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IL PENSIERO DEBOLE DI GADAMER

I - II - III

GADAMER

E' vero, come diceva Gadamer, nel suo Verità e Metodo (1960) e, prima di lui, Heidegger, in Essere e Tempo (1927), che nell'accostarsi a un testo o a una persona o a un evento il soggetto parte sempre da un pre-giudizio, un inevitabile pre-concetto, attraverso il quale si formulano le prime ipotesi interpretative. Ed è anche vero che, col tempo, continuando a confrontarsi con l'oggetto dei nostri studi o dei nostri rapporti, è possibile modificare tale pre-giudizio.

Ma che cos'è che lo fa davvero cambiare? E' forse sufficiente accorgersi che vi è una certa discrepanza fra il pre-giudizio e l'oggetto d'indagine? E' sufficiente ammettere che vi possono essere vari livelli d'interpretazione tra loro incompatibili: come p.es. quello scientifico e quello artistico?

E' qui che sta l'ingenuità di Gadamer, che non arrivò mai a capire che i pre-giudizi non si smontano da soli, sulla base di un certo sforzo di volontà o in virtù di una certa onestà intellettuale da parte di chi li possiede, anche se ciò, in teoria, può aiutare.

I pregiudizi sono determinati dagli interessi e quanto più questi interessi sono sociologicamente rilevabili, nel senso che appartengono a determinate collettività, tanto meno i pre-giudizi si smontano. La buona volontà, di per sé, serve a poco.

Per ripensare un pre-giudizio occorre l'urto di un interesse opposto. E' dal conflitto sociale che si verifica la tenuta di un pre-giudizio. E' dal tipo di risposta agli antagonismi irriducibili che si può verificare il grado di superamento di determinati pre-giudizi.

Non è sufficiente accorgersi della discrepanza tra pre-giudizi e obiettività dei fatti per compiere una metamorfosi di sé: occorre una spinta ulteriore, più oggettiva, determinata da forze esistenti al di fuori di noi. Gadamer e Heidegger non videro mai la lotta di classe dietro la necessità di modificare i pre-giudizi. Anzi, furono disposti a fare il contrario, e cioè a sostenere che, accanto a pre-giudizi falsi esistono pre-giudizi veri, che ereditiamo da ciò che ci precede (il nostro passato) e che consideriamo fondamentali per la nostra esistenza (Stato, società, famiglia).

Dunque - ci si può chiedere - se ciò che ereditiamo non possiamo metterlo in discussione, se non in misura limitata, quale sarà la molla che farà scattare l'esigenza di modificare un pre-giudizio? Come ci si accorgerà che un pre-giudizio va davvero modificato?

Gadamer qui risponde dicendo che una tradizione o un'autorità va accettata non di per sé, ma solo se permette di farlo liberamente, consapevolmente. Il tradizionale principio d'autorità non può certo esser quello che serve per rivedere un pre-giudizio.

Tuttavia anche questa è una forma d'ingenuità. Durante il suo percorso ermeneutico l'interprete non sa mai bene quale criterio seguire: va per tentativi, per prove ed errori, al punto che Gadamer è costretto ad ammettere, un maniera un po' fatalistica, che noi possiamo interpretare adeguatamente soltanto ciò che non è troppo diverso da noi. Interpretante e interpretato devono appartenere a un medesimo processo storico, cioè devono essere sufficientemente affini.

E' dunque la tradizione, variamente aggiustata a seconda delle esigenze che man mano emergono, che può offrire il giudizio più obiettivo possibile della realtà. Una tesi, questa, che potrebbe esser vera solo a una condizione: che la tradizione non contenesse alcun elemento conflittuale che opponesse interesse privato a interesse pubblico, cioè solo alla condizione che fosse democratica. Il che, da quando sono nate le civiltà urbanizzate, non s'è mai verificato.

Ma la filosofia - lo sappiamo - tende a fare solo discorsi astratti. Il "metodo", in Gadamer, consiste in sostanza solo in una serie di aggiustamenti progressivi al fine di confermare un pre-giudizio di fondo, quello che appunto ci è dato dalla nostra tradizione occidentale (euro-americana), che si considera al vertice del pensiero mondiale.

Posto questo, il pensiero debole di Gadamer non diventa certamente forte solo per il fatto di sostenere che, globalmente intesa, tale tradizione, continuamente riveduta e corretta, offre più verità della scienza sperimentale, della singola dimostrazione scientifica compiuta in laboratorio, ovvero che la verità è un processo in divenire, non una dimostrazione assoluta.

Gadamer dice una cosa giusta (i dogmatismi vanno evitati per scongiurare i fanatismi), ma per un fine sbagliato: quello di conservare l'esistente. La realtà, per lui, non va modificata ma solo compresa, interpretata, come fosse un linguaggio, con tutte le sue regole complicate. L'essere è l'essere che interpreta se stesso, dando per scontato, kantianamente, che in sé vi sia più verità che falsità.

Gadamer ha voluto togliere a Hegel l'assolutezza del sapere, poiché le due guerre mondiali rendevano ridicola la pretesa, ma ha continuato a dare tutta la fiducia possibile all'europeo che si lecca le ferite, e senza mai mettere in discussione le fondamenta su cui poggia l'esistenza che conduce.

Le condizioni storiche che sono all'origine di un evento proprio non gli interessano, tant'è che, dovendo scegliere tra una serie di oggetti da esaminare, preferisce quelli che sono già stati parecchio esaminati, convinto che in tal modo sia più facile interpretarli.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 06-12-2015