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TOMMASO CAMPANELLA (1568-1639)

I - II - III - IV

Premessa

[A]

La Città del Sole è impostata a mo' di dialogo, come i testi platonici, che Campanella preferiva a quelli aristotelici. All'inizio vi è un Ospitalario, cioè un membro dell’ordine degli Ospitalieri di s. Giovanni in Gerusalemme, che chiede a un marinaio genovese di raccontargli il suo viaggio. Spesso infatti accadeva che nel corso del colonialismo ispanico e lusitano i membri del clero chiedessero informazioni ai navigatori per capire che possibilità avevano di andare a fare proseliti in terra straniera, tentando una carriera ecclesiastica altrimenti difficoltosa in Europa.

Il nocchiero di Cristoforo Colombo gli racconta che, compiendo il giro del mondo, era giunto nell'isola di Taprobana (non ben identificata), dove dovette sbarcare per oscuri motivi di forza maggiore. Per timore della ferocia degli indigeni, aveva cercato rifugio in una foresta, da dove uscì trovandosi di fronte a una grande pianura situata sotto l'equinozio. Fu così ch'egli si vide improvvisamente circondato da uno squadrone di uomini e donne armati, tra i quali qualcuno comprendeva la sua lingua, e da essi fu condotto nella Città del Sole.

Sembra la trama di uno di quei tanti film hollywoodiani d'avventura, ambientati nel Pacifico o nel Sudamerica. Non dimentichiamo che prima di questa Città del Sole erano già state pubblicate molte altre opere di genere analogo, l'ultima delle quali era l'Utopia (1516) di Tommaso Moro.

La parte maggiore della città - di due miglia di diametro e sette di circonferenza - sorgeva su un colle, al centro d'una vasta pianura. La città era divisa in sette immensi cerchi fortificati, con mura sempre più difficili da espugnare (una nuova Gerico). Alla città si accedeva attraverso quattro porte e quattro vie, ognuna delle quali indicava un punto cardinale.

All'ultimo piano vi era un tempio rotondo, senza muro attorno, sostenuto da grosse colonne. Sotto la cupola vi era un unico altare, sul quale stavano due mappamondi: in uno era dipinto il cielo, nell'altro la terra.

[B]

Si noterà facilmente, leggendo l'opuscolo politico di Campanella, che vi è un che di militaresco nella gestione della città-stato. Nonostante questo lo si è ugualmente voluto vedere, da parte di certa critica di sinistra, come un'anticipazione teorica degli esperimenti anticapitalisti del socialismo utopistico.

In realtà, anche dando un valore significativo all'idea di una comunanza dei beni, indubbiamente di livello superiore a quella delineata negli Acta Apostolorum, resta il fatto che tutta l'organizzazione della Civitas Solis, nel suo complesso, presenta caratteristiche che la fanno troppo simile a un campo militare, fortemente irreggimentato, dove persino la riproduzione (animale e umana) è rigorosamente pianificata, con metodi che paradossalmente sembrano anticipare di secoli quelli previsti dall'eugenetica di stampo nazista.

La sessualità è interamente finalizzata alla riproduzione e lo spazio dedicato ai sentimenti è praticamente nullo. Tutti gli abitanti dell'isola sono controllati dalla nascita, come nel 1984 di Orwell o nel film cult The Truman Show, e orientati a fare le cose sulla base delle loro inclinazioni naturali o dei loro principali interessi, sottoposti ad attento esame.

Bisogna quindi rendersi conto che nell'esaminare quest'opera non è sufficiente separare il grano dalla pula. Bisogna anche ricordare che il contesto generale in cui le azioni si svolgono sarebbe del tutto improponibile per una società umana e non a caso nessuno all'epoca di Campanella prese sul serio il suo scritto, neppure i gesuiti (che pur Campanella considerava il migliore ordine controriformistico), i quali in Paraguay cercarono di realizzare un loro proprio Stato alla fine del XVI secolo (sul quale al massimo - si è pensato - possono esserci stati degli influssi di tipo urbanistico dell'opera in oggetto).

Un'esperienza come quella descritta da Campanella può trovare un senso solo in condizioni molto specifiche, quali appunto quelle militari o quelle monastiche, che in un certo senso sono tra loro equivalenti, con la fondamentale differenza che i "nemici" da combattere, per i monaci, son tutti "dentro" la persona. Ma anche in questo caso si dovrebbe pensare a una temporizzazione dell'esperienza, non certo a un'ideale di vita generalizzato. Oggi qualcosa si potrebbe ritrovare, coi debiti distinguo, nelle comunità terapeutiche per tossicodipendenti o per alcolisti, ove la costrizione su molte cose viene giustificata fino a guarigione avvenuta. Non si possono assolutamente cercare paralleli in comunità tipo Nomadelfia o Kibbutz israeliani. Qualche critico ha pensato di trovarli nell'opera Christianopolis (1619) di J. V. Andreae, massimo divulgatore del sogno dei Rosa-Croce.

A noi qui piace soltanto sottolineare che Campanella, insieme a Bruno e Telesio, fece parte di quella triade di grandi filosofi della Repubblica Partenopea del XVI secolo, che cercò di svecchiare, senza riuscirvi, quell'ideologia clerico-ispanica che volle imporre a tutta la penisola idee controriformistiche e barocche.

I

Campanella scrive la Città del Sole intorno al 1602, in italiano, mentre si trovava incarcerato a Napoli, dove subì numerose torture affinché confessasse il suo ruolo attivo nel tentativo insurrezionale calabrese, fallito, contro i dominatori spagnoli, compiuto nel 1599. E' molto probabile che il testo fosse già nella sua mente come programma politico repubblicano da realizzare.

Il primo rimaneggiamento del testo è del 1607, dopo che non era riuscito a pubblicarlo a Venezia: sperava di passare la censura, togliendo le parti che potevano farlo sospettare, in maniera evidente, di eresia e aggiungendone altre relative alla religione naturale, ma non ci fu nulla da fare. Campanella non riuscirà mai a pubblicare questo testo in Italia. Ecco perché già negli anni 1614-19 decise di tradurlo in latino, riuscendo a stamparlo a Francoforte nel 1623, grazie a un editore protestante. L'edizione parigina del 1637, a parte l'aggiunta delle Quaestiones, è identica a quella tedesca.

Come egli abbia potuto scrivere in 27 anni di carcere, in condizioni umane spesso spaventose, sottoposto a torture sette volte, non solo quest'opera famosissima ma anche tantissime altre di filosofia, teologia, politica, scienza, linguistica, magia ecc., riuscendo a perdere solo pochi manoscritti (rispetto all'imponente mole complessiva) e riuscendo persino a farsi pubblicare qualcosa all'estero, ha un che di miracoloso. Se quest'uomo fruiva di appoggi così importanti da permettergli di agire quasi indisturbato, in qualità di intellettuale incarcerato, non si capisce perché non sia stato eliminato come l'altro grande famoso detenuto, Giordano Bruno, o perché non l'abbiano liberato prima.

In realtà Campanella non era un uomo limpidissimo, facile da capire, sufficientemente coerente. Lui stesso dirà che la sua "utopia" non era che un'invenzione filosofica della ragione umana tesa a dimostrare come le verità del vangelo fossero conformi alla natura. Un'affermazione, questa, incredibilmente ambigua, che avrebbe potuto portare dritto dritto all'ateismo, come in effetti gli venne più volte rimproverato. Se alla verità ci si può arrivare con la sola ragione, a che servono la fede, i sacramenti, i sacerdoti, l'intera chiesa cristiana?

Se la critica oggi sostiene che Campanella voleva sostituire la carità col diritto, la fede con la ragione naturale, la teologia con la metafisica..., non dobbiamo forse dar ragione a chi lo considerava un eretico non meno pericoloso dei protestanti? Ci si poteva fidare del fatto che, per confondere le acque, scrivesse cose contro Lutero, Calvino, Machiavelli, contro le sètte religiose d'ogni tipo e incensasse il papato e persino gli spagnoli auspicando loro la direzione di una monarchia universale? Non è stato quanto meno incredibile ch'egli si ostinasse a parlare di "monarchia universale" quando proprio nel suo periodo si consumava non solo l'irreparabile rottura tra cattolici e protestanti, ma si inaugurava anche la funesta competizione tra Stati europei per il dominio coloniale del mondo? Sotto questo aspetto più che mettersi a distinguere quanto nella sua Civitas Solis ci sia di moderno e di medievale, è preferibile distinguere quanto ci sia di sensato e di irrazionale.

Quando Campanella parlava espressamente di o lavorava indirettamente per: una fede razionale, una riabilitazione della natura, un recupero del valore dei sensi, uno sviluppo sociale comunistico e cose del genere, lo faceva davvero come frate domenicano, cioè come uno che veramente credeva nel Gesù Cristo della chiesa romana, oppure aveva preferito la strada della doppiezza, dell'ambiguità, nella convinzione di poter uscire indenne dalla sua battaglia contro il sistema?

Che Campanella fosse incredibilmente contraddittorio è infatti pacifico, altrimenti, in quel clima di terrore controriformistico, avrebbero dovuto giustiziarlo in tempi relativamente brevi, senza permettergli di campare sino a settant'anni. Ma ci si può chiedere se questo suo atteggiamento, che nell'immediato poté in qualche modo risparmiargli la fine di Bruno e di tanti altri intellettuali, anche suoi amici, l'abbia davvero favorito rispetto a quanti ebbero il coraggio sino in fondo delle loro idee e accettarono stoicamente il patibolo. Che cosa lo spinse a patteggiare continuamente la sua liberazione, evitando di assumersi le proprie responsabilità e anzi spesso scaricandole sui propri compagni?

Vien quasi da pensare che i poteri costituiti gli abbiano permesso di sopravvivere semplicemente perché, in definitiva, s'erano resi conto che queste prese di posizione così ambivalenti non avrebbero mai potuto produrre alcun seguito popolare, che sarebbero cioè rimaste patrimonio esclusivo della sua persona, una sorta di bizzarria da filosofo intellettualmente dotato ma politicamente del tutto inoffensivo. Quanto scriveva non era certamente in linea con la controriforma ma non stava neppure dalla parte della riforma: di tutto quanto scrisse probabilmente il testo che diede più fastidio fu l'Apologia di Galileo, pubblicata proprio mentre lo scienziato era sotto processo, e il De sensu rerum, un'opera a sfondo ateistico, che il domenicano Niccolò Riccardi, detto "padre Mostro", giudicava "epicurea". Quanto al resto fu la sua diretta partecipazione al tentativo insurrezionale antispagnolo a preoccupare maggiormente la chiesa, ma più che altro per le difficoltà di rapporti istituzionali che venivano a crearsi tra corona spagnola e Santa Sede a motivo del fatto che Campanella apparteneva all'ordine regolare dei domenicani e il papato non poteva permettere che venisse giudicato come un criminale comune. Il fatto che non abbia mai voluto spogliarsi dell'abito talare, pur essendo intimamente poco religioso, sicuramente gli tornò comodo nel corso dei lunghi processi.

La strategia che Campanella adottò può anche apparirci discutibile, ma non dobbiamo dimenticare che venne presa in un contesto storico-politico nazionale in cui la libertà di pensiero era praticamente inesistente. Egli, che avrebbe potuto sicuramente emigrare, s'era persuaso che per continuare a vivere in un'Italia reazionaria e produrre opere filosofiche e persino politiche non esattamente in linea con l'ideologia dominante, doveva fare in modo, per quanto gli fosse possibile, cioè senza sentirsi costretto a rinnegare in toto il proprio credo, di accontentare le istituzioni in quegli aspetti da esse ritenute fondamentali, ch'erano in sostanza relativi alla gestione del potere. Quanto più egli faceva concessioni alla politica della chiesa, tanto più poteva sperare (spesso in realtà illudendosi) di sviluppare un'ideologia religiosa con cui poteva laicizzare progressivamente il cattolicesimo-romano (che allora voleva dire "teologia scolastica").

Campanella non si rivolse solo alla Santa Sede. Ogniqualvolta scriveva un trattato politico in cui chiedeva a un determinato sovrano di realizzare il suo sogno di monarchia universale teocratica (nel senso di un cristianesimo ridotto a "religione naturale", in cui neppure il Cristo presenta caratteristiche divine), lo faceva anche per avere una protezione che gli risparmiasse torture e prigioni da parte degli avversari. Ecco perché per un certo periodo di tempo sperò di trovare i necessari consensi (peraltro sempre negati) da parte delle autorità spagnole, mentre in un secondo momento cercò di ingraziarsi i favori dei sovrani francesi, i quali però diplomaticamente glissarono sulle questioni operative vere e proprie relative alla costruzione della Civitas Solis, e non tanto perché non ricordava in nulla quella agostiniana o perché emulava troppo quella platonica, quanto perché esperimenti del genere venivano considerati dalle autorità costituite delle operazioni senza sbocchi, degli investimenti a vuoto. Al medesimo oblio era già stata destinata l'Utopia di Tommaso Moro, per quanto molto più praticabile fosse.

Il fatto che Campanella avesse scelto una strategia così altalenante non ci deve far dimenticare, neppure per un momento, che il contesto in cui voleva esercitarla gli era enormemente sfavorevole, tanto che, pur giudicando quella strategia politicamente assai meno pericolosa di quella di altri intellettuali del tempo, le istituzioni non si risparmiarono nel perseguitarlo in tutte le maniere possibili.

Si può in un certo senso dire che Campanella sia stato il tentativo ambiguo di professare l'ateismo in un contesto sociale in cui era obbligatoria una sola determinata religione. A quel tempo infatti Italia Spagna Portogallo costituivano i principali baluardi contro qualunque sviluppo del pensiero borghese, laico e scientifico. Il suo è stato il tentativo di sopravvivere, più o meno dignitosamente, come intellettuale, in un regime basato sul terrore, ideologico e politico.

II

Ma perché la Città del Sole è uno dei testi più significativi di Campanella? Semplicemente perché è quello meno religioso (specie nella prima versione), quello meno preoccupato di salvare il salvabile a un cattolicesimo politico (nei suoi testi l'aggettivo "cattolico" viene usato solo nell'accezione politica) da tempo profondamente corrotto.

Benché nella edizione in lingua latina siano stati aggiunti dei passi allo scopo di dimostrare che le proposte di vita ivi sostenute non volevano porsi in antitesi al cattolicesimo, di fatto l'opera non vuole essere "cristiana", né in senso cattolico né in senso protestante e neppure nel senso dell'ortodossia bizantina o slava; quando Campanella parla di religione, non lo fa con accenni di alcun tipo, né apologetici, né critici o polemici o quant'altro. Cerca anzi di parlarne il meno possibile, non permettendo a nessun lettore credente di riconoscersi nella fede religiosa degli abitanti dell'isola utopica. Cristo sta in mezzo a Giove, Osiride, Mosè, Maometto... e agli altri Grandi Iniziati, che sono capi di stato e fondatori di imperi: Cesare, Alessandro, Pirro... Dopo Ruggero Bacone e Niccolò Cusano la diversità delle religioni doveva apparire come un fatto del tutto naturale.

Le concezioni mistiche dei Solari sono infatti improntate al deismo naturalistico, senza alcuna pratica liturgica obbligatoria, per cui - come lettori - bisogna prima spogliarsi dell'idea che la vera fede possa dipendere da una rivelazione e bisogna altresì accettare l'idea, sommamente eretica allora, che questa forma di deismo non sia incompatibile coi principi del cristianesimo.

Quando i missionari al seguito dei conquistadores spagnoli catechizzavano a forza i "pagani" indios, davano per scontato che le credenze di quest'ultimi fossero del tutto incompatibili coi principi cristiani. Nessun pagano, di nessuna religione al mondo, sarebbe mai potuto diventare cristiano con le sue sole forze, morali e intellettuali: di questo tutti i teologi cattolici sono sempre stati convintissimi. Con la Civitas Solis siamo infatti in presenza di una sorta di anticipazione del principio illuministico secondo cui una religione merita la fede dell'intellettuale se resta nei limiti della ragione.

Quanto in questo atteggiamento diciamo più "filosofico" che "teologico", con cui Campanella sperava di evitare le contrapposizioni ideologiche, tipiche di quel momento storico, che opponevano cattolici e protestanti in Europa, vi fosse la speranza di non offendere la suscettibilità di nessuno e di portare gli intellettuali a confrontarsi sul terreno più neutro della religione naturale, che la recente colonizzazione extra-europea aveva portato alla ribalta, è facile immaginarlo.

In ogni caso resta sintomatico che in uno Stato "socialista" come il suo, ove la proprietà privata era stata abolita e a tutti era assicurata una formazione scientifica, persistesse l'esigenza di un'ideologia, per molti aspetti religiosa (o quanto meno magico-astrologica), cui tutti dovevano sottostare. Qui delle due l'una: o Campanella ha voluto fare delle concessioni alla religione (per quanto minimaliste) nella speranza di poter diffondere più agevolmente la pubblicazione dell'opuscolo, evitando quindi di scandalizzare i benpensanti a causa del proprio ateismo, oppure egli era convinto che la religione (seppur nei limiti della ragione e senza alcuna forma di clericalismo) costituisse un utile strumento per garantire la conservazione del potere e l'unità dello Stato. Nel primo caso egli sarebbe stato in linea con altri grandi pensatori dell'epoca (Telesio, Bruno, Cartesio, Spinoza, Galilei, Machiavelli..., per i quali la religione era soltanto una sopravvivenza del passato); nel secondo egli avrebbe anticipato di almeno un secolo quella corrente filosofica che in Inghilterra prese il nome di "deismo".

C'è da dire che, non avendo egli una considerazione particolarmente democratica della capacità del popolo di autogovernarsi, non è da escludere che ritenesse la religione uno strumento (certamente non il principale) che gli intellettuali, scienziati e filosofi, potevano usare per "guidare" il popolo, o meglio - come lui scrive - per "purgare le coscienze", cioè per redimere i colpevoli.

Di rilievo comunque resta il fatto che, mentre in tutti gli altri testi politici, scritti per ottenere dei consensi autorevoli, Campanella è sempre favorevole alla monarchia universale (sapendo bene peraltro quanto essa fosse irrealizzabile in quel frangente storico di drammatiche rotture), nella Città del Sole invece egli, che è in carcere dopo aver fallito un tentativo insurrezionale contro gli spagnoli e che sta cominciando a disperare di poterne uscire in tempi brevi, è chiaramente a favore della repubblica. Lo stesso titolo completo del testo in lingua italiana presenta l'opuscolo come un "Dialogo sulla Repubblica" (come repubblicane erano le utopie scritte prima di lui). Una repubblica a sfondo religioso certo, ma non cristiano in particolare né, tanto meno, clericale, in quanto non vi sono dogmi né sacramenti e i riti religiosi assomigliano a quelli degli antichi sacerdoti esperti di astronomia. Non a caso il principale simbolo della divinità è il Sole, come nel mondo egizio e in tante altre religioni animistiche e politeistiche.

Campanella ha sempre considerato l'astronomia una scienza molto importante, anche se tendeva a mescolarla (seguendo una moda più filosofica che scientifica), con la magia e l'astrologia. Lo stesso tempio, l'unico luogo di culto, pare una sorta di moderno planetario o di osservatorio astronomico. Anzi, considerando che vi è raffigurato non solo il cielo stellato, ma anche il planisfero terracqueo, sembra di avere a che fare coi pannelli militari di un film di fantascienza o dello staff del Pentagono. Sopra la cupola non è posta la croce né alcun simbolo religioso, ma una banderuola che indica la direzione di 36 venti. Di rilievo il fatto ch'egli sembra aver previsto l'invenzione dell'aeroplano, dei grandi telescopi e persino delle grandi antenne paraboliche per ascoltare "l'armonia dei moti dei pianeti".

Il tempio, il suo altare, le colonne che lo circondano... solo in apparenza sembrano simboli religiosi, in realtà sono strumenti tecnici ad uso scientifico. Il libro a caratteri d'oro che i Solariani hanno non è certo la Bibbia, né le tavole mosaiche della Legge, ma è una sorta di compendio per comprendere le leggi della natura (un cifrario in codice segreto). I sacerdoti del tempio non svolgono funzioni religiose ma politiche e scientifiche, essendo preposti a una supervisione generale dell'organizzazione dell'isola. Tra loro vi è un dirigente, chiamato Metafisico o il Sole, il "capo di tutti in spirituale e temporale". Non vi è quindi distinzione diarchica tra civile ed ecclesiastico. Il potere è unico, di un sovrano illuminato, che gestisce gli affari materiali e spirituali dell'intera città, avvalendosi di propri collaboratori, che sembrano tutti dei docenti universitari.

Questo accentramento dei poteri può far pensare a una sorta di monarchia, ma, a parte il fatto che anche la carica del Metafisico è elettiva, qui Campanella, ponendo il religioso (che nell'isola ha un ruolo marginale) alle dipendenze del civile, ha di mira l'esigenza di creare un'alternativa alla gestione clericale del potere da parte della chiesa romana.

Immediatamente sotto il Metafisico vi sono tre "Principi collaterali": Potestà, Sapienza e Amore, ognuno preposto al controllo di settori distinti e tutti sottoposti alla volontà del Metafisico.

Potestà regge e governa tutto quanto concerne l'ordine pubblico e la guerra. Sapienza cura tutti gli aspetti della conoscenza, che è universale e quindi non appartenente ad alcun ceto, classe o popolo in particolare. Amore è invece preposto alla riproduzione dei Solariani e quindi a tutto quanto riguarda l'alimentazione e l'educazione della prole. La Città è dunque gestita, ai massimi livelli, da quattro persone, di cui una (quella con più cognizioni scientifiche) prevale sulle altre e senza il suo consenso non si può far nulla.

Interessante il fatto che i Solari non facciano differenza tra le culture greco-romana, egizia, ebraico-cristiana o musulmana. Grazie all'operato dei propri ambasciatori, di ogni nazione conoscono usi, costumi, linguaggi, religioni..., e cercano d'imitare il meglio. L'importante per loro è evitare l'idolatria, non facendo statue ad alcun eroe, se non dopo morto. Al massimo il suo nome, quand'egli è in vita, viene scritto in un apposito libro, ma deve aver fatto scoperte scientifiche o tecniche. Le uniche pitture o statue ammesse sono quelle degli uomini aitanti, formosi, affinché le donne migliori li osservino e pensino al bene della razza.

Insomma i Solari sono cosmopoliti, ecumenici e irenici per scelta culturale. Lo sviluppo storico-culturale delle scienze viene conosciuto da loro molto presto, già nei primi anni di scuola.

III

Non s'è mai ben capito dove Campanella avesse avuto intenzione di collocare la sua isola Taprobana (rinvenibile nelle storie di Diodoro Siculo), probabilmente nell'oceano Indiano, visto che in origine i Solari provenivano dall'India, da dove era stati costretti a fuggire in seguito alle invasioni tartare. C'è chi l'ha identificata con l'allora Ceylon, già colonizzata dai portoghesi nel 1517.

Nel loro paese d'origine i Solari - viene detto nella Civitas Solis - non praticavano la comunanza dei beni e neppure quella delle donne, ma nell'isola si resero conto che quello sarebbe stato il modo migliore per sopravvivere. Molti di loro erano stati filosofi (in tal caso si direbbe emuli di Pitagora, che prevedeva comunità di beni e di donne).

Coloro che sono preposti al controllo di tutto (i ministri), assicurano una sorta di socialismo amministrato dallo Stato, in maniera tale che nessuno possa appropriarsi di nulla (come nelle antiche comunità benedettine). Per impedire la proprietà privata, si è statalizzato tutto: non siamo quindi in presenza, propriamente parlando, di un "socialismo autogestito", di una proprietà "sociale" dei mezzi produttivi, ma di una proprietà "statale", come nel cosiddetto "socialismo reale" del secolo scorso. I ministri sono funzionari statali, che rendono conto soltanto ai loro superiori, i tre "Principi collaterali" al Metafisico.

Secondo Campanella il senso della proprietà privata nasce dalla famiglia, cioè dapprima in forma privata e poi s'allarga a macchia d'olio nella società. Questo uno dei suoi errori più vistosi, in quanto in realtà il processo è stato proprio opposto: la proprietà privata è stata una forma alternativa alla proprietà sociale (p.es. una tribù che si divide in due sottotribù di cui una resta rurale e l'altra si urbanizza, una resta nomade e l'altra si stanzializza; persino nell'Antico Testamento vi è qualcosa di simile nella separazione tra la tribù di Abramo e quella di Lot). Le due proprietà, sociale e privata, possono anche procedere parallelamente e, se sono all'interno di medesimi confini geografici, facilmente vengono a conflitto. Poi col tempo, la proprietà gestita privatamente (come forma istituzionale di proprietà) tende a diventare sempre più privata, esasperando la propria necessità, a causa delle contraddizioni interne (gli antagonismi sociali) che crea, di occupare con la forza anche la proprietà sociale delle comunità limitrofe.

Non è mai esistita una proprietà privata a livello familiare che è andata via via estendendosi, fino a diventare forma dominante della proprietà. Questo perché le istituzioni della proprietà pubblica non gliel'avrebbero permesso. Campanella cade in questo errore perché affronta la questione della proprietà in termini meramente psicologici, vedendola come conseguenza dell'amor proprio, inerente alla privatizzazione dei beni e dei sentimenti a livello familiare. A suo parere cioè la proprietà privata sarebbe una conseguenza del fatto che un padre vorrebbe lasciare in eredità al proprio figlio il proprio "egoismo", che cercherebbe peraltro di aumentare il più possibile, sulla base delle proprie capacità. Egli in sostanza non si rendeva conto che un atteggiamento così "privatistico" era già l'effetto di una rottura sociale all'interno della comunità primordiale, comunistica.

La soluzione ch'egli prospetta, sul piano dei rapporti interpersonali, è deleteria non solo per il sesso femminile, in quanto tutte le donne risultano essere di proprietà della Comune, ma anche per lo sviluppo dei sentimenti umani in generale. Egli cioè da un lato si preoccupa che vengano soddisfatti i bisogni di tutti, dall'altro però resta alquanto indifferente ai sentimenti. Non c'è quindi possibilità che la soddisfazione dei bisogni possa essere condotta autonomamente; deve per forza essere indotta, eterodiretta, in quanto le istituzioni non possono rischiare che venga minacciata, messa in crisi da una gestione errata dei sentimenti. Il suo è un socialismo dove la libertà è inevitabilmente imposta dall'alto.

Con grande anticipo di secoli, Campanella riuscì a delineare, per sommi capi, la metodologia organizzativa di una società stalinista. Egli ad un certo punto si trovò a predicare l'illusione secondo cui quanto più si è spersonalizzati, tanto più si avverte l'esigenza di credere in un superiore collettivo, lo Stato. I suoi amministratori locali, quelli che dipendono dai tre suddetti Principi, sono innumerevoli e vengono scelti sulla base delle loro capacità. Sono loro che comminano le due principali sanzioni per i reati personali: negare la mensa comune o i rapporti con le donne.

Qui Campanella, quando afferma che i dirigenti politici e amministrativi restano virtuosi sino alla fine del loro mandato, in quanto consapevoli che in caso contrario tutta la società ne avrebbe pagato le conseguenze, appare indubbiamente un po' ingenuo. Anche perché un ragionamento del genere lascia trapelare una certa sfiducia nei confronti delle masse, la cui attività va regolamentata sin nei più piccoli particolari, come se lo Stato fosse una sorta di Leviatano, come poi in effetti Hobbes teorizzerà mezzo secolo dopo, il cui "mostro", guarda caso, avrà la stessa pretesa del Metafisico di Campanella: quella di gestire in una stessa mano il potere temporale e spirituale.

Questo socialismo amministrato, così ferreo nel gestire il bisogno e la proprietà ha, inevitabilmente, delle caratteristiche alquanto militaresche, tanto che l'insieme dei cittadini, in caso di necessità, può sentirsi un "popolo in armi". Il che però, a pensarci bene, può anche essere un segno di democrazia. La teoria campanelliana secondo cui la difesa popolare dell'isola va affidata non a un personale specializzato, ma all'intero popolo, proprietario di tutte le armi, la si ritrova oggi in molti movimenti rivoluzionari di sinistra ed è stata quella che ha permesso al Vietnam di vincere una superpotenza come gli Stati Uniti.

Tutti i giovani, maschi e femmine, a partire dai 12 anni, devono esercitarsi a usare le armi. E quando combattono non devono temere la morte, essendo assodata l'immortalità dell'anima. Per quanto paradossale possa essere non è questo che rende militaresca la vita dell'isola, né la continua esigenza di tenere il corpo in esercizio fisico. Ma è proprio il fatto di dover far le cose, anche le più banali, dietro ordini ricevuti dall'alto.

Questo continuo bisogno di addestrarsi all'uso delle armi viene spiegato da Campanella chiamando in causa l'invidia che altri regni nell'isola provano per loro. I Solari non sono aggressivi, non attaccano mai per primi, però sono prontissimi e abilissimi a difendersi e a intervenire quando occorre liberare qualche popolo dall'oppressione. Esportano, come diciamo oggi, la democrazia, poiché chiedono o di abbandonare la tirannia o di restituire il maltolto, ma fanno questo solo su esplicita richiesta d'aiuto da parte della nazione offesa.

E in guerra i Solariani hanno l'obbligo di dimostrare coraggio e anche dedizione nei confronti dei compagni feriti o in pericolo: chi non sarà stato all'altezza dovrà superare prove durissime per poter essere riabilitato.

La vittoria comporterà un bottino di guerra ma questo rientra nei beni comuni dello Stato: non esiste la possibilità di saccheggi e devastazioni personali. D'altronde il fine della guerra non è quello di distruggere i nemici ma di farli diventare amici: il nemico va rieducato. E' possibile, finita una guerra, che i Solariani acquisiscano schiavi delle popolazioni sconfitte, ma essi verranno rivenduti oppure andranno a fare lavori faticosi oltre le mura della città. Campanella vuol cercare a tutti i costi di evitare quelle situazioni favorevoli ai conflitti tra ceti e classi: persino i forestieri, se vogliono diventare cittadini dell'isola, devono prima superare varie prove, prima in campagna poi in città.

Gli stessi Solariani non possono fare duelli tra loro. Se hanno reciproci risentimenti, si devono per così dire "sfogare" con un nemico esterno. In ogni caso il colpevole (solitamente d'ingiuria o di qualcosa che offenda l'onore) viene punito segretamente dai suoi superiori.

Qui non si comprende se tutto questo ampio discorso sulla difesa militare, questo culto per la prestanza fisica e per le virtù eroiche del combattimento corpo a corpo abbiano le loro recondite motivazioni nell'esigenza di trovare un contrappeso alle pulsioni sessuali o se invece Campanella stia pensando, con incredibile anticipo rispetto a certe teorie staliniane, che quanto più aumenta il socialismo in uno Stato tanto più aumentano i tentativi di distruggerlo da parte degli Stati rivali. In ogni caso non è da escludere che questo principio della "solidarietà internazionale", che oggi accettiamo con molta disinvoltura, non abbia delle ragioni sul piano del diritto.

Che questa città-stato viva comunque una forma di "socialismo" è dimostrato anche dal fatto che Campanella non prevede l'uso del denaro, né dell'oro o dell'argento come moneta di scambio, come equivalente universale del valore. Al pari dell'Utopia di T. Moro, l'oro viene usato negli oggetti domestici di basso valore. "La comunità tutti li fa ricchi e poveri: ricchi, ch'ogni cosa hanno e possiedono; poveri, perché non s'attaccano a servire alle cose, ma ogni cosa serve a loro". Sembra di leggere le pagine del Capitale di Marx dedicate al feticismo delle merci.

Le uniche monete che usano sono quelle che danno ai loro ambasciatori residenti all'estero, per il vitto e l'alloggio; e se sono nella necessità di vendere il loro surplus produttivo, chiamano dei mercanti stranieri, ai quali, in cambio, chiedono beni di cui la comunità scarseggia.

Si può quindi in un certo senso dire che il socialismo di questa città-stato sta in una via di mezzo tra il socialismo monastico cristiano dei primi secoli (anteriore a quello che poi si trasformò in un feudo che utilizzava manodopera servile) e il socialismo utopistico del XIX secolo.

Alcuni critici, non senza ragione, hanno ravvisato in questa città-stato un riflesso dell'utopia delle città italiane rinascimentali, divise tra loro, che s'illudevano di poter conservare la loro autonomia al cospetto degli Stati nazionali assolutistici che si stavano imponendo ai confini della nostra penisola.

IV

Più interessante resta l'idea di non prevedere una separazione di teoria e prassi nella formazione culturale e scolastica. Tutti devono sapere tutto e tutti devono fare tutto, almeno finché non si è in grado di scoprire dove il merito individuale eccelle. Non c'è separazione tra lavoro intellettuale e manuale. Nessun lavoro manuale viene considerato ignobile e nessuno può vivere senza lavorare. Non esistono schiavi o servi e i lavori agricoli vanno considerati prioritari, nel senso che tutti devono prestare aiuto nei lavori agricoli. Come libro per apprendere l'arte dell'agricoltura usavano le Georgiche, per l'allevamento invece le Bucoliche di Publio Virgilio Marone. E ogni lavoro andava fatto in squadra, mai da soli.

Questa parte, relativa alla formazione pratica e intellettuale della gioventù, ancora oggi conserva un certo fascino, anche perché non è mai stata applicata nella scuola statale di alcun paese al mondo. D'altra parte è impossibile applicare una formula così altamente pedagogica (che fece sua p.es. un pedagogista come Makarenko) là dove si propaganda l'esigenza di uno Stato centralista. Un'istituzione formativa gestita dallo Stato non sarà mai come Campanella l'ha descritta.

Peraltro se è giusto affermare che la divisione delle mansioni lavorative è data da necessità naturali, senza discriminazioni basate sul sesso, che senso ha sostenere che queste discriminazioni s'impongono quando si sta in mensa, onde impedire situazioni in cui si sviluppino i sentimenti personali? Quando si vuole che in mensa si stia come "in refettorio di frati" si vuol forse qualcosa di diverso di una società militarizzata?

Proprio per le esigenze della mensa - e questo è davvero straordinario, in quanto acquisizione relativamente recente nei nostri ambiti scolastici e neppure ai livelli da lui delineati - Campanella aveva previsto un'educazione dietetica personalizzata, rapportata all'età, alla condizione fisica e alla mansione lavorativa del commensale. I Solariani sono onnivori, ma per non affaticare la natura una volta mangiano carne, un'altra pesce e un'altra ancora solo verdure. Il vino si beve solo con acqua, senza solo dopo i 50 anni. Campanella conosceva anche l'uso delle erbe medicinali. Ciononostante egli dice che i Solariani patiscono molto di epilessia, come Socrate, Duns Scoto, Callimaco, Maometto...: il male delle persone d'ingegno, come allora si pensava.

Stupefacenti, per la loro modernità, alcuni aspetti sociali e ambientali: le persone anziane (oltre i 40 anni, ma allora la mortalità era molto alta) dovevano sempre essere servite dai giovani; l'igiene personale e pubblica e quindi la tutela ambientale erano considerate di fondamentale importanza; l'acqua veniva raccolta in appositi serbatoi, perché non si doveva sprecare nulla; i corpi venivano cremati per evitare la peste. E così via.

Altri aspetti invece lasciano alquanto a desiderare.

Per evitare stupide invidie e gelosie relative all'abbigliamento, tutti erano vestiti di bianco, di giorno, in città, mentre di notte e fuori città, potevano vestirsi di rosso, mai però di nero.

Nessuna donna poteva sposarsi prima dei 19 anni, nessun uomo prima dei 21. Ma in realtà non c'è alcun vero matrimonio, né monogamico né poligamico, per cui è più esatta la definizione che dà il Campanella: "la femmina si sottopone al maschio", ad un'età stabilita per convenzione o per convenienza. Se esistono maschi che prima dei 21 anni non resistono alla tentazione di manifestare la propria libido, viene concesso loro di congiungersi con donne già incinte o con quelle sterili o con donne di poco valore, a condizione che tale esigenza venga manifestata a chi di dovere.

Quindi in sostanza si prevedeva una sorta di bordello pubblico, in cui non ci si prostituiva per soldi, ma semplicemente per fare un favore a chi non riusciva a controllare il proprio impulso sessuale prima dei fatidici 21 anni. Questo anche per evitare la sodomia, che veniva punita, se recidiva, con la pena capitale. D'altra parte nell'isola era bandito ogni eccesso di ascetismo.

Il miglior rapporto sessuale è, secondo Campanella, quello finalizzato alla procreazione; quello peggiore poteva essere finalizzato a impedire la sodomia, e in ogni caso non poteva mai essere praticato col rischio della libera procreazione, che andava invece rigorosamente pianificata. Chi restava vergine sino a 21 anni veniva "celebrato con alcuni onori e canzoni".

Il coito doveva essere regolamentato da appositi esperti: il medico, che deve capire chi è impotente o non è in grado di avere rapporti sessuali; e l'astrologo, che deve saper scegliere il momento migliore della congiunzione astrale. Vi sono 24 esperti che tutto il giorno stanno a scrutare le stelle per decidere l'ora della riproduzione umana e animale, i giorni della semina e della mietitura ecc. Sono astrologi che non si mescolano col popolo e hanno rapporti con le donne soltanto quando non ne possono fare a meno.

Il regolamento per la riproduzione ricorda da vicino le tecniche naziste: l'accoppiamento doveva avvenire ogni tre sere, scegliendo le femmine forti coi maschi forti, le grasse coi magri, le madre coi grassi, gli intellettuali con quelle attive, quelli indisciplinati con le donne morigerate e così via, in maniera tale che nella selezione della specie vi fosse il massimo dell'equilibrio possibile.

Che il socialismo di stato di Campanella fosse una forma di dittatura è dimostrato anche da questa tendenza eugenetica così marcata. L'accoppiamento non era molto diverso da quello odierno relativo agli animali allevati dall'uomo in maniera industriale. D'altra parte non c'è "amore" nell'isola ma solo "amicizia".

Ed è indubbiamente una forma di dittatura maschilista, in quanto viene concesso molto di più alle debolezze maschili che non a quelle femminili. Campanella aveva praticamente inventato la fecondazione artificiale senza usare mezzi meccanici. Se una donna non riusciva a concepire con un uomo, veniva data a un altro, finché non restava incinta. Quella che scopriva d'essere sterile aveva meno diritti delle altre donne, proprio per evitare che si ricercasse la sterilità per "lussuriare".

Che la riproduzione dovesse essere esclusivamente artificiale lo dimostra anche il comportamento degli allevatori, ai quali quattro secoli fa Campanella permetteva di dipingere giumente pecore mucche al fine d'ingannare i rispettivi maschi.

La procreazione era dunque un dovere di ogni essere animato di sesso femminile, imposto dall'uomo. Le donne che partorivano allattavano i figli per due anni, dopodiché li dovevano cedere ad apposite persone che ne avrebbero curato la crescita. I figli di minor valore fisico o intellettuale dovevano fare i lavori di campagna, almeno sino a quando non avrebbero dimostrato di saper fare anche quelli di città, più complessi.

Campanella si rendeva conto che tutte queste idee sulla sessualità potevano apparire esagerate nell'ambito della cristianità, ma si difendeva dicendo che i Solari erano pagani e che se nell'isola fossero stati tutti filosofi, non ci sarebbe stato bisogno di reprimere i sentimenti. I filosofi infatti capiscono di più l'importanza delle esigenze collettive. E comunque dalla sua aveva il Socrate di Diogene Laerzio, il Catone Uticense di Plutarco e anche il Platone della Repubblica.

Per non apparire troppo misogino e maschilista egli sostiene poi espressamente di prevedere l'importanza crescente delle donne nei governi dei paesi in cui vivono. E qui cita una serie di nomi famosi che rendono la sua previsione una dote davvero banale: Elisabetta Tudor, regina inglese, Maria Stuart, regina scozzese, Caterina De' Medici, regina francese, Isabella di Castiglia, regina spagnola, Margherita d'Asburgo, reggente dei Paesi Bassi, Bianca Capello, granduchessa di Toscana, la Rossa in Turchia, moglie di Solimano il Magnifico, le Amazzoni in Nubia e in Monopotama. La cosa però, invece di rallegrarlo, lo preoccupava, in quanto secondo lui l'eresia protestante, essendo più individualistica e arbitraria ("opera sensuale"), aveva favorito l'ingresso delle donne nei governi nord-europei.

V

La città-stato è gestita da due Consigli politici, uno inferiore (democratico-popolare) e l'altro superiore, ove sono presenti i quattro Principi assoluti (Potestà, Sapienza, Amore e il Metafisico).

Non si può accedere al Consiglio inferiore della città prima dei 20 anni. Tutti possono essere eletti, sulla base della volontà popolare: i ministri, i maestri, i giudici... chiunque gestisca una funzione di responsabilità. L'elezione dei ministri deve essere confermata dai Principi. Quest'ultimi possono essere cambiati solo se si dimettono e la scelta va fatta solo all'interno del Consiglio superiore.

Anche il capo di tutti (il Metafisico) viene eletto dal Consiglio superiore, non essendoci monarchia ereditaria, che verrebbe inevitabilmente a contraddire l'idea di merito. Il Sole deve avere almeno 35 anni e deve dimostrare di essere il più saggio e il più esperto di tutti. La sua carica è perpetua, finché non si trova uno migliore di lui.

Per Campanella la repubblica democratica va bene per il livello medio-basso della società, ma per quello alto ci vuole una gestione centralizzata in mano a pochissime persone di virtù morali e intellettuali assai rilevanti.

Ogni cittadino viene giudicato dal dirigente della propria arte lavorativa. La punizione più grave è l'esilio, quella meno grave il divieto di parlare con le donne. Le torture sono vietate in quanto considerate inutili. In casi gravissimi di lesione fisica premeditata è prevista la legge del taglione (ma anche nel caso di rissa non premeditata); in casi di omicidio volontario la pena di morte. Ci si può appellare al Metafisico per ottenere la grazia. Per il condannato a morte provvede una giuria popolare che usa o la lapidazione o il rogo. Nei suoi confronti si cercherà anche di usare un metodo persuasivo, cercando di convincerlo che la pena è meritata. Se riesce a dimostrare che altri han fatto peggio di lui, la pena sarà commutata nell'esilio.

I delitti contro la libertà personale sono equivalenti a quelli contro i ministri e persino contro dio (la fede religiosa infatti non può essere violata). In ogni caso l'accusa di uno solo contro qualcuno in particolare, non serve a nulla, ci vogliono almeno cinque testimoni, a meno che non sia l'accusato stesso a trovarne altri cinque a suo discarico: in tal caso verrebbe prosciolto. Ma se viene ancora accusato da due o tre testimoni, finirà col pagare il doppio della pena. Pochissimo comunque durano i processi e ancor meno vengono usate le carceri, in quanto i cittadini devono anzitutto lavorare. C'è la possibilità di appellarsi, ma la cosa deve risultare sbrigativa.

Tutte le pene vengono comminate sulla base di tre motivazioni: ingratitudine, pigrizia, ignoranza. Per evitarle o per ridurne l'entità, la cosa migliore è autoaccusarsi (come ancora oggi avviene in Cina). Chi compie gravi mancanze deve "confessarsi" ai supremi legislatori e statisti della città. Chi confessa le colpe altrui non deve nominare il colpevole. I tre Principi collaboratori si confessano al Metafisico e lui rende pubblici tutti i peccati ascoltati, senza citare il nome dei peccatori. E confessa anche i propri, dimostrando che sopra di lui c'è solo dio.

Poi si accetta il sacrificio di un volontario, come capro espiatorio per l'intera comunità. Lui starà a soffrire per trenta giorni al massimo, dopodiché sarà onorato da tutti.

Se ci si limita a leggere le pagine dedicate al diritto processuale, estrapolandole dal loro contesto storico, si rischia quanto meno di restare scandalizzati, anche perché il Campanella ha la presunzione di scrivere un testo "utopico" che avrebbe dovuto porsi in alternativa alla prassi dominante. Invece qui sembra voglia porre le basi di una di quelle sètte religiose ultrafanatiche, rigidamente chiuse in se stesse, ove il plagio delle menti o la circonvenzione d'incapace è la regola e dove spesso è drammatico l'epilogo di quelle esperienze. Nel secolo scorso abbiamo avuto esempi eloquenti in quella del reverendo Jim Jones o in quella dei davidiani a Waco.

Non si capisce infatti se la sua repubblica sia davvero "costituzionale" o se le leggi vengano ridotte al minimo proprio perché in uno Stato "socialista" sono pochi i motivi per cui si può delinquere. Vi sono poche leggi perché lo Stato è totalitario o perché è molto democratico? Campanella dice che i Solariani, nella sostanza, vivono secondo leggi di natura, che non sono molto diverse da quelle cristiane originarie, col tempo tradite dalla chiesa, ma è difficile vedere nell'organizzazione della Città del Sole qualcosa di anche lontanamente paragonabile alle società di natura, dove certamente non esistevano delle leggi codificate; non si può neppure fare un confronto con le comunità di villaggio medievali, dove il lato pre-borghese le avvicinava forse di più alle antiche società di natura.

E poi è quanto meno contraddittorio che da un lato Campanella veda nello sviluppo europeo del cristianesimo una progressiva degenerazione, a motivo degli interessi politici ed economici, e dall'altro giustifichi gli abusi del colonialismo spagnolo dicendo che, per suo mezzo, la provvidenza è comunque riuscita a diffondere il cristianesimo in tutto il pianeta e che, in virtù di questa astuzia divina, anche la scienza si diffonderà in tutto il mondo, rendendolo una cosa sola. Dunque no al colonialismo quando s'impone come forma di rapina, ma sì quando si diffonde come forma di cultura cristiana.

Le leggi comunque nell'isola esistono e sembrano una sorta di decalogo mosaico, di cui la principale è quella ebraica: "Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te". Esse sono come prefissate per tutti, scritte su tavole di rame ben visibili alla porta del tempio. Le cose giuridiche essenziali devono essere chiaramente definite, come se bastasse una sorta di catechismo per regolamentare tutta la vita privata e pubblica di una persona (anche al Concilio di Trento i vescovi romani l'avevano pensata così).

Campanella è convinto che questo sia il modo migliore per vincere la grande corruzione che domina tra i governi del suo tempo. La regola infatti è che i buoni patiscono soprusi e i malvagi li dominano. L'unica possibilità di sopravvivere è quella di costruirsi un'alternativa al di fuori del sistema (appunto in un'isola lontana dalla civiltà europea), altrimenti non resta che "apparire quel che non si è", cioè simulare e dissimulare, arti in cui Campanella sicuramente eccelleva.

VI

Gli aspetti più propriamente ideologici della città-stato vanno esaminati separatamente. Vi è tutta una parte scientifica che può essere più o meno condivisa, dove l'importanza attribuita all'astronomia è senza dubbio notevole. Campanella è chiaramente un copernicano e non teme d'incorrere nelle ire della chiesa: aveva già scritto un'Apologia a favore di Galileo.

Naturalmente i Solariani non "adorano" gli astri, non avendo idoli. Il sole per loro è solo un segno o un simbolo della paternità divina, come nelle religioni animistiche o totemiche o in certune politeistiche. Il calendario è lunisolare: ogni 19 anni inserivano cinque mesi per mantenere l'allineamento dell'anno con le stagioni (cfr il calendario di Numa usato dai Romani prima di Giulio Cesare e il calendario ebraico e induista).

I Solariani credono che la madre Terra sia stata "creata" e che, come tutte le altre cose, finirà, anche se non sanno spiegarsi né come abbia avuto origine né cosa ci sarà dopo la fine del mondo (ovviamente non danno per certi né l'inferno né il paradiso cattolici e, nel complesso, si mantengono abbastanza agnostici sulle realtà oltremondane). Suggestiva l'immagine del mare come "sudore della terra liquefatta dal sole".

Seguendo la filosofia bruniana, Campanella ritiene inverosimile ch'esista, nell'infinito universo, un unico pianeta abitato. Tuttavia, guardando l'essere umano, egli è costretto ad affermare - come molti filosofi dell'epoca - una certa equivalenza tra macro e microcosmo: l'essere umano è superiore a qualunque altro oggetto o materia dell'universo.

Sul piano più strettamente filosofico egli pone una stretta equivalenza tra Ente=Essere (che può anche coincidere con Dio, per chi ci crede, ma il Campanella sembra qui anticipare il Deus sive Natura di Spinoza) e Niente=Non essere. Se si ammette l'Essere non si può ammettere il Niente: "il Niente né dentro né fuori del mondo è". Dunque se il Niente non esiste, tutto si trasforma, senza soluzione di continuità. Il "male" è negare l'Essere, cioè questa perenne trasformazione della materia. Non si può far valere qualcosa (il Niente) che non esiste: si può soltanto negare valore a ciò che esiste. "Il peccato ha causa deficiente, non efficiente". La deficienza è mancanza o di potere o di sapere o di volere. E d'altra parte se non vi fosse stata una sorta di "debolezza" nell'Essere, nulla sarebbe potuto nascere né corrompersi. Il negativo è inevitabile. Il Nulla dunque è solo una privazione dell'Essere che rende possibile l'Esistente, cioè il Non-Essere.

Difficile pensare che un discorso del genere, portato alle sue estreme conseguenze, non finisse nelle braccia dell'ateismo. Chi era dunque Campanella: un cristiano che cercava sinceramente una riforma della chiesa romana o un deista che minava le basi stesse del cristianesimo? Davvero voleva far ricorso alla legge naturale per poi santificarla col cristianesimo, o non voleva piuttosto che quest'ultimo restasse rigorosamente entro i limiti della ragione scientifica? Si stava autocensurando o la contraddittorietà faceva parte della sua natura?

Non è forse una forma di ostentata prudenza quando fa dire ai Solariani che accettavano una teologia (o meglio una filosofia religiosa) simile a quella trinitaria degli Scolastici: un dio uno e trino, benché non distinto in tre persone ma solo in tre astratte entità (Potere, Sapienza e Amore)? E non è forse stata una forma di piaggeria l'aver voluto ribadire la teoria filioquista secondo cui Sapienza procede da Potere e Amore procede da entrambi?

Con Telesio, Bruno e Campanella si chiude in Italia il tentativo di laicizzare il cristianesimo sul piano filosofico, almeno sino a quando esso non verrà ripreso dal neoidealismo hegeliano i cui due massimi esponenti saranno Croce e Gentile.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015