LENIN E L'ITALIA
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1920 Nella primavera del 1920 Lenin pubblica L'estremismo, malattia infantile del comunismo, in cui, fra le altre cose, critica Bordiga e la sua frazione di comunisti astensionisti (rappresentata dal giornale "Il Soviet") che boicotta la partecipazione al parlamento, senza rendersi conto che attività legale e illegale si compenetrano. Lenin tuttavia approva le critiche di Bordiga a Turati e proprio non riesce a digerire il fatto che il Psi tolleri ancora al proprio interno dei parlamentari opportunisti come Turati, Treves, Modigliani, Dugoni... Quando cominciò a scrivere L'estremismo Lenin s'era già reso conto che la conquista del potere politico era solo il primo passo nell'edificazione del socialismo e che ne restavano da fare ancora molti altri, in quanto la cultura borghese tendeva continuamente a riemergere nei comportamenti dei rivoluzionari e nei confronti di questi rigurgiti occorreva un paziente lavoro di rieducazione, in tutti i settori della vita sociale. Lenin aveva chiarissime queste difficoltà nel 1920. Nel mese di luglio si tiene il II congresso della III Internazionale, ove si valutano positivamente le critiche della sezione torinese del Psi, guidata da Gramsci, Terracini e Togliatti ed espresse sulla rivista "L'Ordine Nuovo" (1), che vengono rivolte alla direzione del partito, accusato di non aver fornito una giusta analisi della situazione rivoluzionaria italiana, di non aver saputo unificare e coordinare le lotte delle masse e di non aver espulso dal partito i riformisti. La sezione torinese voleva la creazione dei consigli di fabbrica per il controllo della produzione industriale e agricola. Nel corso del congresso furono approvate le condizioni di ammissione alla III Internazionale. Lenin chiedeva a più riprese che i riformisti venissero espulsi dal Psi, poiché riteneva intollerabile che si fregiassero del titolo di "terzinternazionalisti" (il Psi era entrato nella III Internazionale al congresso di Bologna del 1920). La situazione italiana viene giudicata grave da Lenin, in quanto i debiti di guerra ammontano al 60-70% del Pil e il denaro s'è svalutato di 2/3. In ottobre Lenin plaude all'occupazione delle fabbriche e delle case degli industriali da parte degli operai italiani. Tuttavia nello stesso periodo, elaborando La storia della questione della dittatura, Lenin sostiene che i socialisti (inclusi quelli italiani) accettano sì l'idea di rivoluzione ma non quella di dittatura del proletariato, mostrando così il loro sterile riformismo. Alla domanda sul perché questi socialisti, nonostante la situazione esplosiva del dopoguerra, non siano capaci di compiere alcuna rivoluzione, Lenin risponde dicendo ch'essi s'illudono che col parlamentarismo e la costituzione si possa evitare l'uso della violenza, e così si consegnano nelle mani della borghesia, che, partendo da posizioni vantaggiose, ha facilmente la meglio. E' l'illusione di poter instaurare il socialismo pacificamente, col consenso della borghesia. Negli ultimi due mesi del 1920 Lenin pubblica una dura polemica contro Serrati, in A proposito della lotta in seno al partito socialista italiano. L'articolo prende le mosse dal fatto che l'Avanti! aveva pubblicato il 5 ottobre la lettera di Lenin agli oprerai tedeschi e francesi in cui veniva detto che quando si giunge a una vera rivoluzione vi sono sempre dei socialisti riformisti che la ostacolano, ed egli aveva citato i nomi di Turati, Prampolini e D'Aragona. Il direttore del giornale, Serrati, aveva commentato quella lettera dicendo tre cose:
Le eccezioni in effetti riguardavano il caso di taluni esponenti riformisti all'interno dell'Internazionale, ma Turati, Prampolini e D'Aragona non costituivano per Lenin delle eccezioni, ed egli risponde a Serrati dicendo d'aver omesso Modigliani per puro caso, e di aver riportato altri nomi a titolo esemplificativo. Infatti non era questione di "nomi" ma di "tendenze", cioè di linea politica. Spiegò inoltre che la lettera era stata scritta a titolo personale, e che anche questa era una questione di secondaria importanza, usata da Serrati per non dover affrontare l'altra, quella della espulsione dei riformisti. Lenin in realtà aveva parlato di due tendenze opposte in seno al Psi, facendo riferimento al fatto che all'interno del partito vi erano due correnti: una favorevole all'espulsione dei riformisti, dopo che il partito aveva accettato i 21 punti della III Internazionale, ed era capeggiata da Terracini, Gennari, Regent, Tuntar, Casucci, Marziale e Bellone; l'altra invece contraria, quella di Serrati, Baratono, Zannerini, Bacci e Giacomini. L'ala sinistra del Psi voleva maggiore compattezza e unità all'interno del partito, vista la situazione rivoluzionaria e riteneva intollerabile il fatto che l'ala riformista non si attenesse alle indicazioni del partito (cioè in sostanza il fatto che, mentre a parole i riformisti dicevano di accettare le condizioni per l'ingresso nella nuova Internazionale, nei fatti tendevano ad aggiungere ulteriori distinguo relativi alla specifica situazione del paese). Secondo Lenin i riformisti stavano sabotando la rivoluzione operaia, come d'altra parte avevano già fatto durante l'occupazione delle fabbriche. Serrati, in una lettera all'Humanité, si era difeso dicendo che al massimo si poteva espellere Turati, ma non si poteva volere una scissione netta da tutti i riformisti. Lenin invece gli ribatte che i riformisti stanno agendo in maniera autonoma rispetto all'ala sinistra e lo dimostra la convocazione a Reggio Emilia di un loro convegno (11/10/1920), ove hanno rifiutato l'accettazione incondizionata dei 21 punti, la conquista rivoluzionaria del potere e l'instaurazione della dittatura del proletariato (le sezioni rappresentate al convegno erano 200). Serrati era preoccupato del fatto che la scissione avrebbe indebolito il partito, i sindacati, le cooperative e le amministrazioni comunali, poiché riteneva di non avere sufficienti uomini con cui sostituire gli espulsi. Lenin gli ribatte che se non espelle i riformisti, il Psi non potrà mai fare alcuna rivoluzione, né tanto meno difenderla, per cui le sue preoccupazioni non hanno alcun senso. L'esperienza in Russia e in Ungheria (2) lo aveva già dimostrato. Non si potevano mettere sullo stesso piano i due problemi: gli errori amministrativi sarebbero stati inevitabili, ma almeno sarebbero stati risolti quelli relativi alla conquista del potere politico. Lenin inoltre gli fa capire che anche in Russia, al momento della rivoluzione, vi furono forti defezioni, ma poi, fatta la rivoluzione, vi fu l'ammissione degli errori e la reintegrazione dei riformisti nel partito. Lenin infatti sapeva bene che nel momento dello scoppio della rivoluzione non ci possono essere esitazioni nei quadri dirigenti. Con le epurazioni il partito si fortifica. Non si può rischiare di perdere la partita a causa delle incertezze e perplessità di alcuni dirigenti. D'altra parte Serrati - prosegue Lenin - non può nascondersi il fatto che il proletariato industriale e rurale s'è già spontaneamente sollevato in Italia. Si tratta soltanto di organizzarlo per l'insurrezione finale. Serrati inoltre aveva espresso il timore di un blocco economico da parte delle maggiori potenze imperialiste. Lenin gli risponde che era assurdo, in nome di questo timore, rinunciare alla rivoluzione, anche perché l'Italia sarebbe stata sicuramente assistita dalla stessa Russia, e con la propaganda si sarebbe potuto convincere il proletariato di tutto il mondo a protestare contro l'embargo. (1) Il rapporto "Per il rinnovamento del partito socialista", presentato dal gruppo "Ordine Nuovo" al consiglio del partito, a Napoli nel maggio 1920, ricevette un particolare apprezzamento al II congresso del Komintern. Il settimanale, pubblicato a Torino nel 1919 come organo dell'ala sinistra del Psi, divenne quotidiano nel 1921 come organo del Pci. Nell'ottobre 1922 fu soppresso dal fascismo, ma continuò a uscire clandestinamente fino al dicembre 1922. Nel 1924 riprese le pubblicazioni a Roma, ma poco dopo venne soppresso di nuovo. (torna su) (2) La rivoluzione socialista ungherese del marzo 1919 ebbe un carattere pacifico, in quanto la borghesia s'era rivelata incapace di opporsi alle masse popolari. Tuttavia gli elementi socialisti riformisti non furono mai allontanati né dal partito né dal governo, sicché quando fu posto l'embargo economico e organizzato l'intervento armato da parte delle nazioni imperialiste, questi elementi tradirono, agendo in modo controrivoluzionario. La Russia in quel momento non poté far nulla perché anch'essa gravemente assediata dalle forze straniere e minacciata dalla reazione bianca. (torna su) |