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Denis Diderot: dal deismo problematico all’ipotesi materialistica

I - II - III

Giuseppe Bailone

Il suo nome è strettamente legato alla grandiosa impresa dell’Enciclopedia, ma il suo pensiero va ben oltre le tantissime pagine che egli ha scritto nelle voci di quell’opera.

Nasce nel 1713 a Langres, nell’Alta Marna, in una famiglia di agiati artigiani che vede nella carriera ecclesiastica una buona strada per la sua promozione sociale e lo manda a scuola dai Gesuiti. Nel 1728, però, egli si reca a Parigi, dove imprime un diverso indirizzo ai suoi studi e consegue nel 1732 il titolo universitario di maestro delle arti. Studia il latino e il greco, medicina e musica. Vive insegnando matematica, facendo il precettore e traducendo. Frequenta ambienti in cui circolano idee illuministe. Conosce Rousseau.

Nel 1746 pubblica la sua prima opera filosofica, Pensieri filosofici. Si tratta di aforismi che risentono dell’influenza del filosofo inglese Shaftesbury, di cui aveva da poco tradotto, liberamente, il Saggio sulla virtù o merito. In Pensieri filosofici critica profondamente l’educazione religiosa ricevuta.

Nel primo aforisma scrive: “Ci scagliamo senza tregua contro le passioni; tutte le pene dell’uomo vengono ad esse imputate e dimentichiamo che costituiscono anche la sorgente di tutti i suoi piaceri. Si tratta, nella sua costituzione, di un elemento di cui non si può dire né troppo bene né troppo male. Ma, ciò che mi irrita è il fatto che le si consideri sempre dal lato negativo. Si ritiene di offendere la ragione dicendo una parola in difesa delle sue rivali. Tuttavia, solo le passioni, e le grandi passioni, possono innalzare lo spirito a grandi cose. Senza di esse, non esiste più il sublime, sia nei costumi sia nelle opere; le arti arretrano alla loro infanzia e la virtù diviene pedante”.

La critica delle concezioni religiose che impongono la mortificazione delle passioni si radicalizza negli aforismi che seguono.

“Le passioni moderate producono uomini comuni” (II); “Le passioni represse degradano gli uomini eccezionali” (III); “Proporsi di sopprimere le passioni è il colmo della pazzia. È il progetto del devoto il quale si tormenta come un forsennato per non desiderare, non amare, non sentire nulla, e che diventerebbe un autentico mostro se i suoi propositi si realizzassero” (V).

Sulla propria educazione religiosa, fondata sulla paura, scrive: “Dal ritratto che mi hanno fatto dell’Essere supremo, dalla sua inclinazione alla collera, dalla severità delle sue vendette, da alcune equivalenze che esprimono numericamente il rapporto tra quelli che egli lascia perire e quelli che egli degna del suo aiuto, persino l’anima più onesta sarebbe tentata di augurarsi che Dio non esista. Si vivrebbe abbastanza tranquilli in questo mondo se si fosse veramente sicuri che non c’è nulla da temere nell’altro: il pensiero della non esistenza di Dio non ha mai spaventato nessuno, ma è terrorizzante invece che ne esista uno come quello che mi hanno descritto” (IX).

Opera, qui, una prima apertura all’ateismo in cui, nello sviluppo del suo pensiero, finirà sempre più per riconoscersi. Adesso è ancora convinto che la morale abbia in Dio il suo fondamento; ma deve trattarsi di un Dio raggiunto con la ragione, non quello della superstizione, spesso presente nelle religioni.

“Soltanto il deista può far fronte all’ateo. Il superstizioso non ha la stessa forza. Il suo Dio non è altro che un essere immaginario. Oltre alle difficoltà dell’argomento, deve superare tutte quelle che risultano dalla falsità delle sue nozioni. Un C…, un S… [si riferisce ai filosofi inglesi Cudwort e Shaftesbury] avrebbero messo in imbarazzo un Vanini [celebre libertino bruciato sul rogo come eretico nel 1619] mille volte di più di tutti i Nicole [importante esponente giansenista] e i Pascal del mondo” (XIII).

Su Pascal scrive: “Pascal era onesto, ma pauroso e credulo. Scrittore elegante e ragionatore profondo avrebbe certamente illuminato l’universo se la Provvidenza non l’avesse lasciato in balìa di persone che sacrificarono il suo ingegno ai propri rancori. Sarebbe stato meglio che avesse lasciato ai teologi del tempo il compito di esaurire le loro dispute, che si fosse dedicato alla ricerca della verità senza ritegni e senza timore di offendere Dio, servendosi di tutta l’intelligenza che aveva ricevuto da lui, e soprattutto che avesse rifiutato per maestri uomini che non erano neppure degni di essere suoi discepoli!” (XIV).

Convinto che la simmetria e la bellezza del mondo, messi in evidenza dalla scienza newtoniana, rimandino al loro divino artefice, così come un’opera letteraria rinvia al suo autore e non può spiegarsi con la combinazione casuale delle lettere dell’alfabeto, Diderot sostiene che l’azione del divino artefice si manifesta chiaramente alla ragione, non solo nell’universo considerato nel suo insieme, ma in ogni organismo, anche “nell’ala di una farfalla” o “nell’occhio di un acaro” (XX).

Non sottovaluta, però, le possibili obiezioni degli atei.

Se, infatti, si accetta l’ipotesi che la materia “sia in movimento dall’eternità” e che esista “nell’infinita somma di combinazioni possibili un numero infinito di meravigliose combinazioni”, allora non diventa assurdo pensare che tutto l’ordine reale sia scaturito dal caos (XXI).

Il Parlamento di Parigi condanna il libro al rogo perché, “scandaloso e contrario alla Religione e alla Morale …, esso presenta il veleno delle più criminali e assurde opinioni di cui sia capace la depravazione della ragione umana …, pone tutte le religioni sullo stesso piano e finisce per non accettarne alcuna”. Il libro, però, ha più ristampe e viene tradotto in tedesco.

Il deismo in Diderot è radicalmente critico nei confronti del cristianesimo. Arriva a contrapporre la tolleranza illuminata di Giuliano l’Apostata al “barbaro zelo” di Gregorio Magno: “Se ci si fosse attenuti solo a questo pontefice, saremmo nelle condizioni dei maomettani che hanno come loro lettura solo il Corano. In verità, quale sarebbe stata la sorte degli antichi scrittori tra le mani d’un uomo che solecizzava in base al principio religioso, che pensava che l’osservanza delle regole della grammatica equivalesse a sottomettere Gesù Cristo a Donato e si credette obbligato in coscienza a ricoprire le rovine dell’antichità?” (XLIII e XLIV). Inoltre, si apre a prendere in considerazione le posizioni scettiche, fino a farne una larvata difesa.

Queste tesi di Diderot su Dio e sulla religione non sono definitive: il suo processo di liberazione dall’educazione religiosa ricevuta ha in esse solo una prima tappa di un percorso destinato ad approdare ben oltre. Già nel 1749, infatti, nella Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, il deismo è messo apertamente in discussione e di fatto superato.1

Al centro di quest’altra opera c’è l’eccezionale figura di Nicholas Saunderson (1682-1739), che, all’età di un anno, a causa del vaiolo, perse entrambi gli occhi, e, ciononostante, divenne un grande matematico dell’università di Cambridge e persino capace d’insegnare l’ottica a coloro che avevano gli occhi per vedere. Cosa che fa scrivere a Diderot: “Saunderson vedeva quindi mediante la pelle; questo involucro era dunque in lui di una sensibilità così acuta che si può star certi che con un po’ d’abitudine sarebbe giunto a riconoscere un suo amico, se un disegnatore gliene avesse tracciato il ritratto sulla mano, e che in base alla successione delle sensazioni eccitate dalla matita, avrebbe detto: È il signor tal dei tali. Potrebbe dunque esistere anche una pittura per ciechi, che si servisse della loro pelle come tela”.2

Diderot immagina un dialogo di Saunderson con “uno scaltrissimo pastore”, l’anglicano Holmes, chiamato al suo capezzale quando sta per morire.

Al pastore che “cominciò dalle obiezioni relative alle meraviglie della natura”, il matematico cieco obiettò: “Lasciate stare quest’argomento: la natura non è mai stata uno spettacolo per me! Sono stato condannato a trascorrere la vita tra le tenebre; e voi mi citate prodigi che non comprendo neppure, e che non costituiscono una prova se non per voi e per coloro che, come voi, hanno la possibilità di vedere. Se volete che creda in Dio, dovete farmelo toccare”.

“Signore, rispose astutamente il pastore, posate le mani su voi stesso e scorgerete la divinità del meraviglioso meccanismo dei vostri organi”.

“Signor Holmes, replicò Saunderson, ve lo ripeto, per me tutto questo non è bello quanto per voi. Ma se anche il meccanismo animale fosse perfetto come pretendete, e come voglio credere, poiché siete un uomo onesto e assolutamente incapace di darmi a intendere il falso, che cosa avrebbe mai in comune con un essere sovranamente intelligente? Se la cosa vi sorprende, è forse perché è vostra abitudine di considerare prodigioso tutto ciò che vi pare al di sopra delle vostre forze. Io stesso sono stato così spesso oggetto di ammirazione da parte vostra, che mi son fatto una cattiva opinione di ciò che in voi desta sorpresa. Molta gente si è mossa per me dalla più lontana Inghilterra, non riuscendo a capire come potessi occuparmi di geometria: ora dovete ammettere che quella gente non possedeva esatte nozioni sulla possibilità delle cose. Un fenomeno ci pare al disopra delle forze dell’uomo? Ed ecco che subito diciamo: è opera di un Dio; la nostra vanità altrimenti non è soddisfatta! Non potremmo mettere nei nostri discorsi un po’ meno d’arroganza e un po’ più di filosofia? Se la natura ci presenta un nodo che è difficile da sciogliere, lasciamolo com’è; e non adoperiamo, per tagliarlo, la mano di un essere che diventa subito dopo per noi un nuovo nodo ancor più inestricabile del primo. Chiedete a un Indiano perché il mondo rimane sospeso nell’aria: vi risponderà che è sostenuto dalla groppa di un elefante; e l’elefante su che lo farà poggiare? Su una tartaruga; e la tartaruga, chi la sosterrà?... L’Indiano vi fa compassione; eppure si potrebbe dire a voi, come a lui: Signor Holmes, amico mio, confessate innanzitutto la vostra ignoranza e fatemi grazia dell’elefante e della tartaruga”.3

Holmes, allora, ricorre a Newton, a Leibniz e ai filosofi che, colpiti dalle meraviglie della natura, le hanno attribuite all’azione della divina intelligenza. Saunderson risponde: “Considerate quanta fiducia debbo avere nella vostra parola e in quella di Newton. Io non vedo nulla, e tuttavia riconosco in tutto un ordine meraviglioso; ma mi auguro che non pretendiate di più. Non mi oppongo a quel che voi dite circa lo stato attuale dell’universo, se voi mi concedete in cambio la libertà di pensare ciò che mi parrà più opportuno del suo antico e primitivo stato, circa il quale voi non siete meno cieco di me. Qui non avete testimoni da oppormi; e i vostri occhi non vi offrono risorsa alcuna. Immaginate pure, se volete, che l’ordine che vi colpisce sia sempre esistito; ma permettetemi di credere che non sia affatto così; se dovessimo risalire all’origine delle cose e del tempo, e potessimo avere esperienza della materia automoventesi e del caos che assume un certo ordine, ci imbatteremmo in una moltitudine di esseri informi di contro a pochi già formati. Anche se non ho nulla da obiettarvi sull’attuale condizione di cose, posso almeno interrogarvi sulla loro condizione passata. Posso chiedervi, per esempio, chi ha detto a voi, a Leibniz, a Clarke e a Newton, che nei primi istanti della formazione degli animali, alcuni non fossero senza testa e altri senza piedi? Potrei anche sostenere che alcuni non avevano stomaco e altri mancavano d’intestino; che quelli vissuti per un certo periodo perché provvisti di stomaco, di palato e di denti, non esistono più per vizi al cuore o ai polmoni; che i mostri sono andati scomparendo grado a grado; che tutte le difettose combinazioni di materia si sono dissolte, e che sono rimaste soltanto quelle il cui meccanismo non comportava contraddizioni importanti e che potevano mantenersi da sé e riprodursi”.

Parlando di formazioni corporee difettose, Saunderson prospetta anche la propria condizione: “Guardatemi bene, Signor Holmes, io non ho occhi. Che cosa abbiamo fatto a Dio, voi e io, perché uno di noi possieda quest’organo e l’altro ne sia privo?”

Saunderson continua delineando un quadro che ricorda le pagine che Lucrezio ha dedicato alla formazione materialistica e casuale del mondo. Un quadro in cui non esistono cause finali né ordine prestabilito, ma solo l’evoluzione casuale della materia dotata di movimento.

Nel 1753 Diderot pubblica l’Interpretazione della natura, un testo breve, dedicato “ai giovani che si accingono allo studio della filosofia naturale”. Ad essi raccomanda di tener “sempre presente alla mente che la natura non è Dio; che un uomo non è una macchina; che un’ipotesi non è un fatto”.

Rispetto ai Pensieri filosofici, in apertura dei quali aveva scritto: “Scrivo su Dio”, adesso fermandosi sulla natura, considerata in se stessa, cambia decisamente la sua impostazione e distingue nettamente l’interpretazione della natura dalla sua osservazione e dalle relative sperimentazioni.

Trattando delle cause, Diderot scrive: “Una delle principali differenze fra l’osservatore della natura e l’interprete della natura è che questo parte dal punto in cui i sensi e gli strumenti vengono meno a quello; muovendo da ciò che è, egli cerca di avanzare ipotesi su ciò che ancora deve essere; dall’ordine delle cose trae conclusioni astratte e generali che hanno per lui la stessa evidenza delle verità sensibili e particolari; s’innalza all’essenza stessa dell’ordine” (LVI).

Diderot non è contrario alle interpretazioni della natura. Le considera necessarie, ma chi le fa deve sapere che, quando egli “s’innalza all’essenza dell’ordine”, le sue sono soltanto congetture, utili per unificare i fenomeni osservati, non verità assolute: sono giudizi il cui valore deve essere verificato sperimentalmente. È l’esperimento che mantiene lo scienziato della natura all’interno della natura, mentre la metafisica lo porterebbe nel regno dell’immaginazione arbitraria, popolato di “fini ultimi” dei fenomeni naturali.

“Il fisico, la cui professione è d’istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. Il come si ricava dagli esseri, il perché dal nostro intelletto, si riferisce ai nostri sistemi; dipende dal progresso delle nostre conoscenze. Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegl’inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore!”. Costoro, muovendosi come metafisici, “si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione. […] L’uomo attribuisce all’Eterno come un merito le sue meschine vedute, e l’Eterno, che l’ascolta dall’alto del suo trono e ne conosce le intenzioni, accetta la sua stupida lode e sorride della sua vanità” (LVI).

Qui, la figura divina viene usata per irridere la presunzione dei metafisici!

Alla loro vacua presunzione, Diderot contrappone la ricerca degli scienziati, che, consapevoli dei “limiti del nostro intelletto” e della “infinita moltitudine dei fenomeni naturali”, sanno che ci vorranno secoli per rispondere a tutte le loro domande.

Alla fine dell’Interpretazione della natura Diderot elenca una quindicina di questioni, all’interno delle quali “la domanda: perché esiste qualche cosa è la più imbarazzante fra quelle che la filosofia possa proporsi; solo la rivelazione può rispondere ad essa”. Poi, conclude: “Quando volgo il mio sguardo ai lavori degli uomini e vedo da ogni lato città edificate, tutti gli elementi utilizzati, le lingue ben stabilite, popoli civilizzati, porti costruiti, i mari attraversati, la terra e i cieli misurati, il mondo mi sembra vecchio. Quando invece mi accorgo che gli uomini sono incerti sui principi della medicina e dell’agricoltura, sulle proprietà delle sostanze più comuni, sulla conoscenza delle malattie dalle quali sono afflitti, sulla potatura degli alberi, sulla forma dell’aratro, la terra mi sembra abitata solo da ieri. E se gli uomini fossero saggi, si dedicherebbero finalmente a ricerche relative al loro benessere, e risponderebbero alle mie futili questioni soltanto tra mille anni al più presto; o forse, considerando senza posa il breve tratto che essi occupano nello spazio e nel tempo non si degnerebbero mai di rispondermi” (LVIII).

Sempre molto attento agli sviluppi degli studi scientifici, in particolare quelli biologici, Diderot elabora, negli anni successivi, in modo sempre più sistematico, la sua ipotesi materialistica. Egli fa evolvere il suo iniziale deismo, attraverso una rilettura di Spinoza e della sua identificazione di Dio con la natura, verso una concezione della materia che, dotata di movimento e di sensibilità, non evidenzia la presenza di cause finali e non ha bisogno dell’idea di Dio per essere capita. Prospetta così l’idea di un’evoluzione dalla materia alla vita e alle sue diverse forme, senza alcun intervento creatore e ordinatore divino. Però, sempre consapevole dei limiti della scienza, egli sta attento a non fare della sua interpretazione della natura una verità metafisica. Il suo materialismo resta un’ipotesi. Con questa cautela, però, egli non esita a tentare una spiegazione materialistica della stessa attività umana, anche di quella spirituale, respingendo il metafisico dualismo cartesiano di anima e corpo e consegnando la questione dell’anima agli anatomisti e ai fisiologi. E, negli ultimi anni egli lavora a un’opera dedicata all’analisi delle funzioni del cervello, rimasta incompiuta. In essa la sensazione, l’immaginazione, la memoria e l’intelligenza vengono studiate come “fenomeni del cervello”, invece che come “facoltà dell’anima”.

Muore il 31 luglio 1784. La sera prima aveva discusso con alcuni amici sulla conoscenza filosofica. La figlia Angélique, che era presente, ricorda le ultime parole del padre: “Il primo passo verso la filosofia è l’incredulità”.

Note

1 Nel XVIII secolo per deismo s’intende quel movimento filosofico, nato in Inghilterra ma poi diffuso anche in Francia e in Germania, che attribuisce a Dio solo quelle caratteristiche che si manifestano alla ragione, prescindendo da qualsiasi rivelazione.

2 Denis Diderot, Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, in Opere filosofiche, a cura di Paolo Rossi, Feltrinelli 1981, p. 89.

3 Ib. p. 90.

Torino 31 marzo 2014

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999. Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf) Plotino (pdf) L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)

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Aggiornamento: 26-04-2015