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La rivoluzione di Sigmund Freud

I - II - III

Dario Lodi

L’arte del ‘900 deve molto a Sigmund Freud (1856-1939) e dunque anche la letteratura. Freud valorizzò al massimo i processi mentali esclusi dalla sfera cosciente. Li adottò a scopo correttivo nei casi d’isteria. Un ritrovato medico divenne in breve volgere di tempo una specie di nuova avventura intellettuale. Al romanticismo, nella versione decadentista di fine ‘800, non parve vero poter rimettere in discussione la primazia della razionalità meccanica esaltata dalla rivoluzione industriale. E questa volta con basi scientifiche.

In effetti, la ricerca della scientificità nelle teorie di Freud fu frenetica. Il nostro medico, si sa, allargò la sua ricerca e cercò di provare che fosse proficua scrivendo diverse opere fra cui, basilare, L’interpretazione dei sogni dove l’inconscio la fa da padrone, nel senso che l’incoscienza per divenire coscienza deve attraversare diversi stadi di conoscenza del passato incosciente. Come? Approfondendo certe sintomatologie rivelate dal sogno.

Freud arriva a dire che in fondo tutti gli uomini hanno un problema con se stessi e che questo problema sorge dai traumi sessuali subiti da bambini. L’insoddisfazione è il suo segnale. Non è qui la sede per discutere della teoria freudiana, una teoria sorta, a quanto pare, anche dalla lettura di un libro d’arte di certo Ivan Lermoliev, in realtà Giovanni Morelli, italiano, sostenitore di un metodo (quello morelliano appunto, cioè suo), secondo il quale è possibile affermare che un dipinto è originale analizzando i particolari (le orecchie ad esempio).

L’attenzione sul particolare, eseguito in modo automatico, rivelerebbe la forza dell’inconscio. Questa forza ha subito, nell’immaginario, cambiamenti anche radicali, dando linfa vitale alla convinzione che la razionalità corrente sia carente e che lo sia la razionalità in genere. La cosa ha dato il via a soluzioni espressive sperimentali, di valore relativo contrabbandato come assoluto.

D’altro canto, il passaggio di un’ipotesi ancora sotto studio a tesi a tutto tondo, determinò l’acquisizione di metodologie artistiche e culturali complesse (o al contrario molto semplicistica: si veda molta pittura e scultura del XX secolo) e rivoluzionarie in letteratura: su tutte, il flusso di coscienza, ovvero la sua consacrazione.

Freud fu lettore soprattutto di se stesso: era preso dall’ossessione sessuale infantile e quindi concepì qualcosa che avesse attinenza con il mondo medico e aristocratico. Nel 1896 fece nascere il termine psicanalisi, ovvero analisi della psiche. Egli aveva la certezza di arrivare al nocciolo della questione con lo scopo di risolvere anticipatamente ogni problema umano.

L’uso della psicanalisi da parte degli artisti si fermò al concetto di psiche divenuto, grazie a Freud, importante nella vita umana. Il suo allievo, poi avversario, Jung inventò gli archetipi e l’arte se ne servì per giustificare i suoi segni, le sue macchie. Il Concettualismo vi trovò slancio e conforto. La letteratura, a parte gli sperimentalismi provocatori del Futurismo e di altri gruppuscoli, si esaltò nella ricerca, libera, di sensazioni e sentimenti sin lì inespressi. Viene in mente Kafka, viene in mente Ionesco, Joyce, la poetessa Szymborska, il poeta Sereni, la prosa di Brodsky, di Majakowski, di Cioran, di Cardarelli, il teatro di Pirandello, e via dicendo.

Freud non ha determinato l’espressione novecentesca, ma di sicuro l’ha condizionata, indirizzandola, indirettamente, verso nuove speculazioni. La valorizzazione dell’inconscio apre un mondo immenso, dove attingere sapere: ma non bisogna dimenticare che l’intervento razionale è indispensabile per evitare attribuzioni prima di averle adeguatamente esplorate. La letteratura seria, pur sbilanciata a favore di una certa indeterminazione, non emette sentenze nuove, ma ne cerca di affidabili. Intanto si lascia andare a languidezze controllate e non certo a dispersioni senza senso: superando, nell’impresa in corso, il papà di tutto questo, ovvero il nostro Freud, vittima di visioni contorte e ancor più vittima di una mentalità, quella tedesca, spesso acribica e monotona sino allo sfinimento.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015