LENIN
per un socialismo democratico


QUALE SOCIALISMO?
Commento a Stato e rivoluzione di Lenin

Premessa - Antecedenti - Concezione dello Stato
- L'alternativa della Comune - Estinzione dello Stato - Democrazia
- Socialismo - Questione operaia - Questione ecologica - Questione femminile

Quali sono i criteri per impedire che una dittatura del proletariato non si trasformi in una dittatura sul proletariato, da parte degli organismi politici ch'esso s'è dato per compiere la rivoluzione?

Visto che è stato possibile che lo Stato borghese si staccasse dalla società civile e opprimesse la parte più debole, pur essendo stato generato da questa stessa società, per quale motivo non dovrebbe essere altrettanto possibile che il partito comunista si stacchi dalla classe operaia che l'ha generato e finisca per dominarla? Quali sono le condizioni perché ciò non avvenga?

L'unica condizione possibile, a rivoluzione attuata, è una circoscrizione geografica della democrazia e del socialismo non eccessivamente ampia, da impedire che l'esercizio del potere sfugga a un controllo periodico da parte dei cittadini, i quali devono poter esercitare una democrazia diretta e delegata (in quest'ultimo caso i delegati devono rendere conto del loro operato e devono poter essere rimossi, in casi previsti dalle leggi, dagli stessi cittadini che li hanno eletti). Se, posta questa condizione, il partito finisce col prevalere sulla classe, allora la responsabilità ricade sulla classe.

Se si prescinde da questa condizione, chi potrà mai stabilire il momento in cui è necessario passare dalla dittatura del proletariato al socialismo senza classi?

La conseguenza di questa condizione è che tutte le forme di centralizzazione che fanno capo a organismi concentrati in un unico luogo (p.es. la capitale di una nazione) vanno progressivamente eliminate. Non si può rischiare di abolire lo Stato borghese riproponendolo in forma socialista.

"Stato" vuol dire centralizzazione dei poteri nella capitale della nazione, che coincide, nel capitalismo, con la sede del parlamento, dei ministeri, degli organi di governo e di tutti i partiti politici dell'arco parlamentare: questo non può accadere anche sotto il socialismo.

"Stato" vuol dire "uso strumentale del territorio", in cui gli organi locali altro non sono che una mera propaggine delle funzioni centrali, in cui ogni realtà locale, anche quella storicamente precedente all'istituzione dello Stato, viene trasformata in un tentacolo funzionale agli interessi dello Stato-priovra.

P.es. in Italia i Comuni sono controllati dalle Province e queste dalle Regioni e queste dallo Stato. Si ripete a livello di Enti Locali Territoriali lo stesso meccanismo gerarchico esistente a livello nazionale, in cui lo Stato, peraltro, si serve anche di propri organi periferici, come p.es. le prefetture, le preture ecc. Ogni autorità locale nominata dallo Stato va dunque abolita.

Si badi, non è sbagliato il concetto di "centralizzazione", è sbagliato non limitarsi a una semplice centralizzazione locale-territoriale, in cui i controllori siano costantemente o periodicamente controllati dagli stessi cittadini che eseguono le loro disposizioni, per la cui decisione o formulazione essi hanno attivamente partecipato.

Una democrazia centralizzata a livello nazionale è un non-senso, poiché il limite della democrazia è proprio la possibilità concreta di controllare i controllori e quindi la possibilità di revocarli in tempo reale, in casi di corruzione, inadempienza, incapacità...

L'elezione di un parlamentare infatti è facile ma, in presenza di uno Stato centralista, la sua rimozione è quasi impossibile, non solo perché essa può avvenire solo in occasione di nuove elezioni, che possono anche avere scadenze quinquennali, ma anche perché la scelta della rosa dei candidati al seggio parlamentare viene fatta esclusivamente dal partito di appartenenza, il quale, se si escludono i momenti della campagna elettorale, si pone in maniera separata dal resto della società. Tant'è che il parlamentare assai raramente rende conto del proprio operato ai cittadini che l'hanno eletto; può essere persino eletto in una circoscrizione scelta dal partito, dove il candidato si presenta per fare una breve campagna elettorale e dove, una volta eletto, non viene mai a rendicontare il proprio operato.

I partiti, gli unici autorizzati ad essere presenti in parlamento, non sono un'espressione della volontà dei cittadini, ma solo di loro stessi. Storicamente possono essere nati come frutto di una volontà cittadina, ma nel corso del loro sviluppo questa volontà è stata tanto più negata quanto meno i partiti riuscivano ad essere coerenti coi loro ideali.

Quindi è impensabile che possa esistere un parlamento nazionale che fa leggi per tutta la nazione. E' impensabile che possano esistere dei parlamentari nazionali, il cui mandato non può essere tenuto sotto controllo: i motivi logistici o geografici non vanno considerati di secondaria importanza.

Un parlamento ha senso solo a livello locale (dai quartieri e rioni fino al consiglio comunale che gestisce la città) e man mano che si sale di livello: provinciale, interprovinciale, regionale, interregionale e nazionale, deve diminuire il potere decisionale e aumentare quello consultivo, oppure quello decisionale deve riguardare soltanto i diretti interessati che fanno proposte e s'impegnano ad applicarle.

La partecipazione diretta alle risoluzioni che devono essere applicate dalla comunità locali, serve perché queste stesse risoluzioni devono poter essere facilmente modificate nel caso in cui mutino le condizioni che le avevano generate. E' questo è possibile farlo con tempestività solo a livello locale e solo se questo livello è autonomo.

Il livello nazionale infatti serve soprattutto per raccordare situazioni che richiedono impegni comuni, che oltrepassano le competenze locali-territoriali (si pensi p.es. all'uso di risorse come mari, laghi, fiumi, sottosuolo, strade ecc.), o per sanare situazioni distorte, incapaci di risolvere da sole i propri problemi.

Il livello nazionale è quello spontaneo in cui ci si confronta liberamente sui risultati ottenuti, in cui si registrano i successi e i limiti delle esperienze altrui, in cui si analizzano i bisogni comuni che attendono soddisfazione. Questo livello non può mai imporre direttive ai livelli locali o regionali. Le direttive devono darsele gli stessi cittadini preposti ad applicarle, in un dibattito interno, libero da interferenze esterne.

Questo in tempo di pace. In tempo di guerra il livello nazionale può servire per prendere decisioni comuni contro il nemico esterno. Questo aspetto, che è decisivo, è p.es. mancato alle tribù indiane di tutto il continente americano, nel momento in cui sono state sopraffatte dagli europei.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 24/08/2013