di soddisfare le esigenze di milioni di sfruttati e diseredati, anzi nessun servizio privato sarà in grado di reggersi con le attuali forze (lecite e/o illecite) di cui dispone: ne avrà bisogno di molte, molte di più - e questo costringerà i cattolici di CL a stringere rapporti sempre più stretti con gli ambienti ultrareazionari del paese. 

In una situazione del genere sarebbe quanto mai pericoloso che le forze di sinistra, invece di lottare per il superamento decisivo del capitalismo, si limitassero a invocarne la razionalizzazione di tipo social-democratico. Un atteggiamento, questo, che essendo condotto da "sinistra", forse potrebbe anche impensierire un movimento fanatico come CL, ma non fino al punto da impedirgli di trovare le soluzioni più adeguate per salvaguardare i suoi interessi di "casta".

Comunque oggi i propri interessi di casta CL li difende appoggiando i partiti di centrodestra, specie quelli guidati da Buttiglione e Casini.


Testi di Rocco Buttiglione

Testi su Comunione e Liberazione e altro


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015