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DONINI E L'ATEISMO SCIENTIFICO

Chiunque in Italia voglia iniziare uno studio del fenomeno religioso, visto in chiave marxista, non può assolutamente prescindere dal grande contributo di Ambrogio Donini, soprattutto delle sue due opere più significative: Storia del cristianesimo (ed. Teti) e Lineamenti di storia delle religioni (Ed. Riuniti e, successivamente, ed. Newton, col titolo Breve storia delle religioni). Anche questo, se vogliamo, è un modo per ricordare la sua scomparsa.

In effetti, forse non ci rendiamo sufficientemente conto che nell'ambito della sinistra nessuno, ancora oggi, può vantare una cultura così vasta in materia di "religioni" come quella di Donini, e nessuno, al di fuori dell'area marxista, può vantare una competenza altrettanto scientifica, poiché l'interpretazione cattolica del fenomeno religioso o dipende da quella franco-tedesca meno progressista o è terribilmente apologetica (sulla scia dell'integralismo di Wojtyla e di C.L., che vorrebbero addirittura realizzare una dipendenza dalla teologia polacca), mentre la tradizione protestante (si pensi alle opere della editrice Claudiana di Torino) non ha ancora la forza sufficiente per imporsi a livello nazionale, dimostrando cioè che, oltre a quella cattolica, esiste anche un'altra interpretazione del fenomeno religioso (meno che mai questa forza ce l'ha l'area cristiano-ortodossa, che senza dubbio è molto più sviluppata in Francia).

Donini non ha soltanto avuto il merito di far conoscere al pubblico italiano le tesi più significative della scuola mitologica sovietica (si pensi a Vipper, Jaroslavskij, Kryvelev, Tokarev, Kovaliov..., autori a lui molto cari), ma ha avuto anche il merito di ridimensionare l'acceso anticlericalismo dell'area anarchica, impostato, sul piano ateistico, in maniera positivistica, così come si può oggi rilevare dalle opere curate dall'editrice La Fiaccola di Ragusa. 

Il terzo grande merito di Donini è stato quello di aver superato il suo maestro Buonaiuti e con lui i limiti del modernismo, che pur è stato l'ultima grande esperienza progressista del cattolicesimo italiano, in parte poi riassorbita dalla chiesa, in parte confluita nel marxismo (come appunto nel caso di Donini), in parte proseguita, con scarsa fortuna, nell'esperienza dei cristiani per il socialismo e dei cattolici-comunisti (le cose sono andate meglio in Sudamerica con le comunità di base e la Teologia della liberazione). Il discepolo più significativo di Donini, in Italia, è stato e tuttora è Marcello Craveri, che ha approfondito la lettura ateistica del cristianesimo primitivo, concentrandosi soprattutto sulla figura del Cristo (la sua ultima fatica però è sulla storia delle eresie).

Detto questo non ci resta ora che evidenziare i limiti dell'opera di Donini, aiutando il lettore a capire in quali direzioni essa meriterebbe un felice prosieguo. Sul piano fenomenologico i limiti si possono desumere da due fatti sintomatici: 1) la scarsa comprensione dell'ateismo-scientifico di Donini nell'ambito della sinistra italiana, 2) lo scarso dialogo di questo ateismo con le posizioni cattoliche e protestanti.

Le cause del primo aspetto vanno addebitate in parte al Pc e in parte allo stesso Donini. Mentre questi, infatti, nell'esame del fenomeno religioso, ha sempre preferito accentuare l'uso degli strumenti ideologici rispetto a quelli politici, l'altro invece ha fatto esattamente il contrario. In altre parole, mentre Donini ha cercato soprattutto di sottolineare la valenza "alienante" della religione, il Pc (a partire da Togliatti) ha cercato soprattutto di valorizzare l'elemento di "protesta". Da un lato quindi si puntava, seguendo le orme di Engels, a evidenziare le falsificazioni prodotte dal cristianesimo primitivo, dall'altro si ribadiva (soprattutto con Berlinguer) la laicità del partito, relegando il fenomeno religioso a questioni di mera coscienza privata (di qui l'agnosticismo indifferente di molti comunisti).

Un concetto come quello di "laicità", pur giustamente affermato in sede politica, non può significare che, sul piano ideologico, è sempre meglio non esprimersi per non rischiare di offendere la suscettibilità altrui. Ognuno deve essere lasciato libero di condividere o meno certe tesi (specie in materia di religione), ma le tesi vanno comunque formulate, altrimenti la libertà sarà soltanto quella di adeguarsi alle posizioni dominanti della cultura cristiano-borghese.

Ma dove stanno, in tutto ciò, i limiti di Donini? Stanno appunto nel fatto che, accentuando gli aspetti "alienanti" della religione (e qui veniamo al secondo punto), il rapporto col mondo cattolico è sempre stato per lui molto problematico. In questo senso il Pc non ebbe tutti i torti nel cercare di smorzare l'impatto politico che potevano avere le sue ricerche storiche sul rapporto tra il partito e i cattolici. Condizionato da fattori storico-politici, Donini, nell'esame del fenomeno religioso, ha preferito, come d'altra parte quasi tutta la storiografia sovietica sino alla fine degli anni '70, allinearsi alle posizioni dell'indirizzo mitologico, tralasciando di approfondire le tesi delineate da Kautsky, la cui opera, Origini del cristianesimo, aveva incontrato anche il favore di Lenin, che nel '19 la fece immediatamente tradurre in russo. Tesi, quelle di Kautsky, in un certo senso "classiche", poiché, vedendo nel Cristo un soggetto politico-rivoluzionario, risalivano a H. Reimarus e alla Sinistra hegeliana, ma anche "moderne", poiché contestualizzavano sul piano socio-economico quell'esperienza rivoluzionaria.

"Allo stato attuale delle fonti -ha scritto Donini nei Lineamenti- qualunque tentativo di leggere i libri del Nuovo Testamento in chiave puramente politica può solo costituire una manifestazione di buone intenzioni e di coraggioso impegno sociale, sul terreno della lotta per la libertà e per il progresso. Sia i quattro vangeli che gli altri scritti neotestamentari, infatti, sono preoccupati in primo luogo di spoliticizzare al massimo la biografia di Gesù e di inquadrarla in un mito religioso di salvezza ultraterrena". Con questo suo sintetico pensiero, Donini in pratica affermava due cose: 1) una lettura politica del movimento messianico di Gesù sarà possibile solo quando avremo altre fonti a disposizione, in quanto quelle attuali mirano a legittimare un'interpretazione opposta, di tipo cioè "religioso"; 2) uno storico deve limitarsi a considerare che le attuali fonti per lo studio del cristianesimo, essendo viziate dalla preoccupazione apologetica di dimostrare la compatibilità della nuova religione universale col sistema dominante romano, non offrono quella sufficiente credibilità perché si possa esprimere su questo movimento un giudizio obiettivo.

Col che, pur restando nei limiti di una corretta valutazione di metodo, l'analisi marxista, invece di sentirsi stimolata a studiare le falsificazioni "cristiane", s'è bloccata sul nascere, soprattutto in Italia, lasciando che il compito fosse svolto dalla migliore teologia protestante e dal positivismo anticlericale. Paradossalmente, proprio questa intransigente posizione, che avrebbe dovuto dare al Pc solide fondamenta ideologiche per vincere il confronto coi cattolici, è stata utilizzata dal partito per tenere nettamente separate l'ideologia dalla politica, negando alla prima una vera importanza e rischiando continuamente di fare della seconda un mero strumento per l'acquisizione del consenso. In sostanza, la sinistra, socialista e comunista, parlamentare ed extraparlamentare, non ha prodotto alcunché di veramente significativo sul piano dell'analisi dei contenuti neotestamentari: molto di più è stato fatto, grazie soprattutto al Candeloro, sul piano della storia della chiesa e del movimento cattolico. L'unica rivista di ateismo esistente in Italia, nell'ambito della sinistra, è stata "La ragione", dell'Associazione "Libero pensiero" (Giordano Bruno), ma dopo la scomparsa di G. Conforto, la redazione ha subìto un'involuzione neoplatonica così grave che una parte della redazione s'è vista costretta a partorire una "Nuova ragione". (Discorso a parte andrebbe fatto per le opere dell'etnologo A. Di Nola).

La corrente che in Italia ha cercato di sviluppare la tesi metodologica di Donini, cominciando ad entrare nel merito dei contenuti, è stata il razionalismo positivista (vedasi ad es. le opere di E. Bossi, A. Palomba, R. Souvarine e altri, curate dalle ed. La Fiaccola). Questa corrente si è rifatta agli enciclopedisti francesi (soprattutto a D'Holbach), alla Sinistra hegeliana (soprattutto a Strauss), alla Formgeschichte (la quale ad es. afferma che i cosiddetti "miracoli" di Cristo non sono che miti) e, infine, alla scuola antistorica (nata verso la metà del XIX sec.) che nega una qualunque storicità al Cristo (vedi ad es. A. Kalthoff e A. Drews in Germania, J. Robertson in Inghilterra, B. Smith negli USA, Ch. Guignebert e B. Couchond in Francia). Partendo da premesse marcatamente positiviste, questa forma di razionalismo (che in sede politica si ricollega da noi al movimento anarchico), è subito sconfinata nell'anticlericalismo, pur avendo senza dubbio avuto il merito di dimostrare la grande influenza delle religioni orientali sul cristianesimo, i grandi parallelismi fra Vecchio e Nuovo Testamento, grazie ai quali si sono potuti smontare, ad es., tutti i racconti della nascita di Gesù. Sul piano scientifico il suo limite maggiore sta nell'aver confuso le esigenze oggettive del processo storico (che ad un certo punto hanno portato, nell'ambito del cristianesimo, a deformare la realtà delle cose) con la cattiva fede di qualche impostore, ovvero il fatto di non aver saputo distinguere i concetti di "falsificazione" e di "invenzione": chi "falsifica" infatti ha un limite oltre al quale non può andare, proprio perché ha la pretesa d'essere credibile, diversamente da come si comporta chi "inventa" tutto di sana pianta. A livello filosofico il pensatore più significativo resta G. Rensi.

Di recente, forse per uscire dall'impasse, si è andato affermando un genere letterario le cui origini si fanno risalire a Renan: il "romanzo psico-politico", che consiste nel saper utilizzare ad libitum alcuni aspetti dei vangeli, ricamandoci sopra una descrizione psicologica dei vari personaggi, nonché una trama politica che spesso ricalca, più o meno fedelmente, la versione ufficiale della apoliticità del Cristo. Di qui le varie opere su Giuda di Zullino, Pazzi, Del Rio, quella su Pilato di Gurgo, di Angeli sul Figlio dell'uomo e altre ancora. Questi scrittori, le cui opere, non a caso, spesso vengono pubblicate da editrici cattoliche, si sono serviti, con circospezione, senza cioè trarre le dovute conseguenze sul piano politico, dei lavori esegetici fatti a partire dagli anni '20 di questo secolo (in Germania, Francia e Inghilterra) sul Nuovo Testamento, in particolare sui vangeli di Giovanni e soprattutto di Marco, che rappresenta, quest'ultimo, la vera scoperta dell'esegesi contemporanea, a motivo della sua concretezza, vivacità, ricchezza di particolari..., ma anche perché risulta essere la fonte principale di Matteo e Luca, nonché il punto di riferimento privilegiato per Giovanni.

Tornando a Donini, ci pare che i condizionamenti storici da lui subìti (e di questo occorre tener conto, se si vogliono veramente apprezzare i suoi meriti), si sono alla fine risolti in un pregiudizio (anche se una certa inversione di tendenza, seppur minima, può essere riscontrata nelle ultime edizioni dei Lineamenti): il pregiudizio secondo cui l'ammissione del carattere politico-rivoluzionario del vangelo di Cristo (non certo dei vangeli canonici, che di quello costituiscono un tradimento più o meno evidente), avrebbe fatto, in ultima istanza, gli interessi della religione. Donini, in un certo senso, applicò alla lettera il monito di Lenin indirizzato a Lunaciarskij: "Qualsiasi giustificazione dell'idea di dio, anche la più onesta, fa sempre il gioco dei clericali". E siccome la figura del Cristo risultava per tradizione legata a una certa immagine di dio, Donini ne trasse la conseguenza che il modo migliore per evitare le strumentalizzazioni clericali fosse quella di mettere in discussione l'attendibilità delle fonti cristiane, fino a negare l'esistenza stessa del Cristo.

Questa presa di posizione ha portato (non solo Donini ma tutta la storiografia sovietica) a due "fatali" conseguenze: 1) incomprensione del carattere progressista di certe esperienze religiose (come ad es. quella della Teologia della rivoluzione) - e questo a prescindere dal fatto che per un marxista la positività di tali esperienze stia più nel lato "umano" che non in quello "religioso"; 2) mancato approfondimento delle caratteristiche rivoluzionarie e, se vogliamo, ateistiche del movimento nazareno, così come appare, nonostante le censure e le falsificazioni, nelle fonti cristiane a nostra disposizione (in questo senso Donini s'è sempre rifiutato di proseguire le ricerche di Belo e soprattutto di Brandon, che pur certo marxisti non erano e che assai difficilmente avrebbero accettato l'idea di un Cristo su posizioni ateistiche, anche se non rifiutavano l'idea di un Cristo politicamente rivoluzionario. Il dialogo con questi e altri autori -ad es. Eisler- avrebbe comunque potuto essere più fruttuoso).

Chiediamoci ora quali sviluppi creativi si possono ipotizzare alle laboriose ricerche di Donini, senza limitarsi -come ha rischiato di fare Craveri, sebbene un lieve progresso dal suo primo libro sul Cristo (ed. Feltrinelli) al secondo (ed. Giordano) vi sia stato- a ribadire le tesi classiche della scuola mitologica, e senza assumere quell'atteggiamento diplomatico -come fino ad oggi ha fatto il Pc e come tuttora fa il Pds- di chi, pur riconoscendo la statura politica di una figura come Donini, o il valore letterario delle sue opere, si è sempre rifiutato di confrontarsi sul contenuto del suo ateismo-scientifico, lasciandone il compito alla critica cattolica.

Una prima direzione di studi potrebbe essere, come già detto, la riscoperta del volume di Kautsky sull'Origine del cristianesimo (reperibile solo in una vecchia edizione del '70 presso la Samonà e Savelli), approfondendo il lato rivoluzionario del cristianesimo (ed anche, come mai fino ad oggi è stato fatto, il lato ateistico: non tanto nel senso che predicando un dio che non si vede i cristiani erano accusati di "ateismo" dai pagani politeisti, quanto nel senso che nella predicazione del Cristo si possono rintracciare elementi di "umanesimo integrale" che la tradizione cristiana ha volutamente manomesso). Il lato rivoluzionario del cristianesimo primitivo è quello che lo avvicina di più al socialismo scientifico e che lo allontana da tutto il cristianesimo di questi duemila anni di storia. Si badi, non tanto o non solo il lato rivoluzionario riconosciutogli da Engels e che consisteva nell'aver ereditato la migliore apocalittica tardo-giudaica, quanto piuttosto il lato rivoluzionario che avrebbe potuto portare all'edificazione di una società comunistica.

Naturalmente, oltre all'opera di Kautsky, i marxisti dovrebbero avvalersi anche dell'interpretazione social-rivoluzionaria della figura di Gesù, così com'è stata elaborata dal socialismo utopistico (Cabet, Weitling...) e dal socialismo cristiano o modernismo (Lamennais, Loisy, Buonaiuti, Tyrrel, Murri...), senza dimenticare -come già detto- la teologia più avanzata in campo protestante, cattolico, anglicano (Brandon, Belo, Girardet, Eisler...).

Non è più sufficiente affermare che nelle fonti cristiane esistono delle falsificazioni, bisogna anche cercare di capire le loro ragioni. Non basta dimostrare che tali fonti non sono attendibili perché lacunose, tendenziose, contraddittorie. Bisogna anche cercare di capire il motivo di queste forzature, di queste scelte di campo. Non dobbiamo aver timore di ammettere che prima del socialismo sia esistita un'esperienza rivoluzionaria legata al nome di Cristo: se riusciremo a dimostrare che tutte le falsificazioni sono state operate ai danni della concezione di comunismo primitivo e di umanesimo integrale che il Cristo voleva realizzare, noi non avremo fatto un favore alla religione né, tanto meno, al clericalismo, ma un favore al socialismo o comunque alla verità storica, all'uomo storico.

Una seconda direzione è quella di approfondire in maniera costruttiva le tesi della scuola storico-razionalista sovietica, nata verso gli inizi degli anni '80, la quale (riprendendo le tesi di N. Nikol'skij, morto nel 1959) è più disposta ad ammettere l'esistenza storica di Gesù, la possibilità delle sue guarigioni, un carattere rivoluzionario (poi tradito) del suo movimento... Ci riferiamo ad autori come la I. Svencickaja e la K. Gabova. L. Mitrochin, ad es., s'è reso conto che grazie alla scuola storica il dialogo coi credenti è diventato più produttivo. Naturalmente questo indirizzo è presente anche fuori dell'Urss, p.es. in Polonia (si pensi allo storico Z. Kosidovskij).

Una terza direzione può essere quella aperta da Feuerbach con la celebre tesi secondo cui l'idealismo tedesco (e quindi tutta la filosofia borghese) non è che una laicizzazione della religione cristiana (cattolica e protestante). Una tesi aperta da Feuerbach e subito "chiusa" dal marxismo, il quale, ereditandola, invece di approfondirla, sul piano scientifico, l'ha subordinata ad un'altra, non meno importante tesi, quella secondo cui la filosofia non può inverare se stessa se non trasformandosi in prassi rivoluzionaria (cosa che con l'antropologismo naturalistico e soggettivistico di Feuerbach mai si sarebbe potuto fare). Tesi giustissima, sul piano politico, ma che non implicava affatto la fine degli studi sull'influenza del cristianesimo nell'ideologia borghese (quegli studi che il geniale B. Groethuysen, ad es., aveva iniziato e che la precoce scomparsa gli impedì di proseguire). Ciò è accaduto probabilmente perché ancora oggi la storiografia marxista tende a sottovalutare l'influenza delle sovrastrutture ideologiche (concezioni morali, filosofiche, religiose...) sul mutamento della struttura economica, sociale e materiale.

Bisogna qui tuttavia, prima di concludere, chiarire un aspetto che potrebbe rischiare di ingenerare degli equivoci. Occorre cioè sfatare un mito che sin dall'800 ha coinvolto molte coscienze progressiste, quello di credere nella possibilità di conciliare socialismo e cristianesimo. Questo connubio, teorizzato in Italia nell'ultimo ventennio del secolo scorso e portato avanti sino alla nascita del fascismo, che prevedeva una confluenza dei motivi anticlericali della Rivoluzione francese e di certo socialismo massimalista verso una sorta di religiosità laica risorgimentale; questo connubio (già aspramente criticato dal Labriola) che si è poi riproposto, in forme e contenuti diversi, subito dopo la guerra, con l'esperienza della "sinistra cristiana", sino a quella del "catto-comunismo" e del "cristianesimo per il socialismo", oggi non ha più alcuna ragione d'esistere, semplicemente perché, nonostante le gravi deformazioni storiche di certi ideali socialisti, si è sempre più consapevoli che il socialismo democratico è in grado di ereditare e di inverare le migliori conquiste non solo del cristianesimo, ma anche di qualunque altra religione.

COME PROSEGUIRE DONINI

Proseguire il discorso di Ambrogio Donini "da sinistra", in merito alla "figura di Gesù" o alle origini del cristianesimo primitivo, è quanto di più difficile vi sia. Almeno per tre ragioni:

1) relativamente all'argomento in oggetto, Donini aveva una vastissima cultura;
2) non è possibile approfondire il suo discorso senza conoscere i fondamenti del marxismo (tornare a Buonaiuti non ha senso);
3) non esistono delle fonti storiche diverse da quelle che lui ha usato (ad eccezione della Sindone, ch'egli ha sempre ritenuto un falso).

Quanto al primo punto, il sottoscritto, non essendo uno storico di professione, deve necessariamente limitarsi a porre delle domande, a formulare delle ipotesi, a suggerire delle piste di ricerca.

Quanto al secondo punto, va detto che fino ad oggi nessuno ha saputo riprendere le tesi di Donini in chiave critica e propositiva. Esse infatti sono state o garbatamente ignorate (dalla sinistra) -nonostante il grande successo editoriale dei suoi libri, in Italia e all'estero-, perché si riteneva che ostacolassero un dialogo proficuo, sul piano politico, col mondo cattolico; oppure sono state pedissequamente ripetute, ovvero riconfermate con indagini più minuziose (è il caso di Marcello Craveri).

Il terzo punto è forse quello che più disarma chi voglia avventurarsi, con un minimo di cultura, e senza dimenticare il marxismo, sulla strada della ricerca creativa.

E' lo stesso Donini, infatti, a metterci sull'avviso: "Allo stato attuale delle fonti, qualunque tentativo di leggere i libri del Nuovo Testamento in chiave puramente politica può solo costituire una manifestazione di buone intenzioni e di coraggioso impegno sociale, sul terreno della lotta per la libertà e per il progresso. [Qui Donini intende riferirsi, p.es., alle opere di F. Belo e G. Girardet.] Sia i quattro vangeli che gli altri scritti neotestamentari, infatti, sono preoccupati in primo luogo di spoliticizzare al massimo la biografia di Gesù e di inquadrarla in un mito religioso di salvezza ultraterrena"(Breve storia delle religioni, Newton 1991, p.256).

Col che il discorso, pur metodologicamente corretto, sulle origini del cristianesimo, è diventato contenutisticamente chiuso.

Donini esclude categoricamente che i vangeli, in sé, possano essere considerati delle "fonti storiche". "I quattro vangeli -egli afferma- non costituiscono una testimonianza storica diretta, sia perché intessuti di ingenuità, di inesattezze e di stridenti contraddizioni, redatti come sono a tanta distanza di tempo dai fatti che intendono narrare, sia perché non sono stati scritti in terra di Palestina e tanto meno in una delle lingue correnti tra quelle popolazioni, l'ebraico e l'aramaico. Il paese ch'essi descrivono è in gran parte immaginario"(pp.244-5).

Tutto ciò è sicuramente vero, ma rinunciando a lavorare sopra i vangeli in maniera propositiva, Donini ha finito col negare ad essi il diritto d'essere comunque considerati una "fonte", e una fonte non meno valida dei testi qumranici o della versione paleoslava della Guerra degli ebrei di Giuseppe Flavio.

Se si prende infatti in esame la sua Storia del cristianesimo, si può facilmente notare come tutta la sua indagine sulle fonti neotestamentarie (specie di quelle evangeliche) abbia avuto come principale scopo quello di dimostrare la loro inattendibilità dal punto di vista storico.

Donini cioè, pur avendo capito perfettamente il motivo per cui quelle fonti non possono essere considerate storiche (vedi la spoliticizzazione del messia), non ha mai cercato di vedere, in dettaglio, dove questa censura si è concretizzata, in che modo essa si è manifestata. Col risultato, peraltro clamoroso per uno storico come lui, di arrivare a negare la storicità al protagonista principale dei vangeli.

O meglio: Donini non nega tale possibilità, ma si limita semplicemente a considerarla una possibilità, ponendo così il messaggio originario del Cristo sullo stesso piano di quello di tanti altri messia del suo tempo, morti in circostanze non meno tragiche.

La conseguenza più paralizzante di tale posizione è che alla fine, proprio dal punto di vista storico, non si riesce assolutamente a capire perché dopo questi duemila anni di storia vi sono ancora milioni di persone che credono al messaggio di Cristo, o meglio, alla sua falsificazione evangelica.

Con la realizzazione del socialismo marxista (soprattutto nei Paesi est-europei) ci si era illusi di aver inferto un colpo demolitore alle pretese del cristianesimo; oggi, con il crollo di quella forma di socialismo, ci si è accorti di aver reso il cristianesimo ancora più legittimato di prima.

Lungi da noi naturalmente pensare che il fatto di credere per secoli in una falsità debba per forza portarci a dedurre che qualcosa di "vero" (in senso storico) esiste nella nascita di questa religione. Oggi non si sognerebbe nessuno di sostenere che il geocentrismo, in ultima istanza, aveva delle ragioni scientifiche.

Tuttavia, bisogna ammettere che nei confronti della figura del Cristo la sinistra, in quest'ultimo secolo, ha tenuto un atteggiamento ben strano. Dall'ingenuità di credere in un "Cristo proletario", antesignano del moderno rivoluzionario di professione, si è passati al pregiudizio positivistico della tesi mitologica, che nega al Cristo qualunque veridicità.

Il Cristo cioè appariva "vero" se risultava conforme a certi stereotipi del presente, oppure era destinato a volatilizzarsi, per timore che qualcuno (i clericali) potesse considerare il marxismo già tutto anticipato dal cristianesimo apostolico. In entrambi i casi non si è mai arrivati a capire quali circostanze, situazioni, episodi, discorsi... sono stati censurati, manipolati, strumentalizzati per delineare l'immagine di un Cristo spoliticizzato, e quale doveva essere, per converso, l'immagine vera del Cristo storico.

Chi si è assunto l'onere di condurre questo lavoro sono stati o i protestanti più progressisti oppure i cattolici vicini alle idee della teologia della liberazione. I marxisti, invece di demolire il cristianesimo dall'interno, sono stati letteralmente a guardare, facendo proprie le tesi di quegli esegeti "credenti ma non troppo".

Quando Lorenzo Valla scoprì che la Donazione di Costantino -in cui la cristianità occidentale per secoli aveva creduto- era un falso patentato, fu costretto, grazie anche al contributo degli intellettuali greci che emigravano in Italia dalla Bisanzio minacciata dai turchi, a risalire alle origini del contenzioso che divideva gli ortodossi dai cattolici sin dai primi secoli della cristianità. Come mai la sinistra marxista non ha mai saputo lavorare senza pregiudizi di sorta sulle fonti neotestamentarie, al fine di ipotizzare -in attesa di nuove fonti storiche- quale poteva essere l'immagine realistica del Gesù storico?

Una posizione così radicale come quella di Donini può essere servita per impedire ad ogni esegesi di tipo religioso (che inevitabilmente subordina il Gesù storico al Cristo della fede), di poter sostenere, falsamente, che tra storicità e dogma non vi è alcuna vera differenza. In tal senso, Donini avrebbe assolto a un compito "dialetticamente negativo", "apofatico", se si vuole.

Quand'egli afferma che "a poco hanno giovato le minuziose ricerche intraprese in ogni tempo per rintracciare i segni della sua [di Gesù] esistenza, anche quando ci si è potuti servire dei metodi creati dalla critica moderna"(p.245), egli in pratica ha posto questo fondamentale enunciato metodologico: il Cristo non può essere tutto ciò che i cristiani dicono di lui.

Donini insomma giustamente riteneva impossibile, "allo stato attuale delle fonti", poter risalire alla storicità dei fatti a partire da una destrutturazione del testo evangelico (si veda ad es. "la storia delle forme" o "la storia della redazione").

In questo senso la sua dipendenza dalla scuola mitologica dell'ex-Urss è stata netta (in particolare si vedano le opere di Vipper, Kovaliov, Kryvelev, Tokarev...), benché lo stesso Donini dovette ad un certo punto ammettere che "una nuova valutazione della tesi 'mitologica' è sentita oggi come una necessità dalle correnti più avanzate della critica, consapevoli del pericolo di una concezione che non tenga conto del processo storico-sociale di formazione della tradizione cristiana"(pp.247-8).

Parole profetiche, queste, da considerarsi come una sorta di "testamento spirituale", un invito a proseguire i suoi studi in questa direzione. Donini infatti, nel complesso della sua produzione, fu disposto ad ammettere le debolezze della tesi "mitologica" solo relativamente all'interpretazione che si poteva dare su sette passi di un testo paleoslavo della Guerra giudaica di Giuseppe Flavio, che "difficilmente -egli afferma- potrebbe essere considerato come un semplice frutto di fantasia"(p.258).

Donini era convinto che questo testo, molto meglio dei vangeli, indicasse "il clima politico-rivoluzionario"(p.258) in cui doveva essere avvenuta la tragedia del Golgota. Egli addirittura fu costretto ad ammettere che "se tale vicenda [politico-rivoluzionaria] avesse qualche parvenza di verità, l'intera tesi 'mitologica' ne subirebbe un colpo decisivo"(p.249).

Un'ammissione di questo genere ci può aiutare a capire un fatto davvero importante: esistono varie strade per arrivare ad accettare l'idea di una politica rivoluzionaria del Cristo (si può partire dai vangeli o da testi non-cristiani o anche solo dalla Sindone), ma alla fine il problema resta sempre quello di chiarire il significato di questa politica. E questo problema non può essere risolto prescindendo dai vangeli, specie da quelli di Marco e di Giovanni (come ha ben visto il filologo tedesco W. Hartke).

Chi non arriva a questa conclusione, esaminando direttamente, in positivo, le fonti "manipolate" del Nuovo Testamento, può rischiare di fare delle "scoperte" che hanno del sensazionale solo in apparenza, poiché a una lettura attenta, senza preconcetti, delle fonti cosiddette "canoniche", la verità, seppur mascherata, viene ugualmente alla luce, proprio perché, al di là di un certo livello di falsificazione non si può andare, se si vuole sperare d'essere creduti.

Spesso addirittura (ma non è il caso di Donini) si finisce col cadere in "forzature" non meno strane di quelle che continuamente si denunciano: come p.es. è accaduto a V. Macchioro, che, pur avendo giustamente sottolineato lo stretto rapporto tra paolinismo e religioni misteriche orientali, ha creduto di scorgere tracce di orfismo in ogni documento del Nuovo Testamento (cfr Orfismo e paolinismo, ed. Bastogi).

Donini, se vogliamo, (emulando in questo R. Eisler) ha semplicemente attribuito un'eccessiva importanza alla suddetta versione paleoslava del testo di Giuseppe, nella quale l'anonimo autore -che ha cercato di sintetizzare le tesi di Marco con quelle di Giovanni- non ci aiuta certo più dei vangeli a capire che la motivazione principale che portò Gesù alla croce fu di natura politica.

Gli stessi testi di Qumran, cui Donini si sentiva particolarmente legato, se ci hanno fatto capire le origini del movimento di Giovanni Battista e parte delle origini misteriche, religiose, sacramentali del cristianesimo primitivo, non ci hanno offerto alcun indizio per poter avvalorare la tesi del messaggio politico-rivoluzionario del Cristo.

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Oggi il compito che ci attende è più costruttivo di quello di Donini, anche perché è meno influenzato dall'esigenza di prendere anzitutto le distanze politiche da certi atteggiamenti integralistici dei credenti. La consapevolezza del valore dell'umanesimo laico è sicuramente aumentata e non si lascia mettere facilmente in discussione da posizioni di principio antitetiche, che tali vogliono restare senza scendere sul terreno del libero confronto culturale.

Donini inoltre, situandosi in quel filone di pensiero che risale al Bauer della Sinistra hegeliana (da Engels riscoperto solo nella tarda maturità), ha compiuto una grande opera di smontaggio storico delle tesi religiose che motivano l'origine del cristianesimo, al punto che, su tantissime cose, ha segnato un punto di non ritorno. Sarebbe impensabile oggi rimettere in discussione talune sue acquisizioni, da tempo patrimonio comune persino di esegeti non marxisti.

Soprattutto su una cosa Donini aveva completamente ragione: ogni tentativo di "laicizzare" il cristianesimo, cercando di trovare dei punti di contatto tra esso e le moderne ideologie laico-umanistiche, è sempre destinato a dare scarsi risultati ai fini della lotta per la democrazia. Donini non ha mai messo in discussione il valore della filosofia moderna che, a partire da Cartesio sino a Hegel, ha fatto di tutto per togliere al cristianesimo i suoi contenuti migliori, rompendo il guscio mistico in cui erano avvolti. Però non si è neppure nascosto il fatto che fino a quando ci limitiamo a "secolarizzare" le idee cristiane, non smetteremo mai di dare l'impressione che il cristianesimo abbia detto, seppur in maniera diversa (cioè mistica), le stesse cose dell'umanesimo laico. (Feuerbach, p.es., non riuscì ad avere questa chiarezza. Marx invece l'ebbe, ma l'affrontò solo sul terreno politico e, in seguito, concentrando i suoi studi solo sull'economia).

Il problema di laicizzare il cristianesimo (che in Hegel, p.es., è vivissimo) è stato, per eccellenza, il problema culturale della borghesia, dal XVI sec. sino al socialismo utopistico (forse i primi elementi risalgono addirittura alla riscoperta medievale dell'aristotelismo). Le soluzioni che la borghesia ha saputo trovare non hanno mai permesso di affermare che il cristianesimo aveva finalmente perso di attualità. C'era sempre qualcuno che sosteneva che qualcosa del cristianesimo si poteva ancora laicizzare. Hegel forse è stato l'unico ad aver chiara la consapevolezza che, al di là della sua laicizzazione filosofica, l'umanesimo laico non poteva andare, se voleva restare nell'ambito dell'ordine costituito (borghese e/o feudale), e che se si voleva andare "oltre", ciò avrebbe comportato delle conseguenze necessariamente politiche.

Naturalmente anche dopo il marxismo non sono mancati gli interventi di chi sosteneva che esistono ancora alcuni aspetti del cristianesimo che meritano d'essere interpretati in chiave umanistica (si pensi p.es. all'austromarxismo). Non che questo, di per sé, possa dispiacere a un marxista (benché Donini non abbia mai manifestato entusiasmi particolari per i cosiddetti marxisti "revisionisti" come M. Machovec, R. Garaudy, L. Kolakowski ecc., né, tanto meno, per i teologi della liberazione). Ciò che dispiace è il fatto di non potersi sottrarre alla critica dei credenti di far dipendere l'umanesimo laico da una dottrina religiosa, seppur laicizzata. Che il cristianesimo debba continuare a restare la religione più importante anche per i secoli a venire, questo un marxista non può accettarlo passivamente, né d'altra parte egli può pensare di contrastarlo con strumenti meramente politici.

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Con il tentativo di laicizzare il cristianesimo, la cultura borghese ha compiuto la stessa operazione distorta che il cristianesimo fece nei confronti sia della cultura greco-romana sia di quella giudaica. Il risultato qual è stato? Quello di aver visto il cristianesimo trasformarsi in una religione continuamente dibattuta fra due tendenze opposte, ma in fondo complementari: una individualista, settaria, spontaneistica... che ha portato al Protestantesimo; l'altra autoritaria, istituzionale, legalista... che ha portato al Cattolicesimo. Anche il capitalismo ha subìto lo stesso destino, continuamente in bilico fra il laissez-faire del puro liberalismo e l'autoritarismo dello Stato "padre e padrone".

In campo religioso l'Ortodossia è stata forse l'unica corrente che ha cercato di salvaguardare, nella sua interezza, l'ideologia dell'amore universale, costituendo l'esempio più suggestivo dell'idealismo cristiano. Non a caso il leninismo è nato in Europa orientale, a contatto col problema di come laicizzare questa corrente religiosa così spiritualizzata (vedi le soluzioni del Tolstoismo e del Populismo).

Oggi forse è giunto il momento di considerare il cristianesimo come una deformazione globale del messaggio di Gesù, cui gli apostoli sono incorsi subito dopo la sua morte. Di questa mistificazione, la tradizione più difficile da smascherare e da superare è quella appunto rappresentata dalla religione ortodossa.

Il secondo aspetto, correlato a questo, che bisogna sottolineare è il seguente: nonostante questa mistificazione, gli uomini hanno saputo progressivamente recuperare (ma ancora molto resta da fare) il messaggio originario di Gesù, nonché quello di tutti coloro che, prima e dopo di lui, hanno voluto affermare i princìpi dell'umanesimo laico.

Il cristianesimo resta, nonostante la sua specificità, una religione in questo senso, che -come tutte le religioni- non crede nella possibilità di vivere sulla terra un'esperienza autenticamente umana, cioè fondata sulla verità e sulla libertà. In tal senso non si può cercare una conciliazione tra valori "umani" e valori "cristiani", poiché quest'ultimi, oggettivamente, a prescindere dalle intenzioni soggettive dei credenti, si pongono come negazione degli altri.

Se il cristianesimo primitivo ha avuto un clamoroso successo, con la predicazione di Paolo, ciò è dipeso dal fatto che il messaggio originario di Gesù era così innovativo rispetto ai tempi di allora che parte dei suoi effetti si sono comunque fatti sentire sulle masse oppresse.

A parte ciò, cristianesimo e umanesimo laico non solo restano due concezioni diverse ma anche ostili, per quanto l'opposizione ideologica non possa di per sé impedire il formarsi di intese su argomenti specifici, di carattere sociale (come ad es. la pace, la lotta contro l'analfabetismo e contro la povertà, ecc.). Le differenze ideologiche, di principio, non possono impedire la collaborazione pratica nella soluzione di problemi comuni. Sostenere, come da più parti si è fatto, che la visione cristiana dell'uomo non esclude la lotta rivoluzionaria per la liberazione della società dall'oppressione e dallo sfruttamento, significa sostenere una sciocchezza, poiché il cristianesimo (quello post-pasquale) è appunto nato per aver rinunciato a una lotta rivoluzionaria.

Quando si sostiene che l'amore universale è conciliabile con la democrazia o il socialismo, si dimentica di aggiungere che in nome dell'amore universale il cristianesimo ha cercato d'impedire (spesso anche con la forza) che si realizzassero molte rivoluzioni a favore degli oppressi. Che la religione sia incapace di conseguire un'autentica democrazia sociale, lo attesta anche quanto sta avvenendo nella ex-Jugoslavia, dove il confronto tra cattolici, ortodossi e musulmani ha portato più che altro ad accentuare le differenze.

Se dunque un credente si comporta come un "rivoluzionario", ciò non dipende affatto dalla sua fede religiosa, ma dal modo laico e umanistico di affrontare i problemi sociali (un "modo" che convive in maniera contraddittoria con la sua "religiosità").

Occorre insomma che l'umanesimo laico dica a chiare lettere che tutto il cristianesimo, già a partire da quello apostolico, va considerato come una falsificazione (voluta o inconsapevole non fa differenza) dell'originario messaggio di Gesù e che, nonostante questa mistificazione è ugualmente possibile rinvenire nei documenti canonici alcune tracce dell'autentico messaggio del movimento nazareno.

Ci si deve cioè porre nell'ottica inversa di quella p.es. di Alfredo Luciani e della "Azione socialista cristiana europea", per i quali il socialismo ha potuto ereditare il meglio del cristianesimo perché è fondamentalmente "cristiano". Il che, in altre parole, significa che il vero socialismo non è quello anticapitalistico bensì quello "riformista" (cfr Cristianesimo e movimento socialista in Europa, ed. Marsilio).

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Posto questo, è poi bene convincersi che l'umanesimo laico non può farsi mettere in crisi da una "tomba vuota". Esso non può continuare a interpretare la scomparsa dell'uomo-Gesù secondo le versioni anticlericali della "morte apparente", del "trafugamento del cadavere" e amenità simili, senza esporsi al ridicolo. Quando è in causa la ricerca della verità dei fatti non bisogna aver paura di niente, neanche di fare "il gioco dei clericali". Non ci si può lasciare condizionare da motivazioni di ordine politico, al punto da non voler ammettere l'evidenza. Peraltro, quale vantaggio daremmo alla chiesa se dicessimo che in origine il messaggio di Cristo era puramente laico e umanistico? Ovvero se sostenessimo l'idea che l'episodio della "tomba vuota" non può di per sé implicare l'adozione di un'esegesi spiritualistica del messaggio di Gesù?

Il lenzuolo trovato in quella tomba (noto col nome di Sindone) è un reperto autentico, e va considerato come prova convincente che il corpo di Gesù è stato effettivamente crocifisso e sepolto. Quanto poi al modo come esso sia scomparso, non credo che la scienza debba occuparsene più di tanto. Gli uomini devono preoccuparsi di vivere un'esistenza degna di loro, e non vi riusciranno certo considerando la Sindone l'oggetto privilegiato dei loro studi, o, peggio ancora, il toccasana dei loro mali.

Qui è sufficiente affermare che se l'intenzione del Gesù storico era quella di realizzare una società veramente democratica, allora tutti i riferimenti evangelici che presentano la sua "passione" come fatto "inevitabile" e già "profetizzato", tutti i racconti di resurrezione e apparizioni post-pasquali, tutti i discorsi che plaudono all'esistenza di un dio o che giustificano la divinità del messia, vanno considerati chiaramente falsi.

Il problema vero, a questo punto, è diventato un altro, che possiamo formulare in queste sintetiche domande, cui, prima o poi, bisognerà trovare una risposta:

1) nonostante si sia dimostrato che tutti gli eventi fondamentali della vita di Gesù sono traducibili in un linguaggio puramente umano e laicizzato (per quanto essi rappresentino i simboli basilari della fede cristiana), per quale ragione non si deve pensare che sia stata proprio la religione a modificare un messaggio che in origine era soltanto laico e umanistico?

2) Se oggi, dopo esserci emancipati dalla fede cristiana, siamo in grado, studiando con maggior senso critico i testi canonici del cristianesimo, di accorgerci di quante e quali manipolazioni siano state fatte alla predicazione di Gesù, per quale ragione dovremmo temere di sostenere che proprio il Cristo ha formulato, in nuce, i princìpi fondamentali dell'umanesimo laico e socialista? 

3) Fino a che punto è possibile rintracciare nei testi canonici quegli aspetti dell'umanesimo laico che sono stati sottoposti a manipolazioni, come ad es. la gestione socio-comunitaria dei bisogni, delle proprietà, dei mezzi di lavoro...; la subordinazione della legge ai bisogni reali della società; la partecipazione popolare diretta alla vita sociale, culturale e politica; l'apertura universalistica a tutti i popoli della terra; l'uguaglianza nel rispetto delle diversità tra cittadini, tra nazioni, tra etnie, tra religioni, tra i sessi ecc.; l'importanza dell'essere umano come "centro dell'universo"; la non-violenza come principio e la violenza come legittima difesa?


Testi di Ambrogio Donini

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015