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FEUERBACH E IL PRIMATO DELL'ANTROPOLOGIA (1804-1872)

Iter biografico e intellettuale

Ludwig Feuerbach nacque a Landshut in Baviera nel 1804: suo padre fu un celebre giurista e sostenitore di una riforma illuministico-liberale del diritto penale. Durante la formazione teologica protestante ad Heidelberg -di cui nel complesso rimase insoddisfatto- venne a contatto con le idee hegeliane attraverso il docente di dogmatica K. Daub. Decise allora di trasferirsi a Berlino, dove con Hegel insegnavano famosi teologi, fra cui Schleiermacher. Siccome però due dei suoi fratelli capeggiavano una molto ramificata organizzazione studentesca nell'università di Erlangen (uno dei essi trascorse persino un lungo periodo di carcere), la polizia prussiana cercherà da principio d'impedire i suoi studi universitari a Berlino.

Il fatto è che tra la caduta di Napoleone nel 1815 e la rivoluzione francese del luglio 1830, in Germania l'opposizione democratica al sistema politico reazionario reclutava i suoi aderenti soprattutto nelle università. Dopo l'uccisione del poeta conservatore A. von Kotzebue, avvenuta nel 1819 ad opera di uno studente di teologia, si era deciso di sottoporre le università a stretto controllo, licenziando gli insegnanti di tendenze rivoluzionarie, vietando tutte le associazioni studentesche, censurando preventivamente le riviste e tutti gli scritti al di sotto dei venti fogli di stampa...

Alla fine, tuttavia, Feuerbach venne ammesso. Nel 1824 egli cominciò a frequentare i corsi di Hegel. Ben presto prese la decisione di passare dagli studi di teologia a quelli di filosofia. Nel 1828 viene promosso dottore in filosofia, con la dissertazione De ratione una, universali, infinita, non però a Berlino, ma all'università di Erlangen, in base all'ordinamento universitario bavarese e per ragioni finanziarie. Qui egli conseguirà anche l'abilitazione e, come libero docente, terrà lezioni, tra il '29 e il '32, su Descartes e Spinoza, sulla logica e la metafisica.

Intanto viene maturando pensieri ateistici, nella convinzione che solo divenendo atea l'umanità possa riacquistare fiducia in se stessa e realizzare un mutamento sostanziale delle cose. Nel 1830 prende posizione contro la Destra hegeliana scrivendo i Pensieri sulla morte e l'immortalità, pubblicato anonimo. Il saggio antiteologico e illuministico, scritto contro la rappresentazione di un dio personale e contro la fede egoistica nell'immortalità, venne sequestrato e Feuerbach, individuato dalla polizia, venne espulso dall'università.

Nel 1835 inizia la sua collaborazione agli "Annali di critica scientifica" di Berlino, l'organo ufficiale della scuola hegeliana. Nel 1836, dopo una pausa di tre anni e il fallimento di tre richieste di conferimento di un professorato straordinario a Erlangen, Feuerbach si ritira definitivamente dall'università, pur continuando a cercare una cattedra, per un certo tempo, in altre città tedesche. Dalla difficile scelta di una professione lo preserverà la figlia di un fabbricante di porcellane, che, sposandolo, gli permetterà di condurre per 24 anni a Bruckberg una vita semplice e abbastanza ritirata. Egli beneficerà anche di una modesta pensione del governo bavarese.

Propugnando un materialismo di tipo spinoziano-panteistico, Feuerbach si mise a studiare nuovamente la storia moderna della filosofia, convincendosi sempre di più che filosofia e teologia, illuminismo e cristianesimo sono in profondo contrasto tra loro. In rapida successione pubblica Storia della filosofia moderna da Bacone a Spinoza (1833), Presentazione, svolgimento e critica della filosofia leibniziana (1836) e Pierre Bayle (1838).

Attraverso Bayle, Feuerbach si ricollega all'ateismo francese. Come noto, Bayle fu il primo in occidente ad ammettere la possibilità di una società di atei e a tentare di ricondurre la religione cristiana entro i limiti della ragione. Feuerbach non fece altro che rafforzare la posizione del calvinista francese con argomenti tratti dalla storia e dalle scienze naturali, negando ogni pretesa scientifica alla teologia.

Alla fine del '37 viene invitato da A. Ruge a collaborare agli "Annali di Halle", ove pubblica Intorno a filosofia e cristianesimo e Per la critica della filosofia hegeliana. Quest'ultimo lavoro segna una svolta nel suo pensiero. In effetti, sino al '39 Feuerbach difenderà sempre la filosofia hegeliana dagli attacchi dell'ortodossia protestante e degli schellinghiani, attorno ai quali si erano raccolti, sotto la guida di A. Ruge, i giovani hegeliani, radical-liberali di "sinistra", contro i vecchi hegeliani berlinesi, conservatori di "destra". Egli scrisse anche un pamphlet contro il capo dell'ortodossia protestante anticattolica, H. Leo, che aveva attaccato come atei gli hegeliani di sinistra: già qui, sulla scia di Strauss, egli sosteneva la necessità di sostituire il concetto di Dio con quello di "genere umano".

Con la Critica della filosofia hegeliana si ha una svolta poiché per la prima volta Feuerbach rifiuta i fondamenti del sistema hegeliano, postulando una gnoseologia realistica che non subordini il metodo dialettico al sistema. La filosofia resta la scienza della realtà nella sua verità e totalità, ma la quintessenza della realtà è la natura non l'idea. Egli soprattutto rimprovera ad Hegel d'aver abbandonato l'intuizione sensibile, che nell'amore ha la sua più completa espressione, d'aver cioè tradito l'essere sensibile e concreto, solo mediante il quale è possibile la vera conoscenza (l'empirismo che parte dai sensi è, per Feuerbach, più vero dell'idealismo, ma a condizione che consideri l'uomo come il più essenziale degli oggetti sensibili).

Feuerbach inoltre afferma che la filosofia hegeliana non può essere la filosofia assoluta, poiché anch'essa, come ogni altra filosofia, è inscritta in un tempo e quindi è destinata ad essere superata. In tal modo egli adoperava nei confronti di Hegel la stessa logica che Hegel adoperava per ogni altro sistema filosofico. Tuttavia, nella sua filosofia non comprende l'originalità del metodo dialettico hegeliano, che effettivamente è superiore al tempo in cui è stato formulato, tant'è che proprio in virtù dei principi della dialettica si poteva pensare la filosofia hegeliana come destinata ad essere superata. Feuerbach invece accusa di formalismo "tutta" la filosofia hegeliana, che altro non è se non "mistica razionale".

Influenzato notevolmente dalla lettura della Vita di Gesù (1835) di Strauss, Feuerbach entra nel vivo della polemica fra Sinistra e Destra hegeliana, puntando l'attacco in due direzioni: contro la teologia cristiana che sacrifica la filosofia alla religione producendo mitologia; contro la filosofia hegeliana, che si serve della religione in maniera subdola, mascherata. Diversamente da Strauss però, egli non si preoccuperà tanto di verificare dove il mito è presente nella religione, quanto di risalire dalla religione (che è tutta mitologica) alle caratteristiche umane (psicologiche più che altro), cioè alle qualità più intrinseche dell'uomo (desideri, aspirazioni, ecc.). Per Feuerbach è l'uomo che fa la religione e non il contrario: la religione è solo uno strumento per poterlo meglio capire (in questo sta l'originalità di Feuerbach, rispetto agli altri hegeliani di sinistra, ma anche il suo limite, poiché la conoscenza dell'uomo avviene in maniera indiretta, a partire da quello che l'uomo "pensa di sé", peraltro in una forma alienata, e non partire da quello che l'uomo vive concretamente, a livello sociale, economico, politico). E così, nel 1841 appare quella che diventerà la sua opera più famosa, L'essenza del cristianesimo: l'opera che nel circolo della sinistra hegeliana berlinese apparirà subito come il coerente compimento e superamento della filosofia hegeliana della religione.

Feuerbach non fece altro che rovesciare la coincidenza hegeliana di finito e infinito, di spirito umano e assoluto, ponendo il secondo termine come esplicazione del primo e non viceversa. La "coscienza di Dio" (o dell'assoluto) era improvvisamente diventata l'"autocoscienza dell'uomo". Dio cioè non veniva solo negato ma Feuerbach attribuiva all'uomo gli attributi, le qualità che prima si attribuivano a Dio (o all'Idea, secondo la filosofia). "Il segreto della teologia è l'antropologia". L'uomo, che è soggetto attivo, aliena i suoi attributi o predicati (l'essere buono, saggio, vero ecc.) nell'ente fittizio da lui creato, Dio, il quale, con un'inversione dei rapporti veri, diventa soggetto attivo, mentre l'uomo diventa il predicato. Allo stesso modo, la filosofia hegeliana, invece di far derivare il pensiero dall'essere ha fatto il contrario, e l'Idea è diventata soggetto che crea il mondo, mentre l'uomo è un suo attributo. La filosofia speculativa non avrebbe fatto altro che collocare nell'aldiqua quell'essere divino che la teologia, per paura e per incomprensione, aveva relegato nell'aldilà. "La teologia è dunque il segreto della filosofia speculativa".

Il coraggio di Feuerbach entusiasmò tutta la Sinistra hegeliana e le ripercussioni sugli ambienti intellettuali di Berlino e di Halle furono enormi. Per la prima volta nella storia della filosofia la teologia veniva considerata alla stregua di un'antropologia rovesciata e il panteismo idealista veniva trasformata in ateismo materialistico. La filosofia hegeliana non era il superamento della teologia, ma solo il suo travestimento.

Feuerbach si proponeva di fondare una coerente filosofia antropologica, facendo della materia, dei sensi, della sensibilità e soprattutto dell'uomo il punto di partenza e di arrivo della sua speculazione. Il materialismo professato non era meccanicistico (alla Lamettrie), ma antropologico, naturalistico, che valorizzava l'uomo nei suoi aspetti morali, estetici, intellettuali, e non solo l'uomo singolo ma anche l'uomo sociale (in quanto l'IO deve essere completato da un TU, mediante il sentimento dell'amore), nonché l'uomo universale (come genere umano o umanità: l'unico universale che l'uomo possa ammettere).

L'antropologia di Feuerbach diventa radicalmente ateistica poiché ora il credente viene considerato come un uomo che crea dio a sua immagine e somiglianza. La coscienza dell'infinito non è altro che la coscienza dell'infinità della coscienza stessa, ovvero nella coscienza dell'infinito (che è naturale all'uomo) l'uomo oggettiva l'infinità della propria essenza (ad es. la trinità divina non è che l'unità umana di ragione, amore e volontà). Il concetto di Dio non è altro che la proiezione di un uomo alienato, che sposta il proprio essere umano fuori di sé, assolutizzando nell'aldilà quelle proprietà umane (amore, giustizia, sapienza...) ch'egli come singolo non riesce a vivere pienamente ma che potrebbe e può farlo come "genere umano".

Con questa interpretazione della religione, Feuerbach supera quell'illuminismo che considera la religione un inganno dei preti; essa è piuttosto una forma di alienazione dell'uomo, nel senso che l'uomo attribuisce a dio ciò che gli è proprio. Feuerbach arriva a dire che il vero dio è l'uomo (homo homini deus est): infatti, non si tratta di "negare" Dio quanto di "affermare" l'uomo. L'antropologia, più che ateistica, è umanistica, poiché l'ateismo è solo il contrario della religione.

Il motivo di questa alienazione Feuerbach lo attribuisce al rapporto uomo/natura (non anche alle condizioni sociali dell'esistenza). La natura, pur essendo struttura originaria di ogni esistente e non una forma estraniata dell'Idea, è insensibile alle sofferenze dell'uomo, ha segreti che lo soffocano. In effetti, l'uomo singolo -dice Feuerbach- è finito, mortale, limitato, ma in quanto "specie" o "genere umano", egli è infinito, immortale, onnipotente. Se così non fosse, l'uomo non avrebbe potuto creare un dio onnipotente, onnisciente ecc. Tuttavia, se l'uomo avesse veramente coscienza delle sue possibilità in quanto "genere umano", sarebbe naturalmente "ateo", in quanto avrebbe capito che i suoi "desideri" (diversamente che dai suoi "bisogni") sono il segno della sua infinità senza limiti.

Nelle Tesi provvisorie per la riforma della filosofia e nei Principi della filosofia dell'avvenire (1843), usciti in Svizzera per evitare la censura, Feuerbach non riuscirà a superare le tesi dell'Essenza del cristianesimo. Anzi, molto presto egli verrà liquidato come "religioso" da parte sia di Stirner che di Marx ed Engels, a motivo del suo culto della natura umana in generale e della astrattezza del suo concetto di "amore" e del rapporto "IO-TU" (egli cioè avrebbe creato una sorta di "religione dell'amore").

Nel '43 rifiuta di collaborare agli "Annali franco-tedeschi" che Marx e Ruge si preparavano a far uscire a Parigi, e pubblica L'essenza della fede secondo Lutero (1844) e L'essenza della religione (1845). Quando nel '48-'49 scoppia la rivoluzione, egli vi partecipa, beninteso come "teorico", dichiarandosi "comunista" (il rapporto "IO-TU" andava infatti inteso, a suo giudizio, in senso "comunistico", poiché esso rimandava all'"uomo sociale": così rispose alle critiche di Stirner). A introdurre in Germania le teorie comunistiche franco-inglesi erano stati K. Grün, G. Kuhlmann e altri, dando vita a una corrente chiamata "Vero socialismo". Essi -come scrissero Marx ed Engels nell'Ideologia tedesca- vedevano in quelle teorie il mero prodotto del "pensiero puro", astratto, e non il riflesso di un "movimento reale", cioè di situazioni storiche concrete, di bisogni sociali e di classi determinate. A Francoforte Feuerbach assiste al congresso democratico. Rifiuta però di seguire G. Struve, capo della rivolta del Baden, che lo invitava a combattere con le armi dalla parte del popolo: preferì tenere al municipio di Heidelberg (l'università gli aveva chiuso le porte) delle lezioni a studenti, borghesi e persino operai sull'essenza della religione (poi pubblicate nel 1851), convinto che non fosse ancora il momento -a causa delle insufficienze della teoria- di passare alla prassi.

Dopo un semestre però fece ritorno a Bruckberg, avendo la netta impressione di sentirsi estraneo agli avvenimenti politici della sua epoca. Da questo momento la sua attività sarà assai limitata. Scrive una calorosa presentazione alla Teoria dell'alimentazione di Moleschott e lavorò a raccogliere i materiali per la sua ultima, significativa, opera di critica religiosa, Teogonia secondo le fonti dell'antichità classica, ebraica e cristiana, pubblicata nel 1857.

Dopo il fallimento della fabbrica di porcellana di cui la moglie era comproprietaria, Feuerbach fu costretto a trasferirsi presso Norimberga, vivendo in notevoli ristrettezze. Si occupò prevalentemente di scienze naturali ma la sua ultima opera, Divinità, libertà, immortalità (1866) aveva ancora per oggetto la religione. Nel 1870 aderì alla socialdemocrazia tedesca, ma senza impegnarsi attivamente. Morì di apoplessia nel 1872: il suo funerale, cui parteciparono 20.000 persone, fu occasione di una grande manifestazione operaia.

Rilievi critici

1) Considerava la realtà solo come oggetto di conoscenza non anche come attività umana pratica, capace non solo di trasformare la realtà, ma anche di produrre nuova teoria: di qui il suo rifiuto di partecipare all'attività politica della nazione e, di conseguenza, il ripetersi della sua filosofia dopo l'Essenza del cristianesimo.

2) Concepiva la natura fuori della storia, invece di considerarla come l'ambiente che agisce sull'uomo e che a sua volta è trasformata dall'uomo. Aveva una concezione della natura idealistica e romantica e gli restavano totalmente estranei i processi della rivoluzione industriale.

3) Riteneva che l'alienazione religiosa potesse essere dissolta dimostrando l'origine umana della religione (con un'analisi psicologica), mentre essa può essere superata solo eliminandone la causa reale, cioè le contraddizioni sociali. In questo senso Feuerbach restava un illuminista: l'aspetto sociale della religione, il suo complesso divenire storico, la sua realtà articolata, gli sfugge.

4) Concepiva l'uomo astrattamente, fuori dei rapporti storico-sociali (come un'entità ipostatizzata) e sostituiva alla nozione di società storica il concetto indeterminato di "specie o genere umano". Feuerbach -dice Marx- "fin tanto che è materialista, per lui la storia non appare, e fin tanto che prende in considerazione la storia, non è un materialista", in quanto -alla maniera hegeliana- egli "fa della storia successiva lo scopo della storia precedente". Feuerbach ha superato i materialisti meccanicisti, rivalutando l'uomo come "oggetto sensibile", ma non è riuscito a cogliere l'uomo nella sua "attività sensibile" (sociale, economica, produttiva, materiale), se non in quella forma elementare (e da lui per di più idealizzata) che è l'amore e l'amicizia.

5) Tende a conservare, nella vita e nella cultura umana, una sorta di "pura religiosità" (aliena ai dogmi e a specifiche istituzioni), conforme a quegli stessi valori della tradizione cristiana che pur egli aveva sottoposto a critica filosofica.

6) All'ateismo antropologico-naturalistico di Feuerbach si può ricollegare l'ateismo-scientifico del marxismo e l'ateismo positivista, psicanalitico ed epistemologico (neoempirismo, razionalismo critico, ecc.).

La teoria della proiezione

La teoria della "proiezione" di Feuerbach non pare escludere a priori la tesi, da sempre sostenuta dalla chiesa, secondo cui l'uomo è fatto a immagine di Dio e non Dio a immagine dell'uomo. In ultima istanza, infatti, non ci sarebbe motivo di dubitare che certe azioni o pensieri dell'uomo vengono posti perché inconsciamente si riproduce qualcosa che ci sovrasta o ci precede.

Feuerbach ha dato praticamente il colpo di grazia a tutte quelle religioni che si costruiscono delle divinità per giustificare i propri interessi (politici, economici ecc.). Questa sua intuizione è stata poi abbondantemente ripresa e sviluppata dal marxismo.

La chiesa cristiana -come noto- reagì al materialismo naturalistico di Feuerbach e storico di Marx, affermando che la critica materialistica poteva funzionare con le religioni naturali o primitive, non con quelle rivelate, la prima delle quali -a suo giudizio- è appunto il cristianesimo.

Ora, a parte il fatto che le religioni rivelate dicono fra loro cose molto diverse (le differenze tra ebrei, musulmani e cristiani sono per certi aspetti abissali), e che tutte pretendono d'essere l'unica vera "rivelata", e che sussistono differenze insormontabili persino all'interno della stessa confessione cristiana (tra cattolici, ortodossi e protestanti), e che il concetto di "rivelazione" non garantisce affatto dalla possibilità di compiere degli errori storici, e che non esiste fondatore di moderne sètte religiose che non abbia preteso d'aver avuto almeno una rivelazione, e così via: a parte questo, si potrebbe forse riassumere in una semplice definizione il senso di colpa inferto da Feuerbach alle religioni e al cristianesimo in particolare: se una religione ha la pretesa d'essere superiore alle altre in quanto "rivelata", mente ipso facto. La perfezione non sta nella rivelazione ma nella realizzazione umana dei principi religiosi.

Detto questo, il problema se l'uomo sia a immagine di Dio o Dio a immagine dell'uomo, resta di nuovo aperto. Nel senso che se è vero che l'uomo, coscientemente, può crearsi un dio a propria immagine e somiglianza, nulla toglie, a priori, che possa essere vera, come ipotesi, anche la definizione contraria, e cioè che l'uomo è fatto a immagine di Dio.

Il fatto è però che se questa ipotesi è vera (e se lo è, essa potrebbe spiegare certi meccanismi o fenomeni che l'uomo produce inconsciamente), noi non possiamo in alcun modo dimostrarla o verificarla, poiché l'esperienza di Dio va al di là delle umane possibilità, è letteralmente un non-senso.

Qualunque "esperienza divina" (mistica, contemplativa, o pratica e organizzativa), propagandata dagli uomini, serve sempre per distogliere gli oppressi dal compito di risolvere i loro problemi sulla terra. Paradossalmente, l'idea di Dio, invece di dare una speranza agli uomini, la toglie, poiché rimanda ad un'altra dimensione la soluzione dei loro problemi più gravi.

Il massimo che si potrebbe concedere alla religione è dunque questo: se l'uomo è fatto a immagine di Dio, non è cosa che possa essere dimostrato nella dimensione spazio-temporale che l'uomo vive sulla terra (o nell'universo). Pertanto l'ateismo è inevitabile ad ogni affermazione rigorosamente umanistica.

Feuerbach ha distrutto la pretesa di una tesi ecclesiastica, anche se, senza volerlo, ha permesso ch'essa si trasformasse in una problematica ipotesi laica (destinata però a rimanere tale).

Ciò che fa pensare all'idea di un "Dio" è il fatto che l'uomo non riesce ad adattarsi completamente alla natura. C'è qualcosa in lui che va al di là di quanto si può riscontrare nei fenomeni naturali (o animali). La stessa teoria evoluzionistica ancora non è riuscita a spiegare il passaggio qualitativo (quello della libertà autocosciente) dal mondo animale a quello umano.

L'uomo sembra non essere semplicemente "figlio della natura" (o dell'universo), cioè non sembra essere un mero prodotto dell'evoluzione, poiché la differenza che lo separa dagli animali è troppo grande. In lui c'è qualcosa che non appartiene alla natura...

Addendum

Il ragionamento che fa Feuerbach per spiegare l'origina dell'alienazione religiosa ha un che di psicologico e, nella parte propositiva, di idealistico. A suo giudizio infatti l'uomo si sente impotente nei confronti della natura, poiché si concepisce in maniera individualistica, e in questa impotenza si crea degli dèi cui attribuisce dei poteri straordinari, ch'egli stesso vorrebbe avere. E, così facendo, si aliena. Cioè proietta al di fuori di sé ciò ch'egli non è e vorrebbe essere.

Feuerbach diceva questo anche perché nella sua Germania la rivoluzione industriale non era ancora esplosa come in Inghilterra, per cui effettivamente si aveva nei confronti della natura un certo atteggiamento di soggezione. Tuttavia egli tendeva ad attribuire al rapporto io/natura l'origine di una contrasto che in realtà era tra io e società, come aveva ben capito Marx quando prese a criticarlo.

Quale soluzione propone a questo fenomeno dissociativo? Da un lato chiede di convincersi che non è dio a creare l'uomo a sua immagine e somiglianza ma il contrario; dall'altro chiede al singolo di concepirsi come "genere umano", nel senso che tutto ciò che come individuo singolo non si riesce a ottenere, lo si otterrà come genere umano. L'idealismo, che in questo caso è una forma di stoicismo, sta proprio in questo: la liberazione, la soddisfazione dei bisogni, l'emancipazione vengono rimandati a un futuro non precisato. Nel presente la liberazione sarebbe avvenuta nel rapporto IO-TU in cui l'identità viene concepita come frutto di una relazione duale.

In sostanza Feuerbach aveva sostituito la parola "dio" con la parola "genere umano", un'astrazione con un'altra astrazione.

Tale soluzione del problema risultava fittizia rispetto a quella prospettata da Hegel, secondo cui la soddisfazione di sé l'uomo deve raggiungerla nel presente, giustificando razionalmente la realtà. Il merito della soluzione di Feuerbach stava soltanto nell'aver tolto all'essere umano il misticismo di tipo religioso, fosse esso espressamente teologico o mediato dalla filosofia.

Il limite di fondo nella sua filosofia non stava però - come vuole il marxismo - unicamente nel non aver capito il lato storico del materialismo, avendo egli privilegiato quello naturalistico, ma anche nel non aver capito che il sentimento di dipendenza che si prova nei confronti della natura non procura mai, preso in sé e per sé, alcuna forma di alienazione, quanto semmai una forma di "rassicurazione".


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 11-10-2015