Premessa -
Antecedenti - Concezione dello Stato
-
L'alternativa della
Comune - Estinzione dello Stato -
Democrazia
- Socialismo -
Questione operaia -
Questione ecologica - Questione femminile
Fonti
Il testo marxista da cui Lenin prende le mosse è quello di Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1894), la cui tesi fondamentale per Lenin è la seguente: lo Stato nasce quando lo rende necessario l'inconciliabilità strutturale delle classi antagonistiche. Esso è il modo principale di contenere con la forza le esigenze delle classi subalterne, ponendosi però in maniera illusoria, come fosse al di sopra delle parti in lotta, e quindi come una forma di conciliazione interclassista. In tal modo l'oppressione economica viene per così dire istituzionalizzata sotto la parvenza di una legalizzazione giuridica e politica.
Se lo Stato non è in grado di reprimere con sicurezza le classi subalterne, significa che queste dispongono di un certo potere politico, praticano una sorta di attiva resistenza allo sfruttamento, sicché in taluni momenti si può anche avere l'impressione che lo Stato eserciti un effettivo ruolo mediatore. A tale proposito Lenin cita il governo di Kerenski (Engels aveva citato Bismarck, il bonapartismo ecc.). Ma queste sono situazioni transitorie, che in genere accadono quando i dirigenti degli operai o dei contadini non sono abbastanza risoluti per porre fine allo sfruttamento e lo Stato non è abbastanza forte per reprimerli.
Stante le cose in questi termini, alla classe oppressa non resta che fare una rivoluzione violenta contro quella che, da posizioni minoritarie, la opprime, impadronirsi dell'apparato statale per volgerlo contro la resistenza degli sfruttatori e distruggere progressivamente tutta la macchina statale sostituendola con l'autogoverno delle masse popolari.
La mancata chiarezza su questo punto ha portato -secondo Lenin- al fallimento di tutte le rivoluzioni contadine e operaie, europee e russe, sino all'ultima compiuta dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari nel febbraio 1917.
Le caratteristiche dello Stato borghese sono elencate a partire dal secondo capitolo, ma non vengono mai approfondite, poiché l'opuscolo vuole essere un pamphlet teorico-politico contro l'opportunismo e il social-sciovinismo dei partiti socialdemocratici della II Internazionale, non vuole essere un trattato giuridico o storico-politico.
Le caratteristiche principali dello Stato borghese (e dello Stato in generale) sono comunque le seguenti:
La concezione interclassista, neutrale, che in occidente si coltiva per lo Stato politico, specie nella forma avanzata della repubblica democratica (parlamentare o presidenziale, centrale o federale è irrilevante), fa da pendant alla scarsa determinazione che ha sempre contraddistinto le forze progressiste occidentali nel voler compiere una rivoluzione armata. Questa considerazione non viene fatta da Lenin, ma la si può dedurre dal suo testo e dalle vicende storiche dei secoli XIX e XX dell'Europa occidentale.
Esiste come una sorta di illusione secondo cui è possibile realizzare un socialismo democratico semplicemente impadronendosi delle leve dello Stato, in forme e modi pacifici, parlamentari. E questo nella convinzione che, una volta ottenuto il comando delle leve statali, sia poi possibile dirigere l'economia, governando democraticamente la società.
Si vuol fare questo senza rivoluzione, semplicemente conquistando l'opinione pubblica attraverso la cultura, il parlamentarismo, l'azione sindacale...
L'ingenuità della sinistra si manifesta anche nella convinzione che sia sufficiente l'evidenza delle contraddizioni per persuadere l'opinione pubblica, i lavoratori a non votare i partiti di destra o a prendere decisioni risolute, ovvero che la propaganda attiva, capillare, non sia un aspetto così importante ai fini del consenso.
La concezione dello Stato come "super partes" viene in occidente dalla religione, cattolica e soprattutto protestante. Qui infatti si è maturata l'idea che lo Stato sia una sorta di personificazione dell'idea assoluta, della divinità laicizzata e che il suo cattivo funzionamento non dipenda dalla struttura in sé ma da chi la governa, soprattutto dai politici, più che dagli amministratori. Con una differenza: che mentre il credente cattolico ha sempre visto nel papato un contraltare alla potenza dello Stato, quello protestante invece, avendo privatizzato del tutto l'atteggiamento nei confronti della religione, ha deciso di riporre unicamente nello Stato la tutela dei propri interessi di cittadino, al punto che lo Stato borghese non si fa scrupolo di assumere le vesti di un "papa laico", specie quando si tratta di compiere guerre contro paesi di religione opposta.
Si è dunque passati da una forma di culto della personalità concreta (il cattolico per il papa) al culto di un'entità astratta (il protestante per lo Stato) in cui, in entrambi i casi, si è convinti che la gestione della propria libertà personale sia più garantita in maniera eterodiretta.
- Stampa pagina Aggiornamento: 17-06-2005 |