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ANTONIO GRAMSCI (1891-1937)

ITER BIOGRAFICO-POLITICO

I - II

Antonio Gramsci

Il primo impegno politico di Gramsci porta la data dell'estate 1913, allorché nella sua Sardegna aderisce al "Gruppo di azione e propaganda antiprotezionista". L'idea era quella di rendere l'isola indipendente dall'Italia e di liberare i contadini dallo sfruttamento.

Resta favorevolmente colpito dall'irruzione nella scena politica delle masse contadine analfabete dell'isola, in occasione delle elezioni (le prime a suffragio universale) del 26 ottobre. Le sue letture preferite sono Marx, La Voce, Croce e Salvemini.

Alla fine dello stesso anno s'iscrive alla sezione torinese del partito socialista. Era passato a vivere a Torino perché aveva preso una borsa di studio per l'iscrizione a una facoltà universitaria: aveva scelto Lettere, indirizzo filologia moderna. Tuttavia le precarie condizioni fisiche ed economiche, nonché l'interesse prevalente per l'attività politica, gli impediranno di laurearsi.

Nel giugno 1914, durante la "Settimana rossa", si schiera a fianco degli operai e degli studenti appartenenti alla sinistra rivoluzionaria, che partecipano a Torino a una grande manifestazione popolare.

Il 31.10.1914 pubblica sul settimanale Il Grido del Popolo l'art. Neutralità attiva ed operante, con cui, a differenza dell'ala riformista del PSI, non si limita a rivendicare la "neutralità" nei confronti dell'imminente I Guerra Mondiale, ma rivendica anche il diritto, per i socialisti, di preparare "il massimo di condizioni favorevoli per lo strappo definitivo (la rivoluzione)".

Il 10.12.1915 entra a far parte della redazione dell'Avanti!, diretta da Salvemini, e vi resta redattore per cinque anni, occupandosi soprattutto di costume, critica teatrale e problemi della cultura.

Nel 1917 assume anche la direzione del Grido del Popolo e diventa segretario della commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino. L'anno dopo però il giornale cessa le pubblicazioni.

Nel febbraio 1917 compila La Città futura, numero unico della Federazione giovanile socialista piemontese. Viene accusato d'essere filocrociano. In realtà di Croce aveva apprezzato sia l'idea che in Italia la "riforma morale e intellettuale" poteva avvenire a prescindere dalla religione, sia l'idea di lottare, in nome della libertà, contro il positivismo, che vincolava il progresso storico-sociale agli sviluppi della scienza. Tanto più che, a giudizio di Gramsci, tale positivismo veniva fatto coincidere col socialismo scientifico, ponendo in secondo ordine la lotta politico-rivoluzionaria vera e propria.

A partire da questi enunciati va letto il tanto discusso art. La rivoluzione contro il "Capitale", con cui egli, commentando la rivoluzione d'Ottobre, sostiene che in Russia si era realizzata una rivoluzione comunista contro le tesi meccaniciste espresse dal Marx del Capitale. Viene accusato di "volontarismo".

Nel 1919 decide con A. Tasca, U. Terracini e P. Togliatti di dar vita alla rassegna settimanale di cultura socialista L'Ordine Nuovo, il cui primo numero esce a maggio. Il giornale è indipendente dagli organi di stampa e propaganda del PSI. L'ideale è quello di ripetere in Italia la rivoluzione bolscevica. La rivista viene apprezzata da Lenin.

Sul n. 7 dell'Ordine Nuovo (21.06.1919) esce un editoriale con cui la redazione fa chiaramente capire che i futuri organi di potere del proletariato italiano avrebbero dovuto essere le Commissioni interne di fabbrica, a imitazione dei "soviet" russi. A tali Commissioni dovrebbero collegarsi i circoli socialisti e le comunità contadine. Questi Consigli di operai-contadini sarebbero dovuti diventare una sorta di autogoverno operaio e il sindacato il fiduciario degli operai al di fuori della fabbrica. Tutti gli operai avrebbero dovuto eleggere la Commissione, anche quelli non iscritti al sindacato, anche gli impiegati e i tecnici della fabbrica.

Nell'ottobre 1919 il PSI chiede di aderire alla III Internazionale Comunista (Comintern). Tuttavia, poiché continuava a restare forte la critica di Gramsci nei confronti dell'attività parlamentare del partito, che giudica riformista e opportunista, il gruppo ordinovista non gode di alcuna fiducia tra i dirigenti socialisti.

Nel 1920 Gramsci partecipa al movimento dell'occupazione delle fabbriche (vi sono coinvolti mezzo milione di operai, armati alla meglio). Gli effetti a livello nazionale sono minimi. Nessun appoggio viene dato da parte della direzione socialista. È vero che aderiscono gli operai che lavorano in Lombardia, Liguria, Toscana ed Emilia, ma la Confederazione generale del lavoro chiede la mediazione del governo Giolitti. E infatti i Consigli di fabbrica e lo sciopero generale saranno battuti alla fine di settembre.

Prima conseguenza politica: il settimanale Soviet, fondato da A. Bordiga, chiede che ci separi dal PSI, e il gruppo intorno a Gramsci, sulla base delle tesi approvate dal 2° Congresso dell'Internazionale, accetta di costituire la frazione comunista del PSI (convegno di Imola del 28-29.10.1920). Tuttavia le differenze tra Bordiga e Gramsci sono già evidenti; contro l'idea gramsciana di realizzare il potere comunista nelle fabbriche, Bordiga opponeva il mero astensionismo elettorale.

Il 24.12.1920 cessa la serie dell'Ordine Nuovo settimanale e il 1° gennaio 1921 appare il primo numero dell'Ordine Nuovo quotidiano, organo dei comunisti torinesi. L'indirizzo bordighiano è sostenuto da Lenin.

Al Congresso di Livorno (21.01.1921) si scontrano tre correnti: massimalista unitaria, contraria alla scissione e favorevole a 19 dei 21 punti dell'Internazionale (ottiene 98.028 voti); l'ala riformista, che rifiutava la dittatura del proletariato come obbligo programmatico e rivendicava l'autonomia interpretativa dei 21 punti (ottiene 14.659 voti) e l'ala comunista, guidata da Bordiga e dal gruppo dell'Ordine Nuovo (ottiene 58.783 voti).

Nasce il partito comunista d'Italia. Gramsci, che non è intervenuto a Livorno, poiché continua a non condividere la linea di Bordiga, viene eletto, non senza difficoltà, nel C.C., ma è escluso dall'esecutivo. La sua collocazione politica non è ancora definita. Togliatti gli rimprovererà di non essere intervenuto a Livorno.

Tuttavia, lui è il primo a prospettare l'ipotesi di un colpo di stato fascista e la scissione di Livorno, in tal senso, gli appariva una sventura.

Di fronte all'effettiva possibilità di un'offensiva reazionaria in tutta Europa, il Comintern lancia la tesi del "fronte unico operaio", per la difesa della pace, dei salari e dell'occupazione, superando le divisioni interne alla sinistra.

Senonché, al 2° congresso di Roma, il PCI, con le cosiddette Tesi di Roma, riafferma la scelta separatista. Si delibera anche che Gramsci rappresenti i comunisti italiani in Urss, nel comitato esecutivo della III Internazionale.

Cosa che farà nel 1922, allorché partecipa a Mosca alla seconda conferenza dell'esecutivo allargato dell'Internazionale. Nello stesso anno conosce Giulia Schucht, che diverrà sua moglie e dalla quale avrà due figli. Si ribadisce la necessità del "fronte unico", ma il gruppo bordighiano non vuole riprendere i rapporti coi socialisti e rifiuta il rapporto politico di Zinoviev. Gramsci invece è favorevole alla fusione con la frazione "internazionalista" interna al PSI.

Appena viene insediato in Italia il governo Mussolini (ottobre 1922), iniziano gli arresti dei dirigenti comunisti. Anche su Gramsci pesa un mandato di cattura.

Essendo divenuta molto critica la situazione dei quadri dirigenti del partito, l'esecutivo dell'Internazionale decide, nel dicembre 1923, di trasferire Gramsci a Vienna, allo scopo di seguire da vicino la situazione del partito e per tenere i contatti con gli altri partiti comunisti europei.

La situazione però diventa sempre più grave e l'azione politica del PCI pare essersi bloccata. Dal carcere Bordiga chiede addirittura di rimettere in discussione l'appartenenza del partito al Comintern.

A questo punto Gramsci reagisce e da Vienna scrive varie lettere ai principali esponenti del partito chiedendo la formazione di un gruppo dirigente alternativo a quello estremista e settario di Bordiga.

Nel settembre 1923 informa i dirigenti comunisti, sempre da Vienna, che il presidium sovietico ha proposto che venga pubblicato in Italia un nuovo quotidiano operaio-contadino, non di partito ma di tutta la sinistra rivoluzionaria. Il primo numero dell'Unità esce a Milano il 12.02.1924 e ben presto diventa organo del Pci. Comincia anche la terza serie dell'Ordine Nuovo.

Alle consultazioni politiche del 6.04.24 Gramsci viene eletto deputato alla Camera nella circoscrizione del Veneto. Coperto dall'immunità parlamentare, rientra in Italia il 12 maggio e si trasferisce a Roma.

Un mese dopo il deputato socialista G. Matteotti viene ucciso dai fascisti. Il PSI si astiene per protesta dall'attività parlamentare (Aventino).

Il Pci riacquista la fiducia delle masse, benché la base comunista militante resti ancora allineata, in prevalenza, con Bordiga. Tra Psi e Pci non vi è alcuna intesa.

Nell'agosto 1924 Gramsci viene eletto segretario generale del partito nella riunione del C.C. e continua a lottare contro il settarismo bordighiano.

Nel primi mesi del 1925 ritorna a Mosca per partecipare ai lavori della V sessione dell'esecutivo allargato del Comintern. Intanto Mussolini scatena la grande offensiva contro la sinistra.

Il 16 maggio pronuncia alla Camera un discorso critico verso il disegno di legge Mussolini-Rocco per disciplinare l'attività di associazioni, enti e istituti.

Intanto, insieme a Togliatti, prepara le tesi (dette di Lione) da presentare al 3° congresso del Pci, che si terrà nel gennaio 1926.

In esse per la prima volta si ammette che il proletariato industriale in nessun paese è in grado di conquistare il potere e di conservarlo, per cui le alleanze col ceto contadino diventano inevitabili. Naturalmente in tale alleanza gli operai conservano un ruolo di guida. Ai contadini viene chiesta una partecipazione alla lotta rivoluzionaria: in cambio potranno avere la divisione dei latifondi.

Il gruppo guidato da Gramsci ottiene quasi il 91% dei voti. La sinistra bordighiana è battuta ed esce di scena.

Nell'ottobre 1926, per conto dell'Ufficio politico del partito, spedisce a Mosca una lunga lettera con cui critica lo scontro in atto, entro il Pcus, tra il gruppo di Stalin e Bucharin, da un lato, e il gruppo di Trotski, Kamenev e Zinoviev dall'altro, richiamando tutti all'unità.

Togliatti, che in quel momento rappresenta i comunisti italiani presso l'Internazionale, mostra il documento a Bucharin, ma non lo inoltra al C.C. del Pcus. Anzi, critica duramente l'Ufficio politico del Pci.

Gramsci risponde a Togliatti privatamente, dicendogli che quando i toni sono così aspri, in seno al Pcus, è facile che il gruppo vittorioso prenderà misure molto severe nei confronti della minoranza. Cosa che poi in effetti si avvererà.

I rapporti tra Gramsci e Togliatti s'interrompono.

L'8.11.1926 Gramsci viene arrestato dai fascisti, che mettono in atto i "provvedimenti eccezionali". Dopo il processo del giugno 1928 viene condannato a più di 20 anni di reclusione presso il carcere di Turi (Bari).

L'8.02.1929 comincia a stendere il primo dei Quaderni. Sia le Lettere dal carcere che i Quaderni del carcere, pubblicati a cavallo degli anni '40 e '50 da Togliatti ed Einaudi, diverranno celebri in tutto il mondo. I Quaderni dapprima furono divisi per argomenti, poi nel 1975 vi sarà l'edizione critica curata da V. Gerratana.

Durante la prigionia gli saranno di fondamentale aiuto, anche per la conservazione dei manoscritti, la cognata Tatiana e l'amico P. Sraffa.

Dopo aver rifiutato di firmare la domanda di grazia, ottiene, nel 1932, in seguito ai provvedimenti di amnistia, la riduzione della condanna a 12 anni e 4 mesi.

Nel '34 inoltra la richiesta di libertà condizionale, che gli viene accolta.

Nel '37 riacquista la piena libertà, ma muore in clinica, colpito da emorragia cerebrale, il 27 aprile.

Il gramscismo

Il gramscismo può essere considerato una variante del leninismo solo a una condizione, che la riforma intellettuale e morale, ovvero la conquista progressiva della società civile dal punto di vista culturale, si ponga non come una conseguenza inevitabile della tesi secondo cui è impossibile fare in Occidente una rivoluzione politica socialista, ma come una possibile premessa da cui partire per fare appunto questa rivoluzione.

Viceversa, in Italia il gramscismo è stato accettato solo nel primo senso, al punto che in luogo di "rivoluzione politica" oggi si parla di "progressive riforme" che dovrebbero portare al socialismo senza alcuna rivoluzione politica, nella convinzione che la borghesia al potere, consapevole delle proprie contraddizioni irrisolvibili, deciderà, ad un certo punto, spontaneamente, di farsi da parte, lasciando che al governo vadano le opposizioni di sinistra.

Il gramscismo fa bene ad escludere l'uso inevitabile della violenza nella rivoluzione politica: una rivoluzione può anche essere incruenta. Ma occorre chiarire bene cosa s'intende per "rivoluzione". Se da essa si esclude la proprietà sociale, collettiva, dei mezzi produttivi, è evidente che la borghesia non avrà alcuna vera ragione di opporvisi. Se la rivoluzione è solo "politica" e non anche "sociale" ed "economica", la borghesia sarà anche disposta a diventare "gramsciana" o di idee "socialiste" pur di conservare le cose essenziali così come sono.

Se il gramscismo non è altro che un modo per razionalizzare il sistema capitalistico, allora i Quaderni del carcere rappresentano, da un lato, la constatazione di una sconfitta politico-rivoluzionaria e, dall'altro, l'illusione di un cambiamento graduale, senza rivoluzione, della società borghese verso il socialismo. Il gramscismo diventa così una forma di revisionismo.

La filosofia della prassi

Rispetto al marxismo occidentale, la filosofia della prassi di Gramsci presenta due elementi peculiari: la concezione della società civile e la teoria delle ideologie.

  1. Partendo dalle posizioni di Lenin, secondo cui in Europa occidentale, esistendo una forte società civile, la conquista rivoluzionaria del potere sarebbe stata più difficile che in Europa orientale, per cui la guerra manovrata si sarebbe dovuta trasformare in guerra di posizione, Gramsci assegna alla società civile un ruolo più importante di quello dello Stato. Egli infatti ritiene che la graduale conquista "intellettuale-morale" della società, da parte degli intellettuali e del partito nel suo complesso, porterà a realizzare una situazione di "egemonia" ancor prima della conquista del potere politico-istituzionale. Un gruppo sociale deve diventare "dirigente" prima ancora d'essere "dominante".
  2. Se questo è possibile, allora occorre superare nettamente -dice Gramsci- il concetto di ideologia come epifenomeno e falsa coscienza. Il campo ideologico va anzi valutato come il luogo in cui i singoli soggetti, le forze sociali e le classi prendono coscienza dei conflitti e li combattono. Questo campo è insieme soggettivo e oggettivo, poiché è qui che si decide, in ultima istanza, l'esito della lotta di classe. La "prassi umana" è comprensiva del lavoro e di tutte le attività che si oggettivano in rapporti sociali, istituzioni, bisogni, arte, scienza ecc. Il ruolo degli intellettuali, in tal senso, è decisivo, perché sta a loro organizzare il consenso.

Quali sono i problemi posti dalla filosofia della prassi?

  1. E' davvero possibile che lo Stato capitalistico permetta la progressiva conquista (culturale) della società civile da parte delle forze socialiste?
  2. Ammesso che tale conquista possa avvenire, com'è possibile essere sicuri ch'essa, inevitabilmente condizionata, a livello statale e di capitale monopolistico, da strumenti di persuasione borghese molto più cospicui ed efficienti, riuscirà a conservare i princìpi fondamentali (originari) del socialismo (quelli soprattutto relativi al rapporto tra capitale e lavoro)?
  3. E' possibile supporre che l'esito finale di questa guerra di posizione sia una società di cultura socialista in uno Stato capitalistico?
  4. La rivoluzione politica ai tempi di Gramsci era fallita più per l'insufficiente lavoro culturale degli intellettuali che non per la scarsa determinazione politica dei dirigenti socialisti?

La questione della lingua

Quando Gramsci dice, a differenza del Manzoni, che il De Vulgari di Dante va considerato "come essenzialmente un atto di politica culturale-nazionale", può anche avere ragione, ma avrebbe dovuto sottolineare che l'uso del latino, scelto per scrivere questo trattato, ne contraddiceva lo scopo.

Dante voleva dimostrare agli intellettuali che il volgare illustre poteva avere una propria dignità, non inferiore a quella del latino. Tuttavia, scrivendo in latino, egli aveva operato una scelta di campo infelice, infruttuosa, di cui l'improvvisa interruzione dell'opera è sicura testimonianza.

Il testo quindi è solo per metà "un atto di politica culturale-nazionale", in quanto se lo è per il contenuto, certo non lo è per la forma espressiva. Per questa bisognerà aspettare la Commedia, la quale però nei contenuti sarà incredibilmente anacronistica rispetto alla cultura borghese del Trecento.

Gramsci dice anche che "la quistione della lingua", nel momento in cui nacque, si pose come "reazione degli intellettuali allo sfacelo dell'unità politica che esisté in Italia sotto il nome di <equilibrio degli Stati italiani>, allo sfacelo e alla disintegrazione delle classi economiche e politiche che si erano venute formando dopo il Mille coi Comuni…".

Questo giudizio riflette una delle costanti del pensiero gramsciano, quella di attribuire al ceto degli intellettuali il compito di creare le riforme politico-morali necessarie al rinnovamento di una nazione. Gramsci, nella fattispecie, vede gli intellettuali dei secoli XIII e XIV come degli individui che vogliono porre un rimedio allo sfacelo politico-sociale in cui vivono.

In realtà lo sfacelo non riguardava "le classi che si erano venute formando dopo il Mille coi Comuni", le quali anzi erano in ascesa, e non riguardava neppure quelle antico-nobiliari, che non avevano subìto danni particolarmente gravi con la nascita dei Comuni: semmai furono le concezioni teocratiche del papato e universali dell'imperatore a entrare in crisi irreversibile (in Italia prima che altrove).

Se ci fu un periodo di espansione socio-economica, questo caratterizzò proprio i secoli XI-XIV. Anzi, si può in sostanza dire che, nonostante alcune grosse contraddizioni dell'epoca (le Crociate, le persecuzioni anti-ereticali, la lotta tra Aragonesi e Angioini per spartirsi l'Italia meridionale, le prime lotte di classe nelle grandi città…), l'Italia conobbe nei primi 500 anni di questo millennio uno sviluppo del tutto ragguardevole, interrotto soltanto dalla conquista dell'America e dalla Controriforma.

Perché quindi parlare di "sfacelo e disintegrazione"? Aggettivi come questi mal si addicono persino alle vecchie classi clerico-feudali, che in Italia non subiranno mai salassi analoghi a quelli subìti p.es. in Francia con la rivoluzione dell'89.

Gramsci non vede gli intellettuali tardo-medievali come espressione culturale dei ceti borghesi emergenti, ma, al contrario, come un ceto autonomo, che si contrappone, con la forza delle idee innovative, alla crisi di una borghesia incapace di realizzare l'unità nazionale.

Il metro di misura del progressismo di una classe è relativo, nell'analisi gramsciana, all'intensità con cui essa dimostra di volere l'unità nazionale. Dante e gli intellettuali come lui la volevano, la borghesia invece non ne era capace.

La "quistione della lingua" -dice Gramsci- servì per "rafforzare un ceto intellettuale unitario".

Questo modo di vedere le cose è piuttosto idealistico. Gli intellettuali, in realtà, si stavano allontanando dagli interessi feudo-ecclesiastici, per poter esprimere, più compiutamente, quelli dei ceti borghesi. Essi non erano più "nazionali" della borghesia solo perché si ponevano il problema di una lingua comune.

E' vero, nel De Vulgari Dante appare più "nazionale" della borghesia, ma solo perché vuole una politica imperiale fortemente centralizzata, in grado di contenere le spinte centrifughe delle classi emergenti. Questa posizione era retriva rispetto ai suoi tempi.

Gramsci avrebbe dovuto porsi altri problemi:

1. L'unico modo di realizzare l'unità nazionale era quello del dominio di un principato su tutti gli altri?
2. L'unico modo di realizzare l'unità linguistica era quello di concedere politicamente e culturalmente il primato a un unico dialetto?
3. Sono esistiti degli intellettuali che invece di fare gli interessi della borghesia, hanno fatto quelli delle classi sociali più popolari?

Com'è possibile considerare l'Umanesimo e il Rinascimento "reazionari dal punto di vista nazional-popolare", solo perché la borghesia non ebbe la forza, il coraggio, la capacità di realizzare l'unificazione; e, nel contempo, "progressivi come espressione dello sviluppo culturale dei gruppi intellettuali italiani ed europei", solo perché tali gruppi vollero cose che altri "i borghesi" non seppero realizzare?

Il modo in cui gli intellettuali italiani mostravano di volere l'unificazione era davvero migliore di quello della borghesia?

Si possono paragonare gli intellettuali italiani a quelli di altri paesi europei, dove l'unificazione (politica o economica in senso borghese) fu accompagnata da rivoluzioni o riforme di tipo religioso?

Gramsci ha mai preso in considerazione l'ipotesi che l'unificazione potesse realizzarsi salvaguardando le specificità locali e regionali?

Dante in rapporto a Gramsci

I

La Divina Commedia, sul piano simbolico, per la vita di un politico come Dante, che non ha potuto o saputo realizzare i propri ideali di giustizia e di libertà, ha lo stesso significato dei Quaderni del carcere di Gramsci. Infatti come Dante, nella Commedia, affida all'etica religiosa, e non più alla politica, il compito di risolvere le contraddizioni del suo tempo, così Gramsci affida al concetto di "egemonia" e non più a quello di "rivoluzione politica" il compito di modificare il contesto sociale, il sistema della società civile. Il passaggio, da una convinzione all'altra, non è inevitabile, ma lo diventa se non s'intravedono prospettive realistiche per un sbocco rivoluzionario.

Il problema, in effetti, sta proprio nel cercare di capire come mai, ad un certo punto, il leader politico ha una percezione così pessimistica della rivoluzione. La risposta può essere trovata nella concezione del soggettivismo, che è il vero limite di tutto l'Occidente, dall'epoca dello schiavismo in poi. Nel senso cioè che, se nel momento in cui la rivoluzione sembrava possibile, il soggetto ne vincolava l'esito positivo più ai meriti di singoli leaders politici e/o alla spontaneità delle masse (ritenute, a torto, "istintivamente rivoluzionarie") che non alla maturità organizzativa degli uni e delle altre, allora può accadere che al cospetto di un fallimento rivoluzionario, per un motivo o per un altro, il soggetto tenda a considerare la prospettiva rivoluzionaria come impraticabile, non avendo più fiducia nelle capacità delle masse e stimando insufficienti quelle di tutti i leaders politici, incluse le proprie. Nel soggettivismo è facile valutare per difetto o per eccesso le potenzialità proprie e altrui. In particolare, il leader soggettivista, amareggiato dal fallimento della rivoluzione, stenta a credere nell'opportunità di ripetere il tentativo, semplicemente perché non si ritiene più in grado di guidare le masse allo scopo.

Che poi tale soggetto recuperi l'importanza del valore umano delle cose, proprio nel momento in cui ha condannato come illusori i mezzi e le tattiche rivoluzionarie, ciò non ci deve portare a credere che si tratti, in assoluto, di una positiva evoluzione, priva di elementi involutivi, poiché se il soggettivismo consiste anche nel non saper scorgere, in un contesto rivoluzionario, l'importanza paritetica, equivalente, del fattore umano rispetto a quello politico, l'emergere di tale fattore non porta di per sé al superamento del soggettivismo, né a credere ancora nella possibilità e anzi nella necessità di una rivoluzione. Il soggettivismo, infatti, non solo tende a separare la morale dalla politica, ma difetta anche di "senso storico".

In altre parole, se Gramsci e Dante hanno riscoperto l'umanità delle cose proprio mentre rinunciavano alla realizzazione pratica, politica, della giustizia sociale, ciò non significa che non avrebbero potuto fare la medesima scoperta mentre lottavano politicamente per quell'ideale (anche se, senza dubbio, la sfera politica, in un contesto diviso in classi, aiuta assai poco a valorizzare il lato umano delle cose). E' stato proprio l'aver impostato la lotta politica solo in termini "politici" (permettendo ai condizionamenti storici di pesare più del dovuto) che ha impedito la valorizzazione dell'umano.

Quei leaders che concepiscono la rivoluzione come un ideale giusto da imporre politicamente a tutta la nazione (nel caso di Dante, ovviamente, il limite è ancora più accentuato: si pensi al suo concetto di "veltro" nel prologo dell'Inferno), tendono a giustificare più il potere individuale o di partito che non quello delle masse, cioè vogliono -almeno inizialmente- un potere di pochi sul potere di molti, in quanto ritengono (anche in buona fede) che la massa sia più "oggetto" che non "soggetto" di rivoluzione, salvo poi pretendere ch'essa, al momento opportuno, dimostri tutto il suo "spirito rivoluzionario", quando a ciò essa non ha ricevuto neppure la necessaria sensibilizzazione.

Come noto, la rivoluzione dev'essere il frutto d'un consenso popolare, poiché se la massa resta passiva o diventa attiva solo in maniera spontaneistica, senza essere capace di una gestione diretta, responsabile, collettiva degli avvenimenti, la rivoluzione è destinata prima o poi a fallire.

Per ottenere il consenso popolare, il soggetto rivoluzionario deve stare costantemente legato al popolo, almeno a quella parte di popolazione più attiva, più consapevole e matura, nel tentativo, costante, di coinvolgere anche la popolazione meno attiva e meno consapevole. Egli cioè deve educare al senso dell'ideale rivoluzionario, spezzando i legami alienanti che dividono il potere (e la politica in genere) dalla consapevolezza sociale e dal vivere quotidiano della gente comune. Solo così il soggetto rivoluzionario potrà capire quando le masse sono pronte a compiere la rivoluzione. Sentirsi legato alle masse popolari significa sviluppare fortemente il lato umano delle cose, oltre a quello politico, senza rinnegare in nessun caso le esigenze rivoluzionarie.

II

E' Gramsci stesso che si paragona a Dante laddove dice che "non un elemento 'volontario', 'di carattere pratico o intellettivo' tarpò le ali a Dante: egli 'volò con le ali che aveva' per così dire, e non rinunciò volontariamente a nulla" (Quaderni, I, p. 519).

Il fatto che "non rinunciò volontariamente a nulla" andrebbe discusso, poiché non è così pacifico. Le condizioni storiche possono avere influenzato negativamente Dante, anche se è impossibile sostenere ch'egli, proprio rinunciando alla lotta politica, poté approfondire il lato umano delle cose. Se si considera tale approfondimento come la parte fondamentale della vita o della personalità di Dante, si sarà portati a credere che tutta la sua precedente attività politica altro non era stata che un'esperienza negativa: il che non è assolutamente.

I momenti fondamentali nella vita di Dante sono stati due: la rinuncia alla vita politica attiva, la scoperta del lato umano delle cose. Questi due momenti si sono influenzati a vicenda, ma non possono essere visti come se fossero strettamente interdipendenti, altrimenti una qualunque rivoluzione politica per un ideale di libertà e di giustizia sociale, che l'uomo volesse compiere anche nei secoli a venire, sarebbe destinata al fallimento, oppure l'uomo dovrebbe limitarsi a sopportare stoicamente ogni forma di alienazione.

Il vero dramma di Dante andrebbe ricercato anche nei motivi che lo indussero a separarsi dal partito dei Bianchi durante l'esilio e durante il tentativo, abortito, di rientrare a Firenze con la forza delle armi.

Gramsci, nel tentativo di legittimare la posizione di Dante, ha finito col giustificare la propria. Dice nei Quaderni: "Dopo la sconfitta della sua parte e il suo esilio da Firenze, Dante subisce un processo radicale di trasformazione delle sue convinzioni politiche-cittadine, dei suoi sentimenti, delle sue passioni, del suo modo di pensare generale. Questo processo ha come conseguenza di isolarlo da tutti".

Non a caso Gramsci ha apprezzato il lirismo poetico, umanissimo, del poeta, considerandolo superiore a ogni esigenza ed esperienza politica. E non a caso egli si è commosso di più per il dramma di Cavalcante che non per quello di Farinata, senza pensare che il dramma di Cavalcante appare superiore a quello di Farinata perché appunto rispecchia la metamorfosi di Dante, che non nutre più alcun interesse, nel canto X dell'Inferno, .per la vita politica attiva. Dante era diventato, secondo Gramsci, un vero "uomo politico" (come intellettuale) e non più "di parte". Cioè era diventato un intellettuale che non faceva più "politica in senso immediato", ma "politologia" e che, non essendo più "partitico", era in grado di valorizzare il lato umano delle cose. In questa biografia politico-morale di Dante, Gramsci non faceva che descrivere se stesso.

GRAMSCI O IL SUICIDIO DELLA RIVOLUZIONE, SECONDO AUGUSTO DEL NOCE

La tesi di Del Noce, espressa nel libro Il suicidio della rivoluzione, è che Gramsci, trasformando l'oggettività del materialismo storico nella soggettività della filosofia della prassi, attraverso la critica della filosofia crociana, ha incontrato non Marx, bensì Gentile, pur assegnando all'attualismo un significato che Gentile non poteva certo prevedere. Il gramscismo sarebbe quindi un "fascismo di sinistra".

L'assurdità di questa tesi sta nel considerare la filosofia della prassi come il momento "soggettivo" del materialismo storico, cioè come una "deviazione" e non come una "variante" del materialismo storico applicata allo studio dei fenomeni sovrastrutturali.

Semmai si potrebbe dire che la filosofia della prassi, accentuando maggiormente l'importanza del momento sovrastrutturale, presuppone una strategia politico-rivoluzionaria in riferimento non tanto o non in primo luogo alle "istituzioni" quanto piuttosto alla "mentalità dominante" (cultura, politica culturale, ideologie ecc.) e che, in virtù di questo, essa filosofia pretende, come conseguenza implicita, di rivoluzionare i rapporti sociali, i quali così verrebbero trasformati più che dai rivolgimenti politici dell'economia, da una lenta e progressiva metamorfosi assiologica dei valori.

Il Gramsci dei Quaderni si distingue dal giovane Gramsci dell'Ordine Nuovo, proprio in questo, che la sua valorizzazione del momento pre-politico lascia in sospeso, temporaneamente, il problema della rivoluzione istituzionale, rinviandolo al momento in cui lo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo e della coscienza rivoluzionaria saranno sufficientemente mature. Non a caso il Gramsci che scrisse il famoso e contestato art. La rivoluzione contro il "Capitale", ebbe poi a dire, in carcere, le stesse cose che disse Marx dopo il fallimento della rivoluzione del '48: "1) nessuna società si pone dei compiti per la cui soluzione non esistano già le condizioni necessarie e sufficienti o esse non siano almeno in via di apparizione e di sviluppo; 2) nessuna società si dissolve e può essere sostituita se prima non ha svolto tutte le forme di vita che sono implicite nei suoi rapporti". Considerazioni, queste, che difficilmente Lenin avrebbe condiviso.

In ogni caso l'obiettivo finale della rivoluzione socialista, in cui il proletariato industriale avrebbe avuto un ruolo preminente, doveva rimanere immutato, e questo l'aristocratico Gentile non l'avrebbe mai accettato.

Il pre-politico che Gramsci iniziò a valorizzare sin dalla fase ordinovista non coincide affatto col pre-politico, meramente filosofico, di Gentile. Se è vero che l'attualismo gentiliano può essere considerato come il tentativo di superare l'idealismo crociano, è anche vero che tale tentativo resta tutto all'interno della revisione aggiornata dell'hegelismo. Al punto che l'attualismo gentiliano riesce a salvare la metafisica crociana solo facendole pagare un prezzo politico che Croce non avrebbe mai voluto pagare: l'intesa col fascismo.

Gentile infatti rappresenta la necessità di superare Croce (ovvero i limiti della riforma dell'hegelismo nel mero ambito della filosofia) non solo in forza delle contraddizioni interne al liberalismo (di cui lo stesso Croce era massimo teorico), ma anche in forza della pretesa alternativa politica costituita dal marxismo (alternativa sia alla filosofia borghese che al sistema capitalistico, di cui l'Ottobre rappresentava l'esempio più eloquente).

Ecco perché, sotto questo aspetto, l'attualismo costituisce una consapevolezza borghese più matura del crocianesimo riguardo al tipo di alternativa che il marxismo rappresentava, cioè riguardo al pericolo ch'esso costituiva sia per il pensiero borghese che per l'economia capitalistica.

L'attualismo è la filosofia borghese che guarda le contraddizioni del capitalismo dal punto di vista della politica statale: in tal senso esso si pone come una pedagogia politica che vuole mediare a livello istituzionale i contenuti classisti della filosofia idealistica e della società borghese. Il suo problema è quello di come superare le contraddizioni palesi del laissez-faire liberalistico senza cadere nell'alternativa marxista.

L'attualismo non aveva bisogno di attaccare il marxismo sul piano filosofico o metafisico, poiché questo era già stato fatto dal crocianesimo: aveva però bisogno di difendere politicamente il liberalismo, elaborando un nesso organico, un rapporto diretto tra filosofia e politica.

Stando le cose in questi termini non ha senso sostenere che Gramsci non avrebbe fatto altro che laicizzare ulteriormente, anzi integralmente, la filosofia moderata di Gentile, ancora legata alla tradizione cristiana e al Romanticismo. Il gramscismo -ecco la paura di Del Noce- non avrebbe fatto altro che rendere del tutto inutile qualunque riferimento al cattolicesimo.

Cioè per Del Noce e per il cattolicesimo integralista la democraticità di una ideologia politica viene misurata unicamente sulla base dell'atteggiamento ch'essa assume nei confronti della questione religiosa: dal che risulta poi inevitabile l'impossibilità di una qualunque forma di dialogo col marxismo.

Gramsci, Lenin e l'egemonia (zip)


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015