QUALE SOCIALISMO?
Commento a Stato e rivoluzione di Lenin

Premessa - Antecedenti - Concezione dello Stato
- L'alternativa della Comune - Estinzione dello Stato - Democrazia
- Socialismo - Questione operaia - Questione ecologica - Questione femminile
Fonti


La prima fase, quella del socialismo, o fase inferiore del comunismo, che Lenin chiama anche "democrazia primitiva", prevede uno sviluppo progressivo a tappe, anche sulla base di quanto Marx scrisse nella sua Critica del programma di Gotha:

  1. dal prodotto sociale complessivo di tutta la società bisogna detrarre, prima di definire il salario dell'operaio, un fondo di riserva, un fondo per l'allargamento della produzione, un fondo per reintegrare il macchinario consumato ecc., e anche un fondo sociale per le spese di amministrazione, per le scuole, gli ospedali, gli ospizi per i vecchi ecc. In sostanza un fondo per la riproduzione dell'economia e per i servizi sociali, cui oggi vanno aggiunti anche tutti gli aspetti della tutela ambientale (a quei tempi praticamente sconosciuti).
  2. Ogni cittadino esegue una certa parte del lavoro socialmente necessario e in cambio ottiene uno scontrino con cui può ritirare dai magazzini pubblici degli oggetti di consumo una corrispondente quantità di prodotti, secondo il principio "a uguale quantità di lavoro, uguale quantità di prodotti". In questa prima fase occorre il più rigoroso controllo della misura del lavoro e del consumo: quindi niente sprechi, inefficienze, lassismi...
  3. Nella prima fase del socialismo vale ancora il diritto borghese: la ripartizione dei beni secondo il lavoro, con la differenza che si tratta di una ripartizione "effettiva", in quanto è finito lo sfruttamento del lavoro altrui.
    In realtà la ripartizione andrebbe fatta secondo il "bisogno" non secondo il "lavoro", ma questo presuppone un fase superiore del socialismo, in cui si lavori senza la presenza del diritto. Ci vuol tempo perché i cittadini si abituino a non rivendicare un diritto personale, ma a lavorare semplicemente per soddisfare bisogni collettivi.
    Il lavoro andrebbe concepito come "primo bisogno vitale", cioè come una forma di realizzazione di sé e non come una forzatura imposta dalle circostanze, e ognuno dovrebbe poter lavorare secondo le proprie capacità. In realtà dopo la rivoluzione Lenin fu costretto a istituire, nell'ambito lavorativo, il cosiddetto "sistema dei premi".
  4. Deve essere superata la divisione tra lavoro fisico (o manuale) e lavoro intellettuale, e garantita a tutti un'elevata istruzione generale. La realizzazione dei Soviet in sostituzione dello Stato non era -a giudizio di Lenin- cosa semplice, poiché la popolazione russa aveva un livello di conoscenze scientifiche molto basso. Subito dopo la rivoluzione egli infatti si rese conto che nei confronti degli specialisti non era possibile istituire una piena uguaglianza dei salari.

Fin qui Stato e rivoluzione, che, si badi, non è l'unico testo in cui Lenin parla dello Stato.

  1. Oltre al superamento della divisione tra lavoro intellettuale e manuale, andrebbe posto anche il superamento della divisione tra città e campagna, tra agricoltura e industria, tra artigianato e allevamento, cose che però non appaiono in Stato e rivoluzione, dove l'interesse si concentra per l'industria e la città.
    Finché permangono le suddette divisioni è impossibile abolire il denaro, come forma di pagamento e di scambio delle merci. Non possiamo abolire il denaro se prima non vengono superate le differenze di gestione nei rami produttivi. La gestione del territorio va affidata alla comunità locale, all'interno della quale i singoli componenti non possono specializzarsi in alcuna attività, dovendo saper fare di tutto, al fine di poter sostituire chiunque in tempo reale.
    La specializzazione in qualche attività può essere conseguita solo nel tempo libero, cioè nel tempo non necessario alla riproduzione della comunità. L'industria, in tal senso, è una forma di specializzazione dell'artigianato, finalizzata a realizzare profitti individuali, di molto superiori alle esigenze vitali e riproduttive del singolo imprenditore. Nell'antichità era lo stesso contadino che svolgeva funzioni artigianali. E quando l'artigiano s'è specializzato, trasferendosi nelle città, la comunità rurale ha subito un contraccolpo negativo. Una prevalenza della città sulla campagna comporta sempre la sostituzione della moneta col baratto. E l'uso della moneta porta, prima o poi, alla trasformazione di questa in una fonte d'arricchimento personale.
  2. Andrebbe inoltre chiarita bene la differenza tra "proprietà statale" e "proprietà sociale" dei fondamentali mezzi produttivi, perché nel testo in sostanza si equivalgono, benché Lenin sappia bene che lo Stato deve estinguersi, per cui l'equivalenza sembra che valga solo nella fase iniziale della costruzione del socialismo (cosa che poi venne negata -come noto- dallo stalinismo).
    La proprietà statale deve tendere a quella sociale, fino a scomparire del tutto. La proprietà sociale non può essere mediata dallo Stato, se non appunto in una primissima fase di realizzazione del socialismo, in una prospettiva di redistribuzione sociale dei mezzi produttivi.
    Nell'ambito locale-territoriale va piuttosto affermata l'esigenza della cooperazione tra singoli produttori o tra comunità di produttori, in cui si decide autonomamente come utilizzare una comune strumentazione o comuni risorse. "Socializzare" la proprietà significa che la sua gestione non può essere decisa a livello nazionale, in maniera centralistica, nell'ambito degli organi dirigenziali della capitale (siano essi dello Stato, del governo o del partito). Il livello nazionale altro non è che l'istanza in cui si confrontano periodicamente le realtà locali, per decidere di riequilibrare situazioni che soffrono di disparità dovute a ragioni storico-culturali o economico-ambientali.
  3. Gli antichi romani, non avendo il senso del collettivo, assegnavano determinati lotti di terra ai cosiddetti veterani di guerra. Avevano cioè saputo stabilire il rapporto di sopravvivenza tra il numero dei componenti della famiglia del veterano e la relativa area coltivabile. La centuriazione fu la conseguenza di questa parcellizzazione geometrica della terra. Si può tentare questa strada, una volta nazionalizzata la terra, ma può non essere sufficiente per una vera riforma agraria.
    Forse è meglio (ma su questo dovrebbero decidere gli stessi interessati) che i singoli appezzamenti vengano gestiti da un collettivo, almeno in determinate mansioni. Il collettivo infatti fa risparmiare sul costo delle attrezzature, sul tempo per le irrigazioni, le potature, la manutenzione dei fossati, la raccolta dei frutti ecc. Il collettivo permette di superare i limiti produttivi che può avere una singola famiglia, anche rispetto a un'altra famiglia, allargata quanto si voglia, o i limiti che può avere un pezzo di terra rispetto a un altro (si pensi solo alle diverse composizioni chimico-organiche, che determinano la scelta di questa o quella coltura). Non si deve optare per il collettivo solo nei casi di povertà economica, ma anche nei casi di relativa agiatezza.
  4. La regola fondamentale di un socialismo democratico, a rivoluzione avvenuta, non può essere soltanto quella secondo cui "a uguale lavoro, uguale prodotto del lavoro", per cui "chi non lavora non mangia", né può bastare quella secondo cui "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno", ma a queste regole occorre aggiungerne un'altra, non meno importante: "si consuma ciò che si produce e si scambia solo il superfluo". Tale principio ha una funzione pedagogica, poiché aiuta a capire meglio la fatica che occorre per produrre ciò che ci dà da vivere.
    Per evitare che questo principio si trasformi in una condanna a morte nei confronti di chi non ha sufficienti risorse umane o materiali, occorre affermare il principio del collettivo o della cooperazione. Se uno non può produrre una determinata cosa perché non ne ha le capacità o le risorse naturali, può comunque fruirne all'interno di un collettivo, ma proprio perché all'interno di questa struttura egli può rendersi conto di persona del tempo che occorre per produrla, del dispendio di energia fisica e intellettuale, del quantitativo di materiali necessari alla sua realizzazione ecc.
    In ogni caso un collettivo dovrebbe poter mettere chiunque, su richiesta, in grado di accedere alle conoscenze, alle risorse, ai materiali occorrenti per produrre una determinata cosa. In un collettivo non solo esiste la proprietà comune dei mezzi produttivi, ma anche la proprietà comune delle conoscenze, delle abilità, che si tramandano ovviamente in maniera orale, osservando l'esperienza.
  5. L'alternativa al capitalismo non è un socialismo senza capitalisti né latifondisti, a meno che questo socialismo non sia un feudalesimo senza servaggio né clericalismo. Cioè un socialismo ove permanga il primato della città sulla campagna, del valore di scambio su quello d'uso, del mercato sull'autoconsumo, dell'industria sull'agricoltura ecc., è un socialismo che, quanto alla propria interna democraticità, non offre alcuna garanzia di sviluppo.
    Noi non ci rendiamo sufficientemente conto che qualunque progresso realizzato in direzione del risparmio di tempo, di energia, di forza fisica o intellettuale, al fine di ottenere maggiori comodità o certezze sul futuro o maggiori assicurazioni sul benessere materiale, è in realtà un regresso verso la conservazione dei valori umani fondamentali.
    Le difficoltà della vita vengono accettate meglio se persistono i valori umani e questi valori resistono meglio se permangono le difficoltà della vita. Non è che si debba vivere necessariamente nelle ristrettezze; semplicemente si deve vivere in maniera conforme alle esigenze della natura, e tutto quanto va oltre è artificioso e quindi nocivo all'identità umana.
    La natura e non la storia è l'unica maestra di vita che abbiamo. Le sue incertezze, i suoi imprevisti, la sua indocilità vanno considerati come aspetti "normali" del vivere quotidiano. In fondo è ampiamente dimostrato che i problemi sociali delle civiltà antagonistiche sono infinitamente superiori a quelli che s'incontrano in un ambiente naturale.
    Tutte le rivoluzioni sociali hanno sempre cercato di dare una risposta agli antagonismi di tipo antropico, senza mai rivolgersi a soluzioni di tipo naturale, quelle che si trovano in un rapporto diretto con le risorse della natura. (Rapporto "diretto", cioè non mediato dal macchinismo, da quella sorta di strumentazione tecnica il cui riciclo naturale supera di molto l'esistenza delle generazioni che la usano).

Prospettive

La spinta propulsiva alla rivoluzione socialista in occidente s'è esaurita con la fine degli anni Settanta. La rassegnazione a vivere sotto il capitalismo ha trovato ulteriore conferma col crollo del "socialismo reale", che è come imploso, riscoprendo improvvisamente il valore della libertà, della democrazia, della responsabilità personale e mettendo in discussione l'equazione di "proprietà statale" e "proprietà sociale", l'identità di "Stato" e "società civile" (o "nazione"), il primato indiscusso della politica sull'etica, dell'ìdeologia sulla scienza e via dicendo.

Con la fine del socialismo amministrato, burocratico e autoritario non si è però arrivati a una vera alternativa al capitalismo, che infatti sembra dominare incontrastato in quasi tutto il mondo, facendosi largo persino negli ex paesi del "socialismo reale" (con poche eccezioni: Cuba, Corea del Nord, Vietnam ecc.).

Oggi il capitalismo tiene ancora in stato di soggezione l'intero Terzo Mondo, che rappresenta l'80% dell'umanità. Al momento solo la Cina è in grado di contrastare lo strapotere economico dell'occidente, ma solo perché, pur dichiarandosi "comunista" sul piano politico, usa gli stessi strumenti del capitalismo sul piano sociale, con uno sfruttamento della propria manodopera che in occidente si poteva riscontrare agli albori del capitalismo e sino alla fine dell'800 e che ora si ritrova più che altro nelle aree degradate del Terzo Mondo.

In questo momento l'occidente è compatto contro non solo il proprio proletariato, ma anche contro il proletariato di tutto il mondo, e la sinistra progressista occidentale non è in grado di ostacolarne efficacemente la forza, anche perché non riesce a muoversi su scala internazionale, che è appunto quella del capitalismo contemporaneo.

Il baricentro della resistenza proletaria si va spostando verso il Terzo Mondo, dove più forti sono le contraddizioni e dove ogni forma di crisi, di dissesto finanziario e di reazione popolare a questi disastri può avere ripercussioni fortemente negative anche sull'occidente, che investe capitali finanziari in quei paesi per sfruttarne le risorse umane e materiali.

Tuttavia, è assai improbabile che risulti efficace una qualunque rivendicazione proletaria che non tenga conto della lezione dei tre classici del marxismo: Marx, Engels e Lenin. Cioè non è possibile immaginare una qualunque alternativa al capitalismo che non si ponga sulla linea di quei protagonisti e non ne prosegua la direzione adeguando i principi teorici alle mutate vicende storiche.


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici - Lenin
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Aggiornamento: 17-06-2005