LENIN
per un socialismo democratico


DITTATURA DEL PROLETARIATO E DEMOCRAZIA OPERAIA

Introduzione - Questioni generali - Dittatura personale e popolare -
Dittatura del proletariato e democrazia operaia - Centralismo e democrazia -
Per una critica dei fondamenti ontologici della civiltà borghese

Perché Lenin parla così di frequente e senza mezzi termini di "dittatura del proletariato"? Perché ha così tante riserve ad usare una formula come "democrazia proletaria od operaia", che pur verrà usata molto di frequente nel dibattito interno al Pcus negli anni 1923-24?

Le ragioni sono più di una e non riguardano soltanto i rapporti tra il sistema politico socialista e quello capitalista, ma anche i rapporti tra le correnti politiche all'interno del socialismo.

Lenin ha sempre contrapposto la "dittatura proletaria" alla "democrazia borghese" come avrebbe contrapposto qualcosa di "vero" a qualcosa di "falso", qualcosa di "coerente" a qualcosa di "ambiguo" o di "ipocrita", come appunto era (ed è) ipocrita la società borghese, che predica sul piano teorico la democrazia, mentre su quello pratico fa esattamente il contrario, con la sua dittatura "sul" proletariato nazionale, sui lavoratori delle colonie, la guerra alle potenze rivali e la guerra al socialismo.

La parola "democrazia" appariva a Lenin in tutta la sua "falsità" proprio per gli abusi ch'essa astutamente celava. Egli la considerava troppo screditata perché la si potesse usare per qualificare, politicamente, una società, quella socialista, che si voleva superiore a quella borghese, una società economicamente giusta e non soltanto politicamente democratica.

In nome della "democrazia" l'occidente aveva distrutto non solo le tradizioni pre-borghesi, ma stava distruggendo anche quelle post-borghesi, quelle socialiste, stava inoltre saccheggiando il mondo intero e aveva fatto scoppiare la prima guerra mondiale.

Peraltro la democrazia borghese era "parlamentare" e Lenin non amava che gli interessi della borghesia e dei latifondisti o ricchi agricoltori fossero rappresentati dai rispettivi partiti politici in un parlamento. Una rappresentanza del genere avrebbe inevitabilmente rallentato i tempi della costruzione del socialismo. Ecco perché riteneva, sotto questo aspetto, del tutto inutile anche il parlamento.

Egli non aveva paura di negare rappresentanza politica a delle classi che in Russia erano già molto osteggiate, anche se numericamente ancora consistenti. La stragrande maggioranza della popolazione russa era contadina, la quale aveva appoggiato la rivoluzione guidata dagli operai delle grandi città.

Lo Stato da costruire (o meglio la "società", in quanto lo Stato avrebbe dovuto progressivamente "estinguersi") doveva realizzare praticamente una sorta di transizione dal feudalesimo al socialismo, saltando la fase del capitalismo, che pur si stava velocemente imponendo nella Russia del primo decennio del Novecento e che gli stessi bolscevichi guidati da Lenin saranno costretti a favorire con la Nuova Politica Economica, per far fronte alla crisi del comunismo di guerra.

L'Ottobre bolscevico voleva essere una "rivoluzione proletaria", come mai in Europa (se si esclude la breve parentesi della Comune) s'era riuscito a fare, un tentativo politico, sociale, economico che si pensava e si voleva infinitamente superiore a qualunque "rivoluzione borghese", ognuna delle quali non aveva mai messo in discussione il diritto alla proprietà privata come diritto naturale. Nessuna rivoluzione borghese aveva mai riconosciuto legittimità ai diritti economici, che non fossero quelli già acquisiti (dalla stessa borghesia).

Ma c'è un'altra ragione che spiega in Lenin l'uso della parola "dittatura" al posto di quella di "democrazia". La dittatura permetteva un governo centralizzato, una ferrea disciplina di partito, che in effetti tornarono molto utili nel momento della controrivoluzione interna e dell'interventismo straniero.

Più volte Lenin aveva detto di non volersi legare le mani col rispetto dei principi teorici della democrazia, nel momento stesso in cui la stessa democrazia borghese avrebbe fatto di tutto per liquidare la rivoluzione bolscevica. Lenin faceva capire a chiare lettere alle potenze occidentali che avrebbe usato ogni mezzo per impedire che i loro eserciti conquistassero l'ex-impero zarista. Essendo vissuto per molto tempo, come esule politico, in vari paesi europei, egli sapeva bene che i capitalisti avrebbero fatto di tutto per impedire in qualunque parte del mondo la realizzazione del socialismo.

L'ex-impero andava trasformato in uno Stato confederato di nazionalità autonome, in cui la preoccupazione fondamentale doveva essere l'edificazione del socialismo. Al di fuori di questo obiettivo vi era soltanto quello delle potenze europee e degli Stati Uniti di fare della Russia una terra di conquista da spartirsi in zone d'influenza, come si cercò appunto di fare con l'interventismo militare in appoggio alla reazione.

Lenin era convinto che il concetto di "dittatura proletaria" includesse tutti i migliori valori politici della democrazia borghese e molto di più. Il fatto che fosse appunto "proletaria" garantiva di per sé alla dittatura il suo carattere "democratico".

Bisogna tuttavia rendersi conto che per Lenin il concetto di "democrazia" aveva scarso significato, poiché in tutta la storia della civiltà occidentale (da quella schiavistica a quella borghese) la "democrazia politica" era servita soltanto a garantire il dominio della classe proprietaria dei mezzi produttivi e quindi lo sfruttamento dei lavoratori. Pertanto egli era più che convinto che i lavoratori russi non avrebbero fatto obiezione a che il partito bolscevico usasse la parola "dittatura" al posto di "democrazia".

La domanda che a questo punto sorge spontaneo porsi è la seguente: con la suddetta impostazione del problema della transizione politica al socialismo, Lenin aveva posto le premesse per la successiva degenerazione burocratica e autoritaria staliniana, in cui praticamente un governo di intellettuali si sostituì a quello dei proletari, oppure vi erano in essa dei margini sufficienti per impedire una tale degenerazione?

In altre parole: Lenin era riuscito a porre le basi "sistemiche" per un uso "proletario" della democrazia, oppure aveva confidato troppo nelle proprie indubbie capacità soggettive (flessibilità, concretezza, lungimiranza, realismo politico...) per ovviare alle possibili involuzioni autoritarie o amministrative nell'edificazione del socialismo?

Soggettivamente Lenin sapeva scorgere in tempo i limiti di un'edificazione del socialismo non sufficientemente "democratica", ma oggettivamente seppe davvero porre le basi perché anche dopo la sua morte si potesse proseguire sulla medesima strada?

O forse più in generale ci si potrebbe chiedere: è possibile porre "oggettivamente" delle basi del genere? E' davvero possibile offrire garanzie per una coerenza tra pratica e ideali? Certo, noi possiamo chiederci perché gli ultimi scritti di Lenin siano sostanzialmente rimasti lettera morta, ma la democrazia avrebbe forse potuto essere "garantita" senza per questo ledere ciò che unicamente la rende legittima, e cioè la libertà? Il concetto di "democrazia" non sfugge forse, in ultima istanza, a qualunque astratta definizione?

Quando nel 1923 egli chiese, poco prima di morire, che Stalin fosse sostituito alla guida del partito (alla carica di segretario generale), in quanto lo riteneva troppo rozzo e intollerante, per quale ragione la sua richiesta non venne presa in considerazione? Forse il motivo va individuato nel fatto che Lenin era troppo abituato a comandare e che nella sua condizione di "malato grave", la sua volontà non poteva apparire così stringente, così persuasiva come un tempo?

Negli ultimi anni della sua vita egli era giunto alla conclusione che il raddoppio dei membri del CC avrebbe aiutato il partito a vivere più democraticamente il proprio sviluppo, a sentirsi più unito nell'affrontare i problemi dell'edificazione del socialismo. Non era forse tardiva una proposta del genere?

Lenin era un uomo dall'intelligenza assolutamente straordinaria e si rendeva perfettamente conto di aver avuto poco tempo per costruire dei rapporti "umani" coerenti con gli ideali del socialismo. Egli aveva speso tutta la sua vita per una battaglia politica, altamente conflittuale, come neppure Marx ed Engels messi insieme erano mai riusciti a fare. Sapeva bene che un'edificazione del socialismo in tempo di pace avrebbe comportato interventi di natura più "democratica" e "umanistica" in campo politico, ma il destino non gli diede modo di misurarsi in questa direzione, che purtroppo non venne presa in sufficiente considerazione dai suoi seguaci.


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 24/08/2013