



Vladimir Lenin 
(1917)





Stato e Rivoluzione
La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione
  



Scritto nell'agosto-settembre 1917, pubblicato per la prima volta in opuscolo 
nello stesso anno.



  
Prefazione alla prima edizione 
Poscritto alla prima edizione 
Prefazione alla seconda edizione 
I. La societ classista e lo Stato 
II. Lo Stato e la rivoluzione. L'esperienza del 1848-1851 
III. Lo Stato e la rivoluzione. L'esperienza della Comune di Parigi 
(1871). L'analisi di Marx 
IV. Seguito. Spiegazioni complementari di Engels 
V. Le basi economiche dell'estinzione dello Stato 
VI. La degradazione del marxismo negli opportunisti 
    
  








Stato e Rivoluzione
Poscritto alla prima edizione
  
Il presente opuscolo fu scritto nell'agosto-settembre 1917. Avevo gi preparato 
il piano di un VII capitolo: "L'esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e 
del 1917", ma all'infuori del titolo non ho avuto tempo di scriverne una sola 
riga; ne fui "impedito" dalla crisi politica, vigilia della Rivoluzione 
d'Ottobre 1917. Non c' che da rallegrarsi di un tale "impedimento". Ma la 
seconda parte di questo opuscolo ("L'esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 
e del 1917") dovr certamente essere rinviata a molto pi tardi;  pi piacevole 
e pi utile fare "l'esperienza di una rivoluzione" che non scrivere su di essa. 
Pietrogrado, 30 novembre 1917 
L'Autore 
  


Stato e Rivoluzione
Prefazione alla prima edizione
  
Il problema dello Stato assume ai nostri giorni una particolare importanza, sia 
dal punto di vista teorico che dal punto di vista politico pratico. La guerra 
imperialista ha accelerato e acutizzato a un grado estremo il processo di 
trasformazione del capitalismo monopolistico in capitalismo monopolistico di 
Stato. L'oppressione mostruosa delle masse lavoratrici da parte dello stato, il 
quale si fonde sempre pi strettamente con le onnipotenti associazioni dei 
capitalisti, acquista proporzioni sempre pi mostruose. I paesi pi avanzati si 
trasformano - ci riferiamo alle loro "retrovie" - in case di pena militari per 
gli operai. 
Gli inauditi orrori e flagelli di una guerra di cui non si vede la fine, rendono 
insostenibile la situazione delle masse, aumentano la loro indignazione. La 
rivoluzione proletaria internazionale matura in modo visibile, e il problema del 
suo atteggiamento verso lo Stato assume un significato pratico. 
Gli elementi di opportunismo che si son venuti accumulando nel corso di decenni 
di sviluppo relativamente pacifico, hanno fatto sorgere la corrente 
socialsciovinista che domina nei partiti socialisti ufficiali di tutto il mondo. 
Questa corrente (Plekhanov, Potresov, Bresckovskaia, Rubanovic, e, in forma 
appena velata, i signori Tsereteli, Cernov e consorti in Russia; Scheidemann, 
Legien, David e altri in Germania; Renaudel, Guesde, Vandervelde in Francia e 
nel Belgio; Hyndman e i fabiani in Inghilterra, ecc.), - che  socialismo a 
parole e sciovinismo nei fatti - si distingue per l'adattamento piatto, servile 
dei "capi" del "socialismo" agli interessi non solo della "propria" borghesia 
nazionale, ma precisamente del "proprio" Stato, giacch da lungo tempo la 
maggior parte delle cosiddette grandi potenze sfruttano e asserviscono numerosi 
popoli piccoli e deboli. Orbene, la guerra imperialista  appunto una guerra per 
la spartizione e la ridistribuzione di un simile bottino. La lotta per sottrarre 
le masse lavoratrici all'influenza della borghesia in generale, e in particolare 
della borghesia imperialista,  impossibile senza una lotta contro i pregiudizi 
opportunistici sullo "Stato". 
Esamineremo innanzitutto la dottrina di Marx e di Engels sullo Stato, 
soffermandoci pi a lungo sugli aspetti di questa dottrina che sono stati 
dimenticati o travisati dall'opportunismo. Studieremo poi in special modo il pi 
autorevole rappresentante di queste deformazioni, Karl Kautsky, il capo pi noto 
di quella Seconda Internazionale (1889-1914) cos miseramente fallita nel corso 
della guerra attuale. Trarremo infine i principali insegnamenti dall'esperienza 
delle rivoluzioni russe, del 1905 e soprattutto del 1917. Quest'ultima, a quanto 
pare, volge in questo momento (principio d'agosto 1917) al termine della sua 
prima fase di sviluppo; ma tutta questa rivoluzione non pu essere concepita se 
non come un anello della catena delle rivoluzioni proletarie socialiste 
provocate dalla guerra imperialista. La questione dell'atteggiamento della 
rivoluzione socialista del proletariato nei confronti dello Stato acquista 
quindi un significato non solamente politico pratico, ma assume anche un 
carattere di scottante attualit, perch si tratta di far comprendere alle masse 
che cosa dovranno fare per liberarsi, in un avvenire prossimo, dal giogo del 
capitale. 
  
Agosto 1917 
L'Autore 
  



Stato e Rivoluzione
Prefazione alla seconda edizione
  
Questa seconda edizione  quasi perfettamente conforme alla prima. E' stata 
fatta una sola aggiunta: il 3 paragrafo del II capitolo. 
  
Mosca, 17 dicembre 1918 
L'Autore 
  





Stato e Rivoluzione
I. La societ classista e lo Stato
  
1. Lo Stato, prodotto dell'antagonismo inconciliabile tra le classi
Accade oggi alla dottrina di Marx quel che  spesso accaduto nella storia alle 
dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta 
per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi 
rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro 
dottrina  stata sempre accolta con il pi selvaggio furore, con l'odio pi 
accanito e con le pi impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo 
morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per cos 
dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e 
mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro 
dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e 
gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre 
il marxismo a un tale "trattamento". Si dimentica, si respinge, si snatura il 
lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in 
primo piano e si esalta ci che  o pare accettabile alla borghesia. Tutti i 
socialsciovinisti - non ridete! - sono oggi "marxisti". E gli scienziati 
borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del marxismo, 
parlano sempre pi spesso di un Marx "nazionaltedesco" che avrebbe educato i 
sindacati operai, cos magnificamente organizzati per condurre una guerra di 
rapina! 
Cos stando le cose, e dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in 
modo inaudito, compito nostro , innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di 
Marx sullo Stato. Dovremo a tal fine fare lunghe citazioni dalle opere stesse di 
Marx e di Engels. Naturalmente queste lunghe citazioni renderanno pi pesante l' 
esposizione e non contribuiranno affatto a renderla popolare. Ma  assolutamente 
impossibile farne a meno. Tutti i passi, o almeno tutti i passi fondamentali di 
Marx e di Engels sullo Stato, debbono essere riportati in maniera quanto pi  
possibile completa, perch il lettore possa farsi un'idea personale dell'insieme 
delle concezioni dei fondatori del socialismo scientifico, dello sviluppo di 
queste concezioni e anche per dimostrare, con le prove alla mano, in modo 
evidente, che il "kautskismo" attualmente dominante le ha snaturate. 
Cominciamo con l'opera pi diffusa di F. Engels, L'origine della famiglia, della 
propriet privata e dello Stato, pubblicata gi nella sesta edizione a Stoccarda 
nel 1894. Dobbiamo tradurre dall'originale tedesco perch le traduzioni russe, 
per quanto numerose, sono nella maggior parte incomplete o molto difettose. 
"Lo Stato dunque - dice Engels, arrivando alle conclusioni della sua analisi 
storica - non  affatto una potenza imposta alla societ dall'esterno e 
nemmeno "la realt dell'idea etica", "l'immagine e la realt della ragione", 
come afferma Hegel. Esso  piuttosto un prodotto della societ giunta a un 
determinato stadio di sviluppo,  la confessione che questa societ si  
avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si  scissa in 
antagonismi inconciliabili che  impotente a eliminare. Ma perch questi 
antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non 
distruggano se stessi e la societ in una sterile lotta, sorge la necessit 
di una potenza che sia in apparenza al di sopra della societ, che attenui 
il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'"ordine"; e questa potenza che 
emana dalla societ, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea 
sempre pi da essa,  lo Stato" [1] (pp. 177-178, sesta edizione tedesca). 
Qui  espressa, in modo perfettamente chiaro, l'idea fondamentale del marxismo 
sulla funzione storica e sul significato dello Stato. Lo Stato  il prodotto e 
la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato 
appare l, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli 
antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati. E, per 
converso, l'esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono 
inconciliabili. 
E' precisamente su questo punto di capitale e fondamentale importanza che 
comincia la deformazione deI marxismo, deformazione che segue due linee 
principali. 
Da un lato gli ideologi borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a 
riconoscere, sotto la pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato 
esiste soltanto dove esistono antagonismi di classe e la lotta di classe, 
"correggono" Marx in modo tale che lo Stato appare come l'organo della 
conciliazione delle classi. Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse 
possibile, lo Stato non avrebbe potuto n sorgere n continuare ad esistere. 
Secondo i professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei - che molto 
spesso si riferiscono con compiacimento a Marx -  proprio lo Stato a conciliare 
le classi. Per Marx lo Stato  l'organo del dominio di classe, un organo di 
oppressione di una classe da parte di un'altra;  la creazione di un "ordine" 
che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le 
classi. Per gli uomini politici piccolo-borghesi l'ordine  precisamente la 
conciliazione delle classi e non l'oppressione di una classe da parte di 
un'altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non gi privare 
le classi oppresse di determinati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli 
oppressori. 
Cos nella rivoluzione del 1917, quando la questione del significato e della 
funzione dello Stato si pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come 
un problema di azione immediata, e, per di pi, di azione di massa, tutti i 
socialisti-rivoluzionari e i menscevichi caddero subito e pienamente nella 
teoria piccolo-borghese della "conciliazione" delle classi "per opera dello 
Stato". Innumerevoli risoluzioni e articoli di uomini politici di quei due 
partiti sono profondamente impregnati di questa teoria piccolo-borghese e 
filistea della "conciliazione". Che lo Stato sia l'organo di dominio di una 
classe determinata, che non pu essere conciliata col suo antipode (la classe 
che  al polo opposto), la democrazia piccolo-borghese non sar mai in grado di 
capirlo. L'atteggiamento dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri 
menscevichi verso lo Stato  una delle prove pi evidenti che essi non sono 
affatto dei socialisti (ci che noi, bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma 
dei democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista. 
D'altra parte, la deformazione "kautskiana" del marxismo  molto pi sottile. 
"Teoricamente" non si contesta che lo Stato sia l'organo del dominio di classe, 
n che gli antagonismi di classe siano inconciliabili. Ma si trascura o attenua 
quanto segue: se lo Stato  un prodotto dell'inconciliabilit degli antagonismi 
di classe, se esso  una forza che sta al di sopra della societ e che "si 
estranea sempre pi dalla societ",  evidente che la liberazione della classe 
oppressa  impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche 
senza la distruzione dell'apparato del potere statale che  stato creato dalla 
classe dominante e nel quale questa "estraneazione" si  materializzata. Questa 
conclusione, teoricamente di per s chiara,  stata tratta da Marx con perfetta 
precisione, come vedremo pi tardi, dall' analisi storica concreta dei compiti 
della rivoluzione. Kautsky ha... "dimenticato" e travisato appunto questa 
conclusione, come dimostreremo particolareggiatamente nel seguito della nostra 
esposizione. 
  
2. Distaccamenti speciali di uomini armati, prigioni, ecc.
"...Nei confronti dell'antica organizzazione gentilizia [della trib o del 
clan] - continua Engels - il primo segno distintivo dello Stato  la 
divisione dei cittadini..." 
Questa divisione a noi sembra "naturale", ma essa richiese una lunga lotta 
con l'antica organizzazione per clan o per stirpi. 
"...Il secondo punto  l'istituzione di una forza pubblica che non coincide 
pi direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere 
armato. Questa forza pubblica particolare  necessaria perch 
un'organizzazione armata autonoma della popolazione  divenuta impossibile 
dopo la divisione in classi... Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e 
non consta semplicemente di uomini armati, ma anche di appendici reali, 
prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla sapeva la societ 
gentilizia... ". [2] 
Engels sviluppa la nozione di questa "forza", chiamata Stato, forza che  sorta 
dalla societ ma che si pone al di sopra di essa e se ne estranea sempre pi. In 
che consiste principalmente questa forza? Essa consiste anzitutto in 
distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc. 
Abbiamo il diritto di parlare di distaccamenti speciali di uomini armati, perch 
il potere pubblico proprio di ogni Stato "non coincide pi direttamente" con la 
popolazione armata, con la sua "organizzazione armata autonoma". 
Come tutti i grandi pensatori rivoluzionari, Engels si sforza di attirare 
l'attenzione dei lavoratori coscienti su ci che il filisteismo dominante 
considera come meno degno d'attenzione, come pi usuale, come cosa consacrata da 
pregiudizi non solo tenaci, ma, si potrebbe dire, fossilizzati. L'esercito 
permanente e la polizia sono i principali strumenti di forza del potere statale. 
Ma potrebbe forse essere altrimenti? 
Per la gran maggioranza degli europei della fine del secolo decimonono, a cui 
Engels si rivolgeva, e che non avevano vissuto n osservato da vicino nessuna 
grande rivoluzione, non poteva essere altrimenti. Essi non comprendevano 
assolutamente che cosa fosse questa "organizzazione armata autonoma della 
popolazione". Perch  apparsa la necessit di distaccamenti speciali di uomini 
armati (polizia, esercito permanente), posti al di sopra della societ e che si 
estraneano da essa? A tale domanda i filistei dell'Europa occidentale o della 
Russia sono inclini a rispondere con una copia di frasi prese in prestito da 
Spencer o da Mikhailovski e tirano in ballo la crescente complessit della vita 
sociale, la differenziazione delle funzioni, ecc. 
Questi argomenti sembrano "scientifici" ed assopiscono meravigliosamente il buon 
pubblico, velando la cosa principale, essenziale: la scissione della societ in 
classi inconciliabilmente nemiche. 
Se non ci fosse questa scissione, "l'organizzazione armata autonoma della 
popolazione" differirebbe per la sua complessit, per la sua tecnica progredita, 
ecc. dall'organizzazione primitiva d'un branco di scimmie armate di bastoni, o 
da quella di uomini primitivi o associati in clan, ma tuttavia sarebbe 
possibile. 
Essa  impossibile perch la societ civile  divisa in classi ostili, e per di 
pi inconciliabilmente ostili, il cui armamento "autonomo" determinerebbe una 
lotta armata fra di esse. Lo Stato si forma; si crea una forza distinta, si 
creano distaccamenti speciali di uomini armati; e ogni rivoluzione, distruggendo 
l'apparato statale, ci dimostra con tutta evidenza come la classe dominante si 
sforza di ricostruire distaccamenti speciali di uomini armati che la servano, e 
come la classe oppressa si sforza di creare una nuova organizzazione dello 
stesso genere, capace di servire non pi gli sfruttatori, ma gli sfruttati. 
Nel passo citato, Engels pone teoricamente lo stesso problema che ogni grande 
rivoluzione pone praticamente davanti a noi con evidenza, e, inoltre, 
nell'ampiezza di una azione di massa, e precisamente: il problema del rapporto 
tra i distaccamenti "speciali" di uomini armati e l' "organizzazione armata 
autonoma della popolazione". Vedremo come questo problema  concretamente 
illustrato dalla esperienza delle rivoluzioni europee e russe. 
Ma torniamo all' esposizione di Engels. 
Egli mostra che talvolta, per esempio in certe regioni dell'America del Nord, il 
potere pubblico  debole (si tratta di un'eccezione assai rara nella societ 
capitalistica e delle regioni dell' America del Nord in cui, nel periodo 
preimperialistico, predominava il colono libero), ma che, in generale, esso va 
rafforzandosi: 
[ La forza pubblica] "...si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di 
classe all'interno dello Stato si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti 
diventano pi grandi e popolosi. Basta guardare la nostra Europa di oggi, in 
cui la lotta di classe e la concorrenza nelle conquiste ha portato il potere 
pubblico a un'altezza da cui minaccia di inghiottire l'intera societ e 
perfino lo Stato".[ [3]] 
Queste righe furono scritte poco dopo il 1890, non pi tardi. L'ultima 
prefazione di Engels ha la data del 16 giugno 1891. L'evoluzione verso 
l'imperialismo - sia nel senso del dominio assoluto dei trust che 
dell'onnipotenza delle grandi banche e della politica coloniale in grande, ecc. 
- era in quel tempo appena ai primi albori in Francia; ed ancora pi debole era 
in America e in Germania. Da allora la "concorrenza nelle conquiste" ha fatto 
passi da gigante, tanto pi che il globo terrestre si era trovato all'inizio del 
decennio 1910-1920 definitivamente spartito fra questi "concorrenti nelle 
conquiste", cio fra le grandi potenze predatrici. Da allora gli armamenti di 
terra e di mare si sono accresciuti in proporzioni incredibili, e la guerra di 
rapina del 1914-1917, per il dominio sul mondo dell'Inghilterra o della Germania 
e per una ripartizione del bottino, ha avvicinato a una catastrofe completa il 
processo grazie al quale un potere statale vorace "minaccia di inghiottire" 
tutte le forze della societ. 
Sin dal 1891 Engels aveva saputo denunciare la "concorrenza nelle Conquiste" 
come una delle pi importanti caratteristiche della politica estera delle grandi 
potenze, mentre i mascalzoni del socialsciovinismo, nel 1914-1917, quando 
appunto questa rivalit, diventata ancora pi acuta, ha generato la guerra 
imperialista, coprono la loro difesa degli interessi predatori della "loro" 
borghesia con frasi sulla "difesa della patria", sulla "difesa della repubblica 
e della rivoluzione", ecc.! 
  
3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa
Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della societ, sono 
necessarie delle imposte e un debito pubblico. 
"...In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, - 
scrive Engels - i funzionari appaiono ora come organi della societ al di 
sopra della societ. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli 
organi della costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero 
riscuoterla." Si fanno leggi speciali sulla santit e sull'inviolabilit dei 
funzionari. Il "pi misero poliziotto" ha pi "autorit" degli organi della 
societ gentilizia, ma persino ...il capo dell'esercito di un paese civile 
potrebbe invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che 
gli viene tributata" [4] 
Si pone qui la questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere 
statale. Il punto essenziale  questo: che cosa li pone al di sopra della 
societ? Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica 
dalla Comune di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo 
reazionario da Kautsky nel 1912. 
"...Lo Stato, poich  nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di 
classe, ma contemporaneamente  nato in mezzo al conflitto di queste classi, 
, per regola, lo Stato della classe pi potente, economicamente dominante 
che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e cos acquista un 
nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe 
oppressa"...Non solo lo Stato antico e lo Stato feudale erano organi deIlo 
sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche "lo Stato rappresentativo 
moderno  lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del 
capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in 
lotta hanno forze pressoch eguali, cosicch il potere statale, in qualit 
di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di 
fronte ad entrambe". Cos la monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e 
decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia, 
Bismarck in Germania. 
Cos aggiungiamo noi, il governo di Kerenski nella Russia repubblicana, dopo 
ch'esso  passato alle persecuzioni contro il proletariato rivoluzionario nel 
momento in cui i Soviet sono gi impotenti per causa dei loro dirigenti 
piccolo-borghesi, e la borghesia non  ancora abbastanza forte per scioglierli 
senz'altro. 
Nella repubblica democratica - continua Engels - "la ricchezza esercita il 
suo potere indirettamente, ma in maniera tanto pi sicura", in primo luogo 
con la "corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con 
"l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America). [5] 
Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" 
sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due 
metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. Se, per 
esempio, fin dai primi mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per 
cos dire, la luna di miele del connubio dei "socialisti" - 
socialisti-rivoluzionari e menscevichi - con la borghesia nel governo di 
coalizione, il signor Palcinski [6] ha sabotato tutti i provvedimenti tendenti a 
frenare i capitalisti e la loro speculazione, il saccheggio da parte loro 
dell'erario mediante le forniture militari; se in seguito il signor Palcinski, 
uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da una altro Palcinski del suo 
stesso stampo),  stato "gratificato" dai capitalisti di una piccola sinecura 
con uno stipendio di centoventimila rubli all'anno, - che cosa  questo? 
corruzione diretta o indiretta? alleanza del governo con le organizzazioni dei 
capitalisti o "semplicemente" relazioni di buona amicizia? Quale funzione hanno 
i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e gli Skobelev? Sono alleati "diretti", 
o soltanto indiretti, dei milionari concussionari? 
L'onnipotenza della "ricchezza" , in una repubblica democratica, tanto pi 
sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. 
La repubblica democratica  il migliore involucro politico possibile per il 
capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai 
Palcinski, ai Cernov, agli Tsereteli e consorti) di questo involucro - che  il 
migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che 
nessun cambiamento, n di persone, n di istituzioni, n di partiti nell'ambito 
della repubblica democratica borghese pu scuoterlo. 
Bisogna ancora rilevare che Engels definisce in modo categorico il suffragio 
universale come uno strumento di dominio della borghesia. Il suffragio 
universale, egli dice, tenendo evidentemente conto della lunga esperienza della 
socialdemocrazia tedesca,  
"la misura della maturit della classe operaia. Pi non pu n potr mai 
essere nello Stato odierno". 
I democratici piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e 
dei nostri menscevichi, come i loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e 
opportunisti dell'Europa occidentale, aspettano dal suffragio universale proprio 
qualche cosa "di pi". Essi condividono e inculcano nel popolo la falsa 
concezione che il suffragio universale possa "nello Stato odierno" esprimere 
realmente la volont della maggioranza dei lavoratori e assicurarne la 
realizzazione. 
Noi possiamo qui soltanto rilevare che questa concezione  falsa e far notare 
che l'affermazione chiara, precisa e concreta di Engels  ad ogni passo 
travisata nella propaganda e nell'agitazione dei partiti socialisti "ufficiali" 
(cio opportunisti). Dimostreremo in modo particolareggiato quanto sia falsa la 
concezione che Engels qui respinge, esponendo pi avanti le teorie di Marx e di 
Engels sullo Stato odierno. 
Nella sua opera pi popolare, Engels d un riassunto conclusivo delle sue 
concezioni con le parole seguenti: 
"Lo Stato non esiste dunque dall'eternit. Vi sono state societ che ne 
hanno fatto a meno e che non avevano alcuna idea di Stato e di potere 
statale. In un determinato grado dello sviluppo economico, necessariamente 
legato alla divisione della societ in classi, proprio a causa di questa 
divisione lo Stato  diventato una necessit. Ci avviciniamo ora, a rapidi 
passi, ad uno stadio di sviluppo della produzione nel quale la esistenza di 
queste classi non solo ha cessato di essere una necessit ma diventa un 
ostacolo effettivo alla produzione. Perci esse cadranno cos 
ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadr ineluttabilmente lo Stato. 
La societ, che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale 
associazione di produttori, relega l'intera macchina statale nel posto che 
da quel momento le spetta, cio nel museo delle antichit accanto alla rocca 
per filare e all'ascia di bronzo". [7] 
Questa citazione non accade di incontrarla spesso nella letteratura di 
propaganda e di agitazione della socialdemocrazia contemporanea. E quando la si 
ricorda, lo si fa per lo pi come se ci si volesse genuflettere davanti a 
un'icona, per rendere cio ufficialmente omaggio a Engels, senza il minimo 
tentativo di riflettere sull'ampiezza e la profondit della rivoluzione che  
presupposta in questo "relegare l'intera macchina statale nel museo delle 
antichit". Il pi delle volte non si arriva neppure a comprendere ci che 
Engels intende per macchina dello Stato. 
  
4. L'"estinzione" dello Stato e la rivoluzione violenta
Le parole di Engels sull'"estinzione" dello Stato godono di una cos larga 
notoriet, sono cos spesso citate, mettono cos bene in rilievo l'essenza 
stessa della falsificazione abituale del marxismo acconciato alla maniera 
opportunista, che  necessario soffermarsi su di esse in modo particolare. 
Citiamo tutto il passo da cui sono tratte: 
"Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto 
trasforma i mezzi di produzione in propriet dello Stato. Ma cos sopprime 
se stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni 
antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La societ 
esistita sinora, muoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva 
necessit dello Stato, cio di una organizzazione della classe sfruttatrice 
in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne della sua produzione e 
quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle 
condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavit, 
servit della gleba, semiservit feudale, lavoro salariato). Lo Stato era il 
rappresentante ufficiale di tutta la societ, la sua sintesi in un corpo 
visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo 
tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la societ: nell'antichit 
era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della 
nobilt feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando 
alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la societ, si rende, 
esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono pi classi sociali da 
mantenere nell'oppressione, non appena con l'eliminazione del dominio di 
classe e della lotta per l'esistenza individuale fondata sull'anarchia della 
produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli 
eccessi che sorgono da tutto ci, non ci sar da reprimere pi niente di ci 
che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo 
atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la 
societ, cio la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome 
della societ,  ad un tempo l'ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. 
L'intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo 
successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del 
governo sulle persone appare l'amministrazione delle cose e la direzione dei 
processi produttivi. Lo Stato non viene " abolito": esso si estingue. Questo 
 l'apprezzamento che deve farsi della frase "Stato popolare libero", tanto 
quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto 
per la sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo  del pari 
l'apprezzamento che deve farsi dell'esigenza dei cosiddetti anarchici che lo 
Stato debba essere abolito dall'oggi al domani" [8] ( Antidhring. [La 
scienza sovvertita dal signor Eugenio Dhring], pp. 302-303, terza ed. 
tedesca, 1894). 
Si pu dire senza timore di sbagliare che di tutto questo ragionamento di 
Engels, straordinariamente ricco di idee, i partiti socialisti di oggi non hanno 
veramente acquisito nel loro pensiero che la formula secondo cui, per Marx, lo 
Stato "si estingue", in contrapposizione alla dottrina anarchica 
dell'"abolizione" dello Stato. Amputare in tal modo il marxismo vuol dire 
ridurlo all'opportunismo, poich, dopo una tale "interpretazione" non rimane che 
il concetto vago di un cambiamento lento, uguale, graduale, senza sussulti n 
tempeste, senza rivoluzione. La "estinzione" dello Stato nel concetto corrente, 
generalmente diffuso, di massa, se cos si pu dire,  senza dubbio la 
scomparsa, se non la negazione, della rivoluzione. 
Ebbene, questa "interpretazione"  la piu grossolana deformazione del marxismo, 
utile solo alla borghesia, ed  teoricamente possibile solo se si trascurano i 
principali elementi e, per esempio, gli argomenti indicati nello stesso 
ragionamento "conclusivo" di Engels che abbiamo citato per esteso. 
Primo. Proprio al principio del suo ragionamento Engels dice che il 
proletariato, impadronendosi del potere sopprime con ci "Lo Stato in quanto 
Stato". Riflettere sul significato di questa frase  cosa che "non entra nelle 
abitudini". Per lo pi o si trascura completamente questo pensiero o vi si vede 
una specie di "debolezza hegeliana" di Engels. In realt, in queste parole  
espressa in forma incisiva l'esperienza di una delle pi grandi rivoluzioni 
proletarie, l'esperienza della Comune di Parigi del 1871, di cui parleremo a 
lungo pi avanti. In realt, Engels parla qui di "soppressione" dello Stato 
della borghesia per opera della rivoluzione proletaria, mentre ci ch'egli dice 
sull'estinzione dello Stato riguarda i resti dello Stato proletario che 
sussisteranno dopo la rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, 
non "si estingue"; esso viene "soppresso" dal proletariato nel corso della 
rivoluzione. Ci che si estingue dopo questa rivoluzione,  lo Stato proletario 
o semi-Stato. 
Secondo. Lo Stato  una "forza repressiva particolare". Questa definizione di 
Engels, meravigliosa e in sommo grado profonda,  qui enunciata con perfetta 
chiarezza. E ne deriva che questa "forza repressiva particolare" del 
proletariato da parte della borghesia, di milioni di lavoratori da parte di un 
pugno di ricchi, deve essere sostituita da una "forza repressiva particolare" 
della borghesia da parte del proletariato (dittatura del proletariato). In ci 
appunto consiste "la soppressione dello Stato in quanto Stato". In ci consiste 
1'"atto" della presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della societ. 
E' ovvio che questa sostituzione di una "forza particolare" (quella della 
borghesia) con un'altra "forza particolare" (quella del proletariato), non pu 
avvenire nella forma di "estinzione". 
Terzo. Questa "estinzione", o, per parlare con pi risalto e pi colore, questo 
"assopimento", Engels lo riferisce in modo chiaro ed evidente al periodo che 
segue "la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della 
societ", cio al periodo che segue la rivoluzione socialista. E' noto a tutti 
noi che la forma politica dello "Stato" in tale momento  la democrazia pi 
completa. Ma a nessuno degli opportunisti che snaturano sfrontatamente il 
marxismo viene in mente che qui si tratta quindi, in Engels, dell'"assopimento" 
e dell'"estinzione" della democrazia. A prima vista ci pare molto strano; ma  
"incomprensibile" soltanto per chi non ricordi che anche la democrazia  uno 
Stato e che anch'essa, quindi, scompare quando scompare lo Stato. Solo la 
rivoluzione pu "sopprimere" lo Stato borghese. Lo Stato in generale, cio la 
democrazia pi completa, non pu che "estinguersi". 
Quarto. Enunciando la sua celebre tesi: "Lo Stato si estingue", Engels si 
affretta a precisare che essa  diretta e contro gli opportunisti e contro gli 
anarchici. Inoltre da Engels  posta in primo piano quella conclusione dalla 
tesi sull'"estinzione dello Stato" che  diretta contro gli opportunisti. 
Si pu scommettere che su diecimila persone che hanno letto o hanno sentito 
parlare dell'"estinzione" dello Stato, novemilanovecentonovanta ignorano 
assolutamente o hanno dimenticato che Engels dirigeva le conclusioni di questa 
tesi non soltanto contro gli anarchici. E sulle dieci che restano, ce ne sono 
certamente nove che non sanno che cosa sia "lo Stato popolare libero", e perch 
mai nell'attacco contro questa parola d'ordine  contenuto un attacco contro gli 
opportunisti. Cos si scrive la storia! Cos si altera in sordina la grande 
dottrina rivoluzionaria accomodandola alla maniera del filisteismo dominante. La 
conclusione contro gli anarchici  stata mille volte ripetuta, banalizzata, 
conficcata nel modo pi semplicista nei cervelli e ha acquistato la tenacia di 
un pregiudizio. E la conclusione contro gli opportunisti  stata messa in ombra 
e "dimenticata "! 
Lo "Stato popolare libero" era una rivendicazione programmatica, una parola 
d'ordine corrente dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. In questa 
parola d'ordine non v' alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione 
piccolo-borghese della nozione di democrazia. In quanto essa faceva legalmente 
allusione alla repubblica democratica, Engels era disposto a "giustificarla" 
"temporaneamente" dal punto di vista dell'agitazione. Ma questa parola d'ordine 
era opportunista, non soltanto perch imbelliva la democrazia borghese, ma anche 
perch esprimeva l'incomprensione della critica socialista di ogni Stato in 
generale. Noi siamo per la repubblica democratica, in quanto essa , in regime 
capitalista, la forma migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il 
diritto di dimenticare che la sorte riservata al popolo, anche nella pi 
democratica delle repubbliche borghesi,  la schiavit salariata. Proseguiamo. 
Ogni Stato  una "forza repressiva particolare" della classe oppressa. Quindi 
uno Stato, qualunque esso sia, non  libero e non  popolare. Marx ed Engels 
l'hanno spiegato cento volte ai loro compagni di partito negli anni 1870-1880. 
Quinto. La stessa opera di Engels, in cui si trova il ragionamento 
sull'estinzione dello Stato che tutti ricordano, contiene anche una 
considerazione sul significato della rivoluzione violenta. La valutazione 
storica della sua funzione si trasforma in Engels in un vero panegirico della 
rivoluzione violenta. Nessuno "se ne ricorda"; nei partiti socialisti 
contemporanei non usa parlare dell'importanza di questa idea e nemmeno pensarvi; 
nella propaganda e nell'agitazione quotidiana fra le masse queste idee non 
trovano nessun posto. Eppure esse sono indissolubilmente legate all'idea 
dell'"estinzione" dello Stato, con la quale formano un tutto. 
Ecco questa considerazione di Engels: 
"...che la violenza abbia nella societ ancora un'altra funzione [oltre al 
male che essa produce], una funzione rivoluzionaria, che essa, secondo le 
parole di Marx, sia la levatrice di ogni vecchia societ gravida di una 
nuova, che essa sia lo strumento con cui si compie il movimento della 
societ, e che infrange forme politiche irrigidite e morte, di tutto questo 
nel sig. Dhring non si trova neanche una parola. Solo con sospiri e con 
gemiti egli ammette la possibilit che per abbattere l'economia dello 
sfruttamento sar forse necessaria la violenza...purtroppo! Infatti [secondo 
Dhring] ogni uso di violenza demoralizza colui che la usa. E questo di 
fronte all'elevato slancio morale e intellettuale che  stato il risultato 
di ogni rivoluzione vittoriosa! E questo in Germania, dove una violenta 
collisione, che potrebbe anche essere imposta al popolo, avrebbe almeno il 
vantaggio di estirpare lo spirito servile che, a causa dell' avvilimento 
conseguente alla guerra dei trenta anni, ha permeato la coscienza nazionale. 
E questa mentalit da predicatore, fiacca, insipida e impotente, ha la 
pretesa di imporsi al partito pi rivoluzionario che la storia conosca?" [9] 
(p. 193, terza ed. tedesca, fine del 4 capitolo, II parte). 
Come unire nella stessa dottrina questo panegirico della rivoluzione violenta, 
tenacemente presentato da Engels ai socialdemocratici tedeschi dal 1878 al 1894, 
cio fino alla sua morte [10], e la teoria dell' "estinzione" dello Stato? 
Di solito li si unisce con un procedimento eclettico, ricorrendo senza criterio 
e in modo sofistico, arbitrariamente (o per compiacere ai detentori del potere), 
ora all'uno, ora all'altro di questi ragionamenti, e novantanove volte su cento, 
se non di pi,  precisamente 1'"estinzione" che  messa in primo piano. 
L'eclettismo  sostituito alla dialettica; nei confronti del marxismo questa  
la cosa pi consueta, pi frequente nella letteratura socialdemocratica 
ufficiale dei nostri giorni. Questa sostituzione non  certo una novit; si pot 
osservarla persino nella storia della filosofia greca classica. Nella 
falsificazione opportunista del marxismo, la falsificazione eclettica della 
dialettica inganna con pi facilit le masse, d loro una apparente 
soddisfazione, finge di tener conto di tutti gli aspetti del processo di tutte 
le tendenze dello sviluppo e di tutte le influenze contraddittorie ecc., ma in 
realt non d alcuna nozione completa e rivoluzionaria del processo di sviluppo 
della societ. 
Abbiamo gi detto prima, e lo dimostreremo in modo pi particolareggiato nel 
seguito della nostra argomentazione, che la dottrina di Marx e di Engels sulla 
necessit della rivoluzione violenta si riferisce allo Stato borghese. Questo 
non pu essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) 
per via di "estinzione"; pu esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo 
della rivoluzione violenta. Il panegirico con cui Engels esalta la rivoluzione 
violenta concorda pienamente con le numerose dichiarazioni di Marx (ricordiamo 
la conclusione della Miseria della filosofia e del Manifesto del Partito 
comunista che proclama fieramente e categoricamente l'ineluttabilit della 
rivoluzione violenta; ricordiamo la critica del programma di Gotha nel 1875, 
circa trent'anni pi tardi, dove Marx flagella implacabilmente l'opportunismo di 
questo programma). Questo panegirico non  per nulla effetto di una 
"infatuazione", n una declamazione, n una trovata polemica. La necessit di 
educare sistematicamente le masse in questa - e precisamente in questa - idea 
della rivoluzione violenta,  alla base di tutta la dottrina di Marx e di 
Engels. Il tradimento della loro dottrina perpetrato dalle tendenze 
socialsciovinista e kautskiana oggi dominanti si esprime con particolare rilievo 
nell'oblio di questa propaganda, di questa agitazione da parte dell'una e 
dell'altra. 
La sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese non  possibile senza 
rivoluzione violenta. La soppressione dello Stato proletario, cio la 
soppressione di ogni Stato, non  possibile che per via di "estinzione". 
Marx ed Engels svilupparono queste concezioni in modo particolareggiato e 
concreto, studiando ogni situazione rivoluzionaria particolare, analizzando gli 
insegnamenti forniti dall'esperienza di ogni rivoluzione. Passiamo a questa 
parte, - indubbiamente la pi importante, - della loro dottrina. 
  
Note
1. F. Engels, L'origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato, 
Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 200 
2. Op. cit., pp. 200-201. 
3. Op. cit., p. 201. 
4. Op. cit., pp. 201-202. 
5. Op. cit., pp.202-203. 
6. Uomo di fiducia di gruppi industriali e finanziari russi, P. I. Palcinski 
fece parte per qualche tempo, come vice-ministro all'industria e commercio, del 
governo provvisorio costituito dopo la rivoluzione di febbraio del 1917. 
7. Op cit., pp. 203-204 
8. F. Engels, Antidhring, Roma, Edizioni Rinascita, III ediz., 1955, p. 305. 
9. Op. cit., p. 202. 
10. In realt Engels mor, come  noto, il 5 agosto 1895 ed  di quell'anno la 
sua Introduzione alle Lotte di classe in Francia di Marx (trad. it. Roma, 
Editori Riuniti, 1962) che Lenin, evidentemente di proposito, non cita n 
ricorda mai in Stato e rivoluzione. Questo testo infatti era ben presente a 
Lenin, e ci risulta dagli appunti del quaderno Il marxismo sullo Stato, dove 
per si sottolinea pi di una volta la ragione per cui questo scritto di Engels 
non veniva preso in considerazione, date le tendenziose mutilazioni che aveva 
subito nel corso della sua pubblicazione. 
  


Stato e Rivoluzione
II. Lo Stato e la rivoluzione. L'esperienza del 1848-1851
  
1. La vigilia della rivoluzione
Le prime opere del marxismo giunto a maturit, la Miseria della filosofia e il 
Manifesto del Partito comunista, appartengono appunto al periodo che precede 
immediatamente la rivoluzione del 1848. Grazie a questa circostanza, noi 
troviamo in esse, in una certa misura, accanto all'esposizione dei princpi 
generali del marxismo, un riflesso della situazione rivoluzionaria concreta di 
quel tempo; conviene quindi, io credo, studiare ci che gli autori di queste 
opere dicono dello Stato, immediatamente prima di esporre le loro conclusioni 
sull'esperienza degli anni 1848-1851. 

" ...La classe lavoratrice scrive Marx nella Miseria della filosofia - 
sostituir, nel corso del suo sviluppo, all'antica societ civile 
un'associazione che escluder le classi e il loro antagonismo, e non vi sar 
pi potere politico propriamente detto, poich il potere politico  
precisamente il riassunto ufficiale dell'antagonismo [delle classi] nella 
societ civile" [11] (p. 182, ed. tedesca, 1885). 

E' istruttivo mettere a confronto questa esposizione generale dell'idea della 
scomparsa dello Stato dopo l'abolizione delle classi con l'esposizione fattane 
nel Manifesto del Partito comunista, scritto da Marx e da Engels alcuni mesi pi 
tardi, cio nel novembre del 1847. 

"...Tratteggiando le fasi pi generali dello sviluppo del proletariato, 
abbiamo seguito la guerra civile pi o meno occulta entro la societ attuale 
fino al momento in cui essa esplode in una rivoluzione aperta, e col 
rovesciamento violento della borghesia il proletariato stabilisce il suo 
dominio... 

"...Abbiamo gi visto sopra come il primo passo nella rivoluzione operaia 
sia l'elevarsi del proletariato a classe dominante, la conquista della 
democrazia. 

"Il proletariato si servir della sua supremazia politica per strappare alla 
borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli 
strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato 
stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima 
rapidit possibile, la massa delle forze produttive" [12] (pp. 31 e 37, 
settima edizione tedesca, 1906). 

Vediamo qui formulata una delle pi notevoli e importanti idee del marxismo a 
proposito dello Stato, l'idea della "dittatura del proletariato" ( espressione 
che Marx ed Engels cominciano ad usare dopo la Comune di Parigi) vi troviamo in 
seguito una definizione dello Stato del pi alto interesse e che fa anch'essa 
parte delle "parole dimenticate" del marxismo: "lo Stato, vale a dire il 
proletariato organizzato come classe dominante". 
Questa definizione dello Stato non solo non  mai stata commentata nella 
letteratura di propaganda e di agitazione che predomina nei partiti 
socialdemocratici ufficiali. Peggio ancora, essa  stata dimenticata appunto 
perch  assolutamente inconciliabile col riformismo e perch contrasta in modo 
irriducibile con i pregiudizi opportunistici abituali e con le illusioni 
piccolo-borghesi sullo "sviluppo pacifico della democrazia". 
Il proletariato ha bisogno di uno Stato, ripetono tutti gli opportunisti, i 
socialsciovinisti e i kautskiani, assicurando che questa  la dottrina di Marx, 
ma "dimenticando" di aggiungere che innanzi tutto il proletariato, secondo Marx, 
ha bisogno unicamente di uno Stato in via di estinzione, organizzato cio in 
modo tale che cominci subito ad estinguersi, e non possa non estinguersi. E, in 
secondo luogo, che i lavoratori hanno bisogno dello "Stato", "cio del 
proletariato organizzato come classe dominante". 
Lo Stato  un'organizzazione particolare della forza,  l'organizzazione della 
violenza destinata a reprimere una certa classe. Qual , dunque, la classe che 
il proletariato deve reprimere? Evidentemente una sola: la classe degli 
sfruttatori, vale a dire la borghesia. I lavoratori hanno bisogno dello Stato 
solo per reprimere la resistenza degli sfruttatori, e solo il proletariato  in 
grado di dirigere e di attuare questa repressione, perch il proletariato  la 
sola classe rivoluzionaria fino in fondo, la sola classe capace di unire tutti i 
lavoratori e tutti gli sfruttati nella lotta contro la borghesia, per 
soppiantarla completamente. 
Le classi sfruttatrici hanno bisogno del dominio politico per il mantenimento 
dello sfruttamento, vale a dire nell'interesse egoistico di un'infima minoranza 
contro l'immensa maggioranza del popolo. Le classi sfruttate hanno bisogno del 
dominio politico per sopprimere completamente ogni sfruttamento, vale a dire 
nell'interesse dell'immensa maggioranza del popolo, contro l'infima minoranza 
dei moderni schiavisti: i proprietari fondiari e i capitalisti. 
I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito 
alla lotta delle classi le loro fantasticherie sull'intesa fra le classi, si 
sono rappresentati anche la trasformazione socialista come una fantasticheria; 
non come l'abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma come la 
sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, consapevole dei propri 
compiti. Questa utopia piccolo-borghese, indissolubilmente legata al 
riconoscimento di uno Stato al di sopra delle classi, praticamente non ha 
portato ad altro che al tradimento degli interessi delle classi lavoratrici, 
come  stato provato, per esempio, dalla storia delle rivoluzioni francesi del 
1848 e del 1871, come  stato provato dall'esperienza della partecipazione 
"socialista" ai ministeri borghesi in Inghilterra, in Francia, in Italia e 
altrove alla fine del secolo decimonono e all'inizio del secolo ventesimo. 
Marx lott tutta la vita contro un tale socialismo piccolo-borghese, risuscitato 
oggi in Russia dai partiti socialista-rivoluzionario e menscevico. Marx svilupp 
la dottrina della lotta di classe in modo coerente, ricavando da essa la 
dottrina del potere politico, dello Stato. 
L'abbattimento del dominio borghese  possibile soltanto ad opera del 
proletariato, come classe particolare, preparata a questo rovesciamento dalle 
proprie condizioni economiche di esistenza che gli danno la possibilit e la 
forza di compierlo. Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e 
tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il 
proletariato. Grazie alla sua funzione economica nella grande produzione, solo 
il proletariato  capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le 
masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e 
anche pi dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente per 
la loro emancipazione. 
La dottrina della lotta di classe, applicata da Marx allo Stato e alla 
rivoluzione socialista, porta necessariamente a riconoscere il dominio politico 
del proletariato, la sua dittatura, il potere cio ch'esso non divide con 
nessuno e che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse. 
L'abbattimento della borghesia non  realizzabile se non attraverso la 
trasformazione del proletariato in classe dominante, capace di reprimere la 
resistenza inevitabile, disperata della borghesia, di organizzare per un nuovo 
regime economico tutte le masse lavoratrici e sfruttate. 
Il potere statale, l'organizzazione centralizzata della forza, l'organizzazione 
della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza 
degli sfruttatori, sia per dirigere l'immensa massa della popolazione - 
contadini, piccola borghesia, semiproletariato - nell' opera di "avviamento" 
dell'economia socialista. 
Educando il partito operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato, 
capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace 
di dirigere e di organizzare il nuovo regime, d'essere il maestro, il dirigente, 
il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell'organizzazione della 
loro vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia. L'opportunismo oggi 
dominante educa invece il partito operaio in modo da farne il rappresentante dei 
lavoratori meglio retribuiti, che si staccano dalle masse, "si sistemano" 
abbastanza comodamente nel regime capitalistico e vendono per un piatto di 
lenticchie il loro diritto di primogenitura, rinunciando cio alla loro funzione 
di guida rivoluzionaria del popolo nella lotta contro la borghesia. 
"Lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante", - 
questa teoria di Marx  indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla 
funzione rivoluzionaria del proletariato nella storia. Questa funzione culmina 
nella dittatura proletaria, nel dominio politico del proletariato. 
Ma se il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione 
particolare della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la 
conclusione: la creazione di una tale organizzazione  concepibile senza che sia 
prima annientata, distrutta la macchina dello Stato che la borghesia ha creato 
per s? Il Manifesto del Partito comunista conduce direttamente a questa 
conclusione, ed  di questa conclusione che Marx parla quando fa il bilancio 
dell'esperienza della rivoluzione del 1848-l851. 
  
2. Il bilancio di una rivoluzione
Sul problema dello Stato che ci interessa, Marx, nella sua opera Il 18 Brumaio 
di Luigi Bonaparte, fa con questo ragionamento il bilancio dei risultati della 
rivoluzione del 1848-l851. 

"...Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando 
il purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2 dicembre [1851]" (data del colpo 
di Stato di Luigi Bonaparte) "non ha condotto a termine che la prima met 
della sua preparazione; ora sta compiendo l'altra met. Prima ha elaborato 
alla perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha 
raggiunto questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, 
lo riduce alla sua espressione pi pura, lo isola, si leva di fronte ad esso 
come l'unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di 
distruzione" ( il corsivo  nostro). "E quando la rivoluzione avr condotto 
a termine questa seconda met del suo lavoro preparatorio, l'Europa balzer 
dal suo seggio e grider: Ben scavato, vecchia talpa! 
"Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e 
militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un 
esercito di impiegati di mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo 
milione di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che avvolge come un 
involucro il corpo della societ francese e ne ostruisce tutti i pori, si 
costitu nel periodo della monarchia assoluta, al cadere del sistema 
feudale, la cui caduta aiut a rendere pi rapida." La prima rivoluzione 
francese svilupp la centraIizzazione, "e in pari tempo dovette sviluppare 
l'ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone 
port alla perfezione questo meccanismo delIo Stato. La monarchia legittima 
e la monarchia di luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una pi grande 
divisione del lavoro... 
" ...La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare 
nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, 
gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i 
rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di 
spezzarla" (il corsivo  nostro). "I partiti che successivamente lottarono 
per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello 
Stato come il bottino principale del vincitore" (Il 18 Brumaio di Luigi 
Bonaparte, [13] pp. 98-99, quarta ed. tedesca, Amburgo, 1907). 

In questo ammirevole ragionamento il marxismo fa un grandissimo passo in avanti 
in confronto al Manifesto del Partito comunista. Il problema dello Stato nel 
Manifesto era posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei pi 
generici. Qui il problema  posto concretamente e la conclusione  estremamente 
precisa, ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti 
non fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, 
demolirla. 
Questa conclusione  la cosa principale, essenziale della dottrina marxista 
sullo Stato. E appunto questa cosa essenziale non solo  stata completamente 
dimenticata dai partiti socialdemocratici ufficiali dominanti, ma  stata 
perfino snaturata (come vedremo) dal pi eminente teorico della Seconda 
Internazionale, K. Kautsky. 
Nel Manifesto del Partito comunista si ricavano gli insegnamenti generali della 
storia; questi insegnamenti ci mostrano lo Stato come l'organo del dominio di 
una classe e ci portano a questa necessaria conclusione: il proletariato non 
potrebbe rovesciare la borghesia senza aver prima conquistato il potere 
politico, senza essersi assicurato il dominio politico, senza trasformare lo 
Stato in "proletariato organizzato come classe dominante"; e questo Stato 
proletario comincer ad estinguersi subito dopo la sua vittoria, poich lo Stato 
 inutile ed impossibile in una societ senza antagonismi di classe. Il problema 
di determinare in che cosa consista - dal punto di vista dello sviluppo storico 
- questa sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese qui non  
posto. 
Proprio questo  il problema che Marx pone e risolve nel 1852. Fedele alla sua 
filosofia, il materialismo dialettico, Marx prende come base l'esperienza 
storica dei grandi anni rivoluzionari 1848-l851. Qui, come sempre, la dottrina 
di Marx  il bilancio di un'esperienza, bilancio illuminato da una profonda 
concezione filosofica del mondo e da una vasta conoscenza della storia. 
Il problema dello Stato si pone in modo concreto: come  sorto storicamente lo 
Stato borghese, la macchina statale necessaria al dominio della borghesia ? 
Quali trasformazioni, quali evoluzioni ha subito nel corso delle rivoluzioni 
borghesi e di fronte ai movimenti autonomi delle classi oppresse? Quali sono i 
compiti del proletariato rispetto a questa macchina statale ? 
Il potere statale centralizzato, proprio della societ borghese, apparve nel 
periodo della caduta dell'assolutismo. Le due istituzioni pi caratteristiche di 
questa macchina statale sono: la burocrazia e l'esercito permanente. Marx ed 
Engels parlano molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano 
queste istituzioni appunto con la borghesia. L'esperienza acquisita da ogni 
lavoratore gli spiega in modo estremamente evidente e convincente questi legami. 
La classe operaia impara a conoscerli a proprie spese. Per questo essa afferra 
con tanta facilit ed assimila cos bene la scienza che afferma l'ineluttabilit 
di questi legami, scienza che i democratici piccolo-borghesi negano per 
ignoranza o per leggerezza, quando non abbiano la leggerezza ancora maggiore di 
ammetterla "in generale", trascurando per di trarne le corrispondenti 
conclusioni pratiche. 
La burocrazia e l'esercito permanente sono dei "parassiti" sul corpo della 
societ borghese, parassiti generati dalle contraddizioni interne che dilaniano 
questa societ, ma parassiti appunto che ne "ostruiscono" i pori vitali. 
L'opportunismo kautskiano, oggi prevalente nella socialdemocrazia ufficiale, 
ritiene che questa concezione dello Stato, considerato come organismo 
parassitario, sia propria degli anarchici, ed esclusivamente degli anarchici. 
Questa deformazione del marxismo  certo, estremamente vantaggiosa ai piccoli 
borghesi che hanno portato il socialismo all'inaudita vergogna di giustificare e 
di imbellire la guerra imperialistica applicandole il concetto di "difesa della 
patria", ma rimane tuttavia una deformazione incontestabile. 
Questo apparato burocratico e militare si sviluppa, si perfeziona e si rafforza 
attraverso le numerose rivoluzioni borghesi di cui l'Europa  stata teatro dalla 
caduta del feudalesimo in poi. Tra l'altro, la piccola borghesia si lascia 
attrarre dalla parte della grande borghesia, ed  sottomessa a quest'ultima, in 
misura notevole proprio per mezzo di questo apparato che d agli strati 
superiori dei contadini, dei piccoli artigiani, dei commercianti, ecc. impieghi 
relativamente comodi, tranquilli ed onorifici e che pongono i loro titolari al 
di sopra del popolo. Si pensi a quello che  avvenuto in sei mesi, dopo il 27 
febbraio 1917, in Russia: i posti di funzionari, una volta riservati di 
preferenza agli ultrareazionari, sono divenuti il bottino dei cadetti, dei 
menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari. Non si  pensato, in fondo, a 
nessuna riforma seria; si  cercato di rinviare le riforme "fino all'Assemblea 
costituente", e di rinviare a poco a poco l'Assemblea costituente fino alla fine 
della guerra! Ma per la divisione del bottino, per l'attribuzione di sinecure 
ministeriali, di sottosegretariati di Stato, di posti di governatori generali, 
ecc. ecc. non si  perso tempo e non si  aspettata nessuna Assemblea 
costituente! Il giuoco delle combinazioni ministeriali non  stato, in fondo, 
che l'espressione di questa divisione e nuova spartizione del "bottino" alla 
quale si procede, dall'alto al basso, in tutto il paese, in tutte le 
amministrazioni centrali e locali. E' chiaro il risultato, il risultato 
obiettivo, dopo sei mesi - dal 27 febbraio al 27 agosto 1917 - di tutto ci: le 
riforme sono rinviate, la spartizione degli impieghi  compiuta e gli "errori" 
commessi in questa spartizione sono stati corretti con qualche nuova 
spartizione. 
Ma pi si procede a "nuove spartizioni" dell'apparato amministrativo fra i 
diversi partiti borghesi e piccolo-borghesi (cadetti. socialisti-rivoluzionari e 
menscevichi, se si prende l'esempio della Russia), e con maggiore evidenza 
appare alle classi oppresse, e al proletariato che ne  il capo, la loro 
ostilit irreducibile alla societ borghese nel suo insieme. Di qui la necessit 
per tutti i partiti borghesi, anche i pi democratici e "democratici 
rivoluzionari", di accentuare la repressione contro il proletariato 
rivoluzionario, di rafforzare l'apparato di coercizione, cio questa stessa 
macchina statale. Questo corso degli avvenimenti obbliga perci la rivoluzione a 
"concentrare tutte le sue forze di distruzione" contro il potere dello Stato; le 
impone il compito non di migliorare la macchina statale, ma di demolirla, di 
distruggerla. 
Non le deduzioni logiche, ma il corso reale degli avvenimenti, l'esperienza 
vissuta del 1848-1851, hanno condotto a porre il problema in questi termini. 
Fino a che punto Marx si attenga strettamente alla base reale della esperienza 
storica,  dimostrato dal fatto che nel 1852 egli non si domanda ancora in 
concreto che cosa si debba sostituire a questa macchina dello Stato che deve 
essere distrutta. L'esperienza non aveva allora fornito degli esempi che 
potessero far sorgere questa questione, che solo pi tardi, nel 1871, la storia 
mise all'ordine del giorno. 
Nel 1852 si poteva unicamente constatare, con la precisione propria delle 
scienze naturali, che la rivoluzione proletaria affrontava il compito di 
"concentrare tutte le sue forze di distruzione" contro il potere dello Stato, il 
compito di "spezzare" la macchina statale. 
Si potrebbe a questo punto porre la domanda se sia giusto generalizzare 
l'esperienza, le osservazioni e le conclusioni Marx e applicarle a un campo pi 
vasto della storia di tre anni della Francia: daI 1848 al 1851. Ricordiamo 
innanzi tutto, per analizzare la questione, un'osservazione di Engels. Passeremo 
poi all'esame dei fatti. 

"...La Francia - scriveva Engels nella prefazione alla terza edizione del 18 
Brumaio -  il paese in cui le lotte di classe della storia vennero 
combattute sino alla soluzione decisiva pi che in qualsiasi altro luogo; e 
in cui quindi anche le mutevoli forme politiche, dentro alle quali quelle 
lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro risultati, prendono i 
contorni pi netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese classico, a 
partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri limitati, la 
Francia ha, con La Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il 
puro dominio della borghesia, in forma classica come nessun altro paese 
europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la borghesia 
dominante assume qui una forma acuta, che altrove  sconosciuta" [14] (p. 4, 
edizione del 1907). 

Quest'ultima osservazione  invecchiata, poich dopo il 1871 la lotta 
rivoluzionaria del proletariato francese ha subto una interruzione; 
interruzione per che, per quanto lunga, non esclude affatto che la Francia 
possa, nel corso della futura rivoluzione proletaria, rivelarsi ancora una volta 
come il paese classico della lotta delle classi condotta risolutamente fino in 
fondo. 
Ma gettiamo uno sguardo d'insieme sulla storia dei paesi avanzati alla fine del 
secolo decimonono e al principio del secolo ventesimo. Vedremo come, pi 
lentamente, in forme pi varie, su un'area molto pi estesa, si sia svolto lo 
stesso processo: da un lato, l'elaborazione di un "potere parlamentare", tanto 
nei paesi repubblicani (Francia, America, Svizzera), quanto in quelli monarchici 
(Inghilterra, Germania, fino a un certo punto, Italia, paesi scandinavi, ecc.); 
dall'altro, la lotta per il potere dei diversi partiti borghesi e 
piccolo-borghesi che si dividono e si ridistribuiscono il "bottino" degli 
incarichi statali, mentre immutate restano le basi del regime borghese; 
finalmente un processo di perfezionamento e di rafforzamento del "potere 
esecutivo", del suo apparato burocratico e militare. 
Non v' alcun dubbio che questi sono i caratteri comuni a tutta l'evoluzione 
moderna degli Stati capitalistici in generale. In tre anni, dal 1848 al 1851, la 
Francia mostr, in una forma rapida, netta e concentrata, i processi di sviluppo 
propri dell'insieme del mondo capitalistico. 
L'imperialismo - epoca del capitale bancario e dei giganteschi monopoli 
capitalistici, epoca in cui il capitalismo monopolistico si trasforma in 
capitalismo monopolistico di Stato - mostra in modo particolare lo straordinario 
consolidamento della "macchina statale", l'inaudito accrescimento del suo 
apparato burocratico e militare per accentuare la repressione contro il 
proletariato, sia nei paesi monarchici che nei pi liberi paesi repubblicani. 
La storia universale pone oggi, senza alcun dubbio, e su scala incomparabilmente 
pi ampia che neI 1852, il compito della "concentrazione di tutte le forze" 
della rivoluzione proletaria per la "distruzione" della macchina statale. 
Con che cosa il proletariato la sostituir? La Comune di Parigi ci ha fornito a 
questo proposito gli esempi pi istruttivi. 
  
3. Come Marx poneva la questione nel 1852 [15]
Mehring pubblicava nel 1907 nella Neue Zeit ( XXV, 2, 164 ) alcuni estratti di 
una lettera di Marx a Weydemeyer, del 5 marzo 1852. Questa lettera contiene fra 
l'altro il seguente importantissimo passo: 

"Per quello che mi riguarda, a me non appartiene n il merito di aver 
scoperto l'esistenza delle classi nella societ moderna n quello di aver 
scoperto la lotta tra di esse. Gi molto tempo prima di me degli storici 
borghesi avevano esposto la evoluzione storica di questa lotta delle classi, 
e degli economisti borghesi avevano esposto l'anatomia economica delle 
classi. Quel che io ho fatto di nuovo  stato di dimostrare: l. che 
l'esistenza delle classi  soltanto legata a determinate fasi di sviluppo 
storico della produzione [historische Entwicklungsphasen der Produktion]; 2. 
che la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura del 
proletariato; 3. che questa dittatura stessa costituisce soltanto il 
passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una societ senza 
classi...". [16] 

In queste righe Marx  riuscito in primo luogo a esprimere con una 
impressionante nitidezza l'elemento essenziale e fondamentale che distingue la 
sua dottrina dalle dottrine dei pi profondi e avanzati pensatori della 
borghesia. In secondo luogo, egli ha qui indicato la sostanza della sua dottrina 
dello Stato. 
L'elemento essenziale della dottrina di Marx  la lotta di classe. Cos si dice 
e si scrive molto spesso. Ma questo non  vero e da questa affermazione errata 
deriva, di solito, una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento 
del marxismo nel senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perch la 
dottrina della lotta di classe non  stata creata da Marx, ma dalla borghesia 
prima di Marx. e pu, in generale, essere accettata dalla borghesia. Colui che 
si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non  ancora un marxista, e 
pu darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla 
politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, 
vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ci che la borghesia pu 
accettare. Marxista  soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta 
delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. In questo 
consiste la differenza pi profonda tra il marxista e il banale piccolo-borghese 
(e anche il grande). E' questo il punto attorno al quale bisogna mettere alla 
prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo. E non vi  da 
meravigliarsi che, nel momento in cui la storia dell'Europa ha condotto la 
classe operaia a porsi praticamente questa questione, non solo tutti gli 
opportunisti e i riformisti, ma anche tutti i "kautskiani" (gente che oscilla 
tra il riformismo e il marxismo) abbiano rivelato di essere dei miserabili 
filistei e dei democratici piccolo-borghesi che negano la dittatura del 
proletariato. L'opuscolo di Kautsky La dittatura del proletariato, uscito 
nell'agosto 1918, cio molto tempo dopo la pubblicazione della prima edizione 
del presente libro,  un modello di deformazione piccolo-borghese del marxismo e 
di vile rinuncia ad esso nei fatti, unite a un riconoscimento ipocrita di esso a 
parole (si veda il mio opuscolo: La rivoluzione proletaria e il rinnegato 
Kautsky, Pietrogrado e Mosca 1918). 
L'opportunismo contemporaneo, personificato dal suo maggiore rappresentante, 
l'ex marxista K. Kautsky, rientra completamente nella caratteristica attribuita 
da Marx alla posizione borghese, perch esso riconosce la lotta di classe 
soltanto nei limiti dei rapporti borghesi. (Ma entro questi limiti, nel quadro 
di questi rapporti, nessun liberale colto si rifiuta di riconoscere "in linea di 
principio" la lotta di classe!) L'opportunismo non porta il riconoscimento della 
lotta di classe sino al punto precisamente essenziale, sino al periodo del 
passaggio dal capitalismo al comunismo, sino al periodo dell'abbattimento della 
borghesia e del suo annientamento completo. In realt, questo periodo  
inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un'asprezza inaudita, un 
periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi 
anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo 
(per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo 
(contro la borghesia). 
Ancora. L'essenza della dottrina dello Stato di Marx pu essere compresa fino in 
fondo soltanto da colui che comprende che la dittatura di una sola classe  
necessaria non solo per ogni societ classista in generale, non solo per il 
proletariato dopo aver abbattuto la borghesia, ma per un intero periodo storico, 
che separa il capitalismo della "societ senza classi", dal comunismo. Le forme 
degli Stati borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro sostanza  unica: 
tutti questi Stati sono in un modo o nell'altro, ma in ultima analisi, 
necessariamente, una dittatura della borghesia. Il passaggio dal capitalismo al 
comunismo, naturalmente, non pu non produrre un'enorme abbondanza e variet di 
forme politiche, ma la sostanza sar inevitabilmente una sola: la dittatura del 
proletariato. 
  
Note
11. K. Marx, Miseria della filosofia, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, p. 140. 
12. K. Marx F. Engels, Manifesto del partito comunista. cit., pp. 74 e 87-88. 
13. Trad. it. cit., pp. 205 206. 
14. Op cit., p. 40. 
15. Questo paragrafo mancava nella prima edizione di Stato e rivoluzione e fu 
aggiunto dall'autore nel dicembre 1918, in occasione della pubblicazione della 
seconda edizione. 
16. K. Marx-F. Engels, Sul materialismo storico, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, 
pp. 72-73. 
  
 



Stato e Rivoluzione
III. Lo Stato e la rivoluzione.
L' esperienza della Comune di Parigi (1871).
L'analisi di Marx
  
1. In che cosa consiste l'eroismo del tentativo dei comunardi?
E' noto che alcuni mesi prima della Comune, nell' autunno del 1870, Marx metteva 
in guardia gli operai parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare 
il governo sarebbe stato una sciocchezza dettata dalla disperazione [17]. Ma 
quando, nel marzo 1871, la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi 
l'accettarono cosicch l'insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx, 
nonostante i cattivi presagi, salut con entusiasmo la rivoluzione proletaria. 
Egli non si ostin a condannare per pedanteria un movimento "inopportuno", come 
fece Plekhanov, il tristemente celebre rinnegato russo del marxismo, che nei 
suoi scritti del novembre 1905 incoraggiava gli operai e i contadini alla lotta 
e, dopo il dicembre 1905, gridava alla maniera dei liberali: "Non bisognava 
prendere le armi". 
Marx non si limit tuttavia ad entusiasmarsi per l'eroismo dei comunardi che, 
com'egli diceva, "davano l'assalto al cielo". Nel movimento rivoluzionario delle 
masse, bench esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza 
storica di enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione 
proletaria mondiale, un tentativo pratico pi importante di centinaia di 
programmi e di ragionamenti. Analizzare questa esperienza, ricavarne delle 
lezioni di tattica, rivedere, sulla base di questa esperienza, la sua teoria - 
questo fu il compito che Marx si pose. 
L'unico "emendamento" che Marx giudic necessario apportare al Manifesto del 
Partito comunista, lo fece sulla base dell'esperienza rivoluzionaria dei 
comunardi di Parigi. 
L'ultima prefazione a una nuova edizione tedesca del Manifesto del Partito 
comunista firmata insieme dai due autori porta la data del 24 giugno 1872. In 
questa prefazione Karl Marx e Friedrich Engels dicono che il programma del 
Manifesto del Partito comunista " oggi qua e l invecchiato". 

"...La Comune, specialmente, - essi aggiungono, - ha fornito la prova che 
"la classe operaia non pu impossessarsi puramente e semplicemente di una 
macchina statale gi pronta e metterla in moto per i suoi propri fini"..." . 
[18] 

Le ultime parole, fra virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori 
dall'opera di Marx: La guerra civile in Francia. Cos, a questo insegnamento 
principale e fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed 
Engels un'importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al 
Manifesto del Partito comunista. 
E' estremamente caratteristico che gli opportunisti abbiano snaturato proprio 
questo emendamento sostanziale; e i nove decimi, se non i novantanove centesimi, 
dei lettori del Manifesto del Partito comunista non ne afferrano certamente la 
portata. Su questa deformazione parleremo in particolare, in un capitolo 
successivo dedicato in modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che 
l'"interpretazione" corrente, volgare, della famosa formula di Marx, da noi 
citata,  che Marx vi avrebbe sottolineato l'idea dell'evoluzione lenta, in 
contrapposizione con la conquista del potere, ecc. 
In realt,  proprio il contrario. L'idea di Marx  che la classe operaia deve 
spezzare, demolire la "macchina statale gi pronta", e non limitarsi 
semplicemente ad impossessarsene. 
Il 12 aprile 1871, vale a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a 
Kugelmann: 

"...Se tu rileggi l'ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io 
affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consister 
nel trasferire da una mano ad un'altra la macchina militare e burocratica, 
come  avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla" (il corsivo  di Marx; 
zerbrechen nell'originale) "e che tale  la condizione preliminare di ogni 
reale rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il 
tentativo dei nostri eroici compagni parigini" [19] (Neue Zeit, XX, I, 
1901-1902. p. 709). (Le lettere di Marx a Kugelmann sono state pubblicate in 
russo almeno in due edizioni, una delle quali da me curata e preceduta da 
una mia prefazione.) 

"Spezzare la macchina burocratica e militare": in queste parole  espresso in 
modo incisivo l'insegnamento principale del marxismo sui compiti del 
proletariato nella rivoluzione per ci che riguarda lo Stato. E proprio questo  
l'insegnamento che non solo  stato assolutamente dimenticato, ma addirittura 
deformato dall'"interpretazione" dominante, kautskiana, del marxismo! 
Quanto al passo del 18 Brumaio al quale Marx si riferisce, l'abbiamo citato pi 
sopra integralmente. 
E' interessante segnalare soprattutto due punti del passo citato da Marx. 
Anzitutto Marx limita la sua conclusione al Continente. Questo era comprensibile 
nel 1871, quando l'Inghilterra era ancora il modello d'un paese capitalistico 
puro, ma senza militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perci Marx 
escludeva l'Inghilterra, dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, 
si presentava ed era allora possibile senza la condizione preliminare della 
distruzione della "macchina statale gi pronta". 
Attualmente, nel 1917, nell'epoca della prima grande guerra imperialista, questa 
riserva di Marx cade: l'Inghilterra e l'America, che erano, in tutto il mondo, 
le maggiori e le ultime rappresentanti della "libert" anglosassone per quanto 
riguarda l'assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente 
nel lurido, sanguinoso pantano, comune a tutta Europa, delle istituzioni 
militari e burocratiche che tutto sottomettono a s e tutto comprimono. Oggi, in 
Inghilterra e in America, la "condizione preliminare di ogni reale rivoluzione 
popolare"  la rottura, la distruzione della "macchina statale gi pronta" 
(portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione "europea", 
imperialistica). 
In secondo luogo, merita un' attenzione particolare la osservazione 
straordinariamente profonda di Marx che la distruzione della macchina 
burocratica e militare dello Stato  "la condizione preliminare di ogni reale 
rivoluzione popolare". Questo concetto di rivoluzione "popolare" sembra strano 
in bocca a Marx, e i plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di 
Struve che vogliono farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa 
espressione di Marx  un "lapsus". Essi hanno deformato il marxismo in modo cos 
piattamente liberale che nulla esiste per loro all'infuori dell'antitesi: 
rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche quest'antitesi  da essi 
concepita nel modo pi scolastico che si possa immaginare. 
Se si prendono come esempio le rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben 
riconoscere che sia la rivoluzione portoghese che la rivoluzione turca furono 
rivoluzioni borghesi. Ma n l'una n l'altra furono "popolari"; n nell'una n 
nell'altra, infatti, la massa del popolo, la sua stragrande maggioranza, ag in 
modo attivo, indipendente, con le sue particolari esigenze economiche e 
politiche. La rivoluzione borghese russa del 1905-1907, invece, pur non avendo 
ottenuto i "brillanti" successi riportati in certi momenti dalle rivoluzioni 
portoghese e turca, fu incontestabilmente una rivoluzione "veramente popolare", 
poich la massa del popolo, la sua maggioranza, i suoi strati sociali 
"inferiori", pi profondi, oppressi dal giogo e dallo sfruttamento, si 
sollevarono in modo indipendente e lasciarono su tutta la rivoluzione l'impronta 
delle loro esigenze, dei loro tentativi di costruire a modo loro una nuova 
societ al posto dell'antica ch'essi distruggevano. 
Nell'Europa del 1871, il proletariato non formava la maggioranza del popolo in 
nessun paese del Continente. Una rivoluzione poteva essere "popolare", mettere 
in movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il 
proletariato e i contadini. Queste due classi costituivano allora il "popolo". 
Queste due classi sono unite dal fatto che la "macchina burocratica e militare 
dello Stato" le opprime, le schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, 
demolirla, ecco il vero interesse del "popolo", della maggioranza del popolo, 
degli operai e della maggioranza dei contadini, ecco la "condizione preliminare" 
della libera alleanza dei contadini poveri con i proletari. Senza quest'alleanza 
non  possibile una democrazia salda, non  possibile una trasformazione 
socialista. 
E' noto che la Comune di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, 
ma non raggiunse il suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno. 
Parlando quindi di una "reale rivoluzione popolare", senza dimenticare affatto 
le particolarit della piccola borghesia (delle quali parl molto e spesso), 
Marx teneva dunque rigorosamente conto dei reali rapporti di forza fra le classi 
della maggior parte degli Stati continentali dell'Europa del 1871. D'altra parte 
egli costatava che gli operai e i contadini sono egualmente interessati a 
spezzare la macchina statale, che ci li unisce e pone di fronte a loro il 
compito comune di sopprimere il "parassita" e di sostituirlo con qualche cosa di 
nuovo. 
Con che cosa precisamente ? 
  
2. Con che cosa sostituire la macchina statale spezzata?
A questa domanda Marx non dava ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito 
comunista, che una risposta puramente astratta; per meglio dire indicava i 
problemi e non i mezzi per risolverli. Sostituire la macchina dello Stato 
spezzata con 1'"organizzazione del proletariato come classe dominante", con la 
"conquista della democrazia": questa era la risposta del Manifesto del Partito 
comunista. 
Senza cadere nell'utopia, Marx aspettava dall'esperienza di un movimento di 
massa la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa 
organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo precisamente 
questa organizzazione avrebbe coinciso con la pi completa e conseguente 
"conquista della democrazia". 
Nella Guerra civile in Francia Marx sottopone l'esperienza della Comune, per 
quanto breve essa sia stata, a un'analisi attentissima. Citiamo i passi 
principali di questo scritto: 

Nel secolo decimonono, trasmesso dal medioevo, si sviluppava "il potere 
statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito 
permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura". A misura che 
l'antagonismo di classe tra capitale e lavoro si accentuava, "il potere 
dello Stato assumeva sempre pi il carattere [...] di forza pubblica 
organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di 
classe. Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di 
classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato risaltava 
in modo sempre pi evidente". Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il potere 
dello Stato diviene uno "strumento pubblico di guerra del capitale contro il 
lavoro". Il Secondo Impero non fa che consolidarlo. 
"La Comune fu l'antitesi diretta dell'Impero." "Fu la forma positiva" di 
"una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma 
monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe...". 

In che cosa consisteva questa forma "positiva" di repubblica proletaria, 
socialista? Quale era lo Stato ch'essa aveva cominciato a creare? 

"...Il primo decreto della Comune fu la soppressione dell'esercito 
permanente, e la sostituzione ad esso del popolo armato..." [20] 
Questa rivendicazione figura oggi nel programma di tutti i partiti che 
desiderano chiamarsi socialisti. Ma quel che valgono i loro programmi, lo 
dimostra nel modo migliore la condotta dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei 
nostri menscevichi che, appunto dopo la rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si 
rifiutarono di attuare questa rivendicazione! 

"...La Comune fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio 
universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in 
qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, 
o rappresentanti riconosciuti della classe operaia... Invece di continuare 
ad essere agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente 
spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento 
responsabile della Comune revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne 
fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell'amministrazione. Dai 
membri della Comune in gi, il servizio pubblico doveva essere compiuto per 
salari da operai. I diritti acquisiti e le indennit di rappresentanza degli 
alti dignitari dello Stato scomparvero insieme coi dignitari stessi... 
Sbarazzatisi dell'esercito permanente e della polizia, elementi della forza 
fisica del vecchio governo, la Comune si preoccup di spezzare la forza di 
repressione spirituale, il "potere dei preti"... I funzionari giudiziari 
furono spogliati di quella sedicente indipendenza... dovevano essere 
elettivi, responsabili e revocabili...". [21] 

La Comune avrebbe dunque "semplicemente" sostituito la macchina statale spezzata 
con una democrazia pi completa: soppressione dell'esercito permanente, assoluta 
eleggibilit e revocabilit di tutti i funzionari. In realt ci significa 
"semplicemente" sostituire - opera gigantesca - a istituzioni di un certo tipo 
altre istituzioni basate su princpi diversi. E' questo precisamente un caso di 
"trasformazione della quantit in qualit": da borghese che era, la democrazia, 
realizzata quanto pi pienamente e conseguentemente sia concepibile,  diventata 
proletaria; lo Stato (forza particolare destinata a opprimere una classe 
determinata) s' trasformato in qualche cosa che non  pi propriamente uno 
Stato. 
Ma la necessit di reprimere la borghesia e di spezzarne la resistenza permane. 
Per la Comune era particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non 
averlo fatto con sufficiente risolutezza  una delle cause della sua sconfitta. 
Ma qui l'organo di repressione  la maggioranza della popolazione, e non pi la 
minoranza, come era sempre stato nel regime della schiavit, del servaggio e 
della schiavit salariata. E dal momento che  la maggioranza stessa del popolo 
che reprime i suoi oppressori, non c' pi bisogno di una "forza particolare" di 
repressione! In questo senso lo Stato comincia ad estinguersi. Invece delle 
istituzioni speciali di una minoranza privilegiata ( funzionari privilegiati, 
capi dell'esercito permanente), la maggioranza stessa pu compiere direttamente 
le loro funzioni, e quanto pi il popolo stesso assume le funzioni del potere 
statale, tanto meno si far sentire la necessit di questo potere. 
A questo proposito  da notare in particolar modo un provvedimento preso dalla 
Comune e che Marx sottolinea: la soppressione di tutte le indennit di 
rappresentanza, la soppressione dei privilegi pecuniari dei funzionari, la 
riduzione degli stipendi assegnati a tutti i funzionari dello Stato al livello 
di "salari da operai". Qui appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta 
dalla democrazia borghese alla democrazia proletaria, dalla democrazia degli 
oppressori alla democrazia delle classi oppresse, dallo Stato come "forza 
particolare" destinata a reprimere una classe determinata, alla repressione 
degli oppressori ad opera della forza generale della maggioranza del popolo, 
degli operai e dei contadini. Ed  precisamente su questo punto particolarmente 
evidente - il pi importante forse nella questione dello Stato - che gli 
insegnamenti di Marx sono stati pi dimenticati! Gli innumerevoli commenti dei 
volgarizzatori non ne fanno cenno! E' "consuetudine" tacere su questo punto, 
come su di una "ingenuit" che ha fatto il suo tempo, esattamente come i 
cristiani "dimenticarono", quando il loro culto divenne religione di Stato, le 
"ingenuit" del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico 
rivoluzionario. 
La riduzione delle retribuzioni degli alti funzionari pare "semplicemente" 
l'esigenza di un democratismo ingenuo, primitivo. Uno dei "fondatori" del 
moderno opportunismo, l'ex socialdemocratico Ed. Bernstein, s' molte volte 
esercitato a ripetere banali motteggi borghesi a proposito del democratismo 
"primitivo". Come tutti gli opportunisti, come i kautskiani dei nostri giorni, 
Bernstein non ha assolutamente compreso che, in primo luogo, il passaggio dal 
capitalismo al socialismo  impossibile senza un certo "ritorno" al democratismo 
"primitivo" (come si potrebbe altrimenti far compiere alla maggioranza della 
popolazione, e poi alla intera popolazione, le funzioni dello Stato?); in 
secondo luogo, che il "democratismo primitivo" sulla base del capitalismo e 
della civilt capitalistica non  il democratismo primitivo delle epoche 
patriarcali e precapitalistiche. La civilt capitalistica ha creato la grande 
produzione, le officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e su questa 
base, l'immensa maggioranza delle funzioni del vecchio "potere statale" si sono 
a tal punto semplificate e possono essere ridotte a cos semplici operazioni di 
registrazione, d'iscrizione, di controllo, da poter essere benissimo compiute da 
tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per un normale "salario da 
operai"; si pu (e si deve) quindi togliere a queste funzioni ogni minima ombra 
che dia loro qualsiasi carattere di privilegio e di "gerarchia". 
Eleggibilit assoluta, revocabilit in qualsiasi momento di tutti i funzionari 
senza alcuna eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del 
"salario da operaio": questi semplici e "naturali" provvedimenti democratici, 
mentre stringono pienamente in una comunit di interessi gli operai e la 
maggioranza dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra il 
capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione 
statale, puramente politica, della societ; ma essi, naturalmente, assumono 
tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo in legame con la 
"espropriazione degli espropriatori" realizzata o preparata; in legame cio con 
la trasformazione della propriet privata capitalistica dei mezzi di produzione 
in propriet sociale. 

"La Comune - scriveva Marx - fece una realt della frase pubblicitaria delle 
rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due 
maggiori fonti di spese, l'esercito permanente e il funzionarismo statale". 
[22] 

Fra i contadini, come fra le altre categorie della piccola borghesia, solo 
un'infima minoranza "si eleva", "arriva" nel senso borghese della parola; solo 
alcuni individui divengono cio delle persone agiate, dei borghesi o dei 
funzionari con posizione sicura e privilegiata. L'immensa maggioranza dei 
contadini, in tutti i paesi capitalistici in cui esistono dei contadini (e 
questi paesi sono la maggioranza),  oppressa dal governo e aspira a 
rovesciarlo, aspira ad un governo "a buon mercato". Solo il proletariato pu 
assolvere questo compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo verso la 
riorganizzazione socialista dello Stato. 
  
3. La soppressione del parlamentarismo

"La Comune - scrisse Marx - non doveva essere un organismo parlamentare, ma 
di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo... 

"...Invece di decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della 
classe dominante dovesse mal rappresentare [ver- und zertreten] il popolo 
nel Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito 
in comuni cos come il suffragio individuale serve ad ogni altro 
imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua 
azienda." [23] 

Questa mirabile critica del parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi 
anch'essa, grazie al dominio del socialsciovinismo e dell'opportunismo, alle 
"parole dimenticate" del marxismo. Ministri e parlamentari di professione, 
traditori del proletariato e socialisti "d'affari" dei nostri tempi hanno 
abbandonato agli anarchici il monopolio della critica del parlamentarismo e per 
questa ragione, di eccezionale saviezza, hanno qualificato di "anarchismo" 
qualsiasi critica del parlamentarismo! Nulla di strano quindi che il 
proletariato dei paesi parlamentari "progrediti", disgustato dalla vista di 
"socialisti" come gli Scheidemann, i David, i Legien, i Sembat, i Renaudel, gli 
Henderson, i Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i Bissolati e compagnia, 
abbia riversato sempre pi spesso le sue simpatie sull'anarco-sindacalismo, per 
quanto questo sia fratello dell'opportunismo. 
Ma per Marx la dialettica rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia 
alla moda, quel gingillo in cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. 
Marx seppe romperla implacabilmente con l'anarchismo per la sua incapacit di 
utilizzare anche la "stalla" del parlamentarismo borghese. soprattutto quando  
evidente che la situazione non  rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo 
dare una critica veramente proletaria e rivoluzionaria del parlamentarismo. 
Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba 
opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: - ecco la vera essenza del 
parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, 
ma anche nelle repubbliche le pi democratiche. 
Ma se si pone la questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come 
una delle istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del 
proletariato in questo campo, dove  la via per uscire dal parlamentarismo? Come 
si pu farne a meno? 
Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo 
studio della Comune, sono stati dimenticati cos bene che il "socialdemocratico" 
contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo)  veramente 
incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli 
anarchici o dei reazionari. 
Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non  nel distruggere le 
istituzioni rappresentative e il principio dell'eleggibilit, ma nel trasformare 
queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che 
"lavorino" realmente. "La Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma 
di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo." 
Un organismo "non parlamentare, ma di lavoro": questo colpisce direttamente voi, 
moderni parlamentari e "cagnolini" parlamentari della socialdemocrazia! 
Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall'America alla Svizzera, dalla 
Francia all'Inghilterra, alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro "di Stato" si 
compie fra le quinte, e sono i ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che 
lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo 
determinato di turlupinare il "popolino". Questo  talmente vero che anche nella 
repubblica russa, repubblica democratica borghese, tutte queste magagne del 
parlamentarismo si fanno gi sentire ancor prima che essa sia riuscita a darsi 
un vero Parlamento. Gli eroi del putrido fi1isteismo, gli Skobelev e gli 
Tsereteli, i Cernov e gli Avksentiev, sono riusciti a incancrenire persino i 
Soviet, trasformandoli in mulini di parole sul tipo del parlamentarismo borghese 
pi rivoltante. Nei Soviet i signori ministri "socialisti" ingannano con la loro 
fraseologia e le loro risoluzioni i fiduciosi mugik. Nel governo si balla una 
quadriglia permanente, da un lato, per sistemare a turno attorno alla "torta" 
dei posticini remunerativi e onorifici il pi gran numero possibile di 
socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d'altro lato, per "occupare l' 
attenzione" del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori "si sbrigano" 
le faccende "dello Stato". 
In un articolo di fondo, il Dielo Naroda, organo dei "socialisti rivoluzionari", 
partito al governo, confessava recentemente, con l'impareggiabile franchezza 
propria della gente della "buona societ", in cui "tutti" si abbandonano alla 
prostituzione politica, che anche nei ministeri appartenenti ai "socialisti" (si 
passi la parola!), persino in essi tutto l'apparato amministrativo rimane in 
fondo lo stesso, funziona come per il passato e sabota in piena "libert" le 
riforme rivoluzionarie! Ma, anche senza questa confessione, la storia effettiva 
della partecipazione dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi al governo 
non  forse la migliore prova di ci? L'unica cosa caratteristica  qui che, 
trovandosi al governo in compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov, 
Zenzinov e altri redattori del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto il senso 
del pudore da raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si trattasse 
di un affare da nulla, che "da loro", nei loro ministeri, tutto procede come 
prima!! Fraseologia democratica rivoluzionaria per abbindolare i sempliciotti di 
campagna e trafila burocratica per "farsi ben volere" dai capitalisti: ecco il 
fondo di questa "onesta" coalizione. 
La Comune sostituisce questo parlamentarismo venale e corrotto della societ 
borghese con istituzioni in cui la libert di opinione e di discussione non 
degenera in inganno; poich i parlamentari debbono essi stessi lavorare, 
applicare essi stessi le loro leggi, verificarne essi stessi i risultati, 
risponderne essi stessi direttamente davanti ai loro elettori. Le istituzioni 
rappresentative rimangono, ma il parlamentarismo, come sistema speciale, come 
divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per 
i deputati, non esiste pi. Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur 
una democrazia proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e 
dobbiamo concepirla senza parlamentarismo, se la critica della societ borghese 
non  per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il 
dominio della borghesia  uno sforzo serio e sincero e non una frase 
"elettorale" destinata a scroccare voti degli operai, come lo  per i 
menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, per gli Scheidemann e i Legien, i 
Sembat e i Vandervelde. 
E' molto significativo che Marx, parlando delle funzioni di questo personale 
amministrativo necessario alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come 
termine di paragone il personale di "ogni altro imprenditore", cio un'ordinaria 
impresa capitalistica con "operai, sorveglianti e contabili". 
In Marx non v' un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una 
societ "nuova". No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi 
della nuova societ che sorge dall'antica, le forme di transizione tra l'una e 
l' altra. Egli si basa sui fatti, sull' esperienza del movimento proletario di 
massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. Egli "si mette alla scuola" della 
Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi 
alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa, senza mai far loro 
pedantemente la "morale" (come faceva Plekhanov dicendo: "Non bisognava prendere 
le armi", o Tsereteli: "Una classe deve sapersi autolimitare"). 
Non sarebbe possibile distruggere di punto in bianco, dappertutto, 
completamente, la burocrazia. Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia 
macchina amministrativa per cominciare immediatamente a costruirne una nuova, 
che permetta la graduale soppressione di ogni burocrazia, non  utopia,  
l'esperienza della Comune,  il compito primordiale e immediato del proletariato 
rivoluzionario. 
Il capitalismo semplifica i metodi d'amministrazione "dello Stato", permette di 
eliminare la "gerarchia" e di ridurre tutto a un'organizzazione dei proletari 
(in quanto classe dominante) che assume, in nome di tutta la societ, "operai, 
sorveglianti e contabili". 
Noi non siamo degli utopisti. Non "sogniamo" di fare a meno, dall' oggi al 
domani, di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni 
anarchici, fondati sull'incomprensione dei compiti della dittatura del 
proletariato, sogni che nulla hanno di comune con il marxismo e che di fatto 
servono unicamente a rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui 
gli uomini saranno cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli 
uomini quali sono oggi, e che non potranno fare a meno n di subordinazione, n 
di controllo, n di "sorveglianti, n di contabili". 
Ma bisogna subordinarsi all'avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti 
i lavoratori: al proletariato. Si pu e si deve subito, dall'oggi al domani, 
cominciare a sostituire la specifica "gerarchia" dei funzionari statali con le 
semplici funzioni "di sorveglianti e di contabili", funzioni che sono sin da ora 
perfettamente accessibili al livello generale di sviluppo degli abitanti delle 
citt e possono facilmente essere compiute per "salari da operai". 
Organizziamo la grande industria partendo da ci che il capitalismo ha gi 
creato; organizziamola noi stessi, noi operai, forti della nostra esperienza 
operaia, imponendo una rigorosa disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta 
per mezzo del potere statale dei lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello 
Stato alla funzione di semplici esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di 
"sorveglianti e ai contabili", modestamente retribuiti, responsabili e 
revocabili (conservando naturalmente i tecnici di ogni specie e di ogni grado): 
 questo il nostro compito proletario;  da questo che si pu e si deve 
cominciare facendo la rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla 
grande produzione, porta da se alla graduale "estinzione" di ogni burocrazia, 
alla graduale instaurazione di un ordine - ordine senza virgolette, ordine 
diverso dalla schiavit salariata - in cui le funzioni, sempre pi semplificate, 
di sorveglianza e di contabilit saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano 
poi un'abitudine e finalmente scompariranno in quanto funzioni speciali di una 
speciale categoria di persone. 
Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un 
modello di impresa socialista, Giustissimo. La posta  attualmente un'azienda 
organizzata sul modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco 
l'imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I 
"semplici" lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre sottomessi 
alla stessa burocrazia borghese. Ma il meccanismo della gestione sociale  gi 
pronto. Una volta abbattuti i capitalisti, spezzata con la mano di ferro degli 
operai armati la resistenza di questi sfruttatori, demolita la macchina 
burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un meccanismo mirabilmente 
attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal "parassita", e che i 
lavoratori uniti possono essi stessi benissimo far funzionare assumendo tecnici, 
sorveglianti, contabili e pagando il lavoro di tutti costoro, come quelli di 
tutti i funzionari "dello Stato" in generale, con un salario da operaio. E' 
questo il compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei confronti 
di tutti i trust e che liberer dallo sfruttamento i lavoratori, tenendo conto 
dell'esperienza praticamente iniziata (soprattutto nel campo dell'organizzazione 
dello Stato) dalla Comune. 
Tutta l'economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici, i sorveglianti, 
i contabili, come tutti i funzionari dello Stato, retribuiti con uno stipendio 
non superiore al "salario da operaio", sotto il controllo e la direzione del 
proletariato armato: ecco il nostro fine immediato. Ecco lo Stato, ecco la base 
economica dello Stato di cui abbiamo bisogno. Ecco ci che ci dar la 
distruzione del parlamentarismo e il mantenimento delle istituzioni 
rappresentative, ecco ci che sbarazzer le classi lavoratrici della 
prostituzione di queste istituzioni da parte della borghesia. 
  
4. L'organizzazione dell'unit nazionale

"...In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non 
ebbe il tempo di sviluppare  detto chiaramente che la Comune doveva essere 
la forma politica anche del pi piccolo borgo..." Le comuni avrebbero eletto 
la "delegazione nazionale" di Parigi. 

"...Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un 
governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato 
falsamente in mala fede, ma adempiute da funzionari comunali, e quindi 
strettamente responsabili... 

"L'unit della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere 
organizzata dalla costituzione comunale, e doveva diventare una realt 
attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere 
l'incarnazione di questa unit, indipendente e persino superiore alla 
nazione stessa, mentre non era che un'escrescenza parassitaria. Mentre gli 
organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere 
amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorit 
che usurpava una posizione predominante sulla societ stessa, e restituite 
agli agenti responsabili della societ.! [24] 

Sino a qual punto gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non 
abbiano capito, o per meglio dire, non abbiano voluto capire queste 
considerazioni di Marx,  provato nel modo migliore dal libro Le premesse del 
socialismo e i compiti della socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein 
si  acquistato una fama alla maniera di Erostrato. Proprio a proposito di 
questo passo di Marx, Bernstein scrisse che questo programma "per il suo 
contenuto politico, rivela, in tutti i suoi tratti essenziali, una straordinaria 
affinit col federalismo di Proudhon... Nonostante tutte le altre divergenze tra 
Marx e il "piccolo-borghese" Proudhon [Bernstein scrive "piccolo-borghese" tra 
virgolette, le quali, secondo lui, dovrebbero dare alle sue parole un senso 
ironico], il loro modo di vedere,  sotto questo aspetto, il pi possibile 
simile". Certo, continua Bernstein, l'importanza delle municipalit aumenta, ma 
"mi pare cosa dubbia che il primo compito della democrazia sia l'abolizione 
[Auflsung, letteralmente: scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un 
cambiamento [Umwandlung, metamorfosi] cos completo della loro organizzazione 
come lo raffigurano Marx e Proudhon: formazione di un'assemblea nazionale di 
delegati delle assemblee provinciali o dipartimentali, che a loro volta 
sarebbero composte di delegati delle comuni, in modo che le rappresentanze 
nazionali nella loro forma attuale scomparirebbero completamente" (Bernstein, Le 
premesse, pp. 134 e 136, edizione tedesca del 1899). 
E' semplicemente mostruoso! Confondere le concezioni di Marx sulla "soppressione 
del potere dello Stato parassita" col federalismo di Proudhon! Ma non  per 
caso, giacch all'opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla 
affatto del federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione 
della vecchia macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi borghesi. 

All'opportunista viene in mente soltanto ci che egli vede attorno a se, nel suo 
ambiente di filisteismo piccolo-borghese e di stagnazione "riformista", vale a 
dire le sole "municipalit"! Quanto alla rivoluzione del proletariato, 
l'opportunista ha disimparato persino a pensarci. 
E' ridicolo. Ma  degno di nota che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto 
Bernstein. Molti hanno confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella 
letteratura russa e Kautsky in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto 
niente di questa deformazione di Marx ad opera di Bernstein. 
L'opportunista ha disimparato cos bene a pensare da rivoluzionario e a 
riflettere sulla rivoluzione, ch'egli attribuisce del "federalismo" a Marx, 
confondendolo cos con Proudhon, fondatore dell'anarchismo. E Kautsky e 
Plekhanov, che pretendono di essere marxisti ortodossi e di difendere la 
dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su questo punto! Ecco una delle 
ragioni essenziali del modo estremamente banale, proprio tanto dei kautskiani 
quanto degli opportunisti, su cui dovremo ritornare, di considerare la 
differenza esistente tra il marxismo e l'anarchismo. 
Nelle considerazioni di Marx gi citate sull' esperienza della Comune non c' la 
minima traccia di federalismo. Marx  d'accordo con Proudhon proprio su un punto 
che l'opportunista Bernstein non vede; Marx dissente da Proudhon proprio l dove 
Bernstein vede la concordanza. 
Marx  d' accordo con Proudhon in quanto entrambi sono per la "demolizione" 
dell'attuale macchina statale. Questa concordanza del marxismo con l' anarchismo 
(sia con Proudhon che con Bakunin) non vogliono vederla n gli opportunisti n i 
kautskiani, perch su questo punto essi si sono allontanati dal marxismo. 
Marx dissente sia da Proudhon che da Bakunin appunto a proposito del federalismo 
(per non parlare poi della dittatura del proletariato). In linea di principio, 
il federalismo deriva dalle vedute piccolo-borghesi dell'anarchismo. Marx  
centralista. E in tutti i passi citati non si trover la minima rinuncia al 
centralismo. Soltanto gente imbevuta di una volgare "fede superstiziosa" nello 
Stato pu scambiare la distruzione della macchina borghese con la distruzione 
del centralismo! 
Ma se il proletariato e i contadini poveri si impadroniscono del potere statale, 
si organizzano in piena libert nelle comuni e coordinano l'azione di tutte le 
comuni per colpire il capitale, spezzare la resistenza dei capitalisti, 
rimettere a tutta la nazione, a tutta la societ la propriet privata delle 
ferrovie, delle officine, della terra, ecc, non  questo forse centralismo? Non 
 forse il centralismo democratico pi conseguente, e, con ci, un centralismo 
proletario? 
Bernstein  semplicemente incapace di concepire la possibilit di un centralismo 
volontario, di un'unione volontaria delle comuni in nazione, di una volontaria 
fusione delle comuni proletarie nell'opera di distruzione del dominio borghese e 
della macchina statale borghese. Bernstein, come ogni filisteo, si rappresenta 
il centralismo come un qualcosa che, venendo unicamente dall'alto, non pu 
essere imposto e mantenuto se non dalla burocrazia e dal militarismo. 
Marx, quasi avesse previsto che le sue idee potevano essere travisate, 
sottolinea intenzionalmente che accusare la Comune di aver voluto distruggere 
l'unit nazionale e sopprimere il potere centrale equivale a commettere 
scientemente un falso. Marx adopera intenzionalmente l'espressione "organizzare 
l'unit della nazione" per contrapporre il centralismo proletario cosciente, 
democratico, al centralismo borghese, militare, burocratico. 
Ma... non c' peggior sordo di chi non vuol sentire. Gli opportunisti della 
socialdemocrazia contemporanea non vogliono appunto sentir parlare di 
distruggere il potere dello Stato, di amputare questo parassita. 
  
5. La distruzione dello Stato parassita
Abbiamo gi citato, su questo punto, i passi corrispondenti di Marx; dobbiamo 
ora completarli. 

"...E' comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente 
nuove di essere prese a torto per riproduzione di vecchie e anche di defunte 
forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. 
Cos questa nuova Comune, che spezza [bricht] il moderno potere statale, 
venne presa a torto per una riproduzione dei comuni medioevali... una 
federazione di piccoli Stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai 
Girondini... una forma esagerata della vecchia lotta contro l'eccesso di 
centralizzazione... 

"...La costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale 
tutte le energie sino allora assorbite dallo Stato parassita, che si nutre 
alle spalle della societ e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo 
atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia.. 
"...In realt, la costituzione della Comune metteva i produttori rurali 
sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi 
garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. 
L'esistenza stessa della Comune portava con se, come conseguenza naturale, 
la libert municipale locale, ma non pi come un contrappeso al potere dello 
Stato ormai diventato superfluo..." [25] 

"Distruzione del potere totale", questa "escrescenza parassitaria", 
"amputazione", "demolizione" di questo potere, "il potere dello Stato ormai 
diventato superfluo":  in questi termini che Marx parla dello Stato, giudicando 
e analizzando l' esperienza della Comune. 
Tutto ci  stato scritto circa mezzo secolo fa; ed oggi bisogna ricorrere quasi 
a degli scavi archeologici per far penetrare nella coscienza delle grandi masse 
questo marxismo non deformato. Le conclusioni che Marx trasse dall'ultima grande 
rivoluzione ch'egli visse, sono state dimenticate proprio quando  giunta l'ora 
di nuove grandi rivoluzioni del proletariato. 

" ...La molteplicit delle interpretazioni che si danno della Comune e la 
molteplicit degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro 
espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente 
espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state 
unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu 
essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta 
della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma 
politica finalmente scoperta. nella quale si poteva compiere la 
emancipazione economica del lavoro... 
"...Senza quest'ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe 
stata una cosa impossibile e un inganno..." [26] 

Gli utopisti si sono sempre sforzati di "scoprire" le forme politiche nelle 
quali doveva prodursi la trasformazione socialista della societ. Gli anarchici 
si sono disinteressati della questione delle forme politiche in generale. Gli 
opportunisti dell'odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche 
borghesi dello Stato democratico parlamentare come un limite al di l del quale 
 impossibile andare; si sono rotta la testa a furia di prosternarsi davanti a 
questo "modello" e hanno tacciato come anarchico ogni tentativo di demolire 
queste forme. 
Da tutta la storia del socialismo e della lotta politica Marx trasse la 
conclusione che lo Stato  condannato a scomparire e che la forma transitoria 
dello Stato in via di sparizione (transizione dallo Stato al non-Stato) sar "il 
proletariato organizzato come classe dominante". In quanto alle forme politiche 
di questo avvenire, Marx non si preoccup di scoprirle. Si limit 
all'osservazione esatta della storia francese, alla sua analisi e alla 
conclusione che scaturiva dall' anno 1851: le cose marciano verso la distruzione 
della macchina dello Stato borghese. 
E quando il movimento rivoluzionario di massa del proletariato scoppi, Marx, 
nonostante l'insuccesso del movimento, nonostante la sua breve durata e la sua 
impressionante debolezza, si mise a studiare le forme ch'esso aveva rivelato. 
La Comune  la forma "finalmente scoperta" dalla rivoluzione proletaria sotto la 
quale poteva prodursi la emancipazione economica del lavoro. 
La Comune  il primo tentativo della rivoluzione proletaria di spezzare la 
macchina dello Stato borghese;  la forma politica "finalmente scoperta" che pu 
e deve sostituire quel che  stato spezzato. 
Vedremo pi avanti che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in 
una situazione differente, in altre condizioni, l'opera della Comune e 
confermano la geniale analisi storica di Marx. 
  
Note
17. Cfr. il Secondo Indirizzo del Consiglio generale dell'Internazionale sulla 
guerra franco-prussiana (9 settembre 1870). in K. Marx-F. Engels, Il partito e 
l'Internazionale, cit., p. 155 
18. Ediz. it. cit., p. 33. 
19. K. Marx, Lettere a Kugelmann, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, p. 139. 
20. K. Marx, La guerra civile in Francia, in Il partito e l'Internazionale, 
cit., p. 177. 
21. Ivi, pp. 177-178. 
22. Op. cit., p. 181. 
23. Ivi, pp. 178, 179. 
24. Op. cit., pp. 178-179. 
25. Op. cit., p. 180. 
26. Ivi, p. 181. 
  
 



Stato e Rivoluzione
IV. Seguito. Spiegazioni complementari di Engels
  
Marx ha detto ci che  essenziale sull'importanza dell'esperienza della Comune. 
Engels  ritornato pi volte su questo tema, interpretando l'analisi e le 
conclusioni di Marx e spiegando talvolta altri aspetti della questione con tale 
vigore e con tale rilievo che  necessario soffermarsi in modo particolare su 
queste spiegazioni. 
  
1. "La questione delle abitazioni"
Nella sua opera sulla questione delle abitazioni (1872) Engels si basa gi 
sull'esperienza della Comune quando, a pi riprese, si sofferma sui compiti 
della rivoluzione nei confronti dello Stato. E' interessante vedere come in 
questo tema concreto appaiano con chiarezza, da un lato, i tratti di affinit 
tra lo Stato proletario e lo Stato attuale, - tratti che permettono in entrambi 
i casi di parlare di Stato - e, dall'altro lato, i tratti che li distinguono 
l'uno dall'altro, o il passaggio alla soppressione dello Stato. 

"Come risolvere dunque la questione delle abitazioni? Nell'odierna societ, 
esattamente come si risolve qualsiasi altra questione sociale: mediante la 
graduale perequazione economica di domanda ed offerta, soluzione che crea 
sempre nuovamente la stessa questione, e che quindi non  una soluzione. La 
soluzione che darebbe alla questione una rivoluzione sociale non dipende 
soltanto dalle condizioni del momento, ma anche  connessa ad una serie di 
questioni di molto maggior ampiezza, fra le quali una delle pi importanti  
quella dell'eliminazione dell'antitesi fra citt e campagna. Dato che 
noialtri non siamo di quelli che creano dei sistemi utopistici per 
l'instaurazione della societ futura, dilungarci in proposito sarebbe 
superfluo. Per un fatto  sicuro fin da adesso, e cio che nelle grandi 
citt vi sono gi sufficienti edifici di abitazioni da permettere di porre 
immediato riparo, con una utilizzazione razionale delle abitazioni medesime, 
ad ogni reale "insufficienza di abitazioni". Ci pu naturalmente farsi solo 
a condizione che siano espropriati gli attuali proprietari o siano occupate 
le loro case da parte dei senza tetto o degli operai che in precedenza 
vivevano ammassati in numero eccessivo nelle loro abitazioni; e non appena 
il proletariato avr conquistato il potere politico. una tale misura - 
prescritta dal bene pubblico - sar facile a compiere esattamente quanto 
sono facili oggi altre espropriazioni ed occupazioni da parte dell' attuale 
Stato" [27] (p. 22, edizione tedesca del 1887). 

Non si prende qui in considerazione il cambiamento di forma del potere statale, 
ma soltanto il contenuto della sua attivit. Anche per ordine dello Stato 
attuale si procede ad espropriazioni e a requisizioni di alloggi. Dal punto di 
vista formale, lo Stato proletario "ordiner" esso pure delle requisizioni di 
alloggi e delle espropriazioni di case. Ma  evidente che il vecchio apparato 
esecutivo, la burocrazia legata alla borghesia, sarebbe semplicemente incapace 
di applicare le decisioni dello Stato proletario. 

"...D'altronde si deve costatare che la "effettiva presa di possesso" di 
tutti gli strumenti di lavoro, la presa di possesso di tutta l'industria da 
parte del popolo lavoratore, sono esattamente il contrario del "riscatto" 
proudhoniano. Col riscatto il singolo lavoratore diviene proprietario 
dell'abitazione, della cascina, degli strumenti di lavoro; con 
l'espropriazione il "popolo lavoratore" rimane proprietario in toto delle 
case, delle fabbriche e degli attrezzi, e - almeno nel periodo di trapasso - 
sar difficile che ne conceda l'usufrutto a singoli o a societ senza 
corresponsione delle spese. Proprio come l'abolizione della propriet 
fondiaria non  l'abolizione della rendita fondiaria, ma il suo 
trasferimento, sia pure in forma modificata, alla societ. La presa di 
possesso effettiva di tutti gli strumenti di lavoro da parte del popolo 
lavoratore non esclude dunque affatto il permanere dei rapporti di 
affittanza." [28] (p. 69). 

Esamineremo nel capitolo seguente la questione qui accennata, e cio quella 
delle basi economiche dell'estinzione dello Stato. Engels si esprime con estrema 
prudenza dicendo che lo Stato proletario "probabilmente", "almeno nel periodo 
transitorio", non distribuir gli alloggi gratuitamente. L'affitto degli 
alloggi, propriet di tutto il popolo, a queste o quelle famiglie col 
corrispettivo di una certa pigione, suppone dunque la percezione di questa 
pigione, un certo controllo e l'istituzione di certe norme di ripartizione degli 
alloggi. Tutto ci esige una certa forma di Stato, ma non rende affatto 
necessario uno speciale apparato militare e burocratico, con funzionari che 
godano d'una situazione privilegiata. Il passaggio a uno stato di cose tale in 
cui gli alloggi possono essere assegnati gratuitamente  connesso alla totale 
"estinzione" dello Stato. 
Parlando dei blanquisti che, dopo la Comune e influenzati dalla sua esperienza, 
aderirono alle posizioni di principio del marxismo, Engels cos definisce di 
sfuggita la loro posizione: 

"...necessit dell'azione politica del proletariato e della sua dittatura, 
come fase di transizione verso l'abolizione delle classi e, con esse, dello 
Stato..." [29] (p. 55). 

Dilettanti di critica letterale o borghesi "distruttori del marxismo" vedranno 
forse una contraddizione tra questo riconoscimento dell'"abolizione dello Stato" 
e la negazione di questa stessa formula, considerata come anarchica, nel passo 
da noi gi citato dell'Antidhring. Non ci sarebbe di che meravigliarsi nel 
vedere gli opportunisti classificare anche Engels fra gli "anarchici": accusare 
gli internazionalisti di anarchismo  un'abitudine oggi sempre pi diffusa fra i 
socialsciovinisti. 
Il marxismo ha sempre insegnato che con l'abolizione delle classi si compie 
anche l'abolizione dello Stato. Il passo a tutti noto dell'Antidhring 
sull'"estinzione dello Stato" rimprovera gli anarchici non tanto di essere per 
l'abolizione dello Stato, quanto di pretendere che sia possibile abolire lo 
Stato "dall'oggi al domani". 
Poich la dottrina "socialdemocratica" oggi dominante ha completamente deformato 
l'atteggiamento del marxismo verso l'anarchismo circa la questione della 
soppressione dello Stato, sar particolarmente utile ricordare una polemica di 
Marx e di Engels con gli anarchici. 
  
2. Polemica con gli anarchici
Questa polemica risale al 1873. Marx ed Engels avevano pubblicato, in una 
raccolta socialista italiana, [30] degli articoli contro i proudhoniani, 
"autonomisti" o "anti-autoritari", articoli che solo nel 1913 comparvero in 
traduzione tedesca nella Neue Zeit. 

"...Se la lotta politica della classe operaia - scriveva Marx deridendo gli 
anarchici e la loro negazione della politica - assume forme violente, se gli 
operai sostituiscono la loro dittatura rivoluzionaria alla dittatura della 
classe borghese, essi commettono il terribile delitto di leso-principio, 
perch per soddisfare i loro miserabili bisogni profani di tutti i giorni, 
per schiacciare la resistenza della classe borghese, invece di abbassare le 
armi e di abolire lo Stato, essi gli dnno una forma rivoluzionaria e 
transitoria..." [31] (Neue Zeit, 1913-1914, A. XXXII, vol. I, p. 40). 

E' contro questa "abolizione" dello Stato, - e solo contro questa, - che Marx si 
levava nella sua polemica contro gli anarchici! Non contro I'idea che lo Stato 
scompare con la scomparsa delIe classi, o sar abolito con la abolizione delIe 
classi, ma contro la rinuncia degli operai a fare uso delle armi, della violenza 
organizzata, vale a dire dello Stato, che deve servire a "schiacciare la 
resistenza deIla classe borghese". 
Perch non si travisi il vero significato della sua lotta contro l'anarchismo. 
Marx sottolinea intenzionalmente "la forma rivoluzionaria e transitoria"dello 
Stato necessario al proletariato. Il proletariato ha bisogno dello Stato solo 
per un certo periodo di tempo. Quanto all'abolizione dello Stato, come fine, noi 
non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici. Affermiamo che per 
raggiungere questo fine  indispensabile utilizzare temporaneamente, contro gli 
sfruttatori, gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere statale, cos com' 
indispensabile, per sopprimere le classi, stabilire la dittatura temporanea 
della classe oppressa. Nel porre la questione contro gli anarchici, Marx sceglie 
il modo pi incisivo e pi chiaro: abbattendo il giogo dei capitalisti, gli 
operai debbono "deporre le armi" o rivolgerle contro i capitalisti per spezzare 
la loro resistenza? E se una classe fa sistematicamente uso delle armi contro 
un'altra classe, che cosa  questo se non una "forma transitoria" di Stato? 
Si domandi quindi ogni socialdemocratico:  cos che egli ha posto il problema 
dello Stato nella polemica contro gli anarchici?  cos che il problema  stato 
posto dall'immensa maggioranza dei partiti socialisti ufficiali della Seconda 
Internazionale? 
Engels sviluppa le stesse idee in modo ancor pi particolareggiato e popolare. 
Egli deride innanzi tutto la confusione di idee dei proudhoniani che si 
chiamavano "anti-autoritari", negavano cio ogni autorit, ogni subordinazione, 
ogni potere. Prendete una fabbrica, una ferrovia, un piroscafo in alto mare, - 
dice Engels, - non  evidente che senza una certa subordinazione, e quindi senza 
una certa autorit o un certo potere, non  possibile far funzionare nemmeno uno 
di questi complicati apparati tecnici, fondati sull'impiego delle macchine e la 
metodica collaborazione di un gran numero di persone? 

"...Allorch io sottoposi simili argomenti ai pi furiosi anti-autoritari, - 
scrive Engels, - essi non seppero rispondermi che questo: " Ah! Ci vero, ma 
qui non si tratta di un'autorit che noi diamo ai delegati, ma di un 
incarico!". Questi signori credono aver cambiato le cose quando ne hanno 
cambiato i nomi..." [32] 

Dopo aver cos dimostrato che autorit ed autonomia sono nozioni re1ative, che 
il campo della loro applicazione varia secondo le differenti fasi dello sviluppo 
sociale, e che  assurdo considerarle come qualcosa 
di assoluto; dopo aver aggiunto che il campo di applicazione delle macchine e 
della grande industria va sempre pi estendendosi, Engels passa dalle 
considerazioni generali sull'autorit al problema dello Stato. 

" ...Se gli autonomisti - egli scrive - si limitassero a dire che 
l'organizzazione sociale dell'avvenire restringer l'autorit ai soli limiti 
nei quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile, si potrebbe 
intendersi; invece, essi sono ciechi per tutti i fatti che rendono 
necessaria la cosa, e si avventano contro la parola. 
"Perch gli anti-autoritari non si limitano a gridare contro l'autorit 
politica, lo Stato? Tutti i socialisti sono d'accordo in ci, che lo Stato 
politico e con lui l'autorit politica scompariranno in conseguenza della 
prossima rivoluzione sociale, e cio che le funzioni pubbliche perderanno il 
loro carattere politico, e si cangieranno in semplici funzioni 
amministrative veglianti ai veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari 
domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d'un tratto, prima 
ancora che si abbiano distrutte le condizioni sociali, che l'hanno fatto 
nascere. Eglino domandano che il primo atto della rivoluzione sociale sia 
l'abolizione dell'autorit. Non hanno mai veduto una rivoluzione questi 
signori? Una rivoluzione  certamente la cosa pi autoritaria che vi sia;  
l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volont 
all'altra parte col mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, 
se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuol avere combattuto invano, 
deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai 
reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si 
fosse servita di questa autorit di popolo armato, in faccia ai borghesi? 
Non si pu al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza 
largamente? 

"Dunque, delle due cose l'una: o gli anti-autoritari non sanno ci che si 
dicono, e in questo caso non seminano che la confusione; o essi lo sanno, e 
in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell'un caso e 
nell'altro essi servono la reazione" [33] (p. 39). 

In questo passo si fa accenno a questioni che devono essere esaminate in 
connessione con il problema dei rapporti fra la politica e l'economia nel 
periodo dell'estinzione dello Stato. (Il capitolo seguente  dedicato a questo 
tema.) Tali sono i problemi relativi alla trasformazione delle funzioni 
pubbliche da funzioni politiche in semplici funzioni amministrative; tale  il 
problema dello "Stato politico". Quest'ultima espressione, particolarmente 
suscettibile di far sorgere malintesi, mostra il processo dell'estinzione dello 
Stato: lo Stato che si estingue, a un certo punto dalla sua estinzione, pu 
essere chiamato uno Stato non politico. 
La cosa pi notevole in questo passo di Engels  ancora una volta il modo con 
cui egli imposta la questione contro gli anarchici. I socialdemocratici, che 
pretendono di essere allievi di Engels, hanno polemizzato milioni di volte con 
gli anarchici dopo il 1873, ma non hanno discusso come i marxisti possono e 
debbono fare. L'idea che si fanno gli anarchici dell'abolizione dello Stato  
confusa e non rivoluzionaria: ecco come Engels impost la questione. E' proprio 
la rivoluzione, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, nei suoi compiti specifici 
rispetto alla violenza, all'autorit, al potere, allo Stato, che gli anarchici 
si rifiutano di vedere. 
Per i socialdemocratici contemporanei la critica dell'anarchismo si riduce 
abitualmente a questa pura banalit piccolo-borghese: "Noi ammettiamo lo Stato, 
gli anarchici no!". Naturalmente una tale banalit non pu non suscitare 
l'avversione degli operai con un minimo di raziocinio e rivoluzionari. Ben altro 
 ci che dice Engels: egli sottolinea che tutti i socialisti riconoscono che la 
scomparsa dello Stato  una conseguenza della rivoluzione socialista. In seguito 
egli pone in modo concreto la questione della rivoluzione, la questione appunto 
che i socialdemocratici, per il loro opportunismo, generalmente eludono, 
abbandonando agli anarchici il monopolio della pseudo "elaborazione" di questo 
problema. E ponendo tale questione, Engels prende il toro per le corna: la 
Comune non avrebbe dovuto forse servirsi maggiormente del potere rivoluzionario 
dello Stato, vale a dire del proletariato armato, organizzato come classe 
dominante? 
La socialdemocrazia ufficiale e dominante ha eluso di solito il problema dei 
compiti concreti del proletariato nella rivoluzione, o con un semplice sarcasmo 
da filisteo, o, nel migliore dei casi, con questa battuta sofistica ed evasiva: 
"Si vedr poi!". Gli anarchici erano in diritto di rimproverare, a una tale 
socialdemocrazia, di venir meno al suo dovere di educare in uno spirito 
rivoluzionario gli operai. Engels mette a profitto l'esperienza dell'ultima 
rivoluzione proletaria appunto per studiare nel modo pi concreto quello che il 
proletariato deve fare per ci che riguarda sia le banche che lo Stato, e come 
deve farlo. 
  
3. Una lettera a Bebel
Una delle considerazioni pi notevoli, se non la pi notevole, che troviamo 
negli scritti di Marx e di Engels sullo Stato,  nel seguente passo di una 
lettera di Engels a Bebel del 18-28 marzo 1875. Notiamo tra parentesi che questa 
lettera  stata pubblicata per la prima volta, per quanto mi  noto, nel secondo 
volume delle memorie di Bebel (Ricordi della mia vita), apparse nel 1911, cio 
trentasei anni dopo che era stata scritta e inviata. 
Engels aveva scritto a Bebel criticando il progetto del programma di Gotha, che 
anche Marx aveva criticato nella sua nota lettera a W. Bracke. Parlando in 
particolare del problema dello Stato, Engels scrive : 

" ...Lo Stato popolare libero si  trasformato in Stato libero. Secondo il 
senso grammaticale di queste parole, uno Stato libero  quello che  libero 
verso i suoi cittadini, cio  uno Stato con un governo dispotico. Sarebbe 
ora di farla finita con tutte queste chiacchiere sullo Stato, specialmente 
dopo la Comune che non era pi uno Stato nel senso proprio della parola. Gli 
anarchici ci hanno abbastanza rinfacciato lo "Stato popolare", bench gi il 
libro di Marx contro Proudhon e in seguito il Manifesto del Partito 
comunista dicano esplicitamente che con l'instaurazione del regime sociale 
socialista lo Stato si dissolve da s [sich auflst] e scompare. Non essendo 
lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella 
lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri nemici, 
parlare di uno "Stato popolare libero"  pura assurdit: finch il 
proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse 
della libert, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e 
quando diventa possibile parlare di libert allora lo Stato come tale cessa 
di esistere. Noi proporremo quindi di mettere ovunque invece della parola 
Stato la parola Gemeinwesen, una vecchia eccellente parola tedesca, che 
corrisponde alla parola francese Commune" [34] (p. 322 dell'originale 
tedesco). 

Bisogna ricordare che questa lettera si riferisce al programma del partito, 
criticato in una lettera di Marx scritta solo poche settimane dopo questa (la 
lettera di Marx  del 5 maggio 1875), e che Engels viveva allora con Marx a 
Londra. E' dunque certo che Engels, dicendo nella sua ultima frase "noi", 
propone, a nome suo e di Marx, al capo del partito operaio tedesco di sopprimere 
nel programma la parola "Stato" e di sostituirla con la parola "Comune". 
Come griderebbero all' "anarchia" i capi del moderno "marxismo" adattato alle 
comodit degli opportunisti, se si proponesse loro un simile emendamento del 
programma! 
Gridino pure! La borghesia li loder. 
Noi, da parte nostra, continueremo la nostra opera. Nel rivedere il programma 
del nostro partito dovremmo assolutamente tener conto del consiglio di Engels e 
di Marx, per accostarci alla verit, per ristabilire il marxismo, purificandolo 
da tutte le deformazioni, per meglio dirigere la classe operaia nella lotta per 
la sua liberazione. E' certo che la raccomandazione di Engels e di Marx non 
trover oppositori tra i bolscevichi. Non ci sar, crediamo, che una difficolt: 
la scelta del termine. In tedesco vi sono due parole che significano "Comune"; 
Engels scelse quella che indica non una singola comune, ma un insieme, un 
sistema di comuni. In russo non esiste una parola simile e bisogner forse 
ricorrere alla parola francese "Commune", quantunque presenti anch'essa certi 
inconvenienti. 
"La Comune non era pi uno Stato nel senso proprio della parola": ecco 
l'affermazione di Engels, fondamentale dal punto di vista teorico. Dopo 
l'esposizione che precede, questa affermazione  perfettamente comprensibile. La 
Comune cessava di essere uno Stato nella misura in cui essa non doveva pi 
opprimere la maggioranza della popolazione, ma una minoranza (gli sfruttatori); 
essa aveva spezzato la macchina dello Stato borghese; invece di una forza 
particolare di oppressione, era la popolazione stessa che entrava in campo. 
Tutto ci non corrisponde pi allo Stato nel senso proprio della parola. Se la 
Comune si fosse consolidata, le tracce dello Stato si sarebbero "estinte" da s: 
la Comune non avrebbe avuto bisogno di "abolire" le sue istituzioni: queste 
avrebbero cessato di funzionare a mano a mano che non avrebbero pi avuto nulla 
da fare. 
"Gli anarchici ci rinfacciano lo "Stato popolare"." Cos dicendo Engels allude 
soprattutto a Bakunin e ai suoi attacchi contro i socialdemocratici tedeschi. 
Engels riconosce che questi attacchi sono in qualche modo giusti in quanto lo 
"Stato popolare"  un nonsenso e una deviazione dal socialismo, come lo  lo 
"Stato popolare libero". Engels si sforza di correggere la lotta dei 
socialdemocratici tedeschi contro gli anarchici, di farne una lotta giusta nei 
principi, di sbarazzarla dai pregiudizi opportunisti sullo "Stato". Ahim! La 
lettera di Engels  rimasta per ben trentasei anni in un cassetto. Vedremo pi 
avanti che, anche dopo la pubblicazione di questa lettera, Kautsky si ostina a 
ripetere in sostanza i medesimi errori contro i quali Engels aveva messo in 
guardia. 
Bebel rispose a Engels il 21 settembre 1875, con una lettera nella quale 
dichiarava tra l'altro di essere "completamente d'accordo" con il giudizio da 
lui esposto sul progetto del programma e di aver rimproverato a Liebknecht di 
essere stato troppo accomodante (p. 304 dell'ed. tedesca delle memorie di Bebel, 
vol. II). Ma se prendiamo l'opuscolo di Bebel intitolato I nostri scopi vi 
troveremo delle considerazioni sullo Stato completamente sbagliate: 

"Lo Stato fondato sulla dominazione di una classe deve essere trasformato in 
uno Stato popolare" (Unsere Ziele, ed. tedesca, 1886, p. 14). 

E questo  pubblicato nella nona (nona!) edizione dell'opuscolo di Bebel! Non 
c' da meravigliarsi che la socialdemocrazia tedesca si sia imbevuta di 
concezioni opportunistiche sullo Stato cos ostinatamente ripetute, tanto pi 
quando i commenti rivoluzionari di Engels giacevano in un cassetto e le 
circostanze della vita facevano "disimparare" per lungo tempo la rivoluzione. 
  
4. Critica del progetto del programma di Erfurt
Non si pu, in un'analisi della dottrina marxista sullo Stato, trascurare la 
critica del progetto del programma di Erfurt inviata da Engels a Kautsky il 29 
giugno 1891 [35], e pubblicata solo dieci anni dopo nella Neue Zeit, perch essa 
 soprattutto dedicata alla critica delle concezioni opportuniste della 
socialdemocrazia sui problemi dell'organizzazione dello Stato. 
Rileviamo di sfuggita che Engels d anche, sulle questioni economiche, una 
indicazione estremamente preziosa, che mostra con quale attenzione e quale 
profondit di pensiero egli seguisse le trasformazioni del capitalismo moderno, 
e come sapesse quindi, in una certa misura, presentire i problemi della nostra 
epoca imperialista. Ecco questa indicazione: a proposito della parola 
Planlosigkeit (assenza di piano) adoperata nel progetto di programma per 
caratterizzare il capitalismo, Engels scrive: 

"...Se poi dalle societ per azioni passiamo ai trust, che dominano e 
monopolizzano intere branche dell'industria, non soltanto non esiste pi 
produzione privata, ma non possiamo parlare pi neppure di assenza di un 
piano" [36] (Neue Zeit, A. XX, vol. I, 1901-1902, p. 8). 

Nella valutazione teorica del capitalismo moderno, cio dell'imperialismo,  
colto qui l'essenziale, vale a dire che il capitalismo si trasforma in 
capitalismo monopolistico. E da sottolineare capitalismo perch uno degli errori 
pi diffusi  l'affermazione riformista borghese, secondo la quale il 
capitalismo monopolistico o monopolistico di Stato non  gi pi capitalismo e 
pu essere chiamato "socialismo di Stato", ecc. Naturalmente i trust non hanno 
mai dato, non danno sinora e non possono dare la regolamentazione di tutta 
l'economia secondo un piano. Ma per quanto essi stabiliscano un piano, per 
quanto i magnati del capitale calcolino in anticipo il volume della produzione 
su scala nazionale e persino internazionale, per quanto essi regolino questa 
produzione in base a un piano, rimaniamo tuttavia in regime capitalistico, 
bench in una sua nuova fase, ma, indubbiamente, in regime capitalistico. La 
"vicinanza" di tale capitalismo al socialismo deve essere per i veri 
rappresentanti del proletariato un argomento in favore della vicinanza, della 
facilit, della possibilit, dell'urgenza della rivoluzione socialista, e non 
gi un argomento per mostrarsi tolleranti verso la negazione di questa 
rivoluzione e verso l'abbellimento del capitalismo, nella qual cosa sono 
impegnati tutti i riformisti. 
Ma ritorniamo al problema dello Stato. Engels ci d qui indicazioni 
particolarmente preziose su tre punti: primo, sul problema della repubblica; 
secondo, sul legame esistente tra la questione nazionale e l'organizzazione 
dello Stato; terzo, sull'amministrazione autonoma locale. 
Engels fa della questione della repubblica il punto cruciale della sua critica 
nel programma di Erfurt. Se ricordiamo quale importanza il programma di Erfurt 
aveva assunto per tutta la socialdemocrazia internazionale, come era servito di 
modello a tutta la Seconda Internazionale, si potr dire, senza timore di 
esagerare, che Engels critica qui l'opportunismo di tutta la Seconda 
Internazionale. 

"Le rivendicazioni politiche del progetto - egli scrive - hanno un grosso 
difetto. In esse manca proprio ci che invece doveva essere detto" [37] (il 
corsivo  di Engels). 

E pi avanti dimostra che la Costituzione tedesca , in sostanza, una copia 
ricalcata della Costituzione ultrareazionaria del 1850; che il Reichstag non  
altro, come diceva Wilhelm Liebknecht, che "la foglia di fico dell'assolutismo", 
e che voler realizzare - sulla base di una Costituzione che consacra l' 
esistenza di piccoli Stati tedeschi e della confederazione di questi piccoli 
Stati - la "trasformazione dei mezzi di lavoro in propriet comune"  
"manifestamente privo di senso". 

"E' pericoloso toccare questo tasto", - aggiunge Engels, il quale sa 
benissimo che non si pu, in Germania, enunciare legalmente in un programma 
la rivendicazione della repubblica. Tuttavia Engels non si adatta puramente 
e semplicemente a questa considerazione evidente di cui "tutti" si 
accontentano. Egli continua: "Ma l'argomento, in un modo o nell'altro, va 
affrontato. Quanto sia necessario lo sta dimostrando proprio ora 
l'opportunismo che  penetrato [einreissende] in una grande parte della 
stampa socialdemocratica. Per timore di una ripresa delle leggi 
antisocialiste, a causa del ricordo di tutte le varie dichiarazioni 
prematuramente espresse quando quelle leggi erano in vigore, all'improvviso 
l'attuale situazione legale in Germania dovrebbe essere sufficiente al 
partito per attuare per via pacifica tutte le sue rivendicazioni..." [38] 

I socialdemocratici tedeschi hanno agito per paura di un rinnovo delle leggi 
eccezionali: -  questo il fatto essenziale che Engels pone in primo piano e 
definisce, senza mezzi termini, opportunismo, dichiarando che, appunto perch in 
Germania non v' repubblica e non v' libert, sognare una via "pacifica"  cosa 
insensata. Engels  abbastanza prudente per non legarsi le mani. Egli riconosce 
che nei paesi retti a repubblica o che godono di una grandissima libert "si pu 
concepire" (soltanto "concepire"!) un'evoluzione pacifica verso il socialismo, 
ma in Germania, egli ripete, 

"...in Germania, dove il governo  quasi onnipotente e il Reichstag e gli 
altri organismi rappresentativi sono privi di reale potere, e per di pi 
proclamarlo senza necessit, significa togliere all'assolutismo la foglia di 
fico e servirsene per coprire le proprie nudit...". [39] 

A fare da copertura all'assolutismo furono infatti, nella loro grande 
maggioranza, i capi ufficiali della socialdemocrazia tedesca, che aveva messo 
"nel dimenticatoio" gli avvertimenti di Engels. 

"...Una simile politica, alla lunga, non pu non indurre in errore il 
partito. Si pongono in prima linea questioni politiche astratte, generali, e 
si celano cos le questioni concrete e pi urgenti, quelle questioni che al 
primo grande avvenimento, alla prima crisi politica, si pongono da s 
all'ordine del giorno. Che altro pu derivarne, se non il fatto che al 
momento decisivo il partito si trovi improvvisamente perplesso, che sui 
punti decisivi regnino la confusione e la discordia perch questi punti non 
sono mai stati discussi?... 
"Questo dimenticare i grandi principi fondamentali di fronte agli interessi 
passeggeri del momento, questo lottare e tendere al successo momentaneo 
senza preoccuparsi delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare 
il futuro del movimento per il presente del movimento, pu essere 
considerato onorevole, ma  e rimane opportunismo, e l'opportunismo 
"onorevole"  forse il peggiore di tutti... 
"Se vi  qualcosa di certo,  proprio il fatto che il nostro partito e la 
classe operaia possono giungere al potere soltanto sotto la forma della 
repubblica democratica. Anzi, questa  la forma specifica per la dittatura 
del proletariato, come gi ha dimostrato la Grande Rivoluzione francese..." 
[40] 

Engels ripete qui, mettendola particolarmente in rilievo, l'idea fondamentale 
che attraversa, come un filo ininterrotto, tutte le opere di Marx: la repubblica 
democratica  la via pi breve che conduce alla dittatura del proletariato. 
Questa repubblica, infatti, bench non sopprima affatto il dominio del capitale, 
e quindi l'oppressione delle masse e la lotta di classe, porta inevitabilmente 
questa lotta a un'estensione, a uno sviluppo, a uno slancio e ad un'ampiezza 
tale che, una volta apparsa la possibilit di soddisfare gli interessi 
essenziali delle masse oppresse, questa possibilit si realizza necessariamente 
e unicamente con la dittatura del proletariato, con la direzione di queste masse 
da parte del proletariato. Per tutta la Seconda Internazionale anche queste sono 
state "parole dimenticate" del marxismo, e questa dimenticanza si  manifestata 
con particolare evidenza nella storia del partito menscevico durante i primi sei 
mesi della rivoluzione russa del 1917. 
Sul problema della repubblica federativa in relazione con la composizione 
nazionale della popolazione, Engels scriveva: 

"Che cosa dovrebbe subentrare al loro posto?" (al posto della costituzione 
monarchica reazionaria dell'attuale Germania e della sua non meno 
reazionaria suddivisione in piccoli Stati, che perpetua le caratteristiche 
specifiche del "prussianesimo" anzich dissolverle in una Germania come un 
tutto unico). "A mio giudizio, il proletariato pu utilizzare soltanto la 
forma della repubblica una e indivisibile. La repubblica federale ancora 
oggi, nel complesso,  una necessit, data la gigantesca estensione 
territoriale degli Stati Uniti, sebbene nella loro parte orientale 
costituisca gi un impedimento. Sarebbe un progresso in Inghilterra, dove 
sulle due isole vivono quattro nazioni, e dove nonostante un Parlamento 
unico sussistono gi oggi, uno accanto all'altro, tre tipi di sistemi 
legislativi. Gi da tempo essa  divenuta un ostacolo nella piccola 
Svizzera, sopportabile soltanto perch la Svizzera si accontenta di essere 
un membro puramente passivo del sistema degli Stati europei. Per la Germania 
una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un enorme passo indietro. 
Due punti dividono lo Stato federale dallo Stato unitario, cio il fatto che 
ogni singolo Stato federato, ogni Cantone, ha la propria legislazione civile 
e penale e la propria organizzazione giudiziaria, e il fatto che accanto al 
Parlamento del popolo (Volkshaus) esiste un Parlamento degli Stati 
(Staatenhaus), nel quale ogni Cantone, grande o piccolo, vota come tale." 
In Germania lo Stato federale rappresenta una forma di transizione verso uno 
Stato completamente unitario; non si deve far retrocedere la "rivoluzione 
dall'alto", compiuta nel 1866 e nel 1870, ma si deve completarla con un 
"movimento dal basso" [41]. 

Ben lontano dal disinteressarsi delle forme dello Stato, Engels si sforza al 
contrario di analizzare con la massima attenzione proprio le forme transitorie, 
per determinare in ogni caso specifico, in base alle particolarit storiche 
concrete, quale passaggio, da che cosa e verso che cosa, rappresenti la forma 
transitoria esaminata 
Come Marx, Engels difende, dal punto di vista del proletariato e della 
rivoluzione proletaria, il centralismo democratico, la repubblica una e 
indivisibile. Egli considera la repubblica federale o come un'eccezione alla 
regola e un ostacolo allo sviluppo, o come una transizione tra la monarchia e la 
repubblica centralizzata, come un "passo avanti", in certe condizioni 
particolari. E fra queste condizioni particolari, mette in evidenza la questione 
nazionale. 
Sia in Engels che in Marx, bench essi abbiano criticato implacabilmente il 
carattere reazionario degli staterelli in quanto tali e l'utilizzazione, in casi 
concreti, della questione nazionale per mascherare questo carattere reazionario, 
non si trover, in nessuno dei loro scritti, neppur l'ombra della tendenza ad 
eludere la questione nazionale, tendenza di cui parlano spesso i marxisti 
olandesi e polacchi, pur partendo dalla lotta del tutto legittima contro il 
nazionalismo angustamente piccolo-borghese dei "loro" piccoli Stati. 
Persino in Inghilterra, dove le condizioni geografiche, la comunanza della 
lingua e una storia multisecolare sembrerebbero "aver messo fine" alla questione 
nazionale per singole piccole suddivisioni del paese, - persino qui Engels tiene 
conto del fatto evidente che la questione nazionale non  ancora superata e 
riconosce perci che la repubblica federale costituirebbe un "passo in avanti". 
Ma non vi  qui neppur l'ombra della rinuncia a criticare i difetti della 
repubblica federale e a condurre la propaganda e la lotta pi decisa in favore 
della repubblica unitaria, democratica, centralizzata. 
Ma Engels non concepisce affatto il centralismo democratico nel senso 
burocratico dato a questa nozione dagli ideologi borghesi e piccolo-borghesi, 
compresi, fra questi ultimi, gli anarchici. Per Engels il centralismo non 
esclude affatto una larga autonomia amministrativa locale, la quale, mantenendo 
le "comuni" e le regioni volontariamente l'unit dello Stato, sopprime 
recisamente ogni burocrazia e ogni "comando" dall'alto. 

"...Dunque repubblica unitaria, - scrive Engels sviluppando le concezioni 
programmatiche del marxismo a proposito dello Stato. - Ma non nel senso di 
quella francese odierna, che non  altro se non l'impero senza imperatore, 
fondato nel 1798. Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune 
(Gemeinde) godettero di una amministrazione completamente autonoma, secondo 
il modello americano, e anche noi dobbiamo averla. 
L' America e la prima repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo 
si debba istituire l'amministrazione autonoma e come si possa fare a meno 
della burocrazia, e ancor oggi ce lo dimostrano l'Australia, il Canad e le 
altre colonie inglesi. Tale amministrazione autonoma provinciale e comunale 
 assai pi libera che, ad esempio, il federalismo svizzero, dove il Cantone 
 bens assai indipendente rispetto alla Confederazione, ma lo  anche 
rispetto al distretto e al comune. I governi cantonali nominano governatori 
distrettuali e prefetti, mentre di tutto questo non si ha traccia nei paesi 
di lingua inglese, e anche noi in futuro vorremmo garbatamente fare a meno 
di essi come dei presidenti distrettuali e dei consiglieri di prefettura 
prussiana." 
Engels propone quindi di formulare nel modo seguente l'articolo del 
programma relativo all'autonomia amministrativa: "Amministrazione 
completamente autonoma nella provincia," (governatorato o regione) "nei 
distretti e nei comuni, da parte di impiegati eletti con suffragio 
universale. Abolizione di ogni autorit locale e provinciale nominata dallo 
Stato". [42] 

Nella Pravda (n. 68, 28 maggio 1917), proibita dal governo di Kerenski e dagli 
altri ministri "socialisti", ho gi avuto occasione di mostrare che, su questo 
punto, - il quale evidentemente  tutt'altro che il solo, - i nostri 
rappresentanti pseudosocialisti di una pseudodemocrazia pseudorivoluzionaria si 
allontanano in modo clamoroso dai princpi democratici. Si comprende come questa 
gente, legata dalla sua "coalizione" con la borghesia imperialista, sia rimasta 
sorda a queste considerazioni. 
E' molto importante rilevare che Engels, prove alla mano, smentisce con il pi 
preciso degli esempi il pregiudizio straordinariamente diffuso - specie nella 
democrazia piccolo-borghese, - secondo il quale una repubblica federale 
significhi necessariamente maggiore libert di quanto non si abbia in una 
repubblica centralizzata. E' falso. I fatti citati da Engels relativi alla 
repubblica francese centralizzata del 1792-l798 e alla repubblica federale 
svizzera confutano questa affermazione. In realt la repubblica centralizzata, 
effettivamente democratica, diede maggiore libert che non la repubblica 
federale. In altri termini: la maggiore libert locale, regionale, ecc., che la 
storia abbia conosciuta  stata data dalla repubblica centralizzata e non dalla 
repubblica federale. 
La nostra propaganda e la nostra agitazione di partito hanno dedicato e dedicano 
tuttora una insufficiente attenzione a questo fatto, come, in generale, a tutto 
il problema della repubblica federale e centralizzata e della autonomia 
amministrativa locale. 
  
5. La prefazione del 1891 alla "Guerra civile" di Marx
Nella sua prefazione alla terza edizione della Guerra civile in Francia - 
prefazione in data del 18 marzo 1891, pubblicata per la prima volta nella 
rivista Neue Zeit -, accanto ad alcune interessanti riflessioni incidentali sui 
problemi connessi all'atteggiamento nei confronti dello Stato, Engels d un 
riassunto meravigliosamente incisivo degli insegnamenti della Comune. Questo 
riassunto, - arricchito di tutta l'esperienza del periodo di vent'anni che 
separa il suo autore dalla Comune, e in particolar modo rivolto contro la "fede 
superstiziosa nello Stato" tanto diffusa in Germania, - pu a buon diritto 
essere considerato come l'ultima parola del marxismo sulla questione in esame. 

In Francia, dopo ogni rivoluzione, - osserva Engels, - gli operai erano 
armati; "per i borghesi che si trovavano ancora al governo dello Stato il 
disarmo degli operai era quindi il primo comandamento. Ecco quindi sorgere 
dopo ogni rivoluzione vinta dagli operai una nuova lotta, la quale finisce 
con la disfatta degli operai". [43] 

Questo bilancio dell'esperienza delle rivoluzioni borghesi  tanto succinto 
quanto eloquente. Il fondo del problema - come, fra l'altro, nella questione 
dello Stato (la classe oppressa dispone di armi?) -  individuato in modo 
ammirevole. Ed  proprio questo fondo che tanto i professori influenzati 
dall'ideologia borghese quanto i democratici della piccola borghesia eludono 
cos spesso. Nella rivoluzione russa del 1917 fu al "menscevico" Tsereteli, 
"marxista anche lui", che tocc l'onore (l'onore d'un Cavaignac) di svelare 
inavvertitamente questo segreto delle rivoluzioni borghesi. Nel suo "storico" 
discorso dell'11 giugno, Tsereteli ebbe l'imprudenza di annunziare che la 
borghesia era decisa a disarmare gli operai di Pietrogrado, decisione ch'egli 
naturalmente present anche come propria e, in generale, come una necessit "di 
Stato"! 
Lo storico discorso di Tsereteli, pronunciato l'11 giugno, sar certamente per 
tutti gli storici della rivoluzione del 1917 una delle migliori illustrazioni 
del passaggio del blocco dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, con a 
capo il signor Tsereteli, dalla parte della borghesia, contro il proletariato 
rivoluzionario. 
Un'altra riflessione incidentale di Engels, anch'essa legata al problema dello 
Stato, riguarda la religione. E' noto che la socialdemocrazia tedesca, a mano a 
mano che si incancreniva e diventava sempre pi opportunista, scivolava con 
sempre maggiore frequenza verso una interpretazione erronea e filistea della 
celebre formula: "La religione  un affare privato". Questa formula infatti era 
interpretata come se, anche per il partito del proletariato rivoluzionario, la 
questione della religione fosse un affare privato!! Contro questo completo 
tradimento del programma rivoluzionario del proletariato si lev Engels, che, 
non potendo ancora, nel 1891, osservare nel suo partito se non dei debolissimi 
germi di opportunismo, si esprimeva quindi con grande prudenza: 

"Come nella Comune vi erano quasi solo operai o rappresentanti riconosciuti 
degli operai, cos anche le sue deliberazioni avevano una decisa impronta 
proletaria. O decretavano riforme che la borghesia repubblicana aveva 
trascurato soltanto per vilt, ma che rappresentavano una base necessaria 
per la libert d'azione della classe operaia, come l'attuazione del 
principio che di fronte allo Stato la religione non  che un semplice affare 
privato; oppure emettevano deliberazioni nell'interesse diretto della classe 
operaia, che talvolta incidevano anche profondamente sull'antico ordinamento 
sociale..." [44]. 

E' con intenzione che Engels ha sottolineato le parole "di fronte allo Stato"; 
in tal modo egli attaccava in pieno l'opportunismo tedesco che dichiarava la 
religione un affare privato di fronte al partito e abbassava cos il partito del 
proletariato rivoluzionario al livello del pi volgare piccolo-borghese "libero 
pensatore", che  disposto ad ammettere che si possa rimanere fuori della 
religione, ma rinnega il compito del partito di lottare contro la religione, 
quest'oppio che inebetisce il popolo. 
Il futuro storico della socialdemocrazia tedesca, ricercando le prime fonti 
della sua vergognosa bancarotta nel 1914, trover numerosi documenti 
interessanti su questa questione, a cominciare dalle dichiarazioni evasive fatte 
nei suoi articoli dal capo ideologico del partito, Kautsky, dichiarazioni che 
spalancavano le porte all'opportunismo, per finire con l'atteggiamento del 
partito verso il Los-von-Kirche-Bewegung (movimento per la separazione dalla 
Chiesa) nel 1913. 
Ma vediamo come, vent' anni dopo la Comune, Engels riassumeva gli insegnamenti 
ch'essa - aveva dato al proletariato in lotta. 
Ecco gli insegnamenti che Engels poneva in primo piano: 

"...Proprio l'opprimente potere del precedente governo centralizzato, il 
potere dell' esercito della polizia politica, della burocrazia, che 
Napoleone aveva creato nel 1798 e che da allora in poi ogni nuovo governo 
aveva accettato come uno strumento ben accetto e aveva sfruttato contro i 
suoi avversari, proprio quel potere doveva cadere dappertutto, come gi era 
caduto a Parigi. 

"La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una 
volta giunta al potere, non pu continuare ad amministrare con la vecchia 
macchina statale; che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere 
appena conquistato, da una parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario 
repressivo gi sfruttato contro di essa, e dall'altra deve assicurarsi 
contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli revocabili senza alcuna 
eccezione e in ogni momento...". [45] 

Engels sottolinea ancora una volta che non solo in una monarchia, ma anche nella 
repubblica democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cio la sua 
caratteristica fondamentale: trasformare i funzionari, da "servitori della 
societ" e suoi organi, in padroni della societ. 

"...Contro questa trasformazione, inevitabile finora in tutti gli Stati, 
dello Stato e degli organi dello Stato da servitori della societ in padroni 
della societ, la Comune applic due mezzi infallibili. In primo luogo, 
assegn elettivamente tutti gli impieghi amministrativi, giudiziari, 
educativi, per suffragio generale degli interessati e con diritto costante 
di revoca da parte di questi. In secondo luogo, per tutti i servizi, alti e 
bassi, pag solo lo stipendio che ricevevano gli altri lavoratori. Il pi 
alto assegno che essa pagava era di 6.000 franchi [*]. In questo modo era 
posto un freno sicuro alla caccia agli impieghi e al carrierismo, anche 
senza i mandati imperativi per i delegati ai Corpi rappresentativi, che 
furono aggiunti per soprappi..." [46] 

Engels affronta qui l'interessante limite, passato il quale la democrazia 
conseguente da un lato si trasforma in socialismo, e dall'altro richiede il 
socialismo. Infatti, per sopprimere lo Stato  necessario trasformare le 
funzioni del servizio statale in operazioni di controllo e di registrazione, 
talmente semplici da essere alla portata dell'immensa maggioranza della 
popolazione e, in seguito, di tutta la popolazione. Ma per sopprimere 
completamente il carrierismo, bisogna che un impiego statale "onorifico", anche 
se non retribuito, non possa servire di passerella per raggiungere impieghi 
molto lucrativi nelle banche e nelle societ anonime, come sistematicamente 
avviene in tutti i paesi capitalistici, anche i pi liberi. 
Engels non cade per nell'errore che commettono, ad esempio, certi marxisti a 
proposito del diritto delle nazioni all'autodecisione: in regime capitalistico, 
essi dicono, questo diritto  irrealizzabile, e in regime socialista diventa 
superfluo. Questo ragionamento, che vorrebbe essere spiritoso, ma  soltanto 
sbagliato, potrebbe essere applicato a qualsiasi istituzione democratica, 
compreso il modesto stipendio assegnato ai funzionari, poich un sistema 
democratico rigorosamente conseguente non  possibile in regime capitalistico, e 
in regime socialista ogni democrazia finir per estinguersi. 
E' un sofisma del genere della vecchia barzelletta: in quel momento l'uomo che 
perde ad uno ad uno i suoi capelli pu essere considerato calvo?. 
Sviluppare la democrazia fino in fondo, ricercare le forme di questo sviluppo, 
metterle alla prova della pratica, ecc.: tutto ci costituisce uno dei problemi 
fondamentali della lotta per la rivoluzione sociale. Preso a s, nessun sistema 
democratico, qualunque esso sia, dar il socialismo; ma nella vita il sistema 
democratico non sar mai "preso a s", sar "preso nell'insieme" ed eserciter 
la sua influenza anche sull'economia di cui stimoler la trasformazione, mentre 
esso stesso subir l'influenza dello sviluppo economico, ecc. E' questa la 
dialettica della storia viva. 
Engels continua: 

"...Questa distruzione violenta [Sprengung] del potere dello Stato esistente 
e la sostituzione ad esso di un nuovo potere veramente democratico,  
descritta esaurientemente nel terzo capitolo della Guerra civile. Era per 
necessario ritornar qui brevemente sopra alcuni tratti di essa, perch 
proprio in Germania la fede superstiziosa nello Stato si  trasportata dalla 
filosofia nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti 
operai. Secondo la concezione filosofica, lo Stato  "la realizzazione 
dell'Idea" ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio 
filosofico, il campo nel quale la verit e la giustizia eterne si realizzano 
o si devono realizzare. Di qui una superstiziosa venerazione dello Stato e 
di tutto ci che ha relazione con lo Stato, che subentra tanto pi 
facilmente in quanto si  assuefatti fin da bambini a immaginare che gli 
affari comuni a tutta la societ non possono venir curati altrimenti che 
come sono stati curati fino a quel momento cio per mezzo dello Stato e dei 
suoi ben pagati funzionari. E si crede  liberati dalla fede nella monarchia 
ereditata e si giura nella repubblica democratica. Per lo Stato non  in 
realt che una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un' 
altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; e nel 
migliore dei casi  un male che viene lasciato in eredit al proletariato 
riuscito vittorioso nella lotta per il dominio di classe i cui lati peggiori 
il proletariato non potr fare a meno di amputare subito, nella misura del 
possibile come fece la Comune, finch una generazione, cresciuta in 
condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle 
spalle tutto il ciarpame statale". [47] 

Engels metteva in guardia i tedeschi perch non dimenticassero, nell'eventualit 
della sostituzione della monarchia con la repubblica, i princpi del socialismo 
sul problema dello Stato in generale. Questi suoi avvertimenti appaiono oggi 
come una lezione impartita direttamente ai signori Tsereteli e Cernov, che hanno 
manifestato, nella loro pratica di "coalizione", la loro fede superstiziosa 
nello Stato e la loro superstiziosa venerazione verso di esso! 
Ancora due osservazioni: 1) Quando Engels dice che nella repubblica democratica 
"non meno" che nella monarchia, lo Stato rimane "una macchina per l'oppressione 
di una classe da parte di un'altra", ci non significa affatto che la forma 
d'oppressione sia indifferente per il proletariato, come "insegnano" certi 
anarchici. Una forma pi larga, pi libera, pi aperta, di lotta di classe e di 
oppressione di classe facilita immensamente al proletariato la sua lotta per la 
soppressione delle classi in generale. 2) Perch soltanto una nuova generazione 
sar in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale? Questo 
problema  connesso a quello del superamento della democrazia, del quale 
parleremo ora. 
  
6. Engels sul superamento della democrazia 
Engels ha avuto modo di pronunciarsi su questo punto trattando della inesattezza 
scientifica della denominazione "socialdemocratico". 
Nella prefazione alla raccolta dei suoi articoli degli anni 1870 su diversi 
temi, dedicati in prevalenza ad argomenti "internazionali" (Internatiolanes aus 
dem Volkstaat [48]), - prefazione in data 3 gennaio 1894, cio scritta un anno e 
mezzo prima della sua morte, - Engels scrive che in tutti i suoi articoli egli 
ha impiegato la parola "comunista" e non "socialdemocratico", perch a 
quell'epoca si chiamavano socialdemocratici i proudhoniani in Francia e i 
lassalliani in Germania. 

"...Per Marx come per me, continua Engels, - era dunque assolutamente 
impossibile adoperare un'espressione cos elastica per definire la nostra 
posizione. Oggi la cosa  diversa, e questa parola" ("socialdemocratico") 
"pu forse andare [mag passieren] per quanto rimanga imprecisa [unpassend, 
impropria] per un partito il cui programma economico non  semplicemente 
socialista in generale, ma veramente comunista; per un partito il cui scopo 
politico finale  la soppressione di ogni Stato e, quindi, di ogni 
democrazia. Del resto, i veri (il corsivo  di Engels) partiti politici non 
hanno mai una denominazione che loro convenga perfettamente; il partito si 
sviluppa, la denominazione rimane." 

Il dialettico Engels nel declino dei suoi giorni rimane fedele alla dialettica. 
Marx ed io, egli dice, avevamo per il partito un nome eccellente, 
scientificamente esatto, ma allora non c'era un vero partito, cio un partito 
proletario di massa. Ora (fine del secolo decimonono) esiste un vero partito, ma 
la sua denominazione  scientificamente inesatta. Non importa, essa "pu andare" 
purch il partito si sviluppi, purch l'inesattezza scientifica del suo nome non 
gli sfugga e non gli impedisca di svilupparsi in una giusta direzione! 
Qualche burlone potrebbe forse venirci a consolare, noi bolscevichi, alla 
maniera di Engels: noi abbiamo un vero partito; esso si sviluppa nel migliore 
dei modi: dunque il nome assurdo e barbaro di "bolscevico", che non esprime 
assolutamente nulla se non il fatto puramente accidentale che al congresso di 
Bruxelles-Londra del 1903 avemmo la maggioranza, pu anch'esso "andare"... 
Forse, ora che le persecuzioni del nostro partito da parte dei repubblicani e 
della democrazia piccolo-borghese "rivoluzionaria" nel luglio-agosto 1917, hanno 
reso cos popolare, cos onorevole il titolo di bolscevico e hanno inoltre 
confermato l'immenso progresso storico del nostro partito nel corso del suo 
sviluppo reale, io stesso esiterei forse a proporre, come in aprile, di cambiare 
il nome del nostro partito. Proporrei forse ai compagni un "compromesso": 
chiamarci Partito comunista, conservando, fra parentesi, la parola 
"bolscevico"... 
Ma la questione del nome del partito  infinitamente meno importante di quella 
dell'atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso lo Stato. 
Discutendo sullo Stato si cade abitualmente nell'errore contro il quale Engels 
mette qui in guardia e che noi abbiamo gi prima segnalato di sfuggita: si 
dimentica cio che la soppressione dello Stato  anche la soppressione della 
democrazia, e che l'estinzione dello Stato  l'estinzione della democrazia. 
A prima vista questa affermazione pare del tutto strana e incomprensibile: 
alcuni potrebbero forse persino temere che noi auspichiamo l'avvento di un 
ordinamento sociale in cui non verrebbe osservato il principio della 
sottomissione della minoranza alla maggioranza; perch in definitiva che cos' 
la democrazia se non il riconoscimento di questo principio? 
No! La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla 
maggioranza. La democrazia  uno Stato che riconosce la sottomissione della 
minoranza alla maggioranza, cio l'organizzazione della violenza 
sistematicamente esercitata da una classe contro un'altra, da una parte della 
popolazione contro l'altra. 
Noi ci assegniamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cio di ogni 
violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli 
uomini in generale. Noi non auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in 
cui non venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla 
maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si 
trasformer in comunismo, e che scomparir quindi ogni necessit di ricorrere in 
generale alla violenza contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un 
altro, di una parte della popolazione a un'altra, perch gli uomini si 
abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza 
violenza e senza sottomissione. 
Per mettere in risalto questo elemento di consuetudine, Engels parla della nuova 
generazione, "cresciuta in condizioni sociali nuove, libere" e che sar "in 
grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale", ogni forma di 
Stato, compresa la repubblica democratica. 
Per chiarire questo punto dobbiamo analizzare le basi economiche dell'estinzione 
dello Stato. 
  
Note
27. F. Engels, La questione delle abitazioni, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 
43-44. 
28. Op. cit., pp. 131-132. 
29. Op. cit., p.108. 
30. L'Almanacco repubblicano per l'anno 1874, Milano-Lodi, 1873. Vi apparvero un 
articolo di Marx, L'indifferenza in materia politica, e uno di Engels, 
Dell'autorit.
Ripubblicati in K. Marx-F. Engels, Contro l'anarchismo, Roma, Edizioni 
Rinascita, 1950. 
31. Contro l'anarchismo, cit., p.10. 
32. Op. cit., p.46. 
33. Op. cit., pp. 47-48. 
34. K. Marx-F. Engels, Il partito e l'internazionale, cit., pp. 250-251. 
35. Per la traduzione italiana cfr. F Engels, Per la critica del progetto di 
programma del Partito socialdemocratico - 1891 (a cura di E. Ragionieri), in 
Critica marxista, a. I, n. 3, maggio-giugno 1963, pp. 118-132. Si tratta del 
progetto di programma della socialdemocrazia tedesca discusso al congresso di 
Erfurt nell'ottobre 1891. 
36. F. Engels, Op. cit., p.125. 
37. Op. cit., p. 127. 
38. Op. cit., pp. 127-128. 
39. Op. cit., p. 128. 
40. Op. cit., pp. 128-129. 
41. Op. cit., pp. 129-130. 
42. Op. cit., pp. 130-131. 
43. K. Marx, La guerra civile in Francia, in Il partito e l'Internazionale, 
cit., p. 131. 
44. Op. cit., p. 136. 
45. Op. cit., pp. 139-140. 
*. Ci che fa circa 2400 rubli al corso nominale, e 6.000 al corso attuale. I 
bolscevichi che propongono, ad esempio nei municipi, stipendi di 9.000 rubli, 
invece di proporre per tutto lo Stato un massimo di 6.000 rubli - somma 
sufficiente -, commettono un errore imperdonabile. 
46. Op. cit., pp. 140-141. 
47. Op. cit., p. 141. 
48. Traduzione italiana di questa raccolta: F Engels, Cose internazionali 
estratte dal Volkstaat (1871-1875), Roma, L. Mongini ed., poi riunito in 
Marx-Engels-Lassalle, Opere, a cura di E. Ciccotti, vol. IV, Milano, Societ 
Editrice Avanti!, 1914. 
  
 

Stato e Rivoluzione
V. Le basi economiche dell'estinzione dello Stato
  
Lo studio pi approfondito di questo problema lo troviamo in Marx, nella sua 
Critica del programma di Gotha (lettera a Bracke del 5 maggio 1875, pubblicata 
soltanto nel 1891 nella Neue Zeit, IX, l, e di cui apparve una edizione separata 
in russo). La parte polemica di questa importante opera, che contiene la critica 
del lassallismo, ha lasciato per cos dire nell'ombra la parte positiva, cio 
l'analisi della connessione tra lo sviluppo del comunismo e l'estinzione dello 
Stato. 
  
l. L'impostazione della questione in Marx
Se si sottopongono a un superficiale confronto la lettera di Marx a Bracke del 5 
maggio 1875 e la lettera del 28 marzo 1875 di Engels a Bebel, esaminata pi 
sopra, pu sembrare che Marx sia molto pi "statalista" di Engels e che la 
differenza fra le concezioni dei due scrittori sullo Stato sia molto notevole. 
Engels invita Bebel a smetterla con le chiacchiere sullo Stato, a bandire 
completamente dal programma la parola "Stato" e a sostituirla con la parola 
"Comune"; Engels dichiara persino che la Comune non era pi uno Stato nel senso 
proprio della parola. Marx invece parla del "futuro Stato della societ 
comunista", cio sembra ammettere la necessit dello Stato anche in regime 
comunista. 
Ma una tale interpretazione sarebbe profondamente errata. Un pi attento esame 
mostra che le idee di Marx e di Engels sullo Stato e sull'estinzione dello Stato 
coincidono perfettamente e che l'espressione di Marx citata si riferisce appunto 
all'organizzazione statale in via di estinzione. 
Non  possibile evidentemente determinare il momento in cui avverr questa 
futura "estinzione", soprattutto perch essa sar inevitabilmente un processo di 
lunga durata. L'apparente differenza tra Marx ed Engels si spiega con la 
differenza degli argomenti trattati e degli scopi da essi perseguiti. Engels si 
propone di dimostrare a Bebel, in modo clamoroso, incisivo, a grandi linee, 
tutta l'assurdit dei pregiudizi correnti (condivisi in gran parte da Lassalle) 
sullo Stato. Marx sfiora soltanto questo problema; un altro argomento 
l'interessa: lo sviluppo della societ comunista. 
Tutta la teoria di Marx  l'applicazione al capitalismo contemporaneo della 
teoria dell'evoluzione, nella sua forma pi conseguente e completa, meditata e 
ricca di contenuto. Si comprende quindi che Marx abbia visto il problema 
dell'applicazione di questa teoria all'imminente fallimento del capitalismo e al 
futuro sviluppo del futuro comunismo. 
Su quali dati ci si pu dunque basare nel porre la questione del futuro sviluppo 
del futuro comunismo? 
Sul fatto che il comunismo  generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente 
dal capitalismo,  il risultato dell'azione di una forza sociale prodotta dal 
capitalismo. In Marx non vi  traccia del tentativo di inventare delle utopie, 
di fare vane congetture su quel che non si pu sapere. Marx pone la questione 
del comunismo come un naturalista porrebbe, per esempio, la questione 
dell'evoluzione di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua 
origine e la linea precisa della sua evoluzione. 
Marx respinge innanzitutto la confusione in cui cade il programma di Gotha nella 
questione dei rapporti tra lo Stato e la societ. 

"...La "societ odierna" - egli scrive, -  la societ capitalistica, che 
esiste in tutti i paesi civili, pi o meno libera di aggiunte medioevali, 
pi o meno modificata dallo speciale svolgimento storico di ogni paese, pi 
o meno evoluta. Lo "Stato odierno", invece, muta con il confine di ogni 
paese. Nel Reich tedesco-prussiano esso  diverso che in Svizzera; in 
Inghilterra  diverso che negli Stati Uniti. Lo "Stato odierno "  dunque 
una finzione. " 
Tuttavia i diversi Stati dei diversi paesi civili, malgrado le loro 
variopinte differenze di forma, hanno tutti in comune il fatto che stanno 
sul terreno della moderna societ borghese, che  soltanto pi o meno 
evoluta dal punto di vista capitalistico. Essi hanno perci in comune anche 
alcuni caratteri essenziali. In questo senso si pu parlare di uno "Stato 
odierno", in contrapposto al futuro, in cui la presente radice dello Stato, 
la societ borghese, sar perita. 
"Si domanda quindi: quale trasformazione subir lo Stato in una societ 
comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi 
ancora. che siano analoghe alle odierne funzioni statali? A questa questione 
si pu rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la 
parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del 
problema neppure di una spanna..." [49] 

Avendo cos ridicolizzato tutte le chiacchiere sullo "Stato popolare", Marx 
mostra come si deve impostare la questione, e avverte che non le si pu dare in 
qualche modo una risposta scientifica se non basandosi su dati scientifici 
solidamente stabiliti. 
Il primo punto, stabilito con la massima precisione da tutta la teoria 
dell'evoluzione e, in generale, da tutta la scienza - punto che gli utopisti 
dimenticavano e che dimenticano gli opportunisti odierni, i quali temono la 
rivoluzione sociale -  il seguente:  storicamente certo che fra il capitalismo 
e il comunismo dovr necessariamente esserci uno stadio particolare o una tappa 
particolare di transizione. 
  
2. La transizione dal capitalismo al comunismo

"...Tra la societ capitalistica e la societ comunista, - prosegue Marx, - 
vi  il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad 
esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non 
pu essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato..." [50] 

Questa conclusione si basa, in Marx, sull'analisi della funzione che il 
proletariato ha nella societ capitalistica odierna, sui dati dello sviluppo di 
questa societ e sulla inconciliabilit degli opposti interessi del proletariato 
e della borghesia. 
Prima la questione veniva posta in tal modo: per ottenere la sua emancipazione 
il proletariato deve rovesciare la borghesia, conquistare il potere politico, 
stabilire la sua dittatura rivoluzionaria. 
Ora la questione si pone in modo un po' diverso: il passaggio dalla societ 
capitalistica, che si sviluppa in direzione del comunismo, alla societ 
comunista  impossibile senza un "periodo politico di transizione", e lo Stato 
di questo periodo non pu esser altro che la dittatura rivoluzionaria del 
proletariato. 
Ma qual  l'atteggiamento di questa dittatura verso la democrazia? 
Abbiamo visto che il Manifesto del Partito comunista pone semplicemente uno 
accanto all'altro i due concetti: "trasformazione del proletariato in classe 
dominante" e "conquista della democrazia". Tutto ci che precede permette di 
determinare nel modo pi preciso le modificazioni che subir la democrazia nella 
transizione dal capitalismo al comunismo. 
La societ capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo pi 
favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia pi o meno 
completa. Ma questa democrazia  sempre limitata nel ristretto quadro dello 
sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la 
minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La libert, nella 
societ capitalistica, rimane sempre pi o meno quella che fu nelle repubbliche 
dell'antica Grecia: la libert per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi 
salariati. in conseguenza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente 
soffocati dal bisogno e dalla miseria, che "hanno altro pel capo che la 
democrazia", "che la politica", sicch, nel corso ordinario e pacifico degli 
avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita 
politica e sociale. 
L'esattezza di questa affermazione  confermata. forse con la maggiore evidenza, 
dall'esempio della Germania, perch  proprio in questo paese che la legalit 
costituzionale si mantenne, per quasi mezzo secolo (1871-1914), con una costanza 
e una durata sorprendenti. e durante questo periodo la socialdemocrazia seppe, 
molto pi che negli altri paesi, "usufruire della legalit" e organizzare in un 
partito politico una parte di operai molto pi grande che in qualsiasi altro 
paese del mondo. 
Quale  dunque questa parte - la pi elevata fra quelle che si osservano nella 
societ capitalistica - degli schiavi salariati politicamente coscienti e 
attivi? Un milione di membri del partito socialdemocratico su 15 milioni di 
operai salariati! Tre milioni di operai organizzati nei sindacati su 15 milioni 
di operai! 
Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: questo  il sistema 
democratico della societ capitalistica. Se osserviamo pi da vicino il 
meccanismo della democrazia capitalistica, si vedranno sempre dovunque - sia nei 
"piccoli" (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale (durata 
della residenza, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle 
istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli di fatto al diritto di riunione 
(gli edifici pubblici non sono per i "poveri"!), sia nell' organizzazione 
puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. - si vedranno restrizioni 
su restrizioni al sistema democratico. Queste restrizioni, eliminazioni, 
esclusioni, intralci per i poveri sembrano piccoli soprattutto a coloro che non 
hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse n 
la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i 
novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, 
sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla 
partecipazione attiva alla democrazia. 
Marx afferr perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia 
capitalistica, quando, nella sua analisi dell'esperienza della Comune, disse: 
agli oppressi  permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i 
rappresentanti della classe dominante li rappresenter e li opprimer in 
Parlamento! 
Ma l'evoluzione da questa democrazia capitalistica - inevitabilmente ristretta, 
che respinge in modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e 
bugiarda - "a una democrazia sempre pi perfetta", non avviene cos 
semplicemente, direttamente e senza scosse come immaginano i professori liberali 
e gli opportunisti piccolo-borghesi. No. Lo sviluppo progressivo, cio 
l'evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del 
proletariato e non pu avvenire altrimenti, poich non v' nessun'altra classe e 
nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori. 

Ora, la dittatura del proletariato, vale a dire l'organizzazione 
dell'avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli 
oppressori, non pu limitarsi a un puro e semplice allargamento della 
democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della democrazia, divenuta per 
la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia 
per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni 
alla libert degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi 
li dobbiamo reprimere, per liberare l'umanit dalla schiavit salariata; si deve 
spezzare con la forza la loro resistenza; ed  chiaro che dove c' repressione, 
dove c' violenza, non c' libert, non c' democrazia. 
Engels lo ha espresso in modo mirabile nella sua lettera a Bebel scrivendo, come 
il lettore ricorda, che "finch il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, 
ne ha bisogno non nell'interesse della libert, ma nell'interesse 
dell'assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di 
libert, allora lo Stato come tale cessa di esistere". 
Democrazia per l'immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale 
a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del 
popolo: tale  la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal 
capitalismo al comunismo. 
Soltanto nella societ comunista, quando la resistenza dei capitalisti  
definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono pi 
classi (non v' cio pi distinzione fra i membri della societ secondo i loro 
rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora "lo Stato cessa di 
esistere e diventa possibile parlare di libert". Soltanto allora diventa 
possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza alcuna 
eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la semplice 
ragione che, liberati dalla schiavit capitalistica, dagli innumerevoli orrori, 
barbarie, assurdit, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si 
abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza 
sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i 
comandamenti, a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza 
sottomissione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama 
Stato. 
L'espressione: "lo Stato si estingue"  molto felice in quanto esprime al tempo 
stesso la gradualit del processo e la sua spontaneit. Soltanto l'abitudine pu 
produrre un tale effetto, e senza dubbio lo produrr, poich noi osserviamo 
attorno a noi milioni di volte con quale facilit gli uomini si abituano a 
osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando non 
vi  sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione, la protesta, la rivolta 
e rende necessaria la repressione. 
La societ capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, 
miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola 
minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il 
comunismo, istituir per la prima volta una democrazia per il popolo, per la 
maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli 
sfruttatori. Solo il comunismo  in grado di dare una democrazia realmente 
completa; e quanto pi sar completa, tanto pi rapidamente diventer superflua 
e si estinguer da s. 
In altri termini: noi abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso 
della parola, una macchina speciale per la repressione di una classe da parte di 
un'altra e per di pi della maggioranza da parte della minoranza. Si comprende 
come per realizzare un simile compito - la sistematica repressione della 
maggioranza degli sfruttati da parte di una minoranza di sfruttatori - siano 
necessarie una crudelt e una ferocia di repressione estreme: fiumi di sangue 
attraverso cui l'umanit prosegue il suo cammino, sotto il regime della 
schiavit, della servit della gleba e del lavoro salariato. 
In seguito, nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, la 
repressione  ancora necessaria, ma  gi esercitata da una maggioranza di 
sfruttati contro una minoranza di sfruttatori. Lo speciale apparato, la macchina 
speciale di repressione, lo "Stato",  ancora necessario, ma  gi uno Stato 
transitorio, non pi lo Stato propriamente detto, perch la repressione di una 
minoranza di sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi salariati di 
ieri  cosa relativamente cos facile, semplice e naturale, che coster molto 
meno sangue di quello che  costata la repressione delle rivolte di schiavi, di 
servi e di operai salariati, coster molto meno caro all'umanit. Ed essa  
compatibile con una democrazia che abbraccia una maggioranza della popolazione 
cos grande che comincia a scomparire il bisogno di una macchina speciale di 
repressione. Gli sfruttatori non sono naturalmente in grado di reprimere il 
popolo senza una macchina molto complicata destinata a questo compito; il 
popolo, invece, pu reprimere gli sfruttatori anche con una "macchina" molto 
semplice, quasi senza "macchina", senza apparato speciale, mediante la semplice 
organizzazione delle masse in armi (come - diremo anticipando - i Soviet dei 
deputati operai e soldati). 
Infine, solo il comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perch non c' 
da reprimere nessuno, "nessuno" nel senso di classe, nel senso di lotta 
sistematica contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo 
utopisti e non escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi 
individuali, come non escludiamo la necessit di reprimere tali eccessi. Ma 
anzitutto, per questo non c' bisogno d'una macchina speciale, di uno speciale 
apparato di repressione; lo stesso popolo armato si incaricher di questa 
faccenda con la stessa semplicit, con la stessa facilit con cui una qualsiasi 
folla di persone civili, anche nella societ attuale, separa delle persone in 
rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna. Sappiamo 
inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono 
infrazioni alle regole della convivenza sociale  lo sfruttamento delle masse, 
la loro povert, la loro miseria. Eliminata questa causa principale, gli eccessi 
cominceranno infallibilmente a "estinguersi". Non sappiamo con quale ritmo e 
quale gradualit, ma sappiamo che si estingueranno. E con essi si estinguer 
anche lo Stato. 
Marx, senza abbandonarsi all'utopia, defin pi in particolare ci che  ora 
possibile definire di questo avvenire, e precisamente ci che distingue la fase 
(gradino, tappa) inferiore dalla fase superiore della societ comunista. 
  
3. La prima fase della societ comunista
Nella Critica del programma di Gotha Marx confuta minuziosamente l'idea di 
Lassalle che l'operaio debba ricevere in regime socialista il reddito "non 
ridotto" o il "reddito integrale del suo lavoro". Marx dimostra che dal prodotto 
sociale complessivo di tutta la societ bisogna detrarre: un fondo di riserva, 
un fondo per l'allargamento della produzione, un fondo destinato a reintegrare 
il macchinario "consumato", ecc.; inoltre bisogna detrarre dagli oggetti di 
consumo un fondo per le spese di amministrazione, per le scuole, per gli 
ospedali, gli ospizi per i vecchi, ecc. 
Invece della formula nebulosa, oscura e generica di Lassalle ("all'operaio il 
frutto integrale del suo lavoro"), Marx stabilisce lucidamente come deve essere 
la gestione di una societ socialista. Egli affronta l'analisi concreta delle 
condizioni di vita di una societ in cui non esister il capitalismo, e 
aggiunge: 

"Quella con cui abbiamo da far qui" (analizzando il programma del partito 
operaio) " una societ comunista. non come si  sviluppata sulla sua 
propria base, ma, viceversa, come emerge dalla societ capitalistica; che 
porta quindi ancora sotto ogni rapporto. economico, morale, spirituale, le 
"macchie" della vecchia societ dal cui seno essa  uscita". [51] 

E' questa societ comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta 
ancora sotto ogni rapporto le impronte della vecchia societ, che Marx chiama 
"la prima fase" o fase inferiore della societ comunista. 
I mezzi di produzione non sono gi pi propriet privata individuale. Essi 
appartengono a tutta la societ. Ogni membro della societ, eseguendo una certa 
parte del lavoro socialmente necessario, riceve dalla societ uno scontrino da 
cui risulta ch'egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira 
dai magazzini pubblici di oggetti di consumo una corrispondente quantit di 
prodotti. Detratta la quantit di lavoro versata ai fondi sociali, ogni operaio 
riceve quindi dalla societ tanto quanto le ha dato. 
Si direbbe il regno dell'"uguaglianza". 
Ma quando, a proposito di quest'ordinamento sociale (abitualmente chiamato 
socialismo, e che Marx chiama prima fase del comunismo), Lassalle dice che c' 
in esso "giusta ripartizione", "uguale diritto di ciascuno all'uguale prodotto 
del lavoro", egli si sbaglia e Marx spiega perch. 
Un "uguale diritto", - dice Marx, - qui effettivamente l'abbiamo, ma  ancora il 
"diritto borghese", che, come ogni diritto, presuppone la disuguaglianza. Ogni 
diritto consiste nell' applicazione di un'unica norma a persone diverse, a 
persone che non sono, in realt, n identiche, n uguali. L'"uguale diritto" 
equivale quindi a una violazione dell'uguaglianza e della giustizia. Infatti, 
per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve un'uguale parte 
della produzione sociale (con le detrazioni indicate pi sopra). 
Gli individui per non sono uguali: uno  pi forte, l'altro  pi debole, uno  
ammogliato, l'altro no, uno ha pi figli, l'altro meno, ecc. 

"...Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di 
consumo sociale, - conclude Marx, - l'uno riceve dunque pi dell'altro, 
l'uno  pi ricco dell'altro e cos via. Per evitare tutti questi 
inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere 
disuguale.." [52] 

La prima fase del comunismo non pu dunque ancora realizzare la giustizia e 
l'uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non 
sar pi possibile lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, poich non sar 
pi possibile impadronirsi, a titolo di propriet privata, dei mezzi di 
produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc. Demolendo la formula confusa e 
piccolo-borghese di Lassalle sulla "uguaglianza" e la "giustizia" in generale, 
Marx indica il corso dello sviluppo della societ comunista, costretta da 
principio a distruggere solo l'"ingiustizia" costituita dall'accaparramento dei 
mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace di distruggere di 
punto in bianco l'altra ingiustizia: la ripartizione dei beni di consumo 
"secondo il lavoro" (e non secondo i bisogni). 
Gli economisti volgari, e fra essi i professori borghesi, compreso il "nostro" 
Tugan, rimproverano continuamente ai socialisti di dimenticare la disuguaglianza 
degli individui e di "sognare" la soppressione di questa disuguaglianza. Questi 
rimproveri, come si vede, dimostrano soltanto l'estrema ignoranza dei signori 
ideologi borghesi. 
Non solo Marx tiene conto con molta precisione di questa inevitabile 
disuguaglianza delle persone, ma non trascura nemmeno il fatto che, da sola, la 
socializzazione dei mezzi ai produzione ("socialismo" nel senso abituale della 
parola) non elimina gli inconvenienti della distribuzione e la disuguaglianza 
del "diritto borghese" che continua a dominare fino a quando i prodotti sono 
divisi "secondo il lavoro". 

"...Ma questi inconvenienti - continua Marx - sono inevitabili nella prima 
fase della societ comunista, quale  uscita, dopo i lunghi travagli del 
parto, dalla societ capitalistica. Il diritto non pu essere mai pi 
elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa 
condizionato, della societ..." [53] 

Cos, nella prima fase della societ comunista (comunemente chiamata 
socialismo), il "diritto borghese" non  completamente abolito, ma solo in 
parte, soltanto nella misura in cui la rivoluzione economica  compiuta, cio 
unicamente per quanto riguarda i mezzi di produzione. Il "diritto borghese" 
riconosce la propriet privata su questi ultimi a individui singoli. Il 
socialismo ne fa una propriet comune. In questa misura - e soltanto in questa 
misura - il "diritto borghese"  abolito. 
Ma esso sussiste nell'altra sua parte, sussiste quale regolatore (fattore 
determinante) della distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della 
societ. "Chi non lavora non mangia": questo principio socialista  gi 
realizzato; "a uguale quantit di lavoro, uguale quantit di prodotti": 
quest'altro principio socialista  anche esso gi realizzato. Tuttavia ci non  
ancora il comunismo, non abolisce ancora il "diritto borghese" che attribuisce a 
persone disuguali e per una quantit di lavoro disuguale (di fatto disuguale) 
una quantit uguale di prodotti. 
E' un "inconveniente", dice Marx, ma esso  inevitabile nella prima fase del 
comunismo, in quanto non si pu pensare, senza cadere nell'utopia, che appena 
rovesciato il capitalismo gli uomini imparino, dall'oggi al domani, a lavorare 
per la societ senza alcuna norma giuridica; d'altra parte, l'abolizione del 
capitalismo non d subito le premesse economiche per un tale cambiamento. 
E non vi sono altre norme, all'infuori di quelle del "diritto borghese". Rimane 
perci la necessit di uno Stato che, mantenendo comune la propriet dei mezzi 
di produzione, mantenga l'uguaglianza del lavoro e l'uguaglianza della 
distribuzione dei prodotti. 
Lo Stato si estingue nella misura in cui non ci sono pi capitalisti, non ci 
sono pi e quindi non  pi possibile reprimere alcuna classe. 
Ma lo Stato non si  ancora estinto completamente, poich rimane la salvaguardia 
del "diritto borghese" che consacra la disuguaglianza di fatto. Perch lo Stato 
si estingua completamente occorre il comunismo integrale. 
  
4. La fase superiore della societ comunista
Marx continua: 

"...In una fase pi elevata della societ comunista, dopo che  scomparsa la 
subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e 
quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il 
lavoro non  divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno 
della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono 
cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza 
collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l'angusto 
orizzonte giuridico borghese pu essere superato, e la societ pu scrivere 
sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacit; a ognuno secondo i suoi 
bisogni!". [54] 

Ora soltanto possiamo apprezzare tutta la giustezza delle osservazioni di 
Engels, che colpisce implacabilmente con i suoi sarcasmi l'assurdo accoppiamento 
delle parole "libert" e "Stato". Finch esiste lo Stato non vi  libert; 
quando si avr la libert non vi sar pi Stato. 
La condizione economica della completa estinzione dello Stato  che il comunismo 
giunga a un grado cos elevato di sviluppo che ogni contrasto di lavoro 
intellettuale e fisico scompaia, e che scompaia quindi una delle principali 
fonti della disuguaglianza sociale contemporanea, fonte che la sola 
socializzazione dei mezzi di produzione, la sola espropriazione dei capitalisti 
non pu inaridire di colpo. 
Questa espropriazione render possibile uno sviluppo gigantesco delle forze 
produttive. E vedendo come, gi ora, il capitalismo intralci in modo assurdo 
questo sviluppo, e quali progressi potrebbero essere realizzati grazie alla 
tecnica moderna gi acquisita, abbiamo il diritto di affermare con assoluta 
certezza che l'espropriazione dei capitalisti dar necessariamente un gigantesco 
impulso alle forze produttive della societ umana. Ma non sappiamo e non 
possiamo sapere quale sar la rapidit di questo sviluppo, quando esso giunger 
a una rottura con la divisione del lavoro, alla soppressione del contrasto fra 
il lavoro intellettuale e fisico, alla trasformazione del lavoro nel "primo 
bisogno della vita". 
Abbiamo perci diritto di parlare unicamente dell'inevitabile estinzione dello 
Stato, sottolineando la durata di questo processo, la sua dipendenza dalla 
rapidit di sviluppo della fase pi elevata del comunismo, lasciando 
assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverr e delle forme 
concrete che questa estinzione assumer, poich non abbiamo dati che ci 
permettano di risolvere simili questioni. 
Lo Stato potr estinguersi completamente quando la societ avr realizzato il 
principio. "Ognuno secondo le sue capacit; a ognuno secondo i suoi bisogni", 
cio quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole 
fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sar diventato talmente 
produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacit. 
"L'angusto orizzonte giuridico borghese", che costringe a calcolare con la 
durezza di uno Shylock: - non avr per caso lavorato mezz'ora pi di un altro, 
non avr guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto 
orizzonte sar allora sorpassato. La distribuzione dei prodotti non render pi 
necessario che la societ razioni i prodotti a ciascuno: ciascuno sar libero di 
attingere "secondo i suoi bisogni". 
Dal punto di vista borghese  facile dichiarare che un tale regime sociale  
"pura utopia" e coprire di sarcasmi i socialisti che promettono a ogni cittadino 
di ricevere dalla societ, senza alcun controllo del suo lavoro, tutti i 
tartufi, tutte le automobili, tutti i pianoforti che desidera. Ancor oggi la 
maggior parte degli "scienziati" borghesi se la cavano con sarcasmi del genere 
rivelando in tal modo sia la loro ignoranza che la loro interessata difesa del 
capitalismo. 
Ignoranza, perch non a un solo socialista  mai venuto in mente di "promettere" 
l'avvento della fase superiore del comunismo; in quanto alla previsione dei 
grandi socialisti sul suo avvento, essa presuppone una produttivit del lavoro 
diversa da quella attuale e non l'attuale borghese, capace, come i seminaristi 
di Pomialovski [55], di sperperare "a destra e a sinistra" le ricchezze 
pubbliche e di pretendere l'impossibile. 
Fino all'avvento della fase "pi elevata" del comunismo, i socialisti reclamano 
dalla societ e dallo Stato che sia esercitato il pi rigoroso controllo della 
misura del lavoro, e della misura del consumo; ma questo controllo deve 
cominciare con l'espropriazione dei capitalisti, con il controllo degli operai 
sui capitalisti, e deve essere esercitato non dallo Stato dei funzionari, ma 
dallo Stato degli operai armati. 
La difesa interessata del capitalismo da parte degli ideologi borghesi (e dei 
loro reggicoda del tipo di Tsereteli, Cernov e consorti) consiste precisamente 
nell'eludere con discussioni e frasi su un lontano avvenire, la questione 
urgente e di scottante attualit della politica d'oggi: l'espropriazione dei 
capitalisti, la trasformazione di tutti i cittadini in lavoratori e impiegati di 
un unico e grande "cartello", vale a dire lo Stato intero, e la completa 
subordinazione di tutto il lavoro di tutto questo cartello a uno Stato veramente 
democratico, allo Stato dei Soviet dei deputati operai e soldati. 
In fondo quando un dotto professore, e dopo di lui il filisteo, e dopo di lui i 
signori Tsereteli e i signori Cernov parlano delle utopie insensate, delle 
promesse demagogiche dei bolscevichi, della impossibilit di "introdurre" il 
socialismo essi alludono appunto a questo stadio o a questa fase superiore del 
comunismo, che non solo nessuno ha mai promesso, ma non ha neppure mai pensato 
di "introdurre", per la sola ragione che  impossibile "introdurla". 
Ci troviamo qui di fronte al problema della distinzione scientifica tra 
socialismo e comunismo, problema toccato da Engels nel brano precedentemente 
citato sulla denominazione non esatta di "socialdemocratico". Dal punto di vista 
politico, la differenza fra la prima fase o fase inferiore e la fase superiore 
del comunismo probabilmente diventer col tempo molto notevole, ma oggi, in 
regime capitalistico, sarebbe ridicolo farne caso, e forse solo certi anarchici 
potrebbero metterla in primo piano (se ci sono ancora fra gli anarchici uomini a 
cui la metamorfosi "plekhanoviana" dei Kropotkin, dei Grave, dei Cornelissen e 
di altre "stelle" dell'anarchismo in socialsciovinisti o anarchici delle trincee 
- per usare l'espressione di Gay, uno dei pochi anarchici che abbiano conservato 
l'onore e la coscienza - non ha insegnato nulla). [56] 
Ma la differenza scientifica fra socialismo e comunismo  chiara. Marx chiama 
"prima" fase o fase inferiore della societ comunista ci che comunemente viene 
chiamato socialismo. La parola "comunismo" pu essere anche qui usata nella 
misura in cui i mezzi di produzione divengono propriet comune, purch non si 
dimentichi che non  un comunismo completo. Ci che conferisce un grande pregio 
all'esposizione di Marx  ch'egli applica conseguentemente anche qui la 
dialettica materialistica, la teoria dell'evoluzione, e considera il comunismo 
come un qualcosa che si sviluppa dal capitalismo. Anzich attenersi a 
definizioni "escogitate", scolastiche e artificiali, a sterili dispute su parole 
(che cos' il socialismo? che cos' il comunismo?), Marx analizza quelli che si 
potrebbero chiamare i gradi della maturit economica del comunismo. 
Nella sua prima fase, nel suo primo grado, il comunismo non pu essere, dal 
punto di vista economico, completamente maturo, completamente libero dalle 
tradizioni e dalle vestigia del capitalismo. Di qui il fenomeno interessante 
qual  il mantenimento dell'"augusto orizzonte giuridico borghese" nella prima 
fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la 
distribuzione dei beni di consumo, suppone pure necessariamente uno Stato 
borghese, poich il diritto  nulla senza un apparato capace di costringere 
all'osservanza delle sue norme. 
Ne consegue che in regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il 
diritto borghese ma anche lo Stato borghese, senza borghesia! 
Ci pu sembrare un paradosso o un giuoco dialettico del pensiero e questo 
rimprovero  stato spesso mosso al marxismo da gente che non si  mai data la 
minima pena di studiarne la sostanza estremamente profonda. 
Ma in realt la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella societ, che 
vestigia del passato sopravvivono nel presente. Marx non introdusse 
arbitrariamente nel comunismo una particella del diritto "borghese"; egli si 
rese conto soltanto di ci che, economicamente e politicamente,  inevitabile 
nella societ uscita dal seno del capitalismo. 
La democrazia ha una grandissima importanza nella lotta della classe operaia 
contro i capitalisti per la sua emancipazione. Ma la democrazia non  affatto un 
limite, un limite insuperabile;  semplicemente una tappa sulla strada che va 
dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo. 
Democrazia vuol dire uguaglianza. Si arriva a concepire quale grande importanza 
hanno la lotta del proletariato per l'uguaglianza e la parola d'ordine 
dell'uguaglianza se si comprende quest'ultima in modo giusto, nel senso della 
soppressione delle classi. Ma democrazia significa soltanto uguaglianza formale. 
E appena realizzata l'uguaglianza di tutti i membri della societ per ci che 
concerne il possesso dei mezzi di produzione, vale a dire l'uguaglianza del 
lavoro, l'uguaglianza del salario, sorger inevitabilmente davanti all'umanit 
la questione di compiere un successivo passo in avanti, di passare 
dall'uguaglianza formale all'uguaglianza reale, cio alla realizzazione del 
principio: "Ognuno secondo le sue capacit; a ognuno secondo i suoi bisogni". 
Noi non sappiamo n possiamo sapere per quali tappe, attraverso quali 
provvedimenti pratici l'umanit andr verso questo fine supremo. Ma quel che 
importa  vedere quanto sia falsa l'idea borghese corrente che il socialismo sia 
qualche cosa di morto, di fisso, di dato una volta per sempre, mentre in realt 
soltanto col socialismo incomincer, in tutti i campi della vita sociale e 
privata, un rapido, vero, movimento progressivo, effettivamente di massa, a cui 
parteciper la maggioranza della popolazione prima, e tutta la popolazione poi. 
La democrazia  una forma dello Stato, una delle sue variet. Essa  quindi. 
come ogni Stato, l'applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli 
uomini. Questo, da un lato. Ma dall'altro lato, la democrazia  il 
riconoscimento formale dell'uguaglianza fra i cittadini, del diritto uguale per 
tutti di determinare la forma dello Stato e di amministrarlo. Ne deriva che, a 
un certo grado del suo sviluppo, la democrazia in primo luogo unisce contro il 
capitalismo la classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli d la possibilit 
di spezzare, di ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la 
macchina dello Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l'esercito 
permanente, la polizia, la burocrazia. e di sostituirli con una macchina pi 
democratica, ma che rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle masse 
operaie armate, e poi da tutto il popolo che partecipa alla milizia. 
Qui la "quantit si trasforma in qualit"; arrivata a questo grado, il sistema 
democratico esce dal quadro della societ borghese e comincia a svilupparsi 
verso il socialismo. Se tutti gli uomini partecipano realmente alla gestione 
dello Stato, il capitalismo non pu pi mantenersi. E lo sviluppo del 
capitalismo crea a sua volta le premesse necessarie a che "tutti" effettivamente 
possano partecipare alla gestione dello Stato. Queste premesse sono, tra 
l'altro, l'istruzione generale, gi realizzata in molti paesi capitalistici pi 
avanzati, poi l'"educazione e l'abitudine alla disciplina" di milioni di operai 
per opera dell'enorme e complesso apparato socializzato delle poste, delle 
ferrovie, delle grandi officine, del grande commercio, delle banche, ecc. 
Con tali premesse economiche,  perfettamente possibile, dopo aver rovesciato i 
capitalisti e i funzionari, sostituirli immediatamente dall'oggi al domani, - 
per il controllo della produzione e della distribuzione, per la registrazione 
del lavoro e dei prodotti, - con gli operai armati, con tutto il popolo in armi. 
(Non bisogna confondere la questione del controllo e della registrazione con 
quella del personale tecnico scientificamente preparato, ingegneri, agronomi, 
ecc.; questi signori lavorano oggi agli ordini dei capitalisti, lavoreranno 
ancor meglio domani agli ordini degli operai armati.) 
Registrazione e controllo: ecco l'essenziale, ci che  necessario per 
l'"avviamento" e il funzionamento regolare della societ comunista nella sua 
prima fase. Tutti i cittadini si trasformano qui in impiegati salariati dello 
Stato, costituito dagli operai armati. Tutti i cittadini diventano gli impiegati 
e gli operai d'un solo "cartello" di tutto il popolo, dello Stato. Tutto sta 
nell'ottenere che essi lavorino nella stessa misura, osservino la stessa misura 
di lavoro e ricevano nella stessa misura. La registrazione e il controllo in 
tutti questi campi sono stati semplificati all'estremo dal capitalismo che li ha 
ridotti a operazioni straordinariamente semplici di sorveglianza e di conteggio, 
e al rilascio di ricevute, cose tutte accessibili a chiunque sappia leggere e 
scrivere e fare le quattro operazioni. [*] 
Quando la maggioranza del popolo proceder ovunque essa stessa a questa 
registrazione e a questo controllo dei capitalisti (trasformati allora in 
impiegati) e dei signori intellettuali che avranno conservato ancora delle 
abitudini capitaliste, questo controllo diventer veramente universale, 
generale, nazionale, e nessuno potr in alcun modo sottrarvisi, "non sapr dove 
cacciarsi" per sfuggirvi. 
L'intera societ sar un grande ufficio e una grande fabbrica con uguaglianza di 
lavoro e uguaglianza di salario. 
Ma questa disciplina "di fabbrica" che il proletariato, vinti i capitalisti e 
rovesciati gli sfruttatori, estender a tutta la societ, non  affatto il 
nostro ideale n la nostra meta finale: essa  soltanto la tappa necessaria per 
ripulire radicalmente la societ dalle brutture e dalle ignominie dello 
sfruttamento capitalistico e assicurare l'ulteriore marcia in avanti. 
Dal momento in cui tutti i membri della societ, o almeno l'immensa maggioranza 
di essi, hanno appreso a gestire essi stessi lo Stato, si sono messi essi stessi 
all'opera, hanno "organizzato" il loro controllo sull'infima minoranza dei 
capitalisti, sui signori desiderosi di conservare le loro abitudini capitaliste 
e sugli operai profondamente corrotti del capitalismo, - da quel momento la 
necessit di qualsiasi amministrazione comincia a scomparire. Quanto pi la 
democrazia  completa, tanto pi vicino  il momento in cui essa diventa 
superflua. Quanto pi democratico  lo "Stato" composto dagli operai armati, che 
"non  pi uno Stato nel senso proprio della parola", tanto pi rapidamente 
incomincia ad estinguersi ogni Stato. 
Infatti quando tutti avranno imparato ad amministrare ed amministreranno 
realmente essi stessi la produzione sociale, quando tutti procederanno essi 
stessi alla registrazione e al controllo dei parassiti, dei figli di pap, dei 
furfanti e simili "guardiani delle tradizioni del capitalismo", ogni tentativo 
di sfuggire a questa registrazione e a questo controllo esercitato da tutto il 
popolo diventer una cosa talmente difficile, un'eccezione cos rara, provocher 
verosimilmente un castigo cos pronto e cos esemplare (poich gli operai armati 
sono gente che hanno il senso pratico della vita e non dei piccoli intellettuali 
sentimentali; non permetteranno che si scherzi con loro), che la necessit di 
osservare le regole semplici e fondamentali di ogni societ umana diventer ben 
presto un costume. 
Si spalancheranno allora le porte che permetteranno di passare dalla prima fase 
alla fase superiore della societ comunista e, quindi, alla completa estinzione 
dello Stato. 
  
Note
49. K. Marx, Critica del programma di Gotha, in K. Marx-F. Engels, Il partito e 
l'internazionale, cit., pp. 239-240. 
50. Op. cit., p. 240. 
51.Op. cit., p. 230. 
52.Op. cit., pp. 231-232. 
53.Op. cit., p. 232. 
54.Op. cit., p. 232. 
55. Allusione al romanzo di N. G. Pomialovski, Vita di seminario. 
56. A. Iu. Gay fu uno degli anarchici russi che simpatizzarono con i bolscevichi 
e collaborarono con essi anche dopo la rivoluzione d'Ottobre. Fu membro del 
Comitato esecutivo centrale dei Soviet e del governo sovietico del Caucaso del 
nord. Nel 1919 cadde vittima del terrore bianco nel corso della guerra civile. 
*. Quando lo Stato riduce le sue funzioni essenziali alla registrazione e al 
controllo da parte degli stessi operai, cessa di essere uno "Stato politico"; 
"le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico e si cangeranno in 
semplici funzioni amministrative" (si veda sopra, cap. IV, paragrafo 2, la 
polemica di Engels con gli anarchici). 
  



Stato e Rivoluzione
VI. La degradazione del marxismo negli opportunisti
  
Il problema dell'atteggiamento dello Stato nei confronti della rivoluzione 
sociale e della rivoluzione sociale nei confronti dello Stato, come del resto il 
problema della rivoluzione generale, ha preoccupato assai poco i teorici e i 
pubblicisti pi in vista della Seconda Internazionale (1889-1914). Ma ci che  
pi caratteristico nel processo dello sviluppo graduale dell'opportunismo, 
processo che  sboccato nel fallimento della Seconda Internazionale nel 1914,  
che, persino nei momenti in cui il problema si imponeva con maggior acutezza, ci 
si sforzava di evitarlo o di non vederlo. 
Si pu dire in generale che la tendenza a eludere il problema dell'atteggiamento 
della rivoluzione proletaria verso lo Stato, tendenza vantaggiosa per 
l'opportunismo ch'essa alimentava, ha portato al travisamento del marxismo e 
alla sua completa degradazione. 
Per caratterizzare, sia pure brevemente, questo deplorevole processo, 
consideriamo i teorici pi in vista del marxismo: Plekhanov e Kautsky. 
  
1. La polemica di Plekhanov con gli anarchici
Plekhanov dedic al problema dell'atteggiamento dell'anarchismo verso il 
socialismo un opuscolo speciale: Anarchismo e socialismo [57], uscito in tedesco 
nel 1894. 
Plekhanov si ingegn a trattar questo tema eludendo completamente la questione 
pi attuale, pi scottante e, politicamente, pi essenziale nella lotta contro 
l'anarchismo, e precisamente l'atteggiamento della rivoluzione nei confronti 
dello Stato e la questione dello Stato in generale! lI suo opuscolo comprende 
due parti: una storico-letteraria, ricca di preziosi documenti sulla storia 
delle idee di Stirner, di Proudhon, ecc.; l'altra filistea, con grossolane 
considerazioni su temi come quello che un anarchico non si distingue da un 
bandito. 
Questa combinazione di temi  molto spassosa e caratterizza perfettamente tutta 
l'attivit di Plekhanov alla vigilia della rivoluzione e nel corso di tutto il 
periodo rivoluzionario in Russia: semi-dottrinario, semi-filisteo, a rimorchio 
della borghesia in politica, tale si mostr Plekhanov nel periodo 1905- l 917. 
Abbiamo visto come, nelle loro polemiche con gli anarchici, Marx ed Engels 
avessero chiarito con la massima cura i loro punti di vista sull'atteggiamento 
della rivoluzione nei confronti dello Stato. Pubblicando nel 1891 la Critica del 
programma di Gotha di Marx, Engels scriveva: "Noi [cio Engels e Marx] eravamo 
impegnati allora, appena due anni dopo il Congresso dell'Aja della [Prima] 
Internazionale, in una violentissima lotta contro Bakunin e i suoi anarchici". 
[58] 
Gli anarchici tentarono appunto di presentare la Comune di Parigi come una cosa 
per cos dire "loro", che confermava la loro dottrina, ma non capirono niente 
degli insegnamenti della Comune e dell'analisi che Marx ne fece. Sulle questioni 
politiche concrete: bisogna spezzare la vecchia macchina dello Stato? e con che 
cosa sostituirla? l'anarchia non ha dato nulla che si avvicini, sia pur 
approssimativamente, alla verit. 
Ma parlare di "anarchismo e socialismo" eludendo totalmente la questione dello 
Stato, senza vedere tutto lo sviluppo del marxismo prima e dopo la Comune, 
voleva dire cadere inevitabilmente nell'opportunismo. Ci che infatti occorre 
all'opportunismo  che le due questioni che noi abbiamo qui indicate non siano 
affatto poste. Ci costituisce di per s una vittoria dell'opportunismo. 
  
2. La polemica di Kautsky con gli opportunisti
La letteratura russa possiede certamente assai pi traduzioni di Kautsky che non 
qualsiasi altra. Non  senza ragione che alcuni socialdemocratici tedeschi 
dicono scherzando che Kautsky  molto pi letto in Russia che in Germania. (C' 
in questa battuta, sia detto tra parentesi, un fondamento storico molto pi 
profondo di quanto non sospettino quelli che l'hanno lanciata; cio gli operai 
russi. avendo presentato nel 1905 una richiesta straordinariamente elevata, mai 
vista, delle migliori opere della migliore letteratura socialdemocratica del 
mondo e avendo ricevuto traduzioni e edizioni di queste opere in quantit non 
conosciuta negli altri paesi, hanno, per cos dire, trapiantato a un ritmo 
accelerato, nella giovane terra del nostro movimento proletario, la notevole 
esperienza di un paese vicino pi avanzato.) 
Oltre che per la sua esposizione popolare del marxismo, Kautsky  conosciuto da 
noi soprattutto per la sua polemica con gli opportunisti, capeggiati da 
Bernstein. Ma c' un fatto quasi ignorato e che non si pu passare sotto 
silenzio se si vuole studiare come Kautsky abbia potuto perdere cos 
vergognosamente la testa e cadere, durante la grande crisi del 1914-1915, nella 
difesa del social-sciovinismo. Questo fatto  che prima della sua campagna 
contro i rappresentanti pi in vista dell'opportunismo in Francia (Millerand e 
Jaurs) e in Germania (Bernstein), Kautsky aveva manifestato grandi esitazioni. 
La rivista marxista Zari, che usciva a Stoccarda nel 1901-l902 e difendeva le 
idee proletarie rivoluzionarie, aveva dovuto polemizzare con Kautsky e 
qualificare come risoluzione "di caucci" la risoluzione mitigata, evasiva, 
conciliante verso gli opportunisti, da lui proposta al Congresso socialista 
internazionale di Parigi del 1900. Nella stampa tedesca furono pubblicate 
lettere di Kautsky che rivelano esitazioni non meno rilevanti prima della sua 
campagna contro Bernstein. 
Una importanza molto maggiore ha tuttavia il fatto che nella stessa polemica di 
Kautsky con gli opportunisti, nel suo modo di porre e di trattare la questione, 
noi costatiamo ora, studiando la storia del suo recente tradimento verso il 
marxismo, una deviazione sistematica verso l'opportunismo proprio sul problema 
dello Stato. 
Prendiamo la prima opera importante di Kautsky contro l'opportunismo, il suo 
libro Bernstein e il programma socialdemocratico [59]. Qui egli confuta 
minutamente Bernstein, ma ecco ci che vi  di caratteristico. 
Nelle sue Premesse del socialismo, che gli hanno fruttato una fama alla maniera 
di Erostrato, Bernstein accusa il marxismo di "blanquismo" (accusa in seguito 
mille volte ripetuta dagli opportunisti e dai borghesi liberali in Russia contro 
i bolscevichi, rappresentanti del marxismo rivoluzionario). Bernstein si 
sofferma qui specialmente sulla Guerra civile in Francia di Marx e tenta molto 
infelicemente, come abbiamo visto, di identificare il modo di vedere di Marx 
sugli insegnamenti della Comune con quello di Proudhon. Ci che attrae 
soprattutto l'attenzione di Bernstein  la conclusione che Marx sottoline nella 
prefazione del 1872 al Manifesto del Partito comunista, dove  detto: "La classe 
operaia non pu impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale 
gi pronta e metterla in moto per i suoi propri fini". 
Questa espressione  talmente "piaciuta" a Bernstein ch'egli la ripete non meno 
di tre volte nel suo libro, interpretandola nel senso, pi deformato, pi 
opportunistico. 
Come abbiamo visto, Marx vuol dire che la classe operaia deve spezzare, 
demolire, far saltare (Sprengung, esplosione. Il termine  di Engels) tutta la 
macchina dello Stato. Ora, secondo Bernstein, Marx avrebbe con ci messo in 
guardia la classe operaia contro un ardore troppo rivoluzionario nel momento 
della presa del potere. 
Non si pu immaginare una falsificazione pi grossolana e pi mostruosa del 
pensiero di Marx. 
Come ha proceduto dunque Kautsky nella sua minuziosissima confutazione del 
bernsteinismo? 
Egli si  ben guardato dall'analizzare in tutta la sua profondit la 
falsificazione del marxismo da parte degli opportunisti su questo punto. Egli ha 
riprodotto il brano gi citato nella prefazione di Engels alla Guerra civile di 
Marx dicendo che, secondo Marx, la classe operaia non pu impadronirsi puramente 
e semplicemente della macchina statale gi pronta, ma che, in generale, essa pu 
impadronirsene, e nient'altro. Che Bernstein attribuisse a Marx esattamente il 
contrario del suo vero pensiero e che, fin dal 1852, Marx avesse assegnato alla 
rivoluzione proletaria il compito di "spezzare" la macchina statale, di tutto 
ci in Kautsky non vi  nemmeno una parola. 
Ne risulta che ci che distingue in modo radicale il marxismo dall'opportunismo 
nella questione dei compiti della rivoluzione proletaria  da Kautsky fatto 
sparire! 

"Possiamo in tutta tranquillit, - scrive Kautsky "contro" Bernstein, - 
lasciare all'avvenire la cura di risolvere il problema della dittatura del 
proletariato" (p. 172, ed. tedesca). 

Questa non  una polemica contro Bernstein, ma, in sostanza, una concessione a 
Bernstein, una capitolazione di fronte all'opportunismo, perch gli opportunisti 
non domandano di meglio che di "lasciare in tutta tranquillit all'avvenire" 
tutte le questioni capitali relative ai compiti della rivoluzione proletaria. 
Per quarant'anni, dal 1852 al 1891, Marx ed Engels insegnarono al proletariato 
che esso deve spezzare la macchina dello Stato. E Kautsky nel 1899, di fronte al 
completo tradimento del marxismo da parte degli opportunisti su questo punto, 
sostituisce con un giochetto il problema se si debba spezzare questa macchina, 
con il problema delle forme concrete di questa demolizione e si trincera dietro 
questa "incontestabile" (e sterile) verit filistea: non possiamo conoscere in 
anticipo queste forme concrete! 
Fra Marx e Kautsky c' un abisso nell'atteggiamento verso il compito del partito 
del proletariato, che  di preparare la classe operaia alla rivoluzione. 
Prendiamo l'opera successiva, pi matura, di Kautsky, dedicata essa pure in 
notevole misura alla confutazione degli errori dell'opportunismo. E' l'opuscolo 
sulla Rivoluzione sociale [60]. Qui l'autore ha scelto come tema specifico il 
problema della "rivoluzione proletaria" e del "regime proletario". Egli enuncia 
molte idee estremamente preziose ma tralascia proprio il problema dello Stato. 
Nell'opuscolo si parla sempre della conquista del potere statale, e basta; viene 
scelta cio una formula che  una concessione agli opportunisti, poich essa 
ammette la conquista del potere senza la distruzione della macchina dello Stato. 
Nel 1902 Kautsky risuscita appunto ci che Marx nel 1872 dichiarava "sorpassato" 
nel programma del Manifesto del Partito comunista. 
L'opuscolo dedica un particolare paragrafo "alle forme e alle armi della 
rivoluzione sociale". Vi si parla e dello sciopero politico di massa, e della 
guerra civile, e di quegli "strumenti di dominio di un grande Stato moderno 
quali sono la burocrazia e l'esercito"; ma degli insegnamenti che la Comune ha 
gi fornito ai lavoratori non una parola. Evidentemente Engels aveva ragione di 
mettere in guardia soprattutto i socialisti tedeschi contro la "venerazione 
superstiziosa" dello Stato. 
Kautsky presenta la cosa in questi termini: il proletariato vittorioso 
"realizzer il programma democratico", e ne espone i paragrafi. Di ci che 
l'anno 1871 ha fornito di nuovo circa la sostituzione della democrazia 
proletaria alla democrazia borghese, non un cenno! Kautsky se la cava con alcune 
banalit dall'apparenza "seria", come questa: 

"E' ovvio che non arriveremo al potere nell'attuale regime. La rivoluzione 
stessa presuppone una lotta prolungata, che vada in profondit e avr quindi 
il tempo di modificare la nostra attuale struttura politica e sociale". 

Certo, ci  "ovvio", come  sicuro che i cavalli mangiano l'avena e che il 
Volga si getta nel Caspio. C' solo da rimpiangere il fatto che con una frase 
vuota e reboante sulla lotta "che va in profondit" si eluda la questione 
capitale per il proletariato rivoluzionario, quella di sapere in che cosa 
consista la "profondit" della sua rivoluzione nei confronti dello Stato, nei 
confronti della democrazia, a differenza delle precedenti rivoluzioni non 
proletarie. 
Eludendo questa questione, Kautsky fa in realt, su questo punto capitale, una 
concessione all'opportunismo, al quale dichiara a parole una guerra minacciosa 
sottolineando l'importanza dell'"idea di rivoluzione" (ma che cosa pu valere 
quest'"idea" quando si ha paura di diffondere fra gli operai gli insegnamenti 
concreti della rivoluzione?) o dicendo: "l'idealismo rivoluzionario innanzi 
tutto", o dichiarando che gli operai inglesi non sono oggi "gran che meglio dei 
piccoli borghesi". 

"Nella societ socialista, - scrive Kautsky, - possono esistere l'una 
accanto all'altra... le pi svariate forme di imprese: burocratiche [??], 
sindacali, cooperative, individuali..." "Ci sono, per esempio, imprese che 
non possono fare a meno di un'organizzazione burocratica [??], come le 
ferrovie. L'organizzazione democratica pu qui assumere la seguente forma: 
gli operai eleggono dei delegati che formano una specie di parlamento, e 
questo parlamento stabilisce il regime del lavoro e sorveglia la direzione 
dell'apparato burocratico. Altre imprese possono essere affidate ai 
sindacati; altre infine possono essere organizzate secondo i princpi della 
cooperazione" (pp. 148 e 115 della traduzione russa, pubblicata a Ginevra 
nel 1903). 

Questo ragionamento  sbagliato,  un passo indietro rispetto ai chiarimenti che 
Marx ed Engels davano negli anni '70 sulla base dell'esperienza della comune. 
Per quanto riguarda la presunta necessit di una organizzazione "burocratica", 
le ferrovie non si distinguono in nulla da qualsiasi altra azienda della grande 
industria meccanizzata, da qualsiasi officina, grande magazzino o grande azienda 
agricola capitalista. In tutte queste aziende, la tecnica impone la pi rigorosa 
disciplina, la pi grande puntualit nell'adempimento della parte di lavoro 
assegnata a ciascuno, pena l'arresto di tutta l'impresa o il deterioramento del 
meccanismo o delle merci. In tutte queste aziende naturalmente gli operai 
"eleggeranno delegati che formeranno una specie di parlamento". 
Ma il punto centrale  qui che questa "specie di parlamento" non sar un 
parlamento nel senso delle istituzioni parlamentari borhesi. Il punto centrale  
che questa "specie di parlamento" non si accontenter di "stabilire il regime 
del lavoro e di sorvegliare la direzione dell'apparato burocratico" come 
immagina Kautsky, il cui pensiero non esce dal quadro del parlamentarismo 
borghese. Nella societ socialista "una specie di parlamento" di deputati 
operai, naturalmente "stabilir il regime del lavoro e sorveglier il 
funzionamento" dell'"apparato", ma quest'apparato non sar "burocratico". Gli 
operai, dopo aver conquistato il potere politico, spezzeranno il vecchio 
apparato burocratico, lo demoliranno dalle fondamenta, non ne lasceranno pietra 
su pietra e lo sostituiranno con un nuovo apparato, che sar composto dagli 
stessi operai e dagli stessi impiegati; e contro il pericolo che anch'essi 
diventino dei burocrati, saranno immediatamente prese le misure minuziosamente 
studiate da Marx e da Engels: 1) non soltanto eleggibilit ma anche revocabilit 
ad ogni istante; 2) stipendio non superiore al salario di un operaio; 3) 
passaggio immediato a una situazione in cui tutti assumano le funzioni di 
controllo e di sorveglianza, in cui tutti diventino temporaneamente dei 
"burocrati", e quindi nessuno possa diventare un "burocrate". 
Kautsky non ha affatto riflettuto sul senso delle parole di Marx: "La Comune 
doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e 
legislativo allo stesso tempo". 
Kautsky non ha affatto capito la differenza fra il parlamentarismo borghese, che 
unisce la democrazia (non per il popolo) alla burocrazia (contro il popolo) e il 
sistema democratico proletario che prender immediatamente le misure necessarie 
per tagliare alle radici il burocratismo e sar in grado di applicarle sino in 
fondo, sino alla completa distruzione della burocrazia, sino all'instaurazione 
di una completa democrazia per il popolo. 
Kautsky ha qui dato prova della solita "venerazione superstiziosa" dello Stato, 
della solita "fede superstiziosa" nel burocratismo. 
Passiamo all'ultima e migliore opera di Kautsky contro gli opportunisti, il suo 
opuscolo La via del potere [61] (non tradotto, mi sembra, in russo, perch 
apparso nel 1909, quando da noi la reazione era al culmine). Questo opuscolo 
segna un grande passo avanti in quanto non tratta n del programma 
rivoluzionario in generale, come l'opera del 1899 contro Bernstein, n dei 
compiti della rivoluzione sociale indipendentemente dall'epoca del suo avvento, 
come l'opuscolo La rivoluzione sociale del 1902, ma delle condizioni concrete 
che ci costringono a riconoscere che "l'ra delle rivoluzioni" comincia. 
L'autore parla chiaramente dell'acuirsi degli antagonismi di classe in generale, 
e dell'imperialismo che ha, sotto questo rapporto, una funzione particolarmente 
importante. Dopo il "periodo rivoluzionario del 1789-1871" per l'Europa 
occidentale, l'anno 1905 ha inaugurato un periodo analogo per l'Oriente. La 
guerra mondiale si avvicina con una paurosa rapidit. "Il proletariato non pu 
pi parlare di rivoluzione prematura", "Siamo entrati nel periodo 
rivoluzionario", "L'ra rivoluzionaria comincia". 
Queste dichiarazioni sono chiarissime. Quest'opuscolo di Kautsky pu servire 
come utile termine di confronto per vedere ci che la socialdemocrazia tedesca 
prometteva di essere prima della guerra imperialistica e quanto in basso essa (e 
Kautsky con essa) sia caduta allo scoppio della guerra. "La situazione attuale - 
scriver Kautsky nell'opuscolo citato - comporta il pericolo che ci si possa 
facilmente prendere [noi, socialdemocratici tedeschi] per pi moderati di quel 
che in realt siamo." E' risultato che il partito socialdemocratico tedesco in 
realt era incomparabilmente pi moderato e pi opportunista di quanto non 
sembrasse! 
Tanto pi caratteristico  il fatto che dopo aver proclamato in modo cos 
categorico che l'ra delle rivoluzioni incominciava, Kautsky, in un opuscolo 
dedicato, secondo le sue stesse parole, proprio all'analisi del problema della 
"rivoluzione politica", abbia ancora una volta completamente trascurato la 
questione dello Stato. 
Dalla somma di queste omissioni, silenzi, reticenze, non poteva alla fin fine 
risultare che quel completo passaggio all'opportunismo, di cui parleremo subito. 

La socialdemocrazia tedesca aveva l'aria di proclamare, per bocca di Kautsky: Io 
conservo le mie idee rivoluzionarie (1899). Riconosco in particolar modo 
l'ineluttabilit della rivoluzione sociale del proletariato (1902). Riconosco 
che una nuova ra di rivoluzioni comincia (1909). Ma tuttavia, nel momento in 
cui si pone la questione dei compiti della rivoluzione proletaria verso lo Stato 
(1912), vado indietro in confronto a ci che Marx disse gi nel 1852. 
Cos appunto fu posta la questione nella polemica di Kautsky con Pannekoek. 
  
3. La polemica di Kautsky con Pannekoek
Pannekoek, quando entr in polemica con Kautsky, era uno dei rappresentanti 
della tendenza "radicale di sinistra", che contava nelle sue file Rosa 
Luxemburg, Karl Radek e altri, i quali, difendendo la tattica rivoluzionaria, 
concordavano nel riconoscere che Kautsky stava passando a una posizione di 
"centro", priva di princpi, oscillante tra il marxismo e l'opportunismo. 
L'esattezza di questa valutazione  stata pienamente dimostrata dalla guerra, 
nel corso della quale la tendenza detta di "centro" (falsamente chiamata 
marxista) o "kautskiana" si  rivelata in tutta la sua rivoltante meschinit. 
In un articolo, in cui si occupa del problema dello Stato, L'azione di massa e 
la rivoluzione [62] (Neue Zeit, 1912, XXX, 2), Pannekoek definiva la posizione 
di Kautsky come un "radicalismo passivo", un "teoria dell'attesa inerte". 
"Kautsky non vuol vedere il processo della rivoluzione" (p. 616). Ponendo in tal 
modo la questione Pannekoek affronta l'argomento che ci interessa sui compiti 
della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato. 

"La lotta del proletariato - egli scriveva - non  soltanto una lotta contro 
la borghesia per il potere dello Stato;  anche una lotta contro il potere 
dello Stato... La rivoluzione proletaria consiste nell'annientare gli 
strumenti di forza dello Stato e nell'eliminarli [letteralmente: 
dissolverli, Auflsung] mediante gli strumenti di forza del proletariato... 
La lotta cessa soltanto quando, raggiunto il risultato finale, 
l'organizzazione dello Stato  completamente distrutta. L'organizzazione 
della maggioranza prova la sua superiorit annientando l'organizzazione 
della minoranza dominante" (p. 548). 

Le formule con cui Pannekoek riveste le sue idee sono piene di gravi difetti. Ma 
l'idea  tuttavia chiara ed  interessante vedere in che modo Kautsky ha cercato 
di confutarla. 

"Finora, egli dice, l'opposizione tra i socialdemocratici e gli anarchici 
consisteva nel fatto che i primi volevano conquistare il potere dello Stato, 
i secondi distruggerlo. Pannekoek vuole l'uno e l'altro" (p. 724). 

Se l'esposizione di Pannekoek difetta di chiarezza e di concretezza (per non 
parlare degli altri difetti del suo articolo che non si riferiscono al tema qui 
discusso), Kautsky da parte sua affronta proprio il principio essenziale del 
problema accennato da Pannekoek e in questa questione essenziale di principio 
egli abbandona completamente le posizioni del marxismo per passare del tutto 
all'opportunismo. La distinzione che egli stabilisce tra socialdemocratici e 
anarchici  totalmente sbagliata; il marxismo  qui assolutamente snaturato e 
degradato. 
I marxisti si distinguono dagli anarchici in questo: 1) i primi, pur ponendosi 
l'obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono 
realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della 
rivoluzione socialista, come risultato dell'instaurazione del socialismo che 
porta all'estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione 
dello Stato dall'oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano 
possibile; 2) i primi proclamano la necessit per il proletariato, dopo ch'esso 
avr conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia 
macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste 
nell'organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur 
reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto 
confuso con che cosa il proletariato la sostituir e come utilizzer il potere 
rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del 
potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura 
rivoluzionaria; 3) i primi vogliono che il proletariato si prepari alla 
rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere 
contrario. 
In questa discussione  Pannekoek che rappresenta il marxismo, contro Kautsky, 
proprio Marx infatti ha insegnato che il proletariato non pu conquistare 
puramente e semplicemente il potere statale, - nel senso che il vecchio apparato 
dello Stato passi in nuove mani, - ma deve spezzare, demolire questo apparato e 
sostituirlo con uno nuovo. 
Kautsky abbandona il marxismo per l'opportunismo; nei suoi scritti infatti 
scompare appunto questa distruzione della macchina statale, cosa assolutamente 
inammissibile per gli opportunisti; egli lascia a questi ultimi una scappatoia 
che permette loro di interpretare la "conquista" del potere come un semplice 
conseguimento della maggioranza. 
Per nascondere questa sua deformazione del marxismo, Kautsky si comporta da 
scolastico e ricorre a una "citazione" dello stesso Marx. Nel 1850 Marx parlava 
della necessit di una "decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello 
Stato" [63]. E Kautsky trionfante domanda: vuole forse Pannekoek distruggere il 
"centralismo"? 
E' un semplice giuoco di prestigio che ricorda quello di Bernstein, con la sua 
identificazione di marxismo e proudhonismo a proposito dell'idea della 
federazione da opporre al centralismo. 
La "citazione" di Kautsky cade a proposito come i cavoli a merenda. Il 
centralismo  possibile sia con la vecchia macchina dello Stato, che con la 
nuova. Se gli operai uniscono volontariamente le loro forze armate, si avr del 
centralismo, ma questo centralismo sar fondato sulla "completa distruzione" 
dell'apparato statale centralista, dell'esercito permanente, della polizia, 
della burocrazia. Kautsky si comporta in modo assolutamente disonesto eludendo 
le osservazioni ben note di Marx e di Engels sulla Comune per andare a cercare 
una citazione che non ha niente a che fare con la questione. 

"...Vuol forse Pannekoek sopprimere le funzioni statali dei funzionari? - 
continua Kautsky. - Ma noi non possiamo fare a meno dei funzionari n nel 
partito n nei sindacati, senza parlare delle amministrazioni dello Stato. 
Il nostro programma richiede non l'eliminazione dei funzionari dello Stato, 
ma la loro elezione da parte del popolo... Non si tratta ora per noi di 
sapere quale forma assumer l'apparato amministrativo nello "Stato futuro", 
ma di sapere se la nostra lotta politica distrugger [letteralmente: 
dissolver, auflst] il potere statale prima che noi l'abbiamo 
conquistato... [il corsivo  di Kautsky]. Quale ministro coi suoi funzionari 
potrebbe essere distrutto?" Ed enumera i ministri dell'Istruzione pubblica, 
della Giustizia, delle Finanze, della Guerra. "No, nessuno dei ministeri 
attuali sar soppresso dalla nostra lotta politica contro il governo... Lo 
ripeto, per evitare malintesi: non si tratta di sapere quale forma la 
socialdemocrazia vittoriosa dar allo "Stato futuro", ma come la nostra 
opposizione trasforma lo Stato attuale" (p. 725). 

E' un vero giuoco dei bussolotti. Pannekoek poneva precisamente il problema 
della rivoluzione. Il titolo del suo articolo e i brani citati lo dicevano 
chiaramente. Saltando alla questione dell'"opposizione" Kautsky non fa che 
sostituire al punto di vista rivoluzionario il punto di vista opportunista. Ne 
risulta quindi: adesso, opposizione; in quanto a ci che bisogner fare dopo la 
conquista del potere, si vedr poi. La rivoluzione scompare... E' proprio quello 
che occorre agli opportunisti. 
Non  dell'opposizione n della lotta politica in generale che si tratta: si 
tratta della rivoluzione. La rivoluzione consiste nel fatto che il proletariato 
distrugge l'"apparato amministrativo" e tutto l'apparato dello Stato per 
sostituirlo con uno nuovo, costituito dagli operai armati. Kautsky rivela una 
"venerazione superstiziosa" per i "ministeri"; ma perch questi non potrebbero 
essere sostituiti, per esempio, da commissioni di specialisti presso i Soviet, 
sovrani e con pieni poteri, dei deputati operai e soldati? 
L'essenziale non  affatto di sapere se rimarranno i "ministeri" o se saranno 
sostituiti da "commissioni di specialisti" o da altre istituzioni: questo non ha 
assolutamente nessuna importanza. La questione essenziale  di sapere se la 
vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e impregnata di 
spirito burocratico e conservatore) sar mantenuta oppure distrutta e sostituita 
con una nuova. La rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe 
comandi o governi per mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla 
spezzata, comandi e governi per mezzo di una macchina nuova:  questa l'idea 
fondamentale del marxismo che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito. 
La sua domanda a proposito dei funzionari mostra in modo evidente ch'egli non ha 
capito n gli insegnamenti della Comune n la dottrina di Marx. "Noi non 
possiamo fare a meno dei funzionari n nel partito n nei sindacati"... 
Non possiamo fare a meno dei funzionari in regime capitalistico, sotto il 
dominio della borghesia. Il proletariato  oppresso e le masse lavoratrici sono 
asservite dal capitalismo. In regime capitalistico, la democrazia  ristretta, 
compressa, monca, mutilata, da tutto l'ambiente creato dalla schiavit del 
salario, dal bisogno e dalla miseria delle masse. Per questo, e solo per questo, 
nelle nostre organizzazioni politiche e sindacali i funzionari sono corrotti (o, 
pi esattamente, hanno tendenza a esserlo) dall'ambiente capitalistico e 
manifestano l'inclinazione a trasformarsi in burocrati, cio in persone 
privilegiate, staccate dalle masse e poste al di sopra di esse. 
Qui  l'essenza del burocratismo; e fino a quando i capitalisti non saranno 
stati espropriati, fino a quando la borghesia non sar stata rovesciata, una 
certa "burocratizzazione" degli stessi funzionari del proletariato  
inevitabile. 
Secondo Kautsky risulta dunque che, poich vi saranno impiegati eletti, vuol 
dire che anche in regime socialista ci saranno dei funzionari, ci sar la 
burocrazia! Ma  proprio questo che  falso. Attraverso appunto l'esempio della 
Comune, Marx dimostr che i detentori di funzioni pubbliche cessano, in regime 
socialista, di essere dei "burocrati" dei "funzionari" nella misura in cui viene 
introdotta, oltre all'eleggibilit, anche la loro revocabilit in ogni momento, 
e ancora, si riduce il loro stipendio al salario medio di un operaio e ancora si 
sostituiscono gl'istituti parlamentari con istituti "di lavoro, cio esecutivi e 
legislativi allo stesso tempo". 
In fondo tutta l'argomentazione di Kautsky contro Pannekoek, e particolarmente 
il suo magnifico argomento sulla necessit dei funzionari nelle organizzazioni 
sindacali e di partito, provano che Kautsky ripete i vecchi "argomenti" di 
Bernstein contro il marxismo in generale. Nel suo libro Le premesse del 
socialismo, il rinnegato Bernstein si scaglia contro l'idea della democrazia 
"primitiva", contro quello ch'egli chiama "democratismo dottrinario": mandati 
imperativi, funzionari non rimunerati, rappresentanza centrale senza poteri, 
ecc. 
Per provare l'inconsistenza di questo sistema democratico "primitivo", Bernstein 
invoca l'esperienza delle trade-unions inglesi, quale  interpretata dai coniugi 
Webb. Nei settant'anni del loro sviluppo, le trade-unions, che si sarebbero 
sviluppate "in piena libert" (p. 137 ed. tedesca), si sarebbero convinte 
appunto della inefficacia del sistema democratico primitivo e l'avrebbero 
sostituito con quello abituale: il parlamentarismo unito al burocratismo. 
In realt le trade-unions non si sono sviluppate "in piena libert", ma in piena 
schiavit capitalistica, nella quale, certo, "non si pu fare a meno" di una 
serie di concessioni al male imperante, alla violenza, alla menzogna, 
all'esclusione dei poveri dagli affari di amministrazione "superiore". In regime 
socialista rivivranno necessariamente molti aspetti della democrazia 
"primitiva", perch per la prima volta nella storia delle societ civili la 
massa della popolazione si elever a una partecipazione indipendente, non solo 
nelle votazioni e nelle elezioni, ma nell'amministrazione quotidiana. In regime 
socialista tutti governeranno, a turno, e tutti si abitueranno ben presto a far 
s che nessuno governi. 
Col suo geniale spirito critico e analitico Marx vide nei provvedimenti pratici 
della Comune quella svolta che gli opportunisti temono tanto e, per vilt, si 
rifiutano di riconoscere perch rifuggono dal rompere definitivamente con la 
borghesia, e che anche gli anarchici si rifiutano di vedere, o perch sono 
troppo imprudenti, o in generale perch non comprendono le condizioni delle 
trasformazioni sociali di massa. "Non bisogna nemmeno pensare a distruggere la 
vecchia macchina statale; che cosa diverremmo senza ministeri e senza 
funzionari": cos ragiona l'opportunista imbevuto di spirito filisteo e che, in 
fondo, non solo non crede alla rivoluzione e alla sua potenza creatrice, ma ha 
di essa una paura mortale (come i nostri menscevichi e i nostri 
socialisti-rivoluzionari). 
"Bisogna pensare unicamente alla distruzione della vecchia macchina statale;  
inutile approfondire gli insegnamenti concreti delle rivoluzioni proletarie 
passate e analizzare con che cosa e come sostituire ci che si distrugge": cos 
ragiona l'anarchico (il migliore degli anarchici, naturalmente, e non quello 
che, al seguito dei signori Kropotkin e compagni, si trascina dietro la 
borghesia); e l'anarchico arriva in tal modo alla tattica della disperazione, e 
non al lavoro rivoluzionario risoluto, inesorabile, che per al tempo stesso si 
pone dei compiti concreti e tiene conto delle condizioni pratiche del movimento 
delle masse. 
Marx ci insegna ad evitare questi due errori; ci insegna a dar prova di 
illimitato coraggio nel distruggere tutta la vecchia macchina statale e ci 
insegna al tempo stesso a porre il problema in modo concreto: in poche 
settimane, la Comune pot incominciare a costruire una nuova macchina statale 
proletaria; ed ecco i provvedimenti da essa presi per realizzare una democrazia 
pi perfetta e sradicare la burocrazia. Impariamo dunque dai comunardi l'audacia 
rivoluzionaria, cerchiamo di vedere nei loro provvedimenti pratici un abbozzo 
dei provvedimenti praticamente urgenti e immediatamente realizzabili e 
arriveremo allora, seguendo questa strada, alla completa distruzione della 
burocrazia. 
La possibilit di questa distruzione ci  garantita dal fatto che il socialismo 
ridurr la giornata di lavoro, elever le masse a una vita nuova e metter la 
maggioranza della popolazione in condizioni tali da permettere a tutti, senza 
eccezione, di adempiere le "funzioni statali", ci che porta in ultima analisi 
alla completa estinzione di qualsiasi Stato in generale. 

"...Il compito dello sciopero di massa continua Kautsky non pu essere di 
distruggere il potere statale, ma soltanto di indurre il governo a fare 
delle concessioni su una determinata questione o di sostituire un governo 
ostile al proletariato con un governo che gli vada incontro 
[entgegenkommende] ...Ma mai, in nessun caso, ci" (cio la vittoria del 
proletariato su un governo ostile) "pu portare alla distruzione del potere 
statale, il risultato non pu essere che un certo spostamento [Verschiebung] 
nel rapporto delle forze all'interno del potere statale... L'obiettivo della 
nostra lotta politica rimane dunque, come per il passato, la conquista del 
potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in Parlamento e 
della trasformazione del Parlamento in padrone del governo" (pp. 726, 727, 
732). 

Questo  gi purissimo e banalissimo opportunismo, la rinuncia di fatto alla 
rivoluzione, pur riconoscendola a parole. Il pensiero di Kautsky non va oltre un 
"governo che vada incontro al proletariato", ed  un passo indietro verso il 
filisteismo in rapporto al 1847, anno in cui il Manifesto del Partito comunista 
proclamava "l'organizzazione del proletariato in classe dominante". 
Kautsky sar costretto a realizzare l'" unit", che gli sta tanto a cuore, con 
gli Scheidemann, i Plekhanov, i Vandervelde, tutti unanimi nel lottare per un 
governo "che vada incontro al proletariato". 
Quanto a noi, noi romperemo con questi rinnegati del socialismo e lotteremo per 
la distruzione di tutta la vecchia macchina dello Stato affinch il proletariato 
armato diventi esso stesso il governo. Sono due cose del tutto diverse. 
Kautsky sar costretto a rimanere nella piacevole compagnia dei Legien e dei 
David, dei Plekhanov, dei Potresov, degli Tsereteli e dei Cernov, che sono 
pienamente d'accordo nel lottare per uno "spostamento nel rapporto delle forze 
all'interno del potere dello Stato", per il "conseguimento della maggioranza in 
Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo", 
nobilissimo obiettivo che pu essere completamente accettato dagli opportunisti 
e che non esce per nulla dal quadro della repubblica borghese parlamentare. 
Quanto a noi, noi romperemo con gli opportunisti; e il proletariato cosciente 
sar tutto con noi nella lotta, non per uno "spostamento nel rapporto delle 
forze", ma per il rovesciamento della borghesia, per la distruzione del 
parlamentarismo borghese, per una repubblica democratica sul tipo della Comune o 
della repubblica dei Soviet dei deputati operai e soldati, per la dittatura 
rivoluzionaria del proletariato. 
Nel socialismo internazionale vi sono tendenze ancora pi a destra di quella di 
Kautsky: la Rivista mensile socialista in Germania (Legien, David, Kolb e molti 
altri, compresi gli scandinavi Stauning e Branting); i jauressisti e Vandervelde 
in Francia e nel Belgio; Turati, Treves e gli altri rappresentanti della destra 
nel Partito socialista italiano; i fabiani e gli "indipendenti" (il "partito 
operaio indipendente"  sempre stato, in realt, dipendente dai liberali) in 
Inghilterra e tutti gli altri. Tutti questi signori, che hanno una parte assai 
notevole e molto spesso preponderante nell'attivit parlamentare e nella stampa 
del partito, respingono apertamente la dittatura del proletariato e rivelano un 
evidente opportunismo. Per essi la "dittatura" del proletariato  "in 
contraddizione" con la democrazia! In fondo niente di serio li distingue dai 
democratici piccolo-borghesi. 
Abbiamo quindi diritto di concludere che la Seconda Internazionale, nell'immensa 
maggioranza dei suoi rappresentanti ufficiali,  completamente caduta 
nell'opportunismo. L'esperienza della Comune  stata non soltanto dimenticata ma 
travisata. Invece di infondere nelle masse operaie la convinzione che si 
avvicina il momento in cui esse dovranno agire e spezzare la vecchia macchina 
statale, sostituirla con una nuova e fare del loro dominio politico la base 
della trasformazione socialista della societ, si  inculcato in esse la 
convinzione contraria, e la "conquista del potere"  stata presentata in modo 
tale che mille brecce rimanevano aperte all'opportunismo. 
La deformazione e la congiura del silenzio intorno al problema 
dell'atteggiamento della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato non 
potevano mancare di esercitare un'immensa influenza, in un momento in cui gli 
Stati, muniti di un apparato militare rafforzato dalle competizioni 
imperialiste, sono diventati dei mostri militari che mandano allo sterminio 
milioni di uomini per decidere chi, tra l'Inghilterra e la Germania, tra questo 
o quel capitale finanziario, dominer il mondo. [64] 
  
Note
57. Trad. it.: Giorgio Plechanov, Anarchismo e socialismo, Milano, Societ 
Editrice Avanti!, 1921. 
58. Cfr. K. Marx-F. Engels, Il partito e l'Internazionale, cit., p. 222. 
59. K. Kautsky, Bernestein und das sozialdemokratische Programm. Eine 
Antikritik, Stoccarda, Dietz, 1899. 
60. K. Kaytsky, Die soziale Revolution, Berlino, ed. Vorwrts, 1902. 
61. K. Kautsky, Der Weg zur Macht, Berlino, ed. Vorwrts, 1909. 
62. Massenaktion und Revolution. In polemica contro questo articolo Kautsky 
scrisse sulla stessa rivista l'articolo Die neue Taktik (La nuova tattica), al 
quale Lenin si riferisce pi avanti. 
63. K. Marx-F. Engels, Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, 
in Il partito e l'Internazionale, cit., p. 96. 
64. Nel manoscritto segue: "Capitolo VII. L'esperienza delle rivoluzioni russe 
del 1905 e del 1917. Il tema indicato in questo titolo  talmente vasto che gli 
si potrebbe e dovrebbe dedicare volumi. Nel presente opuscolo dovremo 
naturalmente limitarci agli insegnamenti pi importanti fornitici 
dall'esperienza e che riguardano direttamente i compiti del proletariato nella 
rivoluzione, nei confronti del potere dello Stato". (Il manoscritto  interrotto 
a questo punto.) 
  
 

