LENIN E L'ITALIA
Il rapporto di Lenin col socialismo italiano

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Turati

1905

"Turati è il Millerand italiano, un bernsteiniano, cui Giolitti ha offerto un portafogli nel suo ministero". Con queste parole Lenin esordisce nel 1905, riprendendo le critiche che già Engels rivolgeva al dirigente socialista, che non riusciva a capire la differenza tra rivoluzione socialista e quella piccolo-borghese.

Turati s'illudeva di poter fare gli interessi del proletariato appoggiando i governi borghesi. Infatti nel 1901 aveva aderito al Ministero Zanardelli e quindi stabilito una sorta di tacita collaborazione con Giolitti, il quale nel 1903 gli offrirà di entrare nel suo governo, proposta che però venne rifiutata a causa dell'opposizione interna dei massimalisti.

Turati s'era orientato verso il riformismo sin dalla sconfitta dei Fasci siciliani (1894) e lo scioglimento del Partito socialista (egli aderì coi socialisti milanesi alla «Lega per la difesa della libertà», creata dal radicale Felice Cavallotti e scrisse il saggio I sobillatori, teorizzando il passaggio al socialismo come processo realizzabile solo grazie all'azione di una élite intellettuale).

Alla sfiducia nell'azione di massa si associa la persuasione che i socialisti debbano stabilire un'intesa organica con le forze borghesi disponibili a una politica di riforme democratiche.

Infatti di fronte ai tumulti del 1898 a Milano contro il carovita, il Psi reagisce, cercando di dissuadere i manifestanti dalle dimostrazioni di protesta e adottando la turatiana "propaganda contro l'insurrezione", anche dopo il sanguinoso intervento dell'esercito, l'arresto dei dirigenti socialisti e lo scioglimento del partito e della CGL, tornati alla legalità solo nel 1900.

Turati, pur essendosi adoperato per sedare i tumulti, viene arrestato, condannato a dodici anni e liberato dopo un anno solo grazie all'indulto; egli attribuisce la strage più alle autorità di Milano che al governo di Rudinì, nel tentativo di trovare un compromesso con lo stesso Rudinì. Dai fatti di Milano trae anzi motivo per ribadire la necessità di rivoluzioni lente e pacifiche e di un'intesa con i liberali democratici facenti capo a Giolitti.

Il congresso di Roma del settembre 1900 sancisce la vittoria di Turati e della Kuliscioff; essi conquistano alle tesi riformiste la grande maggioranza del Psi con l'appoggio di Claudio Treves, Giuseppe Modigliani e molti altri dirigenti socialisti, sconfiggendo la sinistra, da tempo rappresentata dall'amico di gioventù, Enrico Ferri, e da Costantino Lazzari, sostenuti da Lenin.

Diventa così possibile trasformare il Psi in un interlocutore privilegiato di Giolitti, che da parte sua mira a rafforzare lo stato liberale integrando nel sistema di governo i socialisti riformisti e i cattolici liberali, in cambio del riconoscimento di alcuni diritti dei lavoratori e di un'attenuazione del vecchio anticlericalismo.

Secondo Turati il liberalismo giolittiano, espressione di una moderna borghesia al passo con l'evoluzione dei tempi, poteva favorire una trasformazione democratica della società, conducendo gradualmente al socialismo.

Questa pratica collaborativa, impostesi nel Psi non senza forti resistenze della sinistra, entrò subito in crisi di fronte alla politica coloniale di Giolitti e alla guerra contro la Libia, intrapresa nel 1912.

Nel congresso di Reggio Emilia dello stesso anno Turati fu nuovamente posto in minoranza e la sua posizione si indebolì ancor più durante la Prima Guerra mondiale, di fronte alla quale l'unità del partito si ricompose sulla parola d'ordine «né aderire né sabotare», condivisa anche da lui.

Ma col procedere della guerra egli si orientò sempre più verso la solidarietà con la nazione in guerra, in contrasto con quanti condividevano la tesi di Lenin secondo cui occorreva sfruttare la guerra imperialista per innescare il processo rivoluzionario.

Anche la recisa condanna del «terrore rivoluzionario» e del leninismo espressa da Turati e dalla Kuliscioff contribuì a far declinare l'influenza del riformismo, posto seccamente in minoranza dai massimalisti nel congresso di Roma del 1918. Turati evitò a stento una condanna e l'espulsione per i suoi discorsi «patriottici».

Nel congresso di Bologna del 1919 egli si trova ormai a capeggiare una minoranza piuttosto esigua, benché influente in parlamento, nel campo dell'opinione e nel movimento sindacale.

Proprio questa influenza dei riformisti, che si oppongono nel 1920 al movimento di occupazione delle fabbriche e restano legati alla II Internazionale di indirizzo antileninista, fa sì che sembri necessaria a molti la loro espulsione dal partito, richiesta da Lenin come condizione per accogliere il Psi nella III Internazionale.

Da principio tuttavia questa domanda non viene accolta e provoca anzi una scissione a sinistra nel congresso di Livorno del 1921, con la nascita del Partito comunista d'Italia, di orientamento leninista.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici - Lenin
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Aggiornamento: 09/10/2005