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GALILEO GALILEI (1564-1642)

I - II

GALILEO GALILEI

QUADRO STORICO

La pace di Cateau-Cambrésis (1559) assegnò al dominio della Signoria dei Medici tutta la Toscana, ad eccezione del cosiddetto Satto dei Predidi- in mano spagnola- e di due piccoli stati indipendenti (Lucca e Massa).

La Corte Medicea, rinnovando la tradizione del mecenatismo rinascimentale, accordò particolari favori allo sviluppo delle istituzioni culturali, come Università e Accademie scientifiche. L'attività di Galileo Galilei (1564-1642) e del suo discepolo Evangelista Torricelli (1608-1647) doveva trasmettere, attraverso l'Accademia del Cimento (1657). La presenza degli Asburgo di Spagna nella valle padana, nel mezzogiorno e sulla stessa costa toscana non lasciò autonomia alla politica estera di Firenze. Cosimo I (1537-1574) diede aperto sostegno all'azione della Controriforma cattolica, e seppe procurarsi tali benemerenze presso la Curia romana, da indurre il pontefice Pio V a conferirgli, solo tra i principi italiani, la dignità di granduca.

Per quanto riguarda l'atteggiamento della Chiesa verso le nuove tendenze culturali emergenti, giova ricordare che nel 1660 G. Bruno veniva messo al rogo come eretico, dopo un processo durato 7 anni; Tommaso Campanella nel 1602 veniva processato dal S. Uffizio e condannato al carcere a vita. Il papa Urbano VIII (1623-44), che nel 1633 condanna Galileo, nel 1642 inizierà le ostilità contro il giansenismo.

QUADRO CULTURALE

L'opera di Galileo si colloca nell'ambito della cosiddetta "rivoluzione copernicana". Niccolò Copernico (nato a Thorn nella Polonia del Nord nel 1473) ha legato la sua fama immortale alla rivoluzione del tradizionale sistema tolemaico geocentrico nel suo eliocentrico: non la terra ferma la centro dell'universo che le rotea intorno; ma il sole al centro e la terra in moto su se stessa e attorno al sole unitamente agli altri pianeti. L'idea venne forse a Copernico dalla lettura di opere antiche attestanti già simile opinione (egli cita Iceta, Filolao, Eraclide Pontico ed Aristarco) e fu da lui proposta almeno come ipotesi matematica assai probabile, perché semplificante le complicatissime ed incongruenti spiegazioni proposte dai tolemaici per rendere ragione dei fenomeni astronomici. Espose pubblicamente la sua teoria nell'opera maggiore: De rivolutionibus orbium coelestium (1543). L'opposizione alla sua teoria fu subito forte da parte protestante (Lutero, Melantone); mentre da parte cattolica, essa verrà solo al tempo di Galileo (1616).

La teoria copernicana, enunciata in un tempo in cui scienza, filosofia e teologia sono intimamente legate, sollevò questioni che eccedevano i limiti del campo scientifico-astronomico, di sua pertinenza. Da essa emergevano alcune questioni di indole speculativa:

1) dall'unificazione del sistema solare è possibile ascendere all'unificazione del cosmo, non soltanto scientifica, ma anche filosofica?

2) spostato il centro del sistema planetario dalla terra al sole, scompare la concezione antropocentrica e, in definitiva, finalistica del cosmo?

3) ripudiata la fisica di Aristotele - fondamento della teoria tolemaica - ne risulta necessariamente ripudiata anche la metafisica?

4) ripudiata la teoria tolemaica, associata da secoli all'esegesi biblica, può sorgere un contrasto tra la scienza e la fede?

ITER BIOGRAFICO ED INTELLETTUALE

+ 1564 Nacque a Pisa da famiglia borghese. Iscritto all'università della sua città per medicina, dedicò ben poco tempo alla materia: preferì invece gli studi di matematica e di fisica, in cui dette prova di particolare talento.

+ 1589 Diviene lettore di matematica all'università di Pisa. Sono di questo periodo le osservazioni e gli studi sulla caduta dei gravi.

+ 1592 Accetta per motivi economici una cattedra di matematica all'università di Padova. Il periodo padovano (1592-1610) è senz'altro il più sereno e fecondo: per la relativa tranquillità economica, per la libertà di cui godeva e per l'amicizia e venerazione da cui era circondato.

+ 1606 Avuta notizia di certe esperienze di alcuni occhialai olandesi, inventò il cannocchiale ed ebbe la fortuna di fare scoperte rivoluzionarie per l'astronomia. Osservò le asperità della luna e distrusse coì il mito dell'incorruttibilità dei corpi celesti; scoprì che le nebulose non sono che congerie di stelle; scoprì le macchie solari, le fasi di Venere e i quattro satelliti di Giove. Capì inoltre che l'"occhiale" poteva servire anche per osservare le "minuzie", cioè come microscopio.

+ 1610 Dà notizia delle sue scoperte nel Sidereus Nuncius a Venezia. Queste scoperte gli diedero enorme fama e Cosimo II dei Medici gli offrì un posto magnifico ed ambito: la carica di "matematico straordinario dello Studio di Pisa" e di "filosofo del serenissimo granduca". Venne dunque a Firenze. Le polemiche sul sistema tolemaico e copernicano non accennavano a quietarsi. Anzi: proprio in quegli anni si cominciò a parlare di eresia a proposito delle teorie di Copernico. Galileo, che già nel periodo padovano era stato incline alle nuove idee, ne è ora pienamente convinto dopo le sue scoperte astronomiche e si schiera apertamente a favore del nuovo sistema con quattro lettere, dette appunto "copernicane". In queste lettere Galileo affronta il problema delle relazioni tra scienza e fede.

+ 1615 Il domenicano N. Lorini sporse denuncia al S. Ufficio, basandosi specialmente su una delle lettere "copernicane". La teoria copernicana sembrava infatti eretica a molti, in quanto si sarebbe opposta alla S. Scrittura. Galileo accorse a Roma a difendere personalmente le sue posizioni.

+ 1616 Il S. Ufficio condannò le due proposizioni copernicane che sostenevano la stabilità del sole ed il movimento della terra; ed il Card. Bellarmino ammonì Galileo di non professare né difendere, né a voce né per iscritto, le due proposizioni. Galileo promise.

+ 1619 Ma non mantenne la promessa. Infatti sostenne una polemica col gesuita O. Grassi sulle comete, polemica da cui nacque Il Saggiatore.

+ 1632 Galileo pubblicò i suoi studi in uno dei suoi capolavori: Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (cioè: il sistema tolemaico e quello copernicano), che aveva ottenuto la previa approvazione ecclesiastica. In essa un primo interlocutore (Sagredo) si fa spiegare il sistema tolemaico da un aristotelico (Simplicio) e il sistema copernicano da un terzo interlocutore (Salviati). Nonostante l'approvazione ecclesiastica e l'impersonalità del Dialogo, i Gesuiti si scatenarono e Galileo dovette ricomparire davanti al S. Ufficio nel 1632.

+ 1633 Galileo fu di nuovo condannato e dovette di nuovo "abiurare". Gli fu imposto come penitenza il carcere formale, con il confino prima a Siena, poi ad Arcetri, nella sua villa.

+ 1638 Il suo capolavoro: Discorsi e dimostrazioni matematiche fu pubblicato a Leida, in Olanda.

+ 1642 Muore ad Arcetri.

ASPETTO SISTEMATICO ED ANALITICO

Contro il principio di autorità nella scienza

1) La polemica contro Aristotele. Per Galilei fonte autentica di conoscenza scientifica è la sola natura, cosicché la maniera più sicura per trovare la verità delle cose è fare esperienza della natura. L'esperienza dunque vale più di tutti i libri del passato.

Eppure Galileo stimò e studiò a fondo gli antichi: Euclide, Archimede, Platone, Aristotele, anzi arrivò a dichiarare di sentirsi il vero scolaro di Aristotele, perché come lui aveva imparato dalla natura (vedi Dialogo sopra i due massimi sistemi).

2) Scienza e fede. Il documento più importante del suo atteggiamento nei confronti dello storico problema sono le Le lettere copernicane, in particolare la Lettera a Benedetto Castelli (1613).

I punti essenziali sono i quattro seguenti:

- Non ci può essere contraddizione tra scienza e fede, per la semplice ragione che tutt'e due hanno la loro origine da Dio, essendo la prima "dettatura dello Spirito Santo" e la seconda "osservantissima esecutrice degli ordini di Dio". E fin qui niente di nuovo rispetto la tradizione maggiore della filosofia scolastica.

- E' necessario stabilire il senso esatto della S. Scrittura. Non si può prendere la Bibbia alla lettera, non ci può "fermare nel puro significato delle parole", perché altrimenti si cadrebbe in assurdi antropomorfismi. Qui Galileo anticipa la considerazione futura dei "generi letterari" nell'esegesi biblica.

- Il fine della S. Scrittura. Per capire il senso della S. Scrittura, la prima cosa da determinare è il fine avuto da Dio nella Rivelazione. Tale fine è pratico e religioso: riguarda, cioè, le norme morali e la salvezza dell'uomo. In questo non ci può essere incertezza né la Bibbia può essere perfezionata dalla scienza. Quando invece si tratta di fatti naturali e scientifici non ci si può appellare in primo luogo alla Bibbia, perché essa non se ne cura, usando in questi casi il linguaggio corrente, giusto o no che esso sia da un punto di vista scientifico, per far capire ciò che gli preme: gli insegnamenti etico-religiosi.

- Di conseguenza: in scienza ci si deve rimettere alla ragione e all'esperienza, perché in questo la natura è assoluta ed autentica maestra.

La concezione galileiana del mondo

Per ciò che riguarda la sua concezione metafisico-cosmologica, Galileo è un'atomista e un meccanicista. Infatti per lui gli atomi hanno due caratteristiche: la quantità e il dinamismo. Per la prima le cose materiali sono estese; per la seconda sono in continuo movimento, movimento puramente estrinseco, cioè impresso dall'esterno. Quantità e movimento estrinseco spiegano dunque tutta la realtà e tutti i suoi fenomeni (meccanicismo).

Ci si potrebbe allora domandare: che cosa sono le qualità delle cose, come sapore, odore, calore, ecc.? Galileo, riprendendo anche qui una concezione degli antichi atomisti, distingue qualità primarie (estensione e sue necessarie condizioni) e qualità secondarie (sapore, odore, ecc.). Le prime sono oggettivamente esistenti; le seconde soggettivamente esistenti, sono cioè modificazioni dei sensi, che in sostanza si riducono a "nomi", etichette indicanti qualità che andrebbero perdute se fossero tolti gli organi di senso. Insomma, Galileo riduce tutta "la realtà" (l'aspetto oggettivo delle cose) materiale ad estensione e movimento, cioè la rende misurabile o matematizzata e questo perché egli ritiene che veramente il libro della natura sia scritto in lingua matematica.

Il metodo galileiano

Il metodo seguito da Galileo consta essenzialmente di tre momenti:

1) Esperimento
2) Ipotesi
3) Verifica

1) L'esperimento può essere dato sia dall'osservazione di fenomeni che si danno spontaneamente in natura sia dalla stimolazione adeguata della natura con mezzi appropriati, affinché essa risponda. In tutt'e due i casi l'essenza (e la novità) dell'esperimento galileiano è in questo: nel ridurre l'esperimento a misurazione e a misurazione dei fenomeni.

Misurazione. Essendo la realtà estensione movimento essa è pienamente misurabile. E, dal momento che è misurata, diviene pienamente comprensibile: si riduce "alla severità di geometriche dimostrazioni".

Misurazione della relazione tra i fenomeni. Per Galileo c'è una "ferma e costante" relazione tra i fenomeni, che è data dalla relazione tra causa ed effetto. Tuttavia, quello che gli interessa di tale relazione non è stabilire se tra essi si dia una nascosta connessione, ma formulare matematicamente tale rapporto.

2) Ipotesi. L'ipotesi non è altro che la formulazione provvisoria di una legge matematica, che si possa applicare a tutti i fenomeni dello stesso genere e non solo a quelli sperimentati. Tale legge diviene allora la fonte di spiegazione dei fenomeni stessi.

3) Verifica (o sperimentazione dell'ipotesi). Affinché l'ipotesi risulti vera, deve ritornare di nuovo alla pratica: deve cioè essere sperimentata, applicandola a casi sempre nuovi. Ciò comporterà un duplice vantaggio:

- Renderà certa l'ipotesi stessa e quindi, di nuovo, la farà applicabile in tutti i casi possibili.

- Farà in modo che la scienza diventi tecnica, cioè che i principi teorici vengano applicati in strumenti che dapprima serviranno solo a verificare la teoria, ma che poi saranno applicati a tutti gli usi immaginabili.

Angelo Papi


GALILEO GALILEI

Galilei rompe l'integralismo della fede religiosa, ma solo nel rapporto che questa poneva con la natura. Non riesce a rompere lo stesso integralismo nell'ambito dell'etica religiosa, e tanto meno in quello della politica clericale. Questo perché egli ha affrontato il problema scientifico sottovalutando quello filosofico, oppure perché sapeva che nell'epoca controriformistica un affronto progressista della filosofia sarebbe stato più difficile da sostenere.

Galilei era uno scienziato, non un filosofo e assolutamente non era un politico. Naturalmente le sue concezioni scientifiche ebbero dei riflessi positivi sia sulla filosofia che sulla politica, ma non in Italia, se non dopo molto tempo. In ogni caso, questo modo di fare "scienza" oggi è superato, poiché uno scienziato senza cognizioni etiche e filosofiche rischia facilmente di diventare un individuo pericoloso, soprattutto se impegnato in ricerche che vanno a intaccare i fondamenti della natura e dell'esistenza umana.

In sostanza Galilei voleva indurre la chiesa ad adottare l'interpretazione allegorica o simbolico-figurata della Bibbia, specialmente per quei passi non confermati scientificamente.

Egli non si preoccupò mai di elaborare una morale laica, né mai credette in un'oggettività non religiosa in materia di etica e di politica. Resta in tal senso significativo che di fronte a una religiosità autoritaria, come quella del cattolicesimo-romano, scienziati e filosofi del '500 e del '600 (nonché politici come il Machiavelli) si sentissero più indotti ad affermare l'inutilità della morale, piuttosto che il valore di una morale alternativa a quella dominante della chiesa.

Probabilmente essi pensavano che in tal modo fosse loro più facile proseguire le ricerche e gli studi. Ma si può anche supporre che nell'ambito del cattolicesimo-romano, la morale religiosa, imposta colla forza, porta inevitabilmente (o comunque come tentativo di autodifesa) a non credere in alcun vero principio etico.

Il carattere scientifico della scoperta di Galileo si basa esclusivamente sull'osservazione dei fenomeni naturali, ovvero sull'uso della matematica per interpretarli. Sotto questo aspetto, sarebbe bene che il suo metodo venisse studiato non solo nei manuali di filosofia, ma anche in quelli di fisica, matematica, astronomia ecc.

Galilei è stato grande nell'affermare che le verità scientifiche sono possibili nella misura in cui sono verificabili o dimostrabili. A differenza di Popper e altri irrazionalisti o relativisti assoluti, Galilei credeva nel valore delle verità scientifiche, che per lui voleva dire verificabilità del nesso di scienza e tecnica.

Certo, gli si può rimproverare di non aver considerato la storia superiore alla scienza, o di non aver posto le basi per garantire un rispetto integrale delle leggi della natura, ovvero di aver voluto fare della scienza una disciplina completamente separata dall'etica, oppure di aver voluto considerare scientifico solo ciò che è misurabile quantitativamente. Ma non gli si può rimproverare di aver sostenuto l'idea che la conoscenza è più il frutto di una libera ricerca sperimentale che non l'acquisizione di una tradizione trasmessa pedissequamente con più o meno autorità. Questo anche se in effetti il concetto di "tradizione" non è in sé meno vero o meno significativo di quello della "ricerca personale". Il fatto è che la stessa chiesa romana s'era resa responsabile di una continua revisione della tradizione ecclesiale a vantaggio del proprio potere politico. Da questo punto di vista si può sostenere che in realtà Galilei fu un figlio naturale della chiesa romana, in quanto portò a conseguenze esplicite un razionalismo latente in tutta la teologia cattolica basso-medievale.

Il rischio della scienza galileiana resta comunque quello di ridurre tutto a "calcolo", anche ciò che per sua natura sfugge a un'interpretazione meccanicistica. In effetti, là dove è in gioco la libertà umana, difficilmente si possono applicare i principi dello sperimentalismo. La scienza galileiana vale soprattutto nei confronti della natura e, anche qui, sino a un certo punto, poiché occorre sempre una posizione pre-scientifica (filosofica, ontologica...) che sappia indicare i limiti al di là dei quali la scienza non può andare. Altrimenti si rischierà sempre di vedere la scienza tendente a considerare la natura un mero oggetto da sfruttare. La filosofia non può aspettare le conseguenze negative di tale approccio per sostenere la necessità di rispettare determinati limiti.

IL RAPPORTO CON LA NATURA

Le "qualità primarie" per Galileo erano quelle che subivano una variazione quantitativa sistematica rispetto a una scala. Ciò in quanto egli era convinto che il libro della natura fosse scritto nel linguaggio matematico. Egli così eliminò le spiegazioni teleologiche o finalistiche di Aristotele. Lo fece, in verità, a ragion veduta, poiché non si può considerare la natura (a meno che non si sia degli "animisti") come un ente dotato di "ragione". Vi sono "leggi" di natura, ma non vi è un'"intelligenza" (Nous) della natura.

Le leggi di natura sono meccaniche, necessarie, universali, valide entro limiti ben più stretti di quelli entro cui può muoversi l'intelligenza umana, la ragione, altrettanto universale, ma libera e volitiva, del genere umano. Il finalismo della natura non consiste in altro che nella propria conservazione equilibrata. O, se si preferisce, il suo fine supremo è l'uomo stesso, il quale però l'ha superata sul piano qualitativo, in quanto solo l'uomo è dotato di libertà e di consapevolezza di questa libertà. In questo senso resta semmai da spiegare come sia potuto accadere che da un ente strettamente determinato come la natura sia potuto nascere un elemento relativamente indeterminato come l'uomo.

Galileo tuttavia umiliò il ruolo della natura subordinandolo nettamente alla volontà manipolatrice dell'uomo. L'uomo, con Galileo, cerca nella natura (e quindi nell'attività tecnico-scientifica) quella compensazione alle frustrazioni vissute in campo sociale. Vi è quindi un atteggiamento di "rivalsa" e di "dominio".

Ciò che Galileo non comprese è che anche nella natura esiste un finalismo, il cui obiettivo ultimo è la formazione del genere umano. L'uomo è il prodotto più alto, più consapevole, della natura. Da questa egli dipende, poiché essa lo precede, anche se, in virtù della propria libertà autocosciente, l'uomo può trascenderla.

Galileo aveva ragione nel sostenere che una spiegazione scientifica non può avvalersi di asserzioni metafisiche, ma ebbe torto nel non voler sostituire alla metafisica di Aristotele il primato dell'uomo, quale vertice della natura. Galileo distrusse "l'uomo religioso" del Medioevo e dell'epoca classica, sostituendolo con un uomo "laico e scientifico" individualista, che si serve della ricerca scientifica e dell'applicazione tecnica per sottomettere la natura, senza riconoscerle il valore oggettivistico dell'alterità, cioè la sua differenza dai processi storici.

Galileo avrebbe dovuto approfondire di più l'idea della stretta correlazione tra microcosmo e macrocosmo, l'idea che nell'essere umano si concentrano tutte le sostanze, le essenze, le energie e le forze dell'universo; l'idea che lo studio dell'uomo rappresenta la suprema sintesi di tutto lo studio dell'universo; l'idea che nell'universo non c'è nulla di più complesso, di più perfetto, di più armonico, di più infinito dell'essere umano...

COPERNICO E GALILEI

Spostato il centro del sistema planetario dalla Terra al Sole, si pensò che la concezione copernicana avrebbe fatto scomparire sia l'antropocentrismo che il finalismo del cosmo: perché? Per la semplice ragione che l'antropocentrismo veniva considerato (ingenuamente) non solo dal punto di vista etico ma anche da quello fisico.

L'ingenuità non stava tanto nell'antropocentrismo quanto nel credere ch'esso avesse bisogno di un'immagine naturalistica corrispondente. Ancora non si era compresa la vera natura dell'antropocentrismo, cioè il fatto che l'uomo rappresenta il prodotto migliore dell'universo (del quale non conosciamo ancora né l'inizio né la fine).

Chi ha eliminato l'antropocentrismo, basandosi sull'infinità dell'universo, è stato non meno ingenuo di chi l'aveva affermato basandosi sulla finitezza dell'universo.

L'antropocentrismo è il finalismo dell'universo. E' difficile pensare che l'universo sia nato perché l'uomo fosse, però si può con ragionevolezza credere che l'universo era predisposto perché l'uomo fosse.

Chi nega questo rischia di diventare indifferente alle sorti dell'umanità o almeno del nostro pianeta. Nell'universo non ci sono altri mondi abitati come il nostro (almeno fino a prova contraria). Il genere umano è un unicum straordinario: il che gli conferisce un enorme responsabilità.

L'evoluzione della storia della scienza ha comunque dimostrato che l'antropocentrismo è inevitabile. Paradossalmente infatti la rivoluzione copernicana, pur negando l'antropocentrismo religioso, lo ha riaffermato (malamente, si deve aggiungere) in sede scientifica, facendo dell'uomo il "dominatore" della natura (con la sua analisi quantitativa dei fenomeni e il suo meccanicismo).

Solo oggi ci si sta rendendo conto che l'antropocentrismo non può essere affermato senza riconoscere il rapporto interdipendente tra uomo e natura. L'uomo è sì un prodotto della natura che ha superato la natura stessa, ma non l'ha superata sino al punto da poterne fare a meno.

Ci sono due modi corretti per avvicinarsi alla natura: contemplarne la maestosità senza operare alcuna vera indagine scientifica; fare questa indagine senza dimenticarne la maestosità. Ovvero servirsi della natura con mezzi limitati o con mezzi sofisticati. L'atteggiamento sbagliato è quello di chi - ignorante o scienziato che sia - ritiene che l'uomo possa fare della natura quello che vuole.

Il mondo occidentale scelse lo studio scientifico della natura, ma non arrivò mai a contemplarla. Perché? Per la semplice ragione che nel momento in cui l'Europa occidentale sviluppò l'esigenza di una tale indagine scientifica, dominava, sul piano socio-politico e culturale, una religione, quella cattolico-romana, da tempo abituata a servirsi della forza nel rapporto con la realtà.

SUL CONCETTO DI SCIENZA

Per quale motivo in Grecia non si realizzò un elevato sviluppo tecnologico, nonostante che proprio qui fosse nata la scienza e nonostante che la Grecia vivesse degli antagonismi sociali non meno forti dei nostri (stesso discorso in un certo senso potremmo farlo per l'impero romano, dove i progressi tecnologici venivano sempre visti con sospetto)? Perché non si arrivò a considerare scienza e tecnica come strumenti per superare gli antagonismi? Che cosa ha impedito a Greci e Romani di cadere in questa illusione così tipicamente moderna? Ovvero perché, a partire da Parmenide, ma soprattutto col platonismo e l'aristotelismo, la metafisica riuscì ad assumere un ruolo egemone su tutte le altre scienze? Può forse esistere un altro modo di fare scienza, che non sia violento, totalitario come quello borghese, ma che sia equilibrato come quello greco, e che però non abbia, del mondo greco, la caratteristica ingenuità?

A noi occorre una scienza oggettivamente fondata, non basata sull'intuito o sulla logica del sillogismo o sul concetto di evidenza. Noi avremmo bisogno di una scienza al servizio delle esigenze della collettività, una scienza cioè funzionale al bisogno (come lo era per l'uomo primitivo).

Probabilmente la scienza totalizzante dell'epoca moderna è nata perché nei confronti del bisogno sociale, collettivo (che è l'unico a garantire la vera oggettività delle cose), vi era una sorta di pregiudizio o d'indifferenza colpevole: ad esso si preferiva anteporre il bisogno particolare, quello del singolo individuo o quello di particolari gruppi sociali, antagonistici alla collettività. Da qui forse è nata l'esigenza di cercare l'oggettività nella natura, attraverso la matematica, la fisica, ecc.

L'oggettività più grande risiede nell'uomo, socialmente inteso: una scienza che non si preoccupa di affermare questa "evidenza", non serve a niente. L'origine della scienza moderna è, in questo senso, assai diversa da quella della scienza greca (pre-socratica). Nei confronti della realtà materiale, Cartesio, Galileo, Newton... non hanno mai avuto l'atteggiamento contemplativo dei greci. Non osservavano semplicemente per "capire" ma anche e soprattutto per "dominare" la natura, per trasformare la materia a vantaggio della borghesia.

O forse sarebbe meglio dire che anche nel mondo greco l'atteggiamento scientifico voleva essere quello del dominio della natura (esigenza dei ceti commerciali o imprenditoriali), e che a ciò si oppose l'atteggiamento contemplativo, ma astratto, perché metafisico, dei conservatori aristocratici: atteggiamento, questo, tutt'altro che disinteressato. I conservatori (che facevano professione di idealismo) forse ebbero la meglio sulla scienza perché questa non cercò una base popolare (di massa) su cui poggiare.

Tornando ai nostri Cartesio, Galilei e Newton, non si ha timore d'affermare che per costoro (e per altri ancora) la natura andava percepita con sospetto e diffidenza, cioè come se fosse una realtà ingannevole per i sensi, per cui l'approccio scientifico doveva essere freddo e distaccato, appunto matematico. Ecco, questo atteggiamento era sicuramente assente nel mondo greco, che semmai poteva essere accusato del contrario, e cioè di essere troppo legato a una visione mitica o magica dell'universo.

Fra i Greci e Cartesio c'è di mezzo il cristianesimo, che ha abituato gli uomini (soprattutto quelli occidentali, colla variante latina) a considerarsi superiori alla natura e a guardare le cose con diffidenza, in quanto dominate dalla logica dell'interesse.

A partire da Cartesio, Bacone, Galilei... la natura viene "usata" per supplire a un'alienazione che l'uomo (borghese) vive sul terreno sociale. Quest'uomo non si fida della natura perché anzitutto non si fida della realtà sociale in cui vive (caratterizzata dall'egemonia della religione cattolica). E' un uomo profondamente in crisi sul piano etico, e la natura sembra per lui avere la funzione di risolvere questa crisi esistenziale (che è poi storica, epocale, di una fase di transizione da una formazione sociale a un'altra).

La natura si va progressivamente sostituendo, nelle filosofie di questi nuovi scienziati, alla tradizionale divinità religiosa. Tuttavia, l'atteggiamento con cui l'uomo borghese si accosta alla natura è non meno violento di quello che aveva l'uomo medievale (cattolico) nei confronti della divinità. Il bisogno d'interpretare in maniera così matematica la natura non è molto diverso dal bisogno che nel Medioevo la Scolastica aveva d'interpretare razionalmente la volontà divina.

La scienza borghese ha fondato l'ateismo borghese: pur avendo spezzato la fiducia dell'uomo nel Dio creatore, è stata costretta a riproporla, in forma laicizzata, a motivo del proprio individualismo.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015