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WILHELM VON HUMBOLDT

IDEE SULLA COSTITUZIONE DELLO STATO,
OCCASIONATE DALLA NUOVA COSTITUZIONE FRANCESE

Wilhelm von Humboldt (1767-1835) scrisse le Idee sulla Costituzione dello Stato, occasionate dalla nuova Costituzione francese nel 1792, in una lettera spedita a un giovane funzionario prussiano, Friedrich Gentz, il quale, nel momento in cui la ricevette, era ancora un sostenitore della Rivoluzione francese. Le Idee saranno edite postume, nel 1851.

Humboldt esordisce lamentandosi delle molte critiche, dovute a ignoranza, pregiudizio o paura, che in Germania si rivolgono alla Rivoluzione francese, ed afferma che "l'Assemblea nazionale costituente ha intrapreso la costruzione di un edificio statale del tutto nuovo, in base a puri principî di ragione".

Senonché per Humboldt il pregio di aver costruito uno Stato sulla base della "pura ragione" si rivela, in ultima istanza, come un limite, poiché il rischio è stato quello di aver elaborato uno "schema predeterminato", da applicare forzatamente alla realtà, mentre -precisa Humboldt- "può prosperare soltanto una Costituzione che nasca dalla lotta fra l'onnipotente Caso e la ragione che con esso si cimenta". E non solo una Costituzione, ma anche "ogni impresa pratica in generale".

La lettera ha appunto lo scopo di spiegare al Gentz la difficoltà di questo "paradosso".

Al dire di Humboldt ciò che più conta nella vita di una nazione solo le "forze individuali" e non tanto le "idee generali". Nell'ambito delle "forze" a operare è il "caso", mentre la ragione "si sforza soltanto d'imprimergli una direzione".

Questo perché "se nell'uomo qualcosa deve fruttificare, occorre che scaturisca dal suo intimo, senza venirgli dato dall'esterno", cioè deve scaturirgli da "forze ignote" (dal "caso", appunto). Il "presente" di queste forze "dev'essere già predisposto all'avvenire", cioè dev'essere suscettibile di continue modificazioni.

"La ragione ha sì la capacità di dare forma ad una materia preesistente, ma non ha la forza di crearne una nuova". La forza non sta nella "ragione", ma nell'"essenza delle cose".

Ecco, in questo senso -dice Humboldt- "una nazione non può essere mai abbastanza matura per una Costituzione sistematicamente elaborata secondo puri principî di ragione". La ragione pretende d'orientare ogni forza, di dirigere ogni attività, ma così facendo s'impoverisce, poiché la caratteristica principale di ogni individuo e di ogni nazione è quella di concentrarsi su "un'unica forza", di esprimersi secondo "l'unilateralità", di modo che "la ripetzione frequente si trasforma in abitudine" e questa, prima o poi, diventa "carattere". Energia e cultura stanno "in un rapporto inverso".

La lettera prosegue cercando di dimostrare, attraverso un veloce sguardo sulla "storia delle costituzioni politiche", che gli ideali mutano di continuo, in quanto strettamente vincolati ai "bisogni": ad es. "un pericolo imminente costringeva la nazione ad ubbidire a un sovrano; passato il pericolo essa si sforzava di liberarsi dal giogo" dello stesso sovrano.

Ciò dunque sta a significare -secondo Humboldt- che fra "libertà" e "soggezione" vi è un rapporto interdipendente. La rivoluzione è scoppiata in Francia perché qui più forte era il dispotismo, ma -precisa Humboldt- "l'umanità che aveva sofferto a causa di un estremo doveva cercare la propria salvezza nell'estremo opposto", cioè nella "Costituzione ideale" e non invece in "una via di mezzo".

La Costituzione politica francese è dunque destinata a morire, e tuttavia essa -conclude Humboldt- è servita a "rischiarare le idee", a "rianimare ogni virtù attiva", a diffondere "il proprio benefico effetto molto aldilà dei confini della Francia".

IDEE PER UN SAGGIO SUI LIMITI DELL'ATTIVITA' DELLO STATO

Nello stesso anno in cui spedì la lettera a Gentz, Humboldt scrisse le Idee per un saggio sui limiti dell'attività dello Stato, il cui scopo è già evidenziato nel titolo.

Nell'Introduzione Humboldt fa un confronto tra gli Stati dell'antichità (greca soprattutto) e quelli moderni, e le principali differenze ch'egli rileva si possono riassumere nelle seguenti:

STATI ANTICHI (*)

Educano alla virtù morale.
Scarso potere coercitivo sulle cose esterne.
Forte potere coercitivo sull'interiorità dell'uomo.
La durata della Costituzione dipendeva dalla volontà della nazione

STATI MODERNI

Garantiscono la sicurezza del benessere materiale.
Forte potere coercitivo sulle cose esterne.
Scarso potere coercitivo sull'interiorità dell'uomo.
La durata della Costituzione è indipendente dalle variazioni del carattere specifico della nazione

(*) Le Costituzioni di questi Stati assomigliano a quelle dei moderni "piccoli Stati repubblicani".

In pratica Humboldt si chiede se lo Stato moderno possa limitarsi ad essere un ente politico-amministrativo o debba diventare anche un ente di carattere etico, come appunto nell'antichità. Egli constata che nell'epoca moderna i teorici del diritto pubblico sono sempre più propensi ad ammettere la seconda alternativa, e si chiede se i "fini supremi" dell'esistenza del singolo individuo possono in qualche modo giustificarla.

Humboldt parte dal presupposto che per lo sviluppo dell'uomo occorrono due cose: la libertà e la varietà delle situazioni (cioè una situazione ambientale multilaterale). Il secondo aspetto è sempre una conseguenza della libertà, cioè il frutto di una conquista contro l'oppressione.

Humboldt è dell'avviso che la condizione migliore dell'uomo è quella che gli permette di godere "della libertà più illimitata di sviluppare se stesso nella sua inconfondibile peculiarità".

Fine dello Stato è quello appunto di rispettare tale principio, nel senso che va respinta "ogni sollecitudine dello Stato d'immischiarsi nella sfera degli affari privati dei cittadini", in quanto suo unico compito è quello di garantire la sicurezza di una nazione o di "impedire il male".

A tale scopo esso può servirsi di mezzi diretti: costrizione, incitamenti, esempi, o indiretti: "dando ai rapporti sociali una struttura favorevole", influenzando "il pensiero e il sentimento dei cittadini".

Quando lo Stato pretende di andare aldilà della sicurezza, mirando al "benessere positivo della nazione", cioè preoccupandosi di promuovere agricoltura, industria e commercio a tutti i livelli (creditizio, import-export, ecc.), creando istituti di assistenza per i poveri ecc., esso produce inevitabilmente "uniformità e comportamenti estranei".

In tal modo gli uomini "ottengono dei beni a spese delle loro energie". Se il bene supremo è "la varietà che deriva dall'associazione di molti", l'intervento dello Stato riduce questa varietà. I membri di una nazione si trasformano così in "sudditi che entrano in relazione con lo Stato". Invece di perseguire "varietà e attività", gli uomini si limitano a "benessere e quiete".

Uno Stato troppo "interventista" indebolisce la nazione, mina il senso della proprietà personale, mortifica la creatività, abitua l'uomo alla passività, "a contare troppo su direttive d'insegnamento, controlli ed aiuti esterni". Viceversa, lo Stato deve limitarsi a offrire agli uomini diverse soluzioni del problema, lasciando poi che siano gli uomini a scegliere la più conveniente.

Se lo Stato non educa a questa responsabilità, inevitabilmente avrà a che fare con un cittadino che si sentirà "libero da ogni dovere che lo Stato non imponga esplicitamente", "sollevato da ogni impegno di migliorare la propria condizione, potendo egli temere che ciò costituisca eventualmente un'occasione di più allo sfruttamento da parte dello Stato". L'individuo eterodiretto stravolge le nozioni di merito e di colpa.

Humboldt conclude questa prima parte del saggio ribadendo che "gli uomini devono associarsi fra loro non per perderci in peculiarità", ma soltanto "per perdere l'isolamento esclusivo", nel senso che "ciò che ognuno possiede in proprio, lo deve confrontare con quello che riceve dagli altri"(p. 83), accettando sì che la propria energia venga modificata, ma non soppressa.

Nella seconda parte Humboldt passa ad esaminare le principali caratteristiche negative dello Stato moderno, iniziando dalla burocrazia ("amministrazione superiore"). Burocrati e funzionari statali fanno parte -secondo Humboldt- di un sistema: che spreca l'energia intellettuale e fisica dei propri cittadini, tenendoli occupati in mansioni "vane e in parte troppo unilaterali"; che infonde sentimenti di dipendenza, di falsa presunzione, di pigrizia; che astrae sempre più dalle cose reali e non fa vedere che il loro lato formale... Gli impiegati si trasformano in macchine, le energie vengono sacrificate ai risultati.

Humboldt fa notare che lo Stato si è imposto alla nazione arbitrariamente. In origine le classi e le associazioni potevano unirsi mediante contratti, ora invece tutto è diventato organizzazione di carattere statale, dove si pretende che una rappresentanza sia "un organo di fedele espressione dell'opinione" di tutta l'associazione (p. 88), al punto che se una minoranza rifiuta le decisioni della maggioranza, non ha la possibilità di formare una diversa associazione. Ciò è accaduto perché lo Stato ha voluto estendere ad altri settori il compito di mantenere la sicurezza reciproca dei cittadini e quella nei confronti dei nemici esterni.

Humboldt è disposto a tollerare "un potere supremo e incontestabile" dello Stato solo nel caso di "contrasti fra uomini", onde por fine al circolo vizioso di offesa e vendetta (servendosi della sentenza del giudice per riconciliare le parti in causa e della pena inflitta dallo Stato). Ciò in quanto "senza sicurezza non v'è libertà".

Il secondo aspetto negativo è "l'esistenza di armate permanenti", cioè gli eserciti regolari, professionali, separati dalla nazione, al servizio esclusivo dello Stato. Humboldt tuttavia non è contrario alla guerra, anzi ritiene ch'essa sia salutare alla formazione del carattere della nazione, a condizione ovviamente che scoppi da sé, in virtù delle "passioni originarie" degli uomini, che sia condivisa da tutti e non subìta dalla volontà dello Stato.

Il terzo aspetto negativo sono le organizzazioni di massa o le istituzioni (come ad es. l'educazione pubblica, la religione e le leggi in materia di costume) che dovrebbero prevenire le azioni illegali. Secondo Humboldt più che le istituzioni, bisognerebbe sviluppare gli individui.

In particolare, l'educazione pubblica, "dominando in essa sempre lo spirito del governo, dà all'uomo l'impronta adatta ad un particolare ordinamento politico-sociale", cioè sacrifica l'uomo al cittadino. Humboldt dunque preferisce l'educazione privata, che permette di perseguire "indirizzi molteplici". Egli peraltro afferma che "per conservare la sicurezza necessaria ad uno Stato non v'è bisogno di una trasformazione dei costumi".

Quanto alla religione, Humboldt è contrario all'idea che uno Stato debba, invece che promuovere la "religiosità in generale", prediligere una "religione determinata". Lo Stato non deve intromettersi nelle questioni religiose, né deve tenere unite "moralità e religiosità". La moralità non dipende dalla religione e l'efficacia di questa è solo soggettiva, mentre il valore della moralità può essere acquisito da chiunque, a prescindere da qualunque religione. Humboldt qui fa notare che l'idea religiosa di ricompensa e punizione futura, indotta dallo Stato confessionale nella parte più rozza del popolo, potrebbe essere sostituita efficacemente dalla tangibilità delle pene civili (quando la polizia è bene organizzata).

Ciò non significa, per Humboldt, che non debba esserci un'educazione alla religiosità, ma solo che tale educazione deve essere accettata liberamente. L'intero servizio del culto andrebbe quindi affidato alle comunità religiose. Il fine ultimo del legislatore "deve rimanere sempre quello di elevare i cittadini fino al punto che la sola idea del vantaggio loro garantito ad opera dell'organizzazione statale per il raggiungimento dei fini individuali, costituisca per loro un sufficiente stimolo alla promozione delle finalità dello Stato".

Infine la trasformazione dei costumi per mezzo di leggi e prescrizioni statali. Trattasi di regolare quelle singole azioni di per sé immorali o che conducono all'immoralità, anche se non sono lesive di diritti altrui: in primo luogo l'eccesso di sensualità, ovvero la sproporzione fra i desideri e i mezzi di soddisfacimento offerti dalla situazione esterna, il lusso ecc.

Humboldt tuttavia precisa che "se queste leggi e istituzioni fossero efficaci, il grado della loro dannosità crescerebbe nella misura in cui cresce la loro efficacia", poiché lo Stato diventerebbe sì "tranquillo e prospero", ma i cittadini apparirebbero "come una massa di schiavi ben nutriti". Questo perché "interventi coercitivi e direzionali, senza contare ch'essi non producono mai la virtù, indeboliscono anche sempre la forza", l'energia.

Humboldt qui sintetizza in quattro punti i motivi fondamentali per i quali si sente in dovere di negare valore allo Stato moderno (monarchico e prussiano, in particolare) e di affermare il principio liberista del "non intervento" dello Stato nell'ambito della società civile:

1) "L'uomo è di per sé incline più ad azioni altruistiche che ad azioni egoistiche";
2) "La libertà potenzia l'energia...induce forse a qualche trasgressione, ma conferisce al vizio una forma meno ignobile";
3) Chi è libero si appropria dei retti principî con più fatica, ma poi non li abbandona più;
4) "Tutte le istituzioni dello Stato, dovendo esse ridurre ad unità interessi molto diversi, sono causa di molteplici collisioni" - di qui le trasgressioni.

Lo Stato quindi "deve assolutamente astenersi da ogni tentativo di agire in maniera diretta o indiretta sui costumi e sul carattere della nazioni, salvo che ciò non sia inevitabile quale conseguenza naturale e spontanea di disposizioni altrimenti necessarie".

L'eccezione è spiegata da Humboldt riprecisando il concetto di "sicurezza": col che si entra nella terza parte delle Idee, quella più propositiva.

Lo Stato -afferma Humboldt- deve intervenire, con sanzioni pecuniarie e penali, soltanto quando esistono violazioni del diritto per le quali il potere del singolo individuo non è sufficiente. Se l'individuo riesce da solo a risolvere le violazioni del suo diritto alla libertà e alla proprietà, lo Stato non deve intervenire.

Il cittadino può sentirsi "in dovere" nei confronti dello Stato solo in situazioni particolari, quando appunto non può fare a meno della sicurezza che lo Stato è in grado di offrirgli (come p.es. in caso di guerra, oppure nei casi di vertenze giuridiche tra cittadini). Il cittadino non può mai essere "sacrificato" allo Stato, a meno che non sia la massa stessa dei cittadini ad avere questo diritto su di lui.

Humboldt subordina nettamente il diritto positivo al diritto naturale e universale, e nell'ambito di quest'ultimo egli tiene in massima considerazione le "convenzioni pattuite liberamente [da "uomini illuminati"] allo scopo di garantirsi la sicurezza". Tali convenzioni, a differenza delle ordinanze statali, nascono solo in casi veramente necessari e, essendo libere, vengono rispettate più rigorosamente. Lo Stato non dovrebbe fare altro che agevolarle.

Altri compiti irrinunciabili dello Stato (leggi civili) sono -secondo Humboldt- quello di imporre all'offensore l'obbligo di risarcire il danno arrecato all'offeso: in tal senso occorre impedire che "la sete di vendetta" dell'offeso si serva dello Stato "come di un pretesto nei confronti dell'offensore". Humboldt cita qui il caso della privazione della libertà personale prevista dalla legislazione prussiana per il debitore insolvente: soluzione, questa, che a suo giudizio andrebbe considerata in via "subordinata".

Un altro caso è quello relativo alle dichiarazioni di volontà in virtù delle quali si trasferisce una parte di proprietà da una persona all'altra. Lo Stato dovrebbe intervenire quando "il trasferente, violando la promessa, tenta di recuperare il bene trasferito".

Nel caso invece di contratti (ad es. il matrimonio) "lo scioglimento dev'essere permesso in ogni momento e senza necessità di motivazioni", poiché qui il soggetto impegna attivamente tutta la propria persona e la propria libertà.

Si può qui riassumere il dovere fondamentale dello Stato nei confronti dei propri cittadini: quello di "esaminare e giudicare le contestazioni di diritto", offrendo "protezione contro pretese illegittime", dando "alla rivendicazione legittima quell'appoggio ch'essa potrebbe ottenere per azione diretta dei cittadini solo a prezzo del turbamento dell'ordine pubblico".

Relativamente al diritto penale, i principî su cui lo Stato dovrebbe condurre la propria azione sono per Humboldt i seguenti:

1) Imporre pene severe a chi lede il diritto fondamentale dello Stato, "perché chi non rispetta i diritti dello Stato non riesce nemmeno a rispettare quelli dei suoi concittadini"; pene invece meno severe a chi lede solo un diritto di un singolo cittadino; infine pene più miti "a chi ha semplicemente violato una legge il cui scopo era d'impedire una simile possibile lesione del diritto";

2) "Ogni legge penale può essere applicata solo nei confronti di chi abbia compiuto una trasgressione intenzionale o colpevole";

3) Lo Stato non deve considerare "il cittadino semplicemente sospettato" come "un criminale convinto", né deve usare, nei confronti del criminale, dei mezzi che violino i diritti dell'uomo e del cittadino.

Un'attenzione particolare lo Stato deve riservare ai minorenni e agli alienati. Esso "deve dichiarare nulli quei loro atti le cui conseguenze potrebbero riuscire ad essi dannose, e punire coloro i quali ne approfittano a proprio vantaggio". Lo Stato deve fissare la durata della minorità e garantire i tutori agli orfani.

Humboldt conclude le Idee ribadendo a chiare lettere il grande valore della libertà umana. Se gli uomini non si sentono liberi, bisogna educarli con la teoria. La libertà non può mai essere imposta con la forza. "Sciogliere le catene di chi, portandole, non le sente ancora come tali, non significa dargli la libertà. Ma di nessun uomo al mondo, per derelitto che sia a causa della sua condizione naturale o per degradato che sia a causa della sua posizione sociale, si può dire ch'egli sia completamente indifferente a tutte le catene che lo opprimono".

MEMORIALE PER UNA COSTITUZIONE CORPORATIVA

Humboldt scrisse il Memoriale per una Costituzione corporativa nel 1819, allorché era ministro dello Stato prussiano per gli "affari degli Ordini". Col termine "ordine" Humboldt intende i "grandi, medi e piccoli proprietari fondiari". All'idea della Rivoluzione francese di una partecipazione immediata di tutti i cittadini a tutti gli affari di governo, Humboldt contrappone qui una rappresentanza per ceti, da eleggere fra i soli proprietari di beni immobili. Egli prova diffidenza verso la borghesia industriale.

Il limite di questo Memoriale consiste appunto nel fatto che da un lato Humboldt vuole elaborare una Costituzione che tenga conto degli interessi della borghesia, dall'altro però sul piano pratico (politico-amministrativo) egli non concede alla borghesia alcun vero potere. Da notare che nonostante questa posizione moderata, la commissione costituzionale verrà soppressa, dopo due sedute, dal re Federico Guglielmo III.

Il Memoriale è suddiviso in 45 articoli, quasi tutti commentati dallo stesso Humboldt. Qui si è cercato di sintetizzarne il contenuto in pochi punti.

1) Senza una Costituzione la monarchia prussiana cade nell'arbitrio e i cittadini diventano indifferenti al bene pubblico:

2) L'amministrazione degli affari della nazione dev'essere affidata ad autorità corporative e tenuta separata dall'amministrazione degli affari dello Stato;

3) Le autorità corporative, che si occupano degli affari nazionali (di grandi e piccoli Comuni), rappresentano meglio dei funzionari statali gli interessi della collettività;

4) Tali Ordini non devono considerarsi come un "contrappeso" all'autorità del governo, ma come un sostegno, un appoggio, al fine di conseguire meglio obiettivi comuni. In questo senso le autorità corporative devono agire accanto ai funzionari statali, "con controllo reciproco";

5) Negli Ordini deve dominare il principio della conservazione, mentre nel governo deve prevalere l'aspirazione alla riforme. Questo perché gli Ordini non devono sentirsi in antagonismo nei confronti del governo, e il governo non può legittimarsi sul dispotismo;

6) Il principio animatore dell'Assemblea generale degli Ordini dev'essere "non l'ambizione di partecipare al governo dello Stato", ma quello di "rendere superflui molti interventi del governo mediante una sistemazione razionale delle situazioni locali";

7) Fra i diritti costituzionali generali si possono annoverare: la sicurezza della persona, che implica "che nessuno venga sottratto al proprio giudice naturale, e che all'arresto debba seguire... l'istruttoria giudiziaria"; la sicurezza della proprietà, che implica che i tribunali, che sanciscono la proprietà, siano assolutamente indipendenti, anche dal governo: in tal senso la carica di giudice è "costituzionalmente inamovibile", mentre "i posti di ministro devono venire conferiti e revocati esclusivamente ad opera della volontà di sua maestà il re, con o senza motivazioni", la libertà di coscienza, che garantisce l'uguaglianza di tutte le religioni.

Fonti

La critica

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 25-11-2008