Premessa -
Antecedenti -
Concezione dello Stato
- L'alternativa della Comune -
Estinzione dello Stato -
Democrazia
- Socialismo
- Questione operaia - Questione ecologica - Questione femminile
Fonti
Il proletariato come soggetto rivoluzionario venne scelto sin dall'inizio dal marxismo per tre ragioni:
D'altra parte le rivoluzioni contadine o non avevano mai portato a una vera riforma agraria che spezzasse il latifondo e ponesse fine una volta per tutte al servaggio e al clericalismo, oppure erano state tradite da quella classe nella cui rivoluzione antifeudale s'erano lasciate direttamente coinvolgere: la borghesia.
La scelta del proletariato da parte del marxismo fu una scelta conseguente ai tanti fallimenti del mondo rurale. Lenin eredita questa scelta, ma, avendo a che fare con un paese i cui lavoratori, nella stragrande maggioranza, erano contadini, chiese a quest'ultimi di collaborare alla rivoluzione, alla gestione dei Soviet, alla difesa della patria, concedendo loro, col Decreto sulla terra, quanto nessuna rivoluzione borghese era mai riuscita a fare. E l'enorme massa rurale della Russia, nella fase iniziale della rivoluzione, s'impegnò attivamente nella guerra civile, per eliminare i grandi proprietari fondiari, e nella guerra contro le potenze occidentali che cercarono di occupare il nuovo Stato socialista.
Nel periodo del comunismo di guerra (controrivoluzione interna e interventismo straniero) i contadini accettarono, in nome della difesa della patria e della rivoluzione, di sottostare agli espropri forzosi dei raccolti per sfamare i soldati e gli operai, ma cessato il pericolo cominciarono a rivendicare maggiore autonomia. Ciò che soprattutto non sopportavano era l'obbligo di cedere allo Stato, a prezzi politici, la maggior parte dei loro raccolti.
Nel 1921 Lenin elaborò delle tesi che prevedevano la transizione dalla politica del "comunismo di guerra" alla Nuova Politica Economica (Nep). I punti fondamentali erano i seguenti:
Lenin morì nel 1924 e la Nep nella seconda metà degli anni '20 era già entrata in crisi, poiché i 100 milioni di contadini davano molto di più di quanto ricevevano e soprattutto non riuscivano ad ottenere dall'industria alcun vantaggio tecnologico, essendo questa ancora molto arretrata: i contadini, a differenza degli operai che, pur essendo, attraverso lo Stato, proprietari delle loro fabbriche, dovevano accontentarsi del minimo, sapevano bene che un'estensione delle libertà della Nep avrebbe permesso loro di vivere un maggior benessere, se solo il governo in carica non li avesse ostacolati.
La decisione che invece prese lo stalinismo (ma l'avrebbe presa anche il trotskismo) fu quella di puntare tutto sull'industria, per non veder compromessi gli esiti della rivoluzione e per sostenere l'idea che il socialismo avrebbe potuto svilupparsi anche senza l'appoggio delle forze occidentali, praticamente "in un solo paese". Conseguenza di ciò fu la "collettivizzazione forzata", cioè l'obbligo per i contadini di sacrificarsi per far decollare definitivamente la rivoluzione industriale. Il prezzo di questa decisione fu per le loro sorti assolutamente tragico, non solo per i milioni di morti e di deportati, ma anche perché essi diventarono in sostanza dei salariati agricoli alle dipendenze dello Stato.
Ancora una volta i contadini si sentirono traditi, ma questa volta dalla classe rivoluzionaria per eccellenza: il proletariato industriale.
Questa, grosso modo, la storia dei rapporti tra operai e contadini nella Russia bolscevica, entrambi traditi, se vogliamo, dal partito che li aveva portati a governare.
Stando le cose in questi termini ha ancora senso parlare del proletariato industriale come di una classe rivoluzionaria? In Che fare? Lenin aveva detto che gli operai in sé non sono rivoluzionari, ma tradunionisti, in quanto si limitano alle rivendicazioni salariali, e la coscienza rivoluzionaria può maturare in loro solo se "dall'esterno" interviene chi sa guardare le cose nella loro complessità e globalità, quindi un intellettuale, ovviamente organico a un partito.
Tant'è che tutta l'esperienza del marxismo occidentale (a partire da Marx ed Engels sino al crollo della II Internazionale) fu il fallimento dell'idea che una rivoluzione potesse compiersi spontaneamente da parte del proletariato industriale, senza l'aiuto di un vero partito d'avanguardia, capace di tattica, strategia, agitazione, propaganda e soprattutto capace di analisi critica sulla necessità della transizione al socialismo. Si era talmente convinti di questo che non si ritenne neppure indispensabile un'alleanza col mondo rurale.
Tuttavia lo stesso Lenin ha sempre ribadito che il proletariato industriale andava considerato come la guida della rivoluzione, in cui i contadini altro non erano che degli alleati.
Lo stesso Lenin aveva inoltre già notato che nei paesi più avanzati d'Europa una parte della classe operaia, quella delle industrie strategiche per il capitale, beneficiando di trattamenti di favore, rispetto ad altri settori operai, si stava lentamente imborghesendo, favorita in questo dall'azione dei sindacati e dei partiti riformisti. Gli imprenditori, grazie soprattutto allo sfruttamento coloniale, si stavano creando nei loro paesi una sorta di "aristocrazia operaia".
Che senso aveva, in questi termini, parlare ancora di transizione inevitabile dal capitalismo al socialismo? Che senso aveva sostenere che un'evoluzione pacifica verso il socialismo avrebbe potuto essere concepita solo nei paesi che godevano già di ampie libertà? Il marxismo e anche il leninismo stavano sottovalutando l'apporto decisivo delle risorse coloniali ai fini della scelta "riformista" di tutte le forze progressiste del mondo occidentale.
Queste risorse, umane e materiali, erano ormai diventate parte integrante del livello di benessere dei paesi occidentali, per cui ad esse non si sarebbe mai rinunciato, a costo di passare dalla democrazia alla dittatura e dalla dittatura alla guerra mondiale.
Ecco perché non è più possibile parlare di un ruolo guida del proletariato industriale, ai fini della rivoluzione socialista, rispetto ad altre tipologie di lavoratori, da individuarsi anche nei paesi soggetti a sfruttamento coloniale e neocoloniale.
Tutti i lavoratori, siano essi coltivatori della terra, artigiani, allevatori, pescatori, montanari, operai, intellettuali, impiegati, piccolo-borghesi, di ogni parte del mondo, devono sentirsi alla pari. Non si può ipostatizzare in modo aprioristico la prevalenza di una categoria specifica di lavoratori. Anzi, in questo momento la situazione più grave è vissuta proprio dal proletariato e sottoproletariato del Terzo Mondo, allo sfruttamento del quale resta legato persino il benessere di tutti i lavoratori dei paesi capitalisti mondiali.
Occorre semplicemente che il partito indichi con precisione gli obiettivi che vuole conseguire, rinunciando all'idea di dichiararsi a favore di una categoria di lavoratori piuttosto che di un'altra: i lavoratori si selezioneranno da soli di fronte alla capacità che il partito avrà di mantener fede ai propri impegni. Essi stessi si selezioneranno da soli nel momento in cui dovranno dimostrare le qualità necessarie a compiere una rivoluzione.
In fondo un partito comunista, quando parla di socializzazione dei mezzi produttivi, a nient'altro si riferisce che a quelli che assicurano la sopravvivenza della popolazione, cioè a quelli che, a causa della loro progressiva concentrazione e monopolizzazione, la minacciano gravemente. Questa idea può essere facilmente compresa anche da chi non lavora in un'azienda capitalistica. Va socializzata quella proprietà che permette di realizzare ingenti profitti solo a pochi dirigenti e manager, lasciando a livello di sussistenza proprio i lavoratori che producono ricchezza.
L'importante è che i lavoratori siano consapevoli dell'impossibilità di poter creare "isole di socialismo" all'interno di una società capitalistica, evitando cioè di compiere la premessa politica fondamentale per una qualunque esperienza di socialismo: la rivoluzione armata contro la ristretta minoranza che sfrutta la grande maggioranza.
Oggi inoltre è impensabile che una qualunque rivoluzione socialista non metta all'ordine del giorno la regolazione dei rapporti di dipendenza che l'occidente ha creato nei confronti del Terzo Mondo. Le economie di molti paesi neocoloniali sono strettamente vincolate alle esigenze dei paesi capitalisti.
Questo senza considerare che il capitalismo come fenomeno mondiale (il cosiddetto "globalismo") oggi ha ben poche riserve, quando si tratta di risparmiare sui costi di gestione, a delocalizzare le proprie attività economiche nei paesi del Terzo Mondo, a prescindere dalle tensioni politiche che qui possono esserci.
Nei confronti di un fenomeno del genere, che si va progressivamente generalizzando, la sinistra s'è trovata del tutto impreparata, incapace com'è di affrontare in maniera internazionale le disfunzioni di questo sistema economico.
- Stampa pagina Aggiornamento: 17-06-2005 |