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CARTESIO - I - II - IV

La filosofia moderna è nata col dubbio cartesiano, ma la legittimazione di questo dubbio (che di per sé è incapace di vera positività, in quanto, se portato all'estremo, conduce al nichilismo) era relativa alla crisi della Scolastica. Di fatto Cartesio dovette andare "oltre" al dubbio...

Oggi la filosofia (che è sempre borghese in Occidente) ripropone il tema del dubbio e del relativismo ontologico. A che pro? E' un dubbio nei confronti della stessa esperienza borghese, cioè dei suoi valori, ma è un dubbio di comodo, poiché, di fatto, non impegna l'esperienza a cercare un'alternativa.

Il capitalismo, infatti, viene considerato come l'unica esperienza sociale possibile, essendo impossibile -si ritiene- qualsiasi vera alternativa. E' un dubbio quindi rivolto sia al passato che al futuro: un dubbio diverso da quello di Cartesio, che per il futuro era ottimista.

Il dubbio borghese contemporaneo è particolarmente ostile all'alternativa più radicale che il presente possa offrire: il socialismo democratico. E' un dubbio pericoloso, che può portare all'irrazionalismo, cioè alla negazione ostinata di ogni evidenza.

Il dubbio cartesiano era meno pericoloso perché usava ingenuamente il concetto di evidenza. Oggi la filosofia borghese è molto più scettica, non solo perché il suo obiettivo del benessere diffuso non si è realizzato, ma anche perché il socialismo rappresenta la coscienza critica di questo limite.

La filosofia borghese contemporanea è arrivata persino a sostenere che l'evidenza non esiste oppure ch'essa dipende dalla "fede" (in modo analogo alla posizione religiosa). Cioè a dire, la verità di una cosa dipende solo dall'atteggiamento soggettivo. L'oggettività o non esiste o è relativa al punto di vista dell'osservatore. Non c'è più vera comunicazione, perché il dialogo si è banalizzato.

Tale filosofia pretende di superare Cartesio mostrando appunto che non ha più senso credere in verità oggettive valide per tutti. Anche la matematica è diventata un'opinione, oppure è stata considerata una scienza inutile (tautologica), incapace di fornire nuove conoscenze o giudizi (vedi il neopositivismo).

Ma Cartesio è stato superato anche perché non poteva non esserlo. Il suo individualismo porta, in ultima istanza, a negare il valore del dubbio metodico, col quale egli cercava di ottenere l'evidenza. Il dubbio non può portare all'evidenza ma al nichilismo: l'unica evidenza è la mancanza di certezze, di oggettività universalmente valida (Kant cercherà di superare questo limite).

Il dubbio non può essere "metodico", non può essere neppure un punto di partenza, poiché lo sarebbe al negativo (come critica di un aspetto decadente, obsoleto). Invece, per essere propositivi, occorre partire dalla fiducia in qualcosa, ritenuta vera, autentica dalla collettività, in quanto merita d'essere salvaguardata contro ciò che la logora o la deprime.

Il limite del dubbio cartesiano lo si comprende anche da un'altra incongruenza: subito dopo aver affermato l'autoposizione dell'uomo borghese, laico, attraverso appunto il dubbio metodico, o l'io penso, Cartesio è costretto a sostenere l'idea che esiste un essere perfetto, più perfetto dell'uomo: dio!

Cioè l'uomo borghese, in Cartesio, si fa forte nei confronti della tradizione eccelesiastico-feudale, ma si scopre debole nei confronti della realtà e, in fondo, nei confronti di se stesso.

L'uomo borghese non ha dunque la forza per emanciparsi completamente dall'idea di dio. La ragione di questa défaillance sta proprio nella definizione che Cartesio dà di essere umano: un io che pensa, cioè un soggetto intellettuale individualistico. Da notare che parallelamente a questa definizione di essere umano, la borghesia, al di fuori dell'Europa, affermava un concetto di io "conquistatore", "sterminatore" delle civiltà non-europee. Ciò a testimonianza dell'impossibilità di sostenere con coerenza etica il concetto borghese di "io".

In ogni caso con Cartesio l'essere (metafisico) non è più coincidente immediatamente con dio -come nel Medioevo-, ma è coincidente con l'uomo. Il quale però, sentendosi limitato, sottoposto a vari inganni nella comprensione sensibile della realtà, è costretto a ribadire l'esistenza dell'essere divino, unica fonte assoluta di certezza. Questo dio tuttavia è laicizzato, ha una fisionomia diversa da quello medievale: è un dio a immagine e somiglianza dell'intellettuale borghese.

Questo scrupolo religioso la borghesia lo supererà nel momento stesso in cui avverrà la rivoluzione industriale.

Con Cartesio inizia l'intellettualismo borghese dell'Europa occidentale, diviso tra essere e pensiero, tra esperienza e coscienza. L'intellettuale europeo, con Cartesio, raggiunge livelli altissimi di coscienza laica all'interno di un'esperienza squisitamente borghese (cioè antagonistica).

Cartesio si è difeso col pensiero dall'essere astratto e decadente dell'ultima Scolastica e dell'esperienza religiosa tardo-medievale. Ma dalla sua affermazione del primato del pensiero non è mai emersa un'esperienza veramente alternativa a quella medievale. Cartesio è rimasto prigioniero del suo soggettivismo.

Infatti, a livello oggettivo, egli è ricaduto nel misticismo. Con una sola differenza: la religione di Cartesio non ha l'oggettività dell'esperienza ecclesiastica (socio-comunitaria) del Medioevo, ma ha soltanto un'oggettività teoretica, concettuale o filosofica, in quanto, a livello pratico, l'esperienza resta soggettiva. Con Cartesio, in un certo senso, viene legittimata per la prima volta l'esperienza del cristianesimo borghese.

Sotto tale aspetto si può tranquillamente sostenere che tutta la filosofia borghese è soggettiva, inclusa quella hegeliana, che presume d'essere oggettiva per i suoi riferimenti alla storia, allo Stato, alla dialettica, ecc. La filosofia hegeliana è soggettiva appunto perché resta una "filosofia", cioè la speculazione astratta di un singolo filosofo, dalla cui invivibilità sociale scaturiranno, da un lato, l'irrazionalismo borghese di Nietzsche e, dall'altro, per reazione, il socialismo di Marx.

CARTESIO E LA FILOSOFIA BORGHESE

Tutta la filosofia moderna è un ritorno a quella greca, poiché è una forma d'intellettualismo individualistico, ma è un ritorno mediato dalla speculazione cristiana, la quale, per la prima volta, aveva introdotto i concetti di libertà e responsabilità personale, nel bene e nel male. Si tratta quindi di un ritorno "smaliziato", disincantato, assai lontano dall'ingenuità del mondo greco, che non riusciva neppure a considerare gli schiavi degli esseri umani.

La filosofia borghese dà una risposta parziale al fallimento di una soluzione -quella cattolico-romana- quanto mai autoritaria al problema della felicità umana.

La filosofia borghese (che, a tale scopo, si avvale anche della Riforma protestante) è il tentativo di reagire in maniera individualistica (e metafisica) all'imposizione autoritaria della fede cristiana. La metafisica viene usata per liberarsi della teologia dogmatica.

Che poi, in questa emancipazione, la filosofia borghese sia arrivata a compiere degli abusi antiumanistici superiori a quelli medievali, questo sta a testimoniare che il superamento di una civiltà ad opera di un'altra non può avvenire solo sul terreno speculativo, ma deve avvenire anche in quello concreto dei rapporti sociali.

Probabilmente nell'Europa orientale non è nata la filosofia borghese perché l'esperienza del cristianesimo non fu autoritaria come quella occidentale.

La filosofia borghese nasce costatando il fallimento dell'esperienza religiosa: essa quindi, per sua natura, è pessimista nei confronti della collettività sociale ed è ottimista nei confronti del singolo individuo che, in virtù delle proprie capacità razionali (e borghesi), riesce a emanciparsi dal servaggio del mondo feudale ed ecclesiastico.

L'inevitabile sbocco irrazionalistico della filosofia borghese (vedi Nietzsche e Schopenhauer) era già implicito nelle sue premesse cartesiane, com'era implicito nelle premesse agostiniane lo sviluppo autoritario dell'ideologia cattolica.

Ovviamente le premesse sono state ben diverse dalle conclusioni. In fondo, da Cartesio ad Hegel la filosofia borghese ha avuto la pretesa d'essere razionalistica, cioè si è sforzata di dimostrare che poteva esserlo. Anche quando predicava l'assolutismo politico (ad es. con Hobbes), essa lo faceva nella convinzione di procurare il "bene" della società.

Dopo Hegel però la filosofia borghese è diventata tutta irrazionalistica, e per di più nella consapevolezza di esserlo. Non avendo accettato l'alternativa del marxismo, essa si è per così dire incupita, come se sapesse a priori di non avere alcun futuro. Invece di cambiare direzione, prosegue ciecamente verso il baratro, senza rinunciare al fascino (e alla miseria) dell'individualismo.

CONTRO CARTESIO

Che tutta la filosofia moderna, almeno sino a Nietzsche, sia stata un gioco estetico-intellettuale è testimoniato dal modo stesso in cui è nata. Infatti, invece di reagire al vuoto formalismo della tarda Scolastica con un'esperienza forte e sentita, la filosofia cartesiana ha posto in essere il primato del pensiero, facendo derivare arbitrariamente da esso la stessa esistenza umana.

Non è paradossale che mentre Cartesio voleva far dedurre in maniera logica l'ergo sum dal cogito, creava, proprio in tal modo, una ridicola tautologia? Si è mai vista una persona dedurre la propria esistenza in vita dal fatto che è in grado di pensare su di sé? Questa è appunto una posizione intellettualistica, tipica dell'individualità isolata (perché borghese) e quindi alienata (dai valori collettivi).

Col cogito filosofico Cartesio s'illudeva di superare i limiti non meno astratti della Scolastica medievale. A un'astrazione che si doveva accettare per fede o per tradizione o perché obbligati dall'autorità, egli aveva contrapposto un'astrazione in cui si giungeva a credere individualmente attraverso la strada maestra del dubbio metodico. Il dubbio veniva usato contro il formalismo di una fede religiosa vuota di contenuto e che però disponeva ancora di potere politico. Veniva usato, soggettivamente, uno strumento filosofico contro la degenerazione della teologia cattolica, trasformatasi in vuota filosofia.

Cartesio non partiva dall'esperienza, cioè da una forma diversa del valore umano, ma partiva dal dubbio, cioè da un'idea astratta di esperienza. In tal modo non venivano posti in essere dei valori positivi, da viversi in maniera collettiva, dei valori di tipo umano e democratico, ma ci si limitava a dare voce all'esperienza individualista della classe borghese.

In questo senso si può dire che il passaggio da Cartesio a Nietzsche è stato il passaggio da una follia teorica a una follia pratica, da una follia in potenza a una follia in atto, da una commedia melodrammatica a una tragedia.

Quando infatti la filosofia borghese, con Nietzsche (e prima ancora con Kierkegaard, ma nell'ambito della religione, non dell'ateismo), si pone il problema di come superare il formalismo del cogito a partire dall'esperienza concreta dell'uomo vitale, il risultato è stato la follia. Cioè sono bastati pochi secoli di capitalismo per capire che la posizione astratta, individualistica, isolata e alienata della filosofia borghese avrebbe necessariamente portato alla follia. Nietzsche in tal senso non fece che anticipare il nazismo.

La follia nicciana è, da un lato, la certezza che il dubbio, di per sé, è insostenibile come metodo, in quanto non può portare a posizioni umanistiche o realistiche; e dall'altro è la certezza che, oltre al dubbio metodico, che distrugge qualunque cosa, l'uomo borghese non è in grado di proporre che la propria autodistruzione.

Si potrebbe anche dire che la borghesia che a un certo punto rifiuta il dubbio iniziale in nome della certezza ideologica, è la stessa borghesia che alla concorrenza preferisce il monopolio, e che può persino arrivare a sostituire al dubbio individuale la follia di massa, passando direttamente dal liberismo al fascismo. Una borghesia del genere, se non può ottenere quanto desidera distruggendo i propri avversari, finisce con l'autodistruggersi.

Cartesio 1 - Cartesio 2 - Cartesio 4


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 06-02-2010