LENIN
per un socialismo democratico


LENIN E LA RELIGIONE

Nel primo articolo pubblicato da Lenin, su Novaia Gizn, riguardo all'interpretazione marxista della religione, intitolato Socialismo e religione (1905), sono presenti, in nuce, non solo tutte le tesi fondamentali del marxismo, ma anche tutti gli argomenti sui quali Lenin, in seguito, tornerà per approfondirli ulteriormente.

L'articolo si può dividere in cinque punti:

1) “La religione è una delle forme dell'oppressione spirituale” che nella società borghese è realizzata in virtù dell'oppressione materiale dei capitalisti e proprietari fondiari su operai e contadini. Lenin, come si può notare, si riferisce qui a una religione storicamente individuabile, quella sotto il regime capitalistico, ma i suoi giudizi, in realtà, presumono di avere un valore anche in retrospettiva.

2) Come si realizza questa oppressione è presto detto:

a) “La religione predica l'umiltà e la rassegnazione nella vita terrena a coloro che trascorrono tutta l'esistenza nel lavoro e nella miseria, consolandoli con la speranza di una ricompensa celeste”. A Lenin qui non interessa dimostrare che la religione non ha sempre avuto una funzione del genere: interessa solo far capire che la funzione “reazionaria” è sempre stata prevalente nella storia della religione.

b) “Invece, a coloro che vivono del lavoro altrui la religione insegna la carità in questo mondo, offrendo così una facile giustificazione alla loro esistenza di sfruttatori”. Un giudizio del genere, ovviamente, può essere applicato anche alla religione di ogni regime antagonistico.

3) Il proletariato, cosciente di questo, deve anzitutto rivendicare una precisa libertà politica: “La religione dev'essere dichiarata un affare privato” (della coscienza). Di qui la separazione completa della chiesa dallo Stato. “Ognuno dev'essere libero di professare qualsiasi religione o di non riconoscerne alcuna, cioè di essere ateo”. “E' inammissibile tollerare una sola differenza nei diritti dei cittadini che sia motivata da credenze religiose”. Qui Lenin, nel tentativo di garantire una vera giustizia a tutti i cittadini, atei o credenti che fossero, commette l'errore di voler azzerare giuridicamente le differenze quando, nei fatti concreti, esse sussistono e da esse non si può assolutamente prescindere. Lenin cioè pensò di dover ritenere la giustezza della propria consapevolezza ateistica così evidente da poterla far valere alla consapevolezza religiosa del credente. E non si accorse che una rigorosa uguaglianza sul terreno giuridico non può che causare delle discriminazioni su quello sociale, poiché qui si ha a che fare con due atteggiamenti verso la religione del tutto opposti, che non possono essere resi equivalenti per decreto, soprattutto in considerazione del fatto che la storia della religione ha radici molto più profonde nella coscienza sociale dei cittadini.

Negli atti ufficiali non va riportata l'eventuale confessione religiosa cui si appartiene -prosegue Lenin. Nessuna sovvenzione statale va data alle chiese. Questo va inteso nel senso che le chiese non possono godere di alcun privilegio. Tuttavia qui Lenin non aggiunge che le chiese possono continuare a svolgere i loro servizi grazie al sostegno materiale dei loro fedeli, i quali sono anche cittadini che pagano le tasse, per cui nei loro confronti una qualunque discriminazione sociale, dovuta a motivi ideologici, non è legittima. Questo significa che non si può pretendere che la religione resti un fenomeno privato della coscienza, senza alcuna manifestazione pubblica o sociale.

4) Questa privatezza della religione è valida solo di fronte allo Stato, non di fronte al partito. “La nostra propaganda comprende necessariamente anche quella dell'ateismo”, in forma materialistica e scientifica, non volgare e anticlericale. La quale comunque non è sufficiente, di per sé, a vincere i pregiudizi religiosi, in quanto è necessaria la trasformazione socialista dei rapporti produttivi. Lenin qui raccomanda la diffusione delle opere dei filosofi materialisti francesi (Diderot, Holbach, Helvetius ecc.) che in Russia non erano ancora state tradotte.

In pratica Lenin voleva un partito non solo politico (capace di combattere la religione sul terreno giuridico, mediante la separazione di Stato e chiesa), ma anche ideologico (capace di combattere la religione sul terreno culturale, mediante la propaganda scientifica dell'ateismo). Lenin però doveva prevedere che un partito del genere, una volta giunto al potere, avrebbe avuto molte più difficoltà a comportarsi in maniera democratica nei confronti della religione. In nome infatti di una superiorità ideologica il partito avrebbe potuto impedire alla religione di manifestarsi non solo sul terreno politico (cosa che qui solo i cittadini possono decidere), ma anche su quello culturale, il che avrebbe comportato un abuso di tipo giacobino.

5) Il fatto che l'oppressione economica sia più importante di quella spirituale obbliga il partito a “non dichiarare l'ateismo nel suo programma”. Ciò significa che il partito accetta la militanza di proletari che conservano “residui di vecchi pregiudizi”, La professione di ateismo non è quindi una condizione per diventare comunisti; e tuttavia il militante deve sapere che l'ateismo è parte integrante della filosofia marxista. Lenin distingue chiaramente, senza però separarle, le questioni ideologiche da quelle politiche.

E' chiaro però che, stando le cose in questi termini, difficilmente un credente avrebbe potuto militare in un partito del genere. Avrebbe potuto farlo solo se motivato da cause oggettive di ordine sociale, ma a rivoluzione compiuta, se fosse rimasto credente, avrebbe inevitabilmente lasciato il partito. Un partito politico non può esprimersi così nettamente nei confronti dell'atteggiamento da tenere verso la religione: gli è sufficiente appoggiare il libero dibattito culturale sul problema, lasciando che sia il tempo, oltre che la coscienza dei cittadini, a decidere quale atteggiamento sia migliore.

L'altro articolo metodologico è quello intitolato: L'atteggiamento del partito operaio verso la religione (1909). La prima parte non aggiunge nulla a quanto già detto nell'articolo precedente. Lenin precisa e conferma:

1) che il materialismo dialettico, sul piano filosofico, si riallaccia alle “tradizioni storiche del materialismo del XVIII sec. in Francia e di Feuerbach (prima metà del sec. XIX) in Germania”, portandole alle loro ultime conseguenze;

2) che “tutte le religioni e chiese moderne, tutte le organizzazioni religiose d'ogni tipo sono sempre considerate dal marxismo quali organi della reazione borghese”;

3) che l'ateismo - come vuole Engels - non va inserito nel programma del partito (cfr. invece i blanquisti e Dühring);

4) che il programma di Erfurt (1891) della socialdemocrazia tedesca non va interpretato nel senso che la religione va considerata come un affare privato per i marxisti (cioè di fronte anche al partito).

Per Lenin l'indifferenza nei confronti della religione equivaleva a una posizione opportunistica, che avrebbe sicuramente avuto un riflesso sul terreno politico. Questo perché Lenin tendeva a subordinare la politica all'ideologia, anche se si rendeva conto che non si poteva in nome dell'ideologia rischiare di non conseguire determinati obiettivi politici.

Infatti, la novità più rilevante di questo secondo articolo sta in alcune precisazioni fatte riguardo all'atteggiamento del partito verso la religione.

1) Lenin cominciò a considerare un grave errore credere che “l'apparente 'moderazione' del marxismo verso la religione si spieghi con le cosiddette considerazioni 'tattiche', come il desiderio di 'non spaventare', ecc.”. La realtà è che se il marxismo rifiuta d'inserire l'ateismo nel programma politico del partito non è per ragioni di tipo strumentale, ma perché è convinto:

a) che la propaganda atea deve restare “subordinata” allo sviluppo della lotta di classe (subordinata non vuol dire “esclusa”);

b) che la presenza della religione nelle masse va spiegata “materialisticamente”, cioè in rapporto ai problemi di natura economico-sociale, problemi che devono essere affrontati e risolti anzitutto in modo politico. La religione va superata non tanto o non solo in una contrapposizione frontale coll'ateismo (ciò che, in sostanza, si ridurrebbe a un'astratta, illuministica, predicazione ideologica), quanto piuttosto in collegamento con la lotta di classe che elimina le radici sociali della religione (“la forza cieca del capitale”). Di volta in volta, quindi, va deciso quale rapporto tattico tenere con la religione. Mentre infatti sul piano ideologico il contrasto è irriducibile, sul piano politico invece sono possibili alleanze fra credenti e atei sulla base di piattaforme programmatiche che nulla hanno a che vedere né con l'ateismo né con la religione.

Tuttavia, Lenin non è ancora arrivato a formulare l'idea che la religione va rispettata anche nel caso in cui, dopo aver affrontato i problemi socioeconomici attraverso la lotta di classe (e l'aiuto dei credenti), la coscienza dei credenti coinvolti in tale lotta voglia restare religiosa. Un partito operaio così caratterizzato ideologicamente avrebbe mai permesso ai credenti di poter acquisire delle posizioni di potere nei propri ranghi?

2) Un'altra questione da considerare, per Lenin, è appunto questa: visto che nel programma del partito non è richiesta un'esplicita professione di ateismo, fino a che punto è legittimo accettare la militanza di un credente? La risposta a questa domanda viene posta da Lenin a un duplice livello:

a) “la contraddizione fra lo spirito o i principi del nostro programma e i convincimenti religiosi del credente può restare una contraddizione puramente personale, che riguarda esclusivamente questo credente; e il partito non può sottoporre i suoi iscritti a un esame sull'assenza di contrasti tra le loro opinioni e il programma del partito”. Ciò in pratica significa che se un credente accetta la linea politica del partito, deve poi preoccuparsi da solo di risolvere le sue incoerenze sul piano ideologico. Dal partito avrà l'assicurazione che non sarà discriminato per la sua diversa ideologia.

b) E tuttavia - aggiunge Lenin - “noi ammettiamo all'interno del partito la libertà di opinione, ma entro i limiti precisi fissati dalla libertà di associazione: non siamo tenuti ad andare d'accordo con i predicatori attivi di concezioni respinte dalla maggioranza del partito”. Il partito quindi garantisce al credente la libertà di restare credente, ma a condizione che il credente rinunci alla propaganda religiosa all'interno del partito, o comunque a una propaganda ostile al socialismo (cfr. Gorki e Lunaciarskij).

Si tratta, come si può notare, di una soluzione di compromesso: il partito operaio non può rinunciare alla propria ideologia, però farà in modo di non far pesare questa ideologia sulla coscienza del credente, a condizione naturalmente che il credente faccia altrettanto. Lenin comunque mostra d'essersi reso conto con questo articolo che le questioni politiche possono avere un'importanza equivalente a quelle ideologiche, per cui non si può in nome dell'ideologia sacrificare gli interessi della politica. Naturalmente questo modo di impostare il problema deve fare molto affidamento sull'atteggiamento soggettivo di tutti i militanti del partito.

3) L'ultima questione che Lenin affronta in questo articolo è quella della privatezza della religione. Lo fa non tanto per ribadire la differenza, ormai acquisita, fra la posizione dello Stato e quella del partito, quanto per sottolineare che il principio della privatezza della religione ha subìto in Occidente un'interpretazione di tipo opportunistico.

L'ossessiva indifferenza dei comunisti occidentali per la questione religiosa la si può spiegare:

a) col fatto che la lotta contro la religione è stata un compito in gran parte assolto dalla democrazia borghese nell'epoca delle sue rivoluzioni contro il feudalesimo e il medioevo. In Russia invece questo compito è stato affrontato direttamente dalla classe operaia;

b) col fatto che la lotta borghese contro la religione ha preso in Occidente la forma dell'anarchismo anticlericale (blanquisti, Dühring, ecc.), ovvero della contrapposizione frontale, inducendo così i comunisti (che allora si chiamavano socialdemocratici) ad assumere posizioni più moderate;

c) col fatto che i governi borghesi, esaurita la loro spinta propulsiva progressista, si sono coscientemente serviti anche dell'anticlericalismo pur di poter distrarre le masse dal socialismo, cioè hanno fatto dell'anticlericalismo un terreno comune di lotta fra operai e padroni. Questo in Russia non era mai accaduto.

In pratica, Lenin contesta la mancanza di coerenza ideologica del marxismo occidentale, e quindi la sua subordinazione culturale, nelle questioni religiose, alla scienza borghese, infine lascia intravedere il rischio di assumere posizioni strumentali nei confronti della religione. L'indifferenza infatti è “ambiguità” non “chiarezza”, per cui il marxismo occidentale potrebbe arrivare all'opportunismo in materia di atteggiamento verso la religione appunto per avere dalla sua parte, per un obiettivo politico, il maggior numero possibile di credenti.

Nel Progetto di programma del PC bolscevico (1919) Lenin precisa che nella propaganda scientifica antireligiosa “bisogna evitare con cura di offendere i sentimenti dei credenti, il che condurrebbe soltanto al rafforzamento del fanatismo religioso”. Fanatismo che non nuoce solo alla politica di classe del partito (il quale cerca di far convergere in un medesimo programma politico forze sociali diverse e ugualmente ostili al capitale), ma nuoce anche ai rapporti etico-sociali di queste stesse classi.

Lenin in pratica s'era accorto che, nel rapporto dei militanti comunisti coi credenti all'interno o all'esterno del partito, non esistevano dei criteri oggettivi che salvaguardassero il rispetto delle opinioni religiose. Ora pone quello etico della tutela della dignità umana, che non può certo essere violata per motivi di opinione. Lenin tuttavia, cercando di stabilire una ragione primaria di questa tutela, fa leva sul fatto che la violazione dei sentimenti religiosi comporterebbe un danno politico nei confronti dello stesso ateismo, e cioè il rafforzamento del fanatismo religioso. Non vi sono ragioni di carattere ontologico. Cioè Lenin non avrebbe mai accettato l'idea che una religione può essere vissuta praticamente meglio dell'ateismo, se il credente manifesta una coscienza umanistica superiore a quella dell'ateo. Lenin guardava le cose da un punto di vista prevalentemente politico.

Un altro documento molto importante è la seconda lettera spedita a Gorki nel 1913 da Cracovia. Essa contiene alcune affermazioni che ancor meglio chiariscono l'atteggiamento politico che deve tenere il militante iscritto al partito.

Lenin rimproverò Gorki per aver espresso considerazioni “piccolo-borghesi” nell'analisi del rapporto fra socialismo e religione. Lo scrittore russo, infatti, aveva lasciato intendere, in uno dei suoi articoli, che il socialismo era stato capace di depurare o di purificare l'”idea di Dio” da tutte quelle sovrastrutture ideologiche del clericalismo cristiano.

Lenin lo ammonì scrivendo: “Questa vostra buona intenzione rimane vostro patrimonio personale, un 'pio desiderio' soggettivo. Una volta che l'avete scritto, è bell'e passato fra le masse, e il suo significato viene determinato non dalla vostra buona intenzione, ma dal rapporto tra le forze sociali, dal rapporto oggettivo tra le classi. In virtù di questo rapporto ne consegue (malgrado la vostra intenzione e indipendentemente dalla vostra coscienza), che voi avete imbellettato, inzuccherato l'idea dei clericali”.

In pratica cosa significano queste parole?

1) Che il socialismo è un fenomeno integralmente laico, cioè assolutamente umanistico, e che quindi, come tale, esso non ha nulla da spartire con la religione (il “socialismo cristiano” -aveva precisato Lenin poche righe più sopra- è “la peggior specie di 'socialismo' e la sua peggiore deformazione”);

2) che qualsiasi opinione religiosa sul socialismo, cioè sull'utilità laica del socialismo nei confronti della “purificazione” della religione, deve necessariamente restare privata, altrimenti (cioè divenendo pubblica e trasformandosi quindi in giudizio politico) essa farà immediatamente il gioco dei clericali.

Lenin vedeva le cose solo in maniera conflittuale e, per questa ragione, non voleva concedere al “nemico” (in questo caso i “clericali”) alcuna opportunità. I “clericali”, per Lenin, in pratica, coincidevano con tutti coloro che avevano delle opinioni religiose, o che comunque le usavano in funzione antisocialista.

Lenin fa capire a Gorki che il giudizio politico del socialismo sul fenomeno religioso è esplicitamente e irreversibilmente negativo, senza soluzione di continuità. Nei tempi passati -dice Lenin- “la lotta della democrazia e del proletariato assumeva la forma di lotta di un'idea religiosa contro un'altra. Ma anche questo tempo è passato da un pezzo. Oggi, tanto in Europa che in Russia, ogni difesa o giustificazione dell'idea di Dio, persino la più raffinata, la meglio intenzionata, è una giustificazione della reazione”. Una giustificazione per l'appunto “oggettiva” della reazione, a prescindere cioè dalle intenzioni soggettive di chi si fa carico di tali apologie. Lenin giustamente non faceva alcuna differenza tra idea “nuova” e “vecchia” di dio: su “dio” tutte le idee, per lui, erano “vecchie”, incredibilmente superate. Tuttavia, Lenin non s'è mai posto il problema se possa esistere un diverso modo, più laico ed umanistico, d'interpretare la figura del “Cristo” così com'essa appare nei vangeli canonici.

In sostanza “l'idea di Dio -aggiunge Lenin- non ha mai legato l'individuo alla società, ma, al contrario, essa ha sempre legato le classi oppresse con la fede nella divinità degli oppressori”. Ciò, in altri termini, vuol dire che qualsiasi giustificazione pubblica dell'idea di dio fa sempre gli interessi dell'oppressione padronale. Se c'è dunque la possibilità che un credente lotti per l'emancipazione degli oppressi, ciò è dovuto non tanto alla sua religione, quanto alle cause oggettive e concrete dello sfruttamento economico. E' su questo che i marxisti devono organizzare il consenso col mondo dei credenti.

Le religioni tradizionali, in specie il cristianesimo (e soprattutto il cristianesimo politico, quale s'è venuto configurando da Costantino in poi), di fatto e di diritto, hanno sempre legittimato -a volte contro le loro stesse intenzioni- l'oppressione materiale dei popoli; sicché, la dove esiste l'ideologia religiosa, ovvero una religione “ideologizzata”, esiste pure l'oppressione materiale ed economica. Nel senso che la religione è un indice, un sintomo, di un'oppressione esistente sul piano socioeconomico.

A questa tesi di Lenin si può forse aggiungere che là dove manca l'oppressione materiale, manca anche la pretesa della religione a volersi porre in modo politico nella società. Il che però non significa che alla mancanza di oppressione materiale segua o debba necessariamente seguire la fine della religione. La religione avrà una fine quando saranno le coscienze degli uomini a deciderlo.

Nel Discorso pronunciato al III Congresso dell'Unione della gioventù comunista di Russia (1920) Lenin afferma che i comunisti, pur essendo generalmente atei, non sono amorali. “Per noi la moralità dipende dagli interessi della lotta di classe del proletariato”. Non quindi una morale astratta, dogmatica, da applicare alle diverse situazioni, ma piuttosto una morale che emerga dalle diverse situazioni in cui il proletariato è soggetto protagonista.

Naturalmente un discorso del genere dà per scontato che i motivi della lotta politica del proletariato siano giusti e che lo stesso proletariato, combattendo per degli ideali giusti, si comporti in maniera adeguata. Difficilmente Lenin avrebbe accettato l'idea che pur perseguendo ideali politicamente giusti, il proletariato può commettere delle azioni moralmente riprovevoli.

Nell'ultimo scritto di Lenin sulla questione religiosa, e cioè Sul significato del materialismo militante (1922), Lenin mette in guardia i comunisti dall'illusione di poter edificare il socialismo senza l'aiuto dei credenti, riconosce chiaramente che esistono dei materialisti anche nel campo dei “non comunisti” e ammette la totale inutilità della mera propaganda ateistica ai fini del superamento dell'ideologia religiosa: senza un rapporto sociale di attiva collaborazione coi contadini e gli artigiani per un miglioramento delle loro condizioni di vita, i marxisti non potranno mai sperare di vincere le idee del passato.

Lenin arrivò a mitigare il duro approccio ideologico nei confronti della religione solo dopo che il partito bolscevico conquistò il potere politico. Egli infatti si rese subito conto che “conquistare il potere in un'epoca rivoluzionaria è molto più facile che sapersene servire correttamente”.

LENIN E GORKI SULLA RELIGIONE

In una lettera del 1913, scritta a Cracovia, Lenin rimproverò Gorki per aver espresso considerazioni “piccolo-borghesi” nell'analisi del rapporto fra socialismo e religione.

Lo scrittore russo, infatti, aveva lasciato intendere, in uno dei suoi articoli, che il socialismo era stato capace di depurare o di purificare l'”idea di Dio” da tutte quelle sovrastrutture ideologiche del clericalismo cristiano.

Lenin invece gli fece notare la pericolosità della sua tesi: “Questa vostra buona intenzione rimane vostro patrimonio personale, un ‘pio desiderio’ soggettivo. Una volta che l'avete scritto, è bell'e passato fra le masse, e il suo significato viene determinato non dalla vostra buona intenzione, ma dal rapporto tra le forze sociali, dal rapporto oggettivo tra le classi. In virtù di questo rapporto ne consegue (malgrado la vostra intenzione e indipendentemente dalla vostra coscienza), che voi avete imbellettato, inzuccherato l'idea dei clericali” (Lenin, Sulla religione, ed Progress, Mosca 1979, tr. it., p. 50).

In pratica che cosa significano queste parole? Anzitutto che il socialismo è un fenomeno integralmente laico, cioè assolutamente umanistico e che quindi, come tale, non ha nulla da spartire con la religione (il “socialismo cristiano”, aveva precisato Lenin poche righe più sopra, è “la peggior specie di ‘socialismo’ e la sua peggiore deformazione”); in secondo luogo, che qualsiasi opinione religiosa sul socialismo, cioè sull'utilità laica del socialismo nei confronti della religione, dove necessariamente restare privata, altrimenti (cioè divenendo pubblica e trasformandosi quindi in giudizio politico) fa immediatamente il gioco dei clericali.

Contrario all'opinione di Gorki che pur stimava moltissimo , Lenin fa capire che il giudizio politico dei socialismo sul fenomeno religioso è esplicitamente negativo e senza soluzione di continuità: “Oggi, tanto in Europa che in Russia, ogni difesa o giustificazione dell'idea di Dio, persino la più raffinata, la meglio intenzionata, è una giustificazione della reazione” (p. 51). Una giustificazione per l'appunto ‘oggettiva’ della reazione, a prescindere cioè dalle intenzioni soggettive di chi si fa carico di tali apologie.

“L'idea di Dio”, aggiunge Lenin più sotto, “non ha mai legato l'individuo alla società”; essa, al contrario, ha sempre legato le classi oppresse con la fede nella divinità degli oppressori”. Ciò, in altri termini, vuol dire che qualsiasi giustificazione pubblica dell'idea di Dio fa sempre gli interessi dell'oppressione padronale.

Le religioni tradizionali, in specie il cristianesimo (e soprattutto il cristianesimo politico, quale si è venuto configurando da Costantino in poi), di fatto e di diritto, hanno sempre legittimato a volte contro le loro stesse intenzioni l'oppressione materiale dei popoli. Sicché, là dove esiste l'ideologia religiosa, ovvero una religione ‘ideologizzata’, esiste pure l'oppressione materiale ed economico.

A questa ineccepibile tesi di Lenin è forse possibile aggiungere, in positivo, che là dove invece dovrà mancare nel socialismo democratico l'oppressione materiale, dovrà pure mancare una religione ‘ideologizzata’, cioè il diritto della religione a porsi in modo politico all'interno della società. Nella società socialista, infatti, l'assenza della giustificazione politica dell'idea di dio non dipenderà come vuole l'opinione pubblica borghese dalla coercizione del potere statale, bensì dalla socializzazione dei mezzi di produzione, che renderà inutile la propaganda religiosa e che determinerà l'esigenza di tenere separata la politica dalla religione.

Ora, che in virtù di tale separazione il cristianesimo (o qualsiasi altra religione) sia destinato a morire o sappia invece rinascere, alla società socialista, in definitiva, non può interessare. La legge fondamentale di tale società, in questo campo, è infatti la seguente: la laicità è obbligatoria per tutti nei rapporti pubblici o istituzionali. Ciò in quanto essa non si oppone alla religione in sé, ma alla religione in quanto superstizione e/o clericalismo.

Essendo un ‘umanismo integrale’ (nei metodi e nei contenuti) il socialismo, dal punto di vista politico, non ha alcun motivo per opporsi alla religione in quanto tale: esso in pratica vive come se la religione non esistesse. Se dunque è possibile una ‘rinascita’ della religione, ciò potrà avvenire solo all'interno dei limiti stabiliti dal regime di separazione, solo all'interno della coscienza dei cittadini, non nel loro modo di vivere la vita civile e politica. E comunque una rinascita del genere dovrebbe far riflettere i socialisti sull’effettiva consistenza del loro stile di vita, sull’effettiva presa sociale della loro ideologia.

La laicità obbligatoria sul piano politico-istituzionale non implica l'abolizione della religione, ma la sua facoltatività e privatezza. Ciò che è facoltativo deve necessariamente avere un carattere privato. Il cittadino socialista, quindi, deve necessariamente essere laico sul piano politico, anche se nella sua vita privata o nella sua personale coscienza può essere religioso.

Se è credente egli ha diritto di esprimere pubblicamente la sua fede secondo le modalità previste dalla legge, cioè sostanzialmente nel culto. Tutto il resto deve viverlo in forma privata.

Ecco perché Lenin ha sempre evitato di contrapporre aprioristicamente l'ateismo alla religione. Il laicismo dello Stato socialista non è contrario, ma indifferente al contenuto in sé della religione. Ciò che esso non tollera è soltanto l'uso strumentale della religione a fini ideologici e/o politici.
Naturalmente per quanto riguarda il rapporto fra partito politico e religione le cose com'è noto stanno diversamente. Il partito socialista non può fare differenza fra una religione in sé e una religione in quanto superstizione e/o clericalismo. Per il partito la religione è di per se stessa una superstizione, una sopravvivenza oscurantista di un passato irrimediabilmente superato.

All'interno del partito il cittadino deve educarsi a superare la religione non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista umano, scegliendo in coscienza, spontaneamente, l'ateismo-scientifico. Il rispetto costituzionale della libertà religiosa all'interno della libertà di coscienza non è altro che un concessione politica che il partito fa allo Stato e alla società. Sul piano ideologico il partito sa perfettamente che la vera libertà non sta tanto nella possibilità di scegliere fra una religione o l’altra o fra ateismo e religione, quanto nella scelta compiuta a favore dell'ateismo, una scelta culturale e di coscienza.


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 26/04/2015