



Friedrich Engels 
(1880)



L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza

  



Nel 1880, per richiesta di Paul Lafargue, Engels rielabor tre capitoli 
dell'opera (il capitolo I dell'introduzione ed i capitoli I e II della terza 
sezione) e li pubblic a Parigi come opuscolo a s, sotto il titolo "Socialisme 
utopique et socialisme scientifique", nella traduzione di Lafargue. Un'edizione 
tedesca in tre ristampe, intitolata "Die Entwicklung des Sozialismus von der 
Utopie zur Wissenschaft", fu pubblicata nel 1883 a Hottingen-Zurigo. In vita di 
Engels, l'ultima (quarta) edizione tedesca di questo opuscolo apparve a Berlino 
nel 1891. Engels vide anche l'opuscolo tradotto in italiano, inglese, russo, 
spagnolo, polacco danese e olandese. 
Nel preparare l'opuscolo (pi volte tradotto in italiano col titolo "Socialismo 
utopistico e socialismo scientifico" o con quello, ora generalmente adottato, 
"L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza") per la prima e la quarta 
edizione tedesca Engels modific o ampli in alcuni punti il testo dei capitoli 
corrispondenti dell'"Anti-Dhring". Alcune delle aggiunte (quelle del capitolo 
II della terza sezione) furono da lui introdotte anche nella seconda edizione 
dell'"Anti-Dhring", come  detto nella prefazione del 1885. Nella presente 
edizione tutte queste modifiche e aggiunte sono riportate sotto forma di nota. 




  
I. Considerazioni generali 
II. Cenni storici 
III. Elementi teorici 








 
Anti-Dhring
Introduzione
  
I. Considerazioni generali 
Il socialismo moderno, considerato nel suo contenuto,  anzitutto il risultato 
della visione, da una parte, degli antagonismi di classe, dominanti nella 
societ moderna, tra possidenti e non possidenti, salariati e borghesi; 
dall'altra, dell'anarchia dominante nella produzione. Considerato invece nella 
sua forma teorica, esso appare all'inizio come una continuazione pi avanzata, 
che vuol esser conseguente, dei principi sostenuti dai grandi illuministi 
francesi del XVIII secolo [b1]. Come ogni nuova teoria, esso ha innanzitutto 
ricollegarsi al materiale preesistente di idee, per quanto avesse la sua radice 
nei fatti economici [b2]. 
I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla 
rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente 
rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorit esterna di qualsiasi specie 
essa fosse. Religione, concezione della natura, societ, ordinamento dello 
Stato, tutto fu sottoposto alla critica pi spietata; tutto doveva spiegare la 
propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all'esistenza. 
L'intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in 
cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa [b3], dapprima nel 
senso che la testa dell'uomo e i princpi trovati dal suo pensiero pretendevano 
di valere come base di ogni azione e d'ogni associazione umana; ma pi tardi 
anche nel senso pi ampio che la realt che era in contraddizione con questi 
princpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e 
politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si 
erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si 
era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato 
meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce 
del giorno [b4]; da ora in poi la superstizione, l'ingiustizia, il privilegio e 
l'oppressione dovevano essere soppiantati dalla verit eterna, dalla giustizia 
eterna, dall'eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili 
dell'uomo. 
Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della 
borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trov la sua realizzazione nella 
giustizia borghese; che l'eguaglianza and a finire nella borghese eguaglianza 
davanti alla legge; che la propriet borghese fu proclamata proprio come uno dei 
pi essenziali diritti dell'uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto 
sociale di Rousseau, si realizz, e solo cos poteva realizzarsi, come 
repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non 
poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca pi di quanto 
avevano potuto tutti i loro predecessori. 
Ma, accanto all'antagonismo tra nobilt feudale e borghesia [b5], sussisteva 
l'antagonismo generale tra sfruttatori e sfruttati, tra ricchi oziosi e 
lavoratori poveri. E precisamente questa circostanza rendeva possibile ai 
rappresentanti della borghesia di ergersi a rappresentanti non soltanto di una 
classe particolare, ma di tutta l'umanit sofferente. E c' di pi, sin dalla 
sua origine la borghesia era affetta dall'antagonismo che le  proprio: non 
possono esserci capitalisti senza operai salariati, e nella stessa misura in cui 
il maestro della corporazione medievale evolveva nel borghese moderno, il 
garzone della corporazione e il giornaliero che non apparteneva a nessuna 
corporazione evolvevano nel proletario. E sebbene nel complesso la borghesia 
avesse il diritto di pretendere di rappresentare contemporaneamente, nella lotta 
contro la nobilt, gli interessi delle diverse classi lavoratrici di 
quell'epoca, pure, in ogni grande movimento borghese, scoppiavano dei moti 
autonomi di quella classe che era la precorritrice pi o meno sviluppata del 
proletariato moderno. Cos nell'epoca tedesca della Riforma e della guerra dei 
contadini [17] si ebbe la corrente di Thomas Mnzer [b6]; nella grande 
rivoluzione inglese i Levellers [18]; nella grande rivoluzione francese Babeuf. 
Accanto a queste rivoluzionarie levate di scudi di una classe ancora immatura 
fecero la loro comparsa manifestazioni teoriche ad essa adeguate: nei secoli XVI 
e XVII descrizioni utopistiche di regimi sociali ideali [19], secolo XVIII gi 
teorie comuniste vere e proprie (Morelly e Mably). La rivendicazione 
dell'uguaglianza non si limit pi ai diritti politici, essa doveva estendersi 
anche alla posizione sociale dei singoli; non si dovevano sopprimere 
semplicemente i privilegi di classe, ma le stesse differenze di classe. La prima 
forma con cui la nuova dottrina fece la sua comparsa fu cos un comunismo 
ascetico che si ricollegava a Sparta [b7]. Seguirono poi i tre grandi utopisti: 
Saint-Simon, nel quale le tendenze borghesi conservavano ancora una certa 
validit accanto alla tendenza proletaria, Fourier e Owen, il quale, nel paese 
in cui la produzione capitalistica era pi sviluppata e sotto l'impressione 
degli antagonismo che ne risultavano, svilupp sistematicamente i suoi progetti 
per l'eliminazione delle differenze di classe ricollegandosi direttamente al 
materialismo francese. 
 comune a tutti e tre il fatto che essi non si presentano come rappresentanti 
degli interessi del proletariato, che frattanto si era prodotto storicamente. 
Come gli illuministi, essi vogliono liberare non una classe determinata, ma 
tutta l'umanit [b8]. Come quelli, essi vogliono instaurare il regno della 
ragione e della giustizia eterna; ma il loro regno  infinitamente diverso da 
quello degli illuministi. Anche il mondo borghese ordinato secondo i princpi di 
questi illuministi  irrazionale e ingiusto e trova il suo posto nel secchio 
dell'immondizia proprio come il feudalesimo e tutti i regimi sociali precedenti. 
Se la ragione e la giustizia effettive non hanno ancora regnato nel mondo, ci 
proviene dal fatto che non se ne  avuta sinora una giusta conoscenza. Mancava 
proprio quel singolo uomo geniale che ora  apparso ed ha riconosciuto la 
verit; che esso sia comparso ora, che proprio ora sia stata conosciuta la 
verit, non  un avvenimento inevitabile che consegue necessariamente dal 
contesto dello sviluppo storico, ma un puro caso fortunato. Sarebbe potuto 
nascere ugualmente cinquecento anni prima e avrebbe allora risparmiato 
all'umanit cinquecento anni di errori, di lotte e di sofferenze. 
Questo modo di vedere  sostanzialmente quello di tutti i socialisti inglesi e 
francesi e dei primi socialisti tedeschi, compreso Weitling. Il socialismo  
l'espressione dell'assoluta verit [b9], dell'assoluta ragione, dell'assoluta 
giustizia e basta che sia scoperto perch conquisti il mondo con la propria 
forza; poich la verit  assoluta e indipendente dal tempo, dallo spazio e 
dallo sviluppo storico dell'uomo,  un semplice caso quando e dove sia scoperta. 
Inoltre poi la verit, la ragione e la giustizia assolute a loro volta sono 
diverse per ogni caposcuola; e poich la forma particolare che la verit, la 
ragione e la giustizia assolute assumono  a sua volta condizionata 
dall'intelletto soggettivo, dalle condizioni di vita, dal grado di cognizioni e 
d'educazione a pensare di ognuno di essi, in questo conflitto di assolute verit 
non c' nessuna altra soluzione possibile se non che esse si elidano 
vicendevolmente. Cos stando le cose, non poteva allora venir fuori altro che 
una specie di socialismo medio eclettico, quale effettivamente regna fino ad 
oggi nella testa della maggior parte degli operai socialisti in Francia e in 
Inghilterra, una miscela che ammette un'infinit molteplicit di sfumature, e 
che risulta da ci che hanno di meno incisivo le invettive critiche, i princpi 
di economia e le rappresentazioni della societ futura dei vari fondatori di 
sette; miscela che si ottiene tanto pi facilmente, quanto pi ai singoli 
elementi componenti, nel corso della discussione, vengono smussati gli angoli 
acuti della precisione, come ciottoli levigati nel torrente. Per fare del 
socialismo una scienza, bisognava anzitutto farlo poggiare su una base reale. 
Frattanto, accanto e dopo la filosofia francese del XVIII secolo, era sorta la 
filosofia tedesca moderna e aveva trovato la sua conclusione in Hegel. Il suo 
merito maggiore fu la riassunzione della dialettica come la forma pi alta del 
pensiero. Gli antichi filosofi greci erano stati tutti dei dialettici nati, 
spontanei, e la mente pi universale che vi fu tra loro, Aristotele, aveva gi 
indagato anche le forme pi essenziali del pensiero dialettico [b10]. Per contro 
la filosofia moderna, quantunque la dialettica anche in essa abbia avuto degli 
splendidi rappresentanti (per es. Descartes e Spinoza), particolarmente per 
l'influenza inglese si era sempre pi arenata nel cosiddetto modo di pensare 
metafisico, che quasi esclusivamente aveva dominato anche i filosofi francesi 
del secolo XVIII, almeno in quel che concerne i loro lavori specificamente 
filosofici. Al di fuori della filosofia propriamente detta, essi erano pure in 
condizione di dare dei capolavori di dialettica; ricorderemo solo il "Nipote di 
Rameau" di Diderot e il "Discorso sull'origine dell'ineguaglianza tra gli uomini 
di Rousseau". Daremo qui brevemente l'essenziale di questi due metodi di 
pensiero, su cui dovremo ritornare ancora diffusamente. 
Se sottoponiamo alla considerazione del nostro pensiero la natura o la storia 
umana o la nostra specifica attivit spirituale, ci si offre anzitutto il quadro 
di un infinito intreccio di nessi, di azioni reciproche, in cui nulla rimane 
quel che era, ma tutto si muove, si cambia, nasce e muore [b11]. Questa visione 
primitiva, ingenua, ma sostanzialmente giusta del mondo  quella dell'antica 
filosofia greca e fu espressa chiaramente per la prima volta da Eraclito: Tutto 
 ed anche non , perch tutto scorre,  in continuo cambiamento,  in continuo 
nascere e morire. Ma questa concezione, sebbene colga giustamente il carattere 
generale del quadro d'insieme dei fenomeni, pure non  ancora sufficiente per 
spiegare i particolari di cui questo quadro d'insieme si compone, e fino a 
quando non sappiamo far questo [b12], non siamo chiaramente edotti neppure del 
quadro stesso. Per conoscere questi particolari dobbiamo staccarli dal loro 
contesto naturale e storico ed esaminarli ciascuno per s, nella sua natura, 
nelle sue cause, nei suoi effetti particolari ecc. Questo  anzitutto il compito 
della scienza della natura e della ricerca storica, campi d'indagine che per 
ragioni molto valide non ebbero presso i greci dell'antichit classica che una 
posizione di secondo piano, perch questi dovevano prima di tutto raccogliere il 
materiale [b13]. Gli inizi dell'indagine scientifica della natura sorsero solo 
con i greci del periodo alessandrino [20] e, pi tardi, nel medioevo, furono 
ulteriormente sviluppati dagli arabi; una vera scienza della natura data, per, 
solo dalla seconda met del secolo XV e da allora ha progredito con celerit 
sempre crescente. L'analisi della natura nelle sue singole parti, la 
ripartizione dei diversi fenomeni e degli oggetti della natura in classi 
determinate, l'analisi dell'interno dei corpi organici nelle loro molteplici 
conformazioni anatomiche sono state la condizione principale dei progressi 
giganteschi che nella conoscenza della natura gli ultimi quattrocento anni ci 
hanno portato. Ma questo metodo ci ha del pari lasciata l'abitudine di concepire 
le cose e i fenomeni della natura nel loro isolamento, al di fuori del loro 
vasto contesto complessivo; di concepirli perci non nel loro movimento, ma nel 
loro stato di quiete, non come essenzialmente mutevoli, ma come entit fisse e 
stabili, non nella loro vita, ma nella loro morte. E poich questa maniera di 
vedere le cose, come  accaduto con Bacone e con Locke,  passata dalla scienza 
della natura nella filosofia, ha prodotto la limitatezza specifica degli ultimi 
secoli, cio il modo di pensare metafisico. 
Per il metafisico le cose e le loro immagini riflesse nel pensiero, i concetti, 
sono oggetti isolati di indagine, da considerarsi successivamente e 
indipendentemente l'uno dall'altro, fissi, rigidi, dati una volta per sempre. 
Egli pensa per antitesi assolutamente immediate. Il suo parlare : s, s, no, 
no. Quello che c' di pi viene dal maligno. Per lui una cosa esiste o non 
esiste; ugualmente  impossibile che una cosa sia nello stesso tempo se stessa 
ed un'altra. Positivo e negativo si escludono reciprocamente in modo assoluto; 
causa ed effetto stanno dal pari in rigida opposizione reciproca. Questa maniera 
di pensare ci appare a prima vista estremamente plausibile per il fatto che essa 
 proprio quella del cosiddetto senso comune. Solo che il senso comune, per 
quanto sia un compagno tanto rispettabile finch sta nello spazio compreso fra 
le quattro pareti domestiche, va incontro ad avventure assolutamente 
sorprendenti appena si arrischia nel vasto mondo dell'indagine scientifica; e la 
maniera metafisica di vedere le cose, giustificata e perfino necessaria in campi 
la cui estensione  pi o meno vasta a seconda della natura dell'oggetto, 
tuttavia, ogni volta, urta prima o poi contro un limite, al di l del quale 
diventa unilaterale, limitata, astratta e si avvolge in contraddizioni 
insolubili, giacch, per le cose singole, dimentica il loro nesso, per il loro 
essere, dimentica il loro sorgere e tramontare, per il loro stato di quiete, 
dimentica il loro movimento, giacch, per vedere gli alberi, non vede la 
foresta. Per es., per i casi della vita quotidiana, sappiamo e possiamo dire con 
precisione se un animale esiste o meno; ma se indaghiamo con maggiore 
precisione, troveremo che alle volte questa  una cosa estremamente complessa, 
come sanno molto bene i giuristi, che invano si sono tormentati per scoprire un 
limite razionale a partire dal quale la soppressione del feto dal seno materno  
un assassinio; e del pari  impossibile stabilire l'istante della morte, poich 
la fisiologia dimostra che la morte non  un avvenimento unico ed istantaneo, ma 
un fenomeno la cui durata  molto lunga. Parimenti ogni corpo organico, in ogni 
istante,  e non  il medesimo; in ogni istante elabora materie tratte 
dall'esterno e ne secerne delle altre, in ogni istante cellule de suo corpo 
muoiono e se ne formano di nuove; dopo un tempo pi o meno lungo la materia di 
questo corpo si  completamente rinnovata, sostituita da altri atomi, cosicch 
ogni essere organizzato  costantemente il medesimo e pure un altro. 
Considerando le cose con precisione, noi troviamo anche che i due poli di 
un'opposizione, il positivo e il negativo, sono tanto inseparabili l'uno 
dall'altro quanto contrapposti e che malgrado tutta la loro contrariet si 
compenetrano vicendevolmente; troviamo del pari che causa ed effetto sono 
concetti che hanno validit come tali solo se li applichiamo ad un caso singolo, 
ma che, nella misura in cui consideriamo questo fatto singolo nella sua 
connessione generale con la totalit del mondo, queste rappresentazioni si 
confondono e si diffondono nella visione dell'universale azione reciproca, in 
cui cause ed effetti si scambiano continuamente la loro posizione, ci che ora o 
qui  effetto, l e poi diventa causa e viceversa. 
Tutti questi fenomeni e metodi di pensiero non rientrano nel quadro del pensiero 
metafisico. Per la dialettica invece, che considera le cose e le loro immagini 
concettuali essenzialmente nel loro nesso, nel loro concatenamento, nel loro 
movimento, nel loro sorgere e tramontare, fenomeni come quelli che abbiamo 
riferiti sopra sono altrettante conferme della maniera con cui essa 
peculiarmente procede. La natura  il banco di prova della dialettica e noi 
dobbiamo dire a lode della moderna scienza della natura che essa ha fornito a 
questo banco di prova un materiale estremamente ricco che va accumulandosi 
giornalmente e che di conseguenza essa ha dimostrato che, in ultima analisi, la 
natura procede dialetticamente e non metafisicamente [b14]. Ma poich sino ad 
ora i naturalisti che hanno appreso a pensare dialetticamente si possono contare 
sulle dita, la confusione senza limiti che domina oggi nella scienza teorica 
della natura e che porta alla disperazione maestri e scolari, scrittori e 
lettori, si spiega con questo conflitto tra i risultati che sono stati scoperti 
e la maniera tradizionale di pensare. 
Una rappresentazione esatta della totalit del mondo, del suo sviluppo e di 
quello dell'umanit, nonch dell'immagine di questo sviluppo quale si rispecchia 
nella testa degli uomini, pu quindi effettuarsi solo per via dialettica, 
prendendo costantemente in considerazione le azioni reciproche del nascere e del 
morire, dei mutamenti progressivi o regressivi. E in questo senso ha proceduto 
la filosofia tedesca moderna sin dal suo principio. Kant inizi la sua carriera 
scientifica risolvendo la stabilit del sistema sbarre newtoniano, e la sua 
eterna durata, una volta dato il famoso impulso iniziale, in un fenomeno che ha 
una storia: nella formazione, cio, del sole e di tutti i pianeti da una massa 
nebulosa rotante. E ne trasse gi la conseguenza che, posta questa formazione, 
era data del pari necessariamente la futura fine del sistema solare [12]. Le sue 
vedute un mezzo secolo pi tardi ricevettero da Laplace una base matematica, e 
ancora un altro mezzo secolo pi tardi lo spettroscopio dimostr l'esistenza 
nello spazio cosmico di queste tali masse gassose incandescenti a diverso grado 
di condensazione [21]. 
Questa filosofia tedesca moderna trov la sua conclusione nel sistema hegeliano, 
nel quale, per la prima volta, e questo  il suo grande merito, tutto quanto il 
mondo naturale, storico e spirituale venne presentato come un processo, cio in 
un movimento, in un mangiamento, in una trasformazione, in uno sviluppo che mai 
hanno tregua, e fu fatto il tentativo di dimostrare il nesso intimo esistente in 
questo movimento e in questo sviluppo [b15]. Mettendosi da questo punto di 
vista, la storia dell'umanit appariva non pi come un groviglio confuso di 
violenze insensate che sono tutte ugualmente condannabili davanti al tribunale 
della ragione filosofica, ora divenuta matura, e che la cosa migliore  
dimenticare al pi presto possibile, ma come il processo di sviluppo 
dell'umanit stessa. E ora il compito del pensiero consiste nel seguire, 
attraverso tutte le deviazioni, la marcia graduale di tale processo che si 
compie a poco a poco e dimostrarne, attraverso tutte le accidentalit apparenti, 
l'intima regolarit. 
Che Hegel non abbia assolto questo compito, qui non ha importanza [b16]. Il suo 
merito, che fa epoca,  quello di averlo posto, tanto pi che questo  un 
compito che nessun individuo da solo potr mai assolvere. Se Hegel, con 
Saint-Simon, la mente pi universale della sua epofa, pure egli era limitato in 
primo luogo dall'ambito necessariamente ristretto delle sue conoscenze 
specifiche e in secondo luogo dalle conoscenze e dalle concezioni della sua 
epoca che, del pari, erano ristrette per ambito e profondit. Ma a tutto ci si 
aggiungeva anche una terza cosa. Hegel era un idealista, cio per lui i pensieri 
della sua testa non erano le immagini rilesse, pi o meno astratte, delle cose e 
dei fenomeni reali, ma invece le cose e il loro sviluppo erano immagini riflesse 
realizzate dall'"idea", esistente gi prima del mondo in qualche luogo. 
Conseguentemente tutto veniva poggiato sulla testa, e il nesso reale del mondo 
veniva completamente rovesciato. E per quanto [b17] alcuni nessi singoli 
venissero concepiti da Hegel in modo giusto e geniale, pure, per le ragioni che 
sono state addotte, molto, anche nei dettagli, doveva riuscire rabberciato, 
artificioso, architettato di sana pianta, in breve, sovvertito. Il sistema di 
Hegel fu come 5tale un colossale aborto, ma fu anche l'ultimo nel suo genere. Il 
fatto  che esso era affetto da un'altra contraddizione interna insanabile: da 
una parte aveva come suo presupposto iniziale la visione storica delle cose, 
secondo la quale la storia umana  un processo di sviluppo che, per sua natura, 
non pu trovare la sua conclusione intellettuale nella scoperta di una verit 
cosiddetta assoluta, mentre dall'altra afferma di essere la quintessenza proprio 
di questa verit assoluta. Un sistema che abbracci completamente e concluda una 
volta per sempre la conoscenza della natura e della storia  in contraddizione 
con le leggi fondamentali del pensiero dialettico; la qual cosa tuttavia non 
esclude affatto, ma invece implica, che la conoscenza sistematica di tutto il 
mondo esterno possa fare di generazione in generazione dei passi da gigante 
[b18]. 
La convinzione della completa assurdit dell'idealismo tedesco quale era 
esistito fino allora condusse necessariamente al materialismo, ma, si noti bene, 
non al materialismo puramente metafisico, esclusivamente meccanicistico, del 
secolo XVIII. Anzich rigettare semplicemente, in modo ingenuamente 
rivoluzionario, tutta la storia precedente, il materialismo moderno vede nella 
storia il processo di sviluppo dell'umanit ed  suo compito scoprirne le leggi 
di movimento. In contrasto con la rappresentazione dominante tanto nei francesi 
del XVIII secolo [b19] quanto in Hegel, secondo la quale la natura  un tutto 
che si muove in orbite ristrette e che rimane [b20] eguale a se stessa, con i 
suoi eterni corpi celesti, come aveva insegnato Newton, e con le sue specie 
immutabili di esseri organici, come aveva insegnato Linneo, il materialismo 
moderno riassume i moderni progressi della scienza della natura, secondo cui la 
natura ha anch'essa la sua storia svolgentesi nel tempo, i corpi celesti nascono 
e muoiono cos come le specie degli organismi, dalle quali vengono abitati se si 
presentano circostanze favorevoli, e le orbite, nella misura in cui sono [b21] 
in generale ammissibili, assumono delle dimensioni infinitamente pi grandiose. 
In entrambi i casi il materialismo moderno  essenzialmente dialettico e non ha 
pi bisogno di una filosofia che stia al di sopra delle altre scienze. Dal 
momento in cui si esige da ciascuna scienza particolare che essa si renda conto 
della sua posizione nel nesso complessivo delle cose e della conoscenza delle 
cose, ogni scienza particolare che abbia per oggetto il nesso complessivo 
diventa superflua. Ci che resta quindi ancora in piedi, autonomamente, di tutta 
quanta la filosofia che si  avuta fino ad ora  la dottrina del pensiero e 
delle sue leggi, cio la logica formale e la dialettica. Tutto il resto si 
risolve nella scienza positiva della natura e della storia. 
Tuttavia, mentre il rovesciamento della concezione della natura non s poteva 
compiere che nella misura in cui l'indagine forniva l'adeguato materiale di 
conoscenze positive, gi molto prima si erano verificati dei fatti storici che 
determinarono una svolta decisiva nella concezione della storia. Nel 1831 a 
Lione era avvenuta la prima sollevazione di operai; dal 1838 al 1842 aveva 
raggiunto il suo culmine il primo movimento operaio nazionale, quello dei 
cartisti inglesi. La lotta di classe tra il proletariato e la borghesia si 
presentava in primo piano nella storia dei paesi pi progrediti d'Europa, nella 
stessa misura in dui in quei paesi si sviluppavano da una parte la grande 
industria e dall'altra il dominio politico che la borghesia aveva di recente 
conquistato. Le dottrine dell'economia borghese sull'identit di interessi tra 
capitale e lavoro, sull'armonia universale e sul benessere universale del popolo 
come conseguenza della libera concorrenza venivano smentite dai fatti in modo 
sempre pi convincente [b22]. Tutte queste cose non potevano pi essere 
respinte, come non si poteva respingere il socialismo francese ed inglese che ne 
era l'espressione teorica, anche se estremamente imperfetta. Ma la vecchia 
concezione idealistica della storia, che non era stata ancora soppiantata, non 
conosceva lotte di classi poggianti su interessi materiali e, in generale, non 
conosceva interessi materiali; la produzione e tutti i rapporti economici non 
facevano in essa la loro comparsa che incidentalmente, come elementi subordinati 
della "storia della civilt". 
I nuovi fatti costrinsero a sottoporre ad una nuova indagine tutta la storia 
precedente e si vide allora che tutta la storia precedente [b23] era la storia 
delle lotte delle classi, che queste classi sociali che si combattono 
vicendevolmente sono di volta in volta risultati dei rapporti di produzione e di 
scambio, in una parola dei rapporti economici della loro epoca; che quindi di 
volta in volta la struttura economica della societ costituisce il fondamento 
reale della societ partendo dal quale si deve spiegare in ultima istanza tutta 
la sovrastruttura delle istituzioni giuridiche e politiche, cos come gli 
orientamenti religiosi, filosofici e di altro genere di ogni periodo storico. 
Conseguentemente l'idealismo [b24] veniva cacciato dal suo ultimo rifugio, la 
concezione della storia; veniva data una concezione, materialistica della storia 
e veniva trovata la via per spiegare la coscienza dell'uomo col suo essere, 
invece di spiegare, come si era fatto sino allora, il suo essere con la sua 
coscienza [b25]. 
Ma con questa concezione materialistica della storia era altrettanto 
incompatibile il socialismo che era esistito fino allora, quanto la concezione 
della natura del materialismo francese con la dialettica e con la moderna 
scienza della natura. Il socialismo precedente criticava,  vero, il vigente 
modo di produzione capitalistico e le sue conseguenze, ma non poteva darne una 
spiegazione n quindi venirne a capo: non poteva che respingerlo semplicemente 
come un male [b26]. Si trattava invece di presentare da una parte questo modo di 
produzione capitalistico nel suo nesso storico e nella sua necessit nell'ambito 
di un determinato periodo storico, e quindi anche la necessit del suo tramonto, 
dall'altra, invece, di svelarne anche il carattere interiore, che ancora era 
rimasto celato, perch sinora la critica si era appuntata pi sulle cattive 
conseguenze che sul processo della cosa stessa. Questo si ebbe con la scoperta 
del plusvalore. Fu dimostrato che l'appropriazione di lavoro non pagato  la 
forma fondamentale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento 
dell'operaio che con esso viene compiuto; che il capitalista, anche se compra la 
forza lavoro del suo operaio secondo il pieno valore che essa, come merce, ha 
sul mercato, ne trae tuttavia un valore maggiore di quello che per essa ha 
pagato, e che in ultima istanza questo plusvalore costituisce la somma di valore 
per cui la massa di capitale continuamente crescente si accumula tra le mani 
delle classi possidenti. Il processo tanto della produzione capitalistica quanto 
della produzione del capitale era spiegato. 
Entrambe queste grandi scoperte: la concezione materialistica della storia e la 
rivelazione del segreto della produzione capitalistica mediante il plusvalore, 
le dobbiamo a Marx. Con queste due grandi scoperte il socialismo  diventato una 
scienza che ora si tratta innanzitutto di elaborare ulteriormente in tutti i 
suoi particolari e nessi. 
Cos press'a poco stavano le cose nel campo del socialismo teorico e della 
defunta filosofia, quando Dhring, non senza un baccano notevole, irruppe nella 
scena e annunzi di aver compiuto una rivoluzione perfetta e totale della 
filosofia, dell'economia politica e del socialismo. 
Vediamo che cosa Dhring ci promette e che cosa mantiene. 
  
Note
17. La guerra dei contadini divamp nella Germania centro-meridionale negli anni 
1525-1526; i motivi a base della rivolta delle popolazioni delle campagne contro 
i nobili e i borghesi delle citt erano sia economici, sia spirituali e 
teologici: di grande importanza furono le richieste comunistiche, divenute 
presto generali, che ebbero il principale assertore in Thomas Mnzer. Cfr. F. 
Engels "La guerra dei contadini in Germania" (1850). 
18. Engels si riferisce ai "veri Levellers" (Livellatori) o "Diggers" 
(Scavatori) che durante la rivoluzione inglese del XVII secolo costituirono 
l'estrema ala sinistra dei Levellers e poi si separarono da essi. Nell'interesse 
degli strati rurali e urbani pi poveri, i Diggers chiedevano che il popolo 
potesse coltivare le terre comunali senza pagare l'affitto. In alcuni villaggi 
occuparono terreni incolti e li dissodarono per la semina. Dispersi dai soldati 
di Cromwell, essi non opposero resistenza perch nella lotta volevano impiegare 
solo mezzi pacifici e confidavano nella loro forza della persuasione. 
19. In particolare le opere dei comunisti utopisti Tommaso Moro ("De optimo 
republicae statu deque nova insula Utopia") e Tommaso Campanella ("Civitas 
solis", pubblicata nel 1623 come parte della "Philosophia realis", e 
separatamente nel 1643). 
20. Nei secoli successivi alla morte di Alessandro Magno (323 a.c.) la citt di 
Alessandria d'Egitto fu il centro della vita culturale; vi fiorirono la 
matematica e la meccanica, la geografia, l'astronomia, l'anatomia, la 
fisiologia, ecc. 
21. Laplace svilupp la sua ipotesi sull'origine del sistema solare nell'ultimo 
capitolo della sua "Exposition du sistme du monde" (1795-96). Nell'ultima 
edizione di questo scritto da lui curata, apparsa postuma nel 1835, l'ipotesi  
esposta nella nota VII. La natura gassosa delle nebulose diffuse e planetarie fu 
scoperta nel 1864 dall'astronomi inglese William Huggins con l'ausilio 
dell'analisi spettroscopica ideata nel 1859 da Gustav Kirchhoff e Robert Bunsen. 
Engels si vale qi dell'opera di Angelo Secchi "Die Sonne...", pp. 787, 189-190. 
  
Note b (nell'opuscolo "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza")
b1. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") Il socialismo moderno, bench nei 
fatti sia sorto dalla visione degli antagonismi di classe, gi esistenti nella 
societ, tra possidenti e non possidenti, lavoratori e sfruttatori, nella sua 
forma teorica appare tuttavia dapprima come una continuazione pi conseguente, 
pi avanzata, dei princpi sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII 
secolo; tra questi infatti si trovano i suoi primi rappresentanti, Morelly e 
Mably. 
b2. (nell'opuscolo "Il socialismo...") nei fatti economici materiali 
b3. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [nota aggiunta] Il passo sulla 
Rivoluzione francese  il seguente: "Il pensiero, il concetto del diritto, si 
fece valere di punto in bianco, n l'antico edificio dell'ingiustizia pot 
opporre resistenza alcuna. In nome del diritto  stata proclamata adesso una 
Costituzione sulla quale tutto deve poggiare. Da che il sole sta nel firmamento 
e i pianeti gli girano intorno, non si era mai visto che l'uomo si rizzasse 
sulla testa, cio sul pensiero, e che su questo costruisse la realt. Anassagora 
aveva detto per primo che il nous, la ragione, dirige il mondo; ma solo ora, per 
la prima volta, l'uomo  pervenuto a riconoscere che tocca al pensiero dirigere 
la realt spirituale.  stato un meraviglioso levar del sole. Tutti li esseri 
pensanti hanno solennizzato quest'epoca. Una sublime commozione ha regnato in 
quell'et, un entusiasmo dello spirito ha scosso il mondo, quasi si fosse per la 
prima volta venuti alla conciliazione del divino con il mondo." (Hegel, 
"Filosofia della storia", 1840, pag. 535). Non sarebbe tempo di mettere in moto 
la legge contro i socialisti nei riguardi di queste pericolose dottrine 
sovversive del defunto professor Hegel? 
b4. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Ora per la prima volta spuntava la luce 
del giorno, il regno della ragione 
b5. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Ma, accanto all'antagonismo tra nobilt 
feudale e la borghesia che si presentava come rappresentante di tutto il resto 
della societ 
b6. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Cos nell'epoca tedesca della Riforma e 
della guerra dei contadini gli anabattisti e Thomas Mnzer 
b7. (nell'opuscolo "Il socialismo...") La prima forma con cui la nuova dottrina 
fece la sua comparsa fu cos un comunismo ascetico che si ricollegava a Sparta e 
vietava ogni gioia della vita 
b8. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Come gli illuministi, essi non vogliono 
liberare dapprima una classe determinata, ma tutta l'umanit ad un tempo 
b9. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Il modo di vedere degli utopisti ha 
dominato a lungo le idee socialiste del XIX secolo ed in parte le domina ancora. 
Ad esso, fino a pochissimo tempo fa, si inchinavano ancora tutti i socialisti 
francesi ed inglesi, ad esso appartiene anche il comunismo degli inizi, compreso 
quello di Weitling. Il socialismo  per tutti loro l'espressione dell'assoluta 
verit 
b10. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") Gli antichi filosofi greci erano 
stati tutti dei dialettici nati, spontanei, e Aristotele, l'Hegel del mondo 
antico, aveva gi indagato anche le forme pi essenziali del pensiero 
dialettico. 
b11. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Noi, quindi, in un primo 
tempo vediamo il quadro d'insieme nel quale i particolari passano pi o meno in 
seconda linea e badiamo pi al movimento, ai passaggi, ai nessi, che a ci che 
si muove, passa e sta in connessione. 
b12. (nell'opuscolo "Il socialismo...") e sino a quando non conosciamo questi 
b13. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Solo dopo che una certa 
quantit di dati naturali e storici  stata accumulata, pu cominciare il vaglio 
critico, il raffronto e rispettivamente la divisione in classi, ordini e specie. 

b14. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] che non si muove nell'eterna 
uniformit di un circolo che di continuo si ripete, ma percorre una vera storia. 
Qui bisogna far menzione, prima di ogni altro, di Darwin che ha assestato alla 
concezione metafisica della natura il colpo pi vigoroso con la sua 
dimostrazione che tutta quanta la natura organica, quale oggi esiste, piante e 
animali, e conseguentemente anche l'uomo,  il prodotto di un processo di 
sviluppo che  durato milioni di anni. 
b15. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") Il sistema hegeliano fu l'ultima, 
la pi compiuta forma della filosofia, intesa come scienza particolare, 
superiore a tutte le altre scienze. Con esso naufrag tutta la filosofia. Ma ci 
che rimase fu il modo di pensare dialettico e la concezione del mondo naturale, 
storico e intellettuale visto come un mondo che si muove e si trasforma 
all'infinito, in un processo continuo di divenire e di trapassare. Non solo alla 
filosofia, ma a tutte le scienze ora si poneva l'esigenza di mettere in luce, 
nel proprio campo particolare, le leggi del movimento di questo continuo 
processo di trasformazione. E questa era la parte di eredit che la filosofia 
hegeliana lasci ai suoi successori. 
b16. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Che il sistema hegeliano non abbia 
assolto il compito che esso si era posto, qui non ha importanza. 
b17. (nell'opuscolo "Il socialismo...") E per quanto, quindi, 
b18. (nell'opuscolo "Il socialismo...") progressi da gigante. 
b19. (nell'opuscolo "Il socialismo...") quanto ancora 
b20. (nell'opuscolo "Il socialismo...") che rimase sempre 
b21. (nell'opuscolo "Il socialismo...") nella misura in cui rimangono 
b22. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") [di seguito] In Francia 
l'insurrezione lionese del 1834 aveva proclamato altres la lotta del 
proletariato contro la borghesia. Le teorie socialiste inglesi e francesi 
acquistarono importanza storica e dovettero suscitare eco e critica anche in 
Germania, bench l la produzione cominciasse soltanto allora ad aprirsi la 
strada partendo dalle piccole attivit. Il socialismo teorico, quale ora si 
formava non tanto in Germania quanto fra tedeschi, doveva dunque importare tutto 
il suo materiale... 
b23. (nell'opuscolo "Il socialismo...") che tutta la storia precedente, ad 
eccezione delle condizioni primitive, 
b24. (nell'opuscolo "Il socialismo...") di ogni periodo storico. Hegel aveva 
liberato la concezione della storia dalla metafisica, l'aveva resa dialettica, 
ma la sua concezione della storia era essenzialmente idealistica. Ora 
l'idealismo 
b25. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Conseguentemente il 
socialismo appariva adesso non pi come scoperta accidentale di questa o quella 
testa geniale, ma come il risultato necessario della lotta tra due classi 
formatesi storicamente: il proletariato e la borghesia. Il suo compito no era 
pi quello di apportare un sistema quanto pi possibile perfetto della societ, 
ma quello di indagare il processo storico economico da cui necessariamente sono 
sorte queste classi e il loro conflitto, e scoprire nella situazione economica, 
cos creata, il mezzo per la soluzione del conflitto. 
b26. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Quanto pi violentemente esso 
inveiva contro lo sfruttamento della classe operaia, inseparabile dal modo di 
produzione capitalistico, tanto meno era in grado di spiegare chiaramente in che 
cosa consista e come sorga questo sfruttamento. 
  
 



Anti-Dhring
Introduzione
  
II. Che cosa promette il sig. Dhring
Gli articoli di Dhring che anzitutto rientrano nella seguente trattazione sono 
il suo "Corso di filosofia", il suo "Corso di economia politica e sociale" e la 
sua "Storia critica dell'economia politica e del socialismo". Per ora ci 
interessa soprattutto la prima opera. 
Fin dalla prima pagina Dhring si annunzia come "colui che pretende di 
rappresentare [22] questo potere" (la filosofia) "nella sua epoca e per gli 
sviluppi che immediatamente se ne possono prevedere". Egli si proclama l'unico 
vero filosofo del presente e del futur "che si pu prevedere". Chi si allontana 
da lui, si allontana dalla verit. Molta gente, gi prima di Dhring, aveva 
pensato di se stessa qualche cosa di simile, ma egli  probabilmente il primo, 
eccettuato Richard Wagner, che con l'aria pi tranquilla di questo mondo si sia 
espresso cos parlando di se stesso. E, a dire il vero, la verit di cui egli si 
occupa  "una verit definitiva di ultima istanza". 
La filosofia di Dhring  

"il sistema naturale ossia la filosofia della realt... la realt nel suo 
sistema  pensata in una maniera che esclude ogni velleit di rappresentare 
il mondo in modo fantastico e soggettivamente limitato". 

Questa filosofia  quindi di tal natura da elevare Dhring al di sopra di quei 
limiti della sua personale e soggettiva limitatezza che egli stesso non pu 
negare. E veramente questo  necessario se egli deve essere in grado di 
stabilire saldamente delle verit definitive di ultima istanza, sebbene sino al 
presente noi non scorgiamo ancora come debba prodursi questo miracolo. 
Questo "sistema naturale del sapere che in se stesso ha valore per lo spirito", 
"senza derogare in niente dalla profondit del pensiero", ha "stabilito 
saldamente le forme fondamentali dell'essere". Dal suo "punto di vista 
effettivamente critico" questo sistema offre 

"gli elementi di una filosofia positiva e, conseguentemente, rivolta alla 
realt della natura e della vita, di una filosofia che non ammette orizzonti 
meramente parventi, ma invece, col suo moto possentemente rivoluzionario, 
dispiega tutte le terre e i cieli della natura esterna e interna". 

Nel campo economico e politico Dhring non soltanto ci d "dei lavori 
storicamente e sistematicamente comprensivi", che, mentre quelli storici se ne 
contraddistinguono, per di pi, per "la mia maniera di delineare la storia in 
grande stile", nell'economia hanno introdotto "delle svolte feconde", ma anche 
conclude con un suo specifico piano socialista completamente elaborato per la 
societ dell'avvenire, che  "il frutto pratico di una teoria chiara e che si 
profonda sino alle radici" e che perci, come la filosofia di Dhring,  
altrettanto infallibile ed unica via per la salvezza. Infatti 

"solo in quella struttura socialista che io ho caratterizzato nel mio "Corso 
di economia politica e sociale", una propriet autentica pu sostituire la 
propriet semplicemente parvente e transitoria o piuttosto fondata sulla 
violenza". 

L'avvenire dovr regolarsi in conformit. 
Questo florilegio di elogi che Dhring tributa a Dhring potrebbe essere 
agevolmente decuplicato. Ma sin da ora esso potrebbe aver suscitato nel lettore 
qualche dubbio se realmente ha da fare con un filosofo o con... ma noi preghiamo 
il lettore di sospendere il suo giudizio sino a quando abbia conosciuto pi da 
vicino quell'andare alle radici, del quale abbiamo detto. Noi abbiamo esposto il 
florilegio di cui sopra solamente per mostrare che non abbiamo davanti un 
filosofo e socialista dei soliti, che semplicemente esprime i suoi pensieri e 
rimette la decisione sul loro valore allo sviluppo ulteriore, ma abbiamo a che 
fare con un essere assolutamente al di fuori dell'ordinario, che afferma di 
essere non meno infallibile del papa e la cui dottrina, che  la sola via per la 
salvezza, si deve accettare senz'altro, se non si vuol cadere nella pi 
riprovevole eresia. Non abbiamo assolutamente a che fare con una di quelle opere 
di cui sono straricche tutte le letterature socialiste e recentemente anche la 
tedesca, opere nelle quali gente di diversa statura cerca, nella maniera pi 
sincera del mondo, di veder chiaro su questioni per rispondere alle quali 
probabilmente le manca pi o meno il materiale; opere in cui, quali che ne siano 
le deficienze scientifiche e letterarie,  sempre apprezzabile la buona volont 
socialista. Al contrario, Dhring ci offre dei principi che dichiara verit 
definitive di ultima istanza e di fronte alle quali ogni altra opinione  quindi 
a priori falsa; e come della verit definitiva, egli  in possesso dell'unico 
metodo di indagine rigorosamente scientifico di fronte al quale tutti gli altri 
non sono scientifici. O egli ha ragione, e allora noi siamo al cospetto del pi 
grande genio di tutti i tempi, del primo uomo sovrumano perch infallibile. O ha 
torto, e anche allora, quale che sia il giudizio che diamo di lui, un 
atteggiamento di benevolo rispetto verso la sua eventuale buona volont sarebbe 
pur sempre l'offesa pi mortale per Dhring. 
Se si  in possesso della verit definitiva di ultima istanza e del suo metodo 
rigorosamente scientifico, ovviamente si dovr avere un discreto disprezzo per 
il resto dell'umanit errante e sprovvista di scienza. Non dobbiamo quindi 
meravigliarci se Dhring parla dei suoi predecessori col pi straordinario 
dispregio e se solo pochi grandi uomini, nominati tali da lui stesso a titolo 
d'eccezione, trovino grazia di fronte a quel suo andare alle radici. 
Ascoltiamo anzitutto quello che dice dei filosofi: "Leibniz, sprovvisto di ogni 
sentimento un po' elevato... il migliore tra tutti i filosofi cortigiani 
possibili". Kant  ancora ancora tollerato, ma dopo di lui tutto  andato 
sottosopra: sono venute le "confusioni e le stoltezze altrettanto puerili quanto 
quelle degli ultimi epigoni, e quindi specialmente di un Fichte e di uno 
Schelling... enormi caricature di un'ignorante filosofastreria della natura... 
le enormit postkantiane" e "i deliri febbrili" che "un Hegel" port al culmine. 
Costui parlava un "gergo hegeliano" e diffondeva la "peste hegeliana" mediante 
quella sua "maniera per giunta non scientifica anche nella forma" e le sue 
"crudezze". 
N i naturalisti hanno miglior trattamento, ma solo Darwin  citato per nome e 
cos dobbiamo limitarci a lui: 

"Semipoesia di Darwin e sua abilit nel presentare metamorfosi con la sua 
ristrettezza grossolana di comprensione e l'ottusit del suo 
discernimento... secondo il nostro parere il darwinismo specifico, da cui 
naturalmente si devono eccettuare le tesi lamarckiane,  un atto di 
brutalit contro l'umanit". 

Ma quelli che escono peggio di tutti sono i socialisti. Ad eccezione, se mai, di 
Luois Blanc, il pi insignificante di tutti, essi sono, tutti insieme, dei 
peccatori e mancano di quella gloria che dovrebbero avere davanti (o dietro) a 
Dhring. E non solo per quel che concerne la verit e il metodo scientifico, ma 
anche per quel che concerne il carattere. Ad eccezione di Babeuf e di alcuni 
comunardi del 1871, essi, tutti quanti insieme, non sono degli "uomini". I tre 
utopisti vengono chiamati "alchimisti sociali". Di essi Saint-Simon  ancora 
trattato con bont, in quanto gli si rimprovera solo della "esaltazione" e si 
accenna con compassione che era affetto da mania religiosa. Con Fourier, invece, 
a Dhring scappa la pazienza. Infatti Fourier "rivelava tutti gli elementi della 
follia... Idee che invece si possono trovare piuttosto nei manicomi... i sogni 
pi confusi... risultati della follia... Il Fourier indicibilmente sciocco", 
questa "testolina da bambino", questo "idiota", inoltre non  neanche un 
socialista; il suo falansterio [23] non  affatto un elemento del socialismo 
razionale, ma  "una caricatura costruita sulla falsariga del commercio 
quotidiano". E finalmente: 

"Colui, al quale queste invettive" (di Fourier contro Newton) "non sono 
sufficienti per convincersi che nel nome di Fourier e in tutto il 
fourierismo solo la prima sillaba" (fou = pazzo) "dice qualcosa di vero, 
dovrebbe, proprio lui, essere classificato in qualche categoria di idioti". 

Infine, Robert Owen "aveva delle idee fiacche e meschine... il suo pensiero cos 
rozzo in materia di morale... pochi luoghi comuni degenerati in bislaccherie... 
maniera assurda e rozza di vedere le cose... Il corso del pensiero di Owen 
merita appena di essere sottoposto ad una critica pi seria... la sua vanit" 
ecc. Se dunque Dhring caratterizza gli utopisti col loro nome in modo 
estremamente spiritoso come segue: Saint-Simon-saint (santo), Furier-fou 
(pazzo), Enfantin-enfant (bambinesco), ci manca solo che aggiunga Owen-oweh! 
[ahim!] e semplicemente con quattro parole  condannato un periodo di 
importanza capitale della storia del socialismo, e chi dubita di questo 
"dovrebbe, proprio lui, essere classificato in qualche categoria di idioti" 
Dai giudizi di Dhring sui socialisti che sono venuti dopo, per brevit 
estraiamo solo quelli su Lassalle e su Marx. 
Lassalle: 

"Tentativi di popolarizzazione che sofisticano pedantescamente... scolastica 
soffocante... miscela mostruosa di teorie generali e di robaccia di poco 
conto... superstizione hegeliana priva di senso e di forma... esempio 
ripugnante... limitatezza peculiare... vanteria di cianfrusaglie di nessun 
valore... il nostro eroe ebreo... libellista... volgare... intrinseca 
volubilit nella visione della vita e del mondo". 

Marx: 

"Ristrettezza di concezione... i suoi lavori e le sue produzioni in s e per 
s, cio considerandole dal punto di vista teorico, sono per il nostro 
campo" (la storia critica del socialismo) "prive di un significato durevole 
per la storia generali delle correnti spirituali, tutt'al pi sono a citare 
come sintomi dell'influenza della moderna scolastica settaria... incapacit 
di concentrare ed ordinare... pensiero e stile informi... eloquio privo di 
dignit... vanit anglicizzata...turlupinature... concezioni confuse, che in 
realt sono solo prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche... giri di 
pensiero fallaci... vanit personale... mezzucci vili... insolente... 
scoppiettii e piccoli lazzi di bello spirito... erudizione cinese... 
arretratezza filosofica e scientifica". 

E cos via, e cos via, che anche questo  solo un piccolo e superficiale 
florilegio del roseto di Dhring. Beninteso, per il momento ancora a noi non 
interessa affatto se questi amabili insulti, che dovrebbero impedire a Dhring, 
posto che abbia una certa educazione, di trovare qualche cosa vile ed insolente, 
siano parimente verit definitive di ultima istanza. E anche - per ora - ci 
guarderemo bene dall'esprimere qualche dubbio sulla loro capacit di andare alle 
radici, perch, se no, ci potrebbe essere probabilmente perfino impedito di 
indagare la categoria di idioti alla quale apparteniamo. Abbiamo creduto 
solamente che fosse nostro dovere da una parte dare un esempio di quello che 
Dhring chiama "la sceltezza della maniera di esprimersi riguardosa e, nel senso 
genuino della parola, modesta", e dall'altra parte assodare che per Dhring la 
riprovevolezza dei suoi predecessori  non meno certa della sua infallibilit. 
Dopo di che noi ci sentiamo venir meno, presi dal pi profondo ossequio di 
fronte al genio pi possente di tutti i tempi, se le cose stanno precisamente 
cos. 
  
Note
22. Tutti i corsivi, nelle citazioni dagli scritti di Dhring, sono di Engels. 
23. Col nome di falansteri Fourier designava gli edifici in cui dovevano vivere, 
coltivando in compropriet i terreni circostanti, le comunit di lavoratori da 
lui ideate. 
  
 


Anti-Dhring
Prima Sezione: Filosofia
  
III. Suddivisione. Apriorismo
  
La filosofia  per Dhring lo sviluppo della forma pi alta della coscienza del 
mondo e della vita, e abbraccia, in un senso alquanto lato, i principi di tutto 
il sapere e di tutto il volere. Laddove una serie qualsiasi di conoscenze o di 
impulsi o un gruppo di forme di esistenza si pongono problematicamente alla 
coscienza umana, i principi di queste forme costituiscono necessariamente un 
oggetto della filosofia. Questi principi sono le parti costitutive semplici, o 
che sinora si sono presupposte semplici, da cui si fa risultare il sapere e il 
volere nella loro complessit. Analogamente alla costituzione chimica dei corpi, 
anche la concezione generale delle cose pu essere ridotta a forme ed elementi 
fondamentali. Queste ultime parti costitute, o principi, una volta che siano 
state acquisite, sono valide non semplicemente per ci che  immediatamente noto 
e accessibile, ma anche per il mondo a noi ignoto e inaccessibile. 
Conseguentemente i principi filosofici costituiscono l'ultima integrazione di 
cui abbisognano le scienze per diventare un sistema unitario di spiegazione 
della natura e della vita umana. Oltre alle forme fondamentali di ogni 
esistenza, la filosofia ha solo due oggetti peculiari di indagine, ossia la 
natura e il mondo umano. Conseguentemente, per disporre ordinatamente la nostra 
materia, ci si offrono in modo assolutamente spontaneo tre gruppi, cio la 
schematizzazione generale del mondo, la dottrina dei principi della natura e 
finalmente quella dell'uomo. Questa successione contiene ad un tempo un 
ordinamento logico interno; infatti, i principi formali, che sono validi per 
tutto l'essere, hanno la precedenza, e i campi oggettivi, a cui essi devono 
applicarsi, seguono in ordine discendente, secondo il loro rapporto di 
subordinazione. Sin qui Dhring, e quasi completamente alla lettera. 
In lui si tratta, quindi, di principi, di principi formali, dedotti dal pensiero 
e non dal mondo esterno, i quali devono essere applicati alla natura e al regno 
dell'uomo, e ai quali, quindi, devono conformarsi la natura e l'uomo. Ma da dove 
prende il pensiero questi principi? Da se stesso? No, infatti Dhring stesso 
dice che il campo puramente ideale si limita a schemi logici e a formulazioni 
matematiche (la quale ultima cosa, per giunta, come vedremo,  anche falsa). Gli 
schemi logici si possono riferire solo a forme di pensiero; qui si tratta 
invece, solo di forme dell'essere, del mondo esterno, e queste forme il pensiero 
non pu mai crearle n dedurle da se stesso, ma precisamente solo dal mondo 
esterno. Ma con ci tutto il rapporto si inverte: i principi non sono il punto 
di partenza dell'indagine, ma invece il suo risultato finale; non vengono 
applicati alla natura e alla storia dell'uomo, ma invece vengono astratti da 
esse; non gi la natura e il regno dell'uomo si conformano ai principi, ma i 
principi, in tanto sono giusti, in quanto si accordano con la natura e con la 
storia. Questa  l'unica concezione materialistica dell'argomento e quella di 
Dhring, ad essa contrapposta,  idealistica, sovverte completamente le cose e 
costruisce il mondo reale partendo dal pensiero, da schematismi, schemi o 
categorie esistenti dall'eternit in qualche luogo prima del mondo, precisamente 
come un Hegel. 
Infatti, raffrontiamo l'"Enciclopedia" di Hegel, con tutti i suoi deliri 
febbrili, e le verit definitive di ultima istanza di Dhring. In Dhring 
abbiamo in primo luogo la schematizzazione generale del mondo, che in Hegel si 
chiama Logica. Abbiamo poi l'applicazione di questi schemi, ovvero categorie 
logiche, alla natura: Filosofia della natura, e infine la loro applicazione al 
regno dell'uomo, che  ci che Hegel chiama Filosofia dello spirito. 
L'"ordinamento logico interno" della successione dhringiana ci riporta dunque 
"in modo assolutamente spontaneo" all'Enciclopedia di Hegel da cui  stata 
desunta con una fedelt che muoverebbe alle lacrime l'ebreo errante della scuola 
hegeliana, il professor Michelet di Berlino [24]. 
Questo  il risultato che si ha, se si accetta "la coscienza", "il pensiero", in 
modo assolutamente naturalistico, come qualche cosa di dato, di contrapposto a 
priori all'essere, alla natura. Si deve trovare allora sommamente strano che 
coscienza e natura, pensiero ed essere, leggi del pensiero e leggi della natura 
coincidano tanto. Ma se ci si chiede ulteriormente che cosa siano allora 
pensiero e coscienza, e da dove essi traggono origine, si trova che essi sono 
prodotti dal cervello umano e che l'uomo stesso  un prodotto della natura che 
si  sviluppato col e nel suo ambiente; da ci si intende allora senz'altro che 
i prodotti del cervello umano, i quali in ultima istanza sono anch'essi prodotti 
naturali, non contraddicono il restante nesso della natura, ma invece vi 
corrispondono [25]. 
Ma Dhring non si pu permettere una trattazione cos semplice della cosa. Egli 
pensa non solo in nome dell'umanit, il che sarebbe gi un bell'affare, ma in 
nome degli esseri coscienti e pensanti di tutti i corpi celesti. 

"In effetti sarebbe "una degradazione delle forme fondamentali della 
coscienza e del sapere, il volere, con l'epiteto di umane, escludere o anche 
solo mettere in dubbio la loro sovrana validit e il loro incondizionato 
diritto alla verit". 

Poich, quindi, non sorga il sospetto che in qualche altro corpo celeste due e 
due non facciano cinque, Dhring non pu dare al pensiero la qualifica di umano, 
e deve conseguentemente separarlo dall'unica base reale su cui esso esiste per 
noi, ossia dall'uomo e dalla natura; e con ci piomba senza scampo in 
un'ideologia che lo rivela epigono dell'"epigono" Hegel. Del resto incontreremo 
ancora spesso Dhring su altri corpi celesti. 
Si intende facilmente che su una siffatta base ideologica non si pu fondare 
nessuna dottrina materialistica. Vedremo pi tardi che Dhring pi di una volta 
 costretto a sostituire alla natura un modo di agire cosciente, e dunque ci 
che in linguaggio comune si chiama dio. 
Ma il nostro filosofo della realt ha ancora un altro motivo per trasferire la 
base di tutta la realt dal mondo reale al mondo del pensiero. Invero, la 
scienza di questo schematismo generale del mondo, di questi principi generali 
dell'essere,  precisamente la base della filosofia di Dhring. Se non facciamo 
poggiare lo schematismo del mondo sulla testa, ma semplicemente deduciamo per 
mezzo della testa i principi dell'essere dal mondo reale, da ci che , non 
abbiamo bisogno per far questo di alcuna filosofia, ma di conoscenze positive 
del mondo e di ci che avviene in esso, e parimente ci che ne risulta non  
filosofia, ma scienza positiva. Ma cos tutto il volume di Dhring non sarebbe 
che una fatica d'amore perduta. 
Inoltre: se non  pi necessaria una filosofia come tale, allora non sar pi 
necessario neanche un sistema e neppure un sistema naturale di filosofia. L'aver 
compreso che la totalit dei fenomeni della natura sta in un nesso sistematico, 
spinge la scienza a dimostrare questo nesso sistematico dappertutto, cos nel 
particolare come nell'insieme. Ma un'esposizione adeguata, esauriente, 
scientifica di questo nesso, la costruzione di un'immagine concettuale esatta 
del sistema del mondo in cui viviamo resta impossibile per noi come per ogni 
altra epoca. Se in un qualsiasi momento dello sviluppo umano fosse portato a 
compimento un tale sistema definitivamente conclusivo dei nessi del mondo, tanto 
fisici che spirituali e storici, il regno della conoscenza umana sarebbe cos 
concluso, e dal momento in cui la societ si fosse organizzata in accordo con 
quel sistema, sarebbe troncato il futuro sviluppo storico progressivo: la qual 
cosa sarebbe un assurdo, un puro controsenso. Gli uomini si trovano quindi 
davanti a questa contraddizione: da una parte di aver da conoscere in modo 
esauriente il sistema del mondo in tutti i suoi nessi, dall'altra, sia per la 
propria natura che per la natura del sistema del mondo, di non poter mai 
assolvere completamente a questo compito. Ma questa contraddizione non  insita 
solo nella natura dei due fattori, mondo e uomo, ma  anche la leva principale 
di tutto il progresso intellettuale e si risolve giornalmente e continuamente 
nell'infinito sviluppo progressivo dell'umanit, precisamente come certi 
problemi matematici trovano la loro soluzione in una serie infinita o in una 
frazione continua. In effetti ogni immagine concettuale del sistema mondo  e 
resta limitata oggettivamente dalla posizione storica, e soggettivamente dalla 
costituzione fisica e spirituale del suo autore. Ma Dhring proclama a priori 
che la sua maniera di pensare  tale da escludere ogni velleit di rappresentare 
il mondo in modo soggettivamente limitato. Abbiamo visto prima che egli  
onnipresente in tutti i corpi celesti. Ora vediamo anche che  onnisciente. Ha 
risolto i problemi ultimi della scienza e cos ha sprangato il futuro di ogni 
scienza. 
Come le forme fondamentali dell'essere, Dhring ritiene di poter far nascere 
bella e pronta dalla testa anche tutta la matematica pura, aprioristicamente, 
cio senza servirsi dell'esperienza che il mondo esterno ci fornisce. Nella 
matematica pura l'intelletto deve occuparsi "delle sue proprie libere creazioni 
ed immaginazioni"; i concetti di numero e di figura sono "un oggetto adeguato ad 
essa e che da essa stessa pu essere prodotto", e conseguentemente essa ha una 
"validit indipendente dall'esperienza particolare e dal reale contenuto del 
mondo". 
Che la matematica pura abbia una validit indipendente dall'esperienza 
particolare di ogni singolo individuo  certamente giusto e vale per tutti i 
fatti stabiliti di ogni scienza, anzi per tutti i fatti in generale. Il fatto 
che l'acqua  composta di idrogeno e di ossigeno, il fatto che Hegel  morto e 
Dhring vive, hanno una validit indipendente dall'esperienza mia o di altri 
singoli individui e persino indipendente dall'esperienza di Dhring, non appena 
egli dorme il sonno del giusto. Ma non  affatto vero che nella matematica pura 
l'intelletto si occupi semplicemente delle creazioni e delle immaginazioni sue 
proprie. I concetti di numero e di figura non sono presi assolutamente da altro 
che dal mondo reale. Le dieci dita con cui gli uomini hanno imparato a contare e 
quindi a compiere le prime operazioni aritmetiche sono tutto quel che si vuole 
fuorch una libera creazione dell'intelletto. Per contare occorrono non solo 
oggetti numerabili, ma anche la capacit di prescindere, nella considerazione di 
questi oggetti, da tutte le altre loro propriet tranne che dal loro numero: e 
questa capacit  il risultato di un lungo sviluppo storico fondato 
sull'esperienza. Come il concetto di numero, cos il concetto di figura  preso 
a prestito esclusivamente dal mondo esterno e non  nato nella mente per opera 
del puro pensiero. Prima che si sia potuto arrivare al concetto di figura, ci 
dovevano essere delle cose che avevano una forma e le cui forme sono state 
raffrontate. La matematica pura ha per oggetto le forme spaziali e i rapporti 
quantitativi del mondo reale,  quindi una materia molto reale. Il fatto che 
questa materia si presenti in una forma estremamente astratta, solo 
superficialmente pu nascondere la sua origine dal mondo esterno. Ma per potere 
indagare queste forme e questi rapporti nella loro purezza  necessario 
separarli completamente dal loro contenuto e accantonare questo contenuto come 
cosa irrilevante; cos si perviene al punto senza dimensioni, alle linee senza 
spessore e senza lunghezza, agli a e b e x e y, alle costanti e alle variabili e 
poi proprio solo alla fine di tutto questo si arriva alle vere e proprie libere 
creazioni e immaginazioni dell'intelletto, ossia alle grandezze immaginarie. 
Anche l'apparente deduzione delle grandezze matematiche l'una dall'altra non 
prova la loro origine a priori, ma solo il loro nesso razionale. Prima di 
arrivare all'idea di dedurre la forma di un cilindro dalla rotazione di un 
rettangolo intorno ad uno dei suoi lati, si son dovuti esaminare un buon numero 
di rettangoli e cilindri reali, se pure in una forma tanto imperfetta. Come 
tutte le altre scienze la matematica  sorta dai bisogni degli uomini: dalla 
misurazione di terre e dalla capacit dei vasi, dal computo cronologico e dalla 
meccanica. Ma, come tutti i campi del pensiero, ad un ceto grado di sviluppo le 
leggi, astratte dal mondo reale, vengono separate dal mondo reale e contrapposte 
ad esso come qualche cosa di indipendente, come leggi che vengono dall'esterno e 
a cui il mondo deve conformarsi. Cos avviene nella societ e nello Stato e cos 
non altrimenti la matematica pura viene applicata al mondo posteriormente, 
sebbene proprio da questo mondo essa sia presa a prestito e rappresenti solo una 
parte delle sue forme di composizione e proprio solo per questo possa in 
generale avere applicazione. 
Ma Dhring, come immagina di poter dedurre, senza alcuna aggiunta sperimentale, 
degli assiomi matematici, i quali, "anche secondo l'idea puramente logica che se 
ne ha, non sono n suscettibili n bisognevoli di una dimostrazione", tutta la 
matematica pura e di poterla poi applicare al mondo, del pari immagina di potere 
far prima sorgere dalla testa le forme fondamentali dell'essere, le parti 
costitutive semplici di tutto il sapere, gli assiomi della filosofia, di poter 
poi dedurre da essi tutta la filosofia o schematizzazione del mondo, e di poter 
finalmente, da sovrano, elargire questa sua concezione alla natura e al mondo 
umano. Disgraziatamente la natura non  per nulla costituita dalla Prussia di 
Manteuffel del 1850 e il mondo umano lo  solo per una parte infinitesima [26]. 
Gli assiomi matematici sono espressioni di quel contenuto concettuale 
estremamente povero che la matematica deve prendere a prestito dalla logica. 
Essi si possono ridurre a due: 
1. Il tutto  maggiore della parte. Questo principio  una pura tautologia, 
giacch l'idea quantitativamente concepita di parte si riferisce a priori 
precisamente all'idea di tutto, di guisa che "parte" dice, senz'altro, che il 
"tutto" quantitativo consta di pi "parti" quantitative. Constatando 
semplicemente questo fatto, il cosiddetto assioma non ci fa avanzare di un 
passo. Questa tautologia pu in certo modo essere dimostrata dicendo: un tutto  
ci che consta di pi parti; una parte  una delle cose la cui pluralit 
costituisce un tutto, conseguentemente la parte  minore del tutto. E qui lo 
squallore della ripetizione fa emergere ancora pi vivamente lo squallore del 
contenuto. 
2. Se due grandezze sono eguali a una terza esse sono eguali tra loro. Questo 
principio, come ha gi dimostrato Hegel,  una conclusione della cui esattezza  
garante la logica [27]: esso  dunque provato, anche se provato fuori dalla 
matematica pura. Gli altri assiomi sull'eguaglianza e sulla disuguaglianza sono 
semplici estensioni logiche di questa conclusione. 
Questi magri principi roncavano un ragno dal buco n nella matematica n 
altrove. Per andare avanti dobbiamo introdurre rapporti reali, rapporti e forme 
spaziali che sono tratti da corpi reali. Le rappresentazioni di linee, piani, 
angoli, poligoni, cubi, sfere, ecc. sono tutte prese a prestito dalla realt e 
ci vuole un bel po' di ingenuit ideologica per prestar fede ai matematici 
secondo cui la prima linea si sarebbe generata dal movimento di un punto nello 
spazio, il primo piano dal movimento di una linea, il primo corpo dal movimento 
di un piano, ecc. Perfino la lingua vi si ribella. Una figura matematica di tre 
dimensioni si dice corpo, corus solidum, quindi in latino perfino corpo 
tangibile; essa dunque porta un nome che non  affatto preso a prestito dalla 
libera immaginazione, ma dalla solida realt. 
Ma perch tutta questa prolissit? Dopo avere, a pp. 42 e 43 [28], cantato 
entusiasticamente l'indipendenza della matematica pura dal mondo sperimentale, 
la sua apriorit, il suo occuparsi delle libere creazioni e immaginazioni 
intellettive che le sono proprie, Dhring dice a p. 63: 

" certo facile scorgere che quegli elementi matematici" ("numero, 
grandezza, tempo, spazio e movimento geometrico") "sono ideali solo per la 
loro forma (...) che le grandezze assolute sono perci qualcosa di 
assolutamente empirico, a qualunque specie esse appartengono"... ma "gli 
schemi matematici sono suscettibili di una caratterizzazione che, pur avulsa 
della esperienza,  tuttavia sufficiente", 

la quale ultima affermazione vale pi o meno per ogni astrazione, ma non 
dimostra affatto che essa non sia astratta dalla realt. Nella schematizzazione 
del mondo la matematica sorge dal puro pensiero, nella filosofia della natura  
qualcosa di assolutamente empirico, tratto dal mondo esterno e poi separato da 
esso. A chi dunque dobbiamo credere? 


 
 
IV. Schematizzazione del mondo
 
  
"L'essere che tutto abbraccia  unico. Nella sua autosufficienza esso non ha 
niente accanto a s. Associargli un secondo essere significa farlo diventare 
ci che non , cio una parte o un elemento costitutivo di un tutto pi 
ampio. Poich noi distendiamo il nostro pensiero unitario, per cos dire, 
come una cornice, niente di ci che deve rientrare in questa unit di 
pensiero pu contenere in s una dualit. Ma niente pu neppure sottrarsi a 
questa unit di pensiero (...) l'essenza di tutto il pensiero consiste nella 
riunione degli elementi della coscienza in una unit (...) Proprio l'unit 
puntuale della sintesi fa sorgere il concetto del mondo indivisibile e 
riconoscere l'universo, come dice la parola, come qualcosa in cui tutto  
riunito come in una unit". 

Sin qui Dhring. Il metodo matematico per cui "ogni questione deve risolversi 
assiomaticamente in forme fondamentali semplici, come se si trattasse di 
semplici... principi della matematica", questo metodo  qui applicato per la 
prima volta. 
"L'essere che tutto abbraccia  unico." Se una tautologia, semplice ripetizione 
nel predicato di ci che  gi espresso nel soggetto, costituisce un assioma, 
qui ne abbiamo uno della pi bell'acqua. Nel soggetto Dhring ci dice che 
l'essere che tutto abbraccia  unico e nel predicato afferma intrepido che 
allora niente  fuori di esso. Che colossale idea "creatrice di un sistema"! 
Creatrice di un sistema, infatti. Non son ancora passate altre sei righe ed ecco 
che Dhring, per mezzo del nostro pensiero unitario, ha trasformato l'unicit 
dell'essere nella sua unit. Poich l'essenza di tutto il pensiero consiste 
nell'attivit sintetica unitaria, l'essere, tosto che viene pensato, viene 
pensato come unitario: il concetto del mondo  un concetto indivisibile; e 
poich l'essere pensato, il concetto del mondo,  unitario, l'essere reale, il 
mondo reale,  parimente una unit indivisibile. Conseguentemente, "una volta 
che lo spirito abbia imparato a concepire l'essere nella sua omogenea 
universalit, non c' pi luogo per le trascendenze". 
 questa una campagna di fronte alla quale scompaiono completamente Austerlitz e 
Jena, Kniggrtz e Sedan [29]. Con poche frasi, appena una pagina dopo che 
abbiamo mobilitato il primo assioma, abbiamo gi abolito, eliminato, annientato 
ogni trascendenza, dio, le schiere celesti, il cielo, l'inferno e il purgatorio, 
insieme all'immortalit dell'anima. 
Come arriviamo dall'unicit dell'essere alla sua unit? In generale col pensarlo 
nella mostra mente. L'essere unico diventa nel pensiero un essere unitario, una 
unit ideale, non appena intorno ad esso tendiamo il nostro pensiero unitario 
come una cornice; infatti l'essenza di tutto il pensiero consiste nella riunione 
di elementi della coscienza in una unit. 
Quest'ultima proposizione  semplicemente falsa. In primo luogo il pensiero 
consiste tanto nella scomposizione degli oggetti della coscienza nei loro 
elementi, tanto nella riunione di elementi omogenei in una unit. Senza analisi 
non c' sintesi. In secondo luogo, il pensiero non pu, se non vuol prendere un 
granchio, che raccogliere in una unit quegli elementi della coscienza nei 
quali, o nei prototipi reali dei quali, questa unit esisteva gi da prima. Se 
si assume una spazzola da scarpe sotto l'unit mammifero, ci vuol altro perch 
le crescano le mammelle. L'unit dell'essere, ossia la legittimit del fatto che 
esso venga concepito nel pensiero come unit,  quindi proprio ci che si doveva 
dimostrare, e se Dhring ci assicura che egli pensa nella sua mente l'essere 
unitariamente e non gi come dualit, con ci non ci racconta altro che la sua 
non autorevole opinione. 
Se vogliamo presentare nettamente la linea del suo pensiero, essa  la seguente: 
Io comincio con l'essere. Quindi io penso nella mia mente l'essere. Il pensiero 
dell'essere  unitario. Ma pensare ed essere devono armonizzare; essi sono in 
corrispondenza l'uno con l'altro: "coincidono". Quindi l'essere  unitario anche 
nella realt. Quindi non ci sono "trascendenze". Ma se Dhring avesse parlato 
cos scopertamente invece di regalarci le sentenze oracolari che abbiamo 
riportate sopra, l'ideologia sarebbe stata chiaramente visibile. Voler 
dimostrare, partendo dall'unit di pensiero ed essere, la realt di qualsiasi 
prodotto del pensiero: questo  stato precisamente uno dei pi folli deliri 
febbrili di un Hegel. 
Anche se il suo procedimento dimostrativo fosse giusto, Dhring non avrebbe 
guadagnato sugli spiritualisti neanche un pollice di terreno. Gli spiritualisti 
gli risponderebbero in breve: il mondo  semplice anche per noi; la divisione in 
al di qua e al di l esiste solo per il nostro punto di vista specificamente 
terreno, inficiato dal peccato originale; di s e per s, cio in dio, tutto 
l'essere  uno. E accompagnerebbero Dhring sugli altri corpi celesti a lui cari 
e gliene mostrerebbero uno e pi in cui non ha avuto luogo nessun peccato 
originale; in cui quindi non esiste antitesi tra al di qua e al di l e in cui 
l'unit del mondo  un postulato della fede. 
L'elemento pi comico della cosa  che Dhring per dimostrare la non esistenza 
di dio partendo dal concetto dell'essere, applica la prova ontologica 
dell'esistenza di dio. Essa suona cos: se noi immaginiamo dio, lo immaginiamo 
come la somma di tutte le perfezioni. Ma alla somma di tutte le perfezioni  
inerente prima di tutto l'esistenza, infatti un essere inesistente  
necessariamente imperfetto. Quindi tra le perfezioni di dio dobbiamo annoverare 
anche l'esistenza. Quindi dio deve esistere... Precisamente nella stessa maniera 
ragiona Dhring: se noi pensiamo nella nostra mente l'essere, lo pensiamo come 
un concetto. Ci che  compreso in un concetto  unitario. L'essere dunque non 
corrisponderebbe al suo concetto se non fosse unitario. Conseguentemente dio non 
esiste, ecc. 
Se noi parliamo dell'essere, e semplicemente dell'essere, l'unit pu consistere 
solo nel fatto che tutti gli oggetti di cui si tratta sono, esistono. Essi sono 
raccolti nell'unit di quest'essere e in nessun'altra, e l'espressione comune 
che, essi tutti, sono, non solo non pu dar loro nessun'altra propriet comune o 
non comune, ma esclude, per il momento, dalla nostra considerazione ogni altra 
propriet. Infatti appena ci allontaniamo anche solo di un millimetro dal 
semplice fatto fondamentale che tutte queste cose hanno in comune l'essere, 
cominciano a balzarci agli occhi le differenze di queste cose, e se queste 
differenze consistono nel fatto che di queste cose le une sono bianche e le 
altre sono nere, le une sono animate e le altre inanimate, le une sono, diciamo, 
dell'al di qua, le altre dell'al di l,  cosa che non possiamo decidere 
partendo dal fatto che ad esse tutte egualmente  attribuita la semplice 
esistenza. 
L'unit del mondo non consiste nel suo essere, sebbene il suo esser sia un 
presupposto della sua unit, poich esso deve anzitutto pur essere, prima di 
poter essere uno. Invero l'essere  in generale una questione aperta a partire 
da quel limite oltre il quale cessa il nostro orizzonte visivo. L'unit reale 
del mondo consiste nella sua materialit, e questa  dimostrata non da alcune 
frasi cabalistiche, ma da uno sviluppo lungo e laborioso della filosofia e delle 
scienze naturali. 
Andiamo avanti nella lettura del testo. L'essere, sul quale ci intrattiene 
Dhring, 

"non  quel puro essere che, eguale a se stesso, sarebbe privo di ogni 
determinazione particolare ed effettivamente rappresenta solo un riflesso 
del nulla di pensiero o dell'assenza di pensiero". 

Ma vedremo ora molto presto che il mondo di Dhring in verit prende l'inizio da 
un essere che  privo di ogni distinzione interna, di ogni movimento e di ogni 
cambiamento e quindi  effettivamente solo un riflesso del nulla di pensiero, 
dunque un reale nulla. Solo da questo essere-nulla si sviluppa l'attuale stato 
del mondo, differenziato, pieno di cambiamenti e che presenta uno sviluppo, un 
divenire; e solo dopo aver compreso questo, arriveremo a "tener fermo il 
concetto dell'essere universale eguale a se stesso", pur in questo eterno 
cambiamento. Noi quindi abbiamo ora il concetto dell'essere a un grado 
superiore, grado in cui comprende in se stesso il permanere quanto il mutare, 
tanto l'essere quanto il divenire. Arrivati a questo punto troviamo che "genere 
e specie o, in generale, universale e particolare, sono i pi semplici mezzi di 
differenziazione, senza i quali non pu essere compresa la costituzione delle 
cose". Ma questi sono mezzi di differenziazione della qualit; e avendone 
trattato, possiamo dire "di fronte ai generi sia il concetto della grandezza, 
come concetto di quell'omogeneo nel quale non si trova pi nessuna differenza 
specifica"; cio dalla qualit passiamo alla quantit, e questa  sempre 
"misurabile". 
Confrontiamo ora questa "distinzione precisa degli schemi generali d'azione" e 
il suo "punto di vista realmente critico" con le crudezze, le confusioni, i 
deliri febbrili di un Hegel. Troveremo che la logica di Hegel comincia 
dall'essere, come Dhring; che l'essere risulta come il nulla, come in Dhring; 
che da questo essere-nulla si passa al divenire, il cui risultato  l'esistenza, 
cio una forma pi alta, pi piena dell'essere, precisamente come in Dhring. 
L'esistenza porta alla qualit, la qualit alla quantit, precisamente come in 
Dhring. E perch non manchi nessun elemento essenziale, ecco che cosa ci 
racconta Dhring in un'altra occasione: 

"Dal regno della insensibilit non si entra in quello della sensazione, 
malgrado ogni gradualit quantitativa, che con un salto qualitativo del 
quale noi (...) Possiamo affermare che si differenzia infinitamente dalla 
semplice gradazione di una medesima propriet". 

Questa  precisamente la linea nodale dei rapporti di misura di Hegel, nella 
quale un incremento o una diminuzione semplicemente quantitativi causano, in 
certi particolari punti nodali, un salto qualitativo; il che si ha per es. nel 
caso dell'acqua riscaldata o raffreddata in cui il punto di ebollizione e il 
punto di congelamento sono quei nodi nei quali si compie, a pressione normale, 
il salto in un nuovo stato di aggregazione, nei quali, quindi, la quantit si 
converte repentinamente in qualit. 
La nostra indagine ha tentato, anch'essa, di andare sino alle radici e ha 
trovato, quali radici di quegli schemi fondamentali dhringiani che vanno alle 
radici... i "deliri febbrili" di un Hegel, le categorie della "Logica" 
hegeliana, Parte prima, Dottrina dell'essere, con la "sequenza" rigorosamente 
conforme al vecchio hegelismo e con un timido tentativo di occultare il plagio! 
E non contento di rubare al pi calunniato dei suoi predecessori tutta la 
schematizzazione dell'essere, Dhring, dopo aver portato egli stesso l'esempio 
surriferito della conversione repentina, a salti, della quantit alla qualit, 
ha la faccia tosta di dire di Marx: 

"Come  comico per esempio l'appello" (di Marx) "alla confusa  nebulosa 
idea hegeliana che la quantit si muta in qualit!". 

Confusa e nebulosa idea! Chi si converte qui repentinamente e chi  comico, 
signor Dhring? 
Tutte queste belle cosette, quindi, non solo non sono "assiomaticamente 
risolte", secondo le prescrizioni, ma sono semplicemente riportate dall'esterno, 
cio dalla "Logica" hegeliana. E precisamente, in modo tale che in tutto il 
capitolo non figura mai, neppure una volta, neanche la parvenza di un nesso 
interno, se non nella misura in cui anch'esso  preso in prestito da Hegel, e 
finalmente il tutto va a finire in un vuoto sottilizzare sullo spazio e il 
tempo, sul permanere e il cambiare. 
Dall'essere, Hegel passa all'essenza, alla dialettica. Qui egli tratta delle 
determinazioni della riflessione, delle loro opposizioni e contraddizioni 
interne, come per es. positivo e negativo, arriva poi alla causalit o rapporto 
di causa ed effetto e chiude con la necessit. Non diversamente Dhring. Ci che 
Hegel chiama dottrina dell'essenza, Dhring lo traduce in propriet logiche 
dell'essere. Ma queste consistono anzitutto nell'"antagonismo di forze", in 
opposizioni. La contraddizione, per contro, Dhring la nega radicalmente. 
Ritorneremo pi tardi su questo argomento. Egli passa poi alla causalit e da 
questa alla necessit. Se dunque Dhring dice di se stesso: "Noi che non 
filosofiamo da una gabbia", probabilmente intende che filosofa in gabbia, cio 
nella gabbia dello schematismo hegeliano delle categorie. 


 
 
V. Filosofia della natura. Tempo e spazio
 
  
Passiamo ora alla filosofia della natura. Qui Dhring ha ancora una volta tutte 
le ragioni di essere insoddisfatto dei suoi predecessori. La filosofia della 
natura " caduta cos in basso da essere diventata un'arida pseudopoesia fondata 
sull'ignoranza" e "da esser toccata in sorte alla prostituita filosofastreria di 
uno Schelling e simili piccoli barattieri del sacerdozio dell'assoluto e 
mistificatori del pubblico". La stanchezza ci ha salvato da queste "deformit", 
ma sino ad ora essa ha fatto posto solo all'"inconsistenza"; "e per quel che 
concerne il gran pubblico,  notorio che la scomparsa di un ciarlatano pi 
grande spesso non  stata, per un successore minore, ma pi esperto negli 
affari, che l'occasione per ripetere, sotto mutata insegna, le produzioni 
dell'altro". Gli stessi naturalisti sentono poco "gusto per una escursione nel 
regno delle idee che abbracciano l'universo" e perci non compiono, in campo 
teorico, che delle "improvvisazioni sconclusionate". C' qui da fare un urgente 
salvataggio, e fortunatamente  presente Dhring. 
Per apprezzare giustamente le rivelazioni che ora seguiranno sul dispiegamento 
del mondo nel tempo e sulla sua limitazione nello spazio, dobbiamo rifarci ad 
alcuni passi della "schematizzazione del mondo". 
In perfetta concordanza con Hegel ("Enciclopedia", par. 93) all'essere viene 
attribuita l'infinit, quella che Hegel chiama la cattiva infinit, e questa 
infinit viene ora sottoposta a indagine. 

"La forma pi evidente di una infinit che debba essere pensata senza 
contraddizioni  l'indefinito accumularsi dei numeri nella serie matematica 
(...) come ad ogni numero noi possiamo sempre aggiungere un'altra unit, 
senza mai esaurire la possibilit di un'ulteriore numerazione, cos anche ad 
ogni stato dell'essere succede uno stato ulteriore; e nell'illimitato 
prodursi di questi stati consiste l'infinit. Anche questa infinit, pensata 
con esattezza, non ha perci che una sola forma fondamentale con una sola 
direzione. Cio, sebbene per il nostro pensiero sia indifferente tracciare 
una direzione opposta nell'accumulazione degli stati, tuttavia l'infinit 
regressiva non , con precisione, che una affermazione ideale concepita 
affrettatamente. Invero. Poich essa dovrebbe aver percorso la realt in 
direzione inversa, in ognuno dei suoi stati avrebbe dietro di s una serie 
infinita di numeri. Ma con ci si andrebbe incontro alla contraddizione 
inammissibile di una serie numerica infinita e numerata; e cos si dimostra 
assurdo il postulare ancora una seconda direzione dell'infinit". 

La prima conclusione che si trae da questa concezione dell'infinit  che il 
concatenamento di cause ed effetti nel mondo deve, una volta, aver avuto un 
principio: "un numero infinito di cause, che debbano essersi gi allineate in 
serie una accanto all'altra,  impensabile, non fosse altro per il fatto che 
esso postula come numerato l'innumere". Quindi l'esistenza di una causa ultima  
dimostrata. 
La seconda conclusione  "la legge del numero determinato: l'accumulazione di 
ci che hanno di identico cose indipendenti di qualsiasi genere reale  
pensabile solo come formazione di un numero determinato". Non solo il numero 
attuale dei corpi celesti deve in ogni istante essere un numero in s 
determinato, ma lo deve essere anche il numero reale di tutte le pi piccole 
parti di materia esistenti nel mondo. Quest'ultima necessit  la vera ragione 
per cui non pu pensarsi nessun composto senza atomi. Ogni divisione reale ha 
sempre un limite finale, e deve averlo se non ha da presentarsi la 
contraddizione dell'innumere numerato. Per la stessa ragione, non solo il numero 
delle rivoluzioni che sino ad ora la terra ha compiuto intorno al sole deve 
essere un numero determinato, sebbene non possa essere indicato, ma tutti i 
processi naturali periodici debbono avere avuto un qualche principio, e tutte le 
forme differenti e le variet della natura che si susseguono devono avere le 
loro radici in uno stato eguale a se stesso. Questo stato pu, senza 
contraddizione, essere esistito sin dall'eternit, ma anche quest'idea sarebbe 
esclusa se in s il tempo stesso fosse costituito da parti reali e non fosse 
invece diviso in modo meramente arbitrario mediante le possibilit ideali che il 
nostro intelletto pone. La cosa  diversa quando si tratta del contenuto reale 
ed in se stesso differenziato del tempo; questo tempo realmente riempito di 
fatti per loro natura distinguibili e le forme di esistenza di questa sfera 
appartengono precisamente, per via del loro essere distinto, all'ambito del 
numerabile. Immaginiamo uno stato che sia senza cambiamenti e che, nella sua 
eguaglianza con se stesso, non offra alcuna distinzione e alcuna successione di 
nessun genere; in questo caso anche il concetto pi specifico di tempo si 
trasforma nell'idea pi generale di essere. Che cosa possa significare 
l'accumularsi di un durare vuoto, non si pu assolutamente pensare. Sin qui 
Dhring: ed egli  non poco entusiasta dell'importanza delle sue scoperte. 
Dapprima spera che esse "almeno non saranno prese per una verit di poco conto"; 
ma pi tardi dice: 

"Ci si ricordi di quei procedimenti della pi grande semplicit con i quali 
noi abbiamo reso possibile ai concetti di infinit e alla loro critica di 
raggiungere una portata sinora sconosciuta (...) gli elementi della 
concezione universale dello spazio e del tempo che, dalla precisazione e 
dall'approfondimento presenti, hanno avuto una forma tanto semplice". 

Noi abbiamo reso possibile! Precisazione e approfondimento presenti! Ma chi 
siamo noi, e quando ha luogo il nostro presente? Chi approfondisce e precisa? 

"Tesi. Il mondo ha un principio nel tempo e, per quanto concerne lo spazio, 
 anche incluso in limiti. Dimostrazione: Infatti, se si ammette che il 
mondo non abbia un principio nel tempo, fino ad ogni istante dato sar 
trascorsa una eternit, e conseguentemente nel mondo sar trascorsa una 
serie infinita di stadi successivi delle cose. Ma ora, l'infinit di una 
serie consiste precisamente nel fatto che essa non pu mai essere completata 
da una sintesi successiva. Dunque una serie infinita di mondi passati  
impossibile, e con ci un principio del mondo  condizione necessaria della 
sua esistenza; come dovevasi dimostrare. Riguardo al secondo punto, si 
ammetta, ancora una volta, il contrario; il mondo sar un tutto dato e 
infinito di cose coesistenti. Ora, noi non possiamo pensare la grandezza di 
un quantum, che non sia dato ad ogni intuizione entro certi limiti, in 
nessun'altra maniera che mediante la sintesi delle due parti e non possiamo 
pensare la totalit di un tale quantum se non per mezzo della sintesi 
completa o per mezzo del ripetuto aggiungersi dell'unit a se stessa. Di 
conseguenza, per pensare il mondo che riempie tutti gli spazi, come un 
tutto, la sintesi successiva delle parti di un mondo infinito dovrebbe 
ritenersi completata, cio dovrebbe ritenersi trascorso, nella enumerazione 
di tutte le cose coesistenti, un tempo infinito, il che  impossibile. Per 
conseguenza un aggregato infinito di cose reali non pu ritenersi come un 
tutto dato e conseguentemente nemmeno come dato nello stesso tempo. Ne 
consegue che un mondo, per quel che concerne l'estensione nello spazio, non 
 infinito, ma incluso nei suoi limiti; ci che era il secondo punto" (da 
dimostrare). 

Queste proposizioni sono copiate letteralmente da un libro ben noto, che apparve 
per la prima volta nel 1781 ed  intitolato "Critica alla ragion pura", di 
Immanuel Kant, dove ognuno pu leggerle nella prima parte, seconda sezione, 
secondo libro, secondo capitolo, secondo paragrafo: Prima antinomia della ragion 
pura. A Dhring spetta perci solamente la gloria di avere applicato il nome di 
legge del numero determinato ad un'idea espressa da Kant e di avere fatto la 
scoperta che una volta c'era un tempo nel quale non c'era tempo, sebbene ci 
fosse un mondo. Per tutto il resto, quindi per tutto ci che nella disquisizione 
di Dhring ha ancora qualche senso, "noi"  Immanuel Kant e il "presente" non ha 
che novantacinque anni. "Semplicissimo", in verit! Notevole "portata sinora 
sconosciuta"! 
Ma invero Kant non sostiene affatto che i teoremi surriferiti siano esauriti 
dalla sua dimostrazione. Al contrario: nella pagina di fronte egli afferma e 
dimostra l'opposto: che il mondo non ha un principio nel tempo e non ha un 
termine nello spazio; e fa consistere l'antinomia, la contraddizione insolubile, 
proprio nel fatto che delle due proposizioni l'una  altrettanto dimostrabile 
quanto l'altra. Gente di minore statura sarebbe probabilmente rimasta perplessa 
vedendo come "un Kant" trova qui una difficolt insolubile. Non cos il nostro 
valoroso manipolatore "di conclusioni e di vedute originali sin dalle 
fondamenta": di una antinomia di Kant costui copia intrepidamente ci che gli 
pu servire e il resto lo butta via. 
Il problema per se stesso si risolve in modo molto semplice. Eternit nel tempo 
e infinit nello spazio consistono, gi originariamente e secondo il semplice 
senso letterale delle parole, nel non aver un termine in nessuna direzione, n 
avanti n indietro, n su n gi, n a destra n a sinistra. Questa infinit  
una cosa assolutamente diversa da quella di una serie infinita, infatti questa 
comincia a priori sempre da uno, da un primo membro. L'inapplicabilit di questa 
idea della serie al nostro oggetto diviene immediatamente evidente se la 
applichiamo allo spazio. La serie infinita, tradotta in linguaggio spaziale,  
la linea tirata da un punto determinato, in una direzione determinata e 
prolungata all'infinito.  con ci espressa, sia pure solo lontanamente, 
l'infinit dello spazio? Al contrario; per concepire le dimensioni dello spazio, 
si devono avere giusto sei linee tirate da questo unico punto in tre dimensioni 
opposte; e conseguentemente di queste dimensioni ne avremmo sei. Kant comprese 
cos bene tutto questo, che solo indirettamente, per una via traversa, trasport 
la sua serie numerica anche nella spazialit del mondo. Dhring, invece, ci 
costringe ad ammettere sei dimensioni nello spazio e subito dopo non trova 
parole sufficienti per esprimere la sua indignazione contro il misticismo 
matematico di Gauss, che non intendeva accontentarsi delle solite tre dimensioni 
dello spazio [30]. 
Applicata al tempo, la linea, o serie di unit, infinita nelle due direzioni ha 
un certo senso metaforico. Ma se ci rappresentiamo il tempo come numerato a 
partire da uno, o come una linea che parta da un punto determinato, con ci 
diciamo in anticipo che il tempo ha un principio: diamo come presupposto 
precisamente ci che dobbiamo dimostrare. Diamo all'infinit del tempo un 
carattere unilaterale, dimezzato; ma un'infinit unilaterale, un'infinit 
dimezzata,  una contraddizione anche in se stessa, il contrario esatto di una 
"infinit pensata senza contraddizioni". Da questa contraddizione possiamo venir 
fuori solo se ammettiamo che l'uno con cui cominciamo a numerare la serie, che 
il punto dal quale partiamo per misurare la linea, sia un qualunque uno della 
serie, un punto qualunque nella linea, riguardo ai quali, per la linea o per la 
serie, non ha alcuna importanza dove li poniamo. 
Ma la contraddizione della "serie numerica infinita e numerata"? Saremo in grado 
di indagarla da vicino non appena Dhring ci avr esibito il pezzo di bravura di 
numerarla. Ne riparleremo quando sar riuscito a contare da - 8 (meno infinito) 
a zero.  chiaro invero che dovunque egli comincer a contare, si lascer sempre 
alle spalle una serie infinita e con essa il compito che doveva assolvere. Si 
provi solo a rovesciare la sua serie infinita 1 + 2 + 3 + 4... e tenti di 
contare da capo, partendo dal termine infinito sino ad uno: sar evidentemente 
il tentativo di un uomo che non capisce affatto di che cosa si tratta. Ma c' di 
pi. Dhring, affermando che la serie infinita del tempo trascorso  numerata, 
afferma conseguentemente che il tempo ha un principio; infatti, diversamente non 
potrebbe, di certo, nemmeno cominciare a "numerare". Quindi ancora una volta 
introduce di soppiatto come presupposto ci che deve dimostrare. L'idea della 
serie infinita e numerata, in altri termini, la legge dhringiana del numero 
determinato, legge che abbraccia l'universo, non  quindi che una contradictio 
in adjecto, contiene in se stessa una contraddizione, e invero una 
contraddizione assurda. 
 chiaro che l'infinit che ha una fine, ma non ha un principio, non  pi n 
meno infinita di quella che ha un principio ma non ha una fine. L'intuito 
dialettico pi modesto avrebbe dovuto suggerire a Dhring che principio e fine 
sono necessariamente legati l'uno all'altra, come il polo nord e il polo sud, 
che, se si omette la fine, il principio diventa precisamente la fine, l'unica 
fine che la serie ha, e viceversa. Tutta l'illusione sarebbe impossibile senza 
la consuetudine propria della matematica di operare con serie infinite. Poich 
nella matematica si deve partire dal determinato, dal finito, per arrivare 
all'indeterminato, all'infinito, tutte le serie matematiche, positive o 
negative, devono cominciare da uno, altrimenti sarebbe impossibile servirsene 
per calcolare. Ma l'esigenza ideale del matematico  molto lontana dall'essere 
una legge obbligatoria per il mondo reale. 
Del resto Dhring non riuscir a pensare senza contraddizione la reale infinit. 
L'infinit  una contraddizione ed  piena di contraddizioni.  gi una 
contraddizione che una infinit debba essere composta puramente di cose finite, 
eppure questo avviene. La limitatezza del mondo materiale porta a contraddizioni 
non meno della sua illimitatezza, ed ogni tentativo di eliminare queste 
contraddizioni porta, come abbiamo visto, a nuove e peggiori contraddizioni. 
Precisamente perch l'infinit  una contraddizione, essa  un processo infinito 
che si svolge senza un termine nello spazio e nel tempo. La soppressione della 
contraddizione sarebbe la fine dell'infinit. Tutto questo Hegel lo aveva gi 
compreso in modo assolutamente giusto e perci egli tratta con meritato 
disprezzo anche quei signori che si stillano il cervello intorno a questa 
contraddizione. 
Andiamo avanti. Dunque il tempo ha avuto un principio. Che cosa c'era prima di 
questo principio? Il mondo che si trovava in uno stato eguale a se stesso, 
immutabile. E poich in questo stato non abbiamo mutamenti successivi, anche il 
concetto pi specifico di tempo si trasforma nell'idea pi generale dell'essere. 
In primo luogo, qui a noi non interessa affatto quali concetti si trasformino in 
testa a Dhring. Non si tratta del concetto di tempo, ma del tempo reale e di 
questo Dhring non si liberer tanto a buon mercato. In secondo luogo, per 
quanto il concetto di tempo possa trasformarsi nell'idea pi generale 
dell'essere, non perci noi faremo un passo avanti. Infatti, le forme 
fondamentali di tutto l'essere sono spazio e tempo, e un essere fuori del tempo 
 un assurdo altrettanto grande quanto un essere fuori dello spazio. L'"essere 
trascorso senza tempo" di Hegel, il neoschellingiano "essere impensabile in 
precedenza" [31] sono idee razionali in confronto a quest'essere fuori dal 
tempo. Perci Dhring si mette all'opera anche con molta cautela: parlando con 
precisione, probabilmente c' un tempo, ma  un tempo tale che in fondo non si 
pu chiamare tempo: il tempo, invero, in se stesso, non consta di parti reali, e 
solo dal nostro intelletto viene arbitrariamente diviso, solo un tempo realmente 
riempito di parti distinguibili appartiene alla sfera del numerabile: che cosa 
possa significare l'accumularsi di un vuoto durare  cosa che non si pu 
assolutamente pensare. Che cosa possa significare questo accumularsi  cosa qui 
assolutamente indifferente; ci si chiede se il mondo, nello stato che qui  
presupposto, dura, ha una durata nel tempo. Che a misurare una tale durata priva 
di contenuto non si ricavi niente, precisamente come a misurare lo spazio vuoto 
senza scopo e senza meta,  cosa che sappiamo gi da lungo tempo, e anzi, 
proprio per via dell'insulsaggine di questo procedere, Hegel questa infinit la 
chiama anche cattiva infinit. Secondo Dhring il tempo esiste solo in virt del 
cambiamento e non esiste il cambiamento nel tempo e in virt del tempo. 
Precisamente perch il tempo  diverso e indipendente dal cambiamento, lo si pu 
misurare per mezzo del cambiamento, infatti il misurare implica sempre una cosa 
diversa da quella da misurare. E il tempo nel quale non avvengono cambiamenti 
avvertibili  molto lontano da non essere un tempo; esso  invece il tempo puro, 
non affetto da mescolanze estranee, e quindi il tempo vero, il tempo come tale. 
Infatti se noi vogliamo cogliere il concetto di tempo in tutta la sua purezza, 
separato da ogni mescolanza estranea e indebita, siamo costretti a metter da 
parte come indebiti tutti i veri avvenimenti che accadono simultaneamente o 
successivamente nel tempo, e conseguentemente a rappresentarci un tempo nel 
quale non avviene niente. Con ci, dunque, noi non abbiamo fatto assorbire il 
concetto di tempo dall'idea generale dell'essere, ma siamo solo arrivati al 
concetto puro di tempo. 
Ma tutte queste contraddizioni e impossibilit sono ancora un puro giuoco da 
bambino di fronte alla confusione in cui cade Dhring col suo stato iniziale 
eguale a se stesso del mondo. Se una volta il mondo era in uno stato in cui non 
avveniva assolutamente nessun cambiamento, come ha potuto passare da questo 
stato al cambiamento? Ci che  assolutamente privo di cambiamento e che inoltre 
 in questo stato dall'eternit, non pu da se stesso uscire da questo stato e 
passare a quello di movimento e di cambiamento.  necessario quindi che 
dall'esterno, dal di fuori del mondo, sia venuto un primo impulso che lo abbia 
posto in movimento. Ma  noto che il "primo impulso" non  che un'altra 
espressione per dire dio. Quel dio e quell'al di l che Dhring nella sua 
schematizzazione del mondo pretendeva di aver cos bellamente liquidato, egli 
stesso li riporta tutti e due, precisati e approfonditi, nella filosofia della 
natura. 
Inoltre Dhring dice: 

"Laddove un elemento costante dell'essere ha una grandezza, questa rimarr 
immutata nella sua determinatezza. Questo vale (...) per la materia e per 
l'energia meccanica". 

Detto di passaggio, la prima proposizione fornisce un esempio prezioso della 
magniloquenza assiomatico-tautologica di Dhring: laddove una grandezza non 
cambia, resta la stessa. Quindi la quantit di energia meccanica che c' nel 
mondo resta eternamente la stessa. Noi prescinderemo dal fatto che, nella misura 
in cui tutto questo  giusto, nella filosofia Descartes lo aveva gi saputo e 
detto circa trecento anni fa [32], e che nella scienza della natura la dottrina 
della conservazione dell'energia da vent'anni  in voga dappertutto; 
prescinderemo anche dal fatto che Dhring, limitandola all'energia meccanica, 
non migliora in nessun modo questa dottrina. Ma dov'era l'energia meccanica al 
tempo dello stato d'immutabilit? A questa domanda Dhring ci rifiuta 
ostinatamente ogni risposta. 
Signor Dhring, dov'era allora quell'energia meccanica che resta eternamente 
eguale a se stessa, e che cosa faceva? Risposta: 

"Lo stato originario dell'universo o, pi chiaramente, di un essere della 
materia privo di cambiamenti, non includente nessun accumularsi di 
cambiamenti nel tempo,  una questione che pu essere respinta solo da 
quell'intelligenza che vede l'apice della saggezza nell'accumularsi della 
propria forza di procreazione". 

Dunque: o accettate ad occhi chiusi il mio stato originario di immutabilit o 
io, il valido procreatore Eugen Dhring, vi dichiaro spiritualmente eunuchi. 
Certo pi d'uno si spaventer di tutto questo. Noi, noi che abbiamo visto 
qualche esempio della forza di procreazione di Dhring, potremo permetterci 
provvisoriamente di lasciare senza risposta l'elegante ingiuria e domandare 
ancora una volta: Ma, signor Dhring, per favore, come la mettiamo con l'energia 
meccanica? 
Il sig. Dhring si confonde subito. In effetti, balbetta, 

"l'assoluta identit di quello stato-limite iniziale non fornisce in se 
stessa nessun principio di transizione. Richiamiamoci tuttavia alla memoria 
che la situazione , in fondo, eguale in ogni nuovo anello, per piccolo che 
sia, della catena delle esistenze che noi ben conosciamo. Chi, dunque, 
solleva difficolt nel caso principale che ci sta davanti, stia attento a 
non dispensarsene in occasioni meno appariscenti. Inoltre la possibilit di 
inserire stati intermedi in gradazione progressiva sussiste, e con ci si 
apre quel ponte della continuit che ci fa arrivare regressivamente sino 
all'estinzione del processo di cambiamento. In verit in sede puramente 
concettuale questa continuit non ci aiuta a superare la difficolt 
dell'idea principale, ma essa  per noi la forma fondamentale di ogni 
regolarit e di ogni processo di transizione altrimenti noto, cosicch noi 
abbiamo il diritto di servircene come di un anello di congiunzione tra quel 
primo stato di equilibrio e la sua rottura. Invece, se noi pensassimo 
l'equilibrio cosiddetto (!) immobile secondo quei concetti che ella nostra 
meccanica odierna sono ammessi senza nessuna particolare presa di posizione 
(!), non sarebbe assolutamente possibile indicare in che modo la materia sia 
potuta arrivare al processo di cambiamento". 

Oltre alla meccanica delle masse ci sarebbe ancora una trasformazione del 
movimento delle masse in movimento delle particelle pi piccole, ma riguardo al 
modo in cui questo accade, 

"per questo noi non abbiamo a disposizione sino ad ora nessun principio 
generale e non dobbiamo perci affatto meravigliarci se questi fenomeni 
vanno a perdersi un po' nell'oscurit". 

Questo  tutto ci che Dhring ha da dire. E in effetti per farci pascere di 
questi sotterfugi e di queste circonlocuzioni veramente miserevoli, dovremmo 
vedere il culmine della saggezza non solamente nell'autolimitarsi della propria 
forza di procreazione, ma anche nella pi cieca superstizione. Da se stessa, lo 
conferma Dhring, l'assoluta identit non pu pervenire al cambiamento. Non 
esiste di per s nessun mezzo per cui l'equilibrio assoluto possa passare nel 
movimento. Che cosa c' allora? Ci sono tre argomentazioni false e miserevoli. 
Primo: si afferma che  altrettanto difficile dimostrare il passaggio da ogni 
anello, per piccolo che sia, della catena dell'esistenza a noi ben nota, al 
successivo. Sembra che Dhring ritenga i suoi lettori dei lattanti. La 
dimostrazione dei singoli passaggi e dei singoli nessi dei pi piccoli anelli 
della catena dell'esistenza costituisce appunto il contenuto della scienza della 
natura, e se qualche cosa non va, nessuno pensa, neanche Dhring, di spiegare 
dal nulla il movimento avvenuto, ma solo dalla trasmissione, dalla 
trasformazione o dalla propagazione di un movimento precedente. Qui invece si 
tratta, come ammette egli stesso, di far sorgere il movimento dall'immobilit e 
quindi dal nulla. 
Secondo: abbiamo il "ponte della continuit". Questo, certamente, in sede 
puramente concettuale non ci aiuta a vincere la difficolt, ma noi abbiamo pure 
diritto di usarlo come anello di congiunzione tra l'immobilit e il movimento. 
Disgraziatamente la continuit dell'immobilit consiste nel non muoversi; rimane 
pi misterioso che mai. Il modo con cui si possa cos generare il movimento. 
Dhring frazioni pure in particelle infinitamente piccole il suo passaggio dal 
nulla di movimento al movimento universale e attribuisca a questo nulla una 
durata temporale lunga quanto vuole, non avremo progredito comunque neppure di 
un decimillesimo di millimetro. Dal nulla non possiamo mai arrivare a qualcosa 
senza un atto creativo, fosse anche questo qualche cosa piccolo come una 
differenziale matematica. Il ponte della continuit non  quindi neppure un 
ponte dell'asino,  un ponte che solo Dhring pu passare. 
Terzo: sino a quando la meccanica odierna avr validit, ed essa secondo Dhring 
 una delle leve essenziali per la formazione del pensiero, non si potr 
assolutamente indicare come si arriva dalla immobilit al movimento. Ma la 
teoria meccanica del calore ci mostra che un movimento di masse si trasforma, in 
circostanze determinate, in un movimento molecolare (sebbene anche qui un 
movimento proceda da un altro movimento e mai da uno stato d'immobilit) e 
questo, accenna timidamente Dhring, potrebbe fornirci, eventualmente, un ponte 
tra ci che  strettamente statico (in equilibrio) e ci che  dinamico (in 
movimento). Ma questi processi "vanno a perdersi un po' nell'oscurit". Ed  
proprio nell'oscurit che Dhring ci lascia. 
Con tutto questo approfondimento e con tutta questa precisazione siamo arrivati 
al punto di esserci sempre pi sprofondati in un assurdo sempre pi precisato e 
di avere toccato terra alla fine dove necessariamente dovevamo toccar terra: 
"nell'oscurit". Ma tutto questo preoccupa poco Dhring. Proprio alla pagina 
seguente ha la faccia tosta di affermare che egli ha potuto "concordare il 
concetto del permanere immutabile di un contenuto reale tratto immediatamente 
dal comportamento della materia e dalle forze meccaniche". E quest'uomo d del 
"ciarlatano" ad altri! 
Fortunatamente in tutto questo disperato smarrimento, in tutta questa disperata 
confusione nell'"oscurit", resta ancora una consolazione, ed  certo 
edificante: "La matematica degli abitanti di altri corpi celesti non pu 
poggiare su assiomi diversi da quelli della nostra!". 
  
Note
24. Karl Ludwing Michelet  detto "l'ebreo errante della scuola hegeliana" 
evidentemente perch egli non faceva che correre dietro a un hegelismo 
superficialmente inteso. Nel 1876 cominci a pubblicare un "sistema di 
filosofia" in cinque volumi (l'ultimo risale al 1881) che nella struttura 
generale imitava il piano dell'"Enciclopedia" di Hegel (G. L. Michelet, "Il 
sistema della filosofia come scienza esatta comprendente logica, filosofia della 
natura e filosofia dello spirito"). 
25. Nel 1885, mentre preparava la seconda edizione dell'"Anti-Dhring", Engels 
pens di mettere a questo punto una nota, il cui abbozzo ("Sui prototipi 
dell'infinito matematico nel mondo reale") fu poi da lui incluso tra i materiali 
per la "Dialettica della natura". 
26. Allusione alla sottomissione servile dei prussiani, che accettarono la 
costituzione "elargita" (oktroyert) loro il 5 dicembre 1848 da Federico 
Guglielmo IV, contemporaneamente allo scioglimento dell'Assemblea nazionale. 
Nell'elaborazione di questa "carta costituzionale per lo Stato prussiano" ebbe 
parte decisiva il ministro reazionario Manteuffel. 
27. Vedi Hegel, "Encyklopdie der philosophischen...", par. 188, e "Wissenschaft 
der Logik", libro terzo, sezione prima, capitolo terzo, e sezione terza, 
capitolo secondo. 
28. Nella prima sezione dell'"Anti-Dhring" tutti questi riferimenti senza 
ulteriore indicazione concernono il "Cursus der Philosophie..." di Dhring. 
29. Ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, truppe russe e austriache si scontrarono 
con le truppe francesi di Napoleone, che riport la vittoria. La battaglia di 
Jena, combattuta il 14 ottobre 1806 tra l'esercito francese di Napoleone e le 
truppe prussiane, si concluse con la disfatta di queste ultime e port alla 
capitolazione della Prussia. La battaglia di Kniggrtz, il 3 luglio 1866, 
decise la vittoria della Prussia nella guerra austro-prussiana;  ricordata 
anche come battaglia di Sedowa. Nella battaglia di Sedan il 1 e il 2 settembre 
1870, scontro decisivo della guerra franco-tedesca del 1870-71, le truppe 
tedesche sconfissero l'esercito francese di Mac-Mahon e lo costrinsero alla 
capitolazione. 
30. Il grande matematico Karl Friedrich Gauss fu un precursore della geometria 
non euclidea. 
31. Cfr. Hegel, "Wissenschaft der Logik", libro secondo: "Das Wesen". Della 
categoria schellinghiana dell'"essere impenabile in precedenza" Engels parla nel 
suo opuscolo "Schelling e la Rivelazione" (1842). 
32. La concezione del movimento come un quanto costante (conservazione della 
qualit di movimento) fu sviluppata da Cartesio nella sua trattazione sulla luce 
(parte prima dell'opera "De Mundo", scritta negli anni 1630-1633 ma pubblicata 
nel 1664, quattordici anni dopo la morte di Cartesio) e nella sua lettera a de 
bearne del 30 aprile 1639. Pi ampiamente essa  esposta nei suoi "Principia 
philosophiae", Amsterdam, 1644, parte seconda, par 36. 
  
 


Anti-Dhring
Prima Sezione: Filosofia
  
III. Suddivisione. Apriorismo
  
La filosofia  per Dhring lo sviluppo della forma pi alta della coscienza del 
mondo e della vita, e abbraccia, in un senso alquanto lato, i principi di tutto 
il sapere e di tutto il volere. Laddove una serie qualsiasi di conoscenze o di 
impulsi o un gruppo di forme di esistenza si pongono problematicamente alla 
coscienza umana, i principi di queste forme costituiscono necessariamente un 
oggetto della filosofia. Questi principi sono le parti costitutive semplici, o 
che sinora si sono presupposte semplici, da cui si fa risultare il sapere e il 
volere nella loro complessit. Analogamente alla costituzione chimica dei corpi, 
anche la concezione generale delle cose pu essere ridotta a forme ed elementi 
fondamentali. Queste ultime parti costitute, o principi, una volta che siano 
state acquisite, sono valide non semplicemente per ci che  immediatamente noto 
e accessibile, ma anche per il mondo a noi ignoto e inaccessibile. 
Conseguentemente i principi filosofici costituiscono l'ultima integrazione di 
cui abbisognano le scienze per diventare un sistema unitario di spiegazione 
della natura e della vita umana. Oltre alle forme fondamentali di ogni 
esistenza, la filosofia ha solo due oggetti peculiari di indagine, ossia la 
natura e il mondo umano. Conseguentemente, per disporre ordinatamente la nostra 
materia, ci si offrono in modo assolutamente spontaneo tre gruppi, cio la 
schematizzazione generale del mondo, la dottrina dei principi della natura e 
finalmente quella dell'uomo. Questa successione contiene ad un tempo un 
ordinamento logico interno; infatti, i principi formali, che sono validi per 
tutto l'essere, hanno la precedenza, e i campi oggettivi, a cui essi devono 
applicarsi, seguono in ordine discendente, secondo il loro rapporto di 
subordinazione. Sin qui Dhring, e quasi completamente alla lettera. 
In lui si tratta, quindi, di principi, di principi formali, dedotti dal pensiero 
e non dal mondo esterno, i quali devono essere applicati alla natura e al regno 
dell'uomo, e ai quali, quindi, devono conformarsi la natura e l'uomo. Ma da dove 
prende il pensiero questi principi? Da se stesso? No, infatti Dhring stesso 
dice che il campo puramente ideale si limita a schemi logici e a formulazioni 
matematiche (la quale ultima cosa, per giunta, come vedremo,  anche falsa). Gli 
schemi logici si possono riferire solo a forme di pensiero; qui si tratta 
invece, solo di forme dell'essere, del mondo esterno, e queste forme il pensiero 
non pu mai crearle n dedurle da se stesso, ma precisamente solo dal mondo 
esterno. Ma con ci tutto il rapporto si inverte: i principi non sono il punto 
di partenza dell'indagine, ma invece il suo risultato finale; non vengono 
applicati alla natura e alla storia dell'uomo, ma invece vengono astratti da 
esse; non gi la natura e il regno dell'uomo si conformano ai principi, ma i 
principi, in tanto sono giusti, in quanto si accordano con la natura e con la 
storia. Questa  l'unica concezione materialistica dell'argomento e quella di 
Dhring, ad essa contrapposta,  idealistica, sovverte completamente le cose e 
costruisce il mondo reale partendo dal pensiero, da schematismi, schemi o 
categorie esistenti dall'eternit in qualche luogo prima del mondo, precisamente 
come un Hegel. 
Infatti, raffrontiamo l'"Enciclopedia" di Hegel, con tutti i suoi deliri 
febbrili, e le verit definitive di ultima istanza di Dhring. In Dhring 
abbiamo in primo luogo la schematizzazione generale del mondo, che in Hegel si 
chiama Logica. Abbiamo poi l'applicazione di questi schemi, ovvero categorie 
logiche, alla natura: Filosofia della natura, e infine la loro applicazione al 
regno dell'uomo, che  ci che Hegel chiama Filosofia dello spirito. 
L'"ordinamento logico interno" della successione dhringiana ci riporta dunque 
"in modo assolutamente spontaneo" all'Enciclopedia di Hegel da cui  stata 
desunta con una fedelt che muoverebbe alle lacrime l'ebreo errante della scuola 
hegeliana, il professor Michelet di Berlino [24]. 
Questo  il risultato che si ha, se si accetta "la coscienza", "il pensiero", in 
modo assolutamente naturalistico, come qualche cosa di dato, di contrapposto a 
priori all'essere, alla natura. Si deve trovare allora sommamente strano che 
coscienza e natura, pensiero ed essere, leggi del pensiero e leggi della natura 
coincidano tanto. Ma se ci si chiede ulteriormente che cosa siano allora 
pensiero e coscienza, e da dove essi traggono origine, si trova che essi sono 
prodotti dal cervello umano e che l'uomo stesso  un prodotto della natura che 
si  sviluppato col e nel suo ambiente; da ci si intende allora senz'altro che 
i prodotti del cervello umano, i quali in ultima istanza sono anch'essi prodotti 
naturali, non contraddicono il restante nesso della natura, ma invece vi 
corrispondono [25]. 
Ma Dhring non si pu permettere una trattazione cos semplice della cosa. Egli 
pensa non solo in nome dell'umanit, il che sarebbe gi un bell'affare, ma in 
nome degli esseri coscienti e pensanti di tutti i corpi celesti. 

"In effetti sarebbe "una degradazione delle forme fondamentali della 
coscienza e del sapere, il volere, con l'epiteto di umane, escludere o anche 
solo mettere in dubbio la loro sovrana validit e il loro incondizionato 
diritto alla verit". 

Poich, quindi, non sorga il sospetto che in qualche altro corpo celeste due e 
due non facciano cinque, Dhring non pu dare al pensiero la qualifica di umano, 
e deve conseguentemente separarlo dall'unica base reale su cui esso esiste per 
noi, ossia dall'uomo e dalla natura; e con ci piomba senza scampo in 
un'ideologia che lo rivela epigono dell'"epigono" Hegel. Del resto incontreremo 
ancora spesso Dhring su altri corpi celesti. 
Si intende facilmente che su una siffatta base ideologica non si pu fondare 
nessuna dottrina materialistica. Vedremo pi tardi che Dhring pi di una volta 
 costretto a sostituire alla natura un modo di agire cosciente, e dunque ci 
che in linguaggio comune si chiama dio. 
Ma il nostro filosofo della realt ha ancora un altro motivo per trasferire la 
base di tutta la realt dal mondo reale al mondo del pensiero. Invero, la 
scienza di questo schematismo generale del mondo, di questi principi generali 
dell'essere,  precisamente la base della filosofia di Dhring. Se non facciamo 
poggiare lo schematismo del mondo sulla testa, ma semplicemente deduciamo per 
mezzo della testa i principi dell'essere dal mondo reale, da ci che , non 
abbiamo bisogno per far questo di alcuna filosofia, ma di conoscenze positive 
del mondo e di ci che avviene in esso, e parimente ci che ne risulta non  
filosofia, ma scienza positiva. Ma cos tutto il volume di Dhring non sarebbe 
che una fatica d'amore perduta. 
Inoltre: se non  pi necessaria una filosofia come tale, allora non sar pi 
necessario neanche un sistema e neppure un sistema naturale di filosofia. L'aver 
compreso che la totalit dei fenomeni della natura sta in un nesso sistematico, 
spinge la scienza a dimostrare questo nesso sistematico dappertutto, cos nel 
particolare come nell'insieme. Ma un'esposizione adeguata, esauriente, 
scientifica di questo nesso, la costruzione di un'immagine concettuale esatta 
del sistema del mondo in cui viviamo resta impossibile per noi come per ogni 
altra epoca. Se in un qualsiasi momento dello sviluppo umano fosse portato a 
compimento un tale sistema definitivamente conclusivo dei nessi del mondo, tanto 
fisici che spirituali e storici, il regno della conoscenza umana sarebbe cos 
concluso, e dal momento in cui la societ si fosse organizzata in accordo con 
quel sistema, sarebbe troncato il futuro sviluppo storico progressivo: la qual 
cosa sarebbe un assurdo, un puro controsenso. Gli uomini si trovano quindi 
davanti a questa contraddizione: da una parte di aver da conoscere in modo 
esauriente il sistema del mondo in tutti i suoi nessi, dall'altra, sia per la 
propria natura che per la natura del sistema del mondo, di non poter mai 
assolvere completamente a questo compito. Ma questa contraddizione non  insita 
solo nella natura dei due fattori, mondo e uomo, ma  anche la leva principale 
di tutto il progresso intellettuale e si risolve giornalmente e continuamente 
nell'infinito sviluppo progressivo dell'umanit, precisamente come certi 
problemi matematici trovano la loro soluzione in una serie infinita o in una 
frazione continua. In effetti ogni immagine concettuale del sistema mondo  e 
resta limitata oggettivamente dalla posizione storica, e soggettivamente dalla 
costituzione fisica e spirituale del suo autore. Ma Dhring proclama a priori 
che la sua maniera di pensare  tale da escludere ogni velleit di rappresentare 
il mondo in modo soggettivamente limitato. Abbiamo visto prima che egli  
onnipresente in tutti i corpi celesti. Ora vediamo anche che  onnisciente. Ha 
risolto i problemi ultimi della scienza e cos ha sprangato il futuro di ogni 
scienza. 
Come le forme fondamentali dell'essere, Dhring ritiene di poter far nascere 
bella e pronta dalla testa anche tutta la matematica pura, aprioristicamente, 
cio senza servirsi dell'esperienza che il mondo esterno ci fornisce. Nella 
matematica pura l'intelletto deve occuparsi "delle sue proprie libere creazioni 
ed immaginazioni"; i concetti di numero e di figura sono "un oggetto adeguato ad 
essa e che da essa stessa pu essere prodotto", e conseguentemente essa ha una 
"validit indipendente dall'esperienza particolare e dal reale contenuto del 
mondo". 
Che la matematica pura abbia una validit indipendente dall'esperienza 
particolare di ogni singolo individuo  certamente giusto e vale per tutti i 
fatti stabiliti di ogni scienza, anzi per tutti i fatti in generale. Il fatto 
che l'acqua  composta di idrogeno e di ossigeno, il fatto che Hegel  morto e 
Dhring vive, hanno una validit indipendente dall'esperienza mia o di altri 
singoli individui e persino indipendente dall'esperienza di Dhring, non appena 
egli dorme il sonno del giusto. Ma non  affatto vero che nella matematica pura 
l'intelletto si occupi semplicemente delle creazioni e delle immaginazioni sue 
proprie. I concetti di numero e di figura non sono presi assolutamente da altro 
che dal mondo reale. Le dieci dita con cui gli uomini hanno imparato a contare e 
quindi a compiere le prime operazioni aritmetiche sono tutto quel che si vuole 
fuorch una libera creazione dell'intelletto. Per contare occorrono non solo 
oggetti numerabili, ma anche la capacit di prescindere, nella considerazione di 
questi oggetti, da tutte le altre loro propriet tranne che dal loro numero: e 
questa capacit  il risultato di un lungo sviluppo storico fondato 
sull'esperienza. Come il concetto di numero, cos il concetto di figura  preso 
a prestito esclusivamente dal mondo esterno e non  nato nella mente per opera 
del puro pensiero. Prima che si sia potuto arrivare al concetto di figura, ci 
dovevano essere delle cose che avevano una forma e le cui forme sono state 
raffrontate. La matematica pura ha per oggetto le forme spaziali e i rapporti 
quantitativi del mondo reale,  quindi una materia molto reale. Il fatto che 
questa materia si presenti in una forma estremamente astratta, solo 
superficialmente pu nascondere la sua origine dal mondo esterno. Ma per potere 
indagare queste forme e questi rapporti nella loro purezza  necessario 
separarli completamente dal loro contenuto e accantonare questo contenuto come 
cosa irrilevante; cos si perviene al punto senza dimensioni, alle linee senza 
spessore e senza lunghezza, agli a e b e x e y, alle costanti e alle variabili e 
poi proprio solo alla fine di tutto questo si arriva alle vere e proprie libere 
creazioni e immaginazioni dell'intelletto, ossia alle grandezze immaginarie. 
Anche l'apparente deduzione delle grandezze matematiche l'una dall'altra non 
prova la loro origine a priori, ma solo il loro nesso razionale. Prima di 
arrivare all'idea di dedurre la forma di un cilindro dalla rotazione di un 
rettangolo intorno ad uno dei suoi lati, si son dovuti esaminare un buon numero 
di rettangoli e cilindri reali, se pure in una forma tanto imperfetta. Come 
tutte le altre scienze la matematica  sorta dai bisogni degli uomini: dalla 
misurazione di terre e dalla capacit dei vasi, dal computo cronologico e dalla 
meccanica. Ma, come tutti i campi del pensiero, ad un ceto grado di sviluppo le 
leggi, astratte dal mondo reale, vengono separate dal mondo reale e contrapposte 
ad esso come qualche cosa di indipendente, come leggi che vengono dall'esterno e 
a cui il mondo deve conformarsi. Cos avviene nella societ e nello Stato e cos 
non altrimenti la matematica pura viene applicata al mondo posteriormente, 
sebbene proprio da questo mondo essa sia presa a prestito e rappresenti solo una 
parte delle sue forme di composizione e proprio solo per questo possa in 
generale avere applicazione. 
Ma Dhring, come immagina di poter dedurre, senza alcuna aggiunta sperimentale, 
degli assiomi matematici, i quali, "anche secondo l'idea puramente logica che se 
ne ha, non sono n suscettibili n bisognevoli di una dimostrazione", tutta la 
matematica pura e di poterla poi applicare al mondo, del pari immagina di potere 
far prima sorgere dalla testa le forme fondamentali dell'essere, le parti 
costitutive semplici di tutto il sapere, gli assiomi della filosofia, di poter 
poi dedurre da essi tutta la filosofia o schematizzazione del mondo, e di poter 
finalmente, da sovrano, elargire questa sua concezione alla natura e al mondo 
umano. Disgraziatamente la natura non  per nulla costituita dalla Prussia di 
Manteuffel del 1850 e il mondo umano lo  solo per una parte infinitesima [26]. 
Gli assiomi matematici sono espressioni di quel contenuto concettuale 
estremamente povero che la matematica deve prendere a prestito dalla logica. 
Essi si possono ridurre a due: 
1. Il tutto  maggiore della parte. Questo principio  una pura tautologia, 
giacch l'idea quantitativamente concepita di parte si riferisce a priori 
precisamente all'idea di tutto, di guisa che "parte" dice, senz'altro, che il 
"tutto" quantitativo consta di pi "parti" quantitative. Constatando 
semplicemente questo fatto, il cosiddetto assioma non ci fa avanzare di un 
passo. Questa tautologia pu in certo modo essere dimostrata dicendo: un tutto  
ci che consta di pi parti; una parte  una delle cose la cui pluralit 
costituisce un tutto, conseguentemente la parte  minore del tutto. E qui lo 
squallore della ripetizione fa emergere ancora pi vivamente lo squallore del 
contenuto. 
2. Se due grandezze sono eguali a una terza esse sono eguali tra loro. Questo 
principio, come ha gi dimostrato Hegel,  una conclusione della cui esattezza  
garante la logica [27]: esso  dunque provato, anche se provato fuori dalla 
matematica pura. Gli altri assiomi sull'eguaglianza e sulla disuguaglianza sono 
semplici estensioni logiche di questa conclusione. 
Questi magri principi roncavano un ragno dal buco n nella matematica n 
altrove. Per andare avanti dobbiamo introdurre rapporti reali, rapporti e forme 
spaziali che sono tratti da corpi reali. Le rappresentazioni di linee, piani, 
angoli, poligoni, cubi, sfere, ecc. sono tutte prese a prestito dalla realt e 
ci vuole un bel po' di ingenuit ideologica per prestar fede ai matematici 
secondo cui la prima linea si sarebbe generata dal movimento di un punto nello 
spazio, il primo piano dal movimento di una linea, il primo corpo dal movimento 
di un piano, ecc. Perfino la lingua vi si ribella. Una figura matematica di tre 
dimensioni si dice corpo, corus solidum, quindi in latino perfino corpo 
tangibile; essa dunque porta un nome che non  affatto preso a prestito dalla 
libera immaginazione, ma dalla solida realt. 
Ma perch tutta questa prolissit? Dopo avere, a pp. 42 e 43 [28], cantato 
entusiasticamente l'indipendenza della matematica pura dal mondo sperimentale, 
la sua apriorit, il suo occuparsi delle libere creazioni e immaginazioni 
intellettive che le sono proprie, Dhring dice a p. 63: 

" certo facile scorgere che quegli elementi matematici" ("numero, 
grandezza, tempo, spazio e movimento geometrico") "sono ideali solo per la 
loro forma (...) che le grandezze assolute sono perci qualcosa di 
assolutamente empirico, a qualunque specie esse appartengono"... ma "gli 
schemi matematici sono suscettibili di una caratterizzazione che, pur avulsa 
della esperienza,  tuttavia sufficiente", 

la quale ultima affermazione vale pi o meno per ogni astrazione, ma non 
dimostra affatto che essa non sia astratta dalla realt. Nella schematizzazione 
del mondo la matematica sorge dal puro pensiero, nella filosofia della natura  
qualcosa di assolutamente empirico, tratto dal mondo esterno e poi separato da 
esso. A chi dunque dobbiamo credere? 


 
 
IV. Schematizzazione del mondo
 
  
"L'essere che tutto abbraccia  unico. Nella sua autosufficienza esso non ha 
niente accanto a s. Associargli un secondo essere significa farlo diventare 
ci che non , cio una parte o un elemento costitutivo di un tutto pi 
ampio. Poich noi distendiamo il nostro pensiero unitario, per cos dire, 
come una cornice, niente di ci che deve rientrare in questa unit di 
pensiero pu contenere in s una dualit. Ma niente pu neppure sottrarsi a 
questa unit di pensiero (...) l'essenza di tutto il pensiero consiste nella 
riunione degli elementi della coscienza in una unit (...) Proprio l'unit 
puntuale della sintesi fa sorgere il concetto del mondo indivisibile e 
riconoscere l'universo, come dice la parola, come qualcosa in cui tutto  
riunito come in una unit". 

Sin qui Dhring. Il metodo matematico per cui "ogni questione deve risolversi 
assiomaticamente in forme fondamentali semplici, come se si trattasse di 
semplici... principi della matematica", questo metodo  qui applicato per la 
prima volta. 
"L'essere che tutto abbraccia  unico." Se una tautologia, semplice ripetizione 
nel predicato di ci che  gi espresso nel soggetto, costituisce un assioma, 
qui ne abbiamo uno della pi bell'acqua. Nel soggetto Dhring ci dice che 
l'essere che tutto abbraccia  unico e nel predicato afferma intrepido che 
allora niente  fuori di esso. Che colossale idea "creatrice di un sistema"! 
Creatrice di un sistema, infatti. Non son ancora passate altre sei righe ed ecco 
che Dhring, per mezzo del nostro pensiero unitario, ha trasformato l'unicit 
dell'essere nella sua unit. Poich l'essenza di tutto il pensiero consiste 
nell'attivit sintetica unitaria, l'essere, tosto che viene pensato, viene 
pensato come unitario: il concetto del mondo  un concetto indivisibile; e 
poich l'essere pensato, il concetto del mondo,  unitario, l'essere reale, il 
mondo reale,  parimente una unit indivisibile. Conseguentemente, "una volta 
che lo spirito abbia imparato a concepire l'essere nella sua omogenea 
universalit, non c' pi luogo per le trascendenze". 
 questa una campagna di fronte alla quale scompaiono completamente Austerlitz e 
Jena, Kniggrtz e Sedan [29]. Con poche frasi, appena una pagina dopo che 
abbiamo mobilitato il primo assioma, abbiamo gi abolito, eliminato, annientato 
ogni trascendenza, dio, le schiere celesti, il cielo, l'inferno e il purgatorio, 
insieme all'immortalit dell'anima. 
Come arriviamo dall'unicit dell'essere alla sua unit? In generale col pensarlo 
nella mostra mente. L'essere unico diventa nel pensiero un essere unitario, una 
unit ideale, non appena intorno ad esso tendiamo il nostro pensiero unitario 
come una cornice; infatti l'essenza di tutto il pensiero consiste nella riunione 
di elementi della coscienza in una unit. 
Quest'ultima proposizione  semplicemente falsa. In primo luogo il pensiero 
consiste tanto nella scomposizione degli oggetti della coscienza nei loro 
elementi, tanto nella riunione di elementi omogenei in una unit. Senza analisi 
non c' sintesi. In secondo luogo, il pensiero non pu, se non vuol prendere un 
granchio, che raccogliere in una unit quegli elementi della coscienza nei 
quali, o nei prototipi reali dei quali, questa unit esisteva gi da prima. Se 
si assume una spazzola da scarpe sotto l'unit mammifero, ci vuol altro perch 
le crescano le mammelle. L'unit dell'essere, ossia la legittimit del fatto che 
esso venga concepito nel pensiero come unit,  quindi proprio ci che si doveva 
dimostrare, e se Dhring ci assicura che egli pensa nella sua mente l'essere 
unitariamente e non gi come dualit, con ci non ci racconta altro che la sua 
non autorevole opinione. 
Se vogliamo presentare nettamente la linea del suo pensiero, essa  la seguente: 
Io comincio con l'essere. Quindi io penso nella mia mente l'essere. Il pensiero 
dell'essere  unitario. Ma pensare ed essere devono armonizzare; essi sono in 
corrispondenza l'uno con l'altro: "coincidono". Quindi l'essere  unitario anche 
nella realt. Quindi non ci sono "trascendenze". Ma se Dhring avesse parlato 
cos scopertamente invece di regalarci le sentenze oracolari che abbiamo 
riportate sopra, l'ideologia sarebbe stata chiaramente visibile. Voler 
dimostrare, partendo dall'unit di pensiero ed essere, la realt di qualsiasi 
prodotto del pensiero: questo  stato precisamente uno dei pi folli deliri 
febbrili di un Hegel. 
Anche se il suo procedimento dimostrativo fosse giusto, Dhring non avrebbe 
guadagnato sugli spiritualisti neanche un pollice di terreno. Gli spiritualisti 
gli risponderebbero in breve: il mondo  semplice anche per noi; la divisione in 
al di qua e al di l esiste solo per il nostro punto di vista specificamente 
terreno, inficiato dal peccato originale; di s e per s, cio in dio, tutto 
l'essere  uno. E accompagnerebbero Dhring sugli altri corpi celesti a lui cari 
e gliene mostrerebbero uno e pi in cui non ha avuto luogo nessun peccato 
originale; in cui quindi non esiste antitesi tra al di qua e al di l e in cui 
l'unit del mondo  un postulato della fede. 
L'elemento pi comico della cosa  che Dhring per dimostrare la non esistenza 
di dio partendo dal concetto dell'essere, applica la prova ontologica 
dell'esistenza di dio. Essa suona cos: se noi immaginiamo dio, lo immaginiamo 
come la somma di tutte le perfezioni. Ma alla somma di tutte le perfezioni  
inerente prima di tutto l'esistenza, infatti un essere inesistente  
necessariamente imperfetto. Quindi tra le perfezioni di dio dobbiamo annoverare 
anche l'esistenza. Quindi dio deve esistere... Precisamente nella stessa maniera 
ragiona Dhring: se noi pensiamo nella nostra mente l'essere, lo pensiamo come 
un concetto. Ci che  compreso in un concetto  unitario. L'essere dunque non 
corrisponderebbe al suo concetto se non fosse unitario. Conseguentemente dio non 
esiste, ecc. 
Se noi parliamo dell'essere, e semplicemente dell'essere, l'unit pu consistere 
solo nel fatto che tutti gli oggetti di cui si tratta sono, esistono. Essi sono 
raccolti nell'unit di quest'essere e in nessun'altra, e l'espressione comune 
che, essi tutti, sono, non solo non pu dar loro nessun'altra propriet comune o 
non comune, ma esclude, per il momento, dalla nostra considerazione ogni altra 
propriet. Infatti appena ci allontaniamo anche solo di un millimetro dal 
semplice fatto fondamentale che tutte queste cose hanno in comune l'essere, 
cominciano a balzarci agli occhi le differenze di queste cose, e se queste 
differenze consistono nel fatto che di queste cose le une sono bianche e le 
altre sono nere, le une sono animate e le altre inanimate, le une sono, diciamo, 
dell'al di qua, le altre dell'al di l,  cosa che non possiamo decidere 
partendo dal fatto che ad esse tutte egualmente  attribuita la semplice 
esistenza. 
L'unit del mondo non consiste nel suo essere, sebbene il suo esser sia un 
presupposto della sua unit, poich esso deve anzitutto pur essere, prima di 
poter essere uno. Invero l'essere  in generale una questione aperta a partire 
da quel limite oltre il quale cessa il nostro orizzonte visivo. L'unit reale 
del mondo consiste nella sua materialit, e questa  dimostrata non da alcune 
frasi cabalistiche, ma da uno sviluppo lungo e laborioso della filosofia e delle 
scienze naturali. 
Andiamo avanti nella lettura del testo. L'essere, sul quale ci intrattiene 
Dhring, 

"non  quel puro essere che, eguale a se stesso, sarebbe privo di ogni 
determinazione particolare ed effettivamente rappresenta solo un riflesso 
del nulla di pensiero o dell'assenza di pensiero". 

Ma vedremo ora molto presto che il mondo di Dhring in verit prende l'inizio da 
un essere che  privo di ogni distinzione interna, di ogni movimento e di ogni 
cambiamento e quindi  effettivamente solo un riflesso del nulla di pensiero, 
dunque un reale nulla. Solo da questo essere-nulla si sviluppa l'attuale stato 
del mondo, differenziato, pieno di cambiamenti e che presenta uno sviluppo, un 
divenire; e solo dopo aver compreso questo, arriveremo a "tener fermo il 
concetto dell'essere universale eguale a se stesso", pur in questo eterno 
cambiamento. Noi quindi abbiamo ora il concetto dell'essere a un grado 
superiore, grado in cui comprende in se stesso il permanere quanto il mutare, 
tanto l'essere quanto il divenire. Arrivati a questo punto troviamo che "genere 
e specie o, in generale, universale e particolare, sono i pi semplici mezzi di 
differenziazione, senza i quali non pu essere compresa la costituzione delle 
cose". Ma questi sono mezzi di differenziazione della qualit; e avendone 
trattato, possiamo dire "di fronte ai generi sia il concetto della grandezza, 
come concetto di quell'omogeneo nel quale non si trova pi nessuna differenza 
specifica"; cio dalla qualit passiamo alla quantit, e questa  sempre 
"misurabile". 
Confrontiamo ora questa "distinzione precisa degli schemi generali d'azione" e 
il suo "punto di vista realmente critico" con le crudezze, le confusioni, i 
deliri febbrili di un Hegel. Troveremo che la logica di Hegel comincia 
dall'essere, come Dhring; che l'essere risulta come il nulla, come in Dhring; 
che da questo essere-nulla si passa al divenire, il cui risultato  l'esistenza, 
cio una forma pi alta, pi piena dell'essere, precisamente come in Dhring. 
L'esistenza porta alla qualit, la qualit alla quantit, precisamente come in 
Dhring. E perch non manchi nessun elemento essenziale, ecco che cosa ci 
racconta Dhring in un'altra occasione: 

"Dal regno della insensibilit non si entra in quello della sensazione, 
malgrado ogni gradualit quantitativa, che con un salto qualitativo del 
quale noi (...) Possiamo affermare che si differenzia infinitamente dalla 
semplice gradazione di una medesima propriet". 

Questa  precisamente la linea nodale dei rapporti di misura di Hegel, nella 
quale un incremento o una diminuzione semplicemente quantitativi causano, in 
certi particolari punti nodali, un salto qualitativo; il che si ha per es. nel 
caso dell'acqua riscaldata o raffreddata in cui il punto di ebollizione e il 
punto di congelamento sono quei nodi nei quali si compie, a pressione normale, 
il salto in un nuovo stato di aggregazione, nei quali, quindi, la quantit si 
converte repentinamente in qualit. 
La nostra indagine ha tentato, anch'essa, di andare sino alle radici e ha 
trovato, quali radici di quegli schemi fondamentali dhringiani che vanno alle 
radici... i "deliri febbrili" di un Hegel, le categorie della "Logica" 
hegeliana, Parte prima, Dottrina dell'essere, con la "sequenza" rigorosamente 
conforme al vecchio hegelismo e con un timido tentativo di occultare il plagio! 
E non contento di rubare al pi calunniato dei suoi predecessori tutta la 
schematizzazione dell'essere, Dhring, dopo aver portato egli stesso l'esempio 
surriferito della conversione repentina, a salti, della quantit alla qualit, 
ha la faccia tosta di dire di Marx: 

"Come  comico per esempio l'appello" (di Marx) "alla confusa  nebulosa 
idea hegeliana che la quantit si muta in qualit!". 

Confusa e nebulosa idea! Chi si converte qui repentinamente e chi  comico, 
signor Dhring? 
Tutte queste belle cosette, quindi, non solo non sono "assiomaticamente 
risolte", secondo le prescrizioni, ma sono semplicemente riportate dall'esterno, 
cio dalla "Logica" hegeliana. E precisamente, in modo tale che in tutto il 
capitolo non figura mai, neppure una volta, neanche la parvenza di un nesso 
interno, se non nella misura in cui anch'esso  preso in prestito da Hegel, e 
finalmente il tutto va a finire in un vuoto sottilizzare sullo spazio e il 
tempo, sul permanere e il cambiare. 
Dall'essere, Hegel passa all'essenza, alla dialettica. Qui egli tratta delle 
determinazioni della riflessione, delle loro opposizioni e contraddizioni 
interne, come per es. positivo e negativo, arriva poi alla causalit o rapporto 
di causa ed effetto e chiude con la necessit. Non diversamente Dhring. Ci che 
Hegel chiama dottrina dell'essenza, Dhring lo traduce in propriet logiche 
dell'essere. Ma queste consistono anzitutto nell'"antagonismo di forze", in 
opposizioni. La contraddizione, per contro, Dhring la nega radicalmente. 
Ritorneremo pi tardi su questo argomento. Egli passa poi alla causalit e da 
questa alla necessit. Se dunque Dhring dice di se stesso: "Noi che non 
filosofiamo da una gabbia", probabilmente intende che filosofa in gabbia, cio 
nella gabbia dello schematismo hegeliano delle categorie. 


 
 
V. Filosofia della natura. Tempo e spazio
 
  
Passiamo ora alla filosofia della natura. Qui Dhring ha ancora una volta tutte 
le ragioni di essere insoddisfatto dei suoi predecessori. La filosofia della 
natura " caduta cos in basso da essere diventata un'arida pseudopoesia fondata 
sull'ignoranza" e "da esser toccata in sorte alla prostituita filosofastreria di 
uno Schelling e simili piccoli barattieri del sacerdozio dell'assoluto e 
mistificatori del pubblico". La stanchezza ci ha salvato da queste "deformit", 
ma sino ad ora essa ha fatto posto solo all'"inconsistenza"; "e per quel che 
concerne il gran pubblico,  notorio che la scomparsa di un ciarlatano pi 
grande spesso non  stata, per un successore minore, ma pi esperto negli 
affari, che l'occasione per ripetere, sotto mutata insegna, le produzioni 
dell'altro". Gli stessi naturalisti sentono poco "gusto per una escursione nel 
regno delle idee che abbracciano l'universo" e perci non compiono, in campo 
teorico, che delle "improvvisazioni sconclusionate". C' qui da fare un urgente 
salvataggio, e fortunatamente  presente Dhring. 
Per apprezzare giustamente le rivelazioni che ora seguiranno sul dispiegamento 
del mondo nel tempo e sulla sua limitazione nello spazio, dobbiamo rifarci ad 
alcuni passi della "schematizzazione del mondo". 
In perfetta concordanza con Hegel ("Enciclopedia", par. 93) all'essere viene 
attribuita l'infinit, quella che Hegel chiama la cattiva infinit, e questa 
infinit viene ora sottoposta a indagine. 

"La forma pi evidente di una infinit che debba essere pensata senza 
contraddizioni  l'indefinito accumularsi dei numeri nella serie matematica 
(...) come ad ogni numero noi possiamo sempre aggiungere un'altra unit, 
senza mai esaurire la possibilit di un'ulteriore numerazione, cos anche ad 
ogni stato dell'essere succede uno stato ulteriore; e nell'illimitato 
prodursi di questi stati consiste l'infinit. Anche questa infinit, pensata 
con esattezza, non ha perci che una sola forma fondamentale con una sola 
direzione. Cio, sebbene per il nostro pensiero sia indifferente tracciare 
una direzione opposta nell'accumulazione degli stati, tuttavia l'infinit 
regressiva non , con precisione, che una affermazione ideale concepita 
affrettatamente. Invero. Poich essa dovrebbe aver percorso la realt in 
direzione inversa, in ognuno dei suoi stati avrebbe dietro di s una serie 
infinita di numeri. Ma con ci si andrebbe incontro alla contraddizione 
inammissibile di una serie numerica infinita e numerata; e cos si dimostra 
assurdo il postulare ancora una seconda direzione dell'infinit". 

La prima conclusione che si trae da questa concezione dell'infinit  che il 
concatenamento di cause ed effetti nel mondo deve, una volta, aver avuto un 
principio: "un numero infinito di cause, che debbano essersi gi allineate in 
serie una accanto all'altra,  impensabile, non fosse altro per il fatto che 
esso postula come numerato l'innumere". Quindi l'esistenza di una causa ultima  
dimostrata. 
La seconda conclusione  "la legge del numero determinato: l'accumulazione di 
ci che hanno di identico cose indipendenti di qualsiasi genere reale  
pensabile solo come formazione di un numero determinato". Non solo il numero 
attuale dei corpi celesti deve in ogni istante essere un numero in s 
determinato, ma lo deve essere anche il numero reale di tutte le pi piccole 
parti di materia esistenti nel mondo. Quest'ultima necessit  la vera ragione 
per cui non pu pensarsi nessun composto senza atomi. Ogni divisione reale ha 
sempre un limite finale, e deve averlo se non ha da presentarsi la 
contraddizione dell'innumere numerato. Per la stessa ragione, non solo il numero 
delle rivoluzioni che sino ad ora la terra ha compiuto intorno al sole deve 
essere un numero determinato, sebbene non possa essere indicato, ma tutti i 
processi naturali periodici debbono avere avuto un qualche principio, e tutte le 
forme differenti e le variet della natura che si susseguono devono avere le 
loro radici in uno stato eguale a se stesso. Questo stato pu, senza 
contraddizione, essere esistito sin dall'eternit, ma anche quest'idea sarebbe 
esclusa se in s il tempo stesso fosse costituito da parti reali e non fosse 
invece diviso in modo meramente arbitrario mediante le possibilit ideali che il 
nostro intelletto pone. La cosa  diversa quando si tratta del contenuto reale 
ed in se stesso differenziato del tempo; questo tempo realmente riempito di 
fatti per loro natura distinguibili e le forme di esistenza di questa sfera 
appartengono precisamente, per via del loro essere distinto, all'ambito del 
numerabile. Immaginiamo uno stato che sia senza cambiamenti e che, nella sua 
eguaglianza con se stesso, non offra alcuna distinzione e alcuna successione di 
nessun genere; in questo caso anche il concetto pi specifico di tempo si 
trasforma nell'idea pi generale di essere. Che cosa possa significare 
l'accumularsi di un durare vuoto, non si pu assolutamente pensare. Sin qui 
Dhring: ed egli  non poco entusiasta dell'importanza delle sue scoperte. 
Dapprima spera che esse "almeno non saranno prese per una verit di poco conto"; 
ma pi tardi dice: 

"Ci si ricordi di quei procedimenti della pi grande semplicit con i quali 
noi abbiamo reso possibile ai concetti di infinit e alla loro critica di 
raggiungere una portata sinora sconosciuta (...) gli elementi della 
concezione universale dello spazio e del tempo che, dalla precisazione e 
dall'approfondimento presenti, hanno avuto una forma tanto semplice". 

Noi abbiamo reso possibile! Precisazione e approfondimento presenti! Ma chi 
siamo noi, e quando ha luogo il nostro presente? Chi approfondisce e precisa? 

"Tesi. Il mondo ha un principio nel tempo e, per quanto concerne lo spazio, 
 anche incluso in limiti. Dimostrazione: Infatti, se si ammette che il 
mondo non abbia un principio nel tempo, fino ad ogni istante dato sar 
trascorsa una eternit, e conseguentemente nel mondo sar trascorsa una 
serie infinita di stadi successivi delle cose. Ma ora, l'infinit di una 
serie consiste precisamente nel fatto che essa non pu mai essere completata 
da una sintesi successiva. Dunque una serie infinita di mondi passati  
impossibile, e con ci un principio del mondo  condizione necessaria della 
sua esistenza; come dovevasi dimostrare. Riguardo al secondo punto, si 
ammetta, ancora una volta, il contrario; il mondo sar un tutto dato e 
infinito di cose coesistenti. Ora, noi non possiamo pensare la grandezza di 
un quantum, che non sia dato ad ogni intuizione entro certi limiti, in 
nessun'altra maniera che mediante la sintesi delle due parti e non possiamo 
pensare la totalit di un tale quantum se non per mezzo della sintesi 
completa o per mezzo del ripetuto aggiungersi dell'unit a se stessa. Di 
conseguenza, per pensare il mondo che riempie tutti gli spazi, come un 
tutto, la sintesi successiva delle parti di un mondo infinito dovrebbe 
ritenersi completata, cio dovrebbe ritenersi trascorso, nella enumerazione 
di tutte le cose coesistenti, un tempo infinito, il che  impossibile. Per 
conseguenza un aggregato infinito di cose reali non pu ritenersi come un 
tutto dato e conseguentemente nemmeno come dato nello stesso tempo. Ne 
consegue che un mondo, per quel che concerne l'estensione nello spazio, non 
 infinito, ma incluso nei suoi limiti; ci che era il secondo punto" (da 
dimostrare). 

Queste proposizioni sono copiate letteralmente da un libro ben noto, che apparve 
per la prima volta nel 1781 ed  intitolato "Critica alla ragion pura", di 
Immanuel Kant, dove ognuno pu leggerle nella prima parte, seconda sezione, 
secondo libro, secondo capitolo, secondo paragrafo: Prima antinomia della ragion 
pura. A Dhring spetta perci solamente la gloria di avere applicato il nome di 
legge del numero determinato ad un'idea espressa da Kant e di avere fatto la 
scoperta che una volta c'era un tempo nel quale non c'era tempo, sebbene ci 
fosse un mondo. Per tutto il resto, quindi per tutto ci che nella disquisizione 
di Dhring ha ancora qualche senso, "noi"  Immanuel Kant e il "presente" non ha 
che novantacinque anni. "Semplicissimo", in verit! Notevole "portata sinora 
sconosciuta"! 
Ma invero Kant non sostiene affatto che i teoremi surriferiti siano esauriti 
dalla sua dimostrazione. Al contrario: nella pagina di fronte egli afferma e 
dimostra l'opposto: che il mondo non ha un principio nel tempo e non ha un 
termine nello spazio; e fa consistere l'antinomia, la contraddizione insolubile, 
proprio nel fatto che delle due proposizioni l'una  altrettanto dimostrabile 
quanto l'altra. Gente di minore statura sarebbe probabilmente rimasta perplessa 
vedendo come "un Kant" trova qui una difficolt insolubile. Non cos il nostro 
valoroso manipolatore "di conclusioni e di vedute originali sin dalle 
fondamenta": di una antinomia di Kant costui copia intrepidamente ci che gli 
pu servire e il resto lo butta via. 
Il problema per se stesso si risolve in modo molto semplice. Eternit nel tempo 
e infinit nello spazio consistono, gi originariamente e secondo il semplice 
senso letterale delle parole, nel non aver un termine in nessuna direzione, n 
avanti n indietro, n su n gi, n a destra n a sinistra. Questa infinit  
una cosa assolutamente diversa da quella di una serie infinita, infatti questa 
comincia a priori sempre da uno, da un primo membro. L'inapplicabilit di questa 
idea della serie al nostro oggetto diviene immediatamente evidente se la 
applichiamo allo spazio. La serie infinita, tradotta in linguaggio spaziale,  
la linea tirata da un punto determinato, in una direzione determinata e 
prolungata all'infinito.  con ci espressa, sia pure solo lontanamente, 
l'infinit dello spazio? Al contrario; per concepire le dimensioni dello spazio, 
si devono avere giusto sei linee tirate da questo unico punto in tre dimensioni 
opposte; e conseguentemente di queste dimensioni ne avremmo sei. Kant comprese 
cos bene tutto questo, che solo indirettamente, per una via traversa, trasport 
la sua serie numerica anche nella spazialit del mondo. Dhring, invece, ci 
costringe ad ammettere sei dimensioni nello spazio e subito dopo non trova 
parole sufficienti per esprimere la sua indignazione contro il misticismo 
matematico di Gauss, che non intendeva accontentarsi delle solite tre dimensioni 
dello spazio [30]. 
Applicata al tempo, la linea, o serie di unit, infinita nelle due direzioni ha 
un certo senso metaforico. Ma se ci rappresentiamo il tempo come numerato a 
partire da uno, o come una linea che parta da un punto determinato, con ci 
diciamo in anticipo che il tempo ha un principio: diamo come presupposto 
precisamente ci che dobbiamo dimostrare. Diamo all'infinit del tempo un 
carattere unilaterale, dimezzato; ma un'infinit unilaterale, un'infinit 
dimezzata,  una contraddizione anche in se stessa, il contrario esatto di una 
"infinit pensata senza contraddizioni". Da questa contraddizione possiamo venir 
fuori solo se ammettiamo che l'uno con cui cominciamo a numerare la serie, che 
il punto dal quale partiamo per misurare la linea, sia un qualunque uno della 
serie, un punto qualunque nella linea, riguardo ai quali, per la linea o per la 
serie, non ha alcuna importanza dove li poniamo. 
Ma la contraddizione della "serie numerica infinita e numerata"? Saremo in grado 
di indagarla da vicino non appena Dhring ci avr esibito il pezzo di bravura di 
numerarla. Ne riparleremo quando sar riuscito a contare da - 8 (meno infinito) 
a zero.  chiaro invero che dovunque egli comincer a contare, si lascer sempre 
alle spalle una serie infinita e con essa il compito che doveva assolvere. Si 
provi solo a rovesciare la sua serie infinita 1 + 2 + 3 + 4... e tenti di 
contare da capo, partendo dal termine infinito sino ad uno: sar evidentemente 
il tentativo di un uomo che non capisce affatto di che cosa si tratta. Ma c' di 
pi. Dhring, affermando che la serie infinita del tempo trascorso  numerata, 
afferma conseguentemente che il tempo ha un principio; infatti, diversamente non 
potrebbe, di certo, nemmeno cominciare a "numerare". Quindi ancora una volta 
introduce di soppiatto come presupposto ci che deve dimostrare. L'idea della 
serie infinita e numerata, in altri termini, la legge dhringiana del numero 
determinato, legge che abbraccia l'universo, non  quindi che una contradictio 
in adjecto, contiene in se stessa una contraddizione, e invero una 
contraddizione assurda. 
 chiaro che l'infinit che ha una fine, ma non ha un principio, non  pi n 
meno infinita di quella che ha un principio ma non ha una fine. L'intuito 
dialettico pi modesto avrebbe dovuto suggerire a Dhring che principio e fine 
sono necessariamente legati l'uno all'altra, come il polo nord e il polo sud, 
che, se si omette la fine, il principio diventa precisamente la fine, l'unica 
fine che la serie ha, e viceversa. Tutta l'illusione sarebbe impossibile senza 
la consuetudine propria della matematica di operare con serie infinite. Poich 
nella matematica si deve partire dal determinato, dal finito, per arrivare 
all'indeterminato, all'infinito, tutte le serie matematiche, positive o 
negative, devono cominciare da uno, altrimenti sarebbe impossibile servirsene 
per calcolare. Ma l'esigenza ideale del matematico  molto lontana dall'essere 
una legge obbligatoria per il mondo reale. 
Del resto Dhring non riuscir a pensare senza contraddizione la reale infinit. 
L'infinit  una contraddizione ed  piena di contraddizioni.  gi una 
contraddizione che una infinit debba essere composta puramente di cose finite, 
eppure questo avviene. La limitatezza del mondo materiale porta a contraddizioni 
non meno della sua illimitatezza, ed ogni tentativo di eliminare queste 
contraddizioni porta, come abbiamo visto, a nuove e peggiori contraddizioni. 
Precisamente perch l'infinit  una contraddizione, essa  un processo infinito 
che si svolge senza un termine nello spazio e nel tempo. La soppressione della 
contraddizione sarebbe la fine dell'infinit. Tutto questo Hegel lo aveva gi 
compreso in modo assolutamente giusto e perci egli tratta con meritato 
disprezzo anche quei signori che si stillano il cervello intorno a questa 
contraddizione. 
Andiamo avanti. Dunque il tempo ha avuto un principio. Che cosa c'era prima di 
questo principio? Il mondo che si trovava in uno stato eguale a se stesso, 
immutabile. E poich in questo stato non abbiamo mutamenti successivi, anche il 
concetto pi specifico di tempo si trasforma nell'idea pi generale dell'essere. 
In primo luogo, qui a noi non interessa affatto quali concetti si trasformino in 
testa a Dhring. Non si tratta del concetto di tempo, ma del tempo reale e di 
questo Dhring non si liberer tanto a buon mercato. In secondo luogo, per 
quanto il concetto di tempo possa trasformarsi nell'idea pi generale 
dell'essere, non perci noi faremo un passo avanti. Infatti, le forme 
fondamentali di tutto l'essere sono spazio e tempo, e un essere fuori del tempo 
 un assurdo altrettanto grande quanto un essere fuori dello spazio. L'"essere 
trascorso senza tempo" di Hegel, il neoschellingiano "essere impensabile in 
precedenza" [31] sono idee razionali in confronto a quest'essere fuori dal 
tempo. Perci Dhring si mette all'opera anche con molta cautela: parlando con 
precisione, probabilmente c' un tempo, ma  un tempo tale che in fondo non si 
pu chiamare tempo: il tempo, invero, in se stesso, non consta di parti reali, e 
solo dal nostro intelletto viene arbitrariamente diviso, solo un tempo realmente 
riempito di parti distinguibili appartiene alla sfera del numerabile: che cosa 
possa significare l'accumularsi di un vuoto durare  cosa che non si pu 
assolutamente pensare. Che cosa possa significare questo accumularsi  cosa qui 
assolutamente indifferente; ci si chiede se il mondo, nello stato che qui  
presupposto, dura, ha una durata nel tempo. Che a misurare una tale durata priva 
di contenuto non si ricavi niente, precisamente come a misurare lo spazio vuoto 
senza scopo e senza meta,  cosa che sappiamo gi da lungo tempo, e anzi, 
proprio per via dell'insulsaggine di questo procedere, Hegel questa infinit la 
chiama anche cattiva infinit. Secondo Dhring il tempo esiste solo in virt del 
cambiamento e non esiste il cambiamento nel tempo e in virt del tempo. 
Precisamente perch il tempo  diverso e indipendente dal cambiamento, lo si pu 
misurare per mezzo del cambiamento, infatti il misurare implica sempre una cosa 
diversa da quella da misurare. E il tempo nel quale non avvengono cambiamenti 
avvertibili  molto lontano da non essere un tempo; esso  invece il tempo puro, 
non affetto da mescolanze estranee, e quindi il tempo vero, il tempo come tale. 
Infatti se noi vogliamo cogliere il concetto di tempo in tutta la sua purezza, 
separato da ogni mescolanza estranea e indebita, siamo costretti a metter da 
parte come indebiti tutti i veri avvenimenti che accadono simultaneamente o 
successivamente nel tempo, e conseguentemente a rappresentarci un tempo nel 
quale non avviene niente. Con ci, dunque, noi non abbiamo fatto assorbire il 
concetto di tempo dall'idea generale dell'essere, ma siamo solo arrivati al 
concetto puro di tempo. 
Ma tutte queste contraddizioni e impossibilit sono ancora un puro giuoco da 
bambino di fronte alla confusione in cui cade Dhring col suo stato iniziale 
eguale a se stesso del mondo. Se una volta il mondo era in uno stato in cui non 
avveniva assolutamente nessun cambiamento, come ha potuto passare da questo 
stato al cambiamento? Ci che  assolutamente privo di cambiamento e che inoltre 
 in questo stato dall'eternit, non pu da se stesso uscire da questo stato e 
passare a quello di movimento e di cambiamento.  necessario quindi che 
dall'esterno, dal di fuori del mondo, sia venuto un primo impulso che lo abbia 
posto in movimento. Ma  noto che il "primo impulso" non  che un'altra 
espressione per dire dio. Quel dio e quell'al di l che Dhring nella sua 
schematizzazione del mondo pretendeva di aver cos bellamente liquidato, egli 
stesso li riporta tutti e due, precisati e approfonditi, nella filosofia della 
natura. 
Inoltre Dhring dice: 

"Laddove un elemento costante dell'essere ha una grandezza, questa rimarr 
immutata nella sua determinatezza. Questo vale (...) per la materia e per 
l'energia meccanica". 

Detto di passaggio, la prima proposizione fornisce un esempio prezioso della 
magniloquenza assiomatico-tautologica di Dhring: laddove una grandezza non 
cambia, resta la stessa. Quindi la quantit di energia meccanica che c' nel 
mondo resta eternamente la stessa. Noi prescinderemo dal fatto che, nella misura 
in cui tutto questo  giusto, nella filosofia Descartes lo aveva gi saputo e 
detto circa trecento anni fa [32], e che nella scienza della natura la dottrina 
della conservazione dell'energia da vent'anni  in voga dappertutto; 
prescinderemo anche dal fatto che Dhring, limitandola all'energia meccanica, 
non migliora in nessun modo questa dottrina. Ma dov'era l'energia meccanica al 
tempo dello stato d'immutabilit? A questa domanda Dhring ci rifiuta 
ostinatamente ogni risposta. 
Signor Dhring, dov'era allora quell'energia meccanica che resta eternamente 
eguale a se stessa, e che cosa faceva? Risposta: 

"Lo stato originario dell'universo o, pi chiaramente, di un essere della 
materia privo di cambiamenti, non includente nessun accumularsi di 
cambiamenti nel tempo,  una questione che pu essere respinta solo da 
quell'intelligenza che vede l'apice della saggezza nell'accumularsi della 
propria forza di procreazione". 

Dunque: o accettate ad occhi chiusi il mio stato originario di immutabilit o 
io, il valido procreatore Eugen Dhring, vi dichiaro spiritualmente eunuchi. 
Certo pi d'uno si spaventer di tutto questo. Noi, noi che abbiamo visto 
qualche esempio della forza di procreazione di Dhring, potremo permetterci 
provvisoriamente di lasciare senza risposta l'elegante ingiuria e domandare 
ancora una volta: Ma, signor Dhring, per favore, come la mettiamo con l'energia 
meccanica? 
Il sig. Dhring si confonde subito. In effetti, balbetta, 

"l'assoluta identit di quello stato-limite iniziale non fornisce in se 
stessa nessun principio di transizione. Richiamiamoci tuttavia alla memoria 
che la situazione , in fondo, eguale in ogni nuovo anello, per piccolo che 
sia, della catena delle esistenze che noi ben conosciamo. Chi, dunque, 
solleva difficolt nel caso principale che ci sta davanti, stia attento a 
non dispensarsene in occasioni meno appariscenti. Inoltre la possibilit di 
inserire stati intermedi in gradazione progressiva sussiste, e con ci si 
apre quel ponte della continuit che ci fa arrivare regressivamente sino 
all'estinzione del processo di cambiamento. In verit in sede puramente 
concettuale questa continuit non ci aiuta a superare la difficolt 
dell'idea principale, ma essa  per noi la forma fondamentale di ogni 
regolarit e di ogni processo di transizione altrimenti noto, cosicch noi 
abbiamo il diritto di servircene come di un anello di congiunzione tra quel 
primo stato di equilibrio e la sua rottura. Invece, se noi pensassimo 
l'equilibrio cosiddetto (!) immobile secondo quei concetti che ella nostra 
meccanica odierna sono ammessi senza nessuna particolare presa di posizione 
(!), non sarebbe assolutamente possibile indicare in che modo la materia sia 
potuta arrivare al processo di cambiamento". 

Oltre alla meccanica delle masse ci sarebbe ancora una trasformazione del 
movimento delle masse in movimento delle particelle pi piccole, ma riguardo al 
modo in cui questo accade, 

"per questo noi non abbiamo a disposizione sino ad ora nessun principio 
generale e non dobbiamo perci affatto meravigliarci se questi fenomeni 
vanno a perdersi un po' nell'oscurit". 

Questo  tutto ci che Dhring ha da dire. E in effetti per farci pascere di 
questi sotterfugi e di queste circonlocuzioni veramente miserevoli, dovremmo 
vedere il culmine della saggezza non solamente nell'autolimitarsi della propria 
forza di procreazione, ma anche nella pi cieca superstizione. Da se stessa, lo 
conferma Dhring, l'assoluta identit non pu pervenire al cambiamento. Non 
esiste di per s nessun mezzo per cui l'equilibrio assoluto possa passare nel 
movimento. Che cosa c' allora? Ci sono tre argomentazioni false e miserevoli. 
Primo: si afferma che  altrettanto difficile dimostrare il passaggio da ogni 
anello, per piccolo che sia, della catena dell'esistenza a noi ben nota, al 
successivo. Sembra che Dhring ritenga i suoi lettori dei lattanti. La 
dimostrazione dei singoli passaggi e dei singoli nessi dei pi piccoli anelli 
della catena dell'esistenza costituisce appunto il contenuto della scienza della 
natura, e se qualche cosa non va, nessuno pensa, neanche Dhring, di spiegare 
dal nulla il movimento avvenuto, ma solo dalla trasmissione, dalla 
trasformazione o dalla propagazione di un movimento precedente. Qui invece si 
tratta, come ammette egli stesso, di far sorgere il movimento dall'immobilit e 
quindi dal nulla. 
Secondo: abbiamo il "ponte della continuit". Questo, certamente, in sede 
puramente concettuale non ci aiuta a vincere la difficolt, ma noi abbiamo pure 
diritto di usarlo come anello di congiunzione tra l'immobilit e il movimento. 
Disgraziatamente la continuit dell'immobilit consiste nel non muoversi; rimane 
pi misterioso che mai. Il modo con cui si possa cos generare il movimento. 
Dhring frazioni pure in particelle infinitamente piccole il suo passaggio dal 
nulla di movimento al movimento universale e attribuisca a questo nulla una 
durata temporale lunga quanto vuole, non avremo progredito comunque neppure di 
un decimillesimo di millimetro. Dal nulla non possiamo mai arrivare a qualcosa 
senza un atto creativo, fosse anche questo qualche cosa piccolo come una 
differenziale matematica. Il ponte della continuit non  quindi neppure un 
ponte dell'asino,  un ponte che solo Dhring pu passare. 
Terzo: sino a quando la meccanica odierna avr validit, ed essa secondo Dhring 
 una delle leve essenziali per la formazione del pensiero, non si potr 
assolutamente indicare come si arriva dalla immobilit al movimento. Ma la 
teoria meccanica del calore ci mostra che un movimento di masse si trasforma, in 
circostanze determinate, in un movimento molecolare (sebbene anche qui un 
movimento proceda da un altro movimento e mai da uno stato d'immobilit) e 
questo, accenna timidamente Dhring, potrebbe fornirci, eventualmente, un ponte 
tra ci che  strettamente statico (in equilibrio) e ci che  dinamico (in 
movimento). Ma questi processi "vanno a perdersi un po' nell'oscurit". Ed  
proprio nell'oscurit che Dhring ci lascia. 
Con tutto questo approfondimento e con tutta questa precisazione siamo arrivati 
al punto di esserci sempre pi sprofondati in un assurdo sempre pi precisato e 
di avere toccato terra alla fine dove necessariamente dovevamo toccar terra: 
"nell'oscurit". Ma tutto questo preoccupa poco Dhring. Proprio alla pagina 
seguente ha la faccia tosta di affermare che egli ha potuto "concordare il 
concetto del permanere immutabile di un contenuto reale tratto immediatamente 
dal comportamento della materia e dalle forze meccaniche". E quest'uomo d del 
"ciarlatano" ad altri! 
Fortunatamente in tutto questo disperato smarrimento, in tutta questa disperata 
confusione nell'"oscurit", resta ancora una consolazione, ed  certo 
edificante: "La matematica degli abitanti di altri corpi celesti non pu 
poggiare su assiomi diversi da quelli della nostra!". 
  
Note
24. Karl Ludwing Michelet  detto "l'ebreo errante della scuola hegeliana" 
evidentemente perch egli non faceva che correre dietro a un hegelismo 
superficialmente inteso. Nel 1876 cominci a pubblicare un "sistema di 
filosofia" in cinque volumi (l'ultimo risale al 1881) che nella struttura 
generale imitava il piano dell'"Enciclopedia" di Hegel (G. L. Michelet, "Il 
sistema della filosofia come scienza esatta comprendente logica, filosofia della 
natura e filosofia dello spirito"). 
25. Nel 1885, mentre preparava la seconda edizione dell'"Anti-Dhring", Engels 
pens di mettere a questo punto una nota, il cui abbozzo ("Sui prototipi 
dell'infinito matematico nel mondo reale") fu poi da lui incluso tra i materiali 
per la "Dialettica della natura". 
26. Allusione alla sottomissione servile dei prussiani, che accettarono la 
costituzione "elargita" (oktroyert) loro il 5 dicembre 1848 da Federico 
Guglielmo IV, contemporaneamente allo scioglimento dell'Assemblea nazionale. 
Nell'elaborazione di questa "carta costituzionale per lo Stato prussiano" ebbe 
parte decisiva il ministro reazionario Manteuffel. 
27. Vedi Hegel, "Encyklopdie der philosophischen...", par. 188, e "Wissenschaft 
der Logik", libro terzo, sezione prima, capitolo terzo, e sezione terza, 
capitolo secondo. 
28. Nella prima sezione dell'"Anti-Dhring" tutti questi riferimenti senza 
ulteriore indicazione concernono il "Cursus der Philosophie..." di Dhring. 
29. Ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, truppe russe e austriache si scontrarono 
con le truppe francesi di Napoleone, che riport la vittoria. La battaglia di 
Jena, combattuta il 14 ottobre 1806 tra l'esercito francese di Napoleone e le 
truppe prussiane, si concluse con la disfatta di queste ultime e port alla 
capitolazione della Prussia. La battaglia di Kniggrtz, il 3 luglio 1866, 
decise la vittoria della Prussia nella guerra austro-prussiana;  ricordata 
anche come battaglia di Sedowa. Nella battaglia di Sedan il 1 e il 2 settembre 
1870, scontro decisivo della guerra franco-tedesca del 1870-71, le truppe 
tedesche sconfissero l'esercito francese di Mac-Mahon e lo costrinsero alla 
capitolazione. 
30. Il grande matematico Karl Friedrich Gauss fu un precursore della geometria 
non euclidea. 
31. Cfr. Hegel, "Wissenschaft der Logik", libro secondo: "Das Wesen". Della 
categoria schellinghiana dell'"essere impenabile in precedenza" Engels parla nel 
suo opuscolo "Schelling e la Rivelazione" (1842). 
32. La concezione del movimento come un quanto costante (conservazione della 
qualit di movimento) fu sviluppata da Cartesio nella sua trattazione sulla luce 
(parte prima dell'opera "De Mundo", scritta negli anni 1630-1633 ma pubblicata 
nel 1664, quattordici anni dopo la morte di Cartesio) e nella sua lettera a de 
bearne del 30 aprile 1639. Pi ampiamente essa  esposta nei suoi "Principia 
philosophiae", Amsterdam, 1644, parte seconda, par 36. 
  
 



Anti-Dhring
Prima Sezione: Filosofia
  
IX. Morale e diritto. Verit eterne
 
  
Ci asterremo dal dare piccoli saggi del guazzabuglio di insulsaggini e di 
oracoleggiamenti, in breve delle semplici corbellerie che Dhring per intere 
cinquanta pagine propina ai suoi lettori, come scienza che va alle radici, sugli 
elementi della coscienza. Citeremo solo questo: "Chi  capace di pensare solo 
con l'aiuto del linguaggio, ancora non ha mai appreso cosa significhi un 
pensiero astratto e puro". Su questa base gli animali sono i pensatori pi 
astratti e puri perch il loro pensiero non  mai turbato dall'intrusione 
indiscreta del linguaggio. A dire il vero, nei pensieri dhringiani e nel 
linguaggio che li esprime si pu vedere quanto poco questi pensieri siano fatti 
per una qualsiasi lingua e quanto poco la lingua tedesca sia fatta per questi 
pensieri. 
Alla fine ci salva la quarta sezione che, a prescindere dalla solita molle 
retorica, almeno qua e l ci offre qualche cosa di comprensibile sulla morale e 
il diritto. Questa volta, siamo invitati proprio sul principio ad un viaggio 
sugli altri corpi celesti: gli elementi della morale si debbono 

"concordamente (...) ritrovare in tutti gli esseri sovrumani nei quali un 
intelletto attivo deve occuparsi di ordinare consapevolmente gli elementi 
istintivi della vita (...) Eppure la nostra partecipazione a tali deduzioni 
rester scarsa (...) Ma, a prescindere da ci, resta sempre un'idea che 
allarga beneficamente il nostro orizzonte, l'immaginarci che su altri corpi 
celesti la vita individuale e comune debba partire da uno schema che (...) 
non pu n evitare n sopprimere il fatto fondamentale e generale del 
costituirsi di un essere che agisce secondo ragione". 

Se la validit delle verit duhringiane anche per tutti gli altri mondi 
possibili, in via eccezionale,  messa qui in cima anzich alla fine del 
capitolo che ne tratta, questo fatto ha la sua ragione sufficiente. Se si  
assodata per la prima volta la validit delle idee dhringiane sulla morale e la 
giustizia per tutti i mondi, tanto pi facilmente la validit di queste idee si 
potr estendere beneficamente a tutti i tempi. Ma ancora una volta qui non si 
tratta di qualcosa meno importante di una verit definitiva di ultima istanza. 
Il mondo morale ha "come quello del sapere in generale (...) i suoi principi 
stabili e i suoi elementi semplici", i principi morali stanno 

"al di sopra della storia e delle odierne differenze dei caratteri dei 
popoli (...) Le verit particolari che nel corso dello sviluppo compongono 
la consapevolezza morale pi completa e, per cos dire, la coscienza, 
possono, nella misura in cui le si conoscono fin nei loro ultimi fondamenti, 
pretendere una validit ed una portata analoga alle conoscenze e alle 
applicazioni della matematica. Le verit pure in generale sono immutabili 
(...) cosicch in generale  una sciocchezza supporre che l'esattezza della 
conoscenza possa essere attaccata dal tempo e dalle alterazioni reali". 

Perci la certezza di un sapere rigoroso e la sufficienza della pi comune 
conoscenza non ci fanno arrivare, se siamo in uno stato di riflessione, a 
dubitare dell'assoluta validit dei principi scientifici. 

"Gi lo stesso dubbio permanente  uno stato di debolezza morbosa e non 
altro che l'espressione di un'assoluta confusione che talvolta cerca, nella 
consapevolezza sistematica della propria nullit, l'apparenza di un certo 
carattere. Nelle questioni etiche la negazione dei principi generali si 
aggrappa alle verit geografiche e storiche dei costumi e dei principi, e si 
concede al dubbio che ci che  eticamente malvagio e cattivo  
inevitabilmente necessario, pi che mai essa crede di essersi sbarazzata del 
riconoscimento del serio valore e della effettiva efficienza di impulsi 
morali concordanti. Questa scepsi corrosiva che si svolge non gi contro 
singole dottrine false, ma contro la stessa capacit umana di una moralit 
cosciente, sbocca finalmente in un vero nulla, anzi propriamente in un 
qualche cosa che  peggio del puro e semplice nichilismo (...) Essa si 
illude di dominare a buon mercato nel suo caos confuso di idee morali 
disarticolate e di poter spalancare tutte le porte al capriccio privo di 
principi. Ma si inganna fortemente: infatti il semplice richiamo alle 
inevitabili vicende dell'intelletto nell'errore e nella verit,  
sufficiente per far riconoscere gi con questa sola analogia che la 
fallibilit, conforme alle leggi naturali, non esclude di necessit il 
raggiungimento di ci che  giusto." 

abbiamo sinora tranquillamente accettato tutte queste frasi pompose di Dhring 
riguardanti verit definitive di ultima istanza, sovranit del pensiero, 
assoluta certezza del conoscere, ecc., perch la cosa poteva essere decisa 
solamente al punto a cui ora siamo arrivati. Sinora  stato sufficiente indagare 
sino a che punto le singole affermazioni della filosofia della realt avessero 
"valore sovrano" e "diritto incondizionato alla verit"; qui ci troviamo di 
fronte alla questione di sapere se e quali prodotti dell'umano conoscere possano 
avere in generale valore sovrano e diritto incondizionato alla verit. Se dico: 
dell'umano conoscere, lo dico non con qualche intenzione offensiva verso gli 
abitanti di altri corpi celesti, che non ho l'onore di conoscere, ma solo perch 
anche gli animali conoscono, ma in un modo che non  affatto sovrano. Il cane 
riconosce nel suo padrone il suo dio, per quanto questo signore possa essere il 
pi gran mascalzone. 
Il pensiero umano  sovrano? Prima di rispondere con un si o con un no, dobbiamo 
indagare che cosa  il pensiero umano.  il pensiero di un uomo singolo? No. Ma 
esiste solo come il pensiero singolo di molti miliardi di uomini passati, 
presenti e futuri. Se ora dico che questo pensiero di tutti questi uomini, 
compresi i futuri, sintetizzato nella mia rappresentazione,  sovrano,  in 
condizione di conoscere il mondo quale , purch l'umanit continui ad esistere 
abbastanza a lungo ed in quanto non siano posti limiti a questo conoscere negli 
organi e negli oggetti della conoscenza, dico qualche cosa che  discretamente 
banale e molto discretamente inutile. Infatti il risultato pi valido dovrebbe 
essere quello di renderci estremamente diffidenti verso ci che attualmente 
conosciamo, perch invero con ogni probabilit noi siamo pressappoco all'inizio 
della storia dell'umanit, e le generazioni che ci correggeranno saranno 
probabilmente molto pi numerose di quelle la cui conoscenza noi -assai spesso 
con troppo disprezzo- siamo in condizione di correggere. 
Dhring stesso dichiara essere una necessit che la coscienza, e quindi anche il 
pensare e il conoscere, non si possano manifestare se non in una serie di esseri 
individuali. Noi possiamo attribuire sovranit al pensiero di ciascuno di questi 
individui, solo in quanto non conosciamo nessun potere che sia capace di 
imporgli con la forza un qualunque pensiero quando  sano e sveglio. Per quel 
che concerne il valore sovrano delle conoscenze di ogni pensiero individuale, 
noi tutti sappiamo che non se ne pu parlare affatto e che, per quanto ne 
sappiamo sinora, esse, senza eccezioni, recano sempre in s un numero maggiore 
di elementi suscettibili di correzione piuttosto che di elementi non 
suscettibili di correzione o giusti. 
In altre parole: la sovranit del pensiero si realizza in una serie di uomini 
che pensano in un modo assolutamente privo di sovranit; la conoscenza che ha 
incondizionata pretesa di verit, si realizza in una serie di relativi errori; 
n l'uno n l'altra possono realizzarsi altrimenti che mediante una durata 
infinita della vita dell'umanit. 
Abbiamo qui la stessa contraddizione che si aveva gi sopra, tra il carattere, 
rappresentato necessariamente come assoluto, del pensiero umano ed il suo 
realizzarsi in singoli individui il cui pensiero  limitato, contraddizione che 
pu risolversi solo nel progredire infinito, nella successione delle generazioni 
umane che, almeno per noi,  praticamente infinita. In questo senso il pensiero 
umano , nella stessa misura, sovrano e non sovrano e la sua capacit 
conoscitiva , nella stessa misura, limitata e illimitata. Sovrano e illimitato 
per la sua disposizione, la sua vocazione, la sua possibilit, la sua meta 
finale nella storia; non sovrano e limitato nella sua espressione singola e 
nella sua realt di ogni momento. 
Lo stesso si ha per le verit eterne. Se mai l'umanit arrivasse al punto di non 
operare che su verit eterne, su risultati del pensiero che posseggano il valore 
sovrano e l'incondizionata pretesa di verit, essa sarebbe pervenuta a quel 
punto in cui l'infinit del mondo intellettivo sarebbe esaurita tanto in atto 
che in potenza, e sarebbe compiuto il celeberrimo miracolo dell'innumere 
numerato. 
Ma ci sono, ora, verit cos saldamente stabilite che ogni dubbio su esse appaia 
sinonimo di follia? Due volte due fanno quattro, i tre angoli di un triangolo 
sono equivalenti a due retti, Parigi  in Francia, un uomo senza cibo muore di 
fame, ecc.? ci sono quindi verit eterne, verit definitive di ultima istanza? 
Certamente. Noi possiamo, alla vecchia e nota maniera, dividere tutto il dominio 
del conoscere in tre grandi sezioni. La prima comprende tutte le scienze che si 
occupano della natura non vivente e sono pi o meno suscettibili di una 
trattazione matematica: matematica, astronomia, meccanica, fisica, chimica. Se 
qualcuno trova gusto ad applicare grandi parole a cose molto semplici, si pu 
dire che certi risultati di queste scienze sono verit eterne, verit definitive 
di ultima istanza; e per tale ragione queste scienze si sono chiamate anche 
esatte: ma non per questo tutti i risultati. Con l'introduzione delle grandezze 
variabili e con l'estensione della loro variabilit fino all'infinitamente 
piccolo e l'infinitamente grande, la matematica, altre volte tanto austera, ha 
commesso il suo peccato originale; ha mangiato il pomo della conoscenza che le 
ha aperto la carriera dei successi pi giganteschi, ma anche quella degli 
errori. Lo stato verginale dell'assoluta validit e dell'irrefutabile 
dimostrabilit di tutto ci che  matematico se ne  andato per sempre; ha fatto 
irruzione il regno delle controversie e siamo arrivati al punto che la maggior 
parte della gente fa calcoli differenziali e integrali, non perch intenda ci 
che fa, ma per pura fede, poich sinora questo  sempre riuscito bene. Con 
l'astronomia e la meccanica le cose vanno ancora peggio, nella fisica e nella 
chimica ci troviamo in mezzo alle ipotesi come in mezzo ad uno sciame di api. E 
non  possibile che la cosa sia diversa. Nella fisica abbiamo a che fare con il 
movimento di molecole, nella chimica con la formazione di molecole da atomi, e 
se l'interferenza delle onde luminose non  una favola, noi non abbiamo nessuna 
prospettiva di veder mai queste cose interessanti con i nostri occhi. Col tempo 
le verit definitive di ultima istanza diventano in questo campo stranamente 
rare. 
Ancora peggio siamo nella geologia che, per sua natura, si occupa principalmente 
di processi ai quali non solo noi, ma in generale nessun uomo ha mai assistito. 
Il bottino di verit eterne di ultima istanza comporta perci in questo campo 
grandissima fatica e per giunta  straordinariamente scarso. 
La seconda classe di scienze  quella che abbraccia l'indagine sugli organismi 
viventi. In questo campo si sviluppa una tale variet di relazioni reciproche e 
di causalit che non solo ogni questione risolta suscita un numero infinito di 
questioni nuove, ma anche ogni nuova questione pu essere risolta per lo pi 
solo parzialmente per via di una serie di indagini che spesso esigono secoli; e 
cos il bisogno di una concezione sistematica dei nessi costringe sempre di 
nuovo a circondare le verit definitive di ultima istanza di una fitta siepe di 
ipotesi. Che lunga serie di intermediari  stata necessaria da Galeno a Malpighi 
per dimostrare una cosa cos semplice come la circolazione del sangue nei 
mammiferi, quanto poco sappiamo della genesi dei globuli rossi e quanti anelli 
intermedi ci mancano oggi per stabilire, per es., un nesso razionale tra i 
fenomeni di una malattia e le sue cause! Inoltre avvengono abbastanza spesso 
scoperte, come quella della cellula, che ci costringono a sottoporre ad una 
revisione totale tutte le verit definitive di ultima istanza sin qui stabilite 
nel campo della biologia, e ad eliminarne una volta per sempre delle intere 
cataste. Quindi chi voglia qui stabilire verit realmente pure ed immutabili, 
dovr accontentarsi di banalit come: tutti gli uomini devono morire, tutte le 
femmine di mammiferi hanno mammelle ecc.; costui non potr dire neppure che gli 
animali superiori digeriscono con lo stomaco e l'intestino e non con la testa, 
poich l'attivit nervosa che ha il suo centro nella testa  indispensabile per 
la digestione. 
Ma per le verit eterne va ancora peggio nel terzo gruppo di scienze, le scienze 
storiche, che indagano le condizioni di vita degli uomini, i rapporti sociali, 
le forme giuridiche e statali con le loro sovrastrutture ideali di filosofia, 
religione, arte, ecc., nella loro successione storica e nei loro risultati 
attuali. Nella natura organica almeno si ha da fare ancora con una serie di 
fenomeni che, per quanto concerne la nostra osservazione diretta, entro limiti 
molto vasti, si ripetono con discreta regolarit. Le specie degli organismi dal 
tempo di Aristotele sono rimaste pressappoco le stesse. Nella storia della 
societ, invece, appena oltrepassiamo lo stato primitivo dell'umanit, l'et 
della pietra, le ripetizioni delle condizioni sono l'eccezione e non la regola; 
e laddove tali ripetizioni si presentano, esse non accadono mai precisamente 
nelle medesime circostanze. Cos per es. accade per il fenomeno dell'originaria 
propriet comune del suolo presso tutti i popoli civili e per la forma della sua 
dissoluzione. La nostra scienza  perci nel campo della storia umana di gran 
lunga pi indietro che nel campo della biologia. Ma c' di pi: se una volta, in 
via eccezionale, si riconosce il legame intimo tra forme di esistenza sociali e 
forma di esistenza politiche di un periodo storico, questo di regola succede 
allorch queste forme hanno gi fatto in parte il loro tempo e vanno incontro 
alla decadenza. La conoscenza, quindi,  qui essenzialmente relativa perch essa 
si limita a penetrare il nesso e la successione di certe forme di societ e di 
Stato che vigono solo per una dato tempo e per dati popoli e che per loro dunque 
transuenti. Chi dunque in questo campo d la caccia a verit definitive di 
ultima istanza, a verit pure e in generale immutabili, poco porter a casa, 
tranne banalit e luoghi comuni della peggior specie, per es. che gli uomini in 
generale non possono vivere senza lavorare, che sinora essi si sono per lo pi 
divisi in dominatori e dominanti, che Napoleone mor il 5 maggio 1821, ecc. 
Ora,  curioso il fatto che proprio questo campo  quello in cui pi spesso ci 
imbattiamo nelle pretese verit eterne, nelle verit definitive di ultima 
istanza e cos via. Che due volte due fanno quattro, che gli uccelli hanno un 
becco o cose simili, sono dichiarate verit eterne solo da chi mira ad arguire, 
dall'esistenza di verit eterne, che anche nel campo della storia umana ci sono 
verit eterne, una morale eterna, una giustizia eterna e cos via, che esigono 
una validit e una portata analoga a quella delle conoscenze e delle 
applicazioni della matematica. E allora possiamo aspettarci senz'altro che, alla 
prima occasione, questo stesso filantropo ci dichiarer che tutti i precedenti 
fabbricanti di verit eterne, sono stati pi o meno degli asini e dei 
ciarlatani, che tutti quanti sono caduti in errore ed hanno sbagliato; ma che il 
fatto del loro errore e della loro fallibilit  conforme alle leggi di natura e 
prova che in lui esistono la verit e il giusto e che egli, il profeta che ora  
sorto, porta in tasca bella e pronta la verit definitiva di ultima istanza, la 
morale eterna, la giustizia eterna. Tutto questo  accaduto cento e mille volte, 
tanto che ci si deve stupire solo che esistano ancora uomini abbastanza 
creduloni da credere tutto questo non di altri, no, ma di se stessi. Eppure 
abbiamo qui davanti a noi almeno un altro di siffatti profeti che, infatti, cade 
anche lui, come al solito, in un profondo sdegno morale se altri negano che 
qualche individuo sia in grado di fornirci la verit definitiva di ultima 
istanza. Una tale negazione, anzi il semplice dubbio,  uno stato di debolezza, 
 confusione assoluta, nullit, scepsi corrosiva, peggiore del semplice 
nichilismo, confusione caotica e altre categorie del genere. Come in tutti i 
profeti, non si indaga e non si giudica in modo criticamente scientifico, ma 
senz'altro si condanna in nome della morale. 
Avremmo potuto menzionare sopra anche le scienze che indagano le leggi del 
pensiero umano, cio la logica e la dialettica. Ma qui per le verit eterne le 
cose non vanno meglio. La dialettica propriamente detta, Dhring la dichiara un 
puro assurdo, e i molti libri che si sono scritti e ancora si scrivono sulla 
logica, dimostrano a sufficienza che anche in questo campo le verit definitive 
di ultima istanza sono molto pi rare di quanto pi d'uno non creda. 
Del resto noi non abbiamo nessun motivo di spaventarci del fatto che il livello 
di conoscenza al quale noi oggi siamo, sia tanto poco definitivo quanto o sono 
stati tutti i precedenti. Questo livello abbraccia gi un materiale enorme di 
conoscenze ed esige una specializzazione molto grande degli studi da parte di 
chi voglia familiarizzarsi in qualche specialit. Chi invece misura col metro di 
verit pure, immutabili, di ultima istanza, conoscenze che, per la natura delle 
cose, restano relative per lunghe serie di generazioni e debbono essere portate 
a compimento a passo a passo, o conoscenze tali che, come nella cosmogonia, 
nella geologia, nella storia umana, gi per la deficienza del materiale storico, 
rimarranno sempre lacunose e incomplete, costui dimostra in ci solo la sua 
ignoranza e la sua confusione, se anche, come avviene qui, lo sfondo vero e 
proprio non sia costituito dalla pretesa all'infallibilit personale. Verit ed 
errore, come tutte le determinazioni del pensiero che si muovono su un piano di 
opposizioni antitetiche, hanno validit assoluta solo in campo estremamente 
limitato; cosa questa che abbiamo appunto gi veduto e che anche Dhring 
dovrebbe sapere, se avesse una qualche familiarit coi primi elementi della 
dialettica che trattano precisamente dell'insufficienza di tutte le opposizioni 
antitetiche. Non appena applichiamo l'antitesi verit-errore al di fuori di 
questo ristretto campo che abbiamo indicato sopra, essa diventa relativa e 
conseguentemente inutilizzabile per l'esatta maniera di esprimersi della 
scienza; e se poi cerchiamo di applicarla come assolutamente valida al di fuori 
di quel campo, pi che mai andiamo incontro al fallimento; i due termini 
dell'antitesi si cambiano rispettivamente nel loro contrario, la verit diventa 
errore e l'errore verit. Prendiamo come esempio la nota legge di Boyle, secondo 
la quale a temperatura costante il volume dei gas varia in misura inversamente 
proporzionale alla pressione a cui sono sottoposti. Ragnault trov che questa 
legge in certi casi non  giusta. Se fosse stato un filosofo della realt si 
sarebbe sentito in dovere di dire: la legge di Boyle  soggetta a mutabilit, 
quindi non  una verit pura, quindi in generale non  verit e dunque  un 
errore. Ma cos avrebbe commesso un errore molto pi grande di quello contenuto 
nella legge di Boyle; nel mucchio di sabbia dell'errore il suo granellino di 
verit sarebbe svanito; egli avrebbe quindi trasformato il suo risultato 
originariamente giusto in un errore di fronte al quale la legge di Boyle con 
quel po' di errore che vi  inerente, sarebbe apparsa come verit. Ma Ragnault, 
da uomo di scienza, non si abbandon a tali puerilit, invece continu le sue 
indagini e trov che la legge di Boyle  in generale giusta solo 
approssimativamente, e in particolare perde la sua validit in gas che possono 
essere liquefatti mediante pressione, e precisamente la pressione si avvicina al 
punto in cui sopraggiunge o stato di fluidit. La legge di Boyle si dimostra 
cos giusta entro limiti determinati. Ma, entro questi limiti,  poi 
assolutamente, definitivamente vera? Nessun fisico lo affermer. Ma dir che 
essa ha validit entro certi limiti di pressione e di temperatura e per certi 
gas; ed entro questi limiti ancora pi ristretti non escluder la possibilit di 
una limitazione ancora pi stretta o di una modificazione della formulazione, 
determinata da future indagini [*2]. Cos stanno le cose per le verit 
definitive di ultima istanza, per es. nella fisica. Lavori effettivamente 
scientifici evitano perci di solito espressioni dogmatiche e morali, quali 
errore e verit, che invece incontriamo dappertutto nelle opere di filosofia 
della realt, dove una vuota tiritera ci si vuole imporre come il pi sovrano 
risultato del pensiero sovrano. 
Ma, potrebbe chiedere un lettore ingenuo, dove dunque Dhring ha detto 
espressamente che il contenuto della sua filosofia della realt  una verit 
definitiva, e precisamente di ultima istanza? Dove? Ebbene, per es., nel 
ditirambo del suo sistema (p. 13), che abbiamo riportato parzialmente nel II 
capitolo. O allorch, nella proposizione citata sopra, dice: Le verit morali, 
nella misura in cui le si conoscono fin nei loro ultimi fondamenti, pretendono 
una validit analoga a quella delle conoscenze della matematica. E non afferma 
Dhring che, partendo dal suo punto di vista veramente critico e per mezzo della 
sua indagine che si profonda sino alle radici, egli si  spinto sino a questi 
ultimi fondamenti, agli schemi fondamentali, e che quindi ha conferito alle 
verit morali una validit definitiva di ultima istanza? Ovvero, se Dhring non 
accampa questa pretesa n per s n per la sua epoca, se vuol dire solamente che 
un giorno, nel nebuloso futuro, potranno essere stabilite verit definitive di 
ultima istanza, se dunque non vuol fare altro che ripetere all'incirca, soltanto 
con maggiore confusione, ci che dicono la "scepsi corrosiva" e la "assoluta 
confusione", allora, in questo caso, perch tutto questo chiasso? Che cosa 
desidera il signore? 
Se gi con verit ed errore non siamo andati molto avanti, allora andremo meno 
avanti con male e bene. Questa antitesi si muove esclusivamente sul piano morale 
e quindi su un piano apparentemente alla storia umana, qui le verit di ultima 
istanza sono estremamente rare. Da popolo a popolo, da epoca a epoca, le idee di 
bene e di male si sono cambiate in tal misura da essere arrivate spesso 
addirittura a contraddirsi. Ma, qualcuno obietter, pure il bene non  male e il 
male non  bene; se male e bene vengono confusi insieme, cessa ogni moralit e 
ciascuno pu fare o non fare ci che vuole. Questa, spogliata di tutta la sua 
forma oracolare,  anche l'opinione di Dhring. Ma, tuttavia, la cosa non si 
spiega cos facilmente. Se la cosa fosse cos semplice, non ci sarebbe davvero 
nessuna disputa sul bene e sul male, ciascuno saprebbe cosa  il bene e cosa  
il male. Ma come stanno oggi le cose? Quale morale ci si predica oggi? C' 
anzitutto la morale cristiano-feudale, tramandata dai tempi passati della fede, 
che, a sua volta, si divide in cattolica e protestante, e non ci mancano ancora 
altre suddivisioni, dalla gesuitica cattolica e dalla ortodossa protestante sino 
a una duttile morale illuminata. Accanto vi figura la morale borghese moderna e 
a sua volta, accanto a questa, la morale proletaria dell'avvenire, cosicch 
passato, presente e futuro, solo nei paesi pi progrediti d'Europa, offrono tre 
grandi gruppi di teorie morali che vigono contemporaneamente e l'una accanto 
all'altra. Ora, qual  la vera? Quanto a validit assoluta, nessuna 
singolarmente presa; ma certo sar in possesso del maggior numero di elementi 
che permettono di essere duraturi, quella morale che rappresenta nel presente il 
rovesciamento del presente, il futuro, e quindi la morale proletaria. 
Ma ora, se noi vediamo che le tre classi della societ moderna, l'aristocrazia 
feudale, la borghesia e il proletariato, hanno ciascuna la propria morale 
particolare, possiamo trarne la conclusione che gli uomini, consapevolmente o 
inconsapevolmente, in ultima analisi traggono le loro concezioni dai rapporti 
pratici sui quali  fondata la loro condizione di classe, dai rapporti economici 
in cui producono e scambiano. 
Ma nelle tre teorie morali menzionate c' pure qualcosa di comune a tutte e tre: 
non sarebbe almeno questo una parte di quella morale fissata una volta per 
sempre? Quelle teorie morali rappresentano tre diversi gradi dello sviluppo 
storico, hanno quindi uno sfondo storico comune, e gi per questo hanno 
necessariamente molto in comune. Ma c' di pi: dati dei gradi di sviluppo 
economico eguali o approssimativamente eguali, le loro teorie morali 
necessariamente devono pi o meno concordare tra loro. A partire dal momento in 
cui si svilupp la propriet privata dei beni mobili, a tutte le societ in cui 
vigeva questa propriet privata dovette essere comune il comandamento morale: 
Non rubare. Questo comandamento diventa perci una legge morale eterna? Niente 
affatto. In una societ in cui i motivi per rubare sono eliminati, in cui a 
lungo andare soltanto i pazzi potrebbero rubare, quanto si riderebbe del 
predicatore di morale che proclamasse solennemente la verit eterna: Non rubare! 

Per conseguenza noi respingiamo ogni pretesa di imporci una qualsiasi morale 
dogmatica come legge etica eterna, definitiva, immutabile nell'avvenire, col 
pretesto che anche il mondo morale avrebbe i suoi principi permanenti, che 
stanno al di sopra della storia e delle differenze tra i popoli. Affermiamo per 
contro che ogni teoria morale sinora esistita , in ultima analisi, il risultato 
della condizione economica della societ di quel tempo. E come la societ si  
mossa sinora sul piano degli antagonismi di classe, cos la morale  sempre 
stata una morale di classe; o ha giustificato il dominio e gli interessi della 
classe dominante, o, diventando la classe oppressa sufficientemente forte, ha 
rappresentato la rivolta contro questo dominio e gli interessi futuri degli 
oppressi. Che cos all'ingrosso si sia avuto un progresso tanto per la morale 
quanto per tutti gli altri rami della conoscenza umana,  cosa su cui non  
possibile nessun dubbio. Ma non abbiamo ancora superato la morale di classe. Una 
morale che superi gli antagonismi delle classi e le loro sopravvivenze nel 
pensiero, una morale veramente umana  possibile solo a un livello sociale in 
cui gli antagonismi delle classi non solo siano completamente superati, ma siano 
anche dimenticati per la prassi della vita. E ora si valuti la presunzione di 
Dhring che, dal bel mezzo della vecchia societ classista, alla vigilia di una 
rivoluzione sociale, pretende di imporre alla futura societ senza classi una 
morale eterna, indipendente dal tempo e dai mutamenti della realt! E questo 
presupponendo, ci che sinora ci  ignoto, che egli conosca, almeno nelle sue 
grandi linee, la struttura di questa societ dell'avvenire. 
Per finire, ancora una rivelazione "originale sin dalle radici": per quel che 
concerne l'origine del male 

"il fatto che il tipo del gatto, con la falsit che gli  propria, si 
presenti sotto forma di animale che poi  sullo stesso piano della 
circostanza che una analoga configurazione caratteristica si ritrova anche 
nell'uomo (...) Il male non  perci qualche cosa di misterioso, a meno che 
non si abbia, diciamo, il gusto di fiutare qualche cosa di mistico anche 
nell'esistenza del gatto e in generale dell'animale da preda". 

Il Male  il gatto. Quindi il diavolo non ha coda n piedi equini, ma artigli e 
occhi verdi. E Goethe commise un errore imperdonabile quando present 
Mefistofele come un cane nero anzich come il gatto suddetto. Il Male  il 
gatto! Questa  la morale non solo per tutti i mondi ma anche... per il gatto! 
[42] 


 
  
X. Morale e diritto. Eguaglianza
 
  
Abbiamo gi imparato a conoscere in parecchie occasioni il metodo di Dhring. 
Esso consiste nello scomporre ogni gruppo di oggetti della conoscenza nei suoi 
pretesi elementi pi semplici, applicare a questi elementi assiomi altrettanto 
semplici e che si pretende siano evidenti per se stessi e continuare ad operare 
con i risultati cos acquisiti. Anche una questione appartenente al campo della 
vita sociale "deve risolversi assiomaticamente in singole forme fondamentali 
semplici (...) forme fondamentali della matematica". E cos l'applicazione del 
metodo matematico alla storia, alla morale e al diritto deve procurarci anche 
qui certezza matematica circa la variet dei risultati raggiunti e dar loro il 
carattere di genuine verit immutabili. 
Questa  solo un'altra versione del vecchio e prediletto metodo ideologico, 
altrimenti detto anche aprioristico, che consiste non gi nel conoscere le 
qualit di un oggetto traendole dall'oggetto stesso, ma nel dedurle 
dimostrativamente dal concetto dell'oggetto. Dapprima ci si fa il concetto 
dell'oggetto traendolo dall'oggetto e poi si rovescia la frittata e si prende 
come misura dell'oggetto la sua immagine, il concetto. Non  pi dunque il 
concetto a doversi conformare all'oggetto, ma l'oggetto al concetto. In Dhring 
fungono da concetto gli elementi pi semplici, le astrazioni ultime a cui egli 
pu giungere, il che non cambia in niente la cosa: questi elementi pi semplici 
sono, nella migliore delle ipotesi, di natura puramente concettuale. La 
filosofia della natura si presenta anche qui quindi come pura ideologia, 
deduzione della realt non da se stessa, ma dall'idea. 
Ora, se un tale ideologo costruisce la morale e il diritto, traendoli anzich 
dai reali rapporti sociali degli uomini che lo circondano, dal concetto o dai 
cosiddetti elementi pi semplici "della societ", quale materiale  disponibile, 
in questo caso, per questa costruzione? Evidentemente materiale di due specie: 
in primo luogo quel misero avanzo di contenuto reale che ancora pu esistere in 
quelle astrazioni da cui egli parte e in secondo luogo il contenuto che il 
nostro ideologo vi introduce a sua volta, traendolo dalla sua propria coscienza. 
Ma che cosa trova nella sua coscienza? In gran parte opinioni morali e 
giuridiche che sono un'espressione pi o meno adeguata -positiva o negativa, di 
conferma o di contestazione- delle condizioni sociali e politiche nelle quali 
egli vive; inoltre, forse, idee prese a prestito dalla letteratura 
sull'argomento; infine, probabilmente, anche capricci personali. Il nostro 
ideologo pu fare e dire quel che vuole, la realt storica, che ha cacciato 
dalla porta, rientra dalla finestra, e mentre egli crede di tracciare una 
dottrina morale e giuridica valida per tutti i mondi e per tutti i tempi, in 
effetti presenta un'immagine delle correnti conservatrici o rivoluzionarie del 
suo tempo, contraffatta, perch avulsa dal suo terreno reale, e capovolta come 
in uno specchio concavo. 
Dhring scompone dunque la societ nei suoi elementi pi semplici e trova cos 
che la societ pi semplice consta almeno di due uomini. E con questi due uomini 
opera assiomaticamente. Ed ecco che spontaneamente si presenta l'assioma morale 
fondamentale: "Due volont umane sono, come tali, assolutamente eguali tra di 
loro, e l'una non pu, anzitutto, imporre nulla di positivo all'altra". Con ci 
" caratterizzata la forma fondamentale della giustizia morale" e lo  del pari 
quella della giustizia giuridica; infatti "per lo sviluppo dei concetti 
principali del diritto, a noi occorre soltanto il rapporto assolutamente 
semplice ed elementare di due uomini". 
Il fatto che due uomini o due volont umane siano come tali assolutamente 
eguali, non solo non  un assioma, ma  perfino una grande esagerazione. Due 
uomini possono anzitutto, anche come tali, essere diseguali per il sesso, e 
questo semplice fatto ci porta subito alla constatazione che i pi semplici 
della societ, se per un istante accettiamo una tale puerilit, non sono due 
uomini, ma un maschio e una femmina che fondano una famiglia, la pi semplice e 
la prima associazione al fine della produzione. Ma ci non pu in nessun modo 
convenire a Dhring. Infatti, da una parte i due fondatori della societ debbono 
essere resi il pi possibile eguali tra di loro e dall'altra persino Dhring non 
riuscirebbe a costruirsi, dalla famiglia primitiva, la parit morale e giuridica 
tra uomo e donna. Dunque, una delle due: o la molecola sociale dhringiana, con 
la moltiplicazione della quale si deve costruire tutta la societ,  sin dal 
principio condannata a rovina, perch tra loro i due uomini non potrebbero mai 
mettere al mondo un bambino, o invece dobbiamo immaginarceli come due 
capifamiglia. Ma in questo caso tutto lo schema fondamentale  rovesciato nel 
suo contrario: invece dell'uguaglianza degli uomini prova tutt'al pi 
l'uguaglianza dei capifamiglia, e poich delle donne non si fa questione, prova 
inoltre anche la subordinazione delle donne. 
Qui noi dobbiamo fare al lettore la comunicazione spiacevole che da ora e per 
molto tempo egli non si liberer mai pi di questi famosi due uomini. Nel campo 
dei rapporti sociali essi rappresentano una parte simile a quella rappresentati 
sin qui dagli abitanti di altri corpi celesti, con i quali ora speriamo di 
essercela cavata. C' da risolvere una questione di economia, di politica, ecc.? 
ecco che si presentano i due uomini e in un batter d'occhio, "assiomaticamente", 
liquidano la cosa. Scoperta eccellente, originale, creatrice di sistema, del 
nostro filosofo della realt: ma disgraziatamente, se vogliamo rendere onore 
alla verit, i due uomini non li ha scoperti lui. Essi sono un fatto comune a 
tutto il XVIII secolo. Sono gi presenti nel discorso di Rousseau 
sull'ineguaglianza [43], del 1754, dove, sia detto di passaggio, dimostrano 
assiomaticamente il contrario delle schematizzazioni dhringiane. Rappresentano 
una parte di capitale importanza negli economisti, da Adam Smith a Ricardo, ma 
qui sono diseguali almeno nel fatto che ognuno di essi esercita un mestiere 
diverso, per lo pi quello del cacciatore e quello del pescatore, e si scambiano 
vicendevolmente i loro prodotti. Inoltre, in tutto il secolo XVIII essi servono 
principalmente come semplice esemplificazione illustrativa, e l'originalit di 
Dhring consiste soltanto nell'elevare questo metodo esemplificativo a metodo 
fondamentale di tutta la scienza della societ e a misura di tutte le formazioni 
storiche. Certo non ci si potrebbe costruire in modo pi facile la "concezione 
rigorosamente scientifica delle cose e degli uomini". 
Per stabilire l'assioma fondamentale che due uomini e le loro volont sono 
assolutamente eguali tra di loro e nessuno ha ordini da dare all'altro, non 
possiamo servirci di due uomini presi a capriccio. Devono essere due uomini 
talmente liberati da ogni realt, da ogni condizione nazionale, economica, 
politica, religiosa esistente sulla terra, e da ogni caratteristica sessuale e 
personale, che sia del primo che del secondo non resta altro che il semplice 
concetto di uomo, e in tal caso essi sono di certo "assolutamente eguali". Sono 
quindi due autentici fantasmi evocati dallo stesso Dhring che dappertutto fiuta 
e denuncia movimenti "spiritistici". Questi due fantasmi, naturalmente, devono 
fare tutto quello che il loro evocatore esige da loro, ed appunto per ci tutte 
le loro produzioni artistiche non hanno assolutamente nessun interesse per il 
resto del mondo. 
Ma seguiamo ancora un po' l'assiomatica di Dhring. Le due volont non possono 
esigere niente di positivo l'una dall'altra. Se tuttavia l'una delle due fa 
questo e impone la sua pretesa con la forza, sorge uno stato d'ingiustizia; e 
con questo schema fondamentale Dhring spiega l'ingiustizia, la violenza, la 
servit, in breve tutta la storia riprovevole che sin qui si  svolta. Ora, 
Rousseau, nello scritto citato sopra, proprio per mezzo di due uomini ha 
dimostrato, in modo parimenti assiomatico, il contrario; cio che, dei due, A 
pu asservire B con la violenza, ma mettendo B in una posizione in cui questo 
non pu fare a meno di A; il che per Dhring rappresenta una concezione gi 
troppo materialistica. Prendiamo, allora, la cosa in modo un po' diverso. Due 
naufraghi sono soli in un'isola e formano una societ. Formalmente le loro 
volont sono assolutamente eguali, e questo fatto  riconosciuto da entrambi. 
Invece, materialmente, sussiste una grande disuguaglianza. A  deciso ed 
energico, B indeciso, indolente e fiacco; A  sveglio, B  sciocco. Quanto tempo 
ci vuole perch A imponga regolarmente a B la sua volont, prima con la 
persuasione, poi per abitudine, ma sempre sotto la forma del consenso? Che la 
forma del consenso sia mantenuta o calpestata, la servit resta servit. 
L'entrata volontaria nello stato servile dura per tutto il medioevo in Germania, 
sin dopo la guerra dei trent'anni [44]. Quando in Prussia, dopo le sconfitte del 
1806 e del 1807, fu abolita la servit della gleba e con essa l'obbligo per i 
graziosi signori di soccorrere i loro sudditi in caso di bisogno, malattia e 
vecchiaia, i contadini presentarono petizioni al re, per essere lasciati ancora 
nella servit, altrimenti chi li avrebbe soccorsi ancora nella miseria? Quindi 
lo schema dei due uomini  tanto "fondato" sulla disuguaglianza e sulla servit, 
quanto sull'uguaglianza e la sulla mutua assistenza; e poich dobbiamo ammettere 
che i due uomini siano capifamiglia, altrimenti il genere umano si 
estinguerebbe,  qui gi prevista anche la servit ereditaria. 
Ma per un momento lasciamo stare tutto ci. Ammettiamo che l'assiomatica di 
Dhring ci abbia persuasi, e che noi siamo fanatici della completa eguaglianza 
di diritti delle due volont, della "sovranit umana in generale", della 
"sovranit dell'individuo", veri fastosi colossi di parole, di fronte ai quali 
l'"unico di Stirner [45] con la sua propriet resta un pasticcione, per quanto 
anch'egli potrebbe reclamarvi la sua modesta parte. Dunque noi siamo oggi tutti 
assolutamente eguali e indipendenti. Tutti? No, non tutti. Ci sono ancora 
"dipendenze ammissibili" e queste si spiegano "con ragioni che si devono cercare 
nell'attivit delle due volont come tali, ma in una terza sfera, quindi, per 
es., per quel che concerne i bambini, nella deficienza della loro 
autodeterminazione". 
Infatti! Le ragioni della dipendenza non debbono cercarsi nell'attivit delle 
due volont come tali! Naturalmente no, infatti l'attivit di una delle volont 
 anzi proprio ostacolata! Ma invece in una terza sfera! E che cos' questa 
terza sfera? La determinazione concreta di una volont sottomessa in quanto 
insufficiente! Il nostro filosofo della realt si  allontanato a tal punto 
dalla realt, che, di fronte al termine astratto e privo di contenuto "volont", 
il contenuto reale, la determinazione caratteristica di questa volont 
costituisce gi per lui una "terza sfera". Ma comunque ci sia, dobbiamo 
constatare che l'eguaglianza di diritti ha la sua eccezione. Essa non ha 
validit per una volont affetta da una deficienza di autodeterminazione. 
Ritirata n 1. 
Andiamo avanti. 

"Laddove la bestia e l'uomo sono fusi insieme in una persona, si pu 
domandare in nome di una seconda persona, completamente umana, se il loro 
modo di agire possa essere lo stesso come se stessero di fronte persone per 
cos dire solamente umane (...) perci il nostro presupposto di due persone 
moralmente diseguali, una delle quali in un certo senso al carattere 
peculiare della bestia,  la forma fondamentale tipica di tutti i rapporti 
che, conformemente a questa differenza, possono presentarsi (...) 
all'interno dei gruppi umani e tra di loro." 

Ed ora il lettore segua con i suoi occhi la miserevole diatriba che segue questi 
impacciati sotterfugi, in cui Dhring si gira e si rigira come un gesuita per 
stabilire casisticamente sino a che punto l'uomo umano possa intervenire contro 
gli uomini bestiali, sino a che punto possa usare contro di loro diffidenza, 
astuzia guerresca, mezzi di inganno sottili, anzi perfino terroristici, senza 
neppure derogare in qualche cosa dalla morale immutabile. 
Quindi se due persone sono "moralmente diseguali", anche l'eguaglianza cessa. Ma 
allora non valeva la pena di evocare i due uomini assolutamente eguali, infatti 
non esistono due persone che moralmente siano assolutamente eguali. La 
disuguaglianza consisterebbe per nel fatto che una  una persona umana e 
l'altra reca in s qualcosa della bestia. Ma  gi insito nella discendenza 
dell'uomo dal regno degli animali il fatto che l'uomo non si libera mai 
completamente dalla bestia, cosicch si pu trattare sempre di un pi o un meno, 
di una differenza nel grado della bestialit o rispettivamente dell'umanit. Una 
divisione degli uomini in due gruppi nettamente distinti, in uomini-umani e in 
uomini-bestie, in buoni e cattivi, in pecore e becchi, oltre alla filosofia 
della realt la conosce soltanto il cristianesimo che, in modo del tutto 
conseguente, ha anche il suo giudice universale che compie la separazione. Ma 
nella filosofia della realt, chi deve essere il giudice supremo? Dovr 
probabilmente avvenire come nella prassi cristiana, in cui le pie pecorelle si 
assumono loro stesse, e adempiono con noto successo, l'ufficio di giudici 
universali dei becchi, loro prossimo profano. La setta dei filosofi della 
realt, se mai verr al mondo, sotto questo riguardo certo non la ceder in 
niente ai Pacifici nel paese [46]. Ma tutto questo pu esserci indifferente; ci 
che ci interessa  la confessione che, in conseguenza della disuguaglianza 
morale tra gli uomini, ancora una volta l'eguaglianza si riduce a niente. 
Ritirata n2. 
Andiamo di nuovo avanti. 

"Se uno dei due uomini agisce secondo verit e scienza e l'altro, invece, 
secondo superstizione o qualche pregiudizio (...) di regola devono 
intervenire mutue interferenze (...) Ad un certo grado di incapacit, di 
rozzezza o di cattiva tendenza del carattere, dovr in ogni caso avvenire un 
conflitto (...) Non sono necessariamente i bambini e i folli quelli nei cui 
confronti la violenza  l'ultima risorsa. Il carattere di interi gruppi 
naturali e di intere classi di uomini civili pu rendere inevitabilmente 
necessario sottomettere la loro volont, ostile per la sua perversit, al 
fine di ricondurre questa stessa volont ai legami della comunit. Anche qui 
la volont altrui viene considerata come avente eguali diritti; ma per la 
perversit della sua attivit aggressiva e ostile ha provocato un'azione di 
compenso, e se ora subisce un'azione di forza, non fa che raccogliere la 
reazione alla propria ingiustizia." 

Quindi non solo la disuguaglianza morale, ma anche la disuguaglianza spirituale 
 sufficiente per eliminare l'"assoluta eguaglianza" delle due volont e per 
istituire una morale secondo la quale si possono giustificare tutte le infamie 
commesse da briganteschi Stati civili contro popoli arretrati, sino alle 
atrocit dei russi nel Turkestan [47]. Quando il generale Kaufmann, nell'estate 
1873, fece attaccare la trib tartara dei Jomudi, bruciare le loro tende, 
massacrare le loro donne e i loro bambini "alla buona maniera caucasica", come 
diceva il suo ordine, affermava anche lui che era diventata una necessit 
ineluttabile sottomettere la volont dei Jomudi, ostile per la sua perversit, 
al fine di ricondurre questa loro volont ai legami della comunit; che i mezzi 
da lui usati erano i pi appropriati allo scopo e che chi vuole il fine, deve 
anche volere i mezzi. Solamente non era cos crudele da schernire per 
soprammercato i Jomudi dicendo che li massacrava per un'azione di compenso e che 
proprio per questo considerava la loro volont come avente eguali diritti. E 
ancora una volta in questo conflitto sono gli eletti, coloro che pretendono di 
agire secondo verit e scienza, quindi in ultima analisi sono i filosofi della 
realt, quelli che hanno da decidere che cosa sono superstizione, pregiudizio, 
rozzezza, cattiva tendenza del carattere, e quando sono necessari la violenza e 
l'assoggettamento come azione di compenso. L'eguaglianza  quindi ora: l'azione 
di compenso mediante la violenza, e la seconda volont viene dalla prima 
riconosciuta come avente eguali diritti, mediante l'assoggettamento. Ritirata 
n3, che qui gi degenera in fuga ignominiosa. 
Di passaggio, la frase che dice come precisamente nell'azione di compenso 
mediante la violenza la volont altrui venga considerata avente eguali diritti, 
 solo un'alterazione della teoria hegeliana secondo la quale la punizione  il 
diritto del delinquente: "col fatto che la pena sia considerata come recante in 
s un suo proprio diritto, il delinquente viene onorato come un essere 
razionale". ("Filosofia del diritto", par. 100, nota) 
E con questo possiamo troncare. Sarebbe superfluo continuare ancora a seguire 
Dhring nella distruzione che compie pezzo per pezzo della sua eguaglianza, 
della sua sovranit umana in generale, poste cos assiomaticamente; e osservare 
come egli,  vero, viene a capo della societ con due uomini, ma come per 
costruire lo Stato ne abbisogna di un terzo, perch, per farla breve, senza 
questo terzo nessuna decisione a maggioranza pu essere presa, e senza questa, e 
quindi senza dominio della maggioranza sulla minoranza, neanche pu sussistere 
lo Stato; e come poi, a poco a poco, cambia rotta, passando nelle acque pi 
tranquille della costruzione del suo futuro Stato socialitario, dove un bel 
giorno avremo l'onore di andarlo a trovare. Abbiamo visto a sufficienza che 
l'eguaglianza assoluta delle sue volont sussiste solo sino a quando queste due 
volont non vogliono nulla; che non appena esse cessano di essere volont umane 
in quanto tali e si trasformano in volont reali, individuali, nelle volont di 
due uomini reali, l'eguaglianza cessa; che puerilit, follia, cosiddetta 
bestialit, presunta superstizione, asserito pregiudizio, supposta incapacit da 
una parte e pretesa umanit, conoscenza della verit e scienza dall'altra, 
quindi ogni differenza nella qualit delle due volont e in quella 
dell'intelligenza che le accompagna, giustifica una disuguaglianza che pu 
spingersi sino alla sottomissione; che cosa di pi vogliamo ancora dopo che 
Dhring ha distrutto cos radicalmente dalle fondamenta il proprio edificio 
dell'eguaglianza? 
Ma se anche l'abbiamo fatta finita con la trattazione superficiale e 
dilettantesca che Dhring fa dell'idea di eguaglianza, non perci l'abbiamo 
fatta finita con questa idea stessa, in quanto essa ha un'importante funzione 
teorica, specialmente, grazie a Rousseau, pratico-politica durante e dopo la 
grande Rivoluzione, e ancora oggi agitatoria nel movimento socialista di quasi 
tutti i paesi. La constatazione di quale sia il suo contenuto scientifico 
determiner anche il suo valore per l'agitazione proletaria. 
L'idea che tutti gli uomini in quanto uomini hanno qualche cosa di comune e che 
essi sono anche eguali nei limiti di questo elemento comune,  ovviamente 
antichissima. Ma assolutamente diversa da tutto questo  la moderna 
rivendicazione dell'eguaglianza; questa consiste invece nel dedurre da quella 
propriet comune dell'essere umano, da quell'eguaglianza degli uomini in quanto 
uomini, il diritto ad un eguale valore politico, ovvero sociale, di tutti gli 
uomini, o almeno di tutti i cittadini di uno Stato, o di tutti i membri di una 
societ. Prima che da quella originaria idea di una eguaglianza relativa si sia 
potuto trarre la conclusione di una eguaglianza dei diritti nello Stato e nella 
societ, prima ancora che questa conclusione sia potuta apparire come qualche 
cosa di naturale e ovvio, dovevano passare millenni, e millenni sono passati. 
Nelle comunit pi antiche, nelle comunit naturali poteva parlare di 
eguaglianza dei diritti tutt'al pi tra i membri della comunit; va da s che 
donne, schiavi, stranieri ne erano esclusi. Fra i greci e fra i romani le 
disuguaglianze degli uomini avevano un peso molto maggiore di qualsiasi 
eguaglianza. Che greci e barbari, liberi e schiavi, cittadini e clienti, 
cittadini romani e sudditi romani (per usare un termine comprensivo) potessero 
pretendere parit di condizioni politiche, agli antichi necessariamente sarebbe 
parso pazzesco. Sotto l'impero romano tutte queste differenziazioni a poco a 
poco si dissolsero, ad eccezioni di liberi e schiavi, si origin di conseguenza, 
almeno per i liberi, quell'eguaglianza dei privati cittadini sulla cui base si 
svilupp il diritto romano, la pi perfetta costruzione a noi nota del diritto 
fondato sulla propriet privata. Ma sino a quando sussist la contrapposizione 
di liberi e schiavi, non si pot parlare di conclusioni giuridiche tratte 
dall'eguaglianza umana in generale; cosa che anche di recente abbiamo visto 
negli Stati schiavisti dell'Unione nordamericana. 
Il cristianesimo conobbe solo una eguaglianza di tutti gli uomini, quella 
dell'eguale peccaminosit originaria, che era perfettamente adeguata al suo 
carattere di religione degli schiavi e degli oppressi. Oltre a questa tutt'al 
pi conosceva l'eguaglianza degli eletti, che per fu accentuata solamente e 
unicamente agli inizi. Le tracce della comunione dei beni che si trovano del 
pari agli inizi della nuova religione si possono ricondurre molto pi alla 
solidariet tra i perseguitati che a vere idee di eguaglianza. Ma ben presto, 
stabilitasi la contrapposizione tra preti e laici, anche questo inizio di 
eguaglianza cristiana ebbe fine. L'invasione dell'Europa occidentale da parte 
dei germani elimin per secoli l'idea di eguaglianza, costruendo a poco a poco 
una gerarchia sociale e politica in una forma cos complicata quale sino allora 
mai era esistita; ma ad un tempo introdusse nel movimento storico l'Europa 
occidentale centrale, cre per la prima volta una compatta zona di civilt e per 
la prima volta cre su questo territorio un sistema di Stati prevalentemente 
nazionali che esercitavano l'uno sull'altro una mutua influenza e che mutuamente 
si tenevano in scacco. Con questo essa prepar il terreno sul quale, solo in pi 
tarda et, si pot parlare di eguaglianza umana e di diritti dell'uomo. 
Il medioevo feudale svilupp inoltre nel suo seno la classe che era chiamata, 
nel suo sviluppo ulteriore, a diventare la depositaria della moderna 
rivendicazione dell'eguaglianza: la borghesia. Dapprima ceto feudale essa 
stessa, la borghesia aveva sviluppato l'industria prevalentemente artigiana e lo 
scambio di prodotti ad un grado relativamente alto entro la societ feudale, 
quando, alla fine del XV secolo, le grandi scoperte marinare le apersero una 
carriera nuova e pi vasta. Il commercio extraeuropeo, sinora esercitato solo 
tra l'Italia e il Levante, fu esteso all'America e all'India, e presto sorpass 
in importanza tanto lo scambio dei singoli paesi europei tra di loro, quanto il 
traffico interno di ciascun paese singolo. L'oro e l'argento dell'America 
inondarono l'Europa e penetrarono come un elemento disgregatore in tutti i 
vuoti, le fessure e i pori della societ feudale. L'industria artigiana non fu 
pi sufficiente per i bisogni crescenti e nelle industrie principali dei paesi 
pi progrediti fu sostituita dalla manifattura. 
A questo imponente rivoluzionamento delle condizioni economiche di vita della 
societ, tuttavia, non segu affatto immediatamente un cambiamento adeguato 
della sua organizzazione politica. L'ordinamento statale rimase feudale, mentre 
la societ divent sempre pi borghese. Il commercio su vasta scala, quindi 
specialmente il commercio internazionale, e ancor pi il commercio su scala 
mondiale, esige liberi possessori di merci, non inceppati nei loro movimenti, 
che, come tali, siano provvisti di eguali diritti, che scambiano sulla base di 
un diritto eguale per tutti loro, almeno in ogni singolo luogo. Il passaggio 
dall'artigianato alla manifattura ha come presupposto l'esistenza di un certo 
numero di liberi lavoratori, liberi, da una parte, da vincoli corporativi e, 
dall'altra, dai mezzi per utilizzare da se stessi la loro forza-lavoro, i quali 
possano contrattare con il fabbricante per l'affitto della loro forza-lavoro, e 
quindi essere di fronte a costui come contraenti aventi eguali diritti. E 
finalmente l'eguaglianza e l'egual valore di tutti i lavori umani, perch ed in 
quanto sono in generale lavoro umano [48], trov la sua espressione pi forte, 
anche se inconsapevole, nella legge del valore della moderna economia borghese, 
secondo la quale legge il valore di una merce viene misurato mediante il lavoro 
socialmente necessario in essa contenuto [*3]. Ma laddove i rapporti economici 
esigevano libert ed eguaglianza di diritti, l'ordinamento politico opponeva 
loro, ad ogni passo, vincoli corporativi e privilegi particolari. Privilegi 
locali, tariffe doganali differenziate, leggi eccezionali di tutte le specie 
colpivano nel commercio non solo lo straniero o l'abitante delle colonie, ma 
abbastanza spesso anche intere categorie degli stessi cittadini dello Stato; 
privilegi corporativi sbarravano dappertutto e sempre la strada allo sviluppo 
della manifattura. Non c'era luogo dove la strada fosse libera e le possibilit 
eguali per i concorrenti borghesi: eppure questa era la prima e sempre pi 
urgente rivendicazione. 
La rivendicazione della liberazione dai vincoli feudali e l'instaurazione 
dell'eguaglianza giuridica mediante l'eliminazione delle disuguaglianze feudali: 
questa rivendicazione, non amenza, fu posta all'ordine del giorno dal progresso 
economico della societ, assunse ben presto necessariamente dimensioni sempre 
maggiori. Ma se essa veniva posta nell'interesse dell'industria e del commercio, 
la stessa eguaglianza di diritti doveva essere rivendicata per la grande massa 
dei contadini, che in tutti i gradi della servit, a partire dalla completa 
servit della gleba, dovevano offrire gratuitamente la massima parte della loro 
giornata lavorativa al grazioso signore feudale ed inoltre pagare a lui e allo 
Stato anche innumerevoli tributi. D'altra parte non si poteva fare a meno di 
esigere che parimente venissero soppressi i privilegi feudali, l'immunit dalle 
imposte della nobilt e i privilegi politici dei singoli ceti. E poich non si 
viveva pi un impero universale, come era stato l'impero romano, ma in un 
sistema di Stati indipendenti, le cui relazioni reciproche si muovevano su un 
piede di parit e nei quali lo sviluppo della borghesia era approssimativamente 
allo stesso livello, era naturale che la rivendicazione assunse un carattere 
generale che oltrepassava i limiti di singolo Stato e che libert ed eguaglianza 
fossero proclamate diritti dell'uomo. Cos per il carattere specificamente 
borghese di questi diritti dell'uomo  indicativo il fatto che la Costituzione 
americana, la prima che riconosca i diritti dell'uomo, confermi nello stesso 
tempo la schiavit della gente di colore esistente in America: i privilegi di 
classe vengono banditi, i privilegi di razza santificati. 
 noto per che la borghesia, dall'istante in cui, come farfalla dalla 
crisalide, vien fuori dallo stadio di borghesia feudale, dall'istante in cui da 
ceto medievale diventa classe moderna, sempre ed inevitabilmente  accompagnata 
dalla sua ombra, il proletariato. E parimenti le rivendicazioni borghesi 
dell'eguaglianza sono accompagnate dalle rivendicazioni proletarie 
dell'eguaglianza. Dall'istante in cui viene posta la rivendicazione borghese 
della soppressione dei privilegi di classe, accanto ad essa si presenta la 
rivendicazione proletaria della soppressione delle classi stesse: dapprima in 
forma religiosa, ricollegandosi al cristianesimo primitivo, pi tardi 
poggiandosi sulle stesse teorie borghesi dell'eguaglianza. I proletari prendono 
in parola la borghesia: l'eguaglianza dev'essere attuata non solo 
apparentemente, non solo sul piano dello Stato, ma realmente sul piano sociale, 
economico. E specialmente da quando la borghesia francese, a partire dalla 
grande Rivoluzione, ha messo in primo piano l'eguaglianza civile, il 
proletariato francese le ha risposto colpo contro colpo, con la rivendicazione 
dell'eguaglianza sociale, economica, e l'eguaglianza  diventata il grido di 
guerra in modo speciale del proletariato francese. 
La rivendicazione dell'eguaglianza ha cos, sulle labbra del proletariato, un 
duplice significato. O, ed  quanto avviene specialmente nei primi inizi, per 
es. nella guerra dei contadini,  la reazione naturale contro le stridenti 
disuguaglianze sociali, contro il contrasto di ricchi e poveri, di signori e 
servi, di crapuloni e affamati; e come tale  semplicemente espressione 
dell'istinto rivoluzionario, e trova la sua giustificazione in questo contrasto 
e solamente in esso. O invece  sorta dalla reazione contro la rivendicazione 
borghese dell'eguaglianza e da questa trae esigenze pi o meno giuste che la 
oltrepassano e serve come mezzo di agitazione per eccitare i lavoratori contro i 
capitalisti con le affermazioni proprie dei capitalisti, ed in questo caso essa 
si regge e cade con la stessa eguaglianza borghese. In entrambi i casi 
l'effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell'eguaglianza  la 
rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di 
eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell'assurdo. 
Ne abbiamo dato esempio e ne troveremo ancora abbastanza allorch verremo alle 
fantasie avveniristiche di Dhring. 
Conseguentemente l'idea dell'eguaglianza, tanto nella sua forma borghese quanto 
nella sua forma proletaria,  essa stessa un prodotto storico e per la sua 
creazione sono state necessarie condizioni storiche determinate che, a loro 
volta, presuppongono, esse stesse, una lunga preparazione storica.  quindi 
tutto tranne che una verit eterna. E se oggi per il gran pubblico essa  chiara 
per se stessa, nell'uno e nell'altro dei suoi sensi, se, come dice Marx "ha gi 
la solidit di un pregiudizio popolare" [49], questo non  effetto della sua 
verit assiomatica, ma della diffusione generale e della perdurante attualit 
delle idee del XVIII secolo. Se dunque Dhring si permette cos di far muovere 
senz'altro i suoi famosi due uomini sul terreno dell'eguaglianza, ci deriva dal 
fatto che questo appare assolutamente naturale al pregiudizio popolare. E 
infatti Dhring chiama naturale la sua filosofia, poich essa parte 
semplicemente da cose che a lui appaiono assolutamente naturali. Ma perch gli 
appaiono naturali,  cosa che, invero, egli non si chiede. 


 
  
XI. Morale e diritto. Libert e necessit
 
  
"Nel campo giuridico e politico i principi esposti in questo corso hanno a 
loro fondamento gli studi specialistici pi profondi. Si dovr perci (...) 
partire dal fatto che qui (...) si  tentato di esporre in modo conseguente 
i risultati raggiunti nel campo del diritto e della scienza politica. In 
origine il mio studio specialistico fu proprio la giurisprudenza, e vi ho 
dedicato non soltanto i soliti tre anni di preparazione universitaria, ma, 
durante altri tre anni di pratica legale, anche uno studio continuo 
indirizzato principalmente all'approfondimento del loro contenuto 
scientifico (...) E sicuramente la critica dei rapporti di diritto privato e 
delle relative deficienze giuridiche non avrebbe potuto procedere con 
altrettanta sicurezza se non fosse stata conscia di conoscere dappertutto 
sia i lati deboli che quelli pi forti di questa materia speciale." 

Un uomo che ha motivo di parlare cos di se stesso, sin dal principio deve ben 
ispirare fiducia, particolarmente di fronte "agli studi giuridici che il sig. 
Marx ha fatto nel passato, e per sua confessione, con trascuratezza". Perci c' 
da meravigliarsi che la critica dei rapporti di diritto privato, la quale si 
presenta con tale sicurezza, si limiti a raccontarci che "il carattere 
scientifico della giurisprudenza (...) non  gran cosa", che il diritto civile 
positivo  ingiustizia perch sanziona la propriet fondata sulla violenza, e 
che "la base naturale" del diritto penale  la vendetta: affermazione nella 
quale l'unica cosa nuova , se mai, il travestimento mistico in "base naturale". 
I risultati della scienza politica si limitano alle relazioni fra i noti tre 
uomini, l'uno dei quali sinora ha fatto violenza agli altri; e qui Dhring 
indaga con tutta seriet se  stato il secondo o il terzo quello che per primo 
ha introdotto la violenza e la servit. 
Seguiamo pertanto ancora un po' gli studi specialistici pi profondi e la 
seriet scientifica, approfonditasi mediante una pratica legale triennale, dal 
nostro giurista cos sicuro di s. 
Di Lassalle Dhring ci racconta che "a causa della provocazione al tentativo di 
furto di una cassetta", fu messo in stato d'accusa, "senza che tuttavia si 
potesse registrare una condanna giudiziaria, essendo intervenuta la cosiddetta 
assoluzione dall'accusa, che allora era ancora possibile (...) questa 
semiassoluzione". 
Il processo di Lassalle, del quale qui si parla, fu celebrato nell'estate 1848 
dinanzi alle Assise di Colonia, dove, come quasi in tutta la provincia renana, 
era in vigore il diritto penale francese. Solo per reati e crimini politici era 
stato introdotto in via eccezionale il Landrecht [50] prussiano, ma gi 
nell'aprile del 1848 questo provvedimento eccezionale fu abrogato dal 
Camphausen. Il diritto francese non conosce affatto la categoria vaga, propria 
del Landrecht prussiano, di "provocazione" a un crimine, e tanto meno di 
provocazione al tentativo di un delitto. Esso conosce solo istigazione al 
crimine, e questa, per essere punibile, deve avere luogo "mediante doni, 
promesse, minacce, abuso di autorit o di potere, macchinazioni astute o 
artifici criminosi" (Code pnal [51] art. 60). Il pubblico ministero, 
sprofondando nel Landrecht prussiano, perdette di vista, precisamente come 
Dhring, la differenza essenziale tra le norme nettamente determinate del 
diritto francese e l'evanescente indeterminatezza del Landrecht, intent a 
Lassalle un processo tendenzioso e fece clamorosamente fiasco. Infatti 
l'affermazione che il processo penale francese conosca l'assoluzione dall'accusa 
secondo il Landrecht prussiano, questa semiassoluzione, pu arrischiarla solo 
chi nel campo del diritto francese moderno sia un perfetto ignorante; questo 
diritto conosce, nel processo penale, solo condanna e assoluzione e nessun 
termine intermedio. 
Ci troviamo perci nel caso di dover dire che Dhring non avrebbe certo potuto 
applicare con pari sicurezza a Lassalle questa sua "maniera di delineare la 
storia in grande stile", se mai avesse avuto tra le mani il Code Napolon [52]. 
Dobbiamo quindi constatare che  completamente ignoto, a Dhring, l'unico codice 
borghese moderno che poggia sulle conquiste sociali della grande Rivoluzione 
francese e le traduce in norme giuridiche: il diritto francese moderno. 
Altrove, nella critica alle Corti d'assise che decidono a maggioranza di voti, 
introdotte in tutto il continente secondo il modello francese, ci si insegna: 

"Si, ci si potr familiarizzare perfino con l'idea, che del resto non  
affatto priva di esempi storici, che in una comunit perfetta una condanna 
con voti contrastanti sarebbe un'istituzione impossibile (...) Tuttavia 
questo modo di concepire serio e profondamente spirituale, come  gi stato 
accennato sopra, non pu non apparire inadatto alle forme tradizionali, per 
il fatto che  eccessivamente buono per esse". 

Ancora una volta Dhring ignora che l'unanimit dei giurati non solamente per le 
condanne penali, ma anche per i giudizi in processi civili  assolutamente 
necessaria per il diritto comune inglese, cio il diritto consuetudinario non 
scritto in vigore da tempo immemorabile, ossia almeno dal quattordicesimo 
secolo. Il modo di concepire serio e profondamente spirituale che, secondo 
Dhring,  eccessivamente buono per il mondo odierno, ha avuto validit di legge 
in Inghilterra gi nel pi passato medioevo, e dall'Inghilterra  stato 
trasportato in Irlanda, negli Stati Uniti d'America e in tutte le colonie 
inglesi, senza che gli studi specialistici pi profondi ne abbiano fatto 
trapelare a Dhring una sola parola! Il campo in cui vige l'unanimit dei 
giurati non solo  quindi infinitamente grande in confronto al ristretto ambito 
del Landrecht prussiano, ma  anche pi esteso di tutti i campi, presi insieme, 
nei quali la maggioranza dei giurati  decisiva. Dhring non solo ignora 
totalmente l'unico diritto moderno, il diritto francese, ma  anche parimente 
ignorante in quel che concerne l'unico diritto germanico che ha continuato a 
svilupparsi sino all'epoca presente indipendentemente dall'autorit del diritto 
romano e che si  esteso a tutti i continenti: il diritto inglese. E perch no? 
Infatti la forma inglese del pensiero giuridico "non potrebbe tener testa agli 
studi, eseguiti su suolo tedesco, sui puri concetti dei giuristi classici 
romani", dice Dhring, e pi tardi egli dice ancora: "Che cos' il mondo che 
parla inglese, con la sua ibrida lingua di fanciulli di fronte alla vigorosa 
forza espressiva della nostra lingua?". Al che possiamo soltanto rispondere con 
Spinoza: Ingorantia non est argumentum, l'ignoranza non  un argomento [53]. 
Non possiamo quindi che arrivare a questo risultato conclusivo: gli studi 
specialistici pi profondi di Dhring sono consistiti nel fatto che egli si  
per tre anni sprofondato nello studio teorico del Corpus juris [54] e per altri 
tre anni nello studio pratico del nobile Landrecht prussiano. Questa certamente 
 gi cosa molto meritoria, e sufficiente per un rispettabilissimo giudice 
distrettuale o per un avvocato della vecchia Prussia. Ma se ci si accinge a 
costruire una filosofia del diritto valida per tutti i mondi e per tutti i 
tempi, si dovrebbe pure, in qualche modo, essere anche al corrente dei rapporti 
giuridici vigenti in nazioni quali la francese, l'inglese, l'americana, nazioni 
che nella storia rappresentano ben altra parte che non l'angolo della Germania 
in cui  in fiore il Landrecht prussiano. Ma leggiamo oltre. 

"Il miscuglio variopinto di diritti locali, provinciali e regionali che si 
incrociano nelle direzioni pi diverse in maniera molto arbitraria, ora come 
diritto consuetudinario, ora come legge scritta, spesso dando la veste di 
prima forma statutaria alle materie pi importanti: questo campionario di 
disordine e di contraddizione in cui i casi singoli infirmano i principi 
generali e in cui, a loro volta, i principi generali occasionalmente 
infirmano i fatti particolari, in verit non  fatto per (...) rendere 
possibile (...) a chiunque una chiara coscienza giuridica". 

Ma dove regna questo stato di confusione? ancora una volta dove regna il 
Landrecht prussiano, in cui, accanto, sopra e sotto questo diritto regionale, 
hanno i pi diversi gradi relativi di validit diritti provinciali, statuti 
locali, e qua e l anche diritto comune e altra robaccia e provocano in tutti i 
giuristi pratici quel grido d'allarme che Dhring ripete qui con tanta grazia. 
Egli non ha bisogno di abbandonare la sua diletta Prussia, basta che venga sulle 
rive del Reno per convincersi che quaggi da settant'anni non si parla pi di 
tutto questo; per non dir nulla degli altri paesi civili dove queste siffatte 
condizioni invecchiate sono gi state abolite da lungo tempo. 
Inoltre: 

"L'occultamento della responsabilit naturale individuale si manifesta in 
una maniera meno cruda nei giudizi collettivi segreti e perci anonimi e 
nelle azioni collettive di collegi o di altre istituzioni ufficiali che 
mascherano la parte personale di ciascun membro". 

E in un altro passo: 

"Nell'odierno stato di cose sarebbe un'esigenza sorprendente e 
straordinariamente rigorosa il non voler sentire parlare di nascondere e di 
coprire collegialmente la responsabilit del singolo". 

Probabilmente sar per Dhring una comunicazione sorprendente se gli diciamo che 
nell'ambito del diritto inglese ogni membro del collego giudicante deve emettere 
e motivare singolarmente il suo giudizio in seduta pubblica e che i collegi 
amministrativi, non eletti e che trattano e giudicano non pubblicamente, sono 
un'istituzione squisitamente prussiana e sconosciuta nella massima parte degli 
altri paesi, e che perci la sua esigenza pu essere sorprendente e 
straordinariamente rigorosa solamente e semplicemente... in Prussia. 
Del pari le sue querimonie sull'ingerenza coattiva delle pratiche religiose 
nelle nascite, nei matrimoni, nelle morti e nei seppellimenti toccano, tra i 
maggiori paesi civili, solo la Prussia, e da quando sono stati introdotti i 
registri di stato civile, neanche pi questa [55]. Ci che Dhring realizza solo 
per mezzo di uno stato di cose "socialitario" dell'avvenire, perfino Bismarck, 
nel frattempo, lo ha sbrigato con una semplice legge. Non diversamente, nella 
"querimonia per la deficiente preparazione dei giuristi alla loro professione", 
intona una geremiade tipicamente prussiana; e anche l'odio per gli ebrei spinto 
sino al ridicolo, di cui Dhring fa mostra ad ogni occasione,  una qualit se 
non tipicamente prussiana, tuttavia tipica di tutti i paesi ad oriente 
dell'Elba. Quello stesso filosofo della realt che ha un sovrano disprezzo per 
tutti i pregiudizi e le superstizioni,  cos ingolfato in ubbie personali da 
chiamare "giudizio naturale" poggiante su "basi naturali", il pregiudizio 
popolare contro gli ebrei, ereditato dalla bigotteria medievale, e da spingersi 
a questa fantastica asserzione: "il socialismo  l'unica forza che possa tener 
fronte a situazioni demografiche accompagnate da una commissione ebraica 
piuttosto rilevante" (situazioni accompagnate da commissione ebraica! Che 
linguaggio tedesco naturale!). 
Ce n' abbastanza. Questo gran millantare la propria erudizione giuridica, nel 
migliore dei casi, ha come sfondo le pi comuni conoscenze specialistiche di un 
comunissimo giurista della vecchia Prussia. Il campo delle scienze giuridiche e 
politiche, i cui risultati Dhring ci espone con logiche conseguenze, "coincide" 
con l'ambito in cui vige il Landrecht prussiano. A prescindere dal diritto 
romano, oggi pi o meno familiare ad ogni giurista anche in Inghilterra, le sue 
conoscenze giuridiche si limitano solamente e unicamente al Landrecht prussiano, 
quel codice del dispotismo patriarcale illuminato, che  scritto in un tedesco 
tale da far pensare che Dhring sia andato a scuola l e che le sue grosse 
morali, con la sua imprecisione e con la sua incoerenza giuridica, e con i suoi 
colpi di bastone come mezzo di tortura e di penna, appartiene ancora, nel modo 
pi completo, all'epoca prerivoluzionaria. Tutto ci che c' in pi per Dhring 
viene dal maligno: tanto il moderno diritto borghese francese, quanto il diritto 
inglese, con il suo sviluppo particolarissimo e le sue guarentigie della libert 
personale sconosciute in tutto il continente. La filosofia che "non ammette 
orizzonti meramente apparenti, ma che invece, col suo moto possentemente 
rivoluzionario, avvolge tutte le terre e i cieli della natura esterna ed 
interna", ha come suo orizzonte reale i confini delle sei vecchie province 
orientali della Prussia [56] e tutt'al pi i pochi altri brandelli di terra dove 
vige il nobile Landrecht; e al di l di questo orizzonte non avvolge n cielo n 
terra, n natura esterna n natura interna, ma solo il quadro della pi crassa 
ignoranza di quello che succede nel resto del mondo. 
Non si pu parlare bene di morale e di diritto senza affrontare la questione del 
cosiddetto libero arbitrio, della responsabilit dell'uomo, del rapporto di 
libert e necessit. Anche la filosofia della realt ha per questa questione, 
non solo una, ma perfino due soluzioni. 

"Al posto di tutte le false teorie sulla libert bisogna porre la natura del 
rapporto sperimentale nel quale la coscienza razionale, da una parte, e le 
determinazioni istintive, dall'altra, si unificano, per cos dire, in una 
forza intermedia. I fatti basilari di questa specie di dinamica devono 
trarsi dall'osservazione, e per dare in anticipo anche la misura di ci che 
ancora non  accaduto, per quanto  possibile, devono valutarsi, in 
generale, secondo la loro specie e la loro grandezza. Perci le sciocche 
fantasie sulla libert interiore di cui si sono cibare dei millenni, non 
solo vengono radicalmente eliminate, ma vengono anche sostituite da qualche 
cosa di positivo, che pu essere utilizzato per la organizzazione pratica 
della vita". 

Conseguentemente la libert consiste nel fatto che l'uomo  trascinato a destra 
dalla conoscenza razionale, a sinistra dagli istinti irrazionali, e in questo 
parallelogramma delle forze il movimento reale avviene nella direzione della 
diagonale. La libert sarebbe quindi la media tra conoscenza e istinto, 
intelletto e mancanza di intelletto, e io, suo grado di ogni singolo individuo 
dovrebbe essere stabilito sperimentalmente e, per usare un'espressione 
astronomica [57], mediante una "equazione personale". Ma poche pagine dopo si 
dice: 

"Noi fondiamo la responsabilit morale sulla libert, la quale tuttavia non 
significa altro per noi che l'essere accessibili a motivi coscienti, nella 
misura dell'intelletto che abbiamo per natura o acquisito. Tutti questi 
siffatti motivi, malgrado si percepisca la possibilit del contrario, 
agiscono nelle azioni con ineluttabile necessit naturale; ma noi contiamo 
precisamente su questa costrizione inevitabile, allorch facciamo 
intervenire le leve morali". 

Questa seconda determinazione della societ che fa completamente a pugni con la 
prima non  altro, a sua volta, che uno straordinario appiattimento della 
concezione hegeliana. Hegel fu il primo a rappresentare in modo giusto il 
rapporto di libert e necessit. Per lui la libert  il riconoscimento della 
necessit. "Cieca  la necessit solo nella misura in cui non viene compresa." 
[58] La libert non consiste nel sognare l'indipendenza dalle leggi della 
natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilit, legata a questa 
conoscenza, di farle agire secondo un piano per un fine determinato. Ci vale in 
riferimento tanto alle leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano 
l'esistenza fisica e spirituale dell'uomo stesso: due classi di leggi che 
possiamo separare l'una dall'altra tutt'al pi nell'idea, ma non nella realt. 
Libert del volere non significa altro perci che la capacit di poter decidere 
con cognizione di causa. Quindi quanto pi libero  il giudizio dell'uomo per 
quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sar la 
necessit con cui sar determinato il contenuto di questo giudizio; mentre 
l'incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilit 
di decidere, diverse e contraddittorie, sceglie in modo apparentemente 
arbitrario, proprio perci mostra la sua mancanza di libert, il suo essere 
determinato da quell'oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libert 
consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla 
conoscenza delle necessit naturali: essa  perci necessariamente un prodotto 
dello sviluppo storico. I primi uomini che si separarono dal regno degli animali 
erano tanto privi di libert in tutto quello che  essenziale, quanto gli stessi 
animali, ma ogni progresso verso la civilt era un passo verso la libert. Alla 
soglia della storia dell'umanit sta la scoperta della trasformazione del 
movimento meccanico in calore, la produzione del fuoco per sfregamento; la 
conclusione dello sviluppo che si  avuto sinora sta la scoperta della 
trasformazione del calore in movimento meccanico: la macchina a vapore. E 
malgrado la gigantesca rivoluzione liberatrice, non ancora compiuta per met, 
che la macchina a vapore opera nel mondo sociale,  tuttavia fuori dubbio che la 
produzione del fuoco per sfregamento ha avuto sul mondo un'azione liberatrice 
superiore a quella della macchina a vapore. Infatti la produzione del fuoco per 
sfregamento diede all'uomo per la prima volta il dominio di una forza naturale e 
con ci lo separ definitivamente dal regno degli animali. La macchina a vapore 
non far mai fare allo sviluppo dell'umanit un salto cos imponente, per quanto 
essa possa anche essere per noi rappresentativa di tutte quelle poderose forze 
produttive che si appoggiano ad essa e solo con l'aiuto delle quali si rende 
possibile una situazione sociale in cui non ci siano pi differenze di classi, 
preoccupazioni per i mezzi di sussistenza degli individui, e in cui per la prima 
volta possa parlarsi di vera libert umana, di un'esistenza in armonia con le 
leggi naturali conosciute. Ma quanto sia ancora giovane la storia dell'uomo e 
quanto sarebbe ridicolo il voler attribuire alle nostre vedute odierne una 
qualche validit assoluta, appare dal semplice fatto che tutta la storia passata 
si pu caratterizzare come storia dell'intervallo di tempo che passa dalla 
scoperta pratica della trasformazione del movimento meccanico in calore e quella 
del calore in movimento meccanico. 
In Dhring la storia  trattata in verit in altra maniera. In generale essa, 
come storia degli errori, dell'ignoranza e della rozzezza, della violenza e 
dell'asservimento,  un oggetto che disgusta la filosofia della realt; tuttavia 
in particolare essa si divide in due grandi sezioni, ossia: 1) dalla situazione 
in cui la materia  sempre eguale a se stessa, sino alla Rivoluzione francese e 
2) dalla Rivoluzione francese sino a Dhring; e cos il XIX secolo resta "ancora 
essenzialmente reazionario, anzi, per quanto riguarda lo spirito, esso lo  (!) 
ancor di pi del secolo XVIII", ma, tuttavia, reca nel suo seno il socialismo e 
di conseguenza "il germe di un rivolgimento pi possente di quello che fu 
sognato (!) dai precursori e dagli eroi della Rivoluzione francese". Il 
disprezzo della filosofia della realt per la storia precedente si giustifica 
nella seguente maniera: 

"I pochi millenni per i quali i documenti originali rendono possibile una 
reminiscenza storica, non possono significare gran che, con lo sviluppo che 
essi hanno dato all'umanit sino ai nostri giorni, se si pensa alla serie 
dei millenni futuri (...) Il genere umano, preso come un tutto,  ancora 
molto giovane, e se un giorno l'anamnesi storica scientifica dovr contare 
gli anni a decine di migliaia, anzich a migliaia, l'infanzia spiritualmente 
immatura delle nostre istituzioni avr irrefutabile valore di premessa 
evidente sulla nostra epoca, che sar allora considerata come antichit 
primeva". 

Senza fermarci pi a lungo sulla "forma linguistica" veramente "originale" di 
quest'ultima proposizione, notiamo solo due cose: in primo luogo che questa 
"antichit primeva" in ogni caso rester un periodo storico del pi alto 
interesse per tutte le generazioni future, poich costituisce il fondamento di 
ogni pi alto sviluppo ulteriore, perch ha come suo punto di partenza lo 
svincolarsi dell'uomo dal regno degli animali e come suo contenuto il 
superamento di difficolt quali mai pi si opporranno agli uomini associati 
dell'avvenire. E in secondo luogo che la fine di quest'antichit premeva, di 
fronte alla quale i futuri periodi storici, che, non pi inceppati da queste 
difficolt e da questi ostacoli, promettono ben altri successi scientifici, 
tecnici e sociali,  in ogni caso un momento scelto in un modo assai singolare 
per dare delle prescrizioni ai millenni futuri, per mezzo di verit definitive 
di ultima istanza, verit immutabili e concezioni che vanno alle radici delle 
cose, scoperte sulla base dell'infanzia spiritualmente immatura del nostro 
secolo tanto "arretrato" e tanto "retrogrado". Bisogna essere proprio il Richard 
Wagner della filosofia, seppure senza l'ingegno di Wagner, per non accorgersi 
che tutte le parole di disprezzo lanciate sullo sviluppo storico che si  avuto 
sinora restano parimente appiccicate a quel che si pretende ultimo risultato 
dello sviluppo storico: alla cosiddetta filosofia della realt. 
Uno dei brani pi significativi della nuova scienza che va alle radici delle 
cose  la sezione sulla individualizzazione e la valorizzazione della vita. Qui 
zampilla e fluisce qual getto sorgivo e incontenibile, per tre interi capitoli, 
il luogo comune in tono oracolare. Disgraziatamente noi dobbiamo limitarci a 
pochi e brevi saggi. 

"L'essenza pi profonda di ogni sensazione e di conseguenza di tutte le 
forme soggettive della vita poggia sulla differenza di stati (...) Ma per la 
vita nella sua pienezza (!) si pu provare anche senz'altro (!) che si 
incrementa il sentimento vitale e si eccitano gli stimoli decisivi, non gi 
attraverso il permanere in una posizione, ma attraverso il passare da una 
situazione all'altra della vita (...) Lo stato che resta approssimativamente 
uguale a se stesso, per cos dire in una permanenza inerte e, diciamo, in 
una stessa posizione di equilibrio stabile, qualunque ne sia la natura, non 
pu significare gran che per provare l'esistenza (...) L'abituarsi e, per 
cos dire, il vivere in questo stato, lo trasforma completamente in qualche 
cosa di indifferente ed irrilevante che non si distingue particolarmente 
dallo stato di morte. Tutt'al pi vi si aggiunge ancora un'altra specie di 
moto vitale negativo, il supplizio della noia (...) In una vita stagnante si 
spegne per i popoli ogni passione e ogni interesse per l'esistenza. Ma con 
la nostra legge della differenza tutti questi fenomeni divengono 
spiegabili." 

 incredibile la celerit con cui Dhring stabilisce i suoi risultati originali 
sin dalle fondamenta. Ecco appena tradotto nel linguaggio della filosofia della 
realt il luogo comune che l'eccitazione continua di uno stesso nervo o il 
perdurare dello stesso stimolo affatica ogni nervo ed ogni sistema nervoso, che 
quindi nello stato di normalit devono aver luogo interruzioni e cambiamenti 
degli stimoli nervosi: cosa che da anni si pu leggere in ogni manuale di 
fisiologia e che ogni filisteo sa per esperienza. Questa vecchissima banalit  
stata appena tradotta nella formula misteriosa che l'essenza pi profonda di 
ogni sensazione poggia sulla differenza di stati, ed ecco che si trasforma di 
gi nella "nostra legge della differenza". E questa legge della differenza rende 
"completamente spiegabile" tutta una serie di fenomeni, che a loro volta sono 
soltanto illustrazioni ed esempi della piacevolezza della variazione, i quali 
anche per l'intelletto del pi comune dei filistei non abbisognano di 
spiegazione alcuna, e che col richiamo a questa pretesa legge della differenza 
non guadagnano in chiarezza neppure una briciola. 
Ma con tutto ci, la capacit di andare alle radici propria della "nostra legge 
della differenza",  ancora lontana dall'essere esaurita: 

"La successione delle et della vita e l'apparire dei cambiamenti di queste 
condizioni di vita che ad esse si ricollegano offre un esempio molto 
calzante per rendere evidente il nostro principio della differenza (...) 
Bambino, ragazzo, adolescente e uomo maturo esperimentano il vigore del 
senso vitale di ciascuno di questi periodi della loro vita, non tanto per 
mezzo di quegli stati ormai fissati in cui di volta in volta si trovano, 
quanto per mezzo delle epoche di passaggio dall'uno di questi stati 
all'altro". 

E non  ancora abbastanza: 

"La nostra legge della differenza pu avere un'applicazione ancora pi 
lontana se prendiamo in considerazione il fatto che la ripetizione di ci 
che  stato gi provato o compiuto non presenta nessuna attrattiva". 

Ed ora il lettore stesso pu immaginare le sciocchezze in stile da oracolo alle 
quali danno appiglio proposizioni che hanno una profondit e una capacit di 
andare alle radici pari a quelle riportate sopra. E Dhring pu bene esclamare 
trionfante nella chiusa del suo libro: "La legge della differenza  diventata, 
praticamente e teoricamente ad un tempo, decisiva per la stima e l'incremento 
del valore della vita!". E del pari per la stima che Dhring fa del valore 
spirituale del suo pubblico: costui deve credere che questo pubblico sia 
composto di puri somari o filistei. 
Pi oltre ci vengono somministrate queste norme di vita straordinariamente 
pratiche: 

"I mezzi per tener desto tutto quanto l'interesse per la vita" (un bel 
compito per i filistei e per quelli che vogliono diventarlo!) "consistono 
nel far s che gli interessi singoli, e per cos dire elementari, di cui  
composto l'interesse nella sua totalit, si sviluppino o si succedano a 
vicenda secondo gli intervalli di tempo naturali. Ma nello stesso tempo, 
perch si produca il medesimo stato, bisogna utilizzare anche la successione 
graduale, in cui gli stimoli pi bassi e pi facili a soddisfarsi possano 
venir sostituiti da eccitazioni pi elevate e costantemente attive: e ci al 
fine che sia impedito il formarsi di vuoti totalmente privi d'interesse. Ma 
del resto l'importante sar scongiurare che le tensioni che insorgono 
naturalmente o in altra guisa nel corso normale dell'esistenza sociale siano 
arbitrariamente accumulate, forzate, ovvero, ci che  l'assurdit 
contraria, vengano soddisfatte sin dal loro pi lieve moto, in modo da 
impedire che con il loro sviluppo esse diventino un bisogno suscettibile di 
godimento. L'osservanza del ritmo naturale  qui, come altrove, la 
condizione preliminare del movimento regolare e attraente. N ci si dovr 
porre il problema insolubile di prolungare gli stimoli di una situazione 
qualsiasi al di l dei limiti imposti loro dalla natura o dalle circostanze, 
ecc.". 

quel galantuomo che vorr prendere come norma della "esperienza della vita" 
queste solenni sentenze oracolari da filisteo, di una pedanteria che sottilizza 
sulle pi insulse banalit, non avr certo da lamentarsi di "vuoti totalmente 
privi di interesse". Egli avr bisogno di tutto il suo tempo per preparare e 
ordinare in perfetta regola i suoi godimenti, cosicch per godere non gli 
rester libero neppure un istante. 
Noi dobbiamo far esperienza della vita, di tutta la vita. Solo due cose Dhring 
ci proibisce: in primo luogo "la porcheria dell'uso del tabacco", e in secondo 
luogo i cibi che "hanno propriet disgustosamente eccitanti o in generale 
ripugnanti per una sensibilit un po' raffinata". Ma poich Dhring nel suo 
Corso di economia celebra cos ditirambicamente la distillazione dell'acquavite, 
non potr comprendere tra queste bevande la grappa; siamo perci costretti a 
concludere che la sua proibizione si estende semplicemente al vino e alla birra. 
Non avr allora che da abolire anche la carne ed avr cos portato la filosofia 
della realt allo stesso livello su cui si muoveva con tanto successo il fu 
Gusttav Struve: al livello della puerilit pura e semplice. 
Del resto Dhring potrebbe essere un po' pi liberale per quel che concerne le 
bevande spiritose. Un uomo che, per sua stessa confessione, ancora non pu 
trovare il ponte di passaggio dallo statico al dinamico, ha tutte le ragioni di 
essere indulgente nel suo giudizio, se un povero diavolo qualche volta alza un 
po' il gomito e di conseguenza anche lui cerca invano il ponte di passaggio dal 
dinamico allo statico. 
  
Note
*2. Quanto sopra, da quando io lo scrissi, sembra aver gi trovato conferma. 
Secondo le indagini pi recenti condotte da Mendeleiev e da Boguski con 
apparecchi pi perfezionati [41], tutti i gas perfetti mostrano un rapporto 
variabile tra pressione e volume; nell'idrogeno il coefficiente di dilatazione  
stato positivo per tutte le pressioni sinora applicate (la diminuzione del 
volume  stata pi lenta dell'incremento della pressione); nell'aria atmosferica 
e negli altri gas sottoposti ad indagine si  trovato per ciascuno un punto di 
pressione zero in cui, a pressione pi debole, si ha un coefficiente positivo, e 
a pressione pi forte negativo. La legge di Boyle, sinora sempre praticamente 
utilizzabile, dovr quindi essere integrata da tutta una serie di speciali 
leggi. (Ora, nel 1885, noi sappiamo anche che non ci sono gas "perfetti". I gas 
sono stati tutti ridotti allo stato fluido.) 
41. Qui Engels espone il contenuto di una notizia apparsa sulla rivista "Nature" 
del 16 novembre 1876. Essa informava sul discorso tenuto da D. I. Mendeleiev il 
3 settembre 1876 al V Congresso degli scienziati e medici russi, a Varsavia, in 
cui Mendeleiev riferiva i risultati degli esperimenti da lui compiuti nel 1875 e 
1876, insieme a J. J. Boguski, per verificare la legge Boyle-Mariotte. 
L'ultima frase della nota, chiusa tra parentesi, fu aggiunta da Engels nella 
seconda edizione (1885) dell'"Anti-Dhring". 
42. "Per il gatto" si dice in tedesco di una cosa perfettamente inutile. 
43. Il "Discorso sull'origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli 
uomini" di J-J Rousseau, scritto nel 1754 e pubblicato l'anno successivo. 
44. La guerra dei trent'anni (1618-1648) fu una guerra europea che cominci in 
Boemia con una rivolta contro la monarchia asburgica e l'avanzare della reazione 
cattolica. Essa si svilupp in un conflitto tra il campo cattolico-feudale (il 
papa, gli Asburgo di Spagna e d'Austria, i principi cattolici tedeschi) e i 
paesi protestanti (Boemia, Danimarca, Olanda e vari Stati tedeschi riformati) 
appoggiati dai re francesi, rivali degli Asburgo. La Germania fu uno dei teatri 
principali della guerra, oggetto di saccheggi e rivendicazioni da parte dei 
partecipanti. La pace di Westfalia, del 1648, sanc lo smembramento politico 
della Germania. 
45. Max Stirner (1806-1856), individualista anarchico, nel suo libro "L'Unico e 
la sua propriet" assumeva atteggiamenti presuntuosi simili a quelli che Engels 
rimprovera a Dhring. La critica di Marx ed Engels a Stirner occupa la maggior 
parte dell'"ideologia tedesca" (1845-1846). 
46. Pacifici nel paese (Die Stillen im Lande) erano detti i pietisti, in 
particolare una setta che si diffuse in Germania nel XVIII secolo. 
47. Si tratta di episodi della conquista dell'Asia centrale da parte della 
Russia. Durante la campagna di Chiava (1873) un reparto di truppe russe 
comandate dal generale Golovatsciov, che dipendeva dall'aiutante generale K. P. 
Kauffmann, nei mesi di luglio e agosto condusse una crudelissima spedizione 
punitiva contro la trib turkmena dei Jomudi. La fonte principale da cui Engels 
ricav le notizie su questi fatti era evidentemente l'opera in due volumi del 
diplomatico americano Eugene Schuyler "Turkistan. Notes of a journey in Russian 
Turkistan, Kokhand, Bukhara and Kuldja", Londra, 1876, pp. 356-359. 
48. Cfr. K. Marx, "Il Capitale", libro I, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 92. 
*3. Questa deduzione delle moderne idee di eguaglianza dalle condizioni 
economiche della societ borghese  stata esposta per la prima volta da Marx nel 
"Capitale". 
49. Cfr. K. Marx, "Il Capitale", libro I, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 92. 
Nell'"Anti-Dhring" Engels cita il primo, libro del "Capitale" dalla seconda 
edizione (1872); cita invece dalla terza edizione (1882) solo nel testo 
rielaborato nel capitolo X della seconda sezione. 
50. Diritto del Land: gli Stati tedeschi avevano il nome di Lnder, che poi 
rimase anche dopo la riunificazione della Germania. Il Landrecht prussiano, 
risalente al 1794, riuniva il diritto civile, commerciale, di scambio, 
marittimo, di assicurazione, penale, ecclesiastico, pubblico e amministrativo; 
esso fiss nella legislazione il carattere retrivo della Prussia feudale e 
pareri essenziali di esso restarono in vigore fino all'introduzione del codice 
civile del 1900. 
51. Il Code pnal francese del 1810 fu introdotto da Napoleone nelle regioni 
conquistate della Germania occidentale e sud-occidentale; nella provincia renana 
esso rest in vigore, insieme al code civil, anche dopo la sua annessione alla 
Prussia (1815). Il governo prussiano cercava d'introdurre di nuovo in questa 
provincia il Landrecht prussiano. Tutta una serie di leggi, decreti e 
prescrizioni doveva restaurare nella provincia renana i privilegi feudali della 
nobilt (i maggioraschi) e il diritto penale, matrimoniale ecc. prussiani. 
Questi provvedimenti, che suscitarono una decisa opposizione nella provincia 
renana, furono aboliti dopo la rivoluzione di marzo con le ordinanze del 15 
aprile 1848. 
52. Il Code Napolon era il codice civile francese del 1807, nuovamente 
formulato sulla base del "Code civil des Franais" proclamato nel 1804. Qui 
Engel parla del Code Napolon in senso largo, intendendo tutti i cinque codici 
pubblicati sotto Napoleone dal 1804 al 1810: Code civil (1804), Code de 
procdure civil (1806), Code de commerci (1807), Code d'instruction criminelle 
(1808) e Code pnal (1810). 
53.  l'obiezione mossa da Spinoza nell'"Etica" (parte I, "Su Dio", appendice) 
contro chi spiega finalisticamente tutti i fenomeni adducendo come causa la 
volont divina e appellandosi all'ignoranza di altre cause. 
54. Il "Corpus juris civilis"  l'insieme dei testi giuridici raccolti e 
pubblicati sotto l'imperatore Giustiniano nel VI secolo. 
55. Il registro civile fu introdotto in Prussia, per iniziativa di Bismarck, con 
la legge del 9 marzo 1874. Una legge analoga per tutto l'impero tedesco fu 
emanata il 6 febbraio 1875. Essa toglieva alla Chiesa il diritto di compiere le 
registrazioni di stato civile e limitava cos la sua influenza e le sue entrate. 
Questa legge era soprattutto diretta contro la Chiesa cattolica e costitu un 
atto essenziale del cosiddetto Kulturkampf, la "lotta per la civilt" condotta 
dal 1871 da Bismarck contro l'influenza politica e culturale della Chiesa 
cattolica. 
56. Erano le province di Brandeburgo, Prussia orientale, Prussia occidentale, 
Posnania, Pomerania e Slesia, che appartenevano al regno di Prussia gi prima 
del congresso di Vienna del 1815. La provincia renana, pi progredita sotto 
l'aspetto economico, politico e culturale, fu unita alla Prussia nel 1815. 
57. In astronomia il termine "equazione" indica anche la correzione che bisogna 
apportare alle osservazioni fatte: per stabilire la posizione di un corpo 
celeste, per esempio, si deve tener conto del tempo impiegato dalla luce per 
giungere da esso all'osservatore. Ma ci sono fattori d'errore puramente 
soggettivi: osservatori diversi non concordano nel determinare il momento del 
passaggio di un corpo celeste sul meridiano. Cos, in generale (specie in 
psicologia sperimentale), si chiama "equazione personale" la diversit di 
comportamento, dovuta a ragioni psico-fisiologiche, che porta individui diversi 
ad apprezzare diversamente uno stesso fenomeno. 
58. Vedi Hegel, "Encyklopdie der philosophischen. Wissenschaften...", par.147, 
aggiunta. Il corsivo  di Engels. 
  


Anti-Dhring
Prima Sezione: Filosofia
  
XII. Dialettica. Quantit e qualit
  
"Il primo e il pi importante principio sulle propriet logiche fondamentali 
dell'essere verte sull'esclusione della contraddizione. La contraddizione  
una categoria che pu appartenere solo alla combinazione delle idee e non 
alla realt. Nelle cose non ci sono contraddizioni o, in altri termini, la 
contraddizione, posta come reale,  essa stessa il colmo del controsenso 
(...) L'antagonismo di forze che, in opposte direzioni, si misurano a 
vicenda,  proprio la forma fondamentale di tutte le azioni nell'esistenza 
del mondo e dei suoi esseri. Ma questo contrasto delle direzioni delle forze 
degli elementi e degli individui non coincide minimamente con l'idea di 
assurdit contraddittorie (...) Qui noi possiamo esser paghi di aver 
dissipato, mediante una chiara rappresentazione della verace assurdit della 
contraddizione reale, le nebbie che sorgono abitualmente dai pretesi misteri 
della logica, e di aver messo in evidenza l'inutilit dell'incenso che qua e 
l si  prodigato al fantoccio di legno della dialettica della 
contraddizione, goffamente scolpito e sostituito alla schematizzazione 
antagonistica del mondo." 

 questo pressappoco tutto ci che si dice della dialettica nel "corso di 
filosofia". Nella "Storia critica", per contro, la dialettica della 
contraddizione, e con essa specialmente Hegel, viene trattata in un modo 
completamente diverso. 

"La contraddizione, in effetti, secondo la logica hegeliana, o piuttosto la 
dottrina del logos, pu cogliersi obiettivamente e, per cos dire, toccare 
con mano, non gi nel pensiero che, per sua natura, si deve rappresentare 
non altrimenti che come soggettivo e consapevole, ma nelle cose e nei 
fenomeni stessi, cosicch il controsenso non resta una combinazione 
impossibile del pensiero, ma diventa una potenza effettiva. La realt 
dell'assurdo  il primo articolo di fede dell'unit hegeliana di logico e 
alogico (...) Quanto pi contraddittorio, tanto pi vero o, con altre 
parole, quanto pi assurdo, tanto pi credibile: questa massima, che non  
affatto una nuova invenzione, ma che  tratta dalla teologia della 
rivelazione e delle mistica,  la cruda espressione del cosiddetto principio 
dialettico." 

Il pensiero contenuto nei due luoghi citati si compendia nella proposizione la 
quale dice che contraddizione = controsenso e perci non pu esserci nel mondo 
reale. Questa proposizione, per gente che altrimenti  di sufficiente buon 
senso, pu avere lo stesso valore di evidenza della stessa proposizione la quale 
dice che diritto non pu essere curvo e curvo non pu essere dritto. Ma il 
calcolo differenziale, malgrado tutte le proteste del buon senso, pone tuttavia, 
sotto certe condizioni, l'identit di diritto e curvo e ottiene cos dei 
risultati che il buon senso, il quale si ostina a dire assurda l'identit di 
diritto e curvo, non potr mai raggiungere. E, data la parte importante che la 
cosiddetta dialettica della contraddizione ha rappresentato nella filosofia 
dagli antichissimi greci fino ad oggi, persino un avversario pi forte di 
Dhring si sarebbe sentito in dovere di confutarla con ben altri argomenti che 
un'unica asserzione e molte ingiurie. 
Sino a quando consideriamo le cose in stato di riposo e prive di vita, ciascuna 
per s, l'una accanto all'altra, l'una dopo l'altra,  certo che in esse non 
incontreremo nessuna contraddizione. Vi troviamo certe propriet che in parte 
sono comuni, in parte sono diverse, anzi persino in contraddizione l'una con 
l'altra, ma in questo caso esse sono ripartite in cose diverse e quindi non 
recano in s nessuna contraddizione. Nella misura in cui questo campo di 
indagine  sufficiente, ce la caviamo con l'abituale modo di pensare metafisico. 
Ma  invece tutt'altra cosa allorch consideriamo le cose nel loro movimento, 
nel loro cambiamento, nella loro vita, nella loro azione reciproca. Qui cadiamo 
subito in contraddizioni. Lo stesso movimento  una contraddizione; gi perfino 
il semplice movimento meccanico locale si pu compiere solamente perch un corpo 
in un solo e medesimo istante  in un luogo e nello stesso tempo in un altro 
luogo,  in un solo e medesimo luogo e non  in esso. E il continuo porre e 
nello stesso tempo risolvere questa contraddizione  precisamente il movimento. 
Qui abbiamo dunque una contraddizione che "pu cogliersi obiettivamente e, per 
cos dire, toccare con mano, nelle cose e nei fenomeni stessi". E che cosa ne 
dice Dhring? Afferma che sino ad oggi non c' "nella meccanica razionale nessun 
ponte di passaggio tra ci che  rigorosamente statico e ci che  dinamico". 
Ora finalmente il lettore si accorger di quello che si nasconde dietro a questa 
frase prediletta di Dhring; nient'altro che questo: l'intelletto che pensa 
metafisicamente non pu assolutamente passare dall'idea della quiete a quella 
del movimento, perch qui la contraddizione che abbiamo vista sopra gli sbarra 
il cammino. Per lui il movimento, poich  una contraddizione,  puramente 
inconcepibile. E poich afferma l'inconcepibilit del movimento, ammette egli 
stesso, suo malgrado, l'esistenza di questa contraddizione, e quindi ammette che 
c' obiettivamente nelle cose e nei fenomeni stessi una contraddizione la quale, 
per giunta,  una potenza effettiva. 
Se gi il semplice movimento meccanico locale contiene in s una contraddizione, 
ancor pi la contengono le forme pi elevate di movimento della materia e, in 
modo assolutamente particolare, la vita organica e il suo sviluppo. Abbiamo 
visto sopra che la vita consiste anzitutto precisamente nel fatto che un essere, 
in ogni istante,  se stesso ed  anche un altro. Quindi la vita  del pari una 
contraddizione presente nelle cose e nei fenomeni stessi, contraddizione che 
continuamente si pone e continuamente si risolve; e non appena la contraddizione 
cessa, cessa anche la vita e sopraggiunge la morte. Abbiamo visto parimente che 
anche nel campo del pensiero non possiamo sfuggire alle contraddizioni, e che 
per es. la contraddizione tra il potere conoscitivo umano intimamente illimitato 
e la sua sussistenza reale in uomini esteriormente limitati e limitatamente 
conoscenti, si risolve nel susseguirsi, per noi praticamente privo di un 
termine, delle generazioni: nel progresso all'infinito. 
Abbiamo gi notato che una delle basi fondamentali della matematica superiore  
la contraddizione che in certe circostanze la retta e la curva si identificano. 
La matematica superiore arriva anche a questa contraddizione: che linee che ai 
nostri occhi si intersecano, tuttavia, a distanza di cinque o sei centimetri dal 
loro punto di intersezione, devono presentarsi come parallele, come tali, cio, 
che anche prolungate all'infinito non possono intersecarsi. E tuttavia la 
matematica superiore mette capo, con queste contraddizioni e con altre ancora 
maggiori, a risultati non soltanto esatti, ma assolutamente irraggiungibili 
dalla matematica inferiore. 
Ma anche questi ultimi brulicano gi in contraddizioni. Per es.  una 
contraddizione il fatto che una radice di A debba essere una potenza di A, 
eppure A1/2 = radice quadrata di A.  una contraddizione che una grandezza 
negativa debba essere il quadrato di qualche cosa: infatti ogni grandezza 
negativa moltiplicata per se stessa, d un quadrato positivo. La radice quadrata 
di meno uno, quindi, non solo  una contraddizione, ma perfino una 
contraddizione assurda, un vero controsenso. E tuttavia   un risultato in molti 
casi necessario di operazioni matematiche esatte; anzi c' di pi: dove sarebbe 
la matematica, sia elementare che superiore, se le fosse interdetto di operare 
con ? 
La stessa matematica con la trattazione delle grandezze variabili entra nel 
campo dialettico; ed  significativo il fatto che sia stato un filosofo 
dialettico, Descartes, a introdurre nella matematica un tale progresso. La 
matematica delle grandezze variabili sta alla matematica delle grandezze 
invariabili come in generale il pensiero dialettico sta al pensiero metafisico. 
La qual cosa non impedisce affatto che il maggior numero di matematici riconosca 
la dialettica solo nel campo della matematica e che tra loro ce ne sia un 
discreto numero che, servendosi dei metodi acquisiti per via dialettica, 
continui ad operare completamente secondo la vecchia e limitata maniera 
metafisica. 
Sarebbe possibile occuparci pi da vicino dell'antagonismo di forze di Dhring e 
della sua schematizzazione antagonistica del mondo, solo nel caso che egli ci 
avesse dato su questo tema qualche cosa di pi che... la semplice frase. 
Raggiunto tale risultato, questo antagonismo non ci viene presentato mai in 
azione n nella schematizzazione del mondo n nella filosofia della natura; ed  
questa la migliore confessione che Dhring, con queste "forme fondamentali di 
tutte le azioni nell'esistenza del mondo e dei suoi esseri" non sa assolutamente 
combinare niente di positivo. Infatti, se si  abbassata la "dottrina 
dell'essenza" di Hegel fino a ridurla alla banalit di forze che si muovono in 
opposte direzioni ma non in contraddizione, certo il meglio che si possa fare  
di evitare ogni applicazione di questo luogo comune. 
A Dhring l'altro appiglio per dar libero corso alla sua ira antidialettica, lo 
fornisce il "Capitale" di Marx. 

"Deficienza di logica naturale e di logica data dall'uso dell'intelletto, 
deficienza che contraddistingue questi intrecci dialettici aggrovigliati e 
questi arabeschi di idee (...) gi alla parte ormai pubblicata si pu 
applicare il principio che dice che da un certo punto di vista e anche in 
generale (!), secondo un noto pregiudizio filosofico, si deve ricercare il 
tutto in ogni singola cosa e ogni singola cosa nel tutto, e che secondo 
questa idea confusa e mal concepita, alla fine tutto  uno." 

Questa sua conoscenza del noto pregiudizio filosofico permette tuttavia a 
Dhring di predire con sicurezza quale sar la "fine" di questo filosofare di 
Marx sull'economia, e quindi quale sar il contenuto dei volumi seguenti del 
"Capitale", e ci appena sette righe dopo aver dichiarato che "tutt'ora non si 
pu realmente prevedere che cosa, parlando in termini schietti e chiari, 
propriamente debba ancora seguire nei due" (ultimi) "volumi" [59]. 
Non  questa comunque la prima volta che gli scritti di Dhring ci appaiono 
appartenenti a quelle "cose" nelle quali "la contraddizione si pu cogliere 
obiettivamente e, per cos dire, toccare con mano". Ci che non gli impedisce di 
andare avanti vittoriosamente: 

"Pure, la sana logica presumibilmente trionfer della sua caricatura (...) 
Queste grandi arie e questa misteriosa robaccia dialettica non dar a 
nessuno, che abbia ancora un po' di giudizio, la tentazione di occuparsi di 
(...) queste deformit di pensiero e di stile, con la morte degli ultimi 
avanzi di queste follie dialettiche, questo mezzo per turlupinare (...) 
perder la sua influenza ingannatrice e nessuno creder pi di doversi 
tormentare per inseguire una saggezza nella quale il nocciolo di queste cose 
arruffate, una volta messo a nudo, mostra, nel migliore dei casi, i tratti 
di teorie ovvie, se non di luoghi comuni (...)  assolutamente impossibile 
riprodurre gli aggrovigliamenti" (marxiani) "conformatisi alla dottrina del 
logos, senza prostituire la sana logica". 

Il metodo di Marx consisterebbe nell'"imbastire miracoli dialettici per i suoi 
fedeli", e cos via. 
Qui non ci dobbiamo ancora affatto occupare dell'esattezza o meno dei risultati 
economici dell'indagine marxiana, ma solo del metodo dialettico applicato da 
Marx. Ma una cosa  certa: che il maggior numero dei lettori del "Capitale" solo 
ora avranno appreso, grazie a Dhring, che cosa propriamente hanno letto. E tra 
essi anche lo stesso Dhring, che nell'anno 1867 ("Ergnzungsbltter", III, 
fasc. 3) era ancora in condizione di fare un'analisi riassuntiva del libro 
relativamente ragionevole per un pensatore del suo calibro, senza essere 
obbligato a cominciare col tradurre, cosa che oggi egli dichiara indispensabile, 
gli sviluppi marxiani in linguaggio dhringiano. Se gi allora commetteva lo 
sproposito di identificare la dialettica marxiana con la dialettica hegeliana, 
pure non aveva ancora perduta completamente la capacit di distinguere tra il 
metodo e i risultati ottenuti per mezzo di esso e di comprendere che questi 
ultimi non vengono confutati in particolare demolendo in generale il primo. 
La comunicazione pi stupefacente che fa Dhring in ogni caso  questa: che dal 
punto di vista di Marx "in definitiva tutto  uno", che quindi per Marx, per 
es., capitalisti e salariati, modo di produzione feudale, capitalistico e 
socialista "sono tutt'uno", anzi, infine, anche Marx e Dhring sono senza dubbio 
"tutt'uno". Per spiegare come sia possibile questa pazzia pura e semplice non 
resta che ammettere che la semplice parola dialettica metta Dhring in uno stato 
di irresponsabilit in cui tutto ci che egli dice e fa, in seguito ad una certa 
idea confusa e mal concepita,  per lui "tutt'uno". 
Abbiamo qui un campione di ci che Dhring chiama la "mia maniera di delineare 
la storia in grande stile" ovvero anche 

"quel procedimento sommario che tiene conto del genere e del tipo, ma che 
non si degna affatto di onorare, rivelandone gli errori fino ai dettagli 
micrologici, quella che Hume chiam la plebe dei dotti; questo procedimento 
di stile pi elevato e pi nobile  compatibile unicamente con gli interessi 
della piena verit e con i doveri che si hanno verso un pubblico libero da 
vincoli di corporazione". 

Questo modo di delineare la storia in grande stile e questo sommario tener conto 
del genere e del tipo , in realt, molto comodo a Dhring, che pu cos 
trascurare tutti i fatti determinati considerandoli come micrologici, farli 
eguali a zero, e invece di dimostrare non ha che da costruire frasi generali, 
fare delle asserzioni e semplicemente lanciare le sue condanne. Ma questo metodo 
ha anche il vantaggio di non fornire all'avversario nessun appiglio, di non 
lasciargli dunque quasi nessun'altra possibilit di rispondere che non sia il 
formulare anche da parte sua frasi in grande stile e sommarie, il diffondersi in 
espressioni generiche ed infine il lanciare a sua volta la sua condanna su 
Dhring, in breve, come si dice, giocare a botta e risposta, cosa che non 
incontra i gusti di tutti. Dobbiamo perci essere grati a Dhring, se 
eccezionalmente abbandona lo stile pi elevato e pi nobile per darci almeno due 
esempi della riprovevole dottrina marxiana del logos. 

"Come  comico per es. il riferirsi alla confusa e nebulosa idea hegeliana 
che la quantit si muti nella qualit e che perci un'anticipazione di 
denaro, allorch raggiunge un certo limite, semplicemente per mezzo di 
questo incremento quantitativo diventa capitale." 

Certo, presentato in questa forma "purgata" da Dhring, tutto ci  abbastanza 
curioso. Vediamo dunque come si presenta nell'originale, in Marx. A pag. 313 
(della seconda edizione del "Capitale") Marx, dalle indagini precedenti sul 
capitale costante e variabile sul plusvalore, trae la conclusione che 

"non qualsiasi somma di denaro o di valore  trasformabile in capitale, che 
anzi una tale trasformazione presuppone un minimo determinato di denaro o 
valore di scambio, in mano al singolo possessore di denaro o di merci" [60]. 


Marx quindi prende come esempio il fatto che, in qualsiasi ramo di lavoro, 
l'operaio lavora giornalmente otto ore per se stesso, cio per la produzione del 
valore del suo salario e le quattro ore seguenti per il capitalista, per la 
produzione di un plusvalore che affluisce in primo luogo nella tasca di costui. 
Poi  necessario che uno disponga gi di una somma di valore che gli permetta di 
rifornire di materia prima, di strumenti di lavoro e di salario due operai, per 
intascare quotidianamente quel tanto di plusvalore da poterci vivere tanto bene 
quanto uno dei suoi operai. E poich la produzione capitalistica ha come suo 
fine non il semplice mantenimento, ma l'accrescimento della ricchezza, il nostro 
uomo con i suoi due operai non sarebbe ancora per nulla un capitalista. Ora, per 
vivere due volte meglio di un operaio e per ritrasformare in capitale la met 
del plusvalore prodotto, dovrebbe poter impiegare otto operai, e quindi 
possedere gi il quadruplo della somma di valore che abbiamo supposto sopra. E 
solo dopo questo e nel corso di dimostrazioni ulteriori per dimostrare e 
giustificare il fatto che non ogni e qualsiasi piccola somma di valore  
sufficiente per trasformarsi in capitale, ma che per questo ogni periodo di 
sviluppo ed ogni ramo di industria hanno il proprio limite minimo determinato, 
solo allora Marx nota: 

"Qui, come nelle scienze naturali, si rivela la validit della legge 
scoperta da Hegel nella sua "Logica", che mutamenti puramente quantitativi 
si risolvono a un certo punto in differenze qualitative" [61]. 

Ed ora si ammiri il pi elevato e nobile stile, in virt del quale Dhring 
attribuisce a Marx il contrario di ci che in realt egli ha detto. Marx dice: 
il fatto che una somma di valore possa trasformarsi in capitale solo allorquando 
abbia raggiunto una grandezza minima, diversa a seconda delle circostanze, ma in 
ogni singolo caso determinata, questo fatto  una prova dell'esattezza della 
legge hegeliana. Dhring gli fa dire: Poich secondo la legge hegeliana la 
quantit si trasforma in qualit, "perci un'anticipazione, allorch raggiunge 
un limite determinato", diventa "...capitale". Dunque tutto il contrario. 
Il costume di falsare le citazioni nell'"interesse della piena verit" e per i 
"doveri che si hanno verso un pubblico libero da vincoli di corporazione",  
cosa che abbiamo gi imparato a conoscere nel processo fatto da Dhring a 
Darwin. Esso si rivela sempre pi come una necessit intima della filosofia 
della realt, ed  certamente un "procedimento" molto "sommario". Per tacere 
completamente il fatto che Dhring, per di pi, attribuisce a Marx di aver 
parlato di ogni e possibile "anticipazione", mentre qui si tratta solo di 
un'anticipazione che vien fatta in materie prime, mezzi di lavoro e salario; e 
che cos riesce a far dire a Marx una pura e semplice assurdit. E poi ha la 
faccia tosta di trovar comica l'assurdit che egli stesso ha ammannito. Come si 
era costruito un Darwin fantastico per dar saggio della sua forza contro di lui, 
cos si costruisce un Marx fantastico. Davvero una "maniera di concepire la 
storia in grande stile"! 
Abbiamo gi visto sopra, a proposito della schematizzazione del mondo, che 
riguardo a questa linea nodale dei rapporti di misura di Hegel, per cui in certi 
punti del cambiamento quantitativo interviene improvvisamente un mutamento 
qualitativo repentino, Dhring ha subito il piccolo infortunio di averla 
riconosciuta ed applicata, egli stesso, in un momento di debolezza. In quel 
capitolo abbiamo dato degli esempi pi noti: quello della trasformazione degli 
stati di aggregazione dell'acqua, che, a pressione normale, a 0 centigradi 
passa dallo stato liquido a quello solido, e a 100 centigradi dallo stato 
liquido al gassoso, fenomeno nel quale, in quei due punti critici, il semplice 
cambiamento quantitativo della temperatura causa una modificazione qualitativa 
dello stato dell'acqua. 
Per la dimostrazione di questa legge avremmo potuto citare come esempio 
centinaia di fatti simili tratti sia dalla natura che dalla societ. Cos per 
es. nel "Capitale" di Marx, tutta la quarta sezione, Produzione del plusvalore 
relativo, nel campo della Cooperazione, Divisione del lavoro e manifattura, 
Macchine e grande industria, tratta di innumerevoli casi in cui un mutamento 
quantitativo cambia le qualit e, del pari, un cambiamento qualitativo cambia la 
quantit delle cose di cui si tratta: casi nei quali, per usare l'espressione 
tanto odiata da Dhring, la quantit si converte in qualit e viceversa. Cos 
per es. il fatto che la cooperazione di molti uomini, la fusione di molte forze 
in una forza complessiva, produce, per dirla con Marx, "un nuovo potenziale di 
forza" essenzialmente diverso dalla somma delle singole forze che lo 
costituiscono [62]. 
Per di pi Marx, nel passo il cui significato  stato completamente capovolto da 
Dhring nell'interesse della piena verit, aveva fatto questa annotazione: "La 
teoria molecolare applicata alla chimica moderna, sviluppata scientificamente 
per la prima volta da Laurent e Gerhardt, non si basa su altra legge". Ma che 
cosa importava tutto questo a Dhring? Egli sapeva bene che: 

"Gli elementi culturali eminentemente moderni del modo di pensare 
scientifico sono proprio assenti laddove, come in Marx e nel suo rivale, il 
Lassalle, la mezza scienza e un po' di filosofia da strapazzo costituiscono 
il misero armamentario di una erudita prosopopea", 

mentre per Dhring le basi sono date "dai principi fondamentali della scienza 
esatta dominanti nella meccanica, nella fisica e nella chimica" ecc.: e abbiamo 
visto come. Ma perch anche terze persone siano messe in condizione di 
giudicare, dobbiamo considerare un po' pi da vicino l'esempio citato nella nota 
di Marx. 
Qui si tratta cio delle serie omologhe dei composti del carbonio, molte delle 
quali sono gi conosciute e ciascuna ha la sua propria formula algebrica di 
composizione. Se per es., come si fa in chimica, esprimiamo un atomo di carbonio 
con C, un atomo di idrogeno con H, un atomo di ossigeno con O, il numero di 
atomi di carbonio contenuto in ciascuna combinazione con n, possiamo 
rappresentare nel modo seguente la formula molecolare di qualcuna di queste 
serie: 
  
CnH2n+2=serie delle paraffine normali.
CnH2n+2O=serie degli alcool primari.
CnH2nO2=serie degli acidi grassi monobasici.

Prendiamo come esempio l'ultima di queste serie, e facciamo successivamente n = 
1, n = 2, n = 3 ecc., otterremo i seguenti risultati (omettendo gli isomeri): 
  
CH2O2=Acido formico-Punto di ebollizione110Punto di fusione1
C2H4O2=Acido acetico-"118"17
C3H6O2=Acido propionico-"140"-
C4H8O2=Acido butirrico-"162"-
C5H10O2=Acido valerianico-"175"-

e cos via sino a C30H60O2, acido melissico, che fonde solo a 80 centigradi, e 
che non ha un punto di ebollizione, perch esso non si volatilizza senza 
scomporsi. 
Qui vediamo dunque tutta una serie di corpi qualitativamente diversi, formati 
mediante semplice aggiunta quantitativa di elementi, e sempre nella stessa 
proporzione. Questo fatto appare nella sua forma pi pura quando tutti gli 
elementi della combinazione cambiano la loro quantit nel medesimo rapporto, 
cos nelle paraffine normali CnH2n+2, il pi basso  il metano, CH4, un gas; il 
pi alto che si conosca, l'esadecano, C16H34,  un copro solido che forma dei 
cristalli incolori, fonde a 21 gradi e bolle solo a 278. In entrambe le serie 
ogni nuovo membro si forma mediante l'addizione di CH2, di un atomo di carbonio 
e di due atomi di idrogeno, alla forma molecolare del membro precedente, e 
questo cambiamento quantitativo della formula molecolare produce ogni volta un 
corpo qualitativamente diverso. 
Ma quelle serie sono solo un esempio particolarmente tangibile: quasi 
dappertutto nella chimica e gi nei diversi ossidi dell'azoto, nei diversi acidi 
ossigenati del fosforo e dello zolfo si pu vedere come "la quantit si converta 
in qualit" e come questa pretesa idea confusa e nebulosa di Hegel si possa, per 
cos dire, toccar con mano nelle cose e nei fenomeni, senza che tuttavia nessuno 
resti confuso e annebbiato tranne Dhring. E se Marx  stato il primo ad 
attirare l'attenzione su questo fatto e se Dhring legge questa indicazione 
senza neanche capirla (perch altrimenti non avrebbe certamente lasciato passare 
questo delitto inaudito), ci  sufficiente per chiarire, anche senza aver dato 
uno sguardo retrospettivo alla famosa filosofia della natura di Dhring, a chi 
manchino "gli elementi culturali eminentemente moderni del modo di pensare 
scientifico", se a Marx o a Dhring, e a chi manchi la conoscenza dei "principi 
fondamentali... della chimica". 
Per concludere, vogliamo invocare un altro testimonio a favore della conversione 
della quantit in qualit: Napoleone. Ecco come descrive il combattimento tra la 
cavalleria francese che andava male a cavallo ma era ben disciplinata, e i 
mamelucchi che nel combattimento individuale erano incondizionatamente i 
migliori cavalieri del loro tempo, ma erano indisciplinati: 

"Due mamelucchi erano incondizionatamente superiori a tre francesi; 100 
mamelucchi erano pari a 100 francesi; 300 francesi erano di solito superiori 
a 300 mamelucchi, 1.000 francesi mettevano costantemente in rotta 1.500 
mamelucchi" [63]. 

Proprio come per Marx era necessaria una grandezza minima determinata, anche se 
variabile, della somma del valore di scambio per rendere possibile la sua 
trasformazione in capitale, cos per Napoleone era necessaria una grandezza 
minima determinata di distaccamento di cavalleria per permettere alla forza 
della disciplina, insita nella formazione in ordine chiuso e nell'impiego 
razionale, di diventare apprezzabile e di accrescersi sino a raggiungere la 
superiorit anche su una massa maggiore di cavalleria irregolare, composta da 
uomini che montavano meglio, pi agili nel cavalcare e nel combattere e almeno 
altrettanto valorosi. Ma che cosa conta tutto questo per Dhring? Napoleone non 
soggiacque miseramente nella sua lotta con l'Europa? Non sub sconfitte su 
sconfitte? E perch? Unicamente perch introdusse le idee confuse e nebulose di 
Hegel nella tattica della cavalleria! 


 
 
XIII. Dialettica. Negazione della negazione
 
  
"Questo schizzo storico" (della genesi della cosiddetta accumulazione 
primitiva del capitale in Inghilterra) " tutt'ora relativamente la cosa 
migliore del libro di Marx e sarebbe ancora migliore se non si fosse 
puntellato per andare avanti, oltre che sulle grucce della dottrina, su 
quelle della dialettica. Cio, in mancanza di qualche mezzo migliore e pi 
chiaro, qui la hegeliana negazione della negazione deve far da levatrice ed 
estrarre l'avvenire dal grembo del passato. La soppressione della propriet 
individuale, compiutasi nella maniera gi detta sin dal XVI secolo,  la 
prima negazione. Essa sar seguita da una seconda, caratterizzata come 
negazione della negazione e perci come ristabilimento della "propriet 
individuale", ma in forma pi elevata, basata sul possesso comune del suolo 
e degli strumenti di lavoro. Se questa nuova "propriet individuale"  stata 
ad un tempo chiamata da Marx anche "propriet sociale", qui si palesa la 
superiore unit di Hegel, nel quale la contraddizione deve essere superata, 
ossia secondo un gioco di parole, deve essere insieme sorpassata e 
conservata (...) Conseguentemente l'espropriazione degli espropriatori  per 
cos dire il prodotto automatico della realt storica nelle sue relazioni 
materiali esterne (...) Difficilmente un uomo giudizioso si lascerebbe 
convincere della necessit della propriet comune del suolo e del capitale 
sul credito dato alle fandonie di Hegel, una delle quali  la negazione 
della negazione (...) L'ibrida formula nebulosa delle idee di Marx non 
sorprender, del resto, chi sappia che cosa si pu combinare o piuttosto che 
stravaganze debbono venir fuori prendendo come base scientifica la 
dialettica di Hegel. Per chi sia ignaro di questi artifici bisogna notare 
espressamente che la prima negazione hegeliana  il concetto catechistico di 
peccato originale, e la seconda  quella di una superiore unit che porta 
alla redenzione. Ora, non  effettivamente possibile fondare la logica dei 
fatti su questo giochetto analogico preso a prestito dal campo della 
religione (...) Marx resta tranquillamente nel mondo nebuloso della sua 
propriet ad un tempo individuale e sociale e lascia ai suoi adepti di 
risolvere questo profondo enigma dialettico." 

Quindi Marx non pu dimostrare la necessit della rivoluzione sociale, 
l'instaurazione della societ fondata sulla propriet comune della terra e dei 
mezzi di produzione creati dal lavoro, altrimenti che invocando la hegeliana 
negazione della negazione, e, basando la sua teoria socialista su questo 
giochetto analogico preso a prestito dalla religione, arriva al risultato che 
nella societ dell'avvenire dominer una propriet ad un tempo individuale e 
sociale, intesa come unit superiore hegeliana data dal superamento della 
contraddizione. 
Lasciamo da parte per intanto la negazione della negazione e guardiamo alla 
"propriet ad un tempo individuale e sociale". Essa viene caratterizzata da 
Dhring come un "mondo nebuloso" e, cosa meravigliosa, in ci egli ha veramente 
ragione. Ma disgraziatamente chi si trova in questo mondo nebuloso non  Marx, 
ma invece ancora una volta proprio Dhring. Invero, come gi sopra, grazie alla 
sua destrezza nel metodo hegeliano del "delirare", poteva stabilire senza fatica 
che cosa dovessero contenere i volumi ancora incompiuti del "Capitale", cos 
anche qui senza fatica pu rettificare hegelianamente Marx, attribuendogli 
quella unit superiore della unit di cui Marx non ha detto neppure una parola. 
In Marx leggiamo: 

" la negazione della negazione. Questa ristabilisce la propriet 
individuale, ma fondata sulla conquista dell'era capitalistica, sulla 
cooperazione di lavoratori liberi e sul loro possesso collettivo della terra 
e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso. La trasformazione 
della propriet privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli 
individui in propriet capitalistica  naturalmente un processo 
incomparabilmente pi lungo, pi duro e pi difficile della trasformazione 
della societ capitalistica, che gi poggia di fatto sulla direzione sociale 
della produzione, in propriet sociale" [64]. 

Questo  tutto. Lo stato di cose instaurato mediante l'espropriazione degli 
espropriatori viene quindi caratterizzato come il ristabilimento della propriet 
individuale ma sulla base della propriet sociale della terra e dei mezzi di 
produzione creati dal lavoro stesso. Ci significa che chiunque capisca il senso 
delle parole, che la propriet sociale si estende alla terra e agli altri mezzi 
di produzione e la propriet individuale ai prodotti, e quindi agli oggetti 
dell'uso. E perch la cosa sia comprensibile anche ad un bambino di sei anni, 
Marx suppone, a pag. 56, una 

"associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e 
spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola 
forza-lavoro sociale," 

quindi una societ organizzata socialisticamente, e dice: 

"Il prodotto complessivo dell'associazione  prodotto sociale. Una parte 
serve a sua volta da mezzo di produzione. Rimane sociale. Ma un'altra parte 
viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell'associazione. 
Quindi deve essere distribuita fra di essi" [65]. 

E questa cosa  davvero abbastanza chiara anche per la testa hegelianizzata di 
Dhring. 
La propriet ad un tempo individuale e sociale, questa ibrida forma confusa, 
questa insulsaggine che risulta necessariamente dalla dialettica di Hegel, 
questo mondo nebuloso, questo profondo enigma dialettico che Marx lascia da 
risolvere ai suoi adepti, ancora una volta  una libera creazione ed una libera 
immaginazione di Dhring. Marx, come preteso hegeliano,  tenuto a fornirci, 
come risultato della negazione della negazione, una giusta unit superiore, e 
poich non lo fa secondo i gusti di Dhring, costui ricade necessariamente 
ancora una volta nel suo stile pi elevato e pi nobile, e attribuisce a Marx, 
nell'interesse della pi piena verit, cose che sono prodotti assolutamente 
esclusivi e propri di Dhring. Un uomo che  cos completamente incapace di 
citare correttamente, sia pure in via eccezionale, ha davvero di che indignarsi 
moralmente di fronte all'"erudizione cinese" di altra gente che, senza 
eccezioni, cita correttamente, ma proprio per questo "mal nasconde la mancanza 
di una conoscenza che penetri nel complesso delle idee degli scrittori che di 
volta in volta cita". Dhring ha ragione. Evviva la maniera di delineare la 
storia in grande stile! 
Sinora siamo partiti dal presupposto che l'ostinazione di Dhring nel falsare le 
citazioni sia almeno in buona fede e poggi o su una totale incapacit di 
intendere che gli  propria o, invece, su un'abitudine di citare a memoria, 
abitudine peculiare alla maniera di delineare la storia in grande stile, e che 
altrimenti potrebbe tacciarsi di sciatteria. Ma sembra che siamo arrivati ad un 
punto in cui, anche per Dhring, la quantit si converte in qualit. Infatti, se 
consideriamo in primo luogo che il passo di Marx  in s completamente chiaro e 
che per giunta  anche completato da un altro passo che assolutamente non lascia 
adito a nessun fraintendimento; in secondo luogo che questa mostruosit di "una 
propriet al contempo individuale e sociale", Dhring non l'aveva scoperta n 
nella sopraccitata critica al "Capitale" contenuta negli "Ergnzungsbltter", n 
in quella contenuta nella prima edizione della "Storia critica", ma la scopre 
solo nella seconda edizione e quindi in terza lettura; e, infine, che in questa 
seconda edizione, rielaborata socialisticamente, Dhring fu costretto a far dire 
a Marx le pi grandi idiozie possibili sulla futura organizzazione della 
societ, per poter invece tanto pi trionfalmente presentare, cos come fa, "la 
comunit economica che io ho tratteggiato nei suoi aspetti economici e giuridici 
nel mio "Corso""; se consideriamo tutto questo, siamo costretti a concludere che 
qui Dhring ci spinge ad ammettere che egli abbia apportato premeditatamente 
alle idee di Marx un'"amplificazione benefica": benefica per Dhring. 
Ma quale funzione ha in Marx la negazione della negazione? A p. 791 e sgg. Egli 
riassume i risultati conclusivi dell'indagine, compiuta nelle cinquanta pagine 
che precedono, sulla cosiddetta accumulazione originaria del capitale [66]. 
Prima dell'era capitalistica esistevano, almeno in Inghilterra, piccole 
industrie fondate sulla propriet privata che il lavoratore aveva dei suoi mezzi 
di produzione. La cosiddetta accumulazione originaria del capitale qui  
consistita nell'espropriazione di questi produttori immediati, cio nella 
dissoluzione della propriet privata fondata sul lavoro proprio. Questo fenomeno 
fu possibile perch la piccola industria, di cui abbiamo parlato sopra,  
compatibile solo con limiti naturali angusti della produzione e della societ e 
perci ad un certo livello crea i mezzi materiali della sua propria distruzione. 
Questa distruzione, la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e 
frazionati in mezzi di produzione socialmente concentrati, forma la preistoria 
del capitale. Appena gli operai si sono trasformati in proletari, i loro mezzi 
di lavoro si sono trasformati in capitale, appena il modo di produzione 
capitalistico comincia a reggersi in piedi, l'ulteriore socializzazione del 
lavoro e l'ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di 
produzione, e perci l'ulteriore espropriazione dei proprietari privati, 
prendono una forma nuova. 

"Ora, quello che deve essere espropriato non  pi il lavoratore 
indipendente che lavora per s, ma il capitalista che sfrutta molti operai. 
Questa espropriazione si compie attraverso il giuoco delle leggi immanenti 
della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei 
capitali. Ogni capitalista ne ammazza molti altri. Di pari passo con questa 
centralizzazione ossia con l'espropriazione di molto capitalisti da parte di 
pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del 
processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo 
sfruttamento metodico collettivo della terra, la trasformazione dei mezzi di 
lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, la economia di 
tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione 
del lavoro sociale, combinato. Con la diminuzione costante del numero dei 
magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo 
processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, 
dell'asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche 
la ribellione della classe operaia che sempre pi si ingrossa ed  
disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di 
produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del 
modo di produzione, che  sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La 
centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro 
raggiungono un punto in cui divengono incompatibili col loro involucro 
capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l'ultima ora della propriet 
privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati." [67] 

Ed ora io chiedo al lettore: dove sono gli intrecci dialettici aggrovigliati e 
gli arabeschi di idee, quel garbuglio mal concepito di idee per cui infine tutto 
 uno, dove i miracoli dialettici ad uso dei fedeli, dove il gran mistero della 
dialettica, dove gli aggrovigliamenti conformi alla dottrina hegeliana del 
logos, senza i quali Marx, secondo Dhring,  incapace di compiere il suo 
sviluppo? Marx dimostra semplicemente dal punto di vista storico, e brevemente 
riassume, questo concetto: che proprio come una volta la piccola industria cre 
necessariamente col suo proprio sviluppo le condizioni della sua distruzione, 
cio dell'espropriazione dei piccoli proprietari, cos ora il modo di produzione 
capitalistico ha creato del pari le stesse condizioni materiali che 
necessariamente lo distruggono.  questo un processo storico, e se ad un tempo  
un processo dialettico, la colpa non  di Marx, per quanto ci possa essere 
spiacevole per Dhring. 
Solo ora, dopo aver portato a termine la sua dimostrazione storico-economica, 
Marx prosegue: 

"Il modo di produzione e di appropriazione capitalistico, e quindi la 
propriet privata capitalistica,  la prima negazione della propriet 
privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione 
capitalistica genera essa stessa, con l'ineluttabilit di un processo 
naturale, la propria negazione.  la negazione della negazione" ecc. (come 
si  citato sopra) [68]. 

Marx non pensa dunque, caratterizzando questo processo come negazione della 
negazione, di dimostrare per questa via che esso  un processo storicamente 
necessario. Al contrario: dopo aver dimostrato storicamente che il processo, in 
effetti, in parte si  compiuto e in parte deve ancora compiersi, lo 
caratterizza inoltre come un processo che si compie secondo una legge dialettica 
determinata. Questo  tutto. Ancora una volta  quindi una pura insinuazione di 
Dhring la sua affermazione che la negazione della negazione debba qui far da 
levatrice, estraendo l'avvenire dal grembo del passato, o che Marx esiga che ci 
si debba, sul credito accordato alla negazione della negazione, lasciar 
convincere della necessit della propriet comune del suolo e del capitale (la 
quale  proprio una contraddizione dhringiana in carne ed ossa). 
 gi mancare totalmente di ogni conoscenza della natura della dialettica, il 
ritenerla, come fa Dhring, uno strumento puramente dimostrativo, come su per 
gi si pu considerare in un campo pi limitato la logica formale o la 
matematica elementare. La stessa logica formale  anzitutto un metodo per 
scoprire nuovi risultati, per progredire dal noto all'ignoto, e la stessa cosa, 
solo in un senso molto pi eminente,  la dialettica, la quale, poich infrange 
l'angusto orizzonte della logica formale, contiene il germe di una comprensione 
del mondo pi comprensiva. La stessa situazione si ha nella matematica. La 
matematica elementare, la matematica delle grandezze costanti, si muove, almeno 
nel suo complesso, entro i limiti della logica formale; la matematica delle 
grandezze variabili, di cui il calcolo infinitesimale costituisce la parte pi 
importante, essenzialmente non  altro che l'applicazione delle leggi della 
dialettica ai rapporti matematici. Qui l'aspetto puramente dimostrativo passa 
decisamente in secondo piano di fronte alle molteplici applicazioni del metodo a 
nuovi campi d'indagine. Ma quasi tutte le dimostrazioni della matematica 
superiore, a partire dalle prime dimostrazioni del calcolo differenziale, 
considerate rigorosamente, dal punto di vista della matematica elementare, sono 
false. E non pu essere diversamente se, come qui avviene, si vogliono 
dimostrare per mezzo della logica formale i risultati raggiunti in campo 
dialettico. Voler dimostrare qualche cosa per mezzo della dialettica, per un 
crasso metafisico quale Dhring, sarebbe sprecare la medesima fatica che 
sprecarono Leibniz e i suoi discepoli per dimostrare ai matematici del tempo i 
principi del calcolo infinitesimale. Il differenziale causava loro le stesse 
convulsioni che causa a Dhring la negazione della negazione, nella quale del 
resto, come vedremo, esso ha anche la sua parte. Questi signori infine, se nel 
frattempo non erano ancora morti, cedettero borbottando, non perch fossero 
convinti, ma perch i risultati che si ottenevano erano sempre giusti. Dhring, 
come egli stesso dice,  solo sui quaranta, e se raggiunger la tarda et che 
gli auguriamo, potr anche lui fare la stessa esperienza. 
Ma che cosa  dunque questa spaventosa negazione della negazione che rende cos 
amara la vota di Dhring, e che rappresenta per lui lo stesso delitto 
imperdonabile rappresentato nel cristianesimo dal peccato contro lo spirito 
santo? Un processo semplicissimo che si compie dappertutto e giornalmente, che 
ogni bambino pu comprendere, solo che lo si liberi dal gran mistero sotto il 
quale lo nascondeva la vecchia filosofia idealistica e sotto il quale  
interesse di metafisici poco agguerriti dello stampo di Dhring continuare a 
nasconderlo. Prendiamo un chicco di orzo. Miliardi di tali chicchi di orzo 
vengono macinati, bolliti e usati per fare la birra, e quindi consumati. Ma se 
un tale chicco di orzo trova le condizioni per esso normali, se cade su un 
terreno favorevole, sotto l'influsso del calore e dell'umidit subisce 
un'alterazione specifica, cio germina, il chicco come tale muore, viene negato, 
e al suo posto spunta la pianta che esso ha generata, la negazione del chicco. 
Ma quale  il corso normale della vita di questa pianta? Essa cresce, fiorisce, 
viene fecondata e infine a sua volta produce dei chicchi di orzo e non appena 
questi sono maturati, lo stelo muore, viene a sua volta negato. Come risultato 
di questa negazione della negazione abbiamo di nuovo l'originario chicco di 
orzo, non per semplice, ma moltiplicato per dieci, per venti, per trenta. Le 
specie di cereali si modificano con straordinaria lentezza e cos l'orzo, quale 
 oggi,  approssimativamente simile a quello di cent'anni fa. Ma prendiamo 
invece una pianta ornamentale che pu facilmente essere modificata, per es. una 
dalia o un'orchidea; trattiamone il seme e la pianta che da essa  nata secondo 
i dettami della floricoltura e otterremo, come risultato di questa negazione 
della negazione, non solo una maggior quantit di semi, ma anche un seme 
migliorato qualitativamente, che produce fiori pi belli, ed ogni ripetizione di 
questo processo, ogni nuova negazione della negazione fa progredire questo 
perfezionamento. Questo processo si compie nella massima parte degli insetti, 
per es. nelle farfalle, in un modo analogo a quello in cui si compie nel chicco 
di orzo. Gli insetti nascono dall'uovo mediante negazione dell'uovo, compiono la 
loro metamorfosi fino a raggiungere la maturit sessuale, si accoppiano e 
vengono ancora una volta negati, poich muoiono appena si  compiuto il processo 
di generazione e la femmina ha deposto le sue numerose uova. Che in altre piante 
e in altri animali il fenomeno non si compia con questa semplicit, che essi, 
prima di morire, producano semi, uova o piccoli non una sola, ma pi volte,  
cosa che qui non ha importanza per noi; qui dobbiamo dimostrare solamente che 
nei due regni del mondo organico la negazione della negazione ha realmente 
luogo. Inoltre tutta la geologia  una serie di negazioni negate, una serie di 
successivi sgretolamenti di vecchie formazioni rocciose e di stratificazioni di 
nuove formazioni. In un primo tempo la primitiva crosta terrestre sorta dal 
raffreddamento della massa fluida sotto l'azione di agenti oceanici, 
meteorologici e chimico-atmosferici si sgretola e queste masse sgretolate si 
stratificano sul fondo marino. Sollevamenti locali del fondo marino al di sopra 
della superficie delle acque espongono di nuovo parti superiori di questa prima 
stratificazione all'azione della pioggia, del calore variabile a seconda delle 
stagioni, dell'ossigeno e dell'acido carbonico atmosferici; a queste stesse 
azioni soggiacciono le masse rocciose che, eruttate dall'interno della terra, si 
sono fuse aprendosi un varco attraverso i suoi strati e si sono poi raffreddate. 
Durante milioni di secoli si formano in questo modo strati sempre nuovi, sempre 
di nuovo vengono in gran parte distrutti e sempre di nuovo impiegati come 
materiale per la formazione di nuovi strati. Ma si ha un risultato molto 
positivo: la costruzione di un suolo dove si trovano mescolati i pi diversi 
elementi chimici in uno stato di sgretolamento meccanico che permette la 
vegetazione pi copiosa e svariata. 
Altrettanto accade nella matematica. Prendiamo una qualsiasi grandezza 
algebrica, per es. a. Neghiamola e avremo cos -a (meno a), neghiamo questa 
negazione moltiplicando -a per -a, avremo cos +a2, cio la primitiva grandezza 
positiva, ma ad un grado pi elevato, ossia alla seconda potenza. Anche qui non 
ha importanza il fatto che possiamo ottenere lo stesso a2 moltiplicando per se 
stessa la grandezza positiva a. Infatti la negazione negata  cos fissa in a2, 
che tutti i casi a2 ha due radici quadrate, cio a e -a, e questa impossibilit 
di negare la negazione negata, la radice negativa contenuta nel quadrato, 
acquista un significato ancora pi tangibile nelle equazioni quadratiche. In 
modo ancora pi convincente si presenta la negazione della negazione 
nell'analisi superiore, in quelle "somme di grandezze indefinitamente piccole" 
che lo stesso Dhring dichiara le pi alte operazioni della matematica e che in 
linguaggio ordinario si chiamano calcolo differenziale e integrale. Come si 
compiono queste specie di calcoli? Io ho, per es., in un problema determinato 
due grandezze variabili, x e y, delle quali l'una non pu variare senza che 
insieme vari l'altra, in un rapporto determinato dalle circostanze. Io derivo x 
e y, cio suppongo che x e y siano cos infinitamente piccole che scompaiono di 
fronte ad una grandezza reale, per piccola che essa sia, e che di x e y non 
resti che il loro rapporto specifico, senza per nessuna, per cos dire delle 
circostanze materiali, un rapporto quantitativo senza quantit dy/dx, il 
rapporto delle due derivate di x e di y e dunque = 0/0, ma posto 0/0 come 
l'espressione di y/x. Che questo rapporto tra due grandezze scompare, la 
fissazione del momento del loro scomparire,  una contraddizione,  cosa che 
noto solo di passaggio; ma ci pu turbare tanto poco quanto poco in generale ha 
turbato alla matematica da quasi duecento anni. Che cos'altro ho fatto dunque se 
non aver negato x e y, ma negato non in modo da non occuparmene pi, come nega 
la metafisica, ma in quella maniera che corrisponde alle circostanze. Invece di 
x e y io ho, nelle formule o equazioni che mi stanno davanti, la loro negazione, 
dx e dy. Ora io continuo a calcolare con queste formule, tratto dx e dy come 
grandezze reali, anche se sottoposte a certe leggi eccezionali, e ad un certo 
punto nego la negazione, cio integro la formula differenziale, al posto di dx e 
di dy, ottengo di nuovo le grandezze reali x e y, ma non mi trovo di nuovo al 
punto in cui ero al principio: invece ho risolto un problema sul quale la 
geometria e l'algebra comuni si sarebbero forse invano affaticate. 
Non altrimenti accade nella storia. Tutti i popoli civili cominciano con la 
propriet comune del suolo. In tutti i popoli che oltrepassano un certo grado 
primitivo, nel corso dello sviluppo dell'agricoltura, questa propriet comune 
del suolo diventa una catena per la produzione. Essa viene soppressa, viene 
negata, viene trasformata, dopo una serie pi o meno lunga di gradi intermedi, 
in propriet privata. Ma ad un pi elevato grado di sviluppo dell'agricoltura, 
prodotto dalla stessa propriet privata del suolo, la propriet privata diventa, 
al contrario, una catena per la produzione, caso che si verifica oggi tanto nel 
piccolo quanto nel grande possesso fondiario. Sorge necessariamente l'esigenza 
che anch'essa sia negata, riconvertita in bene comune. Ma quest'esigenza non 
implica il ristabilimento della vecchia propriet comune primitiva, ma 
l'instaurazione di una forma molto pi elevata, pi sviluppata di propriet 
comune che ben lungi dal diventare una catena per la produzione, la liberer 
piuttosto dalle sue pastoie e le permetter di utilizzare in pieno le moderne 
scoperte della chimica e le moderne invenzioni della meccanica. 
O ancora: la filosofia antica fu un materialismo primitivo, spontaneo. Come 
tale, essa era incapace di venire in chiaro del rapporto tra pensiero e materia. 
Ma la necessit di chiarirsi questo rapporto port ad una dottrina di un'anima 
separabile dal corpo, quindi all'affermazione dell'immortalit di quest'ultima e 
finalmente al monoteismo. L'antico materialismo fu dunque negato con 
l'idealismo. Ma nello sviluppo ulteriore della filosofia anche l'idealismo 
divenne insostenibile e fu negato col moderno materialismo. Quest'ultimo, la 
negazione della negazione, non  la semplice restaurazione dell'antico 
materialismo, ma invece alle durevoli basi di esso aggiunge anche tutto il 
pensiero contenuto in un bimillenario sviluppo della filosofia e della scienza 
della natura, nonch il pensiero contenuto in questa stessa storia bimillenaria. 
Insomma non  pi una filosofia, ma una semplice concezione del mondo che non ha 
da trovare la sua riprova e la sua conferma in una scienza della scienza per s 
stante, ma nelle scienze reali. La filosofia  dunque qui "superata", cio 
"insieme sorpassata e mantenuta", sorpassata quanto alla sua forma, mantenuta 
quanto al suo contenuto reale. Perci, dove Dhring vede solo "giuochi di 
parole", si trova, considerando pi attentamente le cose, un contenuto reale. 
Finalmente, perfino la dottrina egualitaria rousseauiana, di cui la dhringiana 
 solo una cattiva copia falsificata, non viene alla luce senza che la hegeliana 
negazione della negazione debba far da levatrice, e per giunta quasi venti anni 
prima della nascita di Hegel [69]. E ben lontana dal sentirne vergogna, ostenta 
quasi sfarzosamente nella sua prima presentazione il marchio della sua origine 
dialettica. Nello stato di natura e di selvatichezza gli uomini erano eguali; e 
poich Rousseau vede nel linguaggio gi una falsificazione dello stato di 
natura, ha completamente ragione nell'applicare, in tutta la sua estensione, 
l'eguaglianza degli animali di una specie determinata anche a questi 
uomini-animali che di recente Haeckel ha classificato, in via ipotetica, come 
alal, cio privi di linguaggio [70]. Ma questi uomini-animali, eguali tra di 
loro, avevano una qualit che li rendeva superori agli altri animali: la 
perfettibilit, l'idoneit ad uno sviluppo ulteriore; e fu questa la causa della 
disuguaglianza. Nel sorgere della disuguaglianza Rousseau vede dunque un 
progresso. Ma questo progresso era antagonistico, era ad un tempo un regresso. 

"Tutti gli ulteriori progressi" (che oltrepassano lo stato primitivo) "sono 
stati in apparenza altrettanti passi verso la perfezione dell'individuo, e 
in effetti verso la decrepitezza della specie (...) La metallurgia e 
l'agricoltura furono le due arti la cui invenzione produsse questa grande 
rivoluzione" (la trasformazione della foresta vergine in terra coltivata, ma 
anche l'introduzione della miseria e della schiavit per opera della 
propriet). "L'oro e l'argento per il poeta, ma per il filosofo sono il 
ferro e il grano che hanno civilizzato gli uomini e prodotto il genere 
umano." 

Ogni nuovo progresso della civilt  ad un tempo un nuovo progresso della 
disuguaglianza. Tutte le istituzioni che si d la societ nata con la civilt si 
mutano nel contrario di quello che era il loro fine primitivo. 

" dunque incontestabile, ed  la massima fondamentale di tutto il diritto 
politico, che i popoli si son dati dei capi per difendere la propria libert 
e non per servirli." 

E tuttavia questi capi diventano necessariamente gli oppressori dei popoli e 
spingono questa oppressione sino al punto in cui la disuguaglianza, portata al 
suo culmine, si converte a sua volta nel suo contrario, diventa causa 
dell'eguaglianza: davanti al despota tutti sono uguali, ossia uguali a zero. 

" qui l'ultimo termine dell'ineguaglianza,  il punto estremo che chiude il 
cerchio e torna al punto da cui siamo partiti: ora tutti gli individui 
ridivengono eguali, perch non sono niente, e (...) i sudditi" (non hanno) 
"altra legge che la volont del padrone." 

Ma il despota  padrone solo finch ha la forza, perci quando 

"Lo si pu cacciare non pu reclamare contro la violenza (...) Solo la forza lo 
sorreggeva, solo la forza lo abbatte; tutto avviene in tal modo secondo l'ordine 
naturale". 

E cos la disuguaglianza si muta a sua volta in eguaglianza, non per 
nell'antica eguaglianza naturale degli uomini primitivi privi di linguaggio, ma 
in quella pi elevata del contratto sociale. Gli oppressori vengono oppressi.  
negazione della negazione. 
Qui abbiamo dunque, gi in Rousseau, non solo un corso di idee che  
perfettamente uguale a quello seguito nel "Capitale" di Marx, ma, anche nei 
particolari, tutta una serie di quegli sviluppi dialettici di cui si serve Marx: 
processi che per loro natura sono antagonistici, contengono in s una 
contraddizione, il convertirsi di un estremo nel suo contrario e finalmente, 
come nocciolo di tutto, la negazione della negazione. Se dunque Rousseau nel 
1754 non poteva ancora parlare il gergo hegeliano, tuttavia, sedici anni prima 
della nascita di Hegel, era gi profondamente corrotto dalla peste hegeliana, 
dalla dialettica della contraddizione, dalla dottrina del logos, dal neologismo, 
ecc. E se Dhring, rendendo superficiale la dottrina egualitaria rousseauiana, 
opera coi suoi vittoriosi due uomini,  anche lui gi su quel piano inclinato 
sul quale scivoler senza scampo tra le braccia della negazione della negazione. 
Lo stato di cose in cui fiorisce l'eguaglianza dei due uomini e che  anche 
rappresentato come uno stato ideale, a p. 271 della "Filosofia" viene designato 
come "stato primitivo". Questo stato primitivo, secondo la p. 279, viene per 
necessariamente soppresso dal "sistema di rapina": prima negazione. Ma, grazie 
alla filosofia della realt, siamo arrivati ora ad abolire il sistema di rapina 
e ad introdurre al suo posto quella comunit economica, poggiante 
sull'eguaglianza, che  stata inventata da Dhring: negazione della negazione, 
eguaglianza ad un grado pi elevato. Delizioso spettacolo che allarga 
beneficamente l'orizzonte, vedere Dhring commettere, con la sua augusta 
persona, il delitto capitale della negazione della negazione! 
Che cos' dunque la negazione della negazione? Una legge di sviluppo 
estremamente generale della natura, della storia e del pensiero e che appunto 
perci ha un raggio d'azione e un'importanza estremamente grandi; legge che, 
come abbiamo visto, si afferma nel mondo animale e vegetale, nella geologia, 
nella matematica, nella storia, nella filosofia, e alla quale, malgrado ogni 
lotta e ogni resistenza, anche Dhring, senza saperlo,  obbligato, in qualche 
modo, ad obbedire.  evidente per se stesso che, riguardo al particolare 
processo di sviluppo che compie, per es., il chicco di orzo dalla germinazione 
sino alla morte della pianta che reca la spiga, io non dico assolutamente niente 
dicendo che  negazione della negazione. Infatti, se affermassi il contrario, 
poich il calcolo integrale egualmente  negazione della negazione, affermerei 
solo l'assurdo che il processo biologico di una spiga di orzo sia calcolo 
integrale, o anche, ahim!, socialismo. Ma questo  ci che i metafisici 
continuano, nelle scuole, ad attribuire alla dialettica. Se di tutti questi 
processi io dico che sono negazione della negazione, li comprendo tutti insieme 
sotto questa unica legge del movimento e precisamente trascuro la particolarit 
di ogni singolo processo speciale. Ma la dialettica non  niente altro che la 
scienza delle leggi generali del movimento e dello sviluppo della natura, della 
societ umana e del pensiero. 
Si pu obiettare per che la negazione che qui ha avuto luogo non  una vera 
negazione: io nego un chicco d'orzo anche macinandolo, un insetto anche 
calpestandolo, la grandezza positiva a anche cancellandola, ecc. Ovvero, io nego 
la proposizione "la rosa  una rosa" dicendo "la rosa non  una rosa"; ma che 
risultato si ha negando di nuovo questa ultima proposizione e dicendo: "ma pure, 
la rosa  una rosa"? queste obiezioni sono in effetti gli argomenti principali 
dei metafisici contro la dialettica e sono del tutto degni della loro 
limitatezza di pensiero. Nella dialettica negare non significa dir di no, o 
dichiarare che una cosa non  sussistente o comunque distruggerla. Gi Spinoza 
dice: Omnis determinatio est negatio, ogni limitazione o determinazione  ad un 
tempo una negazione [71]. E inoltre qui il carattere specifico della negazione  
determinato in primo luogo dalla natura generale e in secondo luogo dalla natura 
particolare del processo. Io devo non soltanto negare, ma anche di nuovo 
sopprimere la negazione. Devo quindi costruire la prima negazione in un modo 
tale che la seconda resti o diventi possibile. Come? A seconda della natura 
particolare di ogni singolo caso. Macinando un chicco di orzo, calpestando un 
insetto, ho certo compiuto il primo atto, ma ho reso impossibile il secondo. 
Ogni genere di cose ha una sua maniera peculiare di essere negata in modo che ne 
risulti uno sviluppo, e la stessa cosa si ha per ogni genere di idee e di 
concetti. Nel calcolo infinitesimale la negazione avviene in un modo diverso che 
nella costruzione di potenze positive per mezzo di radici negative.  questa una 
cosa che deve essere appresa come tutte le altre. Con la semplice cognizione che 
la spiga di orzo e il calcolo infinitesimale sono sottoposti alla negazione 
della negazione, io non potr n coltivare con successo dell'orzo, n derivare o 
integrare, cos come non sapr senz'altro suonare il violino con le semplici 
leggi della determinazione dei toni mediante la dimensione delle corde. Ma  
chiaro che da una negazione della negazione che consista nell'occupazione 
puerile di scrivere e cancellare alternativamente a, o di affermare 
alternativamente di una rosa che essa  o non  una rosa, non pu risultare 
nient'altro che la stupidit di chi si d a tali fastidiosi procedimenti. Eppure 
i metafisici vorrebbero darci a bere che se mai volessimo compiere la negazione 
della negazione,  questa la maniera giusta. 
Quindi ancora una volta non altri che Dhring  quello che ci mistifica, 
affermando che la negazione della negazione  un giochetto analogico inventato 
da Hegel, preso a prestito dal campo della religione, fondato sulla storia del 
peccato originale e della redenzione. Gli uomini hanno pensato dialetticamente 
molto tempo prima di sapere che cosa fosse la dialettica, proprio nello stesso 
modo che parlavano in prosa molto tempo prima che esistesse la parola prosa 
[72]. Alla legge della negazione della negazione, che opera inconsciamente nella 
natura e nella storia, e, sino a quando non venga finalmente riconosciuta, opera 
inconsciamente anche nella nostra testa, Hegel ha soltanto dato per la prima 
volta una formulazione netta. E se Dhring vuole anche esercitare la cosa in 
segreto, ed  solo il nome ci che non pu sopportare, non ha che da trovare un 
nome migliore. Se invece  proprio la cosa che egli vuol cacciar via dal 
pensiero, di grazia cominci col cacciarla via dalla natura e dalla storia e 
inventi una matematica in cui -a  -a non dia +a2 e in cui il derivare e 
l'integrare siano vietati sotto minaccia di pena. 


 
 
XIV Conclusione
 
  
Con la filosofia siamo ormai alla fine; quel tanto di fantasie avveniristiche 
che ancora si trova nel "Corso" ci occuper quando avremo occasione di trattare 
del dhringiano rivoluzionamento del socialismo. Che cosa ci ha promesso 
Dhring? Tutto. E che cosa ha mantenuto? Assolutamente nulla. "Gli elementi di 
una filosofia positiva e conseguentemente rivolta alla realt della natura e 
della vita", la "visione del mondo rigorosamente scientifica", le "idee 
creatrici di sistema", e tutte le altre gesta di Dhring, da Dhring 
strombazzate in frasi altisonanti, tutte queste cose, ovunque ci abbiamo messo 
le mani, si sono rivelate puro imbroglio. La schematizzazione del mondo che 
"senza rinunziare in niente alla profondit del pensiero, ha stabilito 
saldamente le forme fondamentali dell'essere" si  rivelata una cattiva copia, 
infinitamente superficiale, della logica hegeliana, e di questa condivide la 
superstizione che tali "forme fondamentali" o categorie logiche conducano una 
misteriosa esistenza in qualche luogo prima e fuori del mondo, al quale debbono 
essere "applicate". La filosofia della natura ci ha offerto una cosmogonia il 
cui punto di partenza  "uno stato eguale a se stesso della materia", stato che 
si pu rappresentare solo facendo la pi disperata confusione sul nesso di 
materia e movimento, e inoltre solo ammettendo un dio personale extramondano, 
l'uomo che pu aiutare questo stato a raggiungere il movimento. Nel trattare la 
natura organica, la filosofia della realt, dopo aver rigettato la lotta per 
l'esistenza e la selezione naturale di Darwin come "un campione di brutalit 
diretta contro l'umanit",  costretta a farle rientrare entrambe per la porta 
di servizio, come fattori efficienti della natura, se anche fattori di 
second'ordine. La filosofia della realt, inoltre, ha trovato modo di dar 
saggio, nel campo della biologia, di un'ignoranza che, da quando non si pu pi 
sfuggire alle conferenze scientifiche popolari, bisognerebbe cercare col 
lanternino persino tra le ragazze di buona famiglia. Nel campo della morale e 
del diritto, la filosofia della realt non  stata pi felice nel rendere banale 
Rousseau di quanto non lo fosse stata prima nel rendere superficiale Hegel e, 
anche per quanto riguarda le scienze giuridiche, malgrado ogni assicurazione in 
contrario, ha dimostrato un'ignoranza che solo raramente si potrebbe trovare tra 
i pi comuni giuristi della vecchia Prussia. La filosofia "che non ammette 
orizzonti meramente apparenti" si accontenta, nel campo del diritto, di un 
orizzonte reale che coincide col territorio in cui vige il Landrecht prussiano. 
Le "stelle e i cieli della natura esterna ed interna" che questa filosofia ha 
promesso di dispiegare davanti a noi nel suo moto possentemente rivoluzionario, 
li stiamo sempre aspettando, non meno delle "verit definitive di ultima 
istanza" e di "ci che  assolutamente fondamentale". Il filosofo la cui maniera 
di pensare "esclude ogni velleit di rappresentare il mondo in modo fantastico e 
soggettivamente limitato" si rivela soggettivamente limitato non solo, come si  
dimostrato, per l'estrema deficienza delle sue conoscenze, per la sua maniera di 
pensare angustamente metafisica e per la sua istrionesca presunzione, ma persino 
per le sue fanciullesche ubbie personali. Costui non pu venire a capo della sua 
filosofia della realt senza imporre come una legge universalmente valida la sua 
avversione per il tabacco, i gatti e gli ebrei a tutto il resto dell'umanit, 
inclusi gli ebrei. Il suo "punto di vista realmente critico" di fronte agli 
altri consiste nell'attribuir loro con insistenza cose che essi non hanno mai 
detto e che sono invece prodotti assolutamente esclusivi e propri di Dhring. Le 
sue ampie elucubrazioni su temi piccolo-borghesi, come il valore della vita e la 
miglior maniera di goder la vita, sono di un filisteismo che spiega la sua ira 
contro il Faust di Goethe.  stato certamente imperdonabile da parte di Goethe 
l'aver preso come suo eroe l'immortale Faust anzich il grave filosofo della 
realt Wagner. In breve la filosofia della realt, presa nel suo complesso, si 
rivela, per dirla con Hegel, il "pi superficiale sottoprodotto illuministico 
del superficiale illuminismo tedesco", sottoprodotto la cui insipidit e i cui 
trasparenti luoghi comuni sono resi solo pi grossolani e pi torbidi dai brani 
smozzicati di retorica oracoleggiante che vi sono mescolati. E quando siamo alla 
fine del libro, ne sappiamo proprio quanto ne sapevamo prima e siamo costretti a 
confessare che la "nuova maniera di pensare", cio "i risultati e le vedute 
originali sin dalle fondamenta" e le "idee che creano un sistema" ci hanno certo 
presentato vari assurdi nuovi ma neanche una riga da cui avremmo potuto imparare 
qualche cosa. E quest'uomo che decanta le sue arti e le sue merci a suon di 
timpani e di trombe come il pi volgare ciarlatano e dietro alle cui parole non 
c' niente, ma proprio assolutamente niente, quest'uomo si permette di chiamar 
ciarlatani uomini come Fichte, Schelling e Hegel, il pi piccolo dei quali  
sempre un gigante di fronte a lui. Ciarlatano in effetti, -ma chi? 
  
Note
59. Nella prefazione (25 luglio 1867) alla prima edizione del "Capitale" Marx 
scrisse: "Il secondo volume di questo scritto tratter il processo di 
circolazione del capitale (libro II), e le formazioni del processo complessivo 
(libro III); il volume terzo, conclusivo (libro IV) tratter la storia della 
teoria". Dopo la morte di Marx, Engels pubblic i libri II e III come secondo e 
terzo volume. Egli non arriv a pubblicare l'ultimo libro, il IV ("Teorie sul 
plusvalore"). 
60. K. Marx "Il Capitale", libro I, trad. it. citata, pag. 346. 
61. Ibid., p. 347, il corsivo  di Engels. 
62. Ibid., p. 367. 
63. Nelle memorie di Napoleone: "Dix-sept notes sur l'ouvrage...", p. 262. 
64. K. Marx "Il Capitale", libro I, trad. it. citata, pag. 826. Il testo 
riportato da Engels, al quale qui  conformata la traduzione,  riportato nella 
seconda edizione tedesca (1872) del libro I del "Capitale"; esso  leggermente 
diverso da quello della IV edizione (1890), sulla quale  fatta la traduzione 
italiana sopra citata. 
65. Ibid., p. 110. I corsivi sono di Engels. 
66. Ibid., p. 823 e sgg.: si tratta del paragrafo 7 ("Tendenza storica 
dell'accumulazione capitalistica"), che conclude il capitolo 24 ("La cosiddetta 
accumulazione originaria"). 
67. Ibid., pp. 825-826. Ma vedi la nota 64. 
68. Ibid., p. 826. Ma vedi la nota 64. 
69. Rousseau scrisse nel 1754 il "Discours sul l'origine et les fondements de 
l'ingalit parm les hommes", da cui sono tratti i brani seguenti. 
70. Cfr. Hernst Haeckel "Natrliche Schpfungsgeschichte...", IV ediz., pp. 
590-591. Nella classificazione di Haeckel, l'alalus rappresenta una fase che 
precede immediatamente l'uomo vero e proprio. Gli alal sono "uomini primitivi 
privi della parola", o meglio uomini-scimmia (pitecantropi). L'ipotesi di 
Haeckel sull'esistenza di una forma di passaggio dalla scimmia antropomorfa 
all'uomo fu confermata nel 1894, quando lo scienziato landese Eugen Dubois 
descrisse il Pithecanthropus erectus, i cui resti fossili egli aveva scoperto 
nel 1891 nell'iosa di Giava. 
71. La formula "determinatio est negatio" si trova in una lettera di Spinoza del 
2 giugno 1674 a una persona non nominata, dove essa  usata nel senso: 
limitazione o determinazione  negazione. La formula "omnis determinatio est 
negatio", col valore di "ogni determinatezza  la negazione", si trova nelle 
opere di Hegel, attraverso le quali ebbe larga diffusione. 
72. Vedi la commedia di Molire "Il borghese gentiluomo", atto II, scena 4. 
  


Anti-Dhring
Seconda Sezione: Economia
  
I. Oggetto e metodo
  
L'economia politica nel senso pi lato  la scienza delle leggi che regolano la 
produzione e lo scambio dei mezzi materiali di sussistenza nella societ umana. 
Produzione e scambio sono due funzioni diverse. Pu esserci la produzione senza 
lo scambio, non lo scambio -che proprio per sua essenza  solo scambio di 
prodotti- senza la produzione. Ognuna di queste due funzioni sociali sta sotto 
l'influenza di azioni esterne, per lo pi particolari, e perci ha, per lo pi, 
le sue particolari leggi. Ma d'altra parte esse in ogni momento si condizionano 
l'un l'altra ed agiscono l'una sull'altra in tale misura da potersi 
caratterizzare come l'ascissa e l'ordinata della curva economica. 
Le condizioni, in base alle quali gli uomini producono e scambiano, mutano di 
paese in paese, e in ogni paese, a loro volta, di generazione in generazione. 
L'economia politica non pu quindi essere la stessa per tutti i paesi e per 
tutte le epoche storiche. Dall'arco e dalla freccia, dal coltello di pietra e 
dall'atto di scambio, puramente occasionale, del selvaggio, fino alla macchina a 
vapore dalla forza di mille cavalli, al telaio meccanico, alle strade ferrate e 
alla Banca d'Inghilterra, c' una distanza enorme. Gli abitanti della Terra del 
Fuoco, come non sono arrivati alla produzione standardizzata e al commercio su 
scala mondiale, cos non sono arrivati ai maneggi cambiari e ad un crac di 
Borsa. Chi volesse trattare l'economia della Terra del Fuoco secondo le stesse 
leggi vigenti nella moderna Inghilterra, evidentemente non potrebbe arrivare che 
al luogo comune pi banale. L'economia politica  perci essenzialmente una 
scienza storica. Essa si occupa di una materia che appartiene alla storia, vale 
a dire di una materia in continuo cambiamento; indaga anzitutto le leggi 
particolari di ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio; e 
solo alla fine di questa indagine potr stabilire le poche leggi assolutamente 
generali, valide per la produzione e lo scambio in genere. Con tutto ci  
evidente per se stesso che le leggi valide per determinati modi di produzione e 
per determinate forme di scambio hanno validit anche per tutti i periodi 
storici cui sono comuni quei modi di produzione e quelle forme di scambio. Cos, 
per es., con l'introduzione della moneta metallica, entrano in vigore una serie 
di leggi che continuano ad essere valide per tutti i paesi e i periodi storici 
nei quali la moneta metallica serve da mezzo di scambio. 
Con la maniera e la specie di produzione e di scambio di una societ 
storicamente determinata e con le condizioni storiche preliminari di questa 
societ, sono dati contemporaneamente anche la maniera e la specie della 
distribuzione dei prodotti. Nella comunit tribale o di villaggio, con la 
propriet comune del suolo con la quale, o con le cui sopravvivenze molto ben 
riconoscibili, tutti i popoli civili hanno fatto il loro ingresso nella storia, 
 naturale che si abbia una distribuzione dei prodotti pressoch eguale; 
allorch si presenta una considerevole disuguaglianza distributiva tra i membri, 
questa  gi un sintomo dell'incipiente dissoluzione della comunit. Sia la 
grande che la piccola agricoltura ammettono, a seconda delle condizioni storiche 
preliminari da cui si sono sviluppate, forme molto diverse di distribuzione. Ma 
 evidente che la grande agricoltura determina una distribuzione assolutamente 
diversa da quella determinata dalla piccola agricoltura; che la grande 
agricoltura presuppone o produce un antagonismo di classe, tra padroni di 
schiavi e schiavi, fra signori della terra e servi della gleba, tra capitalisti 
e salariati, mentre la piccola agricoltura non implica affatto una differenza di 
classi tra gli individui impiegati nella produzione agricola, anzi, al 
contrario, la semplice esistenza di questa differenza di classi indica 
l'incipiente decadenza dell'economia parcellare. L'introduzione e la diffusione 
della moneta metallica in un paese dove sinora  stata in vigore esclusivamente 
o prevalentemente l'economia naturale, sono sempre legate ad un sovvertimento 
pi o meno rapido della distribuzione che sino a quel momento  stata in vigore, 
e precisamente in guisa che la disuguaglianza distributiva tra i singoli, e 
quindi il contrasto tra ricchi e poveri, si viene sempre pi accentuando. 
L'industria artigiana locale, corporativa, del medioevo, rendeva impossibile 
l'esistenza di grandi capitalisti e di salariati a vita, cos come 
necessariamente li generano la grande industri moderna, l'odierno sistema 
creditizio, e la forma di scambio adeguata allo sviluppo che l'una o l'altro 
hanno raggiunto: la libera concorrenza. 
Con le differenze nella distribuzione, appaiono invece le differenze di classe. 
La societ si divide in classi privilegiate e diseredate, sfruttatrici e 
sfruttate, dominanti e dominate; e lo Stato, al quale raggruppamenti naturali di 
comunit dello stesso ceppo erano giunti nel loro progressivo sviluppo in un 
primo tempo solo al fine di tutelare i loro interessi comuni (in Oriente, per 
esempio, l'irrigazione) e per proteggersi all'esterno, da ora in poi assume, 
nella stessa misura, il fine di mantenere con la forza le condizioni di vita e 
di dominio della classe dominante contro la classe dominata. 
La distribuzione, per, non  un semplice risultato passivo della produzione e 
dello scambio: essa reagisce nella stessa misura su entrambi. Ogni nuovo modo di 
produzione o ogni nuova forma di scambio, in principio vengono inceppati non 
solo dalle vecchie forme e dalle istituzioni politiche ad esse corrispondenti, 
ma anche dal vecchio modo di distribuzione. Solo con una lunga lotta essi 
potranno conquistarsi la forma di distribuzione loro adeguata. Ma quanto pi un 
dato modo di produzione e di scambio  mobile, quanto pi  capace di 
perfezionamento e di sviluppo, tanto pi rapidamente anche la distribuzione 
raggiunge un grado in cui supera le condizioni che l'hanno generata, e in cui 
viene a conflitto con la forma di produzione e di scambio esistente fino allora. 
Le vecchie comunit naturali di cui si  gi parlato, possono esistere per 
secoli, come oggi ancora presso gli ind e gli slavi, prima che il traffico col 
mondo esterno produca al loro interno quelle differenze di fortune, in 
conseguenza delle quali subentra la loro dissoluzione. Per contro, la moderna 
produzione capitalistica, che ha appena trecento anni e che solo 
dall'introduzione della grande industria, quindi da cento anni,  diventata 
dominante, in questo breve corso di tempo ha dato origine a contrasti nella 
distribuzione -da una parte, concentrazione dei capitali nelle mani di pochi e, 
dall'altra, concentrazione nelle grandi citt delle masse pauperizzate- 
contrasti che necessariamente la conducono alla rovina. 
In ogni periodo, il nesso tra la distribuzione e le condizioni materiali di 
esistenza di una societ  cos insito nella natura delle cose da rispecchiarsi 
regolarmente nell'istinto popolare. Sino a quando un modo di produzione si trova 
nella fase ascendente della parabola del suo sviluppo,  salutato con gioia 
perfino da coloro che nel modo di distribuzione ad esso corrispondente hanno 
tutto da perdere. Caso questo che si  verificato per gli operai inglesi al 
sorgere della grande industria. Sino a quando questo modo di produzione resta 
socialmente normale si  anche completamente soddisfatti della distribuzione, e 
se una protesta si eleva, essa parte dal seno delle stesse classi dominanti 
(Saint-Simon, Fourier, Owen) e da principio non trova nessun favore tra le masse 
sfruttate. Solo allorch il modo di produzione in oggetto ha percorso un buon 
tratto della sua parabola discendente, allorch esso per met  sopravvissuto a 
se stesso, allorch le condizioni della sua esistenza sono in gran parte 
scomparse e il suo successore gi batte alla porta, solo allora la 
distribuzione, che va diventando sempre pi diseguale, appare ingiusta, solo 
allora le sopravvivenze si appellano alla cosiddetta giustizia eterna. Questo 
appello alla morale e alla giustizia non ci aiuta ad andare avanti di un passo 
nella scienza, la scienza economica non pu vedere nell'indignazione morale, per 
giustificata che essa possa anche essere, un argomento, ma solo un sintomo. Il 
suo compito  invece quello di dimostrare che gli inconvenienti sociali di 
recente emersi sono conseguenze necessarie del modo di produzione vigente, ma 
che ad un tempo sono anche sintomi del suo imminente dissolvimento, e di 
scoprire nella forma del processo economico in dissolvimento gli elementi della 
futura nuova organizzazione della produzione e dello scambio, che eliminer 
quegli inconvenienti. L'indignazione, che fa i poeti [73],  completamente al 
suo posto quando descrive questi inconvenienti o quando attacca gli apologeti 
dell'armonia che nell'interesse della classe dominante negano o velano questi 
inconvenienti; ma quanto poco essa provi nel caso particolare, risulta gi dal 
fatto che in ogni epoca della storia che si  svolta sinora si trova abbastanza 
materia per essa. 
L'economia politica, come scienza delle condizioni e delle forme nelle quali le 
diverse societ umane hanno prodotto e scambiato e nelle quali hanno volta per 
volta distribuito i loro prodotti in modo conforme a questa produzione e a 
questo scambio, l'economia politica in questa estensione cos lata, deve tuttora 
esser creata. La scienza economica che sinora possediamo si limita quasi 
esclusivamente alla genesi e allo sviluppo del modo di produzione capitalistico: 
comincia con la critica delle sopravvivenze delle forme feudali di produzione e 
di scambio, dimostra la necessit della loro sostituzione con forme 
capitalistiche, sviluppa quindi le leggi del modo di produzione capitalistico e 
delle forme di scambio ad esso corrispondenti, sotto l'aspetto positivo, cio 
secondo l'aspetto per cui esse assecondano i fini generali della societ, e 
conclude con la critica socialista del modo di produzione capitalistico, cio 
con l'esposizione delle sue leggi sotto l'aspetto negativo, con la dimostrazione 
che, mediante il suo peculiare sviluppo, questo modo di produzione porta al 
punto in cui esso stesso si rende impossibile. Questa critica dimostra che le 
forme capitalistiche di produzione e di scambio diventano sempre pi un vincolo 
insopportabile per la stessa produzione, che il modo di distribuzione, che 
quelle forme necessariamente determinano, ha prodotto una situazione delle 
classi che di giorno in giorno diventa pi intollerabile, quell'antagonismo che 
diventa ogni giorno pi acuto tra capitalisti, sempre in minor numero ma sempre 
pi ricchi, e tra salariati pauperizzati sempre in maggior numero e le cui 
condizioni nel complesso diventano sempre peggiori; e infine che quelle 
abbondanti forze produttive che si sono prodotte in seno al modo di produzione 
capitalistico, che da questo non possono pi essere dominate, aspettano solo di 
essere prese in possesso da una societ organizzata per la cooperazione secondo 
un piano, al fine di assicurare a tutti i membri della societ i mezzi di 
sussistenza e alle loro capacit il libero sviluppo: e ci in una misura che 
precisamente andr sempre crescendo. 
Per effettuare compiutamente questa critica dell'economia borghese, non era 
sufficiente la conoscenza della forma capitalistica della produzione, dello 
scambio e della distribuzione. Si dovevano del pari indagare e raffrontare, 
almeno nelle loro grandi linee, le forme che l'hanno preceduta o che  accaduto 
ad essa sussistono ancora in paesi meno sviluppati. Un'indagine e un raffronto 
siffatti sono stati sinora compiuti nel loro complesso solo da Marx e perci 
dobbiamo anche quasi esclusivamente alle sue ricerche ci che sinora  stato 
stabilito sulla teoria dell'economia politica preborghese. 
Malgrado sia sorta in alcune menti geniali del secolo XVII, l'economia politica 
in senso stretto, nella formulazione fatta dai fisiocratici e da Adam Smith,  
essenzialmente figlia del secolo XVIII e si allinea alle conquiste dei grandi 
illuministi francesi contemporanei, con tutti i pregi e i difetti di 
quell'epoca. Ci che abbiamo detto per gli illuministi vale anche per gli 
economisti del tempo. La nuova scienza non era per loro l'espressione dei 
rapporti e dei bisogni della loro epoca, ma l'espressione della ragione eterna; 
le leggi della produzione e dello scambio da essa scoperte non erano leggi di 
una forma storicamente determinata di quelle attivit, ma leggi naturali eterne; 
esse venivano dedotte dalla natura dell'uomo. Ma quest'uomo, esaminato pi da 
vicino, era il borghese medio del tempo, nella sua fase di transizione al 
borghese moderno, e la sua natura consisteva nel produrre e nel commerciare nei 
rapporti storicamente determinati di quel tempo. 
Dopo avere sufficientemente appreso dalla Filosofia chi sia il nostro "fondatore 
critico", Dhring, e che cosa sia il suo metodo, potremo predire senza 
difficolt anche il modo con cui costui concepir l'economia politica. Nella 
Filosofia, tranne laddove vaneggiava semplicemente (come nella filosofia della 
natura), la sua maniera di vedere le cose era una caricatura di quella del XVIII 
secolo. Non si trattava di leggi dello sviluppo storico, ma di leggi di natura, 
di verit eterne. Relazioni sociali, quali la morale e il diritto, erano 
determinate non in base alle condizioni storicamente presenti in ogni periodo, 
ma dai due famosi uomini dei quali l'uno o sottometteva l'altro o non lo 
sottometteva, caso, quest'ultimo, che disgraziatamente sinora non si  mai dato. 
Ci inganneremo dunque solo di poco se trarremo la conclusione che Dhring 
ridurr parimenti l'economia a verit definitive di ultima istanza, a leggi 
naturali eterne, ad assiomi tautologici di una desolante mancanza di contenuto, 
ma che accanto a tutto questo reintrodurr di contrabbando, facendolo passare 
per la porticina di servizio, tutto il contenuto positivo dell'economia, sin 
dove gli  noto; e che non far sorgere la distribuzione, come fatto sociale, 
dalla produzione e dallo scambio, ma la rinvier ai suoi famosi due uomini 
perch la sbrighino definitivamente. E poich tutti questi artifici sono per noi 
vecchie conoscenze, tanto pi qui potremo essere brevi. 
In effetti Dhring ci dichiara gi a pagina 2 [74] che la sua Economia si 
riferisce a ci "che  stato stabilito" nella sua Filosofia e che si "appoggia 
in certi punti essenziali a verit di ordine superiore ormai fissate in un campo 
pi elevato di indagine". Dappertutto lo stesso importuno autoincensamento. 
Dappertutto il trionfo di Dhring su ci che Dhring ha stabilito e fissato. 
Fissato in effetti, l'abbiamo visto in lungo e in largo... ma come si fissa il 
coperchio di una bara [75]. 
Subito dopo abbiamo "le pi generali leggi di natura di tutta l'economia"... 
avevamo dunque proprio indovinato. Ma queste leggi di natura non permettono una 
giusta intelligenza della storia passata se non allorch 

"le si indaghino in quella determinazione pi prossima che i loro risultati 
hanno subito per opera delle forme politiche dell'assoggettamento e del 
raggruppamento. Istituzioni politiche quali la schiavit e la servit 
salariale, alla quale si associa, come loro gemella, la propriet fondata 
sulla violenza, devono considerarsi come forme istituzionali 
economico-sociali di natura puramente politica: esse formano, nel mondo 
quale  sinora, la cornice entro la quale soltanto si son potuti manifestare 
gli effetti di leggi economiche naturali". 

Questa frase  la fanfara che come un Leitmotiv [76] wagneriano ci annuncia 
l'avvicinarsi dei famosi due uomini. Ma  ancora di pi: il tema fondamentale di 
tutto il libro di Dhring. Nel diritto Dhring non ci ha saputo offrire altro 
che una cattiva traduzione socialista della teoria egualitaria di Rousseau, tale 
che da anni se ne possono sentire di molto migliori in ogni ritrovo operaio 
parigino. Qui egli ci d una non migliore traduzione socialista delle querimonie 
degli economisti sulla falsificazione delle leggi economiche naturali eterne e 
dei loro effetti, dovuta all'ingerenza dello Stato, della violenza. E con ci 
egli sta meritatamente del tutto solo tra i socialisti. Ogni operaio socialista, 
senza differenza, qualunque sia la sua nazionalit, sa benissimo che la violenza 
non fa che proteggere lo sfruttamento ma non lo causa; che la base del suo 
sfruttamento  il rapporto tra capitale e lavoro salariato e che questo  sorto 
per via puramente economica e niente affatto per via di violenza. 
Ora ci si dice in tutte lettere che in ogni questione economica "si potranno 
distinguere due processi, quello della produzione e quello della distribuzione"; 
inoltre che il noto e superficiale J. B. Say ha aggiunto ancora un terzo 
processo, quello dell'uso, del consumo, ma non ha saputo dire niente di sensato, 
come niente di sensato ne hanno saputo dire i suoi successori. Ma lo scambio, o 
circolazione, sarebbe solo una sottodivisione della produzione, alla quale 
appartiene tutto ci che deve avere luogo perch i prodotti arrivino agli ultimi 
ed effettivi consumatori. Se Dhring confonde i due processi della produzione e 
della circolazione, essenzialmente distinti anche se interdipendenti, e afferma 
senza scomporsi che evitando quella confusione pu solo "sorger confusione", con 
ci dimostra semplicemente di non conoscere o di non intendere l'enorme sviluppo 
che proprio la circolazione ha percorso negli ultimi cinquanta anni, ci che del 
resto  anche confermato nel seguito del suo libro. Ma non basta. Dopo aver 
semplicemente fuso in un tutto unico, come produzione, la produzione e lo 
scambio, pone accanto alla produzione la distribuzione, come un secondo processo 
completamente esteriore, che col primo non ha assolutamente niente a che fare. 
Noi abbiamo visto che la distribuzione, nelle sue linee decisive,  di volta in 
volta il risultato necessario dei rapporti di produzione e di scambio di una 
societ determinata, nonch delle condizioni storiche preliminari di questa 
societ, e precisamente abbiamo esposto il concetto che se conosciamo questi 
rapporti e queste condizioni, possiamo con precisione trarre le conclusioni sul 
modo di distribuzione vigente in questa societ. Ma vediamo del pari che 
Dhring, se non vuole diventare infedele ai principi "stabiliti" nella sua 
concezione della morale, del diritto e della storia, deve negare questi fatti 
economici elementari, e specialmente deve negarli se gli tocca di introdurre di 
contrabbando nell'economia i suoi indispensabili due uomini. E una volta che la 
distribuzione si  felicemente sbarazzata di ogni nesso con la produzione e lo 
scambio, pu aver luogo il grande evento. 
Richiamiamoci per intanto alla memoria come la cosa si  svolta per la morale e 
per il diritto. Qui Dhring cominciava originariamente con un uomo solamente e 
diceva: 

"Un uomo in quanto sia pensato come singolo o, ci che fa lo stesso, come 
fuori di ogni nesso con gli altri, non pu avere doveri. Per lui non c' un 
dovere, ma solo un volere". 

Ma che cos'altro  quest'uomo che viene pensato come privo di doveri, come 
singolo, se non un fastidioso "ebreo primigenio Adamo" nel paradiso terrestre, 
dove  senza peccati perch non pu commetterne? Ma anche su questo Adamo della 
filosofia della realt incombe la caduta nel peccato. Accanto a questo Adamo 
compare improvvisamente, non certo un'Eva dall'ondeggiante chioma ricciuta. Ma 
un secondo Adamo ancora. E subito Adamo ha dei doveri e... li respinge. Invece 
di considerare suo fratello come pari a lui nei diritti e stringerselo al seno, 
lo sottomette al suo dominio, lo asservisce... e delle conseguenze di questo 
primo peccato, del peccato originale dell'asservimento, soffre tutta la storia 
universale sino al giorno d'oggi, e per questo per Dhring essa non vale neanche 
un quattrino. 
Se dunque Dhring, diciamolo incidentalmente, ha creduto di aver 
sufficientemente abbandonato al disprezzo la "negazione della negazione", 
caratterizzandola come brutta copia della vecchia storia del peccato originale e 
della redenzione, che cosa dobbiamo dire allora della sua recentissima edizione 
della stessa teoria? (Infatti col tempo "ci approssimeremo", per servirci di 
un'espressione da rettili [77], anche alla redenzione.) In ogni caso  pur certo 
che noi preferiamo la vecchia leggenda tribale semitica nella quale per il 
maschio e per la femmina valeva pur la pena di uscire dallo stato di innocenza, 
e che a Dhring rester incontestata la gloria di aver costruito il suo peccato 
originale con due maschi. 
Sentiamo dunque la traduzione del peccato originale in termini economici: 

"All'idea della produzione pu in ogni caso dare uno schema ideale 
appropriato il rappresentare un Robinson che con le sue forze sta di fronte 
alla natura, isolato e non ha niente da spartire con nessuno (...) Parimente 
opportuno per rendere evidente ci che vi  di pi essenziale nell'idea 
della distribuzione  lo schema ideale di due individui le cui forze 
economiche si combinano e che devono evidentemente in qualche forma 
intendersi l'un l'altro per quel che si riferisce alle loro quote. Non 
occorre in effetti pi di questo semplice dualismo per rappresentare con 
ogni rigore alcuni dei pi importanti rapporti distributivi e per studiare 
embrionalmente le leggi nella loro necessit logica (...) Qui si pu pensare 
egualmente tanto alla cooperazione su un piede di eguaglianza quanto alla 
combinazione delle forze mediante l'oppressione completa di una delle parti, 
che poi viene costretta a servigi di natura economica come schiava o 
semplice strumento, e proprio solo come strumento viene anche mantenuta 
(...) Tra lo stato di eguaglianza e di nullit da una parte e quello di 
onnipotenza e di partecipazione unilaterale attiva dall'altra, si trova una 
serie di casi ad occupare le quali hanno provveduto con ricca variet gli 
eventi della storia universale. Una visione universale delle diverse 
istituzioni storiche della giustizia e dell'ingiustizia  qui il presupposto 
essenziale (...)" 

e, per concludere, tutta la distribuzione si trasforma in una "sistemazione 
giuridica dei rapporti economici della distribuzione". 
Ora finalmente Dhring poggia di nuovo i piedi sulla terra derma. A braccetto 
coi suoi due uomini pu sfidare il suo secolo. Ma dietro a questa trinit c' 
ancora un Innamorato. 

"Il capitale non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della societ 
possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o 
schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento 
tempo di lavoro eccedente per produrre il sostentamento per il possessore 
dei mezzi di produzione, sia questo proprietario caloVcagaouV [bello e 
buono, cio nobile] ateniese, teocrate etrusco, civis romanus" (cittadino 
romano), "barone normanno, negriero americano, boiardo valacco, proprietario 
agrario moderno o capitalista" (Marx, "Capitale", I, seconda edizione, pag. 
227.) [78]. 

Dopo avere appreso in questo modo che cosa sia la forma fondamentale dello 
sfruttamento comune a tutte le forme di produzione esistite fino ad oggi, nella 
misura in cui si muovono sul piano degli antagonismi di classe, a Dhring 
restava solo da applicarvi i suoi due uomini e la base dell'economia della 
realt, che si profonda sino alle radici, sarebbe stata pronta. Ed egli non ha 
esitato neppure un momento a dare esecuzione a questa "idea che crea un 
sistema". Lavoro senza contropartita, oltre il tempo di lavoro necessario al 
mantenimento dell'operaio:  questo il punto. L'Adamo che qui si chiama Robinson 
fa sgobbare senza tregua il suo secondo Adamo, Venerd. Ma perch dunque Venerd 
sgobba pi di quanto  necessario per il suo mantenimento? Anche questa 
questione trova parzialmente la sua risposta in Marx. Ma questa risposta  
troppo lunga per i due uomini. La cosa viene liquidata in breve: Robinson 
"opprime" Venerd, lo costringe "come schiavo o strumento a servigi economici" e 
lo mantiene "anche, solo come strumento". Con questa novissima "svolta 
creatrice", Dhring, per cos dire, prende due piccioni con una fava. Anzitutto 
si risparmia la fatica di spiegare le diverse forme sinora assunte dalla 
distribuzione, le loro differenze e le loro cause: tutte queste insieme non 
valgono assolutamente niente, poggiano tutte sull'oppressione, sulla violenza. 
Avremo da parlarne tra breve. E in secondo luogo trasferisce cos tutta la 
teoria della distribuzione dal campo economico a quello della morale e del 
diritto, cio dal campo dei fatti materiali che sono ben saldi, a quello delle 
opinioni e dei sentimenti che pi o meno oscillano. Quindi non ha pi bisogno di 
indagare o di dimostrare, ma solo di continuare allegramente a declamare senza 
tregua e pu esigere che la distribuzione dei prodotti del lavoro non si regoli 
secondo le sue cause reali, ma secondo ci che a lui, Dhring, appare morale e 
giusto. Ma ci che a Dhring appare giusto non  affatto immutabile e quindi  
molto lontano dall'essere una verit autentica. Infatti queste verit sono 
proprio, secondo lo stesso Dhring, "in generale immutabili". Nell'anno 1868 
Dhring affermava ("I destini del mio memoriale sociale ecc.") che  

"nella tendenza di ogni civilt superiore il dare un carattere sempre pi 
netto alla propriet e che qui e non in una confusione dei diritti e delle 
sfere della sovranit risiedono l'essenza e l'avvenire dello sviluppo 
moderno". E affermava inoltre che non poteva assolutamente concepire "come 
una trasformazione del lavoro salariato in un'altra forma di guadagno avesse 
mai a conciliarsi con le leggi della natura umana e dell'organizzazione per 
sua natura necessaria del corpo sociale". 

Quindi nel 1868 propriet privata e lavoro salariato sono necessari per natura e 
perci giusti; nel 1876 [79] sono entrambi conseguenza della violenza e della 
"rapina" e quindi ingiusti. E non possiamo assolutamente sapere che cosa, a 
distanza di qualche anno, potr sembrare morale e giusto ad un genio cos 
possentemente impetuoso nel suo dire e perci, in ogni caso, faremo meglio, 
nella nostra trattazione della distribuzione delle ricchezze, ad attenerci alle 
leggi economiche reali ed obiettive e non all'idea, momentanea, mutevole, 
soggettiva di Dhring, di ci che  giusto e di ci che  ingiusto. 
Se dell'imminente rovesciamento dell'odierna distribuzione dei prodotti del 
lavoro con i suoi stridenti contrasti di miseria e di fasto, di fame e di 
gozzoviglia, non avessimo certezza migliore della coscienza che questo modo di 
produzione  ingiusto e che finalmente il diritto deve pur trionfare un giorno, 
le nostre cose andrebbero male e noi potremmo aspettare un pezzo. I mistici 
medievali che sognavano del regno millenario che si avvicinava, avevano gi la 
coscienza dell'ingiustizia degli antagonismi delle classi. Alle soglie della 
storia moderna, trecentocinquanta anni fa, Thomas Mnzer lo proclam alto nel 
mondo. Nella rivoluzione borghese inglese come in quella francese risuona lo 
stesso grido e... si spegne. E se oggi lo stesso grido che invoca l'abolizione 
degli antagonismi e delle differenze delle classi e che fino al 1830 lasciava 
fredde le classi lavoratrici e sofferenti, se oggi questo grido trova un'eco in 
milioni di voci, se conquista un paese dopo l'altro e precisamente nello stesso 
ordine e con la stessa intensit con cui nei singoli paesi si sviluppa la grande 
industria, se nel tempo di una generazione umana ha conquistato una potenza tale 
da potere affrontare tutte le potenze riunite contro di esso ed essere certo 
della vittoria in un prossimo futuro: da dove proviene tutto ci? Dal fatto che 
la grande industria moderna ha creato da una parte un proletariato, una classe 
che per la prima volta nella storia pu porre l'esigenza dell'abolizione non di 
questa o di quella particolare organizzazione di classe, o di questo o di quel 
privilegio particolare di classe, ma delle classi in generale, e che  messa 
nella condizione di dovere fare trionfare tale esigenza sotto pena di 
sprofondare nella condizione del coolie [facchino] cinese. E dal fatto che la 
stessa grande industria, dall'altra parte, ha creato nella borghesia una classe 
che possiede il monopolio di tutti i mezzi di produzione e i mezzi di 
sussistenza, ma che, in ogni periodo di ascesa vertiginosa e in ogni crisi che 
lo segue, dimostra di essere incapace di dominare ancora in avvenire le forze 
produttive che, crescendo, sono sfuggite al suo potere; una classe sotto la cui 
guida la societ corre verso la rovina, come una locomotiva il cui macchinista  
troppo debole per aprire le valvole di sicurezza che si sono bloccate. In altri 
termini proviene dal fatto che sia le forze produttive create dal moderno modo 
di produzione capitalistico, sia anche il sistema di distribuzione dei beni da 
esso creato, sono caduti in flagrante contraddizione con quello stesso modo di 
produzione e precisamente in tal modo che, a meno che tutta la societ moderna 
debba andare in rovina, deve aver luogo un rivoluzionamento del modo di 
produzione e di distribuzione che elimini tutte le differenze di classe. Su 
questo fatto materiale, tangibile, che, in una forma pi o meno chiara, ma con 
necessit irresistibile, si oppone alla mente dei proletari sfruttati, su questo 
fatto e non sulle idee che questo o quel filosofo in pantofole hanno del giusto 
e dell'ingiusto, si fonda la certezza di vittoria del socialismo moderno. 


 
 
II. Teoria della violenza
 
  
"Il rapporto tra la politica generale e le formazioni giuridiche 
dell'economia  determinato nel mio sistema in una maniera cos precisa e ad 
un tempo cos originale, che non sarebbe superfluo, per facilitarne lo 
studio, un richiamo particolare a questo punto. La formazione delle 
relazioni politiche  il fatto storico fondamentale ed i fatti economici che 
ne dipendono sono soltanto un effetto o un caso speciale e perci sono 
sempre fatti di second'ordine. Alcuni moderni sistemi socialisti prendono 
come loro principio direttivo l'idea, in apparenza evidentissima, di un 
rapporto assolutamente inverso, facendo nascere e svilupparsi dalle 
condizioni economiche le derivazioni politiche. Ora, questi effetti di 
second'ordine sono, certo, esistenti in quanto tali e al presente sono 
massimamente sensibili; ma il fatto primitivo  da ricercarsi nella violenza 
politica immediata e non solamente in un'indiretta potenza economica." 

Parimente in un altro passo in cui Dhring 

"parte dal principio che le condizioni politiche siano la causa decisiva 
dell'ordine economico e che il rapporto inverso rappresenti solo una 
reazione di second'ordine (...) sino a quando il raggruppamento politico non 
sia preso per se stesso come punto di partenza, ma lo si consideri 
esclusivamente come un mezzo che ha per fine il procacciarsi da mangiare, 
per socialisti radicali e rivoluzionari che si appaia, si sar sempre in 
larga misura dei reazionari travestiti". 

Questa  la teoria di Dhring. Essa viene qui e in molti altri paesi 
semplicemente enunciata e, per cos dire, decretata. Di un bench minimo 
tentativo di dimostrazione o di confutazione del punto di vista opposto, non si 
fa parola in nessun luogo di questi tre grossi volumi. Dhring non ci darebbe un 
argomento neanche se gli argomenti fossero a buon mercato come le more [80]. La 
cosa  gi stata ormai dimostrata dal famoso peccato originale, allorch 
Robinson asserv Venerd. Fu quello un atto di violenza, quindi un atto 
politico. E poich questo asservimento costituisce il punto di partenza e il 
fatto fondamentale di tutta la storia svoltasi sinora e le inocula la colpa 
ereditaria dell'ingiustizia, di guisa che questo asservimento nei periodi 
seguenti  stato solo attenuato e "trasformato in forme pi indirette di 
dipendenza economica"; e poich su questo asservimento primitivo poggia del pari 
tutta la "propriet privata sulla violenza" rimasta vigente sinora,  chiaro che 
tutti i fenomeni economici si devono spiegare partendo da cause politiche, cio 
dalla violenza. E colui al quale ci non basta  un reazionario travestito. 
Notiamo anzitutto che bisogna essere innamorati di se stessi non meno di quanto 
lo sia Dhring, per ritenere "originale" questa opinione che originale non  
affatto. L'idea che i drammoni politici siano l'elemento decisivo della storia  
antica quanto la stessa storiografia ed  la causa principale del fatto che 
tanto poco ci sia stato conservato di ci che riguarda lo sviluppo realmente 
progressivo dei popoli, che si compie silenziosamente nello sfondo di questa 
scena rumorosa. Questa idea ha dominato tutta la passata concezione della storia 
e ha ricevuto un primo colpo dagli storici borghesi della Francia del tempo 
della Restaurazione [81]; "originale" qui  soltanto il fatto che, di tutto 
questo, Dhring ancora una volta non sappia niente. 
Inoltre, se per un istante ammettiamo che Dhring abbia ragione nel dire che 
tutta la storia che sinora si  svolta si possa ridurre all'asservimento 
dell'uomo da parte dell'uomo, con ci siamo ancora molto lontani dall'aver 
toccato il fondo della cosa. Ci che anzitutto ci si chiede  invece come 
Robinson sia arrivato ad asservire Venerd. Per il semplice piacere di 
asservirlo? Assolutamente no! Vediamo invece che Venerd "come schiavo o 
semplice strumento viene costretto a servigi economici e precisamente come 
strumento viene anche mantenuto". Robinson ha asservito Venerd solo perch 
Venerd lavori a profitto di Robinson. E come pu Robinson trarre un profitto 
per s dal lavoro di Venerd? Solo per il fatto che Venerd produce col suo 
lavoro pi mezzi di sussistenza di quanto gliene debba dare Robinson perch 
resti atto al lavoro. Robinson quindi, contrariamente all'esplicita prescrizione 
di Dhring, "non ha preso per se stesso come punto di partenza" il 
"raggruppamento politico" sorto con l'asservimento di Venerd, "ma lo ha 
considerato esclusivamente come un mezzo che ha per fine il procacciarsi da 
mangiare", ed ora veda egli stesso il modo di sbrigarsela col suo signore e 
padrone Dhring. 
L'esempio puerile che Dhring ha inventato espressamente per dimostrare che la 
violenza  il "fatto fondamentale della storia", dimostra solo che la violenza  
solo il mezzo e che il fine invece  il vantaggio economico. Quanto il fine  
"pi fondamentale" del mezzo che si impiega per raggiungerlo, tanto pi 
fondamentale  nella storia il fatto economico del rapporto, di fronte al lato 
politico. L'esempio prova dunque precisamente il contrario di ci che doveva 
provare. E come per Robinson e Venerd, cos  per tutti i casi di dominio e 
servit che si sono avuti sinora. Il soggiogamento  stato sempre, per usare 
l'elegante modo di esprimersi di Dhring, un "mezzo che ha per fine il 
procacciarsi da mangiare" (preso questo procacciarsi da mangiare nel senso pi 
lato), ma mai e in nessun luogo un raggruppamento politico instaurato "per amore 
del raggruppamento politico stesso". Bisogna essere Dhring per poter pensare 
che nello stato le imposte siano solo "effetti di second'ordine" o che il 
raggruppamento politico odierno di borghesia dominante e proletariato dominato 
esiste "per amore del raggruppamento politico stesso" e non in vista del "fine 
di procurarsi da mangiare" della borghesia dominante, cio in vista del profitto 
e dell'accumulazione del capitale. 
Ritorniamo pertanto ancora una volta ai nostri due uomini. Robinson, "la spada 
in pugno", ha fatto di Venerd il suo schiavo. Ma per riuscire a questo, 
Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre una spada. Non  da tutti 
possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione due 
cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo ed 
in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la 
schiavit diventi possibile bisogna che sia raggiunto un certo livello nella 
produzione e che sia comparso un certo grado di disuguaglianza nella 
distribuzione. E perch il lavoro degli schiavi diventi il modo di produzione 
dominante di tutta la societ, occorre un incremento ancora maggiore della 
produzione, del commercio e dell'accumulazione della ricchezza. Nelle antiche 
comunit naturali con propriet comune del suolo, la schiavit o non compare 
affatto o ha solo una parte di second'ordine. Cos era nella Roma primitiva, 
citt contadina; quando invece Roma divenne "citt universale", e la propriet 
fondiaria degli italici cadde sempre maggiormente nelle mani di una classe poco 
numerosa di proprietari enormemente ricchi, allora la popolazione contadina fu 
soppiantata da una popolazione di schiavi. Se al tempo delle guerre persiane il 
numero degli schiavi sal a Corinto a 460.000, a Egina a 470.000 e su ogni 
membro della popolazione libera c'erano dieci schiavi [82], ci implicava 
qualche cosa di pi ancora della "violenza"; implicava un'industria artistica e 
artigiana altamente sviluppata e un commercio estero. La schiavit negli Stati 
Uniti d'America era fondata molto meno sulla violenza che sull'industria 
cotoniera inglese; in quei distretti in cui non cresceva il cotone o che non 
esercitavano, come gli Stati confinanti, l'allevamento di schiavi per gli Stati 
cotonieri, la schiavit si estinse da se stessa senza uso di violenza, 
semplicemente perch non era remunerativa. 
Se dunque Dhring chiama la propriet moderna propriet fondata sulla violenza e 
la caratterizza come 

"quella forma di dominio che ha a suo fondamento non gi semplicemente 
un'esclusione del prossimo dall'uso dei mezzi naturali di sussistenza, ma 
anche, ci che  molto pi significativo, il soggiogamento dell'uomo in 
servit", 

cos facendo rovescia tutto quanto il rapporto. Il soggiogamento dell'uomo in 
servit in tutte le sue forme presuppone che colui che soggioga disponga dei 
mezzi di lavoro mediante i quali soltanto egli pu impiegare l'asservito e, nel 
caso della schiavit, che disponga inoltre anche dei mezzi di sussistenza con i 
quali solamente pu mantenere in vita lo schiavo. In ogni caso, quindi, 
presuppone gi il possesso di un certo patrimonio superiore alla media. Come  
sorto questo patrimonio?  certo chiaro in ogni caso che  possibile che esso 
sia frutto di rapina e che quindi poggi sulla violenza, ma ci non  affatto 
necessario. Pu essere stato ottenuto col lavoro, col furto, col commercio, con 
la frode. Anzi, prima che possa essere rubato, in generale  necessario che esso 
sia stato ottenuto col lavoro. 
In generale la propriet privata non appare affatto nella storia come risultato 
della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste gi, anche se 
limitatamente a certi soggetti, nella comunit primitiva naturale di tutti i 
popoli civili. Gi entro questa comunit essa si sviluppa, dapprima nello 
scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto pi i prodotti della 
comunit assumono forma di merci, cio quanto meno vengono prodotti da essa per 
l'uso personale del produttore e quanto pi vengono prodotti per il fine dello 
scambio, quanto pi lo scambio soppianta, anche all'interno della comunit, la 
primitiva divisione naturale del lavoro, tanto pi diseguali divengono le 
fortune dei singoli membri della comunit, tanto pi profondamente viene minato 
l'antico possesso comune del suolo, tanto pi rapidamente la comunit si spinge 
verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini 
parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli 
nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunit; le porta 
sempre pi a dissoluzione la distruzione graduale della loro industria domestica 
naturale operata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Cos 
poco si pu parlare qui di violenza, come se ne pu parlare per la sparizione 
che avviene anche oggi dei campi posseduti in comune dalle "Gehferschaften" 
[comunit di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald; i contadini trovano che 
 precisamente nel loro interesse che la propriet privata del campo subentri 
alla propriet comune. Anche la formazione di un'aristocrazia naturale, quale si 
ha nei celti, nei germani e nel Punjab basata sulla propriet comune del suolo, 
in un primo tempo non poggi affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla 
consuetudine. Dovunque si costituisce la propriet privata, questo accade in 
conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell'interesse 
dell'aumento della produzione e dell'incremento del traffico: quindi per cause 
economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte.  pur chiaro che 
l'istituto della propriet privata deve gi sussistere prima che il predone 
possa appropriarsi l'altrui bene; che quindi la violenza pu certo modificare lo 
stato di possesso, ma non produrre la propriet privata come tale. 
Ma anche per spiegare "il soggiogamento dell'uomo allo stato servile" nella sua 
forma pi moderna, cio nel lavoro salariato, non possiamo servirci n della 
violenza, n della propriet fondata sulla violenza. Abbiamo gi fatto menzione 
della parte che, nella dissoluzione delle antiche comunit, e quindi nella 
generalizzazione diretta o indiretta della propriet privata, rappresenta la 
trasformazione dei prodotti del lavoro in merci, la loro produzione non per il 
consumo proprio, ma per lo scambio. Ma ora Marx ha provato con evidenza solare 
nel "Capitale", e Dhring si guarda bene dal riferirvisi sia pure con una sola 
sillaba, che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma 
in produzione capitalistica, e che in questa fase 

"la legge dell'appropriazione poggiante sulla produzione e sulla 
circolazione delle merci ossia legge della propriet privata si converte 
direttamente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, 
inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere 
l'operazione originaria si  rigirato in modo che ora si fanno scambi solo 
per l'apparenza in quanto, in primo luogo, la quota di capitale scambiata 
con forza-lavoro  essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui 
appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve 
essere reintegrata dal suo produttore, l'operaio, ma deve essere reintegrata 
come un nuovo sovrappi (...) Originariamente il diritto di propriet ci si 
 presentato come fondato sul rapporto di lavoro (...) Adesso" (alla fine 
del suo sviluppo dato da Marx) "la propriet si presenta, dalla parte del 
capitalista come diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito ossia 
il prodotto di esso, e dalla parte dell'operaio come impossibilit di 
appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra propriet e lavoro 
diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla 
loro identit" [83]. 

In altri termini: anche se escludiamo la possibilit di ogni rapina, di ogni 
atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la propriet 
privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto 
il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, 
tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, 
arriviamo necessariamente all'attuale modo di produzione capitalistico, alla 
monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola 
classe poco numerosa, alla degradazione dell'altra classe, che costituisce 
l'enorme maggioranza, a classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico 
affermarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l'odierna 
anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente 
economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, 
della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica. La "propriet 
fondata sulla violenza" si dimostra qui semplicemente come una frase da spaccone 
destinata a coprire la mancanza di intelligenza dello svolgimento reale delle 
cose. 
Questo svolgimento, espresso storicamente,  la storia dello sviluppo della 
borghesia. Se le "condizioni politiche sono la causa decisiva dell'ordine 
economico",  d'uopo che la borghesia moderna non si sia sviluppata in lotta col 
feudalesimo, ma sia la sua diletta creatura, da esso volontariamente generata. 
Ognuno sa che  accaduto il contrario. Originariamente ceto oppresso, tributario 
della nobilt feudale, reclutato tra i villani e i servi della gleba di ogni 
genere, la borghesia, con una lotta incessante contro la nobilt, le ha 
strappato un posto di comando dopo l'altro, e finalmente, nei paesi pi 
sviluppati, ha preso possesso del potere soppiantandola; in Francia 
rovesciandola direttamente, in Inghilterra imborghesendola sempre pi e 
incorporandosela come suo proprio fastigio ornamentale. E come  riuscita a far 
questo? Unicamente attraverso un cambiamento dell'"ordine economico", cui segu, 
presto o tardi, spontaneamente o mediante la lotta, un cambiamento delle 
condizioni politiche. La lotta della borghesia contro la nobilt feudale  la 
lotta della citt contro la campagna, dell'industria contro la propriet 
terriera, dell'economia monetaria contro l'economia naturale, e in questa lotta 
l'arma decisiva dei borghesi fu la loro potenza economica costantemente 
crescente mediante lo sviluppo dell'industria, prima artigiana, poi, 
progressivamente, manifatturiera, e mediante l'estensione del commercio. Durante 
tutta questa lotta la violenza politica stette dalla parte della nobilt, ad 
eccezione di un periodo in cui il potere regio si serv della borghesia contro 
la nobilt per tenere in scacco un ceto mediante l'altro; ma dal momento in cui 
la borghesia, politicamente ancora sempre impotente, grazie alla sua crescente 
potenza economica, cominci a diventare pericolosa, la monarchia si leg di 
nuovo con la nobilt e cos, prima in Inghilterra e poi in Francia, provoc la 
rivoluzione della borghesia. Le "condizioni politiche" in Francia erano rimaste 
immutate, mentre l'"ordine economico" nel suo sviluppo le aveva sorpassate. 
Quanto alla condizione politica il nobile era tutto e il borghese nulla; quanto 
alla condizione sociale, il borghese rappresentava ora la classe pi importante 
dello Stato, mentre il nobile aveva perduto tutte le sue funzioni sociali, e 
solo nelle sue rendite continuava ad incassare la retribuzione di queste 
funzioni scomparse. Ma questo non basta: la borghesia, in tutta la sua 
produzione, era rimasta stretta nella morsa delle forme politiche feudali del 
medioevo superate da lungo tempo dallo sviluppo di questa produzione, non solo 
dalla manifattura, ma anche dall'artigianato: tutti i mille privilegi 
corporativi e le barriere doganali locali e provinciali, diventati, gli uni e le 
altre, semplici angherie e ceppi per la produzione. La rivoluzione della 
borghesia mise fine a tutto questo. Ma solo perch essa, secondo il principio di 
Dhring, adattasse la situazione dell'economia alle condizioni politiche, cosa 
che, invero, nobilt e monarchia avevano invano tentato per anni, ma invece 
perch gett da una parte il vecchio e ammuffito ciarpame politico e cre 
condizioni politiche nelle quali il nuovo "ordine economico" poteva esistere e 
svilupparsi. Ed in questa atmosfera politica e giuridica ad essa confacente, la 
borghesia si  sviluppata splendidamente, tanto splendidamente che ormai non  
molto lontana da quella posizione che la nobilt occupava nel 1789: essa diventa 
sempre pi non solo socialmente superflua, ma un ostacolo sociale; si allontana 
sempre pi dall'attivit produttiva e diventa sempre pi, come ai suoi tempi la 
nobilt, una classe che semplicemente intasca rendite; e questo rovesciamento 
della sua propria posizione e la reazione di una nuova classe, il proletariato, 
essa lo ha compiuto per via puramente economica, senza nessun intervento 
cabalistico della violenza. E c' di pi. Essa non ha affatto voluto questo 
risultato del suo operare che, al contrario, si  affermato con forza 
irresistibile contro la volont e contro l'intenzione della borghesia, le cui 
forze produttive si sono sottratte al suo controllo, e spingono, come se fossero 
mosse da necessit naturale, tutta la societ borghese alla rovina o al 
rovesciamento. E se la borghesia fa ora appello alla violenza per preservare dal 
crollo l'"ordine economico" che va in rovina, con ci prova solo che essa  
schiava della stessa illusione di Dhring, di potere, con l'"elemento 
primitivo", con la "violenza politica immediata", trasformare quelle "cose di 
second'ordine", quali l'ordine economico e il suo sviluppo ineluttabile, e 
quindi a sua volta cacciar via dal mondo, con i cannoni di Krupp ed i fucili di 
Maser, le conseguenze economiche della macchina a vapore e del meccanismo che 
essa mette in moto, del commercio mondiale e dell'odierno sviluppo bancario e 
creditizio. 


 
 
III. Teoria della violenza (continuazione)
 
  
Consideriamo per un po' pi da vicino questa onnipotente "violenza" di Dhring. 
"La spada in pugno", Robinson asservisce Venerd. Dove ha preso la spada? 
Neanche nelle isole fantastiche delle imprese robinsoniane le spade sinora 
crescono sugli alberi, e Dhring resta debitore di una risposta qualsiasi a 
questa domanda. A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto  
possibile a noi il supporre che un bel giorno Venerd gli possa apparire con un 
revolver carico in mano, nel qual caso tutto il rapporto di "violenza" si 
rovescia: Venerd comanda e Robinson deve sgobbare. Chiediamo scusa al lettore 
se ritorniamo con tutta questa insistenza alla storia di Robinson e Venerd, che 
propriamente  pi al suo posto in un giardino di infanzia anzich nella 
scienza, ma che possiamo farci? Siamo costretti ad applicare coscienziosamente 
il metodo assiomatico di Dhring e non  colpa nostra se cos ci muoviamo 
nell'ambito della puerilit pura e semplice. Dunque il revolver ha la meglio 
sulla spada e questo fatto far comprendere, malgrado tutto, anche al pi 
puerile assertore di assiomi che la violenza non  un semplice atto di volont, 
ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto 
strumenti, di cui il pi perfetto ha la meglio sul meno perfetto; che questi 
strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice ad un tempo che il 
produttore di pi perfetti strumenti di violenza, vulgo armi, vince il 
produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della 
violenza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla 
produzione in generale, quindi sulla "potenza economica", sull'"ordine 
economico", sui mezzi materiali che stanno a disposizione della violenza. 
La violenza, al giorno d'oggi,  rappresentata dall'esercito e dalla marina da 
guerra, e l'uno e l'altra costano, come tutti sappiamo a nostre spese, "una 
tremenda quantit di denaro". Ma la violenza non pu far denaro, pu, tutt'al 
pi, portar via quello che  gi stato fatto, e anche questo non giova gran che, 
come abbiamo sperimentato, anche questa volta a nostre spese, con i miliardi 
francesi [84]. In ultima analisi, quindi, il denaro deve pur essere fornito 
dalla produzione economica; la violenza dunque  a sua volta una condizione 
dell'ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi 
strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche 
preesistenti quanto precisamente l'esercito e la marina. Armamento, 
composizione, organizzazione, tattica, e strategia dipendono innanzi tutto in 
ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui 
hanno agito rivoluzionarmente non le "libere creazioni dell'intelletto" di 
comandanti geniali, ma le invenzioni di armi migliori e la modificazione del 
materiale umano; nel migliore dei casi l'azione esercitata dai comandanti 
geniali si limita ad adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai 
nuovi combattimenti [85]. 
All'inizio del secolo XIV venne dagli arabi agli europei dell'occidente la 
polvere da sparo e, come ogni scolaretto sa, rivoluzion tutta l'arte della 
guerra. L'introduzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco non fu per 
in nessun modo un atto di violenza, ma un progresso industriale e quindi 
economico. L'industria rimane sempre industria, o che si indirizzi alla 
produzione o che si indirizzi alla distribuzione di oggetti. E l'introduzione 
delle armi da fuoco ag rivoluzionariamente non solo sulla stessa arte della 
guerra, ma anche sui rapporti politici di dominio e di servit. Per ottenere 
polvere e armi da fuoco occorrevano industria e denaro e l'una e l'altro erano 
in possesso dei borghesi della citt. Da principio le armi da fuoco furono 
perci armi delle citt e della monarchia che appoggiandosi alla citt si levava 
contro la nobilt feudale. Le mura di pietra dei castelli nobiliari, sino allora 
inespugnabili, soggiacquero ai cannoni dei borghesi, le palle degli archibugi 
dei borghesi attraversarono le corazze dei cavalieri. Assieme alle corazze dei 
cavalieri della nobilt cadde anche il dominio della nobilt; con lo sviluppo 
della borghesia, fanteria e cannone divennero sempre pi le armi decisive; 
costretta dal cannone, l'arte militare dovette arricchirsi di una nuova 
specialit completamente industriale: il genio. 
Il perfezionamento delle armi da fuoco avvenne molto lentamente. Il pezzo 
d'artiglieria rimase pesante e il moschetto, malgrado molte invenzioni 
particolari, rimase rozzo. Passarono pi di trecento anni prima che si creasse 
un'arma adatta all'equipaggiamento di tutta la fanteria. Solo sul principio del 
XVIII secolo il fucile a pietra con baionetta elimin definitivamente la picca 
dall'equipaggiamento della fanteria. La fanteria di allora era composta dai 
mercenari del principe, marzialmente istruiti, ma assolutamente malfidi e tenuti 
insieme dalla disciplina del bastone. Essi venivano reclutati tra gli elementi 
pi corrotti della societ, e spesso tra i prigionieri di guerra nemici 
arruolati a forza. La sola forma di combattimento in cui questi soldati potevano 
utilizzare la nuova arma era la tattica di linea che raggiunse il suo pi alto 
grado di perfezione sotto Federico II. Tutta la fanteria di un esercito veniva 
disposta in modo da formare tre lati di un lungo quadrilatero vuoto al centro e 
che si muoveva come formazione di combattimento solo come un tutto: tutt'al pi 
era concesso ad una delle due ali di portarsi un po' pi avanti o un po' pi 
indietro. Questa massa impacciata poteva muoversi in formazione solo su un 
terreno assolutamente piano ed anche qui solo con un andatura lenta 
(settantacinque passi al minuto); una modificazione della formazione di 
combattimento, mentre l'azione era in corso, era impossibile e la vittoria o la 
sconfitta veniva decisa in breve tempo, in una sola battaglia, non appena la 
fanteria veniva impegnata sulla linea del fuoco. 
A queste linee impacciate si opposero, nella guerra di indipendenza americana, 
le schiere di ribelli che, pur non sapendo fare gli eserciti, sapevano per 
tirare meglio con le loro carabine a canna rigida, che combattevano per i loro 
pi personali interessi, che quindi non disertavano come le truppe mercenarie e 
che non facevano agli inglesi la gentilezza di muover contro di loro alla stessa 
maniera, in linea e su un piano aperto, ma procedevano in gruppi sciolti e 
rapidamente mobili di franchi tiratori e al riapro dei boschi. La formazione in 
linea era qui inefficiente e soggiaceva agli avversari, invisibili e 
inafferrabili. Fu riscoperta la guerriglia, nuovo modo di combattere dovuto ad 
un mutamento nel materiale umano. 
Ci che la rivoluzione americana aveva cominciato, fu completato dalla 
Rivoluzione francese, anche nel campo militare. La Rivoluzione francese, al pari 
dell'americana, non poteva opporre agli sperimentati eserciti mercenari della 
coalizione che masse poco sperimentate ma numerose, la leva di tutta la nazione. 
Ma con queste masse si trattava di proteggere Parigi, quindi di coprire un 
territorio determinato, e questo non poteva farsi senza una vittoria in una 
battaglia campale delle masse. La semplice guerriglia non era sufficiente, 
doveva essere trovata un'altra forma che permettesse l'impiego di masse e questa 
forma fu trovata con la colonna. La formazione in colonna permetteva, anche a 
truppe poco sperimentate, di muoversi con discreto ordine ed anche con una 
maggiore celerit di marcia (cento passi e pi al minuto), permetteva di 
infrangere le rigide forme della vecchia formazione in linea, di combattere su 
ogni terreno e quindi anche su quello pi sfavorevole alla linea, di raggruppare 
le truppe in qualsiasi modo fosse opportuno e, in collegamento col combattimento 
di tiratori sparpagliati, arrestare, impegnare, indebolire le linee nemiche sino 
a quando sopraggiungeva il momento di sbaragliarle nel punto decisivo dello 
schieramento, con le masse tenute in riserva. Questo modo nuovo di combattere, 
poggiante sul collegamento di tiratori e di colonne e sull'inquadramento 
dell'esercito in divisioni o corpi d'armata indipendenti, composti di tutte le 
armi, portati da Napoleone alla loro pi compiuta perfezione sia dal punto di 
vista tattico che da quello strategico, era dunque diventato necessario grazie 
anzitutto al mutato materiale umano fornito dalla Rivoluzione francese. Ma esso 
aveva anche altre due condizioni tecniche preliminari molto importanti: in primo 
luogo gli affusti pi leggeri costruiti da Gribeauval per i cannoni da campagna, 
che cos poterono avere quella maggiore capacit di movimento che ad essi oggi 
si richiede, e , in secondo luogo, l'innovazione del fucile mediante la 
curvatura del calcio, il quale sino allora era stato una continuazione della 
canna, che cos veniva prolungata in linea perfettamente retta; innovazione che 
fu introdotta in Francia nel 1777, sul modello del fucile da caccia, e rese 
possibile prender di mira un uomo singolo, senza mandar necessariamente il colpo 
a vuoto. Ma senza questo progresso, con la vecchia arma non si sarebbe potuto 
condurre la guerriglia. 
Il sistema rivoluzionario di armare tutto il popolo fu ridotto ben presto ad una 
coscrizione obbligatoria (con la sostituzione, per gli abbienti, del pagamento 
in denaro), e adottato in questa forma dalla maggior parte degli Stati del 
continente. Solo la Prussia tent col suo sistema della Landwehr [86] di 
sfruttare in maggior misura l'efficienza bellica del popolo. La Prussia fu 
inoltre il primo Stato che, dopo la funzione di breve durata del fucile militare 
a bocchetta e a canna rigida perfezionato tra il 1830 e il 1860, dot tutta la 
sua fanteria dell'arma pi moderna: il fucile a retrocarica a canna rigata. A 
queste due innovazioni essa dovete i suoi successi del 1866 [87]. 
Nella guerra franco-prussiana si affrontarono per la prima volta due eserciti 
che portavano, entrambi, fucili a retromarcia a canna rigata ed entrambi con 
formazioni tattiche in sostanza eguali a quelle del tempo del vecchio fucile a 
pietra a canna liscia. La sola differenza era che la Prussia, con l'introduzione 
della compagnia incolonnata, aveva fatto il tentativo di trovare una formazione 
di combattimento pi adeguata al nuovo armamento. Ma quando, il 18 agosto a 
Saint-Privat [88], la guardia prussiana tent di impiegare seriamente la 
compagnia incolonnata, i cinque reggimenti pi impegnati perdettero, in due ore 
al massimo, i due terzi dei loro effettivi (176 ufficiali e 5.114 uomini di 
truppa), e da allora la compagnia incolonnata fu condannata come formazione di 
combattimento, non meno che il battaglione incolonnato e la linea; fu 
abbandonato il tentativo di esporre ulteriormente una qualsiasi formazione 
chiusa di truppe al fuoco dei fucili nemici e, da parte tedesca, il 
combattimento fu condotto solo con quei grossi pattuglioni di tiratori nei quali 
solo allora si era di regola scomposta spontaneamente la colonna sotto il 
grandinare incalzante delle palle, cosa che per dall'alto era stata condannata 
come antiregolamentare; e parimenti il passo di corsa divenne l'unica forma di 
movimento sul terreno battuto dal fuoco dei fucili nemici. Il soldato ancora una 
volta era stato pi intelligente dell'ufficiale; egli aveva trovato 
istintivamente l'unica formazione di combattimento che sinora ha fatto buona 
prova sotto il fuoco dei fucili a retrocarica e, malgrado la resistenza opposta 
dal comando, la fece adottare con successo. 
La guerra franco-prussiana ha segnato una svolta di ben maggior importanza di 
tutte le precedenti. In primo luogo le armi hanno raggiunto un tal punto di 
perfezione che non  pi possibile un nuovo progresso che abbia un qualche 
influsso rivoluzionario. Se si fanno cannoni con i quali si pu colpire un 
battaglione ad una distanza che permette appena all'occhio di distinguerlo e 
fucili che hanno la stessa efficienza avendo come bersaglio un singolo uomo e 
nei quali il caricare prende meno tempo del mirare, ogni progresso ulteriore  
pi o meno irrilevante per le operazioni belliche campali. L'era dello sviluppo 
 quindi essenzialmente chiusa in questa direzione. In secondo luogo questa 
guerra ha per costretto tutti i grandi Stati del continente ad introdurre il 
sistema prussiano del Landwehr intensificato e, conseguentemente, di caricarsi 
di gravami militari che necessariamente li condurranno alla rovina nel corso di 
pochi anni. L'esercito  diventato fine precipuo dello Stato e fine a se stesso; 
i popoli non esistono pi se non nel fornire e nutrire i soldati. Il militarismo 
domina e divora l'Europa. Ma questo militarismo reca in s anche il germe della 
sua propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da 
una parte ad impiegare ogni anno pi denaro per esercito, marina, cannoni, ecc., 
e quindi ad affrettare sempre di pi la rovina finanziaria; dall'altra a 
prendere sempre pi sul serio il servizio militare obbligatorio per tutti e con 
ci, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l'uso delle armi e a 
renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volont di 
fronte ai signori della casta militare che esercitano il comando. E questo 
momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e 
delle citt e contadini, ha una volont. A questo punto l'esercito dei principi 
si muta in un esercito del popolo; la macchina si rifiuta di servire, il 
militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo. Ci che non pot 
compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perch era borghese e non 
proletaria, cio dare alle masse lavoratrici una volont il cui contenuto 
corrisponda alla loro condizione di classe: questo sar infallibilmente 
realizzato dal socialismo. E ci significa far saltare in aria dall'interno il 
militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti. 
Questa  la prima morale della nostra storia della fanteria moderna. La seconda 
morale, che ancora una volta ci riporta a Dhring,  che tutta l'organizzazione 
e il modo di combattere degli eserciti e, conseguentemente, vittoria e 
sconfitta, si dimostrano dipendenti da condizioni materiali, vale a dire 
economiche, dal materiale-uomo e dal materiale-armi, quindi dalla qualit e 
dalla quantit della popolazione e della tecnica. Solo un popolo di cacciatori, 
quali gli americani, poteva riscoprire la guerriglia, ed essi erano cacciatori 
per cause puramente economiche, come oggi precisamente per cause puramente 
economiche questi stessi yankees dei vecchi Stati si sono trasformati in 
agricoltori, in industriali, in navigatori e in mercanti che non fanno pi la 
guerriglia nelle foreste vergini, ma per ci tanto meglio la fanno nel campo 
della speculazione, dove sono andati anche molto lontano nell'utilizzazione 
delle masse. Solo una rivoluzione quale la francese, che emancip economicamente 
il borghese e specialmente il contadino, pot ritrovare quegli eserciti di massa 
e ad un tempo quelle libere forme di movimento, contro cui si infransero le 
vecchie linee impacciate, riflessi militari di quell'assolutismo per il quale 
combattevano. E abbiamo visto caso per caso come i progressi della tecnica, 
appena divennero militarmente utilizzabili, e furono anche effettivamente 
utilizzati, imposero subito quasi violentemente modificazioni, anzi rivoluzioni, 
nel modo di combattere, e per giunta spesso contro la volont dei comandi 
militari. E oggigiorno anche uno zelante sottufficiale potrebbe spiegare a 
Dhring a che punto la condotta della guerra dipenda tra l'altro dalle forze 
produttive e dai mezzi di comunicazione, sia del retroterra che della zona di 
operazioni di un singolo paese. In breve, dovunque e sempre sono le condizioni e 
i mezzi economici che portano la "forza" alla vittoria, senza la quale questa 
cessa di essere forza e chi, seguendo i principi di Dhring, volesse riformare 
la guerra da un punto di vista opposto, non raccoglierebbe altro che bastonate 
[*4]. 
Se dalla terraferma passiamo al mare, ci si presenta, a considerare solo gli 
ultimi vent'anni, una rivoluzione incomparabilmente pi radicale. La nave da 
battaglia della guerra di Crimea [90] era il bastimento di legno a due o tre 
ponti, munito di cannoni, il cui numero andava da 60 a 100, mosso di preferenza 
ancora da vele e dotato solo sussidiariamente di una debole macchina a vapore. 
Portava principalmente pezzi da 32 libbre, con canna del peso di circa 50 
quintali e in aggiunta solo pochi pezzi da 68 libbre, con canna dal peso di 95 
quintali. Verso la fine della guerra comparvero batterie galleggianti con 
corazze di ferro, mostri pesanti, che era quasi impossibile spostare, ma che 
erano invincibili ai colpi del pezzo di artiglieria del tempo. Presto la 
corazzatura di ferro fu applicata anche alle navi da battaglia; da principio le 
piastre erano ancora molto sottili: si riteneva gi straordinariamente pesante 
una corazza di quattro pollici di spessore. Ma il regresso dell'artiglieria si 
lasci presto indietro la corazzatura; per ogni spessore di corazzata che 
successivamente veniva impiegato si trovava un nuovo pezzo d'artiglieria, pi 
pesante, che lo spezzava con facilit. Cos oggi, da una parte, siamo gi 
arrivati a corazze di dieci, dodici, quattordici, ventun pollici di spessore 
(l'Italia vuol far costruire una nave con una corazzata di tre piedi di 
spessore) e, dall'altra, a cannoni rigati con canna del peso di 25, 35, 80 e 
anche 100 tonnellate (tonnellate da 20 quintali) che tirano a distanze inaudite 
nel passato proiettili del peso di 300, 400, 1.700 e perfino 2.000 libbre. 
L'odierna nave da battaglia  un gigantesco vapore ad elica corazzato, che 
stazza da 8.000 a 9.000 tonnellate e sviluppa una potenza da 6.000 a 8.000 
cavalli-vapore, con torri girevoli, e quattro, e al massimo sei, cannoni 
pesanti, munito di una prua che sotto la linea di immersione si protende in uno 
sperone capace di colare a picco le navi nemiche.  un'unica macchina colossale 
nella quale il vapore non solo effettua un veloce spostamento, ma anche aziona 
il timone, solleva le ancore, fa girare le torri, effettua il puntamento e il 
caricamento dei cannoni, pompa l'acqua, issa e cala le scialuppe, in parte 
azionate anche esse a vapore, ecc. E tanto poco la concorrenza tra corazza e 
cannone  giunta alla sua conclusone, che al giorno d'oggi una nave quasi 
regolarmente non risponde pi alle esigenze,  gi invecchiata, prima di essere 
uscita dal cantiere. La moderna nave da battaglia non solo  un prodotto, ma 
nello stesso tempo  un campione della grande industria moderna, un'officina 
galleggiante specializzata invero nella produzione di... sperpero di denaro. Il 
paese nel quale la grande industria ha raggiunto il pi alto sviluppo ha quasi 
il monopolio della costruzione di queste navi. Tutte le corazzate turche, quasi 
tutte le russe e la maggior parte delle tedesche sono costruite in Inghilterra; 
piastre di corazze per qualsiasi uso vengono fabbricate quasi esclusivamente a 
Sheffield; delle tre aziende metallurgiche d'Europa che sole sono in condizione 
di fornire i cannoni pi pesanti, due appartengono all'Inghilterra (Woolwich e 
Elswick) e la terza (Krupp) alla Germania. Si vede qui con la pi palmare 
evidenza come la "violenza politica immediata", che, secondo Dhring,  "la 
causa decisiva dell'ordine economico", sia al contrario completamente soggiogata 
all'ordine economico; come non soltanto la costruzione, ma anche la manovra 
degli strumenti della violenza sul mare, le navi da battaglia, siano diventate 
anch'esse un ramo della grande industria moderna. E non vi  nessuno che sai 
disturbato da questo stato di cose quanto la violenza stessa, lo Stato, al quale 
oggi una nave costa tanto quanto costava prima un'intera piccola flotta; il 
quale deve rassegnarsi al fatto che queste navi, cos care, siano invecchiate e 
abbiano quindi perduto il loro valore prima ancora di scendere in mare; e deve 
sentire lo stesso disgusto di Dhring di fronte al fatto che l'uomo dell'"ordine 
economico", l'ingegnere, a bordo sia oggi pi importante dell'uomo della 
"violenza immediata", il capitano. Noi invece non abbiamo nessuna ragione di 
arrabbiarci se vediamo come in questa gara tra corazza e cannone la nave da 
battaglia raggiunga quel vertice di perfezione che la rende tanto 
esorbitantemente costosa quanto inutilizzabile militarmente [*5] e come questa 
lotta riveli conseguentemente, anche nel campo della guerra navale, le leggi di 
quell'interno moto dialettico per cui il militarismo, come ogni altro fenomeno 
storico, sar condotto alla rovina dalle conseguenze del suo proprio sviluppo. 
Anche qui vediamo quindi con chiarezza perfetta che non  assolutamente vero che 
"l'elemento primitivo" debba "essere cercato nella violenza politica immediata e 
non solamente in una potenza economica indiretta". Al contrario! Che cosa appare 
precisamente come "l'elemento primitivo" della stessa violenza? La potenza 
economica; la disponibilit dei mezzi della grande industria. La forza politica 
sul mare, fondata sulle moderne navi da battaglia, si appalesa non gi 
"immediata", ma precisamente mediata dalla potenza economica, dall'alto sviluppo 
raggiunto dalla metallurgia, dall'avere ai propri ordini tecnici esperti e 
ricche miniere di carbone. 
Ma frattanto, a che serve tutto questo? Nella prossima guerra navale si dia a 
Dhring l'alto comando ed egli semplicemente mediante la sua "violenza 
immediata", senza torpedini o altri artifici, annienter tutte le flotte 
corazzate asservite all'ordine economico. 
  
Note
73. Questa espressione proverbiale arriva da Giovenale, Satira I, v. 79, "si 
natura negat, facit indignatio versum" (se la natura non pu, l'indignazione fa 
i versi). 
74. Nella seconda sezione dell'"Anti-Dhring", tranne il capitolo X, tutti 
questi riferimenti senza ulteriore indicazione concernono la seconda edizione 
(1876) del "Cursus der National - und Socialkonomie..." di Dhring. 
75. Qui Engels fa un gioco di parole intraducibile in italiano. 
76. Motivo conduttore, tema ricorrente di un'opera musicale, collegato per 
esempio all'apparire di un personaggio. 
77. Erano detti "rettili" i giornalisti e gli organi di stampa che stavano al 
soldo del governo Bismarck. Questi, in un discorso alla Camera dei deputati 
prussiana del 30 gennaio 1869 aveva definito "rettili" gli avversari del 
governo. Il termine si diffuse, ma nella voce popolare cambi significato, 
passando a designare i giornalisti venali sostenitori del governo Bismarck e 
pagati dal fondo destinato ad appoggiare la stampa filogovernativa. Lo stesso 
Bismarck, parlando al Reichstag il 9 febbraio 1876, fu costretto ad ammettere 
che il nuovo significato del termine "rettili" aveva avuto in Germania la pi 
ampia diffusione. 
78. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. Cit., p. 269. 
79. Nel 1876 usc la seconda edizione del "Cursus der National- und 
Socialkonomie..." di Dhring. 
80. Cfr. Shakespeare, "Enrico VIII", parte I, atto II, scena 4, dove questa 
battuta  pronunciata da Falstaff. 
81. Riferimento ad Augustin Thierry, Franois Pierre-Guillame Guizot, 
Franois-Auguste-Marie Mignet e Louis-Adolphe Thiers. 
82. Engels prese probabilmente queste cifre dall'opera dello storico 
dell'antichit Wilhelm Wachsmuth ("Antichit elleniche dal punto di vista dello 
Stato"), parte II, sezione I, Halle 1829, p.44 (dell'edizione originale 
tedesca). Le cifre riguardanti il numero degli schiavi a Corinto ed Egina al 
tempo delle guerre persiane (498-448 a.C.) derivano dallo scrittore greco del 
II-III secolo Ateneo di Naucrati, "Deipnosofisti", libro VI, e sono certamente 
troppo elevate. 
83. K. Marx, "Il capitale", I, trad. it. cit. pp. 639-640 
84. In base alle condizioni del trattato di pace, dopo la guerra del 1870-71, 
negli anni 1871-73 la Francia dovette versare alla Germania come spese di guerra 
cinque miliardi di franchi. 
85. Al posto dei sei capoversi che seguono, nel testo originario si trovava una 
trattazione pi estesa che Engels estrasse dal manoscritto e conserv a parte, 
come saggio a s stante, sotto il titolo "Tattica della fanteria derivata dalle 
cause materiali". (Marx-Engels, Opere, vol. XXV, cit., pp. 619-625) 
86. Era il sistema introdotto in base a un progetto di Scharnhorst del 17 marzo 
1813: esso disponeva il richiamo delle leve pi anziane dei congedati. Nella 
guerra franco-prussiana del 1870-71 il primo scaglione del Landwehr fu impiegato 
in combattimento affianco dell'esercito permanente. 
87. Nella guerra austro-prussiana del 1866. 
88. Nella battaglia di St. Privat, il 18 agosto 1870, le truppe tedesche 
sconfissero, riportando per gravi perdite, l'esercito francese del Reno. Essa  
ricordata come la battaglia di Gravelotte. 
*4. La cosa  gi perfettamente nota allo stato maggiore prussiano "La base 
della guerra  in primo luogo la forma economica generale della vita dei 
popoli"; cos dice in una sua conferenza scientifica Max Jhns, capitano di 
stato maggiore ("Klnische Zeitung", 20 aprile 1876, terza pagina) [89]. 
89. La conferenza di Max Jhns "Machiavelli [sic] und der Gedanke der 
allgemeinen Wehrpflicht" fu pubblicata nel "Klnische Zeitung" , nei numeri 108, 
110, 112 e 115, del 18, 20, 22 e 25 aprile 1876. 
La "Klnische Zeitung", quotidiano, usc a Colonia dal 1802 al 1945; rispettava 
la politica della borghesia liberale prussiana. 
90. La guerra di Crimea (1853-1856), condotta dalla Russia contro la Turchia 
alleata all'Inghilterra, alla Francia e alla Sardegna, fu provocata dal 
contrasto d'interessi economici e politici tra questi paesi nel Vicino Oriente. 
*5. Il perfezionamento dell'ultimo prodotto della grande industria per la guerra 
navale, la torpedine ad autopropulsione, sembra che dovr realizzare quanto 
diciamo: in effetti la pi piccola torpediniera sarebbe superiore alla pi 
potente corazzata. (Si ricordi che quanto sopra fu scritto nel 1878) [91]. 
91. L'ultima frase tra parentesi fu aggiunta da Engels alla terza edizione 
(1885) dell'"Anti-Dhring". 
  
 


Anti-Dhring
Seconda Sezione: Economia
  
IV. Teoria della violenza (conclusione)
  
"Una circostanza molto importante sta nel fatto che effettivamente 
l'assoggettamento della natura ha proceduto in generale (!), solo per mezzo 
dell'assoggettamento dell'uomo" (Un assoggettamento che ha proceduto!). "Lo 
sfruttamento economico della propriet terriera in appezzamenti piuttosto 
grandi non si  compiuto mai e in nessun luogo senza che in precedenza 
l'uomo fosse stato assoggettato da una qualsiasi forma di prestazioni 
schiavistiche o servili. Lo stabilirsi di un dominio economico sulle cose ha 
avuto come presupposto il dominio politico, sociale ed economico dell'uomo 
sull'uomo. Come si sarebbe potuto pensare ad un grande proprietario terriero 
senza nello stesso tempo includere in questo pensiero il suo dominio su 
schiavi, servi o su gente indirettamente priva di libert? Che cosa mai 
potrebbe aver significato e significare per un'agricoltura, condotta su 
scala piuttosto vasta, la forza del singolo che si veda provvisto tutt'al 
pi dell'aiuto delle forze della sua famiglia? Lo sfruttamento della terra o 
l'estensione del dominio economico su di essa in un ambito che oltrepassi le 
forze naturali del singolo, nella storia sinora  stato possibile solo per 
il fatto che, prima o contemporaneamente allo stabilirsi del dominio sul 
suolo, si  compiuto anche il corrispondente asservimento dell'uomo. Nei 
periodi posteriori allo sviluppo questo asservimento  stato mitigato (...) 
la forma che al presente esso ha assunto negli Stati di pi alta civilt  
quella di un lavoro salariato pi o meno controllato dal dominio della 
polizia. Sul lavoro salariato poggia dunque la pratica possibilit di quella 
forma odierna della ricchezza che si presenta nel dominio su zone piuttosto 
vaste di terreno e (!) nel pi vasto possesso fondiario. S'intende 
senz'altro che tutte le altre forme di distribuzione della ricchezza debbono 
spiegarsi storicamente in modo analogo e che la dipendenza indiretta 
dell'uomo dall'uomo, la quale costituisce al presente il fatto fondamentale 
delle condizioni economicamente pi avanzate, non si pu intendere e 
spiegare da se stessa, ma solo come l'eredit al quanto modificata di un 
assoggettamento e di una espropriazione che nel passato erano diretti." 

Cos Dhring. 
Tesi: La dominazione della natura (per mezzo dell'uomo) presuppone la 
dominazione dell'uomo (per mezzo dell'uomo). 
Prova: Lo sfruttamento economico della propriet terriera in appezzamenti 
piuttosto grandi non si  compiuto mai e in nessun luogo altrimenti che per 
mezzo di servi. 
Prova della prova: Come pu esserci grande proprietario terriero senza servi, 
dato che il grande proprietario terriero con la sua famiglia, senza servi, non 
potrebbe coltivare, invero, che una piccola parte di ci che possiede? 
Dunque: Per provare che l'uomo, per assoggettarsi la natura, ha dovuto 
precedentemente asservire l'uomo, Dhring trasforma senz'altro "la natura" in 
"propriet terriera in appezzamenti piuttosto grandi" e questa propriet 
terriera (non  specificato di chi sia) a sua volta la trasforma immediatamente 
nella propriet di un grande proprietario terriero, che naturalmente senza servi 
non pu coltivare la sua terra. 
In primo luogo "dominazione della natura" e "sfruttamento economico" della 
propriet non sono affatto la stessa cosa. La dominazione della natura viene 
esercitata nell'industria in una misura ben altrimenti grandiosa che 
nell'agricoltura, che sino ad oggi  costretta a lasciarsi dominare dalle 
condizioni meteorologiche anzich dominarle. 
In secondo luogo, se ci limitiamo allo sfruttamento economico della propriet 
terriera in appezzamenti piuttosto grandi, l'importante  qui sapere a chi 
appartiene questa propriet terriera. E troviamo allora al principio della 
storia di tutti i popoli civili non gi il "grande proprietario terriero", che 
Dhring fa spuntare qui con la sua abituale arte di prestigiatore, che lui 
chiama "dialettica naturale" [92], ma invece comunit tribali e di villaggio con 
possesso comune del suolo. Dall'India sino all'Irlanda lo sfruttamento economico 
della propriet terriera in appezzamenti piuttosto grandi  avvenuto 
originariamente mediante tali comunit tribali e di villaggio e, precisamente, 
ora con la coltivazione in comune della terra arabile per conto della comunit, 
ora con la distribuzione per un dato periodo di appezzamenti parcellari operata 
dalla comunit, a beneficio delle famiglie, permanendo l'uso comune del terreno 
boschivo e prativo. Ancora una volta  caratteristico per "i pi profondi studi 
specialistici" di Dhring "nel campo politico e giuridico", il fatto che di 
tutte queste cose egli non sappia una parola; che in tutta la sua opera spiri 
una totale ignoranza degli scritti di Maurer che fanno epoca nel campo della 
costituzione primitiva della marca tedesca, base di tutto il diritto tedesco, e 
una totale ignoranza della letteratura, sempre pi vasta, che si richiama a 
Maurer e riguarda le prove della primitiva propriet comune del suolo nei popoli 
civili dell'Asia e dell'Europa, l'esposizione delle forme diverse della sua 
esistenza e della sua dissoluzione. Come nel campo del diritto francese e 
inglese Dhring si era "guadagnata da se stesso tutta la sua ignoranza", per 
grande che fosse, cos si guadagna da se stesso la sua ignoranza ancora maggiore 
nel campo del diritto tedesco. L'uomo che si adira cos violentemente per la 
limitatezza di orizzonte dei professori di universit,  ancor oggi, nel campo 
del diritto tedesco, tutt'al pi al livello cui erano quei professori vent'anni 
fa. 
 una pura "libera creazione ed immaginazione" di Dhring la sua affermazione 
che per lo sfruttamento della propriet terriera in appezzamenti piuttosto 
grandi siano stati necessari proprietari terrieri e servi. In tutto l'oriente 
dove proprietario terriero  la comunit o lo Stato, manca nelle lingue perfino 
la parola proprietario terriero e su questo argomento Dhring pu consultare i 
giuristi inglesi, che sulla questione "Chi  il proprietario?" si sono 
affaticati in India tanto invano quanto gi la buon'anima del principe Enrico 
LXXII di Reuss-Greiz-Schleiz-Lobenstein-Eberswalde sulla questione "Chi  il 
guardiano notturno?". In oriente solo i turchi hanno introdotto nelle terre da 
loro conquistate una forma di propriet terriera feudale. La Grecia gi nell'et 
eroica fa il suo ingresso nella storia con un'organizzazione in ceti che a sua 
volta  il prodotto evidente di una preistoria piuttosto lunga e sconosciuta; ma 
anche qui il suolo viene economicamente sfruttato in prevalenza da contadini 
indipendenti; le pi vaste propriet dei notabili e dei capi delle trib 
costituiscono l'eccezione e del resto scompaiono subito dopo. L'Italia fu 
dissodata prevalentemente da contadini; quando negli ultimi tempi della 
repubblica romana i grandi complessi di fondi rustici, i latifondi, cacciarono 
via i contadini parcellari e li sostituirono con schiavi, nello stesso tempo 
sostituirono all'agricoltura l'allevamento del bestiame e, come gi sapeva 
Plinio, mandarono in rovina l'Italia (latifundia Italiam perdidere) [93]. Nel 
medioevo predomina in tutta l'Europa (specialmente nel dissodamento di terre 
vergini) la coltivazione contadina; e allora, per la questione che stiamo 
trattando,  indifferente se e quali tributi questi contadini avessero da pagare 
ad un signore feudale. I coloni della Frisia, della bassa Sassonia, della 
Fiandra e del basso Reno, che misero a coltura le terre ad oriente dell'Elba, 
strappate agli slavi, lo fecero come contadini liberi sottoposti a tributi molto 
favorevoli e non gi assolutamente a "prestazioni feudali di qualsiasi genere". 
Nell'America del nord la parte di gran lunga maggiore del paese fu aperta alla 
coltura dal lavoro di contadini liberi, mentre i grandi proprietari terrieri del 
sud, con i loro schiavi e con la loro coltura di sfruttamento, esaurirono il 
suolo al punto che ormai poteva continuare a dar vita solo ad abeti, cosicch la 
coltura del cotone dovette emigrare sempre pi verso occidente. In Australia e 
nella Nuova Zelanda tutti i tentativi del governo inglese di istituire 
artificialmente un'aristocrazia terriera sono andati a monte. In breve se 
eccettuiamo le colonie tropicali e subtropicali, nelle quali il clima impedisce 
all'europeo il lavoro dei campi, il grande proprietario terriero che per mezzo 
dei suoi schiavi e dei suoi servi della gleba assoggetta la natura al suo 
dominio e dissoda il terreno, appare una pura immagine di fantasia. Al 
contrario: laddove nell'antichit il grande proprietario terriero fa la sua 
comparsa, come in Italia, esso non dissoda terre desertiche, ma trasforma in 
pascoli i terreni arativi dissodati dai contadini, li spopola e rovina interi 
paesi. Solo nell'et moderna, solo dopo che la maggior densit della popolazione 
ha fatto salire il valore del suolo, e specialmente da quando lo sviluppo 
dell'agronomia ha reso pi utilizzabili anche terreni di cattiva qualit, solo 
allora il grande proprietario terriero ha cominciato a partecipare in misura 
notevole al dissodamento di terre desertiche e di prati, e ci principalmente 
rubando ai contadini le terre di propriet comune, tanto in Inghilterra quanto 
in Germania. Ma anche questo non  stato senza contropartita. Per ogni acro di 
terra di propriet comune che i grandi proprietari terrieri hanno dissodato in 
Inghilterra, in Scozia hanno trasformato almeno tre acri di terra coltivabile in 
pascolo per le pecore e infine addirittura in semplice riserva per la caccia del 
cervo. 
Ma qui abbiamo da fare solamente con l'affermazione di Dhring che il 
dissodamento di appezzamenti piuttosto grandi di terreno e quindi su per gi di 
tutta la terra coltivata, "mai e in nessun luogo"  stato compiuto altrimenti 
che per mezzo di grandi proprietari terrieri e di servi, affermazione che, 
abbiamo visto, ha "come suo presupposto" un'ignoranza veramente inaudita della 
storia. Non dobbiamo quindi preoccuparci qui n della misura in cui, in epoche 
diverse, appezzamenti di terre coltivabili siano stati totalmente o in massima 
parte per mezzo di schiavi (come avvenne nel periodo in cui fior la Grecia) o 
per mezzo di servi (come  avvenuto nei fondi rustici feudali a partire dal 
medioevo), n di quale sia stata la funzione dei grandi proprietari terrieri 
nelle diverse epoche. 
E, dopo averci presentato questo magistrale quadro di fantasia in cui non si sa 
se si debba ammirare maggiormente l'arte del prestigiatore della deduzione o la 
falsificazione della storia, Dhring esclama trionfante: "Va da s che tutte le 
altre forme di distribuzione della ricchezza si debbono spiegare storicamente in 
maniera analoga!". E cos naturalmente si risparmia la fatica di perdere anche 
una sola parola in pi sull'origine, per es., del capitale. 
Se Dhring con la sua dominazione dell'uomo per mezzo dell'uomo come condizione 
preliminare della dominazione della natura per mezzo dell'uomo, ci vuol dire in 
generale solamente che il nostro ordine economico attuale nella sua interezza, 
il grado di sviluppo raggiunto oggi dall'agricoltura e dall'industria  il 
risultato di una storia della societ che si  sviluppata in antagonismi di 
classi, in condizioni di dominio e servit, dice qualcosa che dopo il "Manifesto 
comunista"  da lungo tempo diventato luogo comune. Quel che importa  spiegare 
storicamente l'origine delle classi e dei rapporti di dominio e se a questo fine 
Dhring ha solamente e sempre la parola "violenza", con ci siamo precisamente 
al punto di partenza. Il semplice fatto che i dominati e gli sfruttati in ogni 
epoca sono molto pi numerosi dei dominatori e degli sfruttatori, e che quindi 
la forza reale poggia sui primi,  sufficiente da solo a chiarire tutta la 
stoltezza della teoria della violenza. Quindi resta sempre la questione di 
spiegare i rapporti di dominio e servit. 
Questi rapporti sono sorti per due vie. 
Gli uomini, appena nelle origini emergono dal mondo animale (in senso stretto), 
fanno il loro ingresso nella storia: ancora mezzo animali, rozzi, ancora 
impotenti di fronte alle forze della natura, ancora ignari delle proprie; perci 
poveri come gli animali e di poco pi produttivi di essi. Domina una certa 
eguaglianza delle condizioni di vita, e per i capifamiglia anche una specie di 
eguaglianza della condizione sociale: in ogni caso un'assenza di classi sociali, 
che perdura ancora nelle comunit naturali agricole dei popoli civili del 
periodo posteriore. In ognuna di tali comunit esistono sin dal principio certi 
interessi comuni, la cui salvaguardia deve essere delegata a singoli, se anche 
sotto il controllo della comunit: decisioni di litigi, repressione di 
prepotenze di singoli che vanno al di l dei loro diritti, controllo di acque, 
particolarmente in paesi caldi e, finalmente, data la loro primitivit, 
attribuzioni religiose. Siffatti incarichi si trovano in ogni epoca nelle 
comunit primitive, per es., nelle antichissime marche tedesche e ancor oggi in 
India. Sono ovviamente dotati di una certa autonomia di poteri e costituiscono i 
primi rudimenti del potere dello Stato. A poco a poco le forze produttive si 
accrescono; la maggiore densit crea interessi, comuni in un luogo, contrastanti 
in un altro, tra le singole comunit il cui raggruppamento in complessi maggiori 
provoca a sua volta una nuova divisione del lavoro e la creazione di organi per 
la salvaguardia degli interessi comuni e la difesa contro gli interessi 
contrastanti. Questi organi, che gi come rappresentanti degli interessi comuni 
di tutto il gruppo hanno di fronte ad ogni singola comunit una posizione 
particolare e, in certe circostanze, perfino antagonistica, si rendono ben 
presto ancor pi indipendenti, in parte per quella ereditariet delle funzioni 
ufficiali che si presenta quasi ovviamente in un mondo in cui tutto procede in 
modo spontaneo, in parte per la loro indispensabilit crescente con l'aumento 
del numero dei conflitti con altri gruppi. Come questo rendersi indipendente 
dalla funzione sociale di fronte alla societ abbia potuto accrescersi col tempo 
sino ad arrivare al dominio della societ, come l'originario servitore, 
presentandosi l'occasione favorevole, a poco a poco si sia trasformato nel 
signore, come, a seconda delle circostanze, questo signore si sia presentato 
come despota o satrapo orientale, come capotrib greco, come capo del clan 
celtico, ecc., in che misura in questa trasformazione costui si sia servito 
infine anche della violenza, come da ultimo anche le singole persone che 
esercitavano il dominio si siano riunite in una classe dominante; tutte queste 
sono cose nelle quali non abbiamo qui bisogno di addentrarci. Quello che qui 
importa stabilire  che dappertutto il dominio politico ha avuto a suo 
fondamento l'esercizio di una funzione sociale, e che il dominio politico ha 
continuato ad esistere per lungo tempo solo laddove ha mantenuto l'esercizio di 
questa sua funzione sociale. Per quanto numerosi siano stati i governi dispotici 
che si sono formati e che sono caduti in Persia e in India, ognuno di essi 
sapeva in modo assolutamente preciso di essere l'imprenditore generale 
dell'irrigazione delle vallate fluviali, senza di che laggi non sarebbe stata 
possibile l'agricoltura. Era riservato solo agli illuminati inglesi non tener 
conto di ci in India; essi lasciarono andare in rovina i canali d'irrigazione e 
le cateratte e, finalmente, con le carestie che si ripetono con regolarit, 
scoprono oggi di aver trascurato quell'unica attivit che poteva legittimare il 
loro dominio nell'India almeno nella stessa misura di quello dei loro 
predecessori. 
Accanto a questo sviluppo delle classi ne procedeva per anche un altro. La 
divisione naturale del lavoro in seno alla famiglia agricola permetteva, ad un 
certo livello di benessere, di introdurre una o pi forze-lavoro estranee. 
Questo fatto avveniva particolarmente in paesi in cui l'antico possesso comune 
del suolo era gi scomparso o almeno l'antica coltivazione in comune aveva 
ceduto il posto alla coltivazione separata di appezzamenti parcellari del suolo 
per opera delle rispettive famiglie. La produzione si era tanto sviluppata che 
ora la forza-lavoro dell'uomo poteva produrre di pi di quanto era necessario 
per il suo semplice mantenimento; i mezzi per mantenere pi forze-lavoro c'erano 
e del pari quelli per impiegarle; la forza-lavoro acquist un valore. Ma la 
comunit in s e l'aggregato di cui essa faceva parte non fornivano forze-lavoro 
eccedenti disponibili. Le forniva invece la guerra e la guerra era antica quanto 
la coesistenza simultanea di pi gruppi di comunit. Sinora non si sapeva che 
fare dei prigionieri di guerra che quindi venivano semplicemente uccisi e, in un 
periodo ancora anteriore, mangiati. Ma al livello raggiunto ora dall'"ordine 
economico" essi acquistarono un valore, furono quindi lasciati vivere e si 
utilizz il loro lavoro. E cos la violenza, anzich dominare l'ordine 
economico, fu costretta invece a servire l'ordine economico. La schiavit era 
stata scoperta. Presto essa divent la forma dominante di produzione presso 
tutti i popoli che si sviluppavano superando la vecchia comunit, ma in 
definitiva divenne anche una delle cause principali della loro decadenza. Solo 
la schiavit rese possibile che la divisione del lavoro tra agricoltura ed 
industria raggiungesse un livello considerevole e con ci rese possibile il 
fiore del mondo antico: la civilt ellenica. Senza la schiavit non sarebbero 
esistiti n lo Stato, n l'arte, n la scienza della Grecia; senza la schiavit 
non ci sarebbe stato l'impero romano. Ma senza le basi della civilt greca e 
dell'impero romano non ci sarebbe stata l'Europa moderna. Non dovremmo mai 
dimenticare che tutto il nostro sviluppo economico, politico e intellettuale ha 
come suo presupposto una stato di cose in cui la schiavit era tanto necessaria 
quanto generalmente riconosciuta. In questo senso abbiamo il diritto di dire che 
senza l'antica schiavit non ci sarebbe il moderno socialismo. 
 molto facile inveire con frasi generali contro la schiavit e cose simili e 
sfogare un elevato sdegno morale contro siffatta infamia. Disgraziatamente non 
si dice niente di pi di ci che ognuno sa, cio che queste antiche istituzioni 
non sono pi adeguate alle condizioni odierne ed ai nostri sentimenti, che da 
queste condizioni sono determinati. Ma cos non veniamo a sapere proprio nulla 
intorno all'origine di queste istituzioni, alla ragione per le quali esse 
sussistettero e alla funzione che ebbero nella storia. E, se ci addentriamo in 
questo argomento, dobbiamo dire, per quanto ci possa suonare contraddittorio ed 
eretico, che l'introduzione della schiavit nelle circostanze di allora fu un 
grosso progresso. Ormai  un fatto che l'umanit ebbe principio dagli animali e 
che perci ha avuto necessit di mezzi barbarici e quasi bestiali per trarsi 
fuori dalla barbarie. Le antiche comunit, dove hanno continuato a sussistere, 
dall'India alla Russia, costituiscono da millenni la base della forma pi rozza 
di Stato, il dispotismo orientale. Solo dove esse si sono dissolte, i popoli 
sono diventati padroni di se stessi e il loro ulteriore progresso  consistito 
nell'incremento e nel progresso della produzione per mezzo del lavoro degli 
schiavi.  chiaro: sino a quando il lavoro umano era ancora cos poco produttivo 
da non fornire che una piccola eccedenza oltre ai mezzi necessari all'esistenza, 
l'incremento delle forze produttive, l'estensione del traffico, lo sviluppo di 
Stato e diritto, la creazione dell'arte e delle scienze erano possibili solo per 
mezzo di un'accresciuta divisione del lavoro che doveva avere, come sua base, la 
grande divisione del lavoro tra le masse occupate nel semplice lavoro manuale e 
quei pochi privilegiati che esercitavano la direzione del lavoro, il commercio, 
gli affari di Stato e pi tardi la professione dell'arte e della scienza. La 
forma pi semplice, pi naturale di questa divisione del lavoro fu precisamente 
la schiavit. Dati i presupposti storici del mondo antico, e specialmente del 
mondo ellenico, il progresso verso una societ fondata sugli antagonismi delle 
classi si pot compiere solo nella forma della schiavit. E questo fu un 
progresso anche per gli schiavi: ora i prigionieri di guerra, dai quali si 
reclutava la massa degli schiavi, conservarono almeno salva la vita, mentre 
precedentemente venivano uccisi e, ancor prima, addirittura arrostiti. 
Aggiungiamo a questo punto che tutti gli antagonismi storici sinora esistiti tra 
classi sfruttatrici e classi sfruttate, classi dominanti e classi oppresse, 
trovano la loro spiegazione nella stessa produttivit, relativamente poco o 
nulla sviluppata, del lavoro umano. Sino a quando la popolazione effettivamente 
lavoratrice  stata tanto impegnata nel suo lavoro necessario da non aver tempo 
di occupasi degli affari comuni della societ, direzione del lavoro, affari di 
Stato, questioni giuridiche, arte, scienze, ecc., ha sempre dovuto esistere una 
classe dominante che, libera dall'effettivo lavoro, si occupasse di questi 
affari; ma cos facendo, in effetti, questa classe non ha mai mancato di 
addossare alle masse lavoratrici un fardello di lavoro sempre crescente per il 
proprio profitto. Solo l'enorme incremento delle forze produttive, raggiunto 
mediante la grande industria, permette di distribuire il lavoro fra tutti i 
membri della societ senza eccezioni, e perci di limitare il tempo di lavoro 
per ciascuno in tal misura che per tutti rimanga un tempo libero sufficiente per 
partecipare, sia teoricamente che praticamente, agli affari generali della 
societ. Quindi solo oggi ogni classe dominante e sfruttatrice  diventata 
superflua, anzi  diventata un ostacolo allo sviluppo della societ e solo ora 
essa sar anche inesorabilmente eliminata, per quanto possa essere in possesso 
della "violenza immediata". 
Se quindi Dhring storce il naso di fronte alla civilt ellenica perch era 
fondata sulla schiavit, con lo stesso diritto potr rimproverare ai greci di 
non aver avuto la macchina a vapore e il telegrafo elettrico. E se afferma che 
il nostro asservimento salariale moderno  un'eredit alquanto trasformata e 
mitigata della schiavit e che non si pu spiegare per esso (cio con le leggi 
economiche della societ moderna), ci vuol dire solamente che il lavoro 
salariato, come la schiavit, sono forme della servit e del dominio di classe, 
cosa che sanno tutti i bambini, o  falso. Infatti con lo stesso diritto 
potremmo dire che il lavoro salariato deve spiegarsi come la forma attenuata del 
cannibalismo, oggi universalmente considerato come la prima forma di impiego dei 
nemici vinti. 
 chiaro, di conseguenza, quale funzione abbia la violenza nella storia di 
fronte allo sviluppo economico. In primo luogo, ogni forza politica  fondata 
originariamente su una funzione economica, sociale e si accresce nella misura in 
cui, con la dissoluzione delle comunit primitive, i membri della societ 
vengono trasformati in produttori privati e quindi vengono estraniati ancor pi 
da coloro che amministrano le funzioni sociali comuni. In secondo luogo dopo che 
la forza politica si  resa indipendente di fronte alla societ, si  
trasformata da serva a padrona, essa pu agire in duplice direzione. O agisce 
nel senso e nella direzione del regolare sviluppo economico. In questo caso tra 
i due non sussiste alcun conflitto e lo sviluppo economico viene accelerato. O 
invece agisce nel senso opposto, e in questo caso, con poche eccezioni, soggiace 
regolarmente allo sviluppo economico. Queste poche eccezioni sono casi isolati 
di conquista, in cui i conquistatori, pi rozzi, hanno sterminato o cacciato via 
la popolazione di un paese e ne hanno guastate o distrutte le forze produttive 
di cui non sapevano che fare. Cos fecero i cristiani nella Spagna moresca 
distruggendo la massima parte di quelle opere di irrigazione sulle quali 
poggiavano l'agricoltura e la floricoltura altamente sviluppate dei mori. Ogni 
conquista operata da un popolo pi rozzo turba ovviamente lo sviluppo economico 
e distrugge numerose forze produttive. Ma nell'enorme maggioranza dei casi di 
conquista durevole il conquistatore pi rozzo deve adattarsi all'"ordine 
economico" superiore quale risulta dalla conquista, e viene assimilato dai 
conquistati e per lo pi deve perfino accettarne il linguaggio. Laddove invece 
-prescindendo dai casi di conquista- il potere statale interno di un paese  
entrato in opposizione col suo sviluppo economico, come ad un certo grado di 
sviluppo  occorso sinora ogni potere politico, la lotta ogni volta  finita con 
la caduta del potere politico. Senza eccezione ed ineluttabilmente lo sviluppo 
economico si  aperta la via; abbiamo gi ricordato l'ultimo e pi lampante 
esempio di questo fenomeno: la grande Rivoluzione francese. Se l'ordine 
economico e con esso la costituzione economica di un determinato paese 
dipendessero semplicemente, secondo la dottrina di Dhring, dal potere politico, 
non si capirebbe affatto perch Federico Guglielmo IV dopo il 1848 non potesse 
riuscire, malgrado il suo "magnifico esercito" [94], ad innestare le 
corporazioni medievali ed altre ubbie romantiche nelle strade ferrate, nelle 
macchine a vapore e nella grande industria del suo paese che erano appunto in 
fase di sviluppo; o perch lo zar di Russia, che eppure  ancora molto pi 
potente, non solo non possa pagare i suoi debiti, ma non possa neppure tenere in 
piedi la sua "forza" senza continuamente attingere all'"ordine economico" 
dell'Europa occidentale. 
Per Dhring la violenza  il male assoluto, il primo atto di violenza  per lui 
il peccato originale, tutta la sua esposizione  una geremiade sul fatto che la 
violenza, questa potenza diabolica, ha infettato tutta la storia fino ad ora con 
la tabe del peccato originale, ed ha vergognosamente falsificato tutte le leggi 
naturali e sociali. Ma che la violenza abbia nella societ ancora un'altra 
funzione, una funzione rivoluzionaria, che essa, seguendo le parole di Marx, sia 
la levatrice della vecchia societ gravida di una nuova [95], che essa sia lo 
strumento con cui si compie il movimento della societ, e che infrange forme 
politiche irrigidite e morte, di tutto questo in Dhring non si trova neanche 
una parola. Solo con sospiri e con gemiti egli ammette la possibilit che per 
abbattere l'economia dello sfruttamento sar forse necessaria la violenza... 
purtroppo! Infatti ogni uso di violenza avvilisce colui che la usa. E questo di 
fronte all'elevato slancio morale e intellettuale che  stato il risultato di 
ogni rivoluzione vittoriosa! E questo in Germania, dove la violenta collisione, 
che potrebbe anche essere imposta al popolo, avrebbe almeno il vantaggio di 
estirpare lo spirito servile che, a causa dell'avvilimento conseguente alla 
guerra dei trent'anni [44], ha permeato la coscienza nazionale. E questa 
mentalit da predicatore, fiacca, insipida e impotente, ha la pretesa di imporsi 
al partito pi rivoluzionario che la storia conosca? 


 
 
V. Teoria del valore
 
  
Sono passati circa cento anni da quando a Lipsia apparve un libro che, sino 
all'inizio di questo secolo, ha avuto pi di trenta edizioni e che autorit, 
predicatori e filantropi di tutte le specie diffusero, distribuirono e 
prescrissero in generale come libro di lettura per le scuole elementari in citt 
e in campagna. Questo libro si chiamava "L'amico dei fanciulli" di Rochow ed 
aveva il fine di istruire i giovani rampolli dei contadini e degli artigiani 
sulla loro vocazione e sui loro doveri verso i loro superiori nella societ e 
nello Stato, e parimente ispirar loro un benefico senso di appagamento della 
loro sorte terrena, del pane nero e delle patate, del servizio feudale, del 
basso salario, delle paterne bastonate e delle altre piacevolezze del genere, e 
tutto ci servendosi delle idee illuministiche allora correnti nel paese. A 
questo fine si mostrava alla giovent della citt e della campagna quale saggia 
istruzione della natura sia il fatto che l'uomo debba guadagnarsi il suo 
sostentamento e i suoi godimenti col lavoro e quanto perci debbano sentirsi 
felici il contadino e l'artigiano del fatto che sia loro permesso di condire il 
proprio pasto con aspro lavoro invece di soffrire, come il grasso crapulone, di 
dispepsia, di mal di fegato o di stitichezza e di non poter ingoiare che a 
malavoglia le pi scelte leccornie. Gli stessi luoghi comuni che il vecchio 
Rochow riteneva adatti per i giovani contadini dell'Elettorato di Sassonia del 
suo tempo, Dhring, a pag. 14 e seguenti del suo "Corso", ce li offre come 
l'"elemento assolutamente fondamentale" dell'economia politica pi recente. 

"I bisogni umani hanno come tali le loro leggi naturali che li regolano e, 
riguardo al loro incremento, sono racchiusi entro limiti che solo 
innaturalmente possono essere violati, per un certo tempo, sino a che da 
questa violazione conseguono disgusto, tedio della vita, decrepitezza, 
mutilazione sociale e finalmente salutare annientamento (...) Un giuoco 
fatto solamente di piaceri, senza un altro fine serio, porta presto 
all'apatia o, ci che  lo stesso, all'esaurimento di ogni capacit di 
sentire. Un lavoro reale in una forma qualsiasi  quindi la naturale legge 
sociale di formazioni sane (...) Se gli impulsi e i bisogni fossero senza 
una contropartita porterebbero con s appena un'esistenza infantile e non 
gi uno sviluppo di una vita storicamente evoluta. Se fossero soddisfatti e 
pienamente senza pena, presto si esaurirebbero e lascerebbero una vita vuota 
fatta di intervalli pietosi in attesa del riapparire di quegli impulsi e di 
quei bisogni (...) La dipendenza della soddisfazione degli istinti e delle 
passioni dal superamento di un ostacolo economico  quindi, sotto ogni 
rapporto, una benefica legge fondamentale della struttura esterna e della 
costituzione interna dell'uomo" ecc. ecc. 

Come si vede, le pi banali banalit del reverendo Rochow celebrano in Dhring 
il loro centenario e per giunta come "fondazione radicale" dell'unico "sistema 
socialitario" veramente critico e scientifico. 
Poste le basi, Dhring pu quindi continuare a costruire. Applicando il metodo 
matematico egli ci d in primo luogo, secondo l'esempio del vecchio Euclide, una 
serie di definizioni. E ci tanto pi comodamente in quanto pu subito stabilire 
le sue definizioni in modo tale che ci che col loro aiuto deve essere 
dimostrato sia gi in parte contenuto in esse. Cos veniamo a sapere anzitutto 
che il concetto conduttore di tutta l'economia, quale sinora si  presentata, si 
chiama ricchezza e che la ricchezza, come sinora  stata realmente intesa sul 
piano della storia universale, e come ha sviluppato il suo regno,  la "potenza 
economica sugli uomini e le cose". Ci  doppiamente inesatto. In primo luogo la 
ricchezza delle antiche comunit tribali e di villaggio non era affatto un 
dominio su uomini. E in secondo luogo, anche nelle societ che si muovono sul 
piano degli antagonismi di classe, la ricchezza, nella misura in cui include un 
dominio su uomini, include prevalentemente e quasi esclusivamente un dominio su 
uomini in virt e per mezzo del dominio su cose. A partire dal tempo remotissimo 
in cui la cattura e lo sfruttamento degli schiavi divennero rami distinti di 
attivit, gli sfruttatori di lavoro e di schiavi dovettero comprare gli schiavi, 
dovettero acquistare il dominio sugli uomini solo per mezzo del dominio sulle 
cose, sul prezzo di acquisto e sui mezzi di mantenimento e di lavoro dello 
schiavo. In tutto il medioevo il grande possesso fondiario  la condizione 
preliminare grazie alla quale la nobilt feudale arriva ad avere contadini 
tributari e servi, e al giorno d'oggi finanche un bambino di sei anni vede che 
la ricchezza domina sull'uomo esclusivamente per mezzo delle cose di cui 
dispone. 
Ma perch Dhring  costretto ad ammannire questa falsa definizione della 
ricchezza? Perch  costretto ad infrangere il nesso reale delle cose quale 
sinora  stato vigente in tutte le societ divise in classi? Per trascinare la 
ricchezza dal campo dell'economia a quello della morale. Il domino sulle cose  
assolutamente buono, invece il dominio sugli uomini  del maligno; e poich 
Dhring si  interdetto di spiegare il dominio sugli uomini per mezzo del 
dominio sulle cose, pu fare un'audace colpo di mano e spiegare senz'altro il 
dominio sugli uomini per mezzo della sua amata violenza. La ricchezza, in quanto 
domina sull'uomo,  la "rapina", e cos siamo arrivati ad una edizione 
peggiorata del vecchissimo detto di Proudhon: "La propriet  il furto" [96]. 
E con ci, invero, siamo riusciti felicemente a considerare la ricchezza dai due 
punti di vista essenziali della produzione e della distribuzione: ricchezza come 
dominio su cose, ricchezza di produzione, lato buono; ricchezza come dominio su 
uomini, ricchezza della distribuzione quale sinora esiste, lato cattivo; 
aboliamolo! Applicato alle condizioni odierne ci vuol dire: il modo di 
produzione capitalistico  buono e pu restare, invece il modo di distribuzione 
capitalistico non vale niente e deve essere eliminato. A un tale assurdo si 
arriva scrivendo di economia senza neppure avere un concetto del nesso tra 
produzione e distribuzione. 
Dopo la ricchezza, il valore viene definito come segue: "Il valore  la 
valutazione che le cose e le prestazioni economiche trovano nello scambio". 
Questa valutazione corrisponde "al prezzo o a qualsiasi altro termine 
equivalente, per es. al salario". In altre parole: il valore  il prezzo. O 
piuttosto, per non fare torto a Dhring e riprodurre l'assurdo della sua 
definizione usando il pi possibile i suoi stessi termini: il valore sono i 
prezzi. Infatti a p. 19 egli dice: "il valore e i prezzi che lo esprimono in 
denaro", facendo quindi, egli stesso, la constatazione che lo stesso valore ha 
prezzi differentissimi e di conseguenza anche altrettanti valori differenti. Se 
Hegel non fosse morto da gran tempo, si impiccherebbe. Con tutto il suo 
teologismo non avrebbe potuto escogitare questo valore che  altrettanti valori 
diversi quanti sono i prezzi che ha. Ancora una volta si deve proprio possedere 
la sicurezza di Dhring per inaugurare una nuova e pi radicale fondazione 
dell'economia con la dichiarazione che non si conosce altra differenza tra 
prezzo e valore, se non che il primo  espresso in denaro e l'altro no. 
Ma con ci continuiamo sempre ad ignorare che cosa sia il valore e ancor pi 
come si determina. Dhring  quindi costretto a tirare fuori ulteriori 
spiegazioni: 

"Parlando assolutamente in generale, la legge fondamentale della 
comparazione e dell'apprezzamento su cui poggiano il valore e i prezzi che 
lo esprimono in denaro, ha la sua base anzitutto nel campo della pura 
produzione, prescindendo dalla distribuzione che nel concetto di valore 
porta solo un secondo elemento. Gli ostacoli maggiori o minori, che la 
diversit delle condizioni naturali porta agli sforzi intesi a procurarsi le 
cose e che perci rende necessarie delle erogazioni maggiori o minori di 
forza economica, determinano anche (...) il maggiore o minore valore", e 
questo viene valutato a seconda della "resistenza che all'acquisto oppongono 
la natura e le condizioni (...) La misura in cui noi incorporiamo le cose" 
(nelle cose) "la nostra propria forza  la causa immediatamente decisiva 
dell'esistenza del valore in generale e dell'esistenza di una particolare 
grandezza di esso." 

Ci, nella misura in cui ha un senso, significa: il valore di un prodotto di 
lavoro  determinato dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione, e 
questo lo sappiamo da gran tempo anche senza Dhring. Invece di presentarci il 
fatto cos semplicemente, bisogna che lo contorca in una formula oracolare.  
semplicemente falso che la misura in cui ciascuno incorpora in una qualche cosa 
la sua forza (per attenerci a questo stile pomposo) sia la causa immediatamente 
decisiva del valore e della sua grandezza. In primo luogo ci che qui importa  
in quale cosa la forza viene incorporata e in secondo luogo il modo in cui viene 
incorporata. Se il nostro qualcuno crea una cosa che per altri non ha nessun 
valore d'uso, tutta quanta la sua forza non crea un atomo di valore; e se si 
ostina a produrre con le sue mani un oggetto che una macchina produce venti 
volte pi a buon mercato, i diciannove ventesimi della forza che egli incorpora 
non producono n valore n una particolare grandezza di esso. 
Inoltre vuol dire sovvertire completamente l'argomento il trasformare in un 
superamento semplicemente negativo di una resistenza il lavoro produttivo, che 
crea prodotti positivi. Dovremmo in questo caso, per riuscire ad avere una 
camicia, procedere all'incirca nel modo che segue: in primo luogo superiamo la 
resistenza opposta dal seme di cotone ad essere seminato e a crescere, poi la 
resistenza opposta dal cotone maturo ad essere raccolto, imballato e spedito, 
poi la resistenza opposta dal filo ad essere tessuto, quella opposta dal tessuto 
ad essere imbiancato e cucito e finalmente la resistenza che la camicia pronta 
oppone ad essere indossata. 
Ma perch queste contorsioni e queste assurdit infantili? Per venire, per mezzo 
della "resistenza" e del "valore di produzione", del valore vero, ma sinora solo 
ideale, a quel "valore di distribuzione" falsato dalla violenza e che solo 
sinora ha avuto corso nella storia: 

"Oltre alla resistenza che oppone la natura (...) c' ancora un altro 
ostacolo puramente sociale (...) Tra l'uomo e la natura appare una potenza 
che ostacola e questa  ancora una volta l'uomo. L'uomo concepito come 
essere singolo e isolato  libero di fronte alla natura (...) La situazione 
si configura diversamente allorch ne immaginiamo un secondo che, la spada 
in pugno, impedisca ogni accesso alla natura e alle sue risorse e per 
lasciar passare chieda, in qualsiasi forma, un prezzo. Questo secondo uomo 
(...) grava, per cos dire, il primo di tributi e cos egli  la ragione per 
cui il valore di ci di cui si aspira finisce per esser maggiore di quanto 
potrebbe essere, senza questo ostacolo politico e sociale all'acquisto o 
alla produzione dell'oggetto (...) Svariatissime sono le forme particolari 
assunte da questa valutazione artificialmente aumentata delle cose, che 
naturalmente ha la sua concomitante contropartita in una corrispondente 
diminuzione della valutazione del lavoro (...)  perci un'illusione il 
voler considerare sin dal principio il valore come un equivalente nel senso 
proprio della parola, cio come qualche cosa che valga egualmente, o come un 
rapporto di scambio istituitosi in conformit al principio dell'eguaglianza 
di prestazione o controprestazione (...) Al contrario la caratteristica di 
una giusta teoria del valore  che la causa della valutazione, che in questa 
teoria viene pensata nel modo pi generale, non coincide con la forma 
particolare che assume la valutazione fondata sulla costrizione della 
distribuzione. Questa forma si muta con la costituzione sociale, mentre il 
valore specificamente economico pu essere solo un valore di produzione 
misurato rispetto alla natura e perci si modificher solo con gli ostacoli 
naturali e tecnici che la produzione pura e semplice incontra". 

Il valore che una cosa ha in pratica consta quindi, secondo Dhring, di due 
parti: in primo luogo del lavoro in essa contenuto e in secondo luogo 
dell'aggiunta di un tributo estorto "con la spada in pugno". In altri termini il 
valore oggi valido  un prezzo di monopolio. Se dunque, secondo questa teoria, 
tutte le merci hanno un tale prezzo di monopolio, sono possibili solo due casi. 
O ciascuno torna a perdere come compratore quello che ha guadagnato come 
venditore; i prezzi si sono modificati in quanto al nome, ma in realt, nel loro 
rapporto specifico, sono rimasti uguali; e allora tutto resta com'era e il 
celeberrimo valore di distribuzione  una mera parvenza. O invece le pretese 
aggiunte di tributi rappresentano una reale somma di valore, ossia quella somma 
di valore che  prodotta dalla classe lavoratrice creatrice di valore, ma di cui 
si appropria la classe dei monopolisti, e allora questa somma di valore consiste 
semplicemente in lavoro non pagato; in questo caso, malgrado l'uomo con la spada 
in pugno, e le pretese aggiunte di tributi, ritorniamo di nuovo alla teoria 
marxiana del plusvalore. 
Consideriamo tuttavia alcuni aspetti del celeberrimo "valore di distribuzione". 
A p. 153 e seguenti leggiamo: 

"Anche la formazione dei prezzi mediante la concorrenza individuale deve 
considerarsi come una forma della distribuzione economica e della reciproca 
imposizione di tributi (...) si immagini che la scorta di una merce 
necessaria improvvisamente diminuisca in misura considerevole: sorger 
allora da parte dei venditori un potere di sfruttamento senza limiti (...) 
quali enormi proporzioni possa assumere l'aumento dei prezzi  mostrato 
particolarmente da quelle situazioni anormali nelle quali per una durata 
considerevole sono troncati i rifornimenti di articoli necessari, ecc." 

Inoltre anche nel corso normale delle cose ci sarebbero monopoli virtuali che 
permetterebbero un aumento arbitrario dei prezzi, per es. nelle strade ferrate, 
nelle societ che riforniscono le citt di acqua, di gas illuminante, ecc. Che 
tali occasioni di sfruttamento monopolistico si verifichino,  noto da un pezzo. 
Ma che i prezzi di monopolio che cos si producano debbano valere non come 
eccezioni e come casi speciali, ma precisamente come esempio classico del 
processo con cui si determina oggi il valore, questo  nuovo. Come si 
stabiliscono i prezzi dei mezzi di sussistenza? Andate in una citt assediata 
dove sono troncati i rifornimenti e informatevi! Cos risponde Dhring. Come 
agisce la concorrenza nella determinazione dei prezzi di mercato? Interrogate il 
monopolio, esso vi dar la risposta. 
Del resto anche in questi monopoli non si pu scoprire l'uomo che con la spada 
in pugno starebbe dietro ad essi. Al contrario, in citt assediate, di solito 
l'uomo con la spada in pugno, il comandante, se fa il suo dovere, mette 
rapidamente fine al monopolio e requisisce le scorte sottoposte al monopolio, al 
fine di un'equa distribuzione, e in quanto al resto, gli uomini con la spada in 
pugno, allorch hanno tentato di fabbricare un "valore di distribuzione", non 
altro hanno raccolto che cattivi affari e perdite di denaro. Gli olandesi, 
monopolizzando il commercio delle Indie orientali, hanno rovinato il loro 
monopolio e il loro commercio. I due governi pi forti che siano mai esistiti, 
il governo rivoluzionario nordamericano e la Convenzione nazionale francese, 
ebbero l'ardire di volere imporre un calmiere dei prezzi e fallirono 
miseramente. Da anni il governo russo lavora per far salire a Londra, per mezzo 
di continui acquisti di lettere di credito tratte sulla Russia, il corso della 
cartamoneta russa, che esso deprime in Russia con emissioni del pari continue di 
biglietti di banca inconvertibili. Questo piacere gli  costato circa sessanta 
milioni di rubli in pochi anni e il rublo vale ora meno di due marchi anzich 
pi di tre. Se la spada ha la magica potenza economica che Dhring le 
attribuisce, perch nessun governo ha potuto mai effettivamente imporre che una 
moneta cattiva avesse alla lunga il "valore di distribuzione" di una buona, o 
che degli assegnati avessero il valore di distribuzione dell'oro? E dove  
quella spada che esercita il comando sul mercato mondiale? 
Inoltre c' ancora un'altra forma principale nella quale il valore di 
distribuzione rende possibile l'appropriazione di prestazioni altrui senza 
contropartita: la rendita del possesso, cio la rendita fondiaria e l'interesse 
del capitale. Per il momento ne prendiamo atto solamente per poter dire che 
questo  tutto ci che veniamo a saper sul famoso "valore di distribuzione". 
Tutto? Non ancora completamente tutto. Ascoltiamo: 


"Malgrado il duplice punto di vista che emerge dalla conoscenza 
dell'esistenza di un valore di produzione e di un valore di distribuzione, 
tuttavia resta sempre alla loro base un qualche cosa di comune, come 
quell'oggetto di cui constano tutti i valori e con cui perci debbono anche 
misurarsi. La misura immediata naturale  l'erogazione della forza e la pi 
semplice unit  la forza umana nel senso pi crudo del termine. 
Quest'ultima si riporta al tempo di esistenza in cui il mantenersi con i 
propri mezzi rappresenta a sua volta il superamento di una certa soglia di 
difficolt per procacciarsi il cibo e per vivere. Il valore di distribuzione 
o valore di appropriazione si trova propriamente ed esclusivamente l dove 
c' il potere di disporre di cose che non si sono prodotte, o, per dirla in 
modo pi familiare, dove queste cose stesse vengono scambiate con 
prestazioni o beni aventi un reale valore di produzione. L'elemento comune, 
quale si trova significato e rappresentato in ogni espressone del valore, e 
perci anche negli elementi costituiti del valore di cui ci si appropria 
mediante la distribuzione senza contropartita, consiste nell'erogazione di 
forza umana, che si (...) trova incorporata (...) in ogni merce". 

Che cosa dobbiamo dire su questo punto? Se il valore di ogni merce deve essere 
misurato con l'erogazione di forza umana incorporata nelle merci, dove vanno a 
finire allora il valore di distribuzione, il sovrapprezzo, l'imposizione di 
tributi? Dhring ci dice invero che anche cose che non si sono prodotte, e che 
quindi non sono capaci di un valore propriamente detto, possono acquisire un 
valore di distribuzione ed essere scambiate con cose prodotte, aventi un valore. 
Ma dice nello stesso tempo che tutti i valori, e quindi anche i valori di 
distribuzione puri ed esclusivi, consistono in erogazione di forza incorporata 
in essi. Ma con questo disgraziatamente noi non riusciamo a capire come in una 
cosa che non  stata prodotta possa incorporasi una erogazione di forza. In ogni 
caso quel tanto che in tutto questo intrecciarsi di valori appare chiaro,  
finalmente che il valore di distribuzione, i sovrapprezzi imposti alle merci in 
virt della posizione sociale, l'imposizione di tributi per mezzo della spada, 
ancora una volta non contano nulla; i valori delle merci sono determinati 
unicamente dall'erogazione di forza umana, vulgo lavoro, che si trova 
incorporata in essi? Prescindendo dalla rendita fondiaria e da pochi prezzi di 
monopolio, Dhring dice quindi, solo pi vagamente e pi confusamente, la stessa 
cosa che la teoria del valore ricardiano-marxiana, tanto deprecata, aveva gi 
detto da molto tempo con molta maggiore chiarezza e precisione? 
Lo dice, e nello stesso tempo dice il contrario. Marx, movendo dalle indagini di 
Ricardo, dice: il valore delle merci  determinato dal lavoro genericamente 
umano e socialmente necessario che  incorporato in esse e che trova a sua volta 
la misura nella sua durata nel tempo. Il lavoro  la misura di ogni valore, esso 
stesso per non ha valore. Dhring, dopo avere, nella sua maniera confusa, 
presentato anche il lavoro come misura del valore, prosegue: esso " si riporta 
al tempo di esistenza in cui il mantenersi con i propri mezzi rappresenta a sua 
volta il superamento di una certa soglia di difficolt per procacciarsi il cibo 
e per vivere". Trascuriamo la confusione, dovuta a puro e semplice amore di 
originalit, tra tempo di lavoro, che  la sola cosa che qui importa, e tempo di 
esistenza, che sinora non ha mai creato n misurato valori. Trascuriamo anche la 
falsa partenza "socialitaria" che il "mantenersi con i propri mezzi" di questo 
tempo di esistenza dovrebbe introdurre; dacch il mondo  esistito e sino a che 
esister, ognuno deve mantenere se stesso, nel senso che consuma, egli stesso, i 
suoi mezzi di sostentamento. Se ammettiamo che Dhring si sia espresso in 
linguaggio economico e con precisione, la frase riportata o non significa nulla 
o significa che il valore di una merce  determinato dal tempo di lavoro 
incorporato in essa, e il valore di questo tempo di lavoro  determinato dai 
mezzi di sussistenza necessari per il mantenimento del lavoratore durante questo 
tempo. E ci per la societ odierna significa che il valore di una merce  
determinato dal salario in essa contenuto. 
Con questo siamo infine arrivati a ci che propriamente Dhring vuol dire. Il 
valore di una merce si determina, secondo il comune linguaggio economico, 
mediante i costi di produzione; per contro Carey "ha messo in rilievo la verit 
che non i costi di produzione, ma i costi di riproduzione determinano il valore" 
("Storia critica" p. 401). Che cosa siano questi costi di produzione o di 
riproduzione lo vedremo pi tardi; qui ci limitiamo al fatto che essi constano, 
come  noto, di salario e di profitto del capitale. Il salario rappresenta 
l'"erogazione di forza" incorporata nella merce, cio il valore di produzione. 
Il profitto rappresenta il tributo o sovrapprezzo che il capitalista impone 
grazie al suo monopolio, alla sua spada in pugno, cio il valore di 
distribuzione. E cos tutta la contraddittoria confusione della teoria 
dhringiana del valore si risolve finalmente nella pi bella e armoniosa 
chiarezza. 
La determinazione del valore delle merci mediante il salario, che ancora in Adam 
Smith si intreccia sovente con la determinazione del valore mediante il tempo di 
lavoro, dopo Ricardo  stata bandita dall'economia scientifica e oggigiorno solo 
nell'economia volgare continua ancora trascinare la sua esistenza. Sono 
precisamente i pi banali sicofanti del vigente ordinamento capitalistico quelli 
che predicano la determinazione del valore mediante il salario e che cos 
contemporaneamente spacciano anche il profitto del capitalista per una specie 
superiore del salario, per un salario di astinenza (dovuto al fatto che il 
capitalista non ha dissipato nei piaceri il suo capitale), per un premio del 
rischio, per un salario di direzione dell'impresa, ecc. Dhring si distingue da 
costoro solo per il fatto che dichiara che il profitto  rapina. In altri 
termini Dhring fonda il suo socialismo direttamente sulle dottrine 
dell'economia volgare della peggiore specie. Quanto vale questa economia, tanto 
vale il suo socialismo. L'una e l'altro si reggono e cadono insieme. 
Comunque questo  chiaro: che ci che un operaio produce e ci che costa sono 
cose altrettanto diverse quanto ci che una macchina produce e ci che costa. Il 
valore che un operaio crea in un tempo di lavoro di dodici ore, non ha niente in 
comune con il valore dei mezzi di sussistenza che consuma in questa giornata di 
lavoro e nel relativo periodo di riposo. In questi mezzi di sussistenza pu 
essere incorporato un tempo di lavoro della durata di tre, quattro, sette ore, a 
seconda del grado di sviluppo raggiunto dalla produttivit del lavoro. 
Supponiamo che per la sua produzione siano state necessarie sette ore di lavoro; 
la teoria del valore dell'economia volgare, accettata da Dhring, dice che il 
prodotto di dodici ore di lavoro ha il valore di sette ore di lavoro, ossia che 
dodici ore di lavoro sono uguali a sette ore di lavoro, ossia: 12=7. Per parlare 
ancora pi chiaramente, un lavoratore agricolo, quali che siano le condizioni 
generali della societ, produce una certa quantit di cereali, poniamo venti 
ettolitri di frumento all'anno. Durante questo tempo egli consuma una somma di 
valori che si esprime in una somma di quindici ettolitri di frumento. In questo 
caso i venti ettolitri di frumento hanno lo stesso valore dei quindici, e ci 
nello stesso mercato e circostanze che peraltro restano esattamente uguali, in 
altri termini 20  uguale a 15. E questa si chiama economia! 
Tutto lo sviluppo della societ umana, al di l dello stadio di selvatichezza 
animalesca, comincia dal giorno in cui il lavoro familiare crea pi prodotti di 
quanti ne siano necessari al suo mantenimento, dal giorno in cui una parte del 
lavoro pu essere applicata alla produzione non pi di semplici mezzi di 
sussistenza, ma di mezzi di produzione. Un'eccedenza del prodotto del lavoro sui 
costi del mantenimento del lavoro e la formazione e l'accrescimento di un fondo 
sociale di produzione e di riserva per mezzo di quest'eccedenza,  stata ed  la 
base di ogni progresso sociale, politico ed intellettuale. Nella storia sinora 
questo fondo  stato il possesso di una classe privilegiata, alla quale oltre a 
questo possesso sono toccati anche il dominio politico e la direzione sociale. 
L'imminente rivoluzione sociale far per la prima volta di questo fondo di 
produzione e di riserva sociale, cio di tutta la massa di materie prime, 
strumenti di produzione e mezzi di sussistenza, un fondo realmente sociale, 
togliendone la disponibilit alla classe privilegiata e trasferendolo come bene 
comune a tutta la societ. 
Una delle due: o il valore delle merci si determina mediante le spese di 
mantenimento del lavoro necessario alla loro produzione, cio, nella societ 
odierna, mediante il salario. Allora ogni operaio nel suo salario riceve il 
valore del prodotto del suo lavoro, e quindi uno sfruttamento della classe dei 
salariati per mezzo della classe dei capitalisti  impossibile. Poniamo che le 
spese di mantenimento di un operaio siano espresse, in una data societ, 
mediante la somma di tre marchi. Allora il prodotto giornaliero di un operaio, 
secondo la teoria dell'economia volgare che abbiamo riportato sopra, ha il 
valore di tre marchi. Supponiamo ora che il capitalista che impiega questo 
operaio aggiunga a questo prodotto un profitto, un tributo di un marco e lo 
venda a quattro marchi. Lo stesso fanno gli altri capitalisti. Ma allora 
l'operaio non pu far fronte al suo quotidiano mantenimento con tre marchi, ne 
abbisogna invece anch'egli di quattro. Poich si  supposto che tutte le altre 
circostanze restino identiche, il salario espresso in mezzi di sussistenza deve 
rimanere lo stesso, il salario espresso in denaro deve invece aumentare e 
precisamente da tre a quattro marchi al giorno. Ci che i capitalisti 
sottraggono alla classe operaia sotto forma di profitto, glielo debbono 
restituire sotto forma di salario. Siamo precisamente al punto di partenza: se 
il salario determina il valore, non  possibile sfruttamento alcuno dell'operaio 
per mezzo del capitalista. Ma non  possibile neanche la formazione di 
un'eccedenza di prodotti; infatti, secondo il nostro presupposto, gli operai 
consumano precisamente tanto valore quanto ne producono. E poich i capitalisti 
non producono nessun valore, non  dato scorgere di che cosa possano vivere. Ma 
se una tale eccedenza della produzione sul consumo, un tale fondo di produzione 
e di riserva tuttavia esiste, precisamente nelle mani dei capitalisti, non 
rimane altra spiegazione se non che gli operai consumano per il loro 
mantenimento semplicemente il valore delle merci, ma le merci stesse le hanno 
lasciate ai capitalisti per uso ulteriore. 
O invece: se questo fondo di produzione e di riserva esiste realmente nelle mani 
della classe capitalistica, se realmente si  formato mediante accumulazione di 
profitto (lasciamo per ora fuori causa la rendita fondiaria), esso consiste 
necessariamente nell'eccedenza accumulata del prodotto del lavoro fornito dalla 
classe operaia alla classe capitalistica, eccedenza oltrepassante la somma di 
salari pagati dalla classe capitalistica alla classe operaia. Ma allora il 
valore non viene determinato dal salario, ma dalla quantit di lavoro, allora la 
classe operaia fornisce come prodotto di lavoro alla classe capitalistica una 
quantit di valore maggiore di quella che dalla classe capitalistica le viene 
pagata come salario e allora il profitto capitalistico, come tutte le altre 
forme di appropriazione di prodotto altrui non pagato, si spiega come semplice 
elemento costitutivo di questo plusvalore scoperto da Marx. 
Incidentalmente: della grande scoperta con cui Ricardo apre la sua opera 
capitale: 

"Che il valore di una merce (...) dipende dalla quantit di lavoro 
necessario alla sua produzione e non dal compenso pi o meno alto pagato per 
questo lavoro " [97] 

Di questa scoperta che fa epoca, in tutto il "Corso" di economia non si dice 
niente in nessun luogo. Nella "Storia critica" essa viene liquidata con la frase 
oracolare: 

"Non fu tenuto conto" (da Ricardo) "che la misura pi o meno grande in cui 
il salario pu (!) essere un'indicazione dei bisogni della vita (...) porta 
necessariamente con s anche forme molteplici di valore!". 

Frase, questa, con cui il lettore pu pensare tutto quello che vuole e con cui 
la cosa pi sicura sarebbe per lui il non pensare assolutamente niente. 
Ed ora il lettore, delle cinque specie di valore che Dhring ci fornisce, si 
cerchi da se stesso quella che pi gli aggrada: o il valore di produzione che 
viene dalla natura, o il valore di distribuzione che  stato creato dalla 
malvagit degli uomini e che  caratterizzato dal fatto che  misurato 
dall'erogazione di forza non contenuta in esso, o in terzo luogo il valore che  
misurato per mezzo del tempo di lavoro, o in quarto luogo quello che  misurato 
per mezzo delle spese di riproduzione o finalmente quello che  misurato per 
mezzo del salario. La scelta  ricca, la confusione completa e a noi non resta 
altro che esclamare con Dhring: "La dottrina del valore  la pietra di paragone 
della solidit dei sistemi economici!". 


 
 
VI. Lavoro semplice e lavoro composto
 
  
Dhring ha scoperto in Marx una cantonata economica grossolana, che  degna di 
un ginnasiale e contiene al tempo stesso un'eresia socialista pericolosissima. 
La teoria marxiana del valore 

"non  altro che la solita (...) dottrina che il lavoro  causa di tutti i 
valori e che il tempo di lavoro e la misura di essi. In questo modo resta 
completamente oscuro quale idea ci si deve formare del valore specifico del 
cosiddetto lavoro qualificato (...) Certo, anche secondo la nostra teoria 
solo il tempo di lavoro impiegato pu misurare i costi naturali e 
conseguentemente il valore assoluto dei beni economici; ma qui il tempo di 
lavoro di ciascuno dovr essere considerato a priori come assolutamente 
eguale e dovr riguardarsi soltanto il caso in cui le prestazioni pi 
qualificate (...) per es. nell'uso di uno strumento (...) col tempo di 
lavoro individuale del singolo collabori anche quello di altre persone. Non 
 dunque vero, come nebulosamente immagina Marx, che il tempo di lavoro di 
qualcuno abbia in s pi valore di quello di un altro, perch qui sarebbe, 
per cos dire, considerato un maggior tempo di lavoro medio; invece ogni 
tempo di lavoro, senza eccezioni e in linea di principio, quindi senza che 
se ne debba prendere una media,  di egual valore, e nelle prestazioni 
fornite da una persona, cos come in ogni prodotto finito, si dovr 
considerare solamente quanto tempo di lavoro di altre persone possa essere 
celato nell'erogazione di un tempo di lavoro in apparenza solo personale. 
Per la rigorosa validit della teoria non ha la minima importanza se sia uno 
strumento di produzione della mano o la mano stessa o la testa, ci che non 
poteva acquisire la particolare qualit o capacit di prestazione senza il 
tempo di lavoro di altri. Marx, invece, nelle sue elucubrazioni sul valore 
non riesce a liberarsi dello spettro, che appare nello sfondo, di un tempo 
di lavoro qualificato. Ci che gli ha impedito di andare sino in fondo in 
questa direzione  la mentalit tradizionale delle classi colte alle quali 
necessariamente deve apparire una mostruosit il riconoscere che dal punto 
di vista economico il tempo di lavoro del carrettiere e quello 
dell'architetto abbaino assolutamente lo stesso valore". 

Il passo di Marx che provoca questa "violenta ira" di Dhring  molto breve. 
Marx indaga da che cosa sia determinato il valore delle merci e risponde: dal 
lavoro umano contenuto in esse. Questo, egli prosegue, 

" dispendio di quella semplice forza-lavoro che ogni uomo comune possiede 
in media nel suo organismo fisico, senza particolare sviluppo (...) Un 
lavoro complesso vale soltanto come lavoro semplice potenziato o piuttosto 
moltiplicato, cosicch una quantit minore di lavoro complesso  uguale a 
una quantit maggiore di lavoro semplice. L'esperienza insegna che questa 
riduzione avviene costantemente. Una merce pu essere il prodotto del lavoro 
pi complesso di tutti, ma il suo valore la equipara al prodotto di lavoro 
semplice e rappresenta quindi soltanto una determinata quantit di lavoro 
semplice. Le varie proporzioni nelle quali differenti generi di lavoro sono 
ridotti a lavoro semplice come loro unit di misura, vengono stabilite 
mediante un processo sociale estraneo ai produttori, e quindi appaiono a 
questi ultimi date dalla tradizione" [98]. 

In Marx qui si tratta in primo luogo solo della determinazione del valore di 
merci e quindi di oggetti che, in seno ad una societ costituita da produttori 
privati, vengono prodotti e mutuamente scambiati da questi produttori privati 
per conto privato. Qui dunque non si tratta affatto del "valore assoluto", 
sempre che questo possa mai esistere, ma di quel valore che vige in una forma 
determinata di societ. Questo valore, in questa determinata accezione storica, 
si rivela prodotto e misurato dal lavoro umano incorporato nelle singole merci e 
questo lavoro umano si rivela ulteriormente come erogazione di semplice 
forza-lavoro. Ma non ogni lavoro  una mera erogazione di semplice forza-lavoro 
umana; numerosissimi generi di lavoro includono in s abilit o cognizioni 
acquistate con fatica e con impiego di tempo e di denaro pi o meno grande. 
Queste specie di lavoro composto producono nello stesso intervallo di tempo lo 
stesso valore di merci del lavoro semplice, delle erogazioni di forma-lavoro 
pura e semplice? Evidentemente no! Il prodotto dell'ora di lavoro composto  una 
merce di valore pi alto, doppio o triplo, in confronto al prodotto dell'ora di 
lavoro semplice. Il valore dei prodotti del lavoro composto viene espresso, 
mediante questo confronto, in quantit determinate di lavoro semplice; ma questa 
riduzione del lavoro composto si compie mediante un processo sociale che si 
effettua alle spalle dei produttori, mediante un processo che qui, nello 
sviluppo della storia del valore, pu essere solo costatato ma non spiegato. 
Questo semplice fatto, che nell'attuale societ capitalistica si compie 
giornalmente sotto ai nostri occhi,  quello che viene qui constatato da Marx. 
Questo fatto  tanto irrefutabile che lo stesso Dhring non osa contestarlo nel 
suo "Corso" n nella sua storia dell'economia, e l'esposizione di Marx  cos 
semplice e penetrante che nessuno " lasciato in una completa oscurit" tranne 
Dhring. Grazie a questa sua completa oscurit costui scambia il valore delle 
merci, di cui Marx si occupa esclusivamente, con "i costi naturali" che rendono 
l'oscurit ancora pi completa, e addirittura con quel "valore assoluto" che 
sinora nell'economia che  a nostra conoscenza non ha mai avuto diritto di 
cittadinanza. Ma checch intenda Dhring con i suoi costi naturali, quale che 
sia quello dei suoi cinque generi di valore che abbia l'onore di rappresentare 
il valore assoluto, una cosa  certa: che in Marx di tutte queste cose non si 
parla e si parla invece solo del valore delle merci e che in tutta la sezione 
del "Capitale" che tratta del valore non c' neanche la pi piccola indicazione 
che ci dica se e in quali limiti Marx ritenga questa teoria del valore delle 
merci applicabile anche ad altre forme di societ. 
Non  dunque, prosegue Dhring, 

"non  dunque vero, come nebulosamente immagina Marx, che il tempo di lavoro 
di qualcuno abbia in s pi valore di quello di un altro, perch qui 
sarebbe, per cos dire, considerato un maggior tempo di lavoro medio; invece 
ogni tempo di lavoro, senza eccezioni e in linea di principio, quindi senza 
che se ne debba prendere una media,  di egual valore". 

 una fortuna per Dhring che il destino non ne abbia fatto un industriale e lo 
abbia quindi preservato dal fissare il valore delle sue merci secondo questa 
nuova regola e con ci dall'andare a cadere senza fallo tra le braccia della 
bancarotta. E che? Forse qui ci troviamo ancora nella societ degli industriali? 
Niente affatto. Con i costi naturali ed il valore assoluto Dhring ci ha fatto 
fare un salto, un vero salto mortale [98b] dal cattivo mondo degli sfruttatori 
del presente alla sua comunit economica dell'avvenire, alla pura atmosfera 
celeste dell'eguaglianza e della giustizia, e dunque, sia pur prematuramente, 
noi dobbiamo gi da ora dare un'occhiata a questo mondo nuovo. 
 vero che, secondo la teoria di Dhring, anche nella comunit economica il 
valore dei beni economici viene misurato dal tempo di lavoro impiegato, ma con 
ci il tempo di lavoro di ciascuno deve a priori esser considerato di valore 
rigorosamente eguale, ogni tempo di lavoro  senza eccezione e in linea di 
principio di valore assolutamente eguale e ci senza che prima se ne debba 
prendere una media. E ora opponete a questo socialismo dell'eguaglianza radicale 
l'idea nebulosa di Marx che il tempo di lavoro di qualcuno abbia pi valore del 
tempo di lavoro di un'altra persona, perch ci sarebbe condensato pi lavoro 
medio, idea della quale lo tiene prigioniero la mentalit tradizionale delle 
classi colte alla quale necessariamente deve apparire una mostruosit il 
riconoscere che dal punto di vista economico il tempo di lavoro del carrettiere 
e quello dell'architetto abbiano assolutamente lo stesso valore! 
Disgraziatamente Marx fa seguire nel "Capitale" al passo citato sopra la 
seguente piccola annotazione: 

"Il lettore deve notare che qui non si parla di salario o valore che il 
lavoratore riceve, per es., per una giornata lavorativa, ma del valore della 
merce, nel quale si oggettiva la sua giornata lavorativa" [99]. 

Marx, che sembra qui abbia presentito il suo Dhring, prende le sue precauzioni 
contro il pericolo che i suoi principi sopra esposti siano applicati sia pure 
soltanto al salario che nella societ attuale dovrebbe essere pagato per un 
lavoro composto. E se Dhring, non contento di farlo egualmente, spaccia quei 
principi per i principi fondamentali secondo i quali Marx vorrebbe veder 
regolata la distribuzione dei mezzi di sussistenza nella societ organizzata 
socialisticamente, ci costituisce una falsificazione di una spudoratezza che ha 
l'eguale solo nei romanzi della malavita. 
Ma esaminiamo un po' pi da vicino la dottrina della eguaglianza del valore. 
Ogni tempo di lavoro ha esattamente lo stesso valore, sia quello del carrettiere 
che quello dell'architetto. Quindi il tempo di lavoro, e conseguentemente il 
lavoro stesso, ha un valore. Ma il lavoro  il produttore di tutti i valori. 
Solo esso d ai prodotti che si trovano in natura un valore in senso economico. 
Il valore stesso non  altro che l'espressione del lavoro umano socialmente 
necessario oggettivato in una cosa. Il lavoro non pu dunque avere alcun valore. 
Tanto sarebbe possibile parlare di un valore del lavoro e volerlo determinare, 
quanto sarebbe possibile parlare del valore del valore, o voler determinare il 
peso non di un corpo pesante, ma di un peso stesso. Con uomini quali Owen, 
Saint-Simon e Fourier, Dhring se la sbriga con l'appellativo di alchimisti 
sociali. Ma, sottilizzando sul valore del tempo di lavoro, cio del lavoro, 
dimostra di essere anche pi in basso degli alchimisti veri e propri. Ed ora si 
misura l'audacia con cui Dhring imputa a Marx l'affermazione che il tempo di 
lavoro di qualcuno abbia in s pi valore di quello di un'altra persona, come se 
il tempo di lavoro e quindi il lavoro avesse un valore... a Marx che per primo 
ha spiegato come e perch il lavoro non pu avere alcun valore! 
Per il socialismo, che vuole liberare la forza-lavoro umana dalla sua posizione 
di merce,  di grande importanza che il lavoro non ha n pu avere un valore. 
Con questo riconoscimento cadono tutti i tentativi che Dhring ha ereditato dal 
socialismo operaio primitivo, di regolare la futura distribuzione dei mezzi di 
sussistenza come una specie di salario pi elevato. Da esso consegue 
ulteriormente il riconoscimento che la distribuzione, nella misura in cui viene 
dominata da considerazioni puramente economiche, sar regolata nell'interesse 
della produzione e che la produzione viene favorita al massimo da un modo di 
distribuzione che permetta a tutti i membri della societ di sviluppare, 
conservare ed esercitare le proprie capacit il pi che sia possibile in tutte 
le direzioni. Alla mentalit delle classi colte, ereditata da Dhring, deve 
certamente apparire una mostruosit che non ci debbano pi essere carrettieri ed 
architetti di professione e che l'uomo, che in una mezz'ora ha dato delle 
istruzioni come architetto, per un certo tempo possa anche spingere un carro sia 
a che venga di nuovo richiesta la sua attivit di architetto. Bel socialismo, 
che eterna la professione del carrettiere! 
Se l'eguaglianza di valore del tempo di lavoro deve avere il significato che 
ogni operaio in tempo pari produca pari valore senza che neppure se ne debba 
prendere una media, essa  evidentemente falsa. Dati due operai che esercitino 
anche lo steso ramo di attivit, il valore che essi producono in un'ora varia a 
seconda dell'intensit del lavoro e dell'abilit; a questo malanno -che tuttavia 
non  tale che per della gente  la Dhring- non pu neppure portare rimedio 
nessuna comunit economica, almeno sul nostro pianeta. Che cosa resta allora 
della completa eguaglianza di valore di ogni e qualsiasi lavoro? Nient'altro che 
la pura e semplice frase roboante, che non ha altra base economica che non 
l'incapacit di Dhring di distinguere tra determinazione del valore mediante il 
lavoro e determinazione del valore mediante il salario... nient'altro che 
l'ukas, la legge fondamentale della nuova comunit economica: a pari tempo di 
lavoro, pari salario! Ma allora i vecchi comunisti-operai francesi e Weitling 
avevano ragioni molto migliori per sostenere la loro eguaglianza di salario. 
Come si risolve dunque tutta questa importante questione della corresponsione di 
un salario pi elevato per un lavoro composto? Nella societ dei produttori 
privati, i privati o le loro famiglie fanno fronte alle spese per l'istruzione 
dell'operaio qualificato; spetta allora anzitutto ai privati il pi alto prezzo 
della forza-lavoro qualificata: lo schiavo abile  comprato a pi caro prezzo, 
il salariato abile ha un salario pi alto. Nella societ organizzata 
socialisticamente queste spese sono affrontate dalla societ, ad essa 
appartengono perci anche i frutti, i valori maggiori che vengono prodotti dal 
lavoro composto. Lo stesso operaio non ha maggiori diritti da rivendicare. Da 
tutto ci incidentalmente consegue la morale della favola che la rivendicazione 
cara all'operaio "del provento integrale del lavoro" ha anch'essa qualche volta 
i suoi punti deboli [100]. 
  
Note
92. Dhring defin "naturale" la sua "Dialettica" in contrapposto alla 
dialettica hegeliana, per "ricusare esplicitamente ogni comunanza con le confuse 
manifestazioni della parte decaduta della filosofia tedesca", cio con la 
"innaturale" dialettica hegeliana. 
93. Gajus Plinius Secundus, "Historiae naturalis libri XXXVII", lib. XVIII, 35. 
94. L'espressione "magnifico esercito" fu usata il 1 gennaio 1849 da Federico 
Guglielmo IV nel suo messaggio augurale di capodanno all'esercito prussiano. 
95. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 814. 
44. La guerra dei trent'anni (1618-1648) fu una guerra europea che cominci in 
Boemia con una rivolta contro la monarchia asburgica e l'avanzare della reazione 
cattolica. Essa si svilupp in un conflitto tra il campo cattolico-feudale (il 
papa, gli Asburgo di Spagna e d'Austria, i principi cattolici tedeschi) e i 
paesi protestanti (Boemia, Danimarca, Olanda e vari Stati tedeschi riformati) 
appoggiati dai re francesi, rivali degli Asburgo. La Germania fu uno dei teatri 
principali della guerra, oggetto di saccheggi e rivendicazioni da parte dei 
partecipanti. La pace di Westfalia, del 1648, sanc lo smembramento politico 
della Germania. 
96. P-J. Proudhon, "Qu'est-ce que la proprit?...", p. 2. 
97. David Ricardo, "On the principles...", p. 1. 
98. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., pp. 76-77. 
98b. In italiano nel testo. 
99. Ibid., p. 76, nota 15. 
100. La concezione di Ferdinand Lassalle sul "provento pieno del lavoro" o 
"integrale"  criticata a fondo da Marx nella prima sezione delle "Glosse 
marginali al programma del Partito operaio tedesco" ("Critica del programma di 
Gotha", trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1976). 
  
 

Anti-Dhring
Seconda Sezione: Economia
  
VII. Capitale e plusvalore
  
"Per cominciare, per quanto riguarda il capitale, Marx non accetta il 
concetto universalmente corrente in economia, secondo il quale il capitale  
un mezzo di produzione prodotto esso stesso e tenta invece di sublimarlo in 
una pi specifica idea storico-dialettica che si addentra nel giuoco delle 
metamorfosi dei concetti e della storia. Secondo lui il capitale nasce dal 
denaro, e costituisce una fase storica che comincia col secolo XVI, cio con 
gli inizi di un mercato mondiale, che si presuppone siano avvenuti in 
quest'epoca. Ora,  chiaro che in una tale concezione il rigore dell'analisi 
economica venga perduto. In concezioni tanto confuse che vorrebbero essere 
per met storiche e per met logiche e che invece sono in realt soltanto 
prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche, il potere di distinzione 
dell'intelletto naufraga insieme con ogni retto uso dei concetti", e cos 
continua a chiacchierare per tutta una pagina; "(...) con la 
caratterizzazione che Marx ci d del concetto di capitale non possono 
ingenerarsi che confusioni nella dottrina rigorosamente economica (...) 
facilonerie che si spacciano per verit logiche (...) fragilit dei 
fondamenti" ecc. 

Quindi, secondo Marx, il capitale sarebbe nato dal denaro al principio del XVI 
secolo.  come se si dicesse che la moneta metallica ben tremila anni fa  nata 
dal bestiame, dato che prima, tra l'altro, il bestiame faceva le funzioni della 
moneta. Solo Dhring  capace di esprimersi in un modo cos rozzo e maldestro. 
In Marx, nell'analisi delle forme economiche, nel cui seno avviene il processo 
di circolazione delle merci, come ultima forma appare il denaro. 

"Questo ultimo prodotto della circolazione delle merci  la prima forma 
fenomenica del capitale. Dal punto di vista storico, il capitale si 
contrappone dappertutto alla propriet fondiaria, nella forma di denaro, 
come patrimonio in denaro, capitale mercantile e capitale usuraio (...) La 
stessa storia si svolge ogni giorno sotto i nostri occhi. Ogni nuovo 
capitale calca la scena, cio il mercato -mercato delle merci, mercato del 
lavoro, mercato del denaro- in prima istanza come denaro, ancora e sempre. 
Denaro che si dovr trasformare in capitale attraverso processi 
determinati." [101] 

Dunque,  ancora una volta un fatto quello che Marx ha constatato. Incapace di 
contestarlo, Dhring lo deforma: il capitale nascerebbe dal denaro! 
Marx indaga ora ulteriormente i processi per cui il denaro si trasforma in 
capitale e trova innanzitutto che la forma nella quale il denaro circola come 
capitale  il rovesciamento di quella forma nella quale circola come equivalente 
generale della merce. Il semplice possessore di merci vende per comprare; vende 
ci di cui non ha bisogno e compra col denaro ricavato ci di cui ha bisogno. Ai 
suoi inizi il capitalista comincia col comprare ci di cui non ha bisogno egli 
stesso; compra per vendere e precisamente per vender pi caro, per ricevere di 
ritorno il denaro che originariamente aveva investito nella compera, accresciuto 
di un incremento in denaro, e questo incremento Marx chiama plusvalore. 
Da dove si origina questo plusvalore? Non pu originarsi n dal fatto che il 
compratore abbia comprato le merci al di sotto del loro valore, n dal fatto che 
il venditore le venda al di sopra del loro valore. Infatti in entrambi i casi i 
guadagni e le perdite di ciascuno si compensano vicendevolmente perch ciascuno 
 alternativamente compratore e venditore. Non pu neanche originarsi da truffa; 
infatti la truffa pu certo arricchire l'uno alle spese dell'altro, ma non pu 
aumentare in modo generale la somma totale posseduta da entrambi e quindi 
neppure la somma dei valori circolanti in genere. "L'insieme della classe dei 
capitalisti di un paese non pu sfruttare se stessa" [102]. 
Eppure noi troviamo che l'insieme della classe dei capitalisti di ogni paese si 
arricchisce continuamente sotto i nostri occhi, vendendo pi caro di quanto ha 
comprato e appropriandosi plusvalore. Siamo dunque al punto di partenza: da dove 
si origina questo plusvalore? La questione, che deve risolversi, e precisamente 
su un piano puramente economico, escludendo ogni truffa e ogni intromissione di 
qualsiasi violenza,  questa: come  possibile vendere costantemente pi caro di 
quanto si  comprato, presupponendo pure che valori eguali vengano costantemente 
scambiati con valori eguali? 
La soluzione di questa questione costituisce il merito pi grande dell'opera di 
Marx. Essa diffonde chiara luce solare su quel campo dell'economia in cui i 
socialisti del passato, non meno degli economisti borghesi, brancolavano nella 
pi profonda oscurit. Da essa prende inizio, in essa ha il suo centro il 
socialismo scientifico. 
Ecco questa soluzione. L'incremento di valore del denaro che deve trasformarsi 
in capitale non pu avere luogo in questo stesso denaro, n provenire dall'atto 
della compera poich questo denaro costituisce qui solo il prezzo della merce e 
questo prezzo, dato il nostro presupposto che si scambiano valori eguali, non 
differisce dal valore della merce. Ma per la stessa ragione l'incremento di 
valore non pu provenire neppure dalla vendita della merce. Il cambiamento 
quindi deve aver luogo nella merce che viene comprata, non per nel suo valore, 
poich essa viene comprata e venduta secondo il suo valore, ma nel suo valore 
d'uso come tale; cio il cambiamento di valore deve sorgere dall'uso della 
merce. 

"Per estrarre valore dal consumo di una merce, il nostro possessore di 
denaro dovrebbe esser tanto fortunato da scoprire (...) sul mercato, una 
merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualit d'essere 
fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, 
oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. Il possessore di 
denaro trova sul mercato tale merce specifica:  la capacit di lavoro, 
ossia la forza-lavoro." [103]. 

Se, come abbiamo visto, il lavoro come tale non pu avere un valore, non avviene 
affatto cos per la forza-lavoro. Questa acquista un valore non appena diventa 
merce, quale in realt  oggi, e questo valore, "come quello di ogni altra 
merce,  determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione e quindi 
anche alla riproduzione di questo articolo specifico" [104], cio  determinato 
dal tempo di lavoro che  necessario per la produzione dei mezzi di sussistenza 
di cui abbisogna il lavoratore per mantenersi in condizione di essere capace di 
lavorare e per riprodurre la propria specie. Supponiamo che questi mezzi di 
sussistenza rappresentino giornalmente un lavoro di sei ore. Agli inizi, il 
nostro capitalista, che per condurre la sua impresa compra forza-lavoro, cio 
prende in affitto un operaio, paga dunque a questo operaio il pieno valore 
giornaliero della sua forza-lavoro se gli corrisponde una somma di denaro che 
rappresenta del pari sei ore di lavoro. L'operaio dunque, allorch ha lavorato 
sei ore al servizio del futuro capitalista, ha restituito a costui il suo 
esborso per il suo valore giornaliero della forza-lavoro che gli viene pagata. 
Ma in questo modo il denaro non si sarebbe trasformato in capitale, non avrebbe 
prodotto alcun plusvalore. Il compratore della forza-lavoro ha perci una 
maniera di vedere completamente diversa sulla natura dell'affare che ha 
concluso. Il fatto che siano necessarie sei ore di lavoro per mantenere in vita 
l'operaio ventiquattr'ore, non impedisce che egli lavori dodici ore su 
ventiquattro. Il valore della forza-lavoro e la sua utilizzazione nel processo 
lavorativo sono due grandezze diverse. Il possessore di denaro ha pagato il 
valore di un giorno della forza-lavoro, a lui appartiene quindi anche il suo uso 
durante il giorno intero, il lavoro della durata di un giorno. Che il valore 
creato dal suo uso durante il giorno sia doppio del suo proprio valore di un 
giorno, questo fatto costituisce una particolare fortuna per il compratore, ma 
secondo le leggi dello scambio delle merci non  affatto un torto fatto al 
venditore. L'operaio dunque, secondo la nostra ipotesi, costa al possessore di 
denaro il valore prodotto da sei ore di lavoro, ma gli fornisce giornalmente il 
valore prodotto da dodici ore di lavoro. Differenza a profitto del possessore di 
denaro: sei ore di pluslavoro non pagato, plusprodotto non pagato in cui  
incorporato il lavoro di sei ore. Il giuoco  fatto.  stato prodotto il 
plusvalore, il denaro si  trasformato in capitale. 
Col mostrare in questo modo come nasce il plusvalore, e come solo sotto il 
dominio delle leggi che regolano lo scambio delle merci il plusvalore possa 
nascere, Marx ha messo a nudo il meccanismo dell'attuale modo di produzione 
capitalistico e del modo di produzione che su di esso  basato, e ha svelato il 
nucleo intorno al quale si  cristallizzato tutto l'odierno ordinamento della 
societ. 
Questa produzione di capitale ha tuttavia una condizione preliminare essenziale: 

"Per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare 
sul mercato delle merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che 
disponga della propria forza lavorativa come propria merce, nella sua 
qualit di libera persona, e che, d'altra parte, non abbia da vendere altre 
merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per la 
realizzazione della sua forza-lavoro" [105]. 

Ma questo rapporto tra possessori di denaro o di merci da una parte e possessori 
di null'altro che la propria forza-lavoro dall'altra, non  un rapporto conforme 
ad alcuna legge di natura, n comune a tutti i periodi storici, 

"esso stesso  evidentemente il risultato di uno svolgimento storico 
precedente, il prodotto (...) del tramonto di tutta una serie di formazioni 
pi antiche della produzione sociale" [106]. 

E precisamente questo lavoratore libero ci si presenta in massa per la prima 
volta nella storia intorno alla fine del XV e al principio del XVI secolo, in 
seguito alla dissoluzione del modo di produzione feudale. Ma con questo fatto e 
con la creazione del commercio mondiale e del mercato mondiale, che risalgono 
alla stessa epoca, furono poste le basi sulle quali la massa della ricchezza 
mobiliare esistente si doveva sempre pi trasformare in capitale e il modo di 
produzione capitalistico indirizzato alla produzione di plusvalore doveva sempre 
pi diventare il modo esclusivamente dominante. 
Sin qui noi abbiamo seguito le "concezioni confuse" di Marx, questi "prodotti 
bastardi di fantasie storiche e logiche" nelle quali "il potere di distinzione 
dell'intelletto naufraga insieme con ogni retto uso dei concetti".  tempo ora 
di opporre a queste "facilonerie" le "verit logiche profonde" e il 
"procedimento definitivo e rigorosamente scientifico nel senso in cui  inteso 
dalle scienze esatte", quali ci sono offerti da Dhring. 
Quindi, riguardo al capitale, Marx non accetta "il concetto universalmente 
corrente in economia, secondo il quale il capitale  un mezzo di produzione 
prodotto esso stesso"; e dice invece che una somma di valori si trasforma in 
capitale solo se la si valorizza formando un plusvalore. e che cosa dice 
Dhring? 

"Il capitale  una sorgente di mezzi economici di potere per la 
continuazione della produzione e per la formazione di partecipazioni ai 
frutti della forza-lavoro generale." 

Per quanto oracolarmente e sciattamente tutto questo ancora una volta sia 
espresso, una cosa  sicura: la sorgente di mezzi economici di potere ha un bel 
continuare la produzione per l'eternit, ma, secondo le precise parole di 
Dhring, non diventer mai capitale sino a quando non former "partecipazioni ai 
frutti della forza-lavoro generale", cio sino a quando non forma un plusvalore 
o almeno un plusprodotto. La colpa dunque che Dhring rimprovera a Marx, di non 
accettare il concetto di capitale universalmente corrente in economia, non solo 
la commette egli stesso, ma commette inoltre un maldestro plagio di Marx, 
"malamente celato" da un linguaggio roboante. 
A p. 262 questo concetto viene ulteriormente sviluppato: 

"Il capitale in senso sociale" (e un capitale in senso non sociale Dhring 
ha ancora da scoprirlo) " cio specificatamente diverso dal puro mezzo di 
produzione; infatti, mentre quest'ultimo ha solo un carattere tecnico e in 
ogni circostanza  necessario, quello  caratterizzato dalla sua forza 
sociale di appropriazione e di partecipazione. Il capitale sociale in gran 
parte non  altro certamente che il mezzo di produzione tecnico nella sua 
funzione sociale; ma questa funzione  anche precisamente quella che... deve 
sparire". 

Se riflettiamo che  stato proprio Marx colui che per primo ha messo in rilievo 
la "funzione sociale" per mezzo della quale, soltanto, una somma di valore 
diventa capitale, dovr certamente "ogni attento osservatore del fatto aver la 
certezza che con la caratterizzazione data da Marx al concetto di capitale si 
creer soltanto della confusione"... ma non , come pensa Dhring, nella rigorosa 
dottrina economica, ma come mostra il sillogismo, unicamente e solamente nella 
testa dello stesso Dhring, che nella "storia critica" ha gi dimenticato in che 
gran misura abbia usato nel "Corso" il suddetto concetto di capitale. 
Tuttavia Dhring non  pago di prendere in prestito da Marx, sia pure in forma 
"purgata", la sua definizione di capitale. E deve seguirlo anche "nel giuoco 
delle metamorfosi dei concetti e della storia" e ci malgrado la sua migliore 
convinzione che da tutto questo non possono risultare altro che "concezioni 
confuse", "facilonerie", "fragilit delle basi", ecc. Da dove si origina questa 
"funzione sociale" del capitale, che lo rende atto ad appropriarsi dei frutti 
del lavoro altrui e per cui solamente si distingue dal semplice mezzo di 
produzione? Essa non  fondata, dice Dhring, "sulla natura dei mezzi di 
produzione e sulla loro indispensabilit tecnica".  dunque sorta storicamente, 
e Dhring ci ripete a p. 252 solo ci che avevamo gi udito dieci volte, quando 
egli spiega l'origine del capitale mediante la vecchia storiella dei due uomini, 
dei quali, agli inizi della storia, l'uno trasforma il suo mezzo di produzione 
in capitale facendo violenza sull'altro. Ma, non contento di attribuire 
un'origine storica alla funzione sociale mediante la quale soltanto una somma di 
valore si trasforma in capitale, Dhring ne profetizza anche una fine storica. 
Questa funzione " anche precisamente quella che deve sparire". Un fenomeno che 
 sorto storicamente e a sua volta storicamente scompare, di solito, parlando in 
linguaggio comune, viene chiamato "una fase storica". Quindi il capitale  una 
fase storica non solo per Marx, ma anche per Dhring e siamo perci costretti a 
concludere che qui ci troviamo tra i gesuiti. Se due uomini fanno la stessa 
cosa, questa cosa non  la stessa. Se Marx dice che il capitale  una fase 
storica, questa  una concezione confusa, un prodotto bastardo di fantasie 
storiche e logiche nelle quali il potere di distinzione naufraga insieme con 
ogni corretto uso dei concetti. Se Dhring dice del pari che il capitale 
rappresenta una fase storica, questa  una prova dell'acutezza dell'analisi 
economica e del procedimento definitivo e rigorosamente scientifico nel senso in 
cui  inteso dalle scienza esatte. 
In che cosa l'idea del capitale di Dhring si distingue da quella di Marx? 

"Il capitale" dice Marx, "non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte 
della societ possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, 
libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo 
sostentamento tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di 
sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione" (Marx, "Capitale", 
I, seconda edizione, pag. 227) [107]. 

Pluslavoro, lavoro eccedente il tempo necessario per il mantenimento 
dell'operaio, e appropriazione da parte di altri del prodotto di questo 
pluslavoro, sfruttamento del lavoro,  dunque fenomeno comune a tutte le forme 
di societ esistite sinora, nella misura in cui queste si sono mosse sul piano 
degli antagonismi di classe. Ma solo allorch il prodotto di questo pluslavoro 
assume la forma del plusvalore, allorch il proprietario dei mezzi di produzione 
trova di fronte a s come oggetto dello sfruttamento il lavoratore libero, 
libero da vincoli sociali e libero da un possesso proprio, e lo sfrutta ai fini 
della produzione di merci, solo allora, secondo Marx, il mezzo di produzione 
assume il carattere specifico di capitale. E questo  accaduto in misura 
rilevante solo dalla fine del XV e dal principio del XVI secolo. 
Dhring, per contro, dichiara capitale ogni sorta di mezzi di produzione che 
"forma partecipazioni ai frutti della forza-lavoro generale" e che quindi ha per 
risultato pluslavoro in una forma qualsiasi. In altri termini Dhring si 
appropria il pluslavoro scoperto da Marx per uccidere con esso il plusvalore, 
egualmente scoperto da Marx, ma che per il momento non gli conviene. Per 
Dhring, dunque, non solo la ricchezza mobiliare e immobiliare dei cittadini 
corinzi e ateniesi, con la loro economia fondata sulla schiavit, ma anche 
quella dei grandi proprietari terrieri romani del periodo imperiale e non meno 
quella dei baroni feudali nel medioevo, nella misura in cui servivano in una 
maniera qualsiasi alla produzione, tutte, senza distinzione, sarebbero capitale. 

Dhring stesso accetta dunque "riguardo al capitale, non il concetto comunemente 
corrente secondo il quale esso sarebbe un mezzo di produzione prodotto a sua 
volta", ma invece un concetto completamente opposto che include perfino i mezzi 
di produzione che non sono stati prodotti come la terra e le sue risorse 
naturali. Ma l'idea secondo cui il capitale sarebbe semplicemente un "mezzo di 
produzione prodotto a sua volta",  un'idea comunemente corrente nell'economia 
volgare. Al di fuori di questa economia volgare tanto cara a Dhring, il "mezzo 
di produzione prodotto a sua volta", o in generale una somma di valore, diventa 
capitale solo per il fatto che produce profitto o interesse, cio si appropria 
del plusprodotto di lavoro non pagato nella forma di plusvalore, e precisamente 
se lo appropria in queste due determinate sottospecie di plusvalore. Resta cos 
assolutamente irrilevante il fatto che tutta l'economia borghese sia prigioniera 
dell'idea che la propriet di produrre profitto o interesse sia per se stessa 
inerente ad ogni somma di valore che in condizioni normali venga impiegata nella 
produzione o nello scambio. Capitale e profitto o capitale e interesse sono 
nell'economia classica altrettanto indivisibili, stanno nello stesso rapporto 
tra loro come causa ed effetto, padre e figlio, ieri e oggi. Ma la parola 
capitale si incontra nel suo moderno significato economico per la prima volta 
nell'epoca in cui la cosa stessa fa la sua comparsa, nell'epoca in cui la 
ricchezza mobiliare acquista sempre pi la funzione di capitale, sfruttando il 
pluslavoro di liberi lavoratori per produrre merci, e precisamente questa parola 
viene introdotta dalla prima nazione capitalistica della storia: l'Italia del XV 
e XVI secolo. E se Marx per la prima volta ha analizzato sino alle fondamenta il 
modo di appropriazione peculiare del capitale moderno, se ha messo d'accordo il 
concetto di capitale coi fatti dai quali in ultima istanza era stato dedotto e 
ai quali deve la sua esistenza, se con ci Marx ha liberato questo concetto 
economico da tutte le idee oscure e incerte che vi erano rimaste attaccate 
ancora nell'economia classica borghese e tra i socialisti sino ad ora,  stato 
dunque precisamente Marx che ha applicato quel "procedimento scientifico 
definitivo e rigoroso" che Dhring ha sempre sulle labbra e di cui con tanto 
dolore sentiamo in lui la mancanza. 
In effetti le cose vanno per Dhring in modo completamente diverso. Costui non  
contento di aver prima inveito contro la rappresentazione di capitale come fase 
storica definendolo un "prodotto bastardo di fantasie storiche e logiche", e di 
averla poi egli stesso presentata come un fase storica. Dichiara anche che sono, 
in blocco, capitale anche tutti i mezzi economici di potere e tutti i mezzi di 
produzione che si appropriano "partecipazioni ai frutti della forza-lavoro 
generale", inclusa quindi anche la propriet fondiaria esistente in tutte le 
societ classiste; la qual cosa per non gli impedisce affatto di distinguere, 
nel corso ulteriore dell'indagine, propriet terriera e rendita fondiaria nella 
maniera in cui tradizionalmente si distinguono capitale e profitto e di 
caratterizzare come capitale solo quei mezzi di produzione che producono 
profitto o interesse, come pi diffusamente si pu vedere a p. 156 e sgg. del 
"Corso". Con lo stesso diritto Dhring potrebbe includere immediatamente sotto 
il nome di locomotiva anche cavalli, buoi, asini e cani perch anche con questi 
mezzi di trasporto si potrebbe far muovere un veicolo e potrebbe rimproverare 
agli ingegneri moderni che, limitando il nome di locomotiva alle moderne vetture 
a vapore, ne hanno fatto una fase storica, che hanno usato concezioni confuse, 
prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche, ecc., e dichiarare infine che 
cavalli, asini, buoi e cani sono pure da escludere dalla denominazione di 
locomotiva e che questa denominazione vale solo per le vetture a vapore. E 
allora siamo costretti a dire ancora una volta che precisamente la concezione 
dhringiana del capitale  quella nella quale va perduto ogni rigore 
dell'analisi economica e naufraga il potere di distinzione insieme con ogni 
retto uso dei concetti e che le concezioni confuse, il disorientamento, le 
facilonerie, che vengono spacciate per profonde verit logiche, e la fragilit 
delle basi sono in piena fioritura precisamente in Dhring. 
Ma tutto questo non ha importanza. A Dhring con ci resta pure la gloria di 
avere scoperto il centro di gravit intorno al quale si muove sinora tutta 
l'economia, tutta la politica e tutta la giurisprudenza, in una parola tutta la 
storia che si  svolta sinora. Eccolo: 
"Forza e lavoro sono i due fattori principali che entrano in giuoco nella 
formazione dei rapporti sociali". 
In questa unica frase  racchiusa tutta la costituzione del mondo economico 
sinora esistente. Essa  straordinariamente breve e cos suona: 
Articolo primo: il lavoro produce. 
Articolo secondo: la forza distribuisce. 
E con ci "parlando da uomini e francamente" tutta la sapienza economica di 
Dhring  esaurita. 


 
 
VIII. Capitale e plusvalore (conclusione)
 
  
"Secondo il modo di vedere di Marx il salario rappresenta solo il pagamento 
di quel tempo di lavoro in cui l'operaio  effettivamente attivo per rendere 
possibile la propria esistenza. Ora per questo  sufficiente un numero di 
ore alquanto piccolo; tutto il resto della giornata lavorativa, spesso molto 
prolungata, costituisce un'eccedenza nella quale  contenuto quello che dal 
nostro autore  chiamato "plusvalore" o, detto nella lingua comunemente 
corrente, l'utile del capitale. Prescindendo dal tempo di lavoro che in ogni 
grado della produzione  gi contenuto nei mezzi di lavoro e nelle relative 
materie prime, quell'eccedenza della giornata lavorativa rappresenta la 
parte dell'imprenditore capitalista. Il prolungamento della giornata 
lavorativa costituisce perci un guadagno di puro sfruttamento a beneficio 
del capitalista." 

Secondo Dhring, quindi, il plusvalore di Marx non sarebbe altro che ci che in 
linguaggio comunemente corrente si chiama utile del capitale o profitto. 
Ascoltiamo Marx stesso. A p. 195 del "Capitale" il plusvalore viene spiegato 
dalle parole che seguono questo termine in parentesi : "Interesse, profitto, 
rendita" [108]. A p. 210 Marx d un esempio in cui una somma di plusvalore di 71 
scellini appare nelle sue diverse forme distributive: decime, imposte statali e 
locali 21 scellini, rendita fondiaria 28 scellini, profitto e interesse del 
fittavolo 22 scellini, totale del plusvalore 71 scellini [109]. A p. 542 Marx 
dichiara che una delle pi gravi lacune di Ricardo  il fatto che neppure lui 
"ha mai indagato il plusvalore come tale, ossia indipendentemente dalle sue 
forme particolari quali il profitto, la rendita fondiaria, ecc." [110], e che 
perci confonde immediatamente le leggi del saggio sul plusvalore con le leggi 
sul saggio del profitto; per contro Marx annuncia: 

"Dimostrer pi avanti, nel libro terzo, che, date determinate circostanze, 
uno stesso saggio del plusvalore pu esprimersi in differentissimi saggi del 
profitto e che differenti saggi del plusvalore possono esprimersi in uno 
stesso saggio del profitto" [111]. 

A p. 587 si legge: 

"Il capitalista che produce il plusvalore, cio estrae direttamente dagli 
operai il lavoro non retribuito e lo fissa in merci,  si il primo ad 
appropriarsi questo plusvalore, ma non  affatto l'ultimo suo proprietario. 
Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre 
funzioni nel complesso generale della produzione sociale, con i proprietari 
fondiari, ecc. Quindi il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi 
frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme 
differenti, autonome tra loro, come profitto, interesse, guadagno 
commerciale, rendita fondiaria, ecc. Queste forme trasmutate del plusvalore 
potranno essere trattate solo nel libro terzo" [112]. 

E parimenti in molti altri passi. 
Non ci si pu esprimere pi chiaramente. In ogni occasione Marx richiama 
l'attenzione sul fatto che il suo plusvalore non deve affatto essere scambiato 
col profitto o utile del capitale e che quest'ultimo  invece una forma 
subordinata e molto spesso perfino solo un frammento del plusvalore. Se Dhring 
afferma tuttavia che il plusvalore di Marx " detto nel linguaggio comunemente 
corrente, l'utile del capitale" e se  un fatto che tutto il libro di Marx si 
aggira intorno al plusvalore, solo due casi sono possibili: o non ne sa di pi, 
e in questo caso deve avere una spudoratezza senza pari per attaccare un libro 
di cui ignora il contenuto essenziale. O ne sa di pi, e allora commette una 
falsificazione intenzionale. 
Proseguendo: 

"L'odio velenoso che Marx nutre per questo modo di intendere lo sfruttamento 
 fin troppo comprensibile. Ma  possibile una collera pi violenta e un 
riconoscimento ancora pi pieno del carattere di sfruttamento che ha la 
forma economica fondata sul lavoro salariato, senza accettare per questo 
quella posizione teorica che si esprime nella teoria marxiana di un 
plusvalore". 

L'espressione teorica di Marx, ricca di buone intenzioni, ma errata, gli  causa 
di un odio velenoso contro lo sfruttamento; la passione, in s morale, riveste 
un'espressione immorale in conseguenza della "posizione teorica falsa" e si 
manifesta in ignobile odio e in bassa velenosit, mentre il procedimento 
scientifico definitivo e rigorosissimo di Dhring si estrinseca in una passione 
morale di natura adeguatamente nobile, in una collera che, anche nella sua 
collera,  moralmente e inoltre quantitativamente superiore all'odio velenoso, 
in una collera violenta. Mentre Dhring  intento a compiacersi di se stesso, 
vediamo da che cosa ha origine questa collera pi violenta. 

"Sorge in effetti", ci dice in seguito, "la questione del come gli 
imprenditori in concorrenza siano in condizione di realizzare durevolmente 
il pieno prodotto del lavoro, e con esso il plusprodotto, ad un valore che 
supera i costi naturali di produzione nella misura indicata nella 
proporzione dell'eccedenza delle ore di lavoro, cui abbiamo accennato. Una 
risposta a questa questione non si pu trovare nella dottrina di Marx e 
precisamente per la semplice ragione che in questa dottrina non c' neppure 
il posto dove porre la questione. Il carattere di lusso della produzione 
fondata sul lavoro assoldato non  affatto affrontato con seriet e 
l'ordinamento sociale, con le sue posizioni di spoliazione, non  stato 
riconosciuto in nessun modo come la ragione ultima della schiavit bianca. 
Al contrario l'elemento politico-sociale ha sempre dovuto essere spiegato 
partendo dall'elemento economico." 

Ma dai passi citati sopra abbiamo visto che Marx non afferma in nessun modo che 
il plusprodotto sia venduto in ogni circostanza e in media secondo il suo pieno 
valore dal capitalista industriale che  il primo ad appropriarselo, come qui 
suppone Dhring. Marx dice espressamente che anche l'utile commerciale 
costituisce una parte del plusvalore e questo, dati i presenti presupposti,  
possibile solo nel caso il fabbricante venda al commerciante il suo prodotto al 
di sotto del suo valore e gli ceda cos una parte del bottino. La questione come 
viene qui impostata non potrebbe invero trovar posto in Marx. Imposta 
razionalmente essa suona cos: Come il plusvalore si trasforma nelle sue forme 
subordinate: profitto, interesse, utile commerciale, rendita fondiaria, ecc.? E 
questa questione invero Marx promette di risolverla nel terzo libro. Ma se 
Dhring non pu aspettare che sia pubblicato il secondo volume del "Capitale" 
[59], dovrebbe frattanto cercare un po' pi attentamente nel primo volume. 
Potrebbe allora, oltre ai passi gi citati, leggere per es. a p. 323 che, 
secondo Marx, le leggi immanenti della produzione capitalistica agiscono nel 
movimento esterno dei capitali come leggi coercitive della concorrenza e che in 
questa forma si presentano alla coscienza del singolo capitalista come motivi 
determinanti; e che quindi un'analisi scientifica della concorrenza  possibile 
solo allorch si colga la natura interna del capitale, precisamente come il 
movimento apparente dei corpi celesti  intelligibile solo a colui che conosce 
il loro movimento reale, ma non percettibile sensibilmente; quindi Marx mostra 
con un esempio come una legge determinata, la legge del valore, si manifesti ed 
eserciti la sua forza motrice, in un caso determinato, nella concorrenza [113]. 
Dhring poteva gi desumere da questo esempio che la concorrenza esercita una 
funzione capitale nella distribuzione del plusvalore, e con un po' di 
riflessione queste indicazioni, date nel primo volume, sono in realt 
sufficienti per far conoscere, almeno nelle sue linee generali, la 
trasformazione del plusvalore nelle sue forme subordinate. 
Per Dhring  invece proprio la concorrenza l'ostacolo assoluto alla 
comprensione di questo fenomeno. Egli non pu comprendere come gli imprenditori 
in concorrenza possano realizzare durevolmente il pieno prodotto del lavoro, e 
con esso il plusprodotto, ad un valore tanto superiore ai costi naturali di 
produzione. Ci si esprime qui con quel naturale "rigore" che in effetti  
trascuratezza. Per Marx, invero, il plusprodotto come tale non ha assolutamente 
nessun costo di produzione,  quella parte del prodotto che al capitalista non 
costa nulla. Se dunque gli imprenditori in concorrenza volessero realizzare il 
plusprodotto al valore dei costi naturali di produzione, dovrebbero regalarlo. 
Ma non fermiamoci a tali "particolarit micrologiche". In realt gli 
imprenditori in concorrenza non realizzano giornalmente il prodotto del lavoro 
ad un valore superiore ai costi naturali di produzione? Per Dhring i costi 
naturali di produzione consistono "in erogazione di lavoro, ossia di forza, la 
quale erogazione a sua volta, nelle sue basi ultime, pu essere misurata dalle 
spese alimentari"; quindi, nella societ attuale, questi costi consistono in 
spese effettivamente erogate in materia prima, mezzi di lavoro e salario, a 
differenza del "tributo", del profitto, dell'aggiunta estorta con la spada in 
pugno. Ora  noto a tutti che nella societ in cui viviamo gli imprenditori in 
concorrenza non realizzano le lo merci al valore dei loro costi naturali di 
produzione, ma vi caricano la pretesa aggiunta, il profitto, e di regola la 
ricevono anche. La questione che, come credeva Dhring, bastava porre per 
rovesciare con un soffio tutto l'edificio di Marx, come la buon'anima di Giosu 
[113b] rovesci le mura di Gerico, questa questione esiste dunque anche per la 
teoria economica di Dhring. Vediamo la sua risposta. 

"La propriet capitalistica", egli dice, "non ha alcun significato pratico e 
non si pu realizzarne il valore e non si include in essa, ad un tempo, il 
potere indiretto sul materiale umano. Il prodotto di questa forza  il 
profitto del capitale e la grandezza di quest'ultimo dipender perci 
dall'ambito e dall'intensit dell'esercizio di questo dominio (...) Il 
profitto del capitale  un'istituzione politica e sociale che agisce con pi 
forza della concorrenza. Gli imprenditori sotto questo rapporto agiscono 
come ceto e ognuno singolarmente mantiene la propria posizione. Una certa 
misura di profitto del capitale  una necessit per il genere di economia 
dominante." 

Purtroppo continuiamo ancora a non sapere in che modo gli imprenditori in 
concorrenza siano in condizione di valorizzare durevolmente il prodotto del 
lavoro al di sopra dei costi naturali di produzione.  impossibile che Dhring 
abbia una cos bassa opinione del suo pubblico da pascerlo della frase che il 
profitto sia al di sopra della concorrenza come al suo tempo il re di Prussia 
era al di sopra della legge. Gli espedienti con cui il re di Prussia raggiunse 
la sua posizione al di sopra della legge ci sono noti; gli espedienti con cui il 
profitto del capitale arriva ad essere pi forte della concorrenza, ecco 
precisamente ci che Dhring ci deve spiegare e che ostinatamente si rifiuta di 
spiegarci. Neanche pu avere qui nessuna importanza il fatto che, come egli 
dice, gli imprenditori agiscano sotto questo rapporto come ceto e che cos 
ognuno singolarmente mantenga la propria posizione. Dobbiamo forse credergli 
sulla parola che sia sufficiente che un certo numero di persone agiscano come 
ceto, perch ognuno singolarmente mantenga la propria posizione? I membri delle 
corporazioni medievali, i nobili francesi del 1789,  noto, agivano molto 
decisamente come ceto, eppure andarono in rovine. Pure l'esercito prussiano a 
Jena [29] agiva come ceto, ma, invece di mantenere la sua posizione, dovette 
prendere la fuga e poi, perfino, capitolare a pezzi. Egualmente non pu bastarci 
l'assicurazione che una certa misura di profitto del capitale sia una necessit 
per il genere di economia dominante: infatti si tratta precisamente di mostrare 
il perch di questo fatto. Non ci avviciniamo alla meta neanche di un passo 
allorch Dhring ci informa: 

"Il dominio del capitale si  sviluppato in connessione col dominio del 
suolo. Una parte dei lavoratori agricoli servi si  trasformata nelle citt 
in lavoratori dell'industria e finalmente in materiale di fabbrica. Dopo la 
rendita fondiaria si  formata, come una seconda forma della rendita del 
possesso, il profitto del capitale". 

Anche prescindendo dall'insensatezza storica di quest'affermazione, essa rimane 
sempre una semplice affermazione e si limita ad asserire ripetutamente ci che 
precisamente dovrebbe spiegare e dimostrare. Non possiamo quindi venire ad altra 
conclusione se non che Dhring  incapace di rispondere alla sua propria 
domanda: come gli imprenditori concorrenti siano in condizione di valorizzare 
durevolmente il prodotto del lavoro al di sopra dei costi naturali di 
produzione; cio egli  incapace di spiegare l'origine del profitto. Altro non 
gli resta che decretare senza tante storie: il profitto del capitale  il 
prodotto della forza, il che certamente si accorda con l'art. 2 della 
costituzione dhringiana della societ: la forza distribuisce. Certo tutto 
questo  detto molto bene, ma ora "sorge la questione": la forza distribuisce... 
che cosa? Deve esserci qualche cosa da distribuire, altrimenti anche la forza 
pi onnipotente con la pi grande buona volont non potrebbe distribuire niente. 
Il profitto che gli imprenditori concorrenti si mettono in tasca  qualche cosa 
di molto tangibile e di molto concreto, la forza lo pu prendere, ma non lo pu 
produrre. E se Dhring si rifiuta ostinatamente di spiegarci in che modo la 
forza prende il profitto dell'imprenditore, ci offre solo un silenzio di tomba 
come risposta alla domanda da dove lo prende. Dove non c' niente, l'imperatore, 
come ogni altro potere, perde il suo diritto. Da niente non nasce niente e 
specialmente non nasce profitto. Se la propriet capitalistica non ha nessun 
significato pratico e non si pu valorizzare sino a quando non vi sia egualmente 
incluso il potere indiretto sul materiale umano, immediatamente risorge la 
questione: in primo luogo come la ricchezza capitalistica abbia raggiunto questo 
potere, questione che non  affatto risolta con le poche asserzioni citate 
sopra; in secondo luogo come questo potere si trasformi in valorizzazione del 
capitale, del profitto; e in terzo luogo da dove essa prenda questo profitto. 
Da qualunque parte prendiamo l'economia dhringiana non faremo un passo avanti. 
Per tutte le cose spiacevoli, profitto, rendita fondiaria, salari di fame, 
asservimento del lavoratore, essa ha una sola parola di spiegazione: la forza e 
sempre di nuovo la forza, e la "collera violenta" di Dhring si risolve 
egualmente in collera contro la forza. Abbiamo visto in primo luogo che questo 
appello alla forza  un vano sotterfugio, un rinvio dal campo dell'economia a 
quello della politica, che non  in grado di spiegare nessun singolo fatto 
economico; e in secondo luogo che lascia senza spiegazione l'origine della forza 
stessa, e ci prudentemente perch altrimenti dovrebbe arrivare al risultato che 
ogni forza sociale e ogni potere politico hanno la loro origine in condizioni 
economiche preliminari, nei modi di produzione e di scambio, dati dalla storia 
della societ in ogni periodo. 
Vediamo tuttavia se ci sar possibile strappare all'inesorabile "profondissimo 
fondatore" dell'economia qualche altra ulteriore delucidazione sul profitto. 
Forse ci riuscir se affronteremo la sua trattazione del salario. A p. 158 ci si 
dice: 

"Il salario  la paga per il mantenimento della forza-lavoro e deve esser 
considerato esclusivamente come base della rendita fondiaria e del profitto 
del capitale. Per intendere con assoluta chiarezza i rapporti esistenti in 
questo campo, si immagini la rendita fondiaria e ulteriormente anche il 
profitto del capitale nella loro prima apparizione nella storia, senza 
salario, quindi sulla base della schiavit e della servit (...) Che debba 
essere mantenuto lo schiavo o il servo o il lavoratore salariato, ci 
determina una differenza solo nel modo e nella maniera in cui grava sui 
costi di produzione. In ogni caso l'utile netto ottenuto mediante 
l'utilizzazione della forza-lavoro, costituisce il reddito del datore di 
lavoro (...) Si vede dunque che (...) specificamente la contrapposizione 
fondamentale mediante la quale da una parte sta una specie qualsiasi di 
rendita del possesso e dall'altra il lavoro assoldato e privo di possesso 
non pu cogliersi esclusivamente in uno dei membri di questa 
contrapposizione, ma in ogni caso solo e sempre in entrambi ad un tempo". 

Ma rendita del possesso , come apprendiamo a p. 188, una espressione comune per 
rendita fondiaria e profitto del capitale. Inoltre a p. 174 ci si dice: 

"Il carattere del profitto del capitale  un'appropriazione della parte 
principale dell'utile della forza-lavoro. Il profitto del capitale  
impensabile senza il correlativo del lavoro assoggettato direttamente o 
indirettamente in una forma qualsiasi". 

E a p. 183: 

Il salario " in ogni caso null'altro che una paga per mezzo della quale 
devono essere assicurati in generale il mantenimento e la possibilit di 
riproduzione dell'operaio". 

E finalmente a p. 195: 

"La porzione spettante alla rendita fondiaria  necessariamente perduta per 
il salario e viceversa la porzione del generale rendimento (!) che tocca al 
lavoro deve essere sottratta ai redditi del possesso". 

Dhring ci fa passare di sorpresa in sorpresa. Nella teoria del valore e nei 
capitoli seguenti sino alla dottrina della concorrenza inclusa, quindi da p. 1 a 
p. 155, i prezzi delle merci o valori si dividevano in primo luogo nei costi 
naturali di produzione o valore di produzione, cio spese in materie prime, 
mezzi di lavoro e salario e, in secondo luogo, nell'aggiunta o valore di 
distribuzione, i tributi estorti con la spada in pugno a vantaggio della classe 
dei monopolisti; aggiunta che, come abbiamo visto, in realt non poteva cambiare 
niente nella distribuzione della ricchezza, poich doveva restituire con una 
mano quello che prendeva con l'altra e che inoltre, date le informazioni che 
Dhring ci fornisce sulla sua origine e sul suo contenuto, sorgeva dal nulla e 
perci in nulla consisteva. Nei due capitoli seguenti che trattano delle specie 
del reddito, quindi da p. 156 a p. 217, non si parla pi di aggiunta. Invece, il 
valore di ogni prodotto del lavoro, e quindi di ogni merce, si divide nelle 
seguenti parti: in primo luogo, in costi di produzione, in cui  compreso anche 
il salario pagato e, in secondo luogo, in "utile netto ottenuto mediante 
l'utilizzazione della forza-lavoro" e che costituisce il reddito del datore di 
lavoro. E questo utile netto ha una fisionomia assolutamente nota che nessun 
tatuaggio e nessuna verniciatura pu nascondere. "Per intendere con assoluta 
chiarezza i rapporti esistenti in questo campo" il lettore immagini che i passi 
di Dhring or ora citati siano stampati di fronte a quelli precedentemente 
citati di Marx, riguardanti il pluslavoro, il plusprodotto, il plusvalore: 
trovate allora che alla sua maniera qui Dhring ha completamente copiato il 
"Capitale". 
Il pluslavoro in qualsiasi forma, sia esso schiavit, servit o lavoro 
salariato, viene riconosciuto da Dhring come fonte di reddito di tutte le 
classi sinora dominanti: questo concetto  preso dal passo del "Capitale", p. 
227, pi volte riportato: il capitale non ha inventato il pluslavoro, ecc. 
[114]. E l'"utile netto", che costituisce "il reddito del datore di lavoro", che 
cosa  se non l'eccedenza del prodotto del lavoro sul salario, il quale ultimo, 
anche per Dhring, malgrado il suo superfluo travestimento in paga, deve 
assicurare in generale il mantenimento e la possibilit di riproduzione 
dell'operaio? Come pu avvenire l'"appropriazione della parte principale 
dell'utile della forza-lavoro", se non per il fatto che il capitalista, come per 
Marx, spreme dall'operaio pi lavoro di quello che  necessario per la 
riproduzione dei mezzi di sussistenza consumati da quest'ultimo, cio per il 
fatto che il capitalista fa lavorare l'operaio pi tempo di quanto non sia 
necessario per sostituire il valore del salario pagato all'operaio? Quindi 
prolungamento della giornata lavorativa al di l del tempo necessario per la 
riproduzione della sussistenza dell'operaio: il pluslavoro di Marx; questo e 
nient'altro  ci che si cela dietro l'"utilizzazione della forza-lavoro" di 
Dhring. E il suo "utile netto", del datore di lavoro, in che cos'altro pu 
essere rappresentato se non nel plusprodotto e nel plusvalore di Marx? E che 
cos'altro se non la sua inesatta formulazione distingue la rendita del possesso 
di Dhring dal plusvalore di Marx? Del resto il nome "rendita del possesso" 
Dhring lo ha preso a prestito da Rodbertus, il quale, nella sola espressione 
rendita, gi aveva riunito la rendita fondiaria e la rendita del capitale o 
profitto del capitale, di guisa che Dhring non ha avuto che da aggiungere la 
parola: "possesso" [*6]. E perch non rimanga nessun dubbio sul plagio, Dhring 
riassume alla sua maniera le leggi sulle variazioni di grandezza del prezzo 
della forza-lavoro e del plusvalore, esposte da Marx nel XV capitolo (p. 539 e 
sgg. Del "Capitale") [115], dicendo che la porzione che tocca alla rendita del 
possesso va perduta per il salario e viceversa e riduce cos ad una vuota 
tautologia le leggi singole, cos ricche di contenuto, formulate da Marx; 
infatti  evidente per se stesso che se una grandezza data si divide in due 
parti, l'una di queste parti non pu crescere senza che l'altra diminuisca. E 
cos  riuscito a Dhring di appropriarsi le idee di Marx in una maniera in cui 
va completamente perduto il "procedimento scientifico definitivo e rigoroso nel 
senso in cui  inteso dalle scienze esatte" che si trova certamente 
nell'esposizione di Marx. 
Non possiamo quindi fare a meno di ammettere che il terribile baccano che 
Dhring fa nella "Storia critica" a proposito del "Capitale", e specialmente la 
polvere che solleva con la famosa questione a cui il plusvalore d origine e che 
meglio avrebbe fatto a non porre, dato che egli stesso non sa rispondere; che 
tutte queste cose sono solo astuzie di guerra, abili espedienti per nascondere 
il plagio grossolano che delle idee di Marx egli commette nel suo "Corso". 
Dhring aveva in effetti tutte le ragioni di mettere in guardia i suoi lettori 
dall'occuparsi "di quel groviglio che Marx chiama capitale", di metterli in 
guardia contro i prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche, contro le 
confuse, nebulose idee e le fandonie hegeliane, ecc. La Venere contro cui questo 
fedele Eckart mette in guardia la giovent tedesca, era andato egli stesso a 
prenderla dalle riserve di Marx e l'aveva silenziosamente portata al sicuro per 
proprio uso e consumo. Congratuliamoci con lui per questo utile netto ottenuto 
mediante l'utilizzazione della forza-lavoro di Marx e per la luce particolare 
che la sua appropriazione del plusvalore di Marx sotto il nome di rendita del 
possesso getta sui motivi della sua falsa affermazione, ostinata perch ripetuta 
in due edizioni, che Marx intenda per plusvalore solo il profitto o utile del 
capitale. 

"Secondo il modo di vedere di" Dhring "il salario rappresenta solamente il 
pagamento di quel tempo di lavoro in cui l'operaio  effettivamente attivo 
per rendere possibile la propria esistenza. Ora per questo  sufficiente un 
numero di ore alquanto piccolo; tutto il resto della giornata lavorativa, 
spesso molto prolungata, fornisce spesso un'eccedenza nella quale  
contenuta quella che dal nostro autore viene chiamata" rendita del possesso. 
" Prescindendo dal tempo di lavoro che in ogni grado della produzione  gi 
contenuto nei mezzi di lavoro e nelle relative materie prime, 
quell'eccedenza della giornata lavorativa rappresenta la parte 
dell'imprenditore capitalista. Il prolungamento della giornata lavorativa 
costituisce perci un guadagno di puro sfruttamento a beneficio del 
capitalista. L'odio velenoso che" Dhring "nutre per questo modo di 
intendere lo sfruttamento  fin troppo comprensibile...". 

Meno comprensibile  invece come egli possa ora arrivare alla sua "collera pi 
violenta". 


 
 
IX. Leggi naturali dell'economia. Rendita fondiaria
 
  
Sinora con tutta la buona volont non abbiamo potuto scoprire se Dhring arrivi 
"a presentarsi" nel campo dell'economia "pretendendo di avere apportato un nuovo 
sistema non solo adeguato all'epoca, ma di valore decisivo per l'epoca". Ma ci 
che non siamo riusciti a vedere n nella teoria della violenza n a proposito 
del valore e del capitale, forse ci salter agli occhi con solare evidenza 
quando considereremo le "leggi naturali dell'economia" stabilite da Dhring. 
Infatti, esprimendosi con quell'originalit e quell'accuratezza che gli sono 
abituali, egli dice che 

"il trionfo dei pi elevati procedimenti scientifici consiste nel sorpassare 
le semplici descrizioni e suddivisioni della materia per cos dire in quiete 
e arrivare alle conoscenze vive che illuminano la genesi delle cose. La 
conoscenza delle leggi  perci la pi perfetta, perch ci mostra come un 
fenomeno sia condizione dello svolgersi di un altro". 

Subito, la prima legge naturale di tutta l'economia  stata scoperta proprio da 
Dhring. 

Adam Smith "stranamente non solo non ha assegnato una funzione preminente al 
fattore pi importante di ogni sviluppo economico, ma ha anche del tutto 
trascurato di darne una formulazione particolare, abbassando cos 
involontariamente ad una funzione di secondo piano quella che aveva forza 
impresso la sua impronta sul moderno sviluppo dell'Europa". 

Questa "legge fondamentale che deve avere una funzione preminente  quella 
dell'equipaggiamento tecnico, anzi si potrebbe dire dell'armamento della forza 
economica naturale dell'uomo". Questa "legge fondamentale" scoperta da Dhring  
cos formulata: 
Legge n 1: "La produttivit dei mezzi economici, delle risorse della natura e 
della forza dell'uomo, viene accresciuta da invenzioni e scoperte." 
Siamo sbalorditi. Dhring ci tratta come in Molire quel celebre capo ameno 
tratta il neoblasonato cui annunzia la novit che costui aveva per tutta la vita 
parlato in prosa senza saperlo [72]. Che invenzioni e scoperte accrescano in 
molti casi la forza produttiva del lavoro (in molti casi per non lo accrescono 
affatto, come prova la gran quantit di carta straccia negli uffici di tutti gli 
uffici brevetti del mondo) lo sappiamo da un pezzo; ma che questa vecchissima 
banalit sia la legge fondamentale di tutta l'economia, questa luminosa 
spiegazione la dobbiamo a Dhring. Se "il trionfo dei pi elevati procedimenti 
scientifici", nell'economia come nella filosofia, consiste solo nel dare un nome 
roboante al primo luogo comune che capita e strombazzarlo come legge di natura o 
addirittura legge fondamentale, allora il "fondare su basi profonde" e 
rivoluzionarie la scienza sar possibile a chiunque, anche alla redazione della 
"Volks-Zeitung" di Berlino [116]. Saremmo allora costretti "con ogni rigore" ad 
applicare allo stesso Dhring il giudizio di Dhring su Platone: "Se questa ha 
da essere scienza economica, l'autore delle" fondazioni critiche [117] "la 
condivide con ogni persona che in genere abbia occasione di pensare" o anche 
solo di dire qualcosa "su ci che gli capita tra le mani". Se per es. diciamo 
che gli animali mangiano, nella nostra innocenza pronunciamo con tutta calma una 
grande parola; infatti basta che diciamo che il mangiare  una legge 
fondamentale di tutta la vita animale, e abbiamo rivoluzionato tutta la 
zoologia. 
Legge n 2. Divisione del lavoro: "La separazione dei rami professionali e la 
divisione delle attivit eleva la produttivit del lavoro". Nella misura in cui 
 esatto, questo principio dopo Adam Smith  ugualmente un luogo comune. La 
misura in cui  esatto sar mostrata nella terza sezione. 
Legge n 3: "Distanza e trasporto sono le cause principali che ostacolano o 
favoriscono la cooperazione delle forze produttive." 
Legge n 4: "Lo Stato industriale ha una capacit di popolazione 
incomparabilmente maggiore dello Stato agricolo." 
Legge n 5: "Nell'economia niente accade senza un interesse materiale." 
Ecco le "leggi naturali" sulle quali Dhring fonda la sua nuova economia. Egli 
resta fedele al suo metodo gi esposto nella filosofia. Pochi trismi, della pi 
sconsolata banalit, spesso anche malamente esposti, formano anche nell'economia 
gli assiomi che non abbisognano di alcuna dimostrazione, i principi 
fondamentali, le leggi naturali. Col pretesto di sviluppare il contenuto di 
queste leggi che non hanno nessun contenuto viene qui sfruttata l'occasione per 
una lunga chiacchierata di economia sui diversi temi, i cui nomi appaiono in 
queste pretese leggi, quindi su invenzioni, divisione del lavoro, mezzi di 
trasporto, popolazione, interesse, concorrenza, ecc., chiacchierata la cui 
piatta trivialit  solo condita da una magniloquenza degna di un oracolo e qua 
e l da un'errata interpretazione o da un pretenzioso sofisticare su 
sottigliezze casistiche di tutti i generi. Dopo, arriviamo finalmente alla 
rendita fondiaria, al profitto del capitale e al salario, e poich in ci che 
precede abbiamo considerato solo queste due ultime forme di appropriazione, 
vogliamo ora, a conclusione, indagare brevemente anche la concezione dhringiana 
della rendita fondiaria. 
Lasceremo da parte tutti quei punti nei quali Dhring non fa che trascrivere il 
suo predecessore Carey; non dobbiamo qui occuparci di Carey, n difendere la 
concezione ricardiana della rendita fondiaria dalle distorsioni e dalle 
stoltezze di Carey. A noi interessa solo Dhring, e costui definisce la rendita 
fondiaria come "quel reddito che il proprietario come tale trae dal fondo". 
Dhring senz'altro traduce il concetto di rendita fondiaria, che egli deve 
sottoporre a indagine, dal linguaggio giuridico e in questo modo ne sappiamo 
quanto prima. Il nostro profondo fondatore, bene o male, deve degnarsi di darci 
perci ulteriori schiarimenti. Egli confronta l'affitto di un fondo rustico ad 
un fittavolo col prestito di un capitale ad un imprenditore, ma presto trova che 
questo paragone, come parecchi altri, zoppica. Infatti, egli dice, 

"se si volesse andare oltre nell'analogia, l'utile che resta al fittavolo, 
dopo il pagamento della rendita fondiaria, dovrebbe corrispondere a quel 
residuo di utile del capitale che tocca all'imprenditore che usa il 
capitale, dopo la corresponsione degli interessi. Ma non si ha l'abitudine 
di considerare gli utili dei fittavoli come il reddito principale e la 
rendita fondiaria come un residuo (...) Una prova della diversit della 
concezione che se ne ha  il fatto che nella dottrina della rendita 
fondiaria il caso della conduzione in proprio non  contrassegnato 
particolarmente e che non ha un peso speciale la differenza quantitativa tra 
la rendita che si produce nella forma di conduzione ad affittanza e una 
rendita che viene prodotta nella forma della conduzione in proprio. Per lo 
meno non si  trovato un motivo per pensare che la rendita prodotta dalla 
conduzione in proprio sia divisa in modo tale che, per cos dire, un 
elemento rappresenti l'interesse dell'apprezzamento della terra e l'altro il 
profitto supplementare dell'impresa. Prescindendo dal capitale proprio che 
il fittavolo apporta sembra che il suo utile specifico si debba considerare 
per lo pi come una forma di salario. Pure  pericoloso voler affermare 
qualche cosa su questo argomento, perch la questione non  stata affatto 
posta con questa precisione. Dovunque si tratta di aziende piuttosto grandi 
si potr vedere con facilit che non  possibile considerare come salario 
l'utile specifico del fittavolo. Questo utile, cio,  basato esso stesso 
sull'antagonismo con la forza-lavoro agricola, il cui sfruttamento soltanto 
rende possibile questa forma di provento.  evidentemente una porzione di 
rendita quella che rimane nelle mani del fittavolo e che decurta la rendita 
integrale che si sarebbe ottenuta con la conduzione in proprio". 

La teoria della rendita fondiaria  una parte dell'economia specificamente 
inglese e non potrebbe non esserlo perch solo in Inghilterra  esistito il modo 
di produzione nel quale la rendita si  separata anche effettivamente dal 
profitto e dall'interesse.  noto che in Inghilterra domina la grande propriet 
e la grande coltivazione agricola. I proprietari terrieri affittano le loro 
terre in grandi e spesso grandissimi appezzamenti ad affittuari che sono 
provvisti di capitale sufficiente per la loro conduzione e che non lavorano essi 
stessi come i nostri contadini, ma, come veri e propri imprenditori 
capitalistici, impiegano il lavoro di servi della fattoria e di giornalieri. Qui 
abbiamo dunque le tre classi della societ borghese e il reddito peculiare di 
ciascuna di esse: il proprietario terriero che percepisce la rendita fondiaria, 
il capitalista che percepisce il profitto e l'operaio che percepisce il salario. 
Non  mai accaduto ad un economista inglese di ritenere che, come sembra a 
Dhring, l'utile del fittavolo sia una forma di salario; e tanto meno ancora 
poteva essere pericoloso per questo economista affermare che il profitto del 
fittavolo sia ci che irrefutabilmente, evidentemente e concretamente esso , 
cio profitto del capitale.  addirittura ridicolo il dire qui che la questione 
sul che cosa propriamente sia l'utile del fittavolo non sia mai stata posta con 
questa precisione. In Inghilterra non c' neanche bisogno di porsi questa 
questione: la questione cos come la sua soluzione esistono gi nella realt da 
lungo tempo e dopo Adam Smith non  mai sorto alcun dubbio in proposito. 
Il caso della conduzione in proprio, come dice Dhring, o piuttosto della 
conduzione effettuata da amministratori per conto del proprietario terriero, 
come in realt accade in molte parti della Germania, non modifica affatto la 
cosa. Se il proprietario terriero fornisce anche il capitale e fa coltivare per 
suo conto, intasca, oltre alla rendita fondiaria, anche il profitto del 
capitale, come  ovvio e non pu affatto essere diversamente, dato il modo di 
produzione odierno. E se Dhring afferma che sinora non si  trovato il motivo 
di pensare di dividere in due parti la rendita proveniente dalla conduzione in 
proprio (si dovrebbe dire reddito), questa affermazione  semplicemente falsa e 
nel migliore dei casi dimostra ancora una volta solo la sua ignoranza. Per 
esempio: 

"Il reddito che si ricava dal lavoro si chiama salario, quello che ricava 
chi impiega capitale si chiama profitto (...) il reddito che proviene 
esclusivamente dal suolo si chiama rendita e appartiene al proprietario 
terriero (...) Se queste diverse forme di reddito toccano a persone diverse, 
 facile distinguerle, se invece toccano alla stessa persona, vengono 
spesso, almeno nel linguaggio comune, confuse l'una con l'altra. Un 
proprietario terriero che conduca in proprio una parte del suo terreno, 
sottratte le spese di produzione, dovrebbe ricevere sia la rendita del 
proprietario terriero che il profitto del fittavolo. Invece egli, almeno nel 
linguaggio comune,  portato a chiamare profitto tutto il suo utile, e cos 
a confondere la rendita con il profitto. La maggior parte dei nostri 
piantatori dell'America del nord e dell'India occidentale sono in questa 
condizione; i pi coltivano i propri possedimenti e cos accade che 
raramente sentiamo parlare della rendita di una piantagione, e 
frequentemente invece del profitto che essa rende (...) Un giardiniere che 
coltivi con le sue mani il proprio giardino,  in una sola persona 
proprietario terriero, fittavolo e giornaliero. Il suo prodotto deve 
pagargli perci la rendita del primo, il profitto del secondo e il salario 
del terzo. Il tutto per passa abitualmente per il guadagno del suo lavoro. 
Rendita e profitto, in questo caso, vengono confusi col salario". 

Questo passo si trova nel capitolo sesto del primo libro di Adam Smith [118]. Il 
caso della conduzione in proprio  stato indagato quindi gi da cento anni e i 
pericoli e le incertezze che qui suscitano tante preoccupazioni in Dhring 
sorgono unicamente dalla sua propria ignoranza. 
In ultimo con un colpo ardito si tira fuori dall'impaccio: l'utile del fittavolo 
 basato sullo sfruttamento della "forza-lavoro agricola", ed  perci 
evidentemente una "porzione di rendita" della quale "viene decurtata" la 
"rendita integrale" che precisamente doveva fluire nelle tasche del proprietario 
terriero. Con ci veniamo a sapere due cose. In primo luogo che il fittavolo 
"decurta" la sua rendita del proprietario terriero, cosicch per Dhring non  
il fittavolo che come si  pensato sinora, paga la rendita al proprietario 
terriero, ma  il proprietario terriero che la paga al fittavolo... certo 
un'"idea originale dalle fondamenta". E in secondo luogo veniamo a sapere 
finalmente che cosa secondo Dhring sia la rendita fondiaria; ossia il 
plusprodotto totale dell'agricoltura ottenuto mediante lo sfruttamento del 
lavoro agricolo. Ma, poich sinora questo plusprodotto nell'economia, tranne che 
in taluni economisti volgari, si divide in rendita fondiaria e profitto del 
capitale, dobbiamo constatare che neanche per la rendita fondiaria Dhring 
"accetta il concetto comunemente corrente". 
Quindi, rendita fondiaria e profitto del capitale si distinguono per Dhring 
solo per il fatto che la prima si realizza nell'agricoltura e l'altro 
nell'industria o nel commercio. Ad una tale concezione acritica e confusa 
Dhring arriva necessariamente. Abbiamo visto che egli  partito da quella 
"concezione veramente storica" per la quale il dominio sul suolo si costituisce 
solo mediante il dominio sull'uomo. Quindi, appena il suolo viene coltivato per 
mezzo di una qualche forma di lavoro servile, sorge un'eccedenza per il 
proprietario terriero, e questa eccedenza  precisamene la rendita, come 
nell'industria l'eccedenza del prodotto del lavoro sull'utile del lavoro  il 
profitto del capitale. 

"in primo luogo  chiaro che la rendita fondiaria esiste in notevole misura 
sempre e dovunque l'agricoltura sia condotta mediante una delle forme di 
assoggettamento del lavoro." 

Con questa rappresentazione della rendita come il complesso dell'intero 
plusprodotto ottenuto nell'agricoltura, Dhring urta da una parte contro il 
profitto del fittavolo inglese e, dall'altra, contro il concetto tratto da 
questo, accettato dall'economia classica, della divisione di quel plusprodotto 
in rendita fondiaria e profitto del fittavolo, e quindi contro alla pura e 
precisa concezione della rendita. Che cosa fa Dhring? Si comporta come se non 
sapesse una sola parola della divisione del plusprodotto agricolo in profitto 
del fittavolo e in rendita fondiaria e quindi tutta la teoria della rendita 
dell'economia classica, come se in tutta l'economia la questione di che cosa 
puramente sia il profitto del fittavolo non fosse mai stata posta "con questa 
precisione", come se si trattasse di un argomento assolutamente inesplorato di 
cui non si conoscono che parvenze e punti oscuri. E fugge dalla fastidiosa 
Inghilterra dove il plusprodotto dell'agricoltura, assolutamente senza 
l'intervento di qualsiasi scuola teorica, viene cos spietatamente diviso nei 
suoi elementi costitutivi: rendita fondiaria e profitto del capitale; fugge 
verso le contrade care al suo cuore, nelle quali vige il Landrecht prussiano, 
nelle quali la conduzione in proprio  nella sua piena fioritura patriarcale, 
dove "il proprietario terriero intende per rendita gli introiti dei suoi 
terreni" e dove l'opinione che i signori Junker hanno della rendita pretende 
ancora di essere decisiva per la scienza, dove quindi Dhring pu ancora sperare 
di farsi largo con le sue idee confuse sulla rendita e il profitto e perfino di 
trovar credito per la sua recentissima scoperta che la rendita fondiaria non 
viene pagata dal fittavolo al proprietario terriero, ma dal proprietario 
terriero al fittavolo. 
  
Note
101. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., pp. 179-80. 
102. Ibid., p. 196. 
103. Ibid., pp. 199-200. 
104. Ibid., p. 203 
105. Ibid., p. 201. 
106. Ibid., p. 202. 
107. Ibid., p. 269. 
108. Ibid., p. 239, nota 22. 
109. Ibid., p. 253. 
110. Ibid., p. 572. 
111. Ibid. 
112. Ibid., pp. 621-622. 
59. Nella prefazione (25 luglio 1867) alla prima edizione del "Capitale" Marx 
scrisse: "Il secondo volume di questo scritto tratter il processo di 
circolazione del capitale (libro II), e le formazioni del processo complessivo 
(libro III); il volume terzo, conclusivo (libro IV) tratter la storia della 
teoria". Dopo la morte di Marx, Engels pubblic i libri II e III come secondo e 
terzo volume. Egli non arriv a pubblicare l'ultimo libro, il IV (Teorie sul 
plusvalore). 
113. Ibid., pp. 355-356 
113b. Giosu (cui la Bibbia dedica un intero libro) fu successore di Mos nella 
reggenza di Israele attorno al XIII secolo a.C. Guid la conquista della 
Palestina. "Miracolosa" la sua vittoria a Gerico. 
29. Ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, truppe russe e austriache si scontrarono 
con le truppe francesi di Napoleone, che riport la vittoria. La battaglia di 
Jena, combattuta il 14 ottobre 1806 tra l'esercito francese di Napoleone e le 
truppe prussiane, si concluse con la disfatta di queste ultime e port alla 
capitolazione della Prussia. La battaglia di Kniggrtz, il 3 luglio 1866, 
decise la vittoria della Prussia nella guerra austro-prussiana;  ricordata 
anche come battaglia di Sedowa. Nella battaglia di Sedan il 1 e il 2 settembre 
1870, scontro decisivo della guerra franco-tedesca del 1870-71, le truppe 
tedesche sconfissero l'esercito francese di Mac-Mahon e lo costrinsero alla 
capitolazione. 
114. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 269. 
*6. E neanche questo. Rodbertus dice ("Lettere sociali", 2a lettera, p.59): 
"Secondo questa" (sua) "teoria  rendita ogni reddito che viene percepito senza 
lavoro proprio, unicamente in base ad un possesso". 
115. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., pp. 567 e sgg. 
72. Vedi la commedia di Molire "Il borghese gentiluomo", atto II, scena 4. 
116. La "Volks-Zeitung", quotidiano democratico, usc a Berlino a partire dal 
1853. Nella sua lettera a Marx del 15 settembre 1860 Engels scrive dei "noiosi 
pettegolezzi" e della "idiota seccanteria" di questo giornale. 
117. Allusione alla "Kritische Grundelgung der Wolkswirthschaftslehre" di 
Dhring, il quale si riferisce a questo suo scritto nell'introduzione alla 
seconda edizione della qui citata "Kritische Geschichte...". 
118. Adam Smith, "An inquiry...", volume 1, pp. 63-65, I corsivi sono di Engels. 

  
 

Anti-Dhring
Seconda Sezione: Economia
  
X. Dalla "Storia critica"
  
Diamo infine ancora uno sguardo alla "Storia critica dell'economia politica", a 
"questa impresa" di Dhring che, come egli dice, "assolutamente non ha 
precedenti". Forse qui finalmente incontreremo quei procedimenti scientifici 
definitivi e rigorosissimi che tante volte ci sono stati promessi. 
Dhring d molta importanza alla scoperta che la "dottrina dell'economia"  un 
"fenomeno straordinariamente moderno" (p. 12). 
In effetti Marx nel "Capitale" ci dice: "L'economia politica (...) solo nel 
periodo manifatturiero prende piede come scienza speciale" [119], e in "Per la 
critica dell'economia politica" leggiamo a p. 29 che "l'economia classica (...) 
ha inizio in Inghilterra con William Petty e in Francia con Boisguillebert e ha 
termine in Inghilterra con Ricardo e in Francia con Sismondi" [120]. Dhring 
segue questo cammino che gli  stato tracciato, solo che per lui l'economia 
superiore comincia solo con i miserabili aborti che la scienza borghese ha messo 
al mondo dopo la fase del suo periodo classico. Per contro, a conclusione della 
sua introduzione ha tutto il diritto di proclamare trionfante: 

"Ma se questa impresa gi nelle sue particolarit esteriormente percepibili 
e nella parte pi recente del suo contenuto non ha assolutamente 
predecessori,  ancora molto pi specificamente mia per i suoi interiori 
punti di vista critici e per la sua posizione generale" (p. 9). 

Nei fatti egli avrebbe potuto annunziare, sia nell'aspetto interno che 
nell'aspetto esterno, la sua "impresa" (l'espressione industriale non  mal 
scelta) col titolo: L'unico e la sua propriet [45]. 
Poich l'economia politica, quale si  presentata nella storia, in realt non  
altro che la conoscenza scientifica dell'economia del periodo di produzione 
capitalistico, principi e teoremi che ad essa si riferiscono si possono trovare 
per es. negli scrittori della societ greca antica solo nella misura in cui 
certi fenomeni, come produzione di merci, commercio, denaro, capitale fruttante 
interessi ecc., sono comuni alle due societ. Nella misura in cui i greci fanno 
incursioni occasionali in questo campo, mostrano la stessa genialit e 
originalit che mostrano negli altri campi. Le loro intuizioni costituiscono 
perci storicamente i punti di partenza teorici della scienza moderna. 
Ascoltiamo ora Dhring, storiografo universale: 

"Conseguentemente non avremmo da riferire nulla di positivo riguardo 
specificamente (!) alla teoria scientifica dell'economia dell'antichit, e 
il medioevo, completamente privo di ogni scienza, ci offre per questo" (per 
questo, cio per non riferire nulla!) "appigli ancora molto minori. Ma 
poich la maniera di trattare le cose che vanamente fa mostra di una 
parvenza di erudizione (...) ha sfigurato il carattere puro della scienza 
moderna, a titolo di informazione si dovranno almeno portare alcuni esempi". 

E Dhring porta allora esempi di una critica che in realt  immune anche dalla 
"parvenza di erudizione". 
Il principio di Aristotele che 

"duplice  l'uso di ogni bene, l'uno  proprio della cosa in quanto tale e 
l'altro no, cos un sandalo pu servire per essere calzato o per essere 
scambiato; entrambi sono modi di uso del sandalo, infatti anche colui che 
scambia il sandalo con qualche cosa di cui  privo, denaro o nutrimento, usa 
il sandalo come sandalo, ma non nel suo modo di uso naturale, poich esso 
non esiste in vista dello scambio" [121], 

questo principio, secondo Dhring, "non solo  espresso in una maniera veramente 
triviale e pedantesca", ma coloro che trovano qui "una distinzione tra valore 
d'uso e valore di scambio", cadono inoltre anche nel "ridicolo" di dimenticare 
che "nell'epoca pi recente" e "nel quadro del sistema pi avanzato" 
-naturalmente quello di Dhring- valore d'uso e valore di scambio hanno fatto 
tutti il loro tempo. 

"Negli scritti di Platone sullo Stato si  (...) voluto trovare anche il 
capitolo moderno della divisione del lavoro nell'economia." 

questo probabilmente si riferisce al passo del "Capitale", cap. XII, 5, p. 369 
della seconda edizione [122], in cui invece si dimostra, al contrario, che la 
concezione dell'antichit della divisione del lavoro  "rigorosamente 
antitetica" a quella moderna. Un gesto di riprovazione e nient'altro merita per 
Dhring la presentazione di Platone, geniale per il suo tempo, della divisione 
del lavoro [123] come fondamento naturale della citt (che per i greci si 
identificava con lo Stato), e ci precisamente perch egli non fa menzione (ma 
la fa il greco Senofonte [124], sig. Dhring!) del 

"limite che l'ambito del mercato, volta per volta, pone all'ulteriore 
differenziazione professionale e alla divisione tecnica delle operazioni 
specifiche: l'idea di questo limite  quella conoscenza che sola permette 
che questa idea, che altrimenti a stento pu chiamarsi scientifica, si 
trasformi in una verit di grande rilievo economico". 

Il "professor" Roscher, tanto disdegnato da Dhring, ha in effetti tracciato 
questo "limite", soltanto col quale l'idea della divisione del lavoro pu 
diventare un'idea "scientifica" e perci ha fatto espressamente di Adam Smith lo 
scopritore della legge della divisione del lavoro [125]. In una societ in cui 
la produzione delle merci  il modo di produzione dominante, il "mercato", per 
parlare una volta anche noi alla maniera di Dhring,  un "limite" molto noto 
tra gli "uomini d'affari". Ma occorre molto di pi che "il sapere e l'istinto 
della routine" per vedere che non  stato il mercato a creare la divisione 
capitalistica del lavoro, ma che invece la dissoluzione di nessi sociali 
precedentemente esistenti e la divisione del lavoro che ne consegue hanno creato 
il mercato (cfr. "Capitale", I, cap. XXIV, 5: Creazione del mercato interno per 
il capitale industriale) [126]. 

"La funzione del denaro  stata in ogni epoca il primo e principale stimolo 
delle idee economiche (!). Ma che cosa sapeva un Aristotele di questa 
funzione? Evidentemente niente di pi di ci che  contenuto nell'idea che 
lo scambio in denaro ha tenuto dietro allo scambio naturale primitivo." 

Ma se "un" Aristotele si permette di scoprire le due differenti forme di 
circolazione del denaro: una in cui questo agisce come semplice mezzo di 
circolazione, l'altra in cui agisce come capitale monetario [127], in questo 
modo, secondo Dhring, egli esprime "solo un'antipatia morale". Se "un" 
Aristotele ardisce addirittura di voler analizzare il denaro nella sua 
"funzione" di misura del valore, e nei fatti pone rettamente questo problema 
cos decisivo per la dottrina della moneta [128], "un" Dhring volentieri tace 
su tutto, e certo per validi motivi reconditi, di una tale impertinente audacia. 

Risultato finale: nel modo in cui si rispecchia nell'"informazione" dhringiana, 
l'antichit greca possiede in realt solo "idee del tutto comuni" (p.25) posto 
che tale "maiserie" [sciocchezza] (p. 19) abbia in generale qualcosa in comune 
con delle idee, comuni o non comuni che siano. 
Il capitolo di Dhring sul mercantilismo lo si legge meglio nell'"originale", 
cio nel cap. 29 del "Sistema nazionale" di F. List: "Il sistema industriale 
detto impropriamente, dalla scuola, sistema mercantilistico". Con quanta cura 
anche qui Dhring sappia evira ogni "parvenza di erudizione" lo mostra, fra 
l'altro, quanto segue: 

List nel capitolo 28, "Gli economisti italiani", dice: 
"L'Italia ha preceduto tutte le nazioni moderne, tanto nella pratica che 
nella teoria dell'economia politica" 

e ricorda poi 

"la prima opera scritta in Italia sull'economia politica in particolare, lo 
scritto del napoletano Antonio Serra sui mezzi per procurare ai regni un 
abbondante afflusso di denaro (1613)" [129]. 
Dhring accetta tutto ci senza esitazione e conseguentemente pu 
considerare il "Breve trattato" di Serra "come una specie di iscrizione 
sulla soglia della preistoria moderna dell'economia". A tali "complimenti 
letterali" si limita in effetti il suo studio del "Breve trattato". 
Sfortunatamente la cosa nella realt  andata in modo diverso e nel 1609, 
quindi quattro anni prima del "Breve trattato", comparve "A Discourse of 
Trade ecc." di Thomas Mun. Il significato speciale di questo scritto, gi 
nella sua prima edizione, fu di essere stato diretto contro il primitivo 
sistema monetario che allora veniva ancora difeso in Inghilterra come prassi 
statale: quest'opera rappresenta quindi la secessione consapevole del 
sistema mercantile dal sistema da cui era nato. Gi nella sua prima forma lo 
scritto ebbe pi edizioni ed esercit un influsso diretto sulla 
legislazione. Nell'edizione del 1664, completamente rielaborata dall'autore 
e stampata dopo la sua morte, "England's Treasure ecc.", il libro rimase per 
altri cento anni il vangelo del mercantilismo. Se quindi il mercantilismo ha 
un'opera che fa epoca "come una specie di iscrizione sulla soglia", 
quest'opera  quella di cui parliamo e proprio perci essa non esiste 
affatto per "la storia" di Dhring "che osserva con molta cura i gradi di 
importanza". 

Del fondatore dell'economia politica moderna, Petty, Dhring ci fa saper che 
egli aveva "una maniera di pensare discretamente superficiale", inoltre, 
"assenza di quel senso di distinzione interna e sottile dei concetti"... una 
"versatilit che conosce molto, ma che passa facilmente da una cosa all'altra 
senza metter radici in nessuna idea che abbia un carattere di qualche 
profondit"... il suo "procedimento riguardo all'economia  ancora molto rozzo" 
e "arriva a delle ingenuit, il cui contrasto (...) pu anche occasionalmente 
divertire il pensatore serio". Che inapprezzabile degnazione, quindi, che il 
"serio pensatore" Dhring si abbassi a prender nota di "un Petty"! E come ne 
prende nota? 
I principi di Petty "sul lavoro e persino sul tempo di lavoro come misura del 
valore, in cui in lui si (...) trovano tracce imperfette" non vengono mai 
ulteriormente ricordati tranne che in questa proposizione tracce imperfette. Nel 
suo "Tractise on Taxes and Cntributions" (prima edizione 1662) Petty d 
un'analisi assolutamente chiara ed esatta della grandezza del valore delle 
merci. Illustrando anzitutto questo concetto con la eguaglianza di valore tra 
metalli nobili e grano, che costino la stessa quantit di lavoro, egli pronunzia 
la parola "teorica" definitiva sul valore dei metalli nobili. Ma egli enuncia 
anche con precisione e con valore universale che i valori delle merci sono 
misurati per mezzo di lavoro eguale (equal labor). Egli applica la sua scoperta 
alla soluzione di problemi diversi, e in parte molto intricati e, in diverse 
occasioni e in diversi scritti, anche dove questa legge fondamentale non  
ripetuta, trae in certi punti da essa conseguenze importanti. Ma gi nel suo 
primo scritto egli dice: 

"Questa", la valutazione mediante lavoro eguale, "io affermo,  il 
fondamento dell'equiparazione e della misurazione dei valori; tuttavia nella 
sovrastruttura e nell'applicazione pratica di essa, lo confesso, c' molta 
variet e molta complessit" [130]. 

Petty  dunque consapevole sia dell'importanza della sua scoperta, sia, e nella 
stessa misura, della difficolt della sua utilizzazione nei particolari. Perci 
cerca anche un'altra via per raggiungere certi fini di dettaglio. Si tratta cio 
di trovare un rapporto di eguaglianza naturale (a natural Par) tra suolo e 
lavoro, di guisa che il valore possa esser espresso a piacere "in ognuno dei due 
termini, o meglio ancora in entrambi". Lo stesso errore  geniale. 
Dhring fa quest'acuta annotazione alla teoria del valore di Petty: 

"Se egli stesso avesse pensato con pi acutezza, non sarebbe affatto 
possibile trovare in altri passi tracce di una concezione opposta, che  
stata ricordata precedentemente", 

cio di cui "precedentemente" non  stato ricordato altro se non che le "tracce" 
sono "imperfette".  questo un modo di fare molto caratteristico di Dhring, 
"precedentemente" allude a qualche cosa con una frase vuota, per far credere 
"posteriormente" al lettore di aver avuto gi "precedentemente" conoscenza 
dell'essenziale, su cui il predetto autore, in effetti, sia precedentemente che 
posteriormente sorvola. 
Ora, in Adam Smith si trovano non solo "tracce" di "concezioni antitetiche" sul 
concetto di valore, e non solo due, ma perfino tre, e rigorosamente, perfino 
quattro concezioni grossolanamente antitetiche del valore, che si intrecciano 
tranquillamente l'una con l'altra. Ma ci  naturale nel fondatore dell'economia 
politica, il quale necessariamente saggia, esperimenta, lotta con un caos di 
idee ancora in formazione, pu sembrare strano in uno scrittore che sintetizza 
criticamente pi di un secolo e mezzo di indagini, dopo che i loro risultati, 
dai libri, sono gi passati in parte nella coscienza generale. E, per venire dal 
grande al piccolo, come abbiamo visto, lo stesso Dhring ci d, anche lui, 
cinque diverse specie di valore da scegliere a nostro piacere e con esse 
altrettante concezioni antitetiche. Certo, "se egli stesso avesse pensato con 
pi acutezza", non avrebbe sprecato tanta fatica per ricacciare i suoi lettori, 
dalla concezione perfettamente chiara di Petty sul valore, nella pi assoluta 
confusione. 
Un'opera veramente completa di Petty, dalla costruzione unitaria e armonica,  
il suo "Quantulumcumque concernine Money" pubblicato nel 1682, dieci anni dopo 
la sua "Anatomy of Ireland" (che apparve "per la prima volta" nel 1672 e non nel 
1691 come Dhring trascrive "dalle pi correnti compilazioni manualistiche") 
[131]. Le ultime tracce di idee mercantilistiche che si trovano in altri suoi 
scritti, qui sono completamente scomparse.  un piccolo capolavoro per forma e 
contenuto e proprio perci in Dhring non ne viene mai nominato neppure il 
titolo.  assolutamente naturale che, di fronte al pi generale e originale 
economista, una laboriosa mediocrit da maestro di scuola possa esprimere solo 
il suo ringhioso scontento e possa scandalizzarsi che le scintille luminose 
della teoria non si allineino tronfie e pettorute come "assiomi" bell'e fatti, 
ma sorgano invece sparpagliate dall'approfondimento di un "rozzo" materiale 
pratico, quali per es. le imposte. 
Petty, fondatore dell'"aritmetica politica", vulgo statistica,  trattato da 
Dhring nella stessa maniera in cui era trattato per i suoi lavori 
specificamente economici. Una sprezzante alzata di spalle sulla singolarit dei 
metodi usati da Petty! Considerando i metodi grotteschi applicati dallo stesso 
Lavoiser ancora cento anni pi tardi in questo campo [132], considerando la 
grande distanza dell'odierna statistica dalla meta che le aveva tracciato con 
tratti vigorosi Petty, una tale aria di superiorit compiaciuta di se stessa, 
due secoli post festum, appare in tutta la sua schietta stupidit. 
Le idee pi significative di Petty, di cui ben poco si pu notare nell'"impresa" 
di Dhring, sono per quest'ultimo solo trovate accidentali, idee fortuite, 
manifestazioni occasionali, alle quali solo nella nostra epoca si attribuisce, 
grazie a citazioni estratte dal loro contesto, un significato che esse in s e 
per s non hanno affatto. Queste idee non hanno quindi funzioni nella storia 
reale dell'economia politica, ma solo nei libri moderni, al di sotto del livello 
raggiunto dalla critica che va alle radici e dalla "maniera di delineare la 
storia in grande stile" di Dhring. Sembra che nella sua "impresa" egli abbia 
avuto davanti agli occhi una schiera di lettori pieni di fede cieca, che non 
oserebbe mai, per carit, esigere la prova di ci che viene affermato. 
Ritorneremo presto (a proposito di Locke e di North) su questo argomento, ma 
frattanto dobbiamo dare di passaggio uno sguardo a Boisguillebert e a Law. 
Per quel che riguarda il primo segnaliamo l'unica scoperta che appartenga a 
Dhring. Egli ha scoperto un nesso prima ignorato tra Boisguillebert e Law. 
Boisguillebert afferma cio che i metalli nobili potrebbero essere sostituiti, 
nella funzione normale che compiono nella circolazione delle merci, da una 
moneta fiduciaria (un morceau de papier) [133]. Law immagina per contro che un 
arbitrario "accrescimento" di questi "pezzettini di carta" accresca la ricchezza 
di una nazione. Secondo Dhring ne consegue che la "svolta" di Boisguillebert 
"celava gi in s una nuova svolta del mercantilismo"... in altri termini celava 
in s gi Law. Tutto ci  mostrato con solare evidenza nella maniera seguente: 

"Si trattava soltanto di assegnare a questi "semplici pezzettini di carta" 
la stessa funzione che avrebbero dovuto avere i metalli nobili e cos veniva 
compiuta istantaneamente una metamorfosi del mercantilismo". 

Nella stessa maniera pu istantaneamente compiersi la metamorfosi di uno zio in 
una zia.  vero che Dhring aggiunge conciliante: "Certo Boisguillebert non 
aveva una tale intenzione". Ma in nome del diavolo, come poteva aver 
l'intenzione di sostituire alla propria concezione razionalistica della funzione 
monetaria dei metalli nobili quella superstiziosa dei mercantilisti, per il 
fatto che secondo lui i metalli nobili sono sostituibili in quella funzione 
dalla carta? Pure, prosegue Dhring nella sua seria comicit, "pure, si pu 
comunque ammettere che il nostro autore  riuscito qua e l a fare 
un'osservazione veramente appropriata" (p. 83). 
Per quanto riguarda Law, Dhring riesce a fare solo questa "osservazione 
veramente appropriata": 

"Neanche Law, come  comprensibile, ha mai potuto completamente eliminare 
l'ultimo fondamento" (ossia "la base dei metalli nobili") "ma egli ha spinto 
l'emissione dei biglietti sino all'estremo, cio sino al naufragio del 
sistema" (p. 94). 

In realt per le farfalle di carta, semplici segni monetari, dovevano 
svolazzare tra il pubblico non per "eliminare" la base di metalli nobili, ma per 
attrarla dalle tasche del pubblico nelle disseccate tasche dello Stato [134]. 
Ma per ritornare a Petty e alla parte insignificante che Dhring gli fa 
rappresentare nella storia dell'economia, sentiamo anzitutto ci che ci si 
comunica sui successori immediati di Petty: Locke e North. Nello stesso anno 
1691 apparvero le "Consideration on Lowering of Interest and raising of money" 
di Locke e i "Discourses upon Trade" di North. 

"Ci che egli" (Locke) "ha scritto sull'interesse e sulla moneta non esce 
dal quadro delle riflessioni che erano correnti, sotto il dominio del 
mercantilismo, in relazione agli avvenimenti della vita politica" (p. 64). 

Al lettore di questo "resoconto" deve ora esser chiaro come il sole perch il 
"Lowering of Interest" abbia avuto nella seconda met del secolo XVIII un 
influsso cos importante sull'economia francese e italiana e precisamente in un 
senso diverso. 

"Sulla libert del saggio d'interesse parecchi uomini d'affari avevano 
pensato analogamente" (a Locke) "e anche lo sviluppo della situazione port 
con s la tendenza a considerare inefficaci gli ostacoli frapposti 
all'interesse. In un'epoca in cui un Dudley North poteva scrivere i suoi 
"Discourses upon Trade" nel senso della libert di commercio, dovevano gi 
esserci nell'aria, per cos dire, cose che non facevano apparire come 
qualche cosa di inaudito l'opposizione teorica alle limitazioni 
dell'interesse" (p. 64). 

Bisognava dunque che Locke facesse sue le idee di questo o quell'"uomo d'affari" 
suo contemporaneo a che afferrasse a volo molto di ci che al suo tempo "per 
cos dire era nell'aria" per teorizzare sulla libert d'interesse e non dir 
niente di "inaudito"! Ma in realt Petty gi nel 1662 nel suo "Tractise on Taxes 
and Contributions", opponeva l'interesse, inteso come rendita del denaro e 
chiamato usura (rent of money which we call usury), alla rendita fondiaria e 
immobiliare (rent of land and houses) e dimostrava ai proprietari di terre, che 
volevano legalmente comprimere non certo la rendita fondiaria ma la rendita del 
denaro, la vanit e la sterilit di emanare leggi civili positive contro le 
leggi della natura (the vanity and fruitlessness of making civil positive law 
against the law of nature [135]). Nel suo "Quantulumcumque" (1682) dichiara 
perci che la regolamentazione legale dell'interesse  stupida quanto una 
regolamentazione dell'esportazione dei metalli nobili oppure del corso del 
cambio. Nello stesso scritto dice la parola definitiva una volta per tutte sul 
raising of money [crescita di valore del denaro] (il tentativo, per es., di dare 
1/2 scellino in nome di uno scellino coniando l'oncia d'argento in una quantit 
doppia di scellini). 
Per quel che concerne quest'ultimo punto, esso  stato quasi solamente copiato 
da Locke e da North. Per quel che concerne l'interesse, invece, Locke si 
ricollega al parallelo di Petty tra interesse del denaro e rendita fondiaria, 
mentre North, andando oltre, contrappone l'interesse, come rendita del capitale 
(rent of stock), alla rendita fondiaria e gli stocklords ai landlords [136]. 
Per, mentre Locke ammette solo con limitazioni la libert d'interesse reclamata 
da Petty, North l'accetta assolutamente. 
Dhring supera se stesso quando, essendo lui stesso ancora mercantilista feroce 
nel senso "pi sottile" della parola, d il benservito ai "Discourses upon 
Trade" di Dudley North con l'osservazione che essi sono scritti "nel senso della 
libert di commercio".  come se si dicesse ad Harvey che egli ha scritto "nel 
senso" della circolazione del sangue. Lo scritto di North, a prescindere dagli 
altri suoi meriti,  una spiegazione classica, scritta con logicit 
spregiudicata, della dottrina della libert di commercio, riguardante lo scambio 
tanto all'interno quanto con l'esterno: "cosa inaudita", certamente, nell'anno 
1691! 
Del resto Dhring informa che North era un "commerciante" e inoltre un cattivo 
soggetto e che il suo scritto "non poteva incontrare alcun successo". Non ci 
sarebbe mancato altro che un libro di questo genere, al tempo in cui trionfava 
definitivamente in Inghilterra il sistema protezionistico, avesse incontrato 
"successo" tra i signori che allora dettavano legge! Questo fatto non pot 
tuttavia impedire che la sua immediata efficacia teorica, dimostrabile in tutta 
una serie di scritti economici apparsi in Inghilterra subito dopo di lui, in 
parte ancora nel XVII secolo. 
Locke e North ci fornirono la prova che le prime ardite brecce aperte da Petty 
in quasi tutti i campi dell'economia politica sono state singolarmente riprese e 
ulteriormente rielaborate dai suoi successori inglesi. Le tracce di questo 
processo nel periodo che va dal 1691 al 1752 si impongono anche all'osservatore 
pi superficiale, gi per il fatto che tutti gli scrittori economici di qualche 
rilievo appartenenti a questo periodo si ricollegano positivamente o 
negativamente a Petty. Questo periodo, pieno di teste originali,  perci il pi 
significativo per l'indagine della genesi graduale dell'economia politica. "La 
maniera di delineare la storia in grande stile", che rimprovera a Marx come 
peccato imperdonabile l'aver dato nel "Capitale" tanto peso a Petty e agli 
scrittori di quel periodo, li cancella semplicemente dalla storia. Da Locke, 
North, Boisguillebert e Law essa salta immediatamente ai fisiocratici e poi 
all'ingresso del vero tempio dell'economia politica appare... David Hume. Col 
permesso di Dhring ristabiliamo l'ordine cronologico e quindi collochiamo Hume 
prima dei fisiocratici. 
Gli "Essays" economci di Hume apparvero nel 1752 [137]. Nei saggi compresi in 
questo volume: "Of Money", "Of the Balance of Trade", "Of Commerce", Hume segue 
passo passo, spesso perfino nelle sue semplici ubbie, il "Money answers all 
things" di Jacob Vanderlint, Londra, 1734. Per quanto questo Vanderlint sia 
rimasto sconosciuto a Dhring, era ancora preso in considerazione negli scritti 
di economia inglesi verso la fine del secolo XVIII, cio nel periodo 
post-smithiano. 
Come Vanderlint, Hume considera il denaro come semplice simbolo del valore; egli 
copia quasi alla lettera da Vanderlint (e questo  importante perch la teoria 
del simbolo del valore avrebbe potuto trarla da molti altri scritti) le ragioni 
per cui la bilancia commerciale non pu essere stabilmente favorevole o 
sfavorevole per un paese; insegna, come Vanderlint, che l'equilibrio delle 
bilance si stabilisce naturalmente in conformit con la posizione economica dei 
singoli paesi; predica, come Vanderlint, la libert di commercio, solo con 
minore ardire e logicit; con Vanderlint, ma solo pi superficialmente mette in 
rilievo i bisogni come stimolo della produzione; segue Vanderlint nell'errore di 
attribuire alla moneta bancaria e a tutta la carta moneta avente pubblico conto, 
un influsso sul prezzo delle merci; con Vanderlint respinge la moneta 
fiduciaria; come Vanderlint, fa dipendere il prezzo delle merci dal tempo del 
lavoro e quindi dal salario; ne copia perfino l'ubbia che la tesaurizzazione 
mantenga basso il prezzo delle merci ecc. ecc. 
Dhring aveva gi da gran tempo borbottato in tomo oracolare che altri avevano 
frainteso la teoria monetaria di Hume e, specialmente, aveva fatto delle 
allusioni minacciose a Marx che nel "Capitale" aveva segnalato, per giunta in 
maniera inurbana, le segrete connessioni di Hume con Vanderlint e con J. Massie, 
autore ancora da ricordare [138]. 
Per quel che concerne questi fraintendimenti i fatti stanno come segue. Riguardo 
alla effettiva teoria monetaria di Hume, secondo la quale il denaro  semplice 
simbolo del valore e perci, rimanendo per il resto eguali le circostanze, i 
prezzi delle merci si abbassano nella misura in cui la quantit di denaro 
circolante cresce e crescono nella misura in cui questa decresce, Dhring, con 
tutta la sua buona volont, non pu che ripetere, sia pur nella luminosa maniera 
che gli  propria, gli errori dei suoi predecessori. Ma Hume, dopo aver 
stabilita la predetta teoria, obietta a se stesso (la stessa cosa aveva gi 
fatto Montesquieu partendo dagli stessi presupposti [139]) che pure  "certo" 
che, dopo la scoperta delle miniere americane, "l'industria aveva avuto un 
incremento in tutte le nazioni d'Europa tranne in quelle che possedevano queste 
miniere", e che questo fatto " dovuto, tra le altre ragioni, anche all'aumento 
della quantit d'oro e d'argento". Egli spiega questo fenomeno col fatto che 
"l'alto prezzo delle merci, malgrado sia una conseguenza necessaria 
dell'aumento, della quantit d'oro e d'argento, tuttavia non consegue 
immediatamente a quest'aumento, ma si richiede un certo tempo perch l'oro 
circoli in tutto lo Stato e faccia sentire la sua azione in tutti gli strati 
della popolazione". In questo intervallo di tempo agisce beneficamente 
sull'industria e il commercio. A conclusione di questa spiegazione Hume ci dice 
anche il motivo, sebbene molto pi unilateralmente di molti suoi predecessori e 
contemporanei: " facile seguire il denaro nel suo progresso attraverso tutta la 
comunit civile e troveremo allora che esso necessarimente stimola l'attivit di 
ciascuno prima di elevare il prezzo del lavoro" [140]. 
In altri termini: Hume descrive qui l'effetto di una rivoluzione nel valore dei 
metalli nobili e precisamente di un deprezzamento, o, ci che  lo stesso, di 
una rivoluzione nella misura del valore dei metalli nobili. E vi trova 
giustamente che, nell'equiparazione del prezzo delle merci che avviene solo 
gradualmente, questo deprezzamento soltanto in ultima analisi "eleva il prezzo 
del lavoro", vulgo salario; quindi accresce il profitto dei commercianti e degli 
industriali a spese degli operai (il che d'altronde egli trova perfettamente 
normale) e in questo modo "stimola l'attivit". La questione scientifica vera e 
propria invece  questa: se e come un'accresciuta importazione di metalli 
nobili, rimanendo invariato il loro valore, agisca sul prezzo delle merci. 
Questa questione egli non se la pone e confonde ogni "accrescimente quantitativo 
dei metalli nobili" con il loro deprezzamento. Hume dice proprio esattamente ci 
che Marx ("Per la critica ecc.", p. 173) [141] gli fa dire. Ritorneremo ancora 
una volta di passaggio su questo punto, ma volgiamoci prima sul saggio di Hume 
sull'"Interest". 
L'argomentazione di Hume espressamente indirizzata contro Locke, che cio 
l'interesse non  regolato dalla quantit di denaro esistente, ma dal saggio di 
profitto, e le altre sue spiegazioni sulle cause che determinano l'alto o basso 
livello del saggio d'interesse: tutto questo si trova, con esattezza molto 
maggiore e con spirito molto minore, in uno scritto apparso nel 1750, cio due 
anni prima dello scritto di Hume. Questo scritto  intitolato: "An Essay on 
Governing Causes of the Natural Rate of Interest, wherein the sentiments of Sir 
W. Petty and Mr. Locke, on that head, are considered". Il suo autore  J. 
Massie, scrittore dalla attivit multiforme e, come si pu vedere dalla 
letteratura inglese contemporanea, molto letto. La maniera con cui Adam Smith ha 
discusso del saggio d'interesse  pi vicina a Massie che a Hume. N Massie n 
Hume sanno e dicono nulla sulla natura del "profitto" che pure ha una sua 
funzione nell'uno e nell'altro. 
"In generale", sermoneggia Dhring, "si  preceduto per lo pi con molta 
prevenzione nel valutare Hume e gli si sono attribuite idee che egli non 
accettava affatto." E di questo "procedere" Dhring stesso ci d pi di un 
esempio patente. 
Cos per es. il saggio di Hume sull'interesse comincia con queste parole: 

"Non c' segno pi certo della floridezza di una nazione che il basso 
livello del saggio d'interesse, e con ragione; per quanto io creda che la 
causa di questo fatto sia alquanto diversa da quella che attualmente si 
ammette" [142]. 

Quindi gi nella prima proposizione Hume cita l'opinione secondo la quale il 
basso livello del saggio d'interesse  il segno pi certo della floridezza di un 
popolo come un luogo comune, gi diventato banale ai suoi giorni. E, in effetti, 
questa "idea" dopo Child aveva avuto ben cento anni di tempo per diventare 
corrente. Ma invece: 

"dalle vedute" (di Hume) "sul saggio d'interesse bisogna mettere 
principalmente in rilievo l'idea che esso  il vero barometro delle 
condizioni" (di quali?) "e che il suo basso livello  un segno quasi 
infallibile della floridezza di un popolo" (p. 130). 

Chi  quest'"essere impersonale" che con "molta prevenzione" cos parla? Nessun 
altro che Dhring. 
Ci che del resto provoca nel nostro storiografo critico un ingenuo stupore  il 
fatto che Hume, a proposito di una certa idea felice, "neppure se ne proclami 
l'autore". Questo non sarebbe accaduto a Dhring. 
Abbiamo visto come Hume confonda ogni accrescimento quantitativo del metallo 
nobile con quell'accrescimento quantitativo di esso che  accompagnato da un 
deprezzamento, da una rivoluzione nel proprio valore e quindi nella misura del 
valore delle merci. Questa confusione era inevitabile in Hume perch egli non 
aveva la minima conoscenza delle funzioni dei metalli nobili come misura del 
valore. E non poteva averla perch non sapeva assolutamente nulla del valore 
stesso. La stessa parola non comparve forse che una volta nei suoi saggi e 
precisamente l dove, credendo di correggere l'errore di Locke che i metalli 
nobili avrebbero solo "un valore immaginario", lo aggrava ulteriormente, dicendo 
che avrebbero "principalmente un valore fittizio" [143]. 
Su questo punto egli  di molto inferiore non solo a Petty, ma anche a molti 
suoi contemporanei inglesi. E mostra la stessa "arretratezza" allorch, sempre 
fedele alla vecchia moda, continua ancora ad esaltare il "mercante" come la 
prima molla che spinge la produzione. Idea che Petty aveva gi sorpassato di 
gran lunga. Per quel che si riferisce precisamente all'assicurazione di Dhring 
che Hume nei suoi saggi si sarebbe occupato dei "principali rapporti economici" 
non si ha che da confrontare lo scritto di Cantillon citato da Adam Smith 
(uscito come i saggi di Hume nel 1752, ma pubblicato molti anni dopo la morte 
dell'autore [144]) per stupirsi dell'ambito ristretto dei lavori economici di 
Hume. Hume, come si  detto [145], malgrado il brevetto assegnatogli da Dhring, 
resta autorevole anche nel campo dell'economia politica, ma qui non  per niente 
un ricercatore originale e tanto meno  importante. L'azione esercitata dai suoi 
saggi economici sugli ambienti economici del suo tempo nasceva non solamente 
dalla sua eccellente maniera di esporre, ma molto pi ancora dal fatto che essi 
erano un'ottimistica esaltazione progressista dell'industria e del commercio, 
allora in fiore, in altri termini della societ capitalistica, in quei tempi in 
rapida ascesa in Inghilterra, nella quale perci essi dovevano incontrare 
"successo". Basti qui un'indicazione. Tutti sanno con quanta passione, proprio 
al tempo di Hume, la massa del popolo inglese combatt contro il sistema delle 
imposte indirette, sistematicamente sfruttato dal famigerato Robert Walpole al 
fine dello sgravio fiscale dei proprietari terrieri e dei ricchi in genere. Nel 
suo saggio sulle imposte ("Of Taxes"), in cui Hume, senza nominarlo, polemizza 
contro l'uomo che rappresentava la sua fonte in questa materia e che gli era 
sempre presente, Vanderlint, il pi violento avversario delle imposte indirette, 
leggiamo: 

"Bisogna che esse" (le imposte di consumo) "siano in realt delle imposte 
molto forti e stabilite molto irrazionalmente, se il lavoratore non  in 
grado di pagarle neppure accrescendo la propria attivit e la propria 
parsimonia, senza elevare il prezzo del suo lavoro" [146]. 

Sembra di ascoltare lo stesso Robert Walpole, specialmente se si aggiunge il 
passo del saggio sul "debito pubblico" in cui a proposito della difficolt di 
una tassazione dei creditori dello Stato si dice: "La diminuzione delle loro 
entrate non sarebbe mascherata sotto l'apparenza di essere una semplice voce 
della gabella o dogana" [147]. 
Come non si poteva aspettare diversamente da uno scozzese, l'ammirazione di Hume 
per l'industriosit borghese non era affatto puramente platonica. Povero diavolo 
per nascita, riusc a costruirsi un reddito di molte, molte migliaia di sterline 
all'anno, la qual cosa, poich non si tratta di Petty, Dhring ingegnosamente 
cos esprime: "Partendo da mezzi molto ristretti, era riuscito, merc una saggia 
economia domestica, a non esser costretto a scrivere per compiacere qualcuno". 
Se pi avanti Dhring dice: "Egli non aveva mai fatto la pi piccola concessione 
all'influenza dei partiti, dei principi o delle universit", si pu dire che 
certo non  noto che Hume abbia mai fatto affari letterari in societ con un 
"Wagener" [148], ma che invece  ben noto che fu un instancabile partigiano 
dell'oligarchia whig, che onorava "Chiesa e Stato" e, come ricompensa per questi 
meriti, ebbe prima il posto di segretario d'ambasciata a Parigi e pi tardi 
quello, incomparabilmente pi importante e pi redditizio, di sottosegretario di 
Stato. 

"Dal punto di vista politico Hume fu e rimase sempre di sentimenti 
conservatori e strettamente monarchici. Per questa ragione, anche dai 
partigiani della Chiesa ufficiale non fu maltrattato con quella severit che 
si us contro Gibbon", 

dice il vecchio Schlosser [149]. 

"Questo Hume egoista, questo storico mendace" insulta i monaci inglesi, 
grassi, senza sposa e senza famiglia, viventi di questua, "ma egli stesso 
non ha mai avuto n una famiglia n una moglie, ed era, egli stesso, un tipo 
grasso e grosso, impinguato considerevolmente di denaro pubblico senza 
averlo mai guadagnato con qualche servizio pubblico", dice quel "rozzo" 
plebeo di Cobbett [150]. Hume  "nella pratica della vita, nei lati 
essenziali, di gran lunga superiore a un Kant", 

dice Dhring. 
Ma perch nella "Storia critica" viene assegnata a Hume una posizione cos 
esagerata? Semplicemente perch questo "pensatore serio e sottile" ha l'onore di 
rappresentare il Dhring del XVIII secolo. Come un Hume serve a provocare che 
"la creazione di tutto il ramo scientifico" (dell'economia) " stato fatto dalla 
filosofia pi illuminata", cos il precedente di Hume offre la migliore garanzia 
che questo ramo scientifico trover, per quanto da ora  dato prevedere, la sua 
conclusione in quell'uomo fenomenale che ha trasformato la filosofia 
semplicemente "pi illuminata" nell'assolutamente luminosa filosofia della 
realt e nel quale, proprio come un Hume , ci che "sinora  senza esempi su 
suolo tedesco (...) lo studio della filosofia in senso pi stretto, si trova 
accoppiato con le ricerche scientifiche di economia". In conseguenza di tutto 
ci troviamo Hume, pur autorevole come economista, gonfiato fino a farne una 
stella di prima grandezza in economia, il cui significato ha potuto sinora 
essere misconosciuto soltanto da quella stessa invidia che fino ad oggi uccide 
con un silenzio cos ostinato anche i servizi "di valore decisivo per l'epoca" 
resi da Dhring. 
* * *
La scuola fisiocratica, come  noto, ci ha lasciato nel "Tableau conomique" di 
Quesnay [151] un enigma su cui invano sinora si sono rotte le corna i critici e 
gli storici dell'economia. Questo Tableau, che doveva far comprendere 
chiaramente l'idea che i fisiocratici si facevano della produzione e della 
circolazione della ricchezza complessiva di un paese,  rimasto abbastanza 
oscuro per le generazioni successive degli economisti. Anche su questo Dhring 
ci far definitivamente luce. Che cosa questo "quadro economico della produzione 
e della distribuzione debba significare nello stesso Quesnay", egli dice, si pu 
vedere solo quando si "siano precentemente indagati con precisione i suoi 
peculiari concetti direttivi". E ci tanto pi, invero, in quanto questi 
concetti sino allora erano stati esposti con una "oscillante imprecisione" e 
neanche in Adam Smith se ne potevano "riconoscere i tratti essenziali". A 
siffatte "ricerche superficiali" della tradizione, Dhring metter fine una 
volta per sempre. Ed ecco che per cinque intere pagine si mette a prendere in 
giro il suo pletore, cinque pagine nelle quali frasi boriose di tutti i generi, 
continue ripetizioni e un disordine calcolato dovrebbero nascondere il fatto 
spiacevole che, sui "concetti direttivi" di Quesnay, Dhring pu comunicarci a 
stento quel tanto che dicono "le pi correnti compilazioni manualistiche", 
contro le quali egli non si stanca di mettere in guardia. "Uno dei lati pi 
pericolosi" di questa introduzione  costituito dal fatto che anche qui si 
sentono qua e l tracce del Tableau, sinora noto soltanto di nome, ma poi ci si 
perde in "riflessioni", di tutte le specie, come per es. "la differenza tra 
sforzo e risultato." Se questa differenza "invero non si pu cogliere 
completamente elaborata nell'idea di Quesnay", per contro Dhring ce ne dar un 
esempio folgorante non appena arriva, dopo il suo prolungato "sforzo" 
introduttivo, al suo "risultato" stranamente misero, e cio alla conclusione sul 
Tableau stesso. Diamo ora tutto, ma letteralmente tutto ci che trova opportuno 
comunicarci sul Tableau di Quesnay. 
Nello "sforzo" Dhring dice: 

"A lui" (Quesnay) "appariva evidente per s che il ricavo" (Dhring aveva 
parlato proprio allora del prodotto netto) "debba essere concepito e 
considerato come un valore in denaro (...) egli colleg immediatamente le 
sue riflessioni (!) ai valori in denaro, che presupponeva come risultati 
della vendita di tutti i prodotti agricoli dal momento che escono dalla mano 
del primo possessore. In questa maniera (!) egli opera nelle colonne del suo 
Tableau con alcuni miliardi" (cio con valori in denaro). 

Abbiamo cos imparato in tre riprese che Quesnay nel Tableau opera coi "valori 
in denaro" dei "prodotti agricoli", ivi incluso il "prodotto netto" o "provento 
netto". Andiamo avanti nella lettura del testo: 

"Se Quesnay avesse imboccato la via di una considerazione delle cose 
veramente naturale, e si fosse liberato non solo della preoccupazione dei 
metalli nobili e della quantit di denaro, ma anche della preoccupazione dei 
valori in denaro (...) ma egli conta invece solo con somme di valore e 
immaginava (!) che il prodotto netto sia a priori un valore in denaro". 

Quindi per la quarta e la quinta volta: nel Tableau ci sono solo valori in 
denaro! 

"Egli" (Quesnay) "otteneva la stessa cosa" (il prodotto netto) "sottraendo 
le spese e pensando (!) principalmente" (ricerca non tradizionale, ma in 
compenso tanto pi superficiale) "a quel valore che spetta come rendita al 
proprietario terriero". 

Non siamo ancora andati avanti di un passo; ma ora s che ci siamo: 

"D'altra parte, purtuttavia" (questo "purtuttavia"  una perla!) "il 
prodotto netto passa nella circolazione come oggetto naturale e in questo 
modo diventa un elemento per mezzo del quale (.) si mantiene (...) la classe 
indicata come sterile. Qui si pu subito (!) rilevare la confusione che 
sorge dal fatto che il corso delle sue idee nell'un caso  determinato dal 
valore in denaro e nell'altro dalla cosa stessa". 

In generale,  evidente, tutta la circolazione delle merci soffre di questa 
"confusione": che le merci vi entrano contemporaneamente come "oggetto naturale" 
e come "valore in denaro". Ma continuiamo ancora a girare sempre intorno ai 
"valori in denaro", perch "Quesnay vuole evitare una doppia applicazione del 
provento economico". 
Con licenza di Dhring, in basso, nell'analisi del Tableau [152] di Quesnay, le 
diverse specie di prodotti figurano come "oggetti naturali" e in alto, nel 
Tableau stesso, figurano i loro valori in denaro. Quesnay pi tardi ha perfino 
fatto scrivere dal suo famulus, l'abate Bandeau, nel Tableau stesso, anche gli 
oggetti naturali accanto al loro valore in denaro [153]. 
Dopo tanto "sforzo" finalmente il "risultato". Udite, udite: 

"Pure l'incongruenza" (in riferimento alla funzione assegnata da Quesnay ai 
proprietari terrieri) "diventa subito chiara, appena ci si domanda che cosa 
avviene nel ciclo economico del prodotto netto appropriato come rendita. Qui 
il modo di vedere dei fisiocratici e il Tableau conomique hanno potuto dare 
solo confusione arbitraria spinta sino al misticismo". 

Tutto  bene quel che finisce bene. Dunque Dhring non sa "che cosa nel ciclo 
economico" (che il Tableau rappresenta) "avviene del prodotto netto appropriato 
come rendita". Il Tableau  per lui la "quadratura del circolo". Per propria 
confessione egli non sa neanche l'abbicc della fisiocrazia. Dopo tutto questo 
menare il can per l'aia, questo pestar l'acqua nel mortaio, questi zig-zag, 
arlecchinate, episodi, digressioni, ripetizioni e guazzabugli stupefacenti, che 
dovrebbero unicamente prepararci alla imponente chiarificazione su "ci che il 
Tableau debba significare per Quesnay stesso"; dopo tutto questo, a conclusione, 
la pudibonda confessione di Dhring: che egli stesso non lo sa. 
Una volta liberatosi di questo mistero doloroso, di questa atra Cura [154] 
oraziana che gli stava in groppa durante la sua cavalcata per il paese della 
fisiocrazia, ecco il nostro "pensatore serio e sottile" soffiare ancora una 
volta allegramente nella sua tromba: "Le linee che Quesnay traccia in tutte le 
direzioni" (ce ne sono cinque in tutto!) "nel suo Tableau, del resto abbastanza 
semplice (!), e che debbono rappresentare la circolazione del prodotto netto", 
fanno sorgere il dubbio se "in queste strane combinazioni di colonne" non si 
nasconda una fantasia matematica e ci ricordano che Quesnay si  occupato della 
quadratura del circolo, ecc. Dato che queste linee, malgrado la loro semplicit, 
per confessione di Dhring stesso, gli rimangono inintelligibili, egli secondo 
la sua maniera prediletta, deve disprezzarle. E ora pu tranquillamente dare al 
noioso Tableau il colpo di grazia: "Poich abbiamo considerato il prodotto netto 
da questo suo lato pi dubbio" ecc. Ossia, la confessione forzata di non 
intendere neanche la prima parola del Tableau conomique e la funzione che in 
esso ha il prodotto che vi figura: Dhring la chiama "l'aspetto pi dubbio del 
prodotto netto"! Che umorismo da condannato a morte! 
Ma perch i nostri lettori, riguardo al Tableau di Quesnay, non restino nella 
stessa atroce ignoranza in cui sono necessariamente coloro che traggono la loro 
sapienza economica "di prima mano" da Dhring, diciamo in breve quanto segue: 
 noto che per la fisiocrazia la societ si divide in tre classi: 1. la classe 
produttiva, cio la classe realmente attiva nell'agricoltura: fittavoli e 
lavoratori agricoli; essi si dicono produttivi perch il loro lavoro lascia 
un'eccedenza: la rendita. 2. La classe che si appropria questa eccedenza, 
comprendente i proprietari terrieri e il personale dipendente da essi, il 
principe e in generale i funzionari pagati dallo Stato e finalmente anche la 
Chiesa, nella sua qualit particolare di ente che si appropria la decima. Per 
brevit, d'ora in poi, designeremo la prima classe semplicemente sotto il nome 
di "fittavoli" e la seconda sotto il nome di "proprietari terrieri". 3. La 
classe industriale o sterile (improduttiva); sterile perch, secondo il modo di 
vedere della fisiocrazia, alle materie prime fornitele dalla classe produttiva 
aggiunge solo tanto valore quanti sono i mezzi di sussistenza che la stessa 
classe le fornisce e che essa consuma. Ora, il Tableau di Quesnay serve per 
rendere evidente come il prodotto globale annuo di un paese (qui in realt della 
Francia) circola tra queste tre classi e serve alla riproduzione annua. 
Il primo presupposto del Tableau  che il sistema dell'affittanza, e con esso 
l'agricoltura esercitata su larga scala, nel senso che aveva al tempo di 
Quesnay, sia gi stato generalmente introdotto, e per questo gli valgono da 
modello la Normandia, la Piccardia, l'Ile-de-France e alcune altre province 
francesi. Il fittavolo appare perci come l'elemento veramente dirigente 
dell'agricoltura, rappresenta nel Tableau tutta quanta la classe produttiva 
(agricola) e paga al proprietario terriero una rendita in denaro. Ai fittavoli 
nella loro totalit viene attribuito un capitale investito, o inventario, di 
dieci miliardi di livres; un quinto di questa somma, ossia due miliardi, 
rappresenta il capitale d'esercizio che deve essere attualmente sostituito: 
calcolo, questo, fatto in base alle fattorie meglio condotte delle province 
surricordate. 
Ulteriori presupposti sono: 1. che si verifichino prezzi costanti e riproduzione 
semplice, e ci per semplificare lo studio; 2. che resti esclusa ogni 
circolazione che ha luogo all'interno di una singola classe e che si consideri 
semplicemente la circolazione tra classe e classe; 3. che tutte le compre e 
rispettivamente le vendite che si verificano tra classe e classe nel corso 
dell'anno di esercizio siano raccolte in una somma totale ultima. Si noti 
finalmente che al tempo di Quesnay in Francia, come pi o meno in tutta 
l'Europa, l'industria casalinga, propriamente detta, della famiglia contadina 
provvedeva alla parte di gran lunga pi considerevole dei suoi bisogni non 
rientranti nella classe dei generi alimentari, e perci questa industria 
casalinga  qui presupposta come ovvio accessorio dell'agricoltura. 
Il punto di partenza del Tableau  il raccolto totale, il prodotto lordo dei 
prodotti annui della terra, il quale per questa ragione figura subito in alto 
nel Tableau , ossia la "riproduzione totale" del paese, qui della Francia. La 
grandezza del valore di questo prodotto lordo viene valutata secondo i prezzi 
medi del prodotto del suolo delle nazioni che praticano il commercio. Esso 
comporta cinque miliardi di livres, cifre che, secondo le valutazioni 
statistiche allora possibili, rappresenta all'incirca il valore in denaro del 
prodotto lordo dell'agricoltura in Francia. Questa e nessun'altra  la ragione 
per cui nel suo Tableau Quesnay "opera con alcuni miliardi", cio con cinque 
miliardi e non con cinque livres tournois [155]. 
Il prodotto lordo totale, del valore di cinque miliardi, si trova quindi nelle 
mani della classe produttiva, cio anzitutto dei fittavoli, che lo hanno 
prodotto mediante l'erogazione di un capitale annuo di esercizio di due miliardi 
corrispondente ad un capitale investito di dieci miliardi. I prodotti agricoli, 
mezzi di sussistenza, materie prime, ecc., che sono richiesti per la 
sostituzione del capitale d'esercizio, e quindi anche per il mantenimento di 
tutto le persone direttamente attive nell'agricoltura, sono prelevati in natura 
sul raccolto totale ed erogati per la nuova produzione agricola. Poich, come  
stato detto, vengono presupposti prezzi costanti e riproduzione semplice, ad un 
livello dato, il valore in denaro di questa parte del prodotto lordo che  stata 
prelevata in precedenza,  uguale a due miliardi di livres. Questa parte, 
dunque, non rientra nella circolazione generale. Infatti, come  gi stato 
notato, la circolazione, in quanto abbia luogo all'interno dell'ambito di ogni 
singola classe e non invece tra le diverse classi, viene esclusa dal Tableau . 
Dopo la sostituzione del capitale d'esercizio effettuata sul prodotto lordo, 
resta un'eccedenza di tre miliardi, di cui due in mezzi di sussistenza e uno in 
materie prime. Ma la rendita che i fittavoli debbono pagare ai proprietari 
terrieri ammonta solo a due terzi di questa somma, pari a due miliardi. Perch 
solo questi due miliardi figurino sotto la rubrica "prodotto netto" o "reddito 
netto", lo vedremo presto. 
Oltre alla "riproduzione" agricola "totale" del valore di cinque miliardi, di 
cui tre entrano nella circolazione generale, nelle mani dei fittavoli si trova 
per, prima che cominci il movimento rappresentato nel Tableau , anche tutto il 
"pcule" ["peculio", cio il denaro risparmiato] della nazione, due miliardi di 
denaro contante. Ecco come accade questo fatto. 
Poich il punto di partenza del Tableau  il raccolto totale, esso costituisce 
allo stesso tempo il punto finale di un'annata economica, per es. dell'annata 
1758, dopo la quale comincia una nuova annata economica. Durante questa nuova 
annata, 1759, la parte del prodotto lordo destinata alla circolazione si divide, 
mediante un certo numero di pagamenti, compre e vendite, tra le altre due 
classi. Questi movimenti che si succedono l'un l'altro frazionati e che si 
estendono per un'intera annata (come in ogni caso era inevitabile che avvenisse 
nel Tableau ), sono per compendiati in pochi atti caratteristici, ciascuno dei 
quali abbraccia tutt'insieme un'intera annata. In questo modo, in effetti, anche 
alla fine dell'annata 1758, alla classe dei fittavoli  riaffluito il denaro che 
essi avevano pagato ai proprietari terrieri come rendita dell'annata 1757 (come 
ci accada, lo mostrer il Tableau stesso), cio la somma di due miliardi, 
cosicch nel 1759 essi possono rimettere in circolazione questa somma. Poich 
quella somma, come nota Quesnay,  molto maggiore di quanto richiesto nella 
realt per la circolazione totale del paese (la Francia), ove i pagamenti si 
ripetono costantemente in modo frazionato, i due miliardi di livres che si 
trovano nelle mani dei fittavoli rappresentano la somma totale del denaro 
circolante nella nazione. 
La classe dei proprietari terrieri che incassano rendite si presenta, come del 
resto casualmente accade ancor oggi, anzitutto nella veste di riscuotitori di 
pagamenti. Secondo il presupposto di Quesnay, i proprietari terrieri 
propriamente detti ricevono solo quattro settimi della rendita di due miliardi, 
due settimi vanno al governo e un settimo ai riscuotitori di decime. Al tempo di 
Quesnay la Chiesa era il maggio proprietario terriero della Francia e per giunta 
intascava la decima su ogni altra propriet fondiaria. 
Il capitale d'esercizio (avances annuelles [anticipi annuali]) erogato durante 
un'intera annata dalla classe "sterile" consiste in materie prime del valore di 
un miliardo: solo materie prime, perch strumenti, macchine, ecc., contano tra i 
prodotti di questa stessa classe. Invece le molteplici funzioni che questi 
prodotti hanno nell'esercizio dell'industria di questa classe non rientrano nel 
Tableau pi di quanto vi rientri la circolazione di merci e di denaro che ha 
luogo esclusivamente all'interno di questa classe. Il salario del lavoro, per 
mezzo del quale la classe sterile trasforma la materia prima in merce 
manifatturata,  uguale al valore delle merci di sussistenza che essa riceve in 
parte direttamente dalla classe produttiva, in parte indirettamente dai 
proprietari terrieri. Malgrado si divida, essa stessa, in capitalisti e 
salariati, essa, presa come classe globale, secondo l'idea fondamentale di 
Quesnay, sta al soldo della classe produttiva e dei proprietari terrieri. La 
produzione industriale totale, e perci anche la sua circolazione totale, che si 
distribuisce nell'annata che segue il raccolto, vengono egualmente riunite in un 
tutto unico. si presuppone perci che al principio del movimento rappresentato 
nel Tableau la produzione annua delle merci della classe sterile si trovi 
comletamente nelle sue mani, che quindi tutto il suo capitale d'esercizio, vale 
a dire materie prime del valore di un miliardo, sia stato trasformato in merci 
del valore di due miliardi, la met dei quali rappresenta il prezzo dei mezzi di 
sussistenza consumati durante questa trasformazione. Si potrebbe qui obiettare: 
ma tuttavia anche la classe sterile usa prodotti industriali per i suoi bisogni 
domestici; dove dunque figurano questi prodotti se il suo proprio prodotto 
totale passa, mediante la circolazione, alle altre classi? Ecco la risposta che 
riceviamo a questa domanda: la classe sterile non solo consuma essa stessa una 
parte delle sue proprie merci, ma cerca inoltre di trattenerne quanto pi le  
possibile. Essa quindi vende le sue merci messe in circolazione al di sopra del 
loro valore reale e deve farlo perch noi registriamo queste merci al valore 
totale della loro produzione. Questo tuttavia non altera in nulla i dati 
stabiliti nel Tableau ; infatti le altre due classi ricevono le merci 
manifatturate solo al valore della loro produzione totale. 
Adesso dunque conosciamo la posizione economica delle tre diverse classi, al 
principio del movimento rappresentato nel Tableau . 
La classe produttiva, dopo il rinnovo in natura del suo capitale d'esercizio, 
dispone ancora di tre miliardi in prodotti agricoli lordi e di due miliardi in 
denaro. La classe dei proprietari terrieri figura solamente col suo titolo di 
credito di due miliard9i di rendita sulla classe produttiva. La classe sterile 
dispone di due miliardi di prodotti manifatturati. Una circolazione che avviene 
solo tra due di queste tre classi  detta dai fisiocratici circolazione 
imperfetta, una circolazione che avviene tra tute e tre le classi  detta 
circolazione perfetta. 
Quindi passiamo ora al Tableau conomique stesso. 
Prima circolazione (imperfetta). I fittavoli pagano ai proprietari terrieri 
senza contropartita la rendita loro spettante, con due miliardi di denaro. Con 
uno di questi miliardi i proprietari terrieri comprano mezzi di sussistenza dai 
fittavoli ai quali cos rifluisce una met del denaro da loro erogato in 
pagamento della rendita. 
Nella sua "Analyse du Tableau conomique" Quesnay non parla pi dello Stato che 
riceve due settimi e della Chiesa che riceve un settimo della rendita fondiaria, 
perch le loro funzioni sociali in generale sono note. riguardo ai proprietari 
terrieri propriamente detti, dice per che le loro spese, nelle quali figurano 
anche quelle di tutti i loro dipendenti, sono almeno per la massima parte 
improduttive, ad eccezione di quella piccola parte che viene impiegata "per il 
mantenimento e il miglioramento di loro fondi e per elevare il livello della 
loro coltura". Ma secondo il "diritto naturale" la loro specifica funzione 
consiste precisammo nel "provvedere alla buona amministrazione e alle spese per 
il mantenimento del loro patrimonio" [156] o, come  spiegato pi tardi, nelle 
avances foncires,, cio in spese per preparare il terreno, e nel provvedere le 
fattorie di tutti gli accessori che permettono al fittavolo di dedicare tutto il 
suo capitale esclusivamente all'effettiva coltura. 
Seconda circolazione (perfetta). Col secondo miliardo, che si trovano ancora 
nelle loro mani, i proprietari terrieri comprano prodotti manifatturati dalla 
classe sterile, ma questa col denaro ricavato compra dai fittavoli mezzi di 
sussistenza per lo stesso ammontare. 
Terza circolazione (imperfetta). I fittavoli comprano dalla classe sterile con 
un miliardo in denaro merci fatturate per lo stesso ammontare; una gran parte di 
queste merci consiste in strumenti agricoli ed altri mezzi di produzione 
necessari all'agricoltura. La classe sterile restituisce ai fittavoli lo stesso 
denaro, comprando con esso materie prime per un miliardo in modo da sostituire 
il proprio capitale d'esercizio. Con ci sono rifluite nelle tasche dei 
fittavoli i due miliardi in denaro da loro erogati in pagamento della rendita e 
il ciclo  chiuso. E conseguentemente  risolto anche il grande enigma: "che 
cosa nel ciclo economico avvenga del prodotto netto appropriato sotto forma di 
rendita". 
Abbiamo trovato sopra, al punto di partenza del processo, un'eccedenza di tre 
miliardi tra le mani della classe produttiva. Di essi solo due sono stai pagati 
ai proprietari terrieri sotto forma di rendita, come prodotto netto. Il terzo 
miliardo d'eccedenza forma l'interesse del capitale totale d'investimento dei 
fittavoli, quindi il 10% su dieci miliardi. Essi non ricevono questo interesse, 
si noti bene, dalla circolazione; esso si trova nelle loro mani in natura ed 
essi lo realizzano solo attraverso la circolazione, poich per mezzo di essa lo 
sostituiscono con merci manifatturate dello stesso valore. 
Senza questo interesse il fittavolo, l'agente principale dell'agricoltura, non 
anticiperebbe ad essa il capitale d'investimento. Gi da questo punto di vista, 
secondo i fisiocratici, l'appropriazione da parte del fittavolo di questa parte 
del plusprodotto agricolo che rappresenta l'interesse  una condizione della 
produzione, altrettanto necessaria quanto la stessa classe dei fittavoli e 
perci questo elemento non pu essere contato nella categoria del "prodotto 
netto" o "reddito netto" nazionale; infatti quest'ultimo  caratterizzato 
precisamente dal fatto che pu consumarsi senza nessun riguardo ai bisogni 
immediati della riproduzione nazionale. Ma questo fondo di un miliardo serve, 
secondo Quesnay, in gran parte per le riparazioni necessarie durante l'annata e 
in pare per il rinnovo del capitale d'investimento, inoltre come fondo di 
riserva per imparare ad infortuni e finalmente, quando  possibile, serve per 
arricchire il capitale d'investimento e di esercizio, nonch per migliorare il 
terreno ed estendere la coltura. 
Tutto questo processo , in verit, "abbastanza semplice". Vengono immessi nella 
circolazione; dai fittavoli, due miliardi in denaro per il pagamento della 
rendita e tre miliardi in prodotti, dei quali due terzi in mezzi di sussistenza 
e un terzo in materie prime; dalla classe sterile, merci manifatturate per due 
miliardi. Dei mezzi di sussistenza, dell'ammontare di due miliardi, una met 
viene consumata dai proprietari terrieri con le loro dipendenze, l'altra met 
dalla classe sterile in pagamento del suo lavoro. Le materie prime per un 
miliardo sostituiscono il capitale d'esercizio della stessa classe. Delle merci 
manifatturate in circolazione per l'ammontare di due miliardi, una met spetta 
ai proprietari terrieri, l'altra met ai fittavoli. Per i quali essa  solo una 
forma trasformata dell'interesse del loro capitale d'investimento, interesse 
ricavato direttamente dalla riproduzione agricola. Invece il denaro che il 
fittavolo ha messo in circolazione col pagamento della rendita, riaffluisce 
nelle sue mani mediante la vendita dei suoi prodotti e cos nella nuova annata 
economica pu essere ripercorso lo stesso ciclo. 
Ed ora si ammiri l'esposizione "veramente critica" di Dhring, cos 
infinitamente superiore alle "superficiali ricerche della tradizione". Dopo 
averci, per cinque volte di seguito, rappresentato in modo misterioso con quanto 
pericolo Quesnay, nel Tableau , operi con semplici valori in denaro, il che per 
giunta si rileva anche falso, finalmente appena si chiede "che cosa nel ciclo 
economico avvenga del prodotto netto appropriato sotto forma di rendita", egli 
giunge al risultato che "il Tableau economico" pu dare "solo confusione ed 
arbitrio spinti sino al misticismo". Abbiamo visto che il Tableau , questa 
rappresentazione, tanto semplice quanto geniale per il suo tempo, del processo 
annuo di riproduzione, quale si compie per mezzo della circolazione, risponde in 
una maniera molto precisa alla domanda: che cosa nel ciclo economico avvenga del 
prodotto netto e con cip ancora una volta il "misticismo" e la "confusione e 
l'arbitrio" restano unicamente e solamente a Dhring come il "lato pi 
pericoloso" e l'unico "prodotto netto" dei suoi studi fisiocratici. 
A Dhring l'influenza storica dei fisiocratici  precisamente tanto familiare 
quanto la loro teoria. "Con Turgot" egli con insegna "la fisiocrazia il Francia 
era arrivata al suo termine sia in pratica che in teoria." Ma che Mirabeau nelle 
sue idee economiche fosse essenzialmente un fisiocratico, che egli fosse, 
nell'Assemblea costituente del 1789, la prima autorit economica, che questa 
assemblea nelle sue riforme economiche abbia tradotto dalla teoria alla pratica 
una gran parte dei principi fisiocratici e che specialmente abbia colpito con 
una forte imposta anche il prodotto netto che il possesso fondiario si 
appropriava "senza contropartita", cio la rendita fondiaria: tutto questo per 
"un" Dhring non esiste. 
Come il lungo tratto di penna tirato sul periodo che va dal 1691 al 1752 
toglieva di mezzo tutti i predecessori di Hume, cos un altro tratto di penna 
toglie di mezzo sir James Steuart che sta tra Hume e Adam Smith. Della sua 
grande opera, che, prescindendo dalla sua importanza storica, ha durevolmente 
arricchito il campo dell'economia politica [157], nell'"impresa" di Dhring non 
c' una sillaba. Ma per contro infligge allo Steuart la parola pi ingiuriosa 
che c' nel suo lessico e dice che u "un professore" del tempo di Adam Smith. 
Disgraziatamente questa insinuazione  una pura invenzione. Steuart in realt fu 
un grande proprietario terriero scozzese che, per una pretesa partecipazione 
alla congiura degli Stuart, fu bandito dalla Gran Bretagna e, per via del suo 
soggiorno e dei suoi viaggi nel continente, ebbe modo di conoscere le condizioni 
economiche di vari paesi. 
Per farla breve: secondo la "storia critica" tutti i precedenti economisti hanno 
avuto solo il valore o di servire da "rudimenti" per la profonda fondazione "di 
valore decisivo" di Dhring o, con la loro detestabilit, di metterla in 
particolare rilievo. Purtuttavia, anche nell'economia ci sono alcuni eroi che 
non rappresentano solo "rudimenti" per la "profonda fondazione", ma "tesi", 
partendo dalle quali essa, secondo la prescrizione della Filosofia della natura, 
non si  "sviluppata", ma addirittura "composta": cio l'"incomparabilmente 
grande ed eminente" List, che per utilit e vantaggio dei fabbricanti tedeschi 
ha gonfiato in "poderose" parole le "sottili" dottrine mercantilistiche di un 
Ferrier e di altri; inoltre Carey, che nella seguente tesi mette a nudo il vero 
nocciolo della sua sapienza: "Il sistema di Ricardo  un sistema della discordia 
(...) esso finisce col creare l'ostilit tra le classi (...) il suo scritto  il 
manuale del demagogo che aspira al potere mediante la divisione delle terre, la 
guerra e il saccheggio" [158] e finalmente, buon ultimo, il Confusio della City 
di Londra, Macleod. 
Perci la gente che nel presente e nell'immediato avvenire vuole studiare la 
storia dell'economia politica andr sempre pi sicura se si metter al corrente 
dei "prodotti annacquati", delle "banalit" e delle "prolisse sbrodolature" 
delle "pi correnti compilazioni manualistiche", che non affidandosi alla 
"maniera di delineare la storia in grande stile" di Dhring. 
* * *
Quale  allora il risultato finale della nostra analisi del "sistema" di 
economia politica "personalmente creato" da Dhring? Nient'altro che questo 
fatto: che con tutte le grandi parole e le promesse ancora pi importanti siamo 
stati turlupinati proprio come nella "Filosofia". La teoria del valore, questa 
"pietra di paragone della consistenza dei sistemi di economia", va a finire in 
questo risultato: che Dhring intende per valore cinque cose completamente 
diverse e diametralmente contraddittorie tra loro e che quindi nel migliore dei 
casi non sa neppure quello che vuole. Le "leggi naturali di tutta l'economia", 
annunziate con tanta pompa, si appalesano come banalit della peggior specie, 
note a tutto il mondo e spesso neppure comprese rettamente. L'unica spiegazione 
dei fatti economici che questo sistema, personalmente creato, pu darci, e che 
essi sono il risultato della "violenza", espressione con la quale da millenni i 
filistei di tutte le nazioni si consolano di tutto ci che di spiacevole capita 
loro e con la quale noi non sappiamo niente pi di prima. Ma invece di indagare 
questa violenza nella sua origine e nei suoi effetti, Dhring ci invita ad esser 
paghi e grati della semplice parola "violenza" come causa ultima e spiegazione 
definitiva di tutti i fenomeni economici. Costretto a dare maggiori chiarimenti 
sullo sfruttamento capitalistico del lavoro, lo rappresenta prima in generale 
come fondato sull'imposizione di un tributo e su un sovrapprezzo, appropriandosi 
completamente, su questo punto, il "prelevamento" (prlvement) proudhoniano; 
per spiegarlo poi nei particolari per mezzo della teoria marxiana del 
pluslavoro, plusprodotto e plusvalore. Egli riesce quindi a conciliare 
felicemente due modi di vedere totalmente contraddittori, copiandoli tutti e due 
contemporaneamente. E come nella filosofia trovava parole abbastanza forti per 
quello stesso Hegel che incessantemente sfruttava svuotandolo, cos, nella 
"Storia critica", le calunnie pi prive di fondamento contro Marx servono solo 
per coprire il fatto che tutto ci che di razionale, sia pur unilateralmente, si 
trova nel "Corso" riguardo al capitale e al lavoro  parimenti un plagio che 
svuota Marx. L'ignoranza che nel "Corso" gli fa mettere al principio della 
"storia dei popoli civili" il "grande proprietario terriero" e gli fa ignorare 
completamente la propriet comune del suolo delle trib e dei villaggi dalla 
quale, in effetti, ha inizio tutta la storia, questa ignoranza, oggi quasi 
inconcepibile, , direi, anche superata da quella che nella "Storia critica" 
mena non poco vanto di essere una "ampiezza universale dell'orizzonte storico" e 
di cui abbiamo solo dato pochi esempi ad deterrendum. In una parola: prima 
l'enorme "sforzo" di autoesaltazione, di ciarlatanesche strombazzature e di 
promesse che si accavallano l'una sull'altra, e poi il "risultato"... zero. 
  
Note
119. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit.,408. 
120. K. Marx, "Per la critica dell'economia politica", trad. it., Roma, Editori 
Riuniti, 1969, p. 39. 
45. Max Stirner (1806-1856), individualista anarchico, nel suo libro "L'Unico e 
la sua propriet" assumeva atteggiamenti presuntuosi simili a quelli che Engels 
rimprovera a Dhring. La critica di Marx ed Engels a Stirner occupa la maggior 
parte dell'"ideologia tedesca" (1845-1846). 
121. Aristotele, "Repubblica", libro I, cap. 9. questo passo  citato anche da 
Marx nel "Capitale", I, trad. it. cit., p. 118, e in "Per la critica 
dell'economia politica", trad. it. cit., p. 15. 
122. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., pp. 408-410. 
123. Cfr. Platone, "repubblica", libro II. 
124. Senofonte, "Ciropedia", libro VIII, cap. 2. 
125. Wilhelm Roscher, "Die Grindlagen der Nationalkonomie...", p. 86. 
126. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., pp. 808-812.. 
127. Aristotele parla delle sue differenti forme della circolazione del denaro 
nella "Repubblica", libro I, capp. 8-10. 
128. Aristotele, "Etica Nicomachea", libro V, cap. 8. I passi aristotelici in 
questione sono citati da Marx in "Per la critica dell'economia politica", trad. 
it. cit., pp. 54-55, e nel "Capitale", I, trad. it. cit., pp. 91-92. 
129. Friedrich List, "Das Nationale System...", vol. I, pp. 451 e 456. 
130. Dal volume anonimo "A treatise of taxes, and contributions...", pp. 24 e 
sgg. Il corsivo  di Marx. 
131. Il lavoro "Quantulumcumque concernine money..." fu scritto da William Petty 
nel 1682 e pubblicato a Londra nel 1695. Marx usava l'edizione del 1760. "The 
political anatomy of Ireland..." fu scritta da Petty nel 1672 e pubblicata a 
Londra nel 1691. 
132. Marx si riferisce ai lavori economici del chimico francese Antoine-Laurent 
Lavoisier, "De la richesse territoriale du royaume de France" (Parigi, 1791) e 
"Essai sur la population de la ville de Paris...", nonch all'"Essai 
d'arithmtique politique..." (Parigi, 1791) scritto in collaborazione col 
matematico J-L Lagrange. L'edizione di questi lavori usata da Marx era compresa 
nei "Mlanges d'conomie politique... par Eugne Daire et G. de Molinari", t. 1, 
pp. 575-620. 
133. Pierre Boisguillebert, "Dissrtation sur la nature des richesses...", p. 
397. 
134. Il banchiere economista inglese Jhon Law cerc di mettere in pratica la sua 
idea assurda che lo Stato potesse aumentare la ricchezza del paese emettendo 
carta-moneta non coperta. Nel 1716 egli fond a Parigi una banca privata che 
alla fine del 1718 fu trasformata in banca di Stato. Essa emetteva carta-moneta 
in quantit illimitata e intanto incassava moneta metallica. Ne nacque un enorme 
imbroglio di Borsa e una speculazione inaudita, finch nel 1720 la banca e il 
"sistema" di Law fecero bancarotta completa. Law fugg all'estero. 
135. William Petty, "A treatise of taxes, and contributions...", pp. 28 e sgg. 
136. Dudley North, "Discourses upon trade...", p. 4. 
137. David Hume, "Essays, moral, and political, and dialogues concerning natural 
religion", vol. 4: "Political discourses", Edimburgo, 1752. Marx us l'edizione 
"Essays and treatises..." del 1777, nella quale I "Political discourses" formano 
la seconda parte del primo volume. 
138. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 156 nota 79 e p. 562 nota 7. 
139. Riferimento a Montesquieu, "Lo spirito delle leggi", la cui prima edizione 
usc anonima a Ginevra nel 1748. 
140. David Hume, " Essays and treatises...", p. 303 sg. Il corsivo  di Marx. 
141. K. Marx, "Per la critica dell'economia politica", trad. it. cit., p. 142 
sgg. 
142. David Hume, " Essays and treatises...", p. 313. 
143. Ibid. p. 314. 
144. la prima edizione dell'"Essai sur la nature du commerce in gnral" di 
Richard Cantillon usc in realt nel 1755, come indica lo stesso Marx nel primo 
libro del "Capitale" (trad. it. cit. p. 608). Adam Smith menziona il libro di 
Cantillon nel primo volume di "An inquiry into the nature and causes...". 
145. Le parole "come si  detto" si riferiscono al passo successivo (qui sotto) 
che comincia "Ma perch nella "Storia critica"..." e finisce "... resi da 
Dhring". Nella I e II edizione questo passo si trovava pi indietro. Queste 
parole sono state lasciate per svista, quando Engels riordin il testo per la 
III edizione. 
146. David Hume, " Essays and treatises...", p. 367. Il corsivo  di Marx. 
147. Ibid. p. 314. Il corsivo  di Marx. 
148. Nel 1866 Bismarck, attraverso il so consigliere Wagener, propose a Dhring 
di scrivere per il governo prussiano un memorandum sulla questione operaia. 
Dhring, propugnatore dell'armonia tra capitale e lavoro, accolse l'incarico. Ma 
nel 1867 il lavoro fu pubblicato a sua insaputa dapprima anonimo, poi sotto il 
nome di Hermann Wagener. Dhring sporse querela contro Wagener per violazione 
del diritto d'autore, e nel 1868 vinse la causa. Nel momento culminante di 
questa storia scandalistica Dhring pubblic "Die Schicksale meiner...". 
149. F. C. Schlosser, "Weltgechichte fr dal deutsche Volk...". P, 76 
150. William Cobbett, "A history of the "protestant" reformation, in England and 
Ireland...", paragrafi 149, 116 e 130. 
151. Il "Tableau conomique" di Quesnay fu pubblicato per la prima volta come 
opuscoletto a Versailles nel 1758. 
152. La "Analyse du Tableau conomique" di Quesnay fu pubblicata per la prima 
volta nel 1766 sulla rivista dei fisiocratici "Journale de l'agricolture, 
commerce, arts et finances" (che usc dal 1765 al 1783). Marx la us 
nell'edizione di Eugne Daire: "Physiocrates..." parte I, pp. 57-66. 
153. Marx rimanda agli ultimi paragrafi del lavoro dell'abb Bandeau 
"Explication du Tableau conomique...", che fu pubblicato per la prima volta nel 
1767. Cfr. l'edizione di Eugne Daire: "Physiocrates..." parte II, pp. 864-867. 
154. Nera Angoscia; dall'Ode III, I di Orazio: "ma la Paura e la Minaccia vanno 
dove va il padrone; n scende dalla trireme di bronzo, e sede alle spalle del 
cavaliere, la nera Angoscia". 
155. Lira tornese, moneta coniata a Tours fino al 1796 (80 franchi = 81 
tornesi), 
156. Cfr. Eugne Daire: "Physiocrates..." parte I, p. 68. 
157. Si tratta dell'opera di James Steuart "An inquiry into the principles of 
the political oeconomy", in due volumi, pubblicata a Londra nel 1767. 
158. Henry Charles Carey, "The past, the present, and the future", p. 74 sg. 
  




Anti-Dhring
Terza Sezione: Socialismo
  
I. Cenni storici 
Abbiamo visto nell'Introduzione [*7] come i filosofi francesi del XVIII secolo, 
coloro che prepararono la rivoluzione, si appellassero alla ragione come unico 
giudice di tutto ci che esiste. Si doveva costruire uno Stato secondo ragione e 
una societ secondo ragione e tutto ci che contraddiceva alla ragione eterna 
doveva essere eliminato senza misericordia. Abbiamo visto del pari che questa 
ragione eterna in realt non era altro che l'intelletto idealizzato del 
cittadino della classe media che proprio allora andava evolvendosi nel borghese 
moderno. Ora, quando la Rivoluzione francese ebbe realizzato questa societ 
secondo ragione e questo Stato secondo ragione, le nuove istituzioni, per quanto 
razionali esse fossero a paragone del precedente stato di cose, tuttavia non 
risultarono affatto assolutamente razionali. Lo Stato secondo ragione era 
completamente andato in fumo. Il contratto sociale di Rousseau aveva trovato la 
sua realizzazione nel Terrore, uscita dal quale la borghesia, che aveva perduto 
la fede nella propria capacit politica, si era rifugiata prima nella corruzione 
del Direttorio, e finalmente sotto la protezione del dispotismo napoleonico. La 
pace perpetua che era stata promessa si trasform in una guerra di conquista 
senza fine. La societ secondo ragione non ebbe una sorte migliore. Il contrasto 
tra ricchi e poveri, anzich risolversi nel benessere generale, fu acuito 
dall'eliminazione dei privilegi corporativi e di altro genere che lo coprivano e 
delle istituzioni benefiche della Chiesa che lo attenuavano [b27]; lo slancio 
dell'industria su base capitalistica elev miseria e povert delle masse 
lavoratrici a condizione di vita per la societ [b28]. Il numero dei delitti 
crebbe di anno in anno. Se i vizi feudali, che prima facevano spudoratamente 
mostra di s alla luce del sole, furono, se non soppressi, almeno 
temporaneamente confinati in secondo piano, al loro posto tanto pi 
rigogliosamente fiorirono i vizi borghesi sino allora coltivati in segreto. Il 
commercio, sviluppandosi, divenne sempre pi imbroglio. La parola d'ordine 
rivoluzionaria della "fratellanza" si realizz nelle angherie e nelle invidie 
della lotta della concorrenza. Al posto dell'oppressione violenta subentr la 
corruzione, al posto della spada, quale leva principale del potere sociale, 
subentr il denaro. Il diritto della prima notte pass dai signori feudali ai 
fabbricanti borghesi. La prostituzione dilag in misura sinora inaudita. Il 
matrimonio stesso rimase, come prima, una forma giuridicamente riconosciuta, un 
mantello che ufficialmente copriva la prostituzione e venne inoltre completato 
dall'adulterio praticato su larga scala. Per farla breve, confrontate con le 
pompose promesse degli illuministi, le istituzioni sociali e politiche 
instaurate con il "trionfo della ragione" si rivelarono caricature e amare 
delusioni. Mancavano ancora solo gli uomini che constatassero questa delusione: 
e questi uomini vennero all'inizio del nuovo secolo. Nel 1802 apparvero le 
"Lettere ginevrine" di Saint-Simon; nel 1808 apparve la prima opera di Fourier, 
quantunque le basi della sua teoria datassero dal 1799; il primo gennaio del 
1800 Robert Owen prese la direzione di New Lanark [161]. 
Ma in questo periodo il modo di produzione capitalistico e con esso 
l'antagonismo tra borghesia e proletariato era ancora poco o nulla sviluppato. 
La grande industria che era appena sorta in Inghilterra era ancora sconosciuta 
in Francia. Ma solo la grande industria sviluppa, da una parte, quei conflitti 
che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di 
produzione [b29]: conflitti non solo tra le classi che essa forma, ma anche tra 
le stesse forze produttive e le forme di scambio che essa parimente crea; e 
dall'altra sviluppa, proprio in queste gigantesche forze produttive, anche i 
mezzi per risolvere questi conflitti. Se quindi intorno al 1800 i conflitti 
scaturenti dal nuovo ordinamento sociale erano solo sul nascere, questo vale 
ancora molto di pi riguardo ai mezzi per la loro soluzione. Le masse 
nullatenenti di Parigi durante il Terrore avevano potuto, per un istante, 
conquistare il potere [b30], con questo fatto avevano dimostrato solo che nelle 
condizioni di allora questo potere non era possibile. Il proletariato che 
cominciava appena a distaccarsi da queste masse nullatenenti, come ceppo di una 
nuova classe, ancora assolutamente incapace di una azione politica indipendente, 
si presentava come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nella incapacit in 
cui era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt'al pi portarsi 
dall'esterno, dall'alto. 
Questa situazione storica teneva in suo potere anche i fondatori del socialismo. 
All'immaturit della produzione capitalistica, all'immaturit della posizione 
delle classi, corrispondevano teorie immature. La soluzione delle questioni 
sociali, che restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate, 
doveva uscire dal cervello umano. La societ non offriva che inconvenienti: 
eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo 
e pi perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla societ 
dall'esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l'esempio di 
esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, 
condannati ad essere utopie: quanto pi erano elaborati nei loro particolari, 
tanto pi dovevano andare a finire nella pura fantasia. 
Una volta stabilito tutto questo, non ci fermeremo neanche un momento di pi su 
questo lato che oggi appartiene completamente al passato. Possiamo lasciare a 
rigattieri della letteratura  la Dhring il compito di andare in giro 
sofisticando solennemente su queste fantasticherie, che oggi ormai fanno 
soltanto sorridere, e il far valere di fronte a tali "follie" la superiorit del 
loro sobrio modo di pensare. Noi preferiamo invece rallegrarci dei germi geniali 
di idee e dei pensieri che affiorano dovunque sotto questo manto fantastico e 
per i quali quei filistei non hanno occhi [b31]. 
Saint-Simon gi nelle sue "lettere ginevrine" stabilisce il principio che "tutti 
gli uomini debbono lavorare". Nello stesso scritto sa gi che il dominio del 
Terrore fu il dominio delle masse, nullatenenti. "Guardate - grida loro - che 
cosa accade in Francia nel periodo in cui vi dominano i vostri compagni: essi 
portano la fame." [163] Concepire invece la Rivoluzione francese come una lotta 
di classe fra nobilt, borghesia e nullatenenti [b32], era per l'anno 1802 una 
scoperta genialissima. Nel 1816 egli dichiara che la politica  la scienza della 
produzione e predice che la politica si dissolver completamente nell'economia 
[164]. Se il riconoscimento che la realt economica  la base delle istituzioni 
politiche appare qui soltanto ancora in germe, tuttavia la trasformazione del 
governo politico, esercitato su uomini, in un'amministrazione di cose e in una 
direzione di processi produttivi  qui espressa gi chiaramente, e con essa 
quell'abolizione dello Stato, su cui di recente si  fatto tanto chiasso. Con 
pari superiorit sui suoi contemporanei egli dichiara nel 1814, immediatamente 
dopo l'entrata degli alleati a Parigi, e ancora nel 1815 durante la guerra dei 
cento giorni, che l'alleanza della Francia con l'Inghilterra, e secondariamente 
l'alleanza di tutti e due i paesi con la Germania,  per l'Europa l'unica 
garanzia di uno sviluppo prosperoso e di pace [165]. Per predicare ai francesi 
del 1815 l'alleanza con i vincitori di Waterloo, ci voleva certo un po' pi di 
coraggio che per dichiarare una guerra di chiacchiere ai professori tedeschi 
[b33] [166]. 
Mentre in Saint-Simon scorgiamo una geniale larghezza di vedute grazie alla 
quale in lui sono contenute in germe quasi tutte le idee non rigorosamente 
economiche dei socialisti venuti pi tardi, in Fourier troviamo una critica 
delle vigenti condizioni sociali, ricca di uno spirito schiettamente francese, 
ma non perci meno profondamente penetrante. Fourier prende in parola la 
borghesia, i suoi ispirati profeti prerivoluzionari e i suoi interessati 
apologeti post-rivoluzionari. Egli svela spietatamente la misre materiale e 
morale del mondo borghese e le contrappone tanto le splendide promesse degli 
illuministi di una societ in cui dominer la ragione, di una civilt che dar 
ogni felicit e di una perfettibilit umana illimitata, quanto l'ipocrita 
fraseologia degli ideologi borghesi contemporanei, dimostrando come, dovunque, 
alla frase pi altisonante corrisponda la realt pi miserevole, e coprendo di 
beffe mordaci questo irrimediabile fiasco delle frasi. Fourier non  solo un 
critico; la sua natura perennemente gaia ne fa un satirico e proprio uno dei pi 
grandi satirici di tutti i tempi. La speculazione e la frode che fiorirono col 
tramonto della rivoluzione, nonch la generale grettezza bottegaia del commercio 
francese di allora, vengono descritte da lui con uno spirito pari alla sua 
maestria. Ancora pi magistrale  la sua critica della forma borghese dei 
rapporti sessuali e della posizione della donna nella societ borghese. Egli 
dichiara per la prima volta che, in una data societ, il grado di emancipazione 
della donna  la misura naturale dell'emancipazione generale [167]. Ma dove 
Fourier appare pi grande  nella sua concezione della storia della societ. 
Egli divide tutto il suo corso quale sinora si  svolto, in quattro fasi di 
sviluppo: stato selvaggio, stato patriarcale, barbarie, civilt, la quale ultima 
coincide con quella che oggi si chiama societ borghese [b34] e dimostra che 
l'"ordinamento civile eleva ognuno di quei vizi, che la barbarie pratica in una 
maniera semplice, ad un modo di essere complesso, a doppio senso, ambiguo e 
ipocrita", che la civilt si muove in un "circolo vizioso", in contraddizioni 
che continuamente riproduce senza poterle superare, cosicch essa raggiunge 
sempre il contrario di ci che essa vuol raggiungere o che d a vedere di voler 
raggiungere [168]. Cosicch, per es., "nella civilt la povert sorge dalla 
stessa abbondanza" [169]. Fourier, come si vede, maneggia la dialettica con la 
stessa maestria del suo contemporaneo Hegel. Con pari dialettica egli, di fronte 
alle chiacchiere sull'infinita perfettibilit umana, mette in rilievo il fatto 
che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente, ma ha anche il suo ramo 
discendente [170] ed applica questo modo di vedere anche al futuro di tutta 
l'umanit. Come Kant introdusse nella scienza naturale la futura distruzione 
della Terra, cos Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura 
distruzione dell'umanit. 
Mentre in Francia l'uragano della rivoluzione ripul il paese, in Inghilterra 
avvenne una rivoluzione pi silenziosa, ma non per ci meno poderosa. Il vapore 
e le nuove macchine utensili trasformarono la manifattura nella grande industria 
moderna e rivoluzionarono cos tutta la base della societ borghese. Il 
sonnolento processo di sviluppo del periodo della manifattura si trasform in un 
periodo di vero Sturm und Drang [171] della produzione. Con velocit sempre 
crescente si comp la scissione della societ in grandi capitalisti e proletari 
nullatenenti: tra queste due classi, invece del ceto medio ben definito di una 
volta, conduce oggi un'esistenza malsicura una massa instabile di artigiani e di 
piccoli commercianti, la parte pi fluttuante della popolazione. Il nuovo modo 
di produrre era ancora solo all'inizio della sua fase ascendente: esso era 
ancora il modo di produzione normale e, date le circostanze, l'unico modo 
possibile. Ma gi allora produceva inconvenienti sociali stridenti: assembrarsi 
di una popolazione senza sede nei peggiori quartieri delle grandi citt; 
dissolversi di tutti i legami tradizionali, della subordinazione patriarcale, 
della famiglia; sopralavoro specialmente delle donne e dei fanciulli in misura 
spaventosa, enorme degradazione della classe operaia gettata improvvisamente a 
vivere in condizioni del tutto nuove [b35]. Apparve allora come riformatore un 
industriale ventinovenne, un uomo dal carattere di fanciullo, semplice sino al 
sublime e ad un tempo dirigente nato come pochi. Robert Owen aveva fatta sua la 
dottrina dei materialisti dell'illuminismo, secondo la quale il carattere 
dell'uomo , da una parte, il prodotto dell'organizzazione in cui nasce e, 
dall'altra, delle circostanze che lo circondano durante la sua vita e 
specialmente durante il periodo del suo sviluppo. Nella rivoluzione industriale 
la maggior parte degli uomini della sua classe vedevano solo confusione e caos, 
che permettono di pescare nel torbido ed arricchirsi rapidamente. Egli vide 
invece in essa l'occasione per applicare il suo principio favorito e cos 
mettere ordine nel caos. Lo aveva gi tentato con successo a Manchester come 
dirigente di una fabbrica di pi di cinquecento operai; dal 1800 al 1829 diresse 
in qualit di condirettore le grandi filande di New Lanark in Scozia seguendo 
gli stessi principi, ma solo con maggiore libert d'azione e con un successo che 
gli procur rinomanza europea. Una popolazione, che sal poco a poco a 2.500 
unit e che originariamente si componeva degli elementi pi svariati e per la 
massima parte fortemente degradati, fu da lui trasformata in una perfetta 
colonia modello, nella quale l'ubriachezza, la polizia, il giudice penale, i 
processi, l'assistenza ai poveri, il bisogno di beneficenza erano cose 
sconosciute. E tutto questo semplicemente per il fatto che egli mise questa 
gente in condizioni pi degne dell'uomo e, soprattutto, fece educare 
adeguatamente la generazione nuova. Egli fu l'inventore degli asili d'infanzia e 
li introdusse qui per la prima volta. A partire dal secondo anno di vita i 
bambini venivano a scuola dove tanto si divertivano che a stento potevano essere 
ricondotti a casa. Mentre i suoi concorrenti lavoravano [b36] da tredici a 
quattordici ore al giorno, a New Lanark si lavorava solo dieci ore e mezza. 
Allorch una crisi cotoniera costrinse a fermare il lavoro per la durata di 
quattro mesi, agli operai rimasti disoccupati fu corrisposto il pieno salario. 
E, cos stando le cose, lo stabilimento aveva pi che raddoppiato il valore e 
corrisposto sino all'ultimo ai proprietari un lauto profitto. 
Con tutto ci Owen non era soddisfatto. L'esistenza che aveva creato per i suoi 
operai era ancora ai suoi occhi molto lontana dall'essere un'esistenza degna 
dell'uomo; "quegli uomini erano miei schiavi": le condizioni relativamente 
favorevoli in cui egli li aveva messi erano ancora molto lontane dal permettere 
uno sviluppo generale e razionale del carattere e dell'intelletto e meno ancora 
permettevano una libera attivit. 

"E tuttavia la parte attiva di questi 2.500 uomini produceva per la societ 
altrettanta ricchezza reale quanto appena un mezzo secolo prima avrebbe 
potuto produrne una popolazione di 600.000 uomini. Io mi chiedevo: che cosa 
avviene della differenza tra la ricchezza consumata da 2.500 persone e 
quella che i 600.000 avrebbero dovuto consumare?" 

La risposta era chiara. Essa era stata impiegata per versare ai proprietari 
dello stabilimento il 5% di interesse sul capitale investito ed inoltre pi di 
300.000 lire sterline (6.000.000 di marchi) di profitto. E ci che era vero di 
New Lanark, lo era, e in misura ancora maggiore, per tutte le fabbriche inglesi. 

"Senza questa nuova ricchezza creata dalle macchine non si sarebbero potute 
condurre le guerre per abbattere Napoleone, e per mantenere i principi 
aristocratici della societ. Eppure questo nuovo potere era stato creato 
dalla classe operaia" [b37] [172] 

Ad essa perci ne appartenevano anche i frutti. Le nuove potenti forze 
produttive, che sino allora erano servite solo per l'arricchimento dei singoli e 
l'asservimento delle masse, offrivano a Owen la base per un rinnovamento sociale 
ed erano destinate, come propriet comune, a lavorare solo per il benessere 
comune. 
In una tale maniera, tipica del mondo degli affari, e , per cos dire, frutto 
del calcolo commerciale, sorse il comunismo di Owen. E mantenne sempre lo stesso 
carattere orientato verso la pratica. Cos nel 1823 Owen propose di alleviare la 
miseria irlandese mediante colonie comuniste e alleg ai progetti calcoli 
completi sulle spese di impianto, sulle spese annue e sui redditi prevedibili 
[173]. E cos nel suo piano definitivo per l'avvenire, l'elaborazione tecnica 
dei dettagli [b38]  condotta con tale cognizione di causa che, una volta 
ammesso il metodo di riforma sociale proposto da Owen, anche dal punto di vista 
di uno specialista ben poco si pu dire contro l'organizzazione particolare. 
Il passaggio al comunismo fu il punto critico della vita di Owen. Sino a quando 
si era presentato come semplice filantropo non aveva raccolto altro che 
ricchezza, plausi, onori e gloria. Era l'uomo pi popolare d'Europa. Non solo 
uomini del suo ceto, ma uomini di Stato e principi lo ascoltavano plaudendo. Ma 
quando si fece avanti con le sue teorie comuniste, la situazione cambi di punto 
in bianco. Tre grandi ostacoli gli sembrava che soprattutto sbarrassero la 
strada alla riforma sociale: la propriet privata, la religione e la forma 
attuale del matrimonio. Attaccandoli egli sapeva che cosa lo attendeva: il bando 
da tutta la sicurt ufficiale e la perdita di tutta la sua posizione sociale. Ma 
non si lasci distogliere dall'attaccarli senza riguardi e avvenne quello che 
aveva previsto. Messo al bando dalla societ ufficiale, seppellito nel silenzio 
della stampa, impoverito dal fallimento di esperimenti comunisti in America ai 
quali aveva sacrificata tutta la sua fortuna, si volse direttamente alla classe 
operaia e rimase a lavorare nel suo seno per altri trent'anni. Tutti i movimenti 
sociali, tutti i veri progressi che in Inghilterra sono stati realizzati 
nell'interesse degli operai, sono legati al nome di Owen. Cos nel 1819, dopo 
una lotta quinquennale, riusc a fare approvare la prima legge per la 
limitazione del lavoro delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche [174]. Cos 
presiedette il primo congresso in cui le Trade Unions di tutta l'Inghilterra si 
unirono in un'unica grande organizzazione sindacale [175]. Cos introdusse, come 
misure di transizione verso l'organizzazione completamente comunista della 
societ, da una parte, le societ cooperative (di consumo e di produzione) che 
da allora hanno per lo meno fornito la prova pratica che tanto il mercante 
quanto il fabbricante sono persone delle quali si pu benissimo fare a meno, 
dall'altra parte, i magazzini di lavoro, istituzioni per lo scambio di prodotti 
del lavoro per mezzo di una carta-moneta lavoro la cui unit era costituita 
dall'ora lavorativa [176]; istituzioni che necessariamente dovevano fallire, ma 
che anticipavano in modo perfetto la banca di scambio proudhoniana [177] di 
molto posteriore, e se ne distinguevano solo [b39] perch non volevano 
rappresentare la panacea di tutti i mali sociali, ma solo un primo passo per una 
trasformazione molto pi radicale della societ. 
Questi sono gli uomini ai quali il sommo Dhring, dall'alto della sua "verit 
definitiva di ultima istanza", guarda con quel disprezzo con cui 
nell'introduzione abbiamo dato qualche esempio. E questo disprezzo, sotto un 
certo rispetto, non  privo di una sua ragion sufficiente: poggia 
sostanzialmente su un'ignoranza veramente spaventosa delle opere dei tre 
utopisti. Cos di Saint-Simon ci si dice che "la sua idea fondamentale era 
sostanzialmente giusta e che, prescindendo da alcune unilateralit, fornisce 
anche oggi l'impulso diretto verso delle riforme effettive". Ma quantunque 
sembri che Dhring abbia avuto effettivamente tra le mani alcune delle opere di 
Saint-Simon, invano cercheremo nelle ventisette pagine che vi si riferiscono 
l'"idea fondamentale" di Saint-Simon, cos come prima invano cercavamo che cosa 
il Tableau conomique di Quesnay "potesse significare per Quesnay stesso", e 
alla fine siamo costretti ad accontentarci di questa frase: 

"l'immaginazione e il sentimento filantropico (...) con l'esaltazione della 
fantasia che vi si collega, domina tutta la cerchia delle idee di 
Saint-Simon"! 

Di Fourier conosce e considera solo le fantasie avveniristiche dipinte con 
particolari romanzeschi, ci che in verit, per stabilire l'infinita superiorit 
di Dhring su Fourier,  "molto pi importante" che non l'indagare come costui 
"abbia tentato di criticare occasionalmente l'effettivo stato delle cose". 
Occasionalmente! Ma se quasi in ogni pagina sprizzano le scintille della satira 
e della critica sulle miserie della tanto esaltata civilt!  come se si dicesse 
che Dhring solo "occasionalmente" dichiara Dhring il pi grande pensatore di 
tutti i tempi. Quanto alle dodici pagine dedicate a Robert Owen, Dhring non ha 
altra fonte che la misera biografia del filisteo Sargant che ignorava anche lui 
gli scritti pi importanti di Owen, quelli sul matrimonio e sull'organizzazione 
comunista [178]. Dhring si pu spingere arditamente sino all'affermazione che 
in Owen non si pu "presupporre alcun comunismo deciso". Certo se Dhring avesse 
solo avuto tra le mani il "Book of the New Moral World" di Owen, vi avrebbe 
trovato espresso non soltanto il comunismo pi deciso, con pari dovere di lavoro 
e pari diritto al prodotto, pari proporzionalmente all'et, come Owen non manca 
mai di aggiungere, ma anche l'elaborazione completa per l'edificio della 
comunit comunista dell'avvenire con lo schema, il piano e la veduta complessiva 
a volo d'uccello. Se invece si limita lo "studio diretto degli scritti originali 
dei rappresentanti delle idee socialiste" alla conoscenza del titolo o al 
massimo del motto di pochi di questi scritti, come fa qui Dhring, certo no 
rimane altro che una tale asserzione stupida e inventata di sana pianta. Non 
solo Owen ha predicato il "comunismo deciso", ma lo ha praticato per cinque anni 
(dalla fine del quarto al principio del quinto decennio del secolo) nella 
colonia di Harmony Hall nello Hampshire [179], il cui comunismo, quanto a 
decisione, non lascia niente a desiderare. Io stesso ho conosciuto molti che 
parteciparono allora a questo esperimento comunista modello. Ma di tutto questo, 
come in generale di tutta l'attivit di Owen tra il 1836 e il 1850, Sargant non 
sa assolutamente nulla ed ecco perch la "profonda storiografia" di Dhring 
rimane nella pi buia ignoranza. Dhring chiama Owen "sotto ogni riguardo un 
vero mostro di importuna filantropia". Ma allorch lo stesso Dhring ci 
istruisce intorno a libri di cui a stento conosce titolo e motto, noi non 
abbiamo assolutamente il diritto di dire che egli  "sotto ogni riguardo un vero 
mostro di importuna ignoranza", perch questo sulle nostre labbra sarebbe 
certamente "ingiurioso". 
Gli utopisti, abbiamo visto, furono utopisti perch non potevano essere altro in 
un'epoca in cui la produzione capitalistica era ancora cos poco sviluppata. 
Essi furono obbligati a costruire gli elementi di una nuova societ traendoli 
dal proprio cervello, perch nella vecchia societ questi elementi generalmente 
non erano ancora chiaramente visibili; per i tratti fondamentali del loro nuovo 
edificio essi furono ridotti a fare appello alla ragione, precisamente perch 
non potevano ancora fare appello alla storia del loro tempo. Ma se oggi, quasi 
ottant'anni dopo la loro apparizione, Dhring entra in scena con la pretesa di 
sviluppare un sistema "di valore decisivo" di un nuovo ordinamento sociale, 
traendolo come risultato necessario non gi dal materiale fornito dallo sviluppo 
storico, ma dal suo sommo intelletto, dalla sua ragione gravida di verit 
definitive, egli, che dovunque fiuta epigoni, proprio egli stesso non  che 
l'epigono degli utopisti, l'ultimo utopista. Egli chiama i grandi utopisti col 
nome di "alchimisti sociali". Pu darsi. L'alchimia fu necessaria a suo tempo. 
Ma da quel tempo la grande industria ha sviluppato le contraddizioni che erano 
latenti nel modo di produzione capitalistico, facendole diventare antagonismi 
cos stridenti, che l'imminente crollo di questo modo di produzione si pu per 
cos dire toccare con mano; che le stesse nuove forze produttive possono essere 
mantenute e ulteriormente sviluppate solo mediante l'introduzione di un nuovo 
modo di produzione, adeguato al grado di sviluppo che al presente hanno 
raggiunto; che la lotta tra le due classi prodotte dal modo di produzione sinora 
vigente, e che si riproducono sempre in una posizione di inasprito antagonismo, 
ha invaso tutti i paesi civili e diventa ogni giorno pi accanita, e che, 
infine, anche la conoscenza di questo nesso storico, delle condizioni della 
trasformazione sociale che esso rende necessaria e dei tratti essenziali di 
questa trasformazione parimente da esso condizionati,  gi acquisita. E se oggi 
Dhring fabbrica un nuovo ordinamento sociale utopistico, traendolo dalla sua 
sublime scatola cranica anzich dal materiale economico presente, egli non fa 
soltanto della semplice "alchimia sociale", ma si comporta piuttosto come un 
uomo che, dopo la scoperta e la constatazione delle leggi della chimica moderna, 
volesse ristabilire di nuovo la vecchia alchimia e utilizzare i pesi atomici, le 
formule molecolari, le valenze degli atomi, la cristallografia e l'analisi 
spettroscopica, unicamente per la scoperta... della pietra filosofale. 
  
Note
*7. Cfr. Filosofia [159]. 
159. Engels rimanda all'inizio del primo capitolo dell'Introduzione. In origine 
il "Vorwrts" pubblic i primi 14 capitoli dell'"Anti-Dhring" sotto il titolo 
complessivo "Herrn Eugen Dhring's Umwlzung der Philosophie". A partire dalla 
prima edizione del volume, i primi due capitoli furono distinti dal resto, come 
introduzione a tutte e tre le edizioni. Questa nota "Cfr. "Filosofia" I", che 
era gi nella pubblicazione sul "Vorwrts", fu lasciata da Engels in tutte le 
edizioni da lui curate. 
160. Thomas Carlyle, "Past and present", pag. 198. Questa espressione di Carlyle 
 citata da Engels anche nel suo articolo "Die Lage Englands. "Past and Present" 
by Thomas Carlyle" ("La Situazione dell'Inghilterra. "Past and Present" di 
Thomas Carlyle"), pubblicato nei "Deutsch-Franzsische Jahrbcher", febbraio 
1844. (Cfr. Marx-Engels, Opere, vol. III, Roma, Ed. Riuniti, 1976, pag. 490). 
161. Le "Lettres d'un habitant de Genve  ses contemporains", la prima opera di 
Saint-Simon, furono scritte nel 1802 a Ginevra e pubblicate nel 1803 a Parigi 
senza indicazione di luogo e data di edizione. La data indicata da Engels deriva 
dal libro di Nicolas-Gustave Hubbard, "Saint-Simon, sa vie et ses travaux. Suivi 
de fragments des plus clbres crits de Saint-Simon", Parigi, 1857, che 
contiene inesattezze nella datazione di singole opere di Saint-Simon. La prima 
grande opera di Fourier  la "Thorie des quatre movements et des destines 
gnrales...", scritta nei primi anni del XIX secolo e pubblicata a Lione nel 
1808. Sul frontespizio  indicata Lipsia come luogo di Pubblicazione. New Lanark 
era un cotonificio nei pressi della citt scozzese di Lanark, fondato nel 1784 
insieme con un piccolo centro abitato. 
162. L'idea di Saint-Simon che il fine della societ deve essere di migliorare 
la sorte della classe pi numerosa e pi povera  espressa nella forma pi 
chiara nel suo scritto "Nouveau Christianisme. Lettres d'Eugne Rodrigues. 
L'ducation du genre humain" ("Nuovo Cristianesimo. Lettere di Eugne Rodrigues. 
L'educazione del genere umano"). La prima edizione di questo libro usc anonima 
del 1825 a Parigi. 
163. Queste citazioni sono prese dalla seconda delle "Lettere ginevrine". Nel 
libro di Hubbard "Saint-Simon, sa vie et ses travaux..." questi passi si trovano 
alle pagine 143 e 145. 
164. Il riferimento  all'ottava lettera da: Saint-Simon "Correspondance 
politique et philosophique. Letres de H. Saint-Simon  un Amricain", contenuta 
in un'opera collettiva pubblicata a Parigi nel 1817 col titolo "L'industrie, ou 
discussions politiques, morales et philosophiques, dans l'intrt de tous les 
hommes livrs  des travaux utiles et indpendans...", vol.II, pp. 83-87. Nel 
libro di Hubbard "Saint-Simon, sa vie et ses travaux..." questa concezione  
esposta alle pagine 155-157. 
165. Engels si riferisce a due lavori scritti in comune da Saint-Simon e dal suo 
allievo Augustin Thierry: "De la organisation de la socit europenne, ou de la 
ncessit et des moyens de rassembler les peuples de l'Europe en un seul corps 
politique, en conservant a chacun son indpendance nationale" (Parigi, 1814) e 
"Opnion sur le mesures  prendre contre la coalition de 1815" (Parigi, 1815). 
Nel libro di Hubbard "Saint-Simon, sa vie et ses travaux..." riporta alle pp. 
149-154 un estratto del primo scritto e alle pp.68-76 un'esposizione del 
contenuto di entrambi. 
165. Allusione alle vicende personali di Dhring (vedi nota 7). 
166. Questo pensiero fu sviluppato da Fourier gi nella sua "Thorie des quatre 
movements...", con questa tesi: "I progressi sociali e i mutamenti del tempo 
avvengono in ragione del progresso delle donne verso la libert, e la decadenza 
dell'ordine sociale avviene in ragione della diminuzione della libert delle 
donne". Da ci Fourier concludeva: "...l'estensione dei diritti delle donne  il 
principio generale di tutti i progressi sociali". Cfr. Fourier, "Oeuvres 
compltes", tomo 1, Parigi, 1841, pp. 195-196. 
167. Cfr. Fourier, "Thorie de l'unit universelle", voll. 1 e 4. In "Oeuvres 
compltes", tomo 2, Parigi, 1843, pp. 78-79 e tomo 5, Parigi, 1841, pp. 213-214. 
Sul "circolo vizioso" in cui si muove la societ vedi Fourier, "Le nouveau monde 
industriel et socitaire...", pp. 27-46, 390. La prima edizione di questo 
scritto usc a Parigi nel 1829. 
168. Cfr. Fourier, "Oeuvres compltes", tomo 6, Parigi, 1845, p. 35. 
169. Cfr. Fourier, "Oeuvres compltes", tomo 1, Parigi, 1841, pp. 50 e seg. 
170. Lo Sturm und Drang (Tempesta e Assalto) fu un movimento culturale 
innovatore, fiorito in Germania nella seconda met del Settecento, che esaltava 
l'istintivit, la passionalit, la rottura delle convenzioni; ad esso 
parteciparono anche i giovani Schiller e Goehte. 
171. Il passo citato  a pagina 21-22 del libro indicato da Engels nella sua 
nota; alla stessa fonte risalgono le notizie biografiche su Owen riportate nel 
capoverso precedente. 
172. Robert Owen, "Report of the proceedings at the several public meetings...", 
pp. 110 e seg. 
173. Nel 1815, in un'assemblea a Glasgow, Owen propose una serie di misure per 
alleviare le condizioni di tutti i fanciulli e adulti che lavoravano nei 
cotonifici. Il corrispondente progetto di legge, presentato nel giugno 1815 per 
iniziativa di Owen, fu approvato dal Parlamento solo nel 1819, e fortemente 
mutilato. La legge, che vigeva per i soli cotonifici, vietava tra l'altro il 
divieto di lavoro per i fanciulli minori di 9 anni (nella proposta di Owen il 
limite era di 10 anni) e limitava a 12 ore la giornata lavorativa per i minori 
di 16 anni. Secondo Owen, invece, il massimo doveva essere ridotto a 10 ore e 
mezza per tutti i lavoratori. 
174. Nell'ottobre 1833 si svolse a Londra, sotto la presidenza di Owen, un 
congresso delle societ cooperative e dei sindacati (Trade-Unions), nel quale fu 
formalmente fondata la Grand national consolidated Trades' Union; programma e 
statuto furono approvati nel febbraio 1834. Secondo le intenzioni di Owen questa 
associazione doveva prendere in mano la direzione della produzione e attuare per 
via pacifica un completo rivolgimento della societ. Questo piano utopistico 
fall di fronte alla forte resistenza della borghesia e dello Stato, 
l'associazione si sciolse nell'agosto 1834. 
175. I magazzini di lavoro o Equitable Labour Exchange Bazaars (empori per lo 
scambio equo dei prodotti del lavoro) furono creati in varie citt 
dell'Inghilterra da cooperative operaie; il primo di essi fu creato da Owen nel 
settembre 1832 a Londra; esso esistette fino alla met del 1834. 
176. Il 31 gennaio 1849 Proudhon fond a Parigi la Banque du peuple (Banca del 
popolo); essa esistette per circa due mesi, e solo sulla carta. 
177. I principali scritti di Robert Owen riguardanti il matrimonio e 
l'organizzazione comunista sono: "The marriage system of the new moral world..." 
(Leeds, 1838); "The book of the new moral world..." in 7 parti (Londra, 
1836-1844) e "The revolution in the mind and practice of the human race..." 
(Londra, 1849). 
178. Harmony Hall era il nome di una colonia comunista, fondata alla fine del 
1839 a Queenwood nello Hampshire da socialisti utopisti inglesi capeggiati da 
Owen. Esistette fino al 1845.
  
Note b (nell'opuscolo "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza") 
b27. [aggiunta] la "libert della propriet" dei ceppi feudali, diventata ora 
una realt, si presentava ai piccoli borghesi e ai piccoli contadini come la 
libert di vendere la loro piccola propriet, schiacciata dalla concorrenza 
preponderante del grande capitale e della grande propriet terriera, 
precisamente a questi grandi signori, e quindi come libert di trasformarsi, per 
i piccoli borghesi e per i piccoli contadini, nella libert dalla propriet. 
b28. [aggiunta] Il pagamento in contanti divenne sempre pi, secondo 
l'espressione di Carlyle, l'unico elemento di coesione della societ [160]. 
b29. [aggiunta], una soppressione del suo carattere capitalistico 
b30. [aggiunta] e cos portare alla vittoria la rivoluzione borghese anche 
contro la borghesia. 
b31. [aggiunta] Saint-Simon fu un figlio della grande Rivoluzione francese, al 
cui scoppio egli non aveva ancora trent'anni. La rivoluzione fu la vittoria del 
terzo stato, cio della gran massa della popolazione attiva nella produzione e 
nel commercio, sugli stati oziosi sino allora privilegiati: la nobilt e il 
clero. Ma la vittoria del terzo stato si era presto rivelata come la vittoria 
esclusiva di una piccola parte di questo stato, come la conquista del potere 
politico da parte dello strato sociale privilegiato di esso, la borghesia 
possidente. E invero, questa borghesia si era rapidamente sviluppata gi durante 
la rivoluzione, sia mediante la speculazione sulla propriet terriera nobiliare 
ed ecclesiastica confiscata e poi venduta, sia mediante la frode compiuta ai 
danni della nazione dai fornitori militari. Fu proprio il dominio di questi 
imbroglioni che sotto il Direttorio condusse la Francia e la rivoluzione 
sull'orlo della rovina e con ci dette a Napoleone il pretesto per il suo colpo 
di Stato. Cos nella testa di Saint-Simon l'antagonismo di terzo stato e stati 
privilegiati prese la forma dell'antagonismo tra "lavoratori" ed "oziosi". Gli 
oziosi non erano soltanto gli antichi privilegiati, ma anche tutti coloro che 
vivevano di rendite senza partecipare alla produzione e al commercio. E i 
"lavoratori" non erano soltanto i salariati, ma anche i fabbricanti, i mercanti 
e i banchieri. Che gli oziosi avessero perduta la capacit della direzione 
spirituale e del dominio politico era un fatto compiuto e dalla rivoluzione 
aveva avuto l'ultimo suggello. Che i nullatenenti non possedessero questa 
capacit, questo fatto appariva a Saint-Simon provato dalle esperienze del 
Terrore. Ma chi doveva dirigere e dominare? Secondo Saint-Simon la scienza e 
l'industria, entrambe tenute insieme da un nuovo vincolo religioso, destinato a 
ristabilire l'unit delle idee religiose distrutta sin dal tempo della Riforma: 
un "nuovo cristianesimo" necessariamente mistico e rigidamente gerarchico. Ma la 
scienza erano i professori e l'industria erano in prima linea i borghesi attivi, 
fabbricanti, mercanti e banchieri. Questi borghesi si sarebbero,  vero, dovuti 
tramutare in una specie di pubblici ufficiali, di amministratori fiduciari della 
societ, ma tuttavia avrebbero dovuto occupare di fronte agli operai una 
posizione di comando e anche economicamente privilegiata. I banchieri 
specialmente avrebbero dovuto essere chiamati a regolare, mediante una 
regolamentazione del credito, tutta la produzione sociale. Questa concezione 
corrispondeva ad un periodo in cui in Francia la grande industria e con essa 
l'antagonismo tra borghesia e proletariato era proprio solo sul nascere. Ma ci 
che Saint-Simon particolarmente accentua  questo: che a lui ci che in primo, 
luogo importa dovunque e sempre  la sorte della "classe pi numerosa e pi 
povera" (la classe la plus nombreuse et la plus paure) [162]. 
b32. Concepire invece la Rivoluzione francese come una lotta di classi, e non 
solo tra nobilt e borghesia, ma tra nobilt, borghesia e nullatenenti 
b33. ci voleva in realt sia coraggio sia lungimiranza storica. 
b34. [aggiunta], ossia con l'ordinamento sociale introdotto a partire dal XVI 
secolo. 
b35. [aggiunta] dalla campagna alla citt, dall'agricoltura all'industria, da 
condizioni stabili a condizioni malsicure e mutevoli di giorno in giorno. 
b36. facevano lavorare 
b37. [in nota] Da "Revolution in Mind and Practice", memoriale rivolto a tutti I 
"repubblicani rossi, comunisti e socialisti d'Europa" e inviato al governo 
provvisorio francese nel 1848 ma anche "alla regina Vittoria e ai suoi 
consiglieri responsabili". 
b38. [aggiunta] comprendente lo schema, il piano e la veduta complessiva a volo 
d'uccello. 
b39. e tuttavia se ne distinguevano proprio 
  
 




Anti-Dhring
Terza Sezione: Socialismo
  
II. Elementi teorici 
La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione 
e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni 
ordinamento sociale, che, in ogni societ che si presenta nella storia, la 
distribuzione dei prodotti, e con essa l'articolazione della societ in classi o 
stati, si modella su ci che si produce, sul modo come si produce e sul modo 
come si scambia ci che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni 
mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella 
testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verit eterna e 
dell'eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio; 
esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell'economia dell'epoca che si 
considera. Il sorgere della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono 
irrazionali ed ingiuste, che la ragione  diventata un nonsenso, il beneficio un 
malanno,  solo un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di 
scambio si sono inavvertitamente verificati dei mutamenti per i quali non  pi 
adeguato quell'ordinamento sociale che si attagliava a condizioni economiche 
precedenti. Con ci  detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli 
inconvenienti che sono stati scoperti debbono del pari esistere, pi o meno 
sviluppati, negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono, 
diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti per mezzo del 
cervello nei fatti materiali esistenti della produzione. 
Su queste basi, quale  dunque la posizione del socialismo moderno? 
L'ordinamento sociale vigente, ed  questo un fatto ammesso ora quasi 
generalmente,  stato creato dalla classe oggi dominante, la borghesia. Il modo 
di produzione peculiare della borghesia, da Marx in poi designato col nome di 
modo di produzione capitalistico, era incompatibile con i privilegi locali e di 
ceto e con i vincoli reciproci dell'ordinamento feudale; la borghesia infranse 
l'ordinamento feudale e sulle sue rovine instaur l'ordinamento sociale 
borghese, il regno della libera concorrenza, della libert di domicilio, 
dell'uguaglianza dei diritti dei possessori delle merci, insomma tutte quelle 
che si chiamano delizie borghesi. Il modo di produzione capitalistico si pot 
ora sviluppare liberamente. Le forze produttive elaborate sotto la direzione 
della borghesia si svilupparono da quando il vapore e le nuove macchine utensili 
trasformarono la vecchia manifattura nella grande industria con celerit e 
proporzioni fino allora inaudite. Ma come al loro tempo la manifattura e 
l'artigianato, che sotto la sua azione si era ulteriormente sviluppato, erano 
venuti in conflitto con i vincoli feudali delle corporazioni, cos la grande 
industria, arrivata al suo pi pieno sviluppo, viene in conflitto con i limiti 
entro i quali la confina il modo di produzione capitalistico. Le nuove forze 
produttive hanno ormai superato la forma borghese del loro sfruttamento; n 
questo conflitto tra forze produttive e modo di produzione  un conflitto sorto 
nella testa degli uomini, come press'a poco quello tra il peccato originale e la 
giustizia divina, ma esiste nei fatti, obiettivamente, fuori di noi, 
indipendentemente dalla volont e dalla condotta stessa di quegli uomini che lo 
hanno determinato. Il socialismo moderno non  altro che il riflesso ideale di 
questo conflitto reale, il suo ideale rispecchiarsi, in primo luogo nella testa 
della classe che sotto di esso direttamente soffre, la classe operaia. 
Ora, in che cosa consiste questo conflitto? 
Prima della produzione capitalistica, cio nel medioevo, sussisteva dappertutto 
la piccola produzione, fondata sul fatto che i lavoratori avevano la propriet 
privata dei loro mezzi di produzione: l'agricoltura dei piccoli contadini, 
liberi o servi, l'artigianato delle citt. I mezzi di lavoro, terra, attrezzi 
agricoli, laboratori, utensili, erano mezzi di lavoro individuali, destinati 
solo all'uso individuale, quindi necessariamente modesti, minuscoli, limitati. 
Ma proprio perci essi appartenevano anche, di regola, al produttore stesso. 
Concentrare questi mezzi di produzione sparpagliati e ristretti, estenderli, 
trasformarli nelle leve potentemente efficienti della produzione attuale: questa 
 stata precisametne la funzione storica del modo di produzione capitalistico e 
della classe che lo rappresenta, la borghesia. Come essa abbia adempiuto questa 
sua funzione, a partire dal XV secolo, passando per i tre stadi della 
cooperazione semplice, della manifattura e della grande industria,  stato 
descritto diffusamente da Marx nella quarta sezione del "Capitale". Ma la 
borghesia, come vi  parimente dimostrato, non poteva trasformare quei mezzi di 
produzione limitati in possenti forze produttive, senza trasformarli da mezzi di 
produzione individuali in mezzi di produzione sociali che possono esser usati 
solo da una collettivit di uomini. Al posto del filatoio, del telaio a mano, 
del maglio del fabbro, subentrarono la macchina per filare, il telaio meccanico, 
il maglio a vapore; al posto del laboratorio individuale subentr la fabbrica, 
che esige il lavoro associato di centinaia e migliaia di uomini. E con i mezzi 
di produzione, cos la produzione stessa si trasform da una serie di atti 
individuali in una serie di atti sociali e i prodotti si trasformarono da 
prodotti individuali in prodotti sociali. Il filo, il tessuto, gli oggetti di 
metallo che ora uscivano dalla fabbrica, erano il prodotto comune di molti 
operai, per le cui mani essi dovevano passare successivamente prima di essere 
pronti. Nessuno di loro pu dire individualmente: "Questo l'ho fatto io,  il 
mio prodotto". 
Ma laddove la divisione naturale del lavoro [b40] in seno alla societ  la 
forma naturale della produzione, essa imprime ai prodotti la forma di merci il 
cui scambio reciproco, compra e vendita, mette i singoli produttori in 
condizione di soddisfare i loro svariati bisogni. Questo avveniva gi nel 
medioevo. Il contadino, per es., vendeva prodotti agricoli all'artigiano e a sua 
volta comprava da esso prodotti artigiani. In questa societ di produttori 
individuali, di produttori di merci, si insinu dunque il nuovo modo di 
produzione. Nel bel mezzo della divisione del lavoro naturale, priva di un 
piano, quale dominava in tutta la societ, questo nuovo modo di produzione 
instaur la divisione del lavoro secondo un piano, con cui era organizzata nella 
fabbrica; accanto alla produzione individuale apparve la produzione sociale. I 
prodotti di entrambi venivano venduti allo stesso mercato e quindi a prezzi, 
almeno approssimativamente, eguali. Ma l'organizzazione secondo un piano era pi 
forte della divisione naturale del lavoro; le fabbriche che lavoravano 
socialmente producevano i loro prodotti pi a buon mercato che non i piccoli 
produttori individuali. La produzione individuale soggiacque successivamente in 
tutti i campi, la produzione sociale rivoluzion tutto l'antico modo di 
produzione. Ma questo suo carattere rivoluzionario fu cos poco riconosciuto 
che, al contrario, essa fu introdotta come mezzo per accrescere e favorire la 
produzione delle merci. Essa sorse ricollegandosi direttamente a leve 
determinate e gi esistenti della produzione e dello scambio delle merci: il 
capitale mercantile, l'artigianato, il lavoro salariato. Poich essa stessa si 
presentava come una nuova forma della produzione di merci, le forme di 
appropriazione della produzione di merci rimasero in pieno vigore anche per 
essa. 
Nella produzione di merci, quale si era sviluppata nel medioevo, non poteva 
affatto sorgere la questione a chi dovesse appartenere il prodotto del lavoro. 
Il produttore individuale lo aveva, di regola, confezionato con una materia 
prima che gli apparteneva e che spesso era prodotta da lui stesso, con mezzi di 
lavoro propri e col lavoro manuale proprio e della sua famiglia. Non c'era 
assolutamente nessun bisogno che egli se lo appropriasse, gli apparteneva in 
modo assolutamente spontaneo. La propriet dei prodotti era quindi fondata sul 
proprio lavoro. Anche laddove ci si serviva del lavoro altrui, di regola questo 
aiuto restava cosa accessoria e chi lo prestava frequentemente riceveva, oltre 
al salario, anche un'alra remunerazione: l'apprendista e il garzone delle 
corporazioni lavoravano per avviarsi a diventare maestri, pi che per il vitto e 
il salario. A questo punto venne la concentrazione dei mezzi di produzione in 
grandi officine e manifatture, la loro trasformazione in mezzi di produzione 
effettivamente sociali. Ma i mezzi di produzione e i prodotti sociali furono 
trattati come se fossero ancora quali erano prima, mezzi di produzione e 
prodotti individuali. Se ancora il possessore di mezzi di lavoro si era 
appropriato il prodotto perch di regola era un prodotto suo proprio, e il 
lavoro sussidiario altri era solo l'eccezione, ora il possessore degli strumenti 
di lavoro continu ad appropriarsi il prodotto, malgrado non fosse pi il suo 
prodotto, ma esclusivamente il prodotto del lavoro altrui. In questo modo i 
prodotti, orami creati socialmente, se li appropriarono non gi coloro che 
mettevano effettivamente in movimento i mezzi di produzione e che effettivamente 
creavano i prodotti, ma il capitalista. I mezzi di produzione e la produzione 
sono diventati essenzialmente sociali, ma sono sottoposti ad una forma di 
appropriazione che ha come presupposto la produzione privata individuale, nella 
quale quindi ognuno possiede il proprio prodotto e lo porta al mercato. Il modo 
di produzione viene sottoposto a questa forma di appropriazione malgrado ne 
elimini il presupposto [*8]. In questa contraddizione che conferisce al nuovo 
modo di produzione il suo carattere capitalistico, risiede gi in germe tutto il 
contrasto del nostro tempo. Quanto pi il nuovo modo di produzione divenne 
dominante in tutti i campi decisivi della produzione e in tutti i paesi di 
importanza economica decisiva, e conseguentemente soppiant la produzione 
individuale sino ai suoi residui insignificanti, tanto pi crudamente doveva 
apparire anche l'inconciliabilit della produzione sociale e dell'appropriazione 
capitalistica. 
I primi capitalisti, come abbiamo detto, trovarono gi esistente la forma del 
lavoro salariato; ma lavoro salariato come eccezione, occupazione ausiliaria, 
accessoria, fase transitoria. Il lavoratore agricolo che andava temporaneamente 
a lavorare a giornata aveva il suo palmo di terra col quale, in mancanza di 
meglio, poteva vivere. Gli ordinamenti delle corporazioni si davano cura che il 
garzone di oggi diventasse il maestro di domani. Ma non appena i mezzi di 
produzione divennero sociali e furono concentrati nelle mai dei capitalisti, 
tutto questo mut. Il mezzo di produzione, cos come il prodotto del piccolo 
produttore individuale, perdette sempre pi di valore e a costui no rest altro 
che andare a salario presso il capitalista. Il lavoro salariato, prima eccezione 
e occupazione sussidiaria, divenne regola e forma fondamentale di tutta la 
produzione; prima occupazione accessoria, divent ora l'attivit esclusiva 
dell'operaio. Il salariato temporaneo si trasform nel salariato a vita. La 
quantit dei salariati a vita fu inoltre smisuratamente accresciuta dal 
contemporaneo crollo dell'ordinamento feudale, dalla dispersione del personale 
dei signori feudali, dall'espulsione dei contadini dalle loro fattorie, ecc. La 
separazione tra i mezzi di produzione concentrati nelle mani dei capitalisti e i 
produttori, ridotti a non possedere altro che la loro forza-lavoro, divenne 
perfetta. La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione 
capitalistica si present come antagonismo tra proletariato e borghesia. 
Abbiamo visto che il modo di produzione capitalistico si inser in una societ 
di produttori di merci, di produttori individuali, il cui nesso sociale era 
determinato dallo scambio dei loro prodotti. Ma ogni societ fondata sulla 
produzione di merci ha questo di particolare: che in essa i produttori hanno 
perduto il dominio sui loro propri rapporti sociali. Ognuno produce per s con 
mezzi di produzione che casualmente possiede e per il fabbisogno del suo scambio 
individuale. Nessuno sa n quale quantit del suo articolo arriva al mercato, n 
in generale quale quantit ne  richiesta; nessuno sa se il suo prodotto 
individuale risponde ad un effettivo bisogno, n se potr cavarne le spese, n 
se in generale potr vendere. Domina l'anarchia della produzione sociale. Ma la 
produzione di merci, come ogni altra forma di produzione, ha le sue leggi 
specifiche, immanenti, inseparabili da essa. E queste leggi si attuano malgrado 
l'anarchia, in essa e per mezzo di essa. Esse compaiono nell'unica forma di 
nesso sociale che continua ad esistere, nello scambio, e si fanno valere sui 
prodotti individuali come leggi coattive della concorrenza. Da principio esse 
sono quindi sconosciute a questi stessi produttori e devono essere scoperte da 
loro a poco a poco e solo con una lunga esperienza. Esse dunque si attuano senza 
i produttori e contro i produttori, come leggi naturali della loro forma di 
produzione agenti ciecamente. Il prodotto domina i produttori. 
Nella societ medievale, specialmente nei primi secoli, la produzione era 
essenzialmente indirizzata al consumo personale. Essa appagava in prevalenza 
soltanto i bisogni del produttore e della sua famiglia. Laddove, come nella 
campagna, sussistevano rapporti di dipendenza personale, la produzione 
contribuiva anche all'appagamento dei bisogni del signore feudale. Quindi non 
c'era scambio e conseguentemente i prodotti non assumevano neppure il carattere 
di merci. La famiglia del contadino produceva quasi tutto quello di cui 
abbisognava, attrezzi e indumenti nonch mezzi di sussistenza. Solo allorch 
venne a produrre un eccedenza sul proprio fabbisogno e sui versamenti in natura 
dovuti al signore feudale, solo allora cominci a produrre anche merci; questa 
eccedenza immessa nello scambio, offerta in vendita, divenne merce. Gli 
artigiani cittadini dovettero, certo, gi sin dal principio, produrre per lo 
scambio. Ma essi provvedevano col proprio lavoro anche alla massima parte del 
loro fabbisogno personale; avevano orti e piccoli campi; mandavano il loro 
bestiame nel bosco comunale che forniva loro inoltre legname da costruzione e 
legna da ardere; le donne filavano il lino, la lana, ecc. La produzione per lo 
scambio, la produzione di merci, era solo sul nascere. Da qui scambio limitato, 
mercato limitato, modo di produzione stabile, isolamento locale verso l'esterno 
e unione locale all'interno: la marca [b41] nella campagna, la corporazione 
nella citt. 
Ma con l'estensione della produzione di merci, e specialmente con l'apparire del 
modo di produzione capitalistico, entrarono pi apertamente e pi 
prepotentemente in azione le leggi della produzione di merci sinora latenti. I 
vecchi vincoli si allentarono, e vecchie barriere di separazione furono 
infrante, i produttori si trasformarono sempre pi in produttori di merci 
indipendenti e isolati. Apparve l'anarchia della produzione sociale e sempre pi 
fu spinta al suo estremo. Ma il principale strumento con cui il modo di 
produzione capitalistico accresceva questa anarchia della produzione sociale era 
precisamente l'opposto dell'anarchia: era la crescente organizzazione della 
produzione, in quanto produzione sociale, in ogni singola azienda produttiva. 
Con questa leva, esso mise fine alla vecchia pacifica stabilit. Laddove veniva 
introdotto in un ramo di industria, non tollerava accanto a s nessun altro modo 
di produzione pi vecchio. Laddove si impadroniva di un mestiere ne distruggeva 
l'antica forma artigiana. Il campo del lavoro divenne un campo di battaglia. Le 
grandi scoperte geografiche e le colonizzazioni che seguirono moltiplicarono i 
territori di sbocco e accelerarono la trasformazione dell'artigianato in 
manifattura. La lotta non scoppi soltanto tra i singoli produttori di una 
localit; le lotte locali sviluppandosi divennero a loro volta lotte nazionali; 
come le guerre commerciali dei secoli XVII e XVIII [181]. Finalmente la grande 
industria e la creazione del mercato mondiale resero universale la lotta e ad un 
tempo le conferirono una violenza inaudita. Tra i singoli capitalisti, cos come 
tra intere industrie e interi paesi, il problema della loro esistenza viene 
deciso dalle condizioni pi o meno favorevoli della produzione, che possono 
essere naturali o artificiali. Chi soccombe viene eliminato senza nessun 
riguardo.  la lotta darwiniana per l'esistenza dell'individuo, trasportata, con 
accresciuto furore, dalla natura alla societ. Il punto di vista dell'animale 
nella natura appare come l'apice dell'umano sviluppo. La contraddizione tra 
produzione sociale e appropriazione capitalistica si riproduce [b42] come 
antagonismo tra l'organizzazione della produzione nella singola fabbrica e 
l'anarchia della produzione nel complesso della societ. 
Il modo di produzione capitalistico si muove entro queste due forme nelle quali 
si manifesta quella contraddizione che gli  immanente per la sua origine e 
descrive, senza possibilit di uscirne, quel "circolo vizioso" che gi Fourier 
vi aveva scoperto. Ci che Fourier non poteva invero ancora scorgere ai suoi 
tempi,  che questo circolo progressivamente si restringe, che il movimento 
rappresenta piuttosto una spirale, e che, come quello dei pianeti, raggiunger 
la sua fine collidendo col centro.  la forza motrice dell'anarchia sociale 
della produzione che trasforma sempre pi la grande maggioranza degli uomini in 
proletari e, a loro volta, sono le masse proletarie che metteranno termine, 
infine, all'anarchia della produzione.  la forza motrice dell'anarchia sociale 
della produzione che trasforma l'infinita perfettibilit delle macchine della 
grande industria in una legge coercitiva che impone al singolo capitalista 
industriale di perfezionare sempre pi le proprie macchine, pena la rovina. Ma 
perfezionare le macchine significa render superfluo del lavoro umano. Se 
l'introduzione e l'aumento del macchinario significa soppiantare milioni di 
operai manuali con pochi operai addetti alle macchine, il miglioramento del 
macchinario significa soppiantare un numero sempre crescente di operai - essi 
stessi addetti alle macchine - e in ultima analisi creare una massa di salariati 
disponibili superiore alla quantit media di unit che il capitale ha bisogno di 
occupare: creare cio un vero esercito di riserva industriale, come lo chiamavo 
gi nel 1845 [*9], disponibile per i tempi in cui l'industria lavora ad alta 
pressione, gettato sul lastrico nella crisi che necessariamente segue, in tutti 
i tempi palla di piombo al piede della classe operaia nella sua lotta per 
l'esistenza col capitale, regolatore che serve a tenere il salario a quel basso 
livello che  adeguato alle esigenze dei capitalisti. Cos avviene che, per 
dirla con Marx, la macchina diviene il pi potente mezzo di guerra del capitale 
contro la classe operaia; che lo strumento di lavoro strappa giornalmente dalle 
mani dell'operaio i mezzi di sussistenza; che il prodotto stesso dell'operaio si 
trasforma in uno strumento per l'asservimento dell'operaio. Cos accade che 
l'economizzare mezzi di lavoro diventa a priori ad un tempo una dilapidazione 
senza ritegno della forza-lavoro ed una rapina ai danni dei normali presupposti 
della funzione del lavoro; che le macchine, che sono il mezzo pi potente per 
abbreviare il tempo di lavoro, si mutano nel mezzo pi infallibile per 
trasformare tutta la vita dell'operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro 
disponibile per la valorizzazione del capitale; cos accade che il sopralavoro 
degli uni diventa il presupposto della disoccupazione degli altri, e che la 
grande industria che d la caccia a nuovi consumatori su tutta la superficie 
terrestre, in patria riduce il consumo delle masse ad un minimo di fame e cos 
mina il proprio mercato interno. 

"La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, 
ossia l'esercito industriale di riserva da una parte e volume ed energia 
dell'accumulazione dall'altra, incatena l'operaio al capitale in maniera pi 
salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa 
legge determina un'accumulazione di miseria proporzionata all'accumulazione 
di capitale. L'accumulazione di ricchezza all'uno dei poli  dunque al tempo 
stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavit, ignoranza, 
brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto, ossia dalla parte 
della classe che produce il proprio prodotto come capitale" 
(Marx, "Il Capitale", pag. 671) [183] 

E aspettare dal modo di produzione capitalistico un'altra distribuzione dei 
prodotti, significa pretendere che gli elettrodi di una batteria, stando in 
collegamento con la batteria, non debbano scomporre l'acqua e sviluppare 
ossigeno al polo positivo e idrogeno al polo negativo. 
Abbiamo visto come la perfettibilit della macchina moderna, spinta al punto pi 
alto, si trasformi, mediante l'anarchia della produzione nella societ, in 
un'imposizione che costringe il singolo capitalista industriale a migliorare 
necessariamente le proprie macchine, ad elevarne la forza produttiva. La 
semplice eventualit effettiva di estendere l'ambito della sua produzione, si 
trasforma per lui in un'imposizione di egual natura. La enorme forza espansiva 
della grande industria, di fronte alla quale quella dei gas  un vero giuoco da 
bambini, si presenta ora ai nostri occhi come un bisogno di espansione sia 
qualitativa che quantitativa che si fa beffa di ogni pressione contraria. Questa 
pressione contraria  formata dal consumo, dallo scambio, dai mercati per i 
prodotti della grande industria. Ma la capacit di estensione dei mercati, sia 
estensiva che intensiva,  dominata anzitutto da leggi affatto diverse, che 
agiscono in modo molto energico. La espansione dei mercati non pu andare pari 
passo con quella della produzione. La collisione diviene inevitabile e poich 
non pu presentare nessuna soluzione sino a che non manda a pezzi lo stesso modo 
di produzione capitalistico, diventa periodica. La produzione capitalistica 
genera un nuovo "circolo vizioso". 
In effetti, dal 1825, anno in cui scoppi la prima crisi generale, tutto il 
mondo industriale e commerciale, la produzione e lo scambio di tutti i popoli 
civili e di tutte le loro appendici pi o meno barbariche, si sfasciano una 
volta ogni dieci anni circa. Il commercio langue, i mercati sono ingombri, si 
accumulano i prodotti tanto numerosi quanto inesitabili, il denaro contante 
diviene invisibile, il credito scompare, le fabbriche si fermano, le masse 
operaie, per aver prodotto troppi mezzi di sussistenza, mancano di mezzi di 
sussistenza; fallimenti e vendite all'asta si susseguono. La stagnazione dura 
per anni, forze produttive e prodotti vengono dilapidati e distrutti in gran 
copia, sino a che finalmente le masse di merci accumulate defluiscono grazie ad 
una svalutazione pi o meno grande e produzione e scambio a poco a poco 
riprendono il loro cammino. Gradualmente la loro andatura si accelera, si mette 
al trotto, il trotto dell'industria si trasforma in galoppo e questo si accelera 
sino ad assumere l'andatura sfrenata di un vero steeple-chase [corsa ad 
ostacoli] industriale, commerciale, creditizio e speculativo per ricadere 
finalmente, dopo salti da rompersi il collo, nel baratro del crac. E cos sempre 
da capo, tutto questo dal 1825 lo abbiamo sperimentato per ben cinque volte e in 
questo momento (1877) lo stiamo sperimentando per la sesta volta. E il carattere 
di queste crisi  cos nettamente marcato che Fourier le ha colte tutte quante, 
allorch defin la prima come crise plthorique, crisi di sovrabbondanza [184]. 
Nelle crisi la contraddizione tra produzione sociale e appropriazione 
capitalistica perviene allo scoppio violento. La circolazione delle merci  
momentaneamente annientata; il mezzo della circolazione, il denaro, diventa un 
ostacolo per la circolazione; tutte le leggi della produzione e della 
circolazione delle merci vengono sovvertite. La collisione economica raggiunge 
il suo culmine. Il modo della produzione si ribella contro il modo dello 
scambio, le forze produttive si ribellano contro il modo di produzione che esse 
hanno gi superato. 
Il fatto che l'organizzazione sociale della produzione nell'interno della 
fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile con l'anarchia della 
produzione esistente nella societ accanto ad essa e al di sopra di essa, questo 
fatto viene reso tangibile agli stessi capitalisti dalla potente concentrazione 
dei capitali che ha luogo durante le crisi, mediante la rovina di un gran numero 
di grandi capitalisti e di un numero ancora maggiore di piccoli capitalisti. 
Tutto il meccanismo del modo di produzione capitalistico si arresta sotto la 
pressione delle forze produttive che esso stesso produce. Esso non riesce pi a 
trasformare in capitale tutta questa massa di mezzi di produzione: essi 
giacciono inoperosi e, precisamente per questa ragione, anche l'esercito 
industriale di riserva  costretto a restare inoperoso. Mezzi di produzione, 
mezzi di sussistenza, operai disponibili, tutti gli elementi della produzione e 
della ricchezza generale, esistono in sovrabbondanza. Ma "la sovrabbondanza 
diventa fonte di miseria e penuria" (Fourier) perch  precisamente essa che 
ostacola la trasformazione dei mezzi di produzione e di sussistenza in capitale. 
Infatti nella societ capitalistica i mezzi di produzione non possono entrare in 
azione se prima non si sono trasformati in capitale, in mezzi per lo 
sfruttamento della forza-lavoro umana. La necessit che i mezzi di produzione e 
di sussistenza assumano il carattere di capitale si erge come uno spettro tra 
essi e gli operai. Essa sola impedisce il contatto tra le leve reali e le leve 
personali della produzione; essa sola proibisce ai mezzi di produzione di 
funzionare e agli operai di lavorare e di vivere. Da una parte dunque viene 
conclamata la incapacit del modo di produzione capitalistico di continuare a 
dirigere queste forze produttive. Dall'altra queste stesse forze produttive 
spingono con forza sempre crescente alla soppressione della contraddizione, alla 
propria emancipazione dal loro carattere di capitale, all'effettivo 
riconoscimento del loro carattere di forze produttive sociali. 
 questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive nel 
loro rigoglioso sviluppo,  questa progressiva spinta a far riconoscere la 
propria natura sociale, ci che obbliga la stessa classe capitalistica a 
trattare sempre pi come sociali queste forze produttive, nella misura in cui  
possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici. Tanto il periodo 
di grande prosperit nell'industria con la sua illimitata inflazione creditizia, 
quanto lo stesso crac con la rovina di grandi imprese capitalistiche, spingono a 
quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di 
produzione, che incontriamo nelle diverse specie di societ anonime. Molti di 
questi mezzi di produzione e di scambio sono sin dal principio cos enormi da 
escludere, come ad es. avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di 
sfruttamento capitalistico. Ad un certo grado di sviluppo, neanche questa forma 
 pi sufficiente [b43]; il rappresentante ufficiale della societ 
capitalistica, lo Stato, deve assumerne la direzione [*10]. La necessit della 
trasformazione in propriet statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi 
di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie. 
Se le crisi hanno rivelato l'incapacit della borghesia a dirigere ulteriormente 
le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di 
produzione e di traffico in societ anonime [b45] e in propriet statale mostra 
che la borghesia non  indispensabile per il raggiungimento di questo fine. 
Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati 
salariati. Il capitalista non ha pi nessuna attivit sociale che non sia 
l'intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitali si 
spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha 
cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li 
relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in 
un primo tempo non li relega tra l'esercito industriale di riserva. 
Ma n la traformazione in societ anonime [b45], n la trasformazione in 
propriet statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. 
Nelle societ anonime [b45] questo carattere  evidente. E a sua volta lo Stato 
moderno  l'organizzazione che la societ capitalistica si d per mantenere il 
modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che 
dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma,  una 
macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista 
collettivo ideale. Quanto pi si appropria le forze collettive, tanto pi 
diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore  il numero di cittadini che 
esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto 
capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto 
all'apice, si rovescia. La propriet statale delle forze produttive non  la 
soluzione del conflitto, ma racchiude in s il mezzo formale, la chiave della 
soluzione. 
Questa soluzione pu consistere solo nel fatto che si riconosca in effetti la 
natura sociale delle moderne forze produttive e che quindi il modo di 
produzione, di appropriazione e di scambio sia messo in armonia con il carattere 
sociale dei mezzi di produzione. E questo pu accadere solo a condizione che, 
apertamente e senza tergiversazioni, la societ si impadronisca delle forze 
produttive le quali si sottraggono ad ogni altra direzione che non sia quella 
sua. Cos il carattere sociale dei mezzi di produzione e dei prodotti che oggi 
si volge contro gli stessi produttori, che sconvolge periodicamente il modo di 
produzione e di scambio e si impone con forza possente e distruttiva solo come 
cieca legge naturale, viene fatto valere con piena consapevolezza dai produttori 
e, da causa di turbamento e di sconvolgimento periodico, si trasforma nella pi 
potente leva della produzione stessa. 
Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze 
naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le 
riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo 
riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli 
effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre pi al nostro volere e per 
mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare 
per le odierne potenti forze produttive. Fino a quando ostinatamente ci 
rifiuteremo di intenderne la natura e il carattere, e a questa intelligenza si 
oppongono il modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze 
agiranno malgrado noi e contro di noi, e, come abbiamo diffusamente esposto, ci 
domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani 
dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici 
in docili serve.  questa la differenza tra la forza distruttiva 
dell'elettricit nel lampo nella tempesta e l'elettricit domata del telegrafo e 
della lampada ad arco; la differenza tra l'incendio e il fuoco che agisce al 
sevizio dell'uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in 
questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all'anarchia 
sociale della produzione subentrer una regolamentazione socialmente pianificata 
della produzione, conforme ai bisogni sia della comunit che di ogni singolo. 
Cos il modo di appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asservisce 
anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se lo appropria, viene 
sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti fondato sulla natura stessa 
dei moderni mezzi di produzione: da una parte da un'appropriazione direttamente 
sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall'altra da 
un'appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di 
godimento. 
Il modo di produzione capitalistico, trasformando in misura sempre crescente la 
grande maggioranza della popolazione in proletari, crea la forza che, pena la 
morte,  costretta a compiere questo rivolgimento, spingendo in misura sempre 
maggiore alla trasformazione dei grandi mezzi di produzione socializzati in 
propriet statale, essa stessa mostra la via per il compimento di questo 
rivolgimento. Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto 
trasforma i mezzi di produzione in propriet dello Stato. Ma cos sopprime se 
stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo 
di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La societ esistita sinora, 
smoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessit dello Stato, 
cio dell'organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per 
conservare le condizioni esterne della sua produzione e quindi specialmente per 
tener con la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal 
modo vigente di produzione (schiavit, servit della gleba, semiservit feudale, 
lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la societ, 
la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella 
classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la societ: 
nell'antichit era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo 
Stato della nobilt feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, 
diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la societ, si 
rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono pi classi sociali da 
mantenere nell'oppressione, non appena con l'eliminazione del dominio di classe 
e della lotta per l'esistenza individuale fondata sull'anarchia della produzione 
sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che 
sorgono da tutto ci, non ci sar da reprimere pi niente di ci che rendeva 
necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo 
Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la societ, cio la 
presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della societ,  ad un 
tempo l'ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L'intervento di una forza 
statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e 
poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare 
l'amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo stato 
non viene "abolito": esso si estingue. Questo  l'apprezzamento che deve farsi 
della frase "Stato popolare libero" [186], tanto quindi per la sua 
giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva 
insufficienza in sede scientifica; e questo  del pari l'apprezzamento che deve 
farsi dell'esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito 
dall'oggi al domani. 
La presa di possesso di tutti i mezzi di produzione da parte della societ, sin 
dall'apparire del modo di produzione capitalistico nella storia,  stata spesso 
assai sognata pi o meno oscuramente sia dai singoli che da intere sette, come 
un ideale dell'avvenire. Ma essa poteva diventare possibile, poteva diventare 
una necessit storica, solo quando fossero esistite le condizioni materiali 
della sua attuazione. Essa, come ogni altro progresso sociale, diviene 
realizzabile non gi per mezzo della conoscenza acquisita che l'esistenza delle 
classi contraddice alla giustizia, all'eguaglianza, ecc., non gi per la 
semplice volont di abolire queste classi, ma per mezzo di certe nuove 
condizioni economiche. La divisione della societ in una classe che sfrutta e in 
una classe che  sfruttata, in una classe che domina e in una classe che  
oppressa,  stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo 
della produzione. Sino a quando il complessivo lavoro sociale fornisce solo un 
provento che supera soltanto di poco ci che  necessario per un'esistenza 
stentata di tutti, sino a quando perci il lavoro impegna tutto o quasi tutto il 
tempo della maggioranza dei membri della societ, necessariamente la societ si 
divide in classi. Accanto a questa grande maggioranza dedita esclusivamente al 
lavoro, si forma una classe emancipata dal lavoro immediatamente produttivo, la 
quale cura gli affari comuni della societ: direzione del lavoro, affari di 
Stato, giustizia, scienza, arti, ecc. A base della divisione in classi sta 
quindi la legge della divisione del lavoro. Ma ci non impedisce che questa 
divisione in classi non si sia effettuata mediante forza e rapina, astuzia e 
inganno e che la classe dominante, una volta in sella, non abbia mai mancato di 
consolidare il proprio dominio a spese della classe che lavora e di trasformare 
la direzione della societ in sfruttamento [b46] delle masse. 
Ma se, di conseguenza, la divisione in classi ha una certa giustificazione 
storica, tale giustificazione essa l'ha soltanto per un determinato intervallo 
di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si  fondata 
sull'insufficienza della produzione e sar eliminata dal pieno sviluppo delle 
moderne forze produttive. Ed in effetti, l'abolizione delle classi sociali ha 
come suo presupposto un grado di sviluppo storico di cui non solo l'esperienza 
di questa o di quella determinata classe dominante, ma in generale l'esistenza 
di una classe dominante e quindi della stessa differenza di classe,  diventata 
un anacronismo, un vecchiume. Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado 
di sviluppo della produzione nel quale l'appropriazione dei mezzi di produzione 
e dei prodotti, e perci del potere politico, del monopolio della cultura e del 
potere spirituale da parte di una particolare classe della societ non solo  
diventata superflua, ma  diventata anche economicamente, politicamente e 
intellettualmente un ostacolo allo sviluppo. Questo punto oggi  raggiunto. Se 
ormai  difficile dire che il fallimento politico e intellettuale della 
borghesia sia ancora un segreto per essa stessa, il suo fallimento economico si 
ripete regolarmente ogni dieci anni. In ogni crisi la societ soffoca sotto il 
peso delle proprie forze produttive e dei propri prodotti che essa non pu 
utilizzare, ed  impotente davanti all'assurda contraddizione che i produttori 
non hanno niente da consumare perch mancano i consumatori. La forza di 
espansione dei mezzi di produzione strappa i legami che ad essi sono imposti dal 
modo di produzione capitalistico. La loro liberazione da questi legami  la sola 
condizione preliminare di uno sviluppo ininterrotto e costantemente accelerato 
delle forze produttive, e quindi di un incremento praticamente illimitato della 
produzione stessa. Ma non basta. L'appropriazione sociale dei mezzi di 
produzione elimina non solo l'ostacolo artificiale oggi esistente della 
produzione, ma anche la vera e propria completa distruzione di forze produttive 
e di prodotti, che al presente  l'immancabile campagna della produzione e che 
raggiunge il suo punto culminante nelle crisi. L'appropriazione sociale, 
eliminando l'insensato sciupio del lusso delle classi oggi dominanti e dei loro 
rappresentanti politici, libera inoltre a vantaggio della collettivit una massa 
di mezzi di produzione e di prodotti. La possibilit di assicurare, per mezzo 
della produzione sociale, a tutti i membri della collettivit un'esistenza che 
non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi 
ogni giorno pi ricca, ma garantisca loro lo sviluppo e l'esercizio 
completamente liberi delle loro facolt fisiche e spirituali: questa possibilit 
esiste ora per la prima volta, ma esiste [*11]. 
Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della societ, viene 
eliminata la produzione di merci e con ci il dominio del prodotto sui 
produttori. L'anarchia all'interno della produzione sociale viene sostituita 
dall'organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta per l'esistenza 
individuale cessa. In questo modo, in un certo senso, l'uomo si separa 
definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza 
animali a condizioni di esistenza effettivamente umane. La cerchia delle 
condizioni di vita che circondano gli uomini e che sinora li hanno dominati 
passa ora sotto il dominio e il controllo degli uomini, che adesso, per la prima 
volta, diventano coscienti ed effettivi padroni della natura, perch, diventano 
padroni della loro propria organizzazione in societ. Le leggi della loro 
attivit sociale che sino allora stavano di fronte a loro come leggi di natura 
estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena 
cognizione di causa e quindi dominate. L'organizzazione in societ propria degli 
uomini, che sino ad ora stava loro di fronte come una legge elargita dalla 
natura e dalla storia, diventa ora la loro propria libera azione. Le forze 
obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto il 
controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno 
con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da 
loro poste in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, 
anche gli effetti che essi hanno voluto.  questo il salto dell'umanit dal 
regno della necessit al regno della libert [b47]. 
Compiere quest'azione di liberazione universale  il compito storico del 
proletariato moderno. Studiarne a fondo le condizioni storiche e 
conseguentemente la natura stessa e dare cos alla classe, oggi oppressa e 
chiamata in azione, la coscienza delle condizioni e della natura della sua 
propria azione  il compito del socialismo scientifico, espressione teorica del 
movimento proletario. 
  
Note
*8. Non occorre spiegare qui che, seppure la forma di appropriazione rimane la 
stessa, il carattere dell'appropriazione viene rivoluzionato, non meno che la 
produzione, dal processo che  stato descritto sopra. Che io mi appropri il mio 
proprio prodotto o il prodotto altrui, sono naturalmente due specie molto 
differenti di appropriazione. Incidentalmente: il lavoro salariato, in cui  gi 
contenuto in germe tutto il modo di produzione capitalistico,  molto antico; 
per secoli esso  esistito, allo stato sporadico e sparso, accanto alla 
schiavit. Ma il germe pot svilupparsi sino a raggiungere il modo di produzione 
capitalistico allorch si produssero le condizioni storiche preliminari. 
180. In questa nota Engles si riferisce al suo scritto "Die Mark" ("La Marca"), 
del 1882, che fu pubblicato per la prima volta in appendice all'edizione tedesca 
(1883) dell'opuscolo "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza". 
181. Nel XVII e nel XVIII secolo i maggiori Stati europei combatterono tra loro 
diverse guerre per l'egemonia sul commercio con le Indie e l'America e per la 
conquista di mercati coloniali. Dapprima i principali paesi in concorrenza 
furono l'Inghilterra e l'Olanda (tipiche guerre commerciali furono le guerre 
anglo-olandesi del 1652-1654, 1664-1667 e del 1672-1674), poi l'Inghilterra e la 
Francia. L'Inghilterra ne usc sempre vittoriosa; alla fine del XVIII secolo 
essa concentr nelle sue mani quasi tutto il commercio mondiale. 
*9. "Lage der arbeitenden Klasse in England", pag. 109 [182] 
182. Cfr. F. Engels, "La condizione della classe operaia in Inghilterra", in K. 
Marx - F. Engels, Opere, Vol IV, Editori Riuniti, 1972, pp. 318 e seg. 
183. K. Marx, "Il capitale", I, trad. it. Cit., pag. 706. 
184. Cfr. Charles Fourier, "Le nouveau monde industriel et...", p. 393 e seg. 
*10. Io dico: deve. Infatti, solo nel caso in cui i mezzi di produzione o di 
comunicazione si sono effettivamente sottratti al controllo delle societ 
anonime, in cui quindi la statizzazione  diventata economicamente inevitabile, 
solo in questo caso essa, anche se viene compiuta dallo Stato attuale, 
rappresenta un successo economico, il raggiungimento di un nuovo stadio 
preliminare nella presa di possesso di tutte le forze produttive da parte della 
societ. Di recente per, da quando Bismarck si  dato a statizzare, ha fatto la 
sua comparsa un certo socialismo falso, e qua e l perfino degenerato in una 
forma di compiaciuto servilismo, che dichiara senz'altro socialista ogni 
statizzazione, compresa quella bismarckiana. In verit se la statizzazione del 
tabacco fosse socialista, potremmo annoverare tra i fondatori del socialismo 
Napoleone e Metternich. Se lo Stato belga per motivi politici e finanziari 
assolutamente correnti ha costruito direttamente le sue principali strade 
ferrate, se Bismarck senza nessuna necessit economica ha statizzato le 
principali linee ferroviarie della Prussica, semplicemente per poterle dirigere 
e sfruttare meglio in caso di guerra, per trasformare i ferrovieri in gregge 
elettorale governativo e principalmente per procurarsi una nuova fonte di 
entrate indipendente dalle decisioni del parlamento: queste non sono state per 
nulla misure socialiste n dirette n indirette, n consapevoli n 
inconsapevoli. Altrimenti sarebbero istituzioni socialiste anche la regia 
Seehandlung [185], la regia manifattura delle porcellane e perfino i sarti di 
reggimento [b44]. 
185. La Prussische Seehandlungsgesellschaft (Societ prussiana di commercio 
marittimo) fu fondata nel 1772 come istituto di credito commerciale dotato di 
importanti privilegi statali. Essa faceva grossi prestiti al governo, 
rappresentandolo di fatto nelle operazioni bancarie e valutarie. Nel 1820 fu 
dichiarata istituto finanziario e commerciale dello Stato prussiano e nel 1904 
fu trasformata nella Knigliche Seehandlung (Banca di Stato prussiana). 
186. Lo "Stato popolare libero" era una delle principali rivendicazioni dei 
socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. Questa parola d'ordine fu 
criticata da Marx nelle "Glosse marginali al programma del Partito operaio 
tedesco" ("Critica al programma di Gotha") e da Engels nella sua lettera a Bebel 
del 18-28 marzo 1875. 
*11. Poche cifre bastano per dare un'idea approssimativa dell'enorme forza di 
espansione dei moderni mezzi di produzione persino sotto la pressione 
capitalistica. Secondo i pi recenti calcoli di Giffen [187] la ricchezza 
complessiva di Gran Bretagna e Irlanda ammonta in cifra tonda a: 
18142.200 milioni di sterline=44 milioni di marchi

18656.100 milioni di sterline=122 milioni di marchi
18758.500 milioni di sterline=170 milioni di marchi


Per quanto riguarda la devastazione dei mezzi di produzione e dei prodotti nelle 
crisi, la perdita complessiva della sola industria siderurgica tedesca 
nell'ultimo crac fu valutata intorno a 445 milioni di marchi, al secondo 
congresso degli industriali tedeschi, Berlino, 21 febbraio 1878. 
187. Le cifre qui pubblicate sulla somma totale delle ricchezze della Gran 
Bretagna e dell'Irlanda sono ricavate dalla conferenza di Robert Giffen 
sull'accumulazione di capitale nel regno Unito ("Recent accumulation of capital 
in the United Kingdom"), tenuta il 15 gennaio 1878 alla Statistical Society e 
stampata sul londinese "Journal of the Statistical Society", marzo 1878. 
  
Note b (nell'opuscolo "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza")
b40. [aggiunta], sorta gradualmente senza un piano 
b41. [in nota] Vedi in Appendice [180] 
b42. si presenta ora 
b43. [questo periodo  ampliato come segue:] Ad un certo grado di sviluppo, 
neanche questa forma  pi sufficiente; i grandi produttori nazionali di uno 
stesso ramo di produzione industriale si riuniscono in un "trust", in 
un'associazione avente lo scopo di regolare la produzione; essi determinano la 
quantit totale da produrre, se la ripartiscono tra di loro ed impongono cos il 
prezzo di vendita stabilito in precedenza. Ma poich tali trust, quando gli 
affari cominciano ad andar male, per lo pi si dissolvono, proprio per questa 
ragione essi spingono ad una forma ancora pi concentrata di socializzazione: 
tutto il ramo di industria si trasforma in un'unica societ anonima; la 
concorrenza nazionale cede il posto al monopolio nazionale di questa unica 
societ, cos accade gi nel 1890 con la produzione inglese degli alcali che 
ora, dopo la fusione di tutte e 48 le grandi fabbriche, viene esercitata da 
un'unica grande societ con direzione unica e con un capitale di 120 milioni di 
marchi. 
Nei trust la libera concorrenza si trasforma in monopolio, la produzione, priva 
di un piano, della societ capitalista capitola davanti alla produzione, secondo 
un piano, dell'irrompente societ socialista. Certo in un primo tempo questo 
avviene ancora a tutto vantaggio dei capitalisti. Ma qui lo sfruttamento diviene 
cos tangibile da dover necessariamente crollare. Nessun popolo sopporterebbe 
una produzione diretta da trust, uno sfruttamento cos scoperto della 
collettivit per opera di una piccola banda di tagliatori di cedole. 
In un modo o nell'altro, con trust o senza trust, una cosa  certa: che il 
rappresentante ufficiale della societ capitalistica, lo Stato, deve alla fine 
assumere la direzione. 
b44. [aggiunta] o magari la nazionalizzazione dei bordelli, proposta con tutta 
seriet da un lestofante nel quarto decennio di questo secolo, sotto Federico 
Guglielmo III. 
b45. societ anonime (trusts) 
b46. in accresciuto sfruttamento 
b47. [nell'opuscolo, prima dell'ultimo capoverso,  aggiunto il seguente 
sommario:] Riassumiamo brevemente, per concludere, il cammino che abbiamo 
percorso. 
I. Societ medievale. Piccola produzione individuale. Mezzi di produzione 
adattati all'uso individuale, perci rozzi e primitivi, minuscoli, di efficacia 
minima. Produzione per il consumo immediato sia del produttore stesso che del 
suo signore feudale. Solo laddove ha luogo un'eccedenza della produzione su 
questo consumo, questa eccedenza viene offerta in vendita e destinata allo 
scambio: la produzione mercantile  quindi solo sul nascere, ma gi ora essa 
contiene in s, in germe, l'anarchia nella produzione sociale. 
II. Rivoluzione capitalistica. Trasformazione dell'industria in un primo tempo 
per opera della cooperazione semplice e della manifattura. Concentrazione in 
grandi officine di mezzi di produzione sin qui sparsi, e quindi loro 
trasformazione da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione 
sociali: trasformazione che non tocca in complesso la forma dello scambio. Le 
vecchie forme di appropriazione rimangono in vigore. Appare il capitalista: 
nella sua qualit di proprietario dei mezzi di produzione si appropria anche i 
prodotti e li trasforma in merci. La produzione  diventata un atto sociale; lo 
scambio e con esso l'appropriazione rimangono atti individuali, atti del 
singolo. Il prodotto sociale se lo appropria il capitalista singolo. 
Contraddizione fondamentale da cui sorgono tutte le contraddizioni tra le quali 
si muove la societ moderna e che la grande industria mette chiaramente in 
evidenza. 

A. Separazione del produttore dai mezzi di produzione. Condanna dell'operaio 
al lavoro salariato vita natural durante. Antagonismo tra proletariato e 
borghesia. 
B. Crescente rilievo e progredente efficienza delle leggi che dominano la 
produzione mercantile. Sfrenata lotta di concorrenza. Contraddizione tra 
l'organizzazione sociale della singola fabbrica e l'anarchia sociale nel 
complesso della produzione. 
C. Da una parte perfezionamento del macchinario diventato per opera della 
concorrenza legge coercitiva per ogni singolo industriale e che equivale ad 
un sempre crescente licenziamento di operai: esercito industriale di 
riserva. Dall'altra parte estensione illimitata della produzione e del pari 
legge coercitiva della concorrenza per ogni singolo industriale. Da una 
parte e dall'altra sviluppo inaudito delle forze produttive, eccedenza 
dell'offerta sulla domanda, sovrapproduzione, ingorgo dei mercati, crisi 
decennali, circolo vizioso: qua eccedenza di mezzi di produzione e di 
prodotti, l eccedenza di operai senza occupazione e senza mezzi di 
sussistenza; ma queste due leve della produzione e del benessere sociale non 
possono andare insieme perch la forma capitalistica della produzione 
impedisce alle forze produttive di agire, ai prodotti di circolare, ove 
precedentemente non si siano trasformati in capitale: ci che  precisamente 
impedito dal loro eccesso. La contraddizione si  sviluppata sino a 
diventare il controsenso per cui il modo di produzione si ribella contro la 
forma dello scambio.  provato che la borghesia  incapace di continuare 
ulteriormente a dirigere le proprie forze produttive sociali. 
D. Parziale riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive, 
riconoscimento a cui  obbligato lo stesso capitalista. Appropriazione dei 
grandi organismi di produzione e di traffico, prima da parte di societ 
anonime, pi tardi da parte di trust e in ultimo da parte dello Stato. La 
borghesia dimostra di essere una classe superflua; tutte le sue funzioni 
sociali vengono ora compiute da impiegati stipendiati. 

III. Rivoluzione proletaria. Soluzione delle contraddizioni: il proletariato si 
impadronisce del potere pubblico e in virt di questo potere trasforma i mezzi 
di produzione sociale che sfuggono dalle mani della borghesia, in propriet 
pubblica. Con quest'atto il proletariato libera i mezzi di produzione dal 
carattere di capitale che sinora essi avevano e d al loro carattere sociale la 
piena libert di esplicarsi. Ormai diviene possibile una produzione sociale 
conforme ad un piano prestabilito. Lo sviluppo della produzione rende 
anacronistica l'ulteriore esistenza di classi sociali distinte. Nella misura in 
cui scompare l'anarchia della produzione sociale, vien meno anche l'autorit 
politica dello Stato. Gli uomini, finalmente padroni della forma loro propria di 
organizzazione sociale, diventano perci ad un tempo padroni della natura, 
padroni di se stessi, liberi. 
  
 


Anti-Dhring
Terza Sezione: Socialismo
  
III. Produzione
  
Dopo tutto ci che precede, il lettore non si meraviglier di apprendere che lo 
sviluppo dei principi del socialismo esposto nell'ultimo capitolo non si accorda 
affatto con il modo di vedere di Dhring. Al contrario. Egli dovr buttarli 
nell'abisso in cui giace tutto ci che  condannato, a far compagnia agli altri 
"prodotti bastardi della fantasia storica e logica", alle "concezioni 
arruffate", alle "idee confuse e nebulose" ecc. Per lui il socialismo non  
affatto uno sviluppo necessario dello sviluppo storico, n, tanto meno, delle 
condizioni storiche del presente, grossolanamente materiali e indirizzate al 
semplice fine di procacciarsi da mangiare. Dhring ha qualcosa di molto meglio 
di questo. Il suo socialismo  una verit definitiva di ultima istanza:  "il 
sistema naturale della societ", trova le sue radici in un "principio universale 
di giustizia" e se per migliorarlo non pu fare a meno d'informarsi del vigente 
stato di cose creato dalla storia sinora peccaminosa, ci deve piuttosto essere 
considerato come una disgrazia per il puro principio della giustizia. Dhring 
crea il suo socialismo, come ogni altra cosa, per mezzo dei suoi famosi due 
uomini. Queste due marionette, invece di rappresentare, come hanno fatto sin 
qui, le parti del padrone e del servo, rappresentano, tanto per cambiare, la 
commedia della parit dei diritti... e le basi del socialismo dhringiano sono 
gi poste. 
 evidente perci che per Dhring le crisi industriali periodiche non hanno 
affatto quel significato storico che noi abbiamo dovuto attribuire loro. Per lui 
le crisi sono solo deviazioni occasionali dalla "normalit" e tutt'al pi 
provocano "lo sviluppo di un ordinamento pi regolato". La "maniera abituale" di 
spiegare le crisi per mezzo della sovrapproduzione non  affatto sufficiente 
alla sua "concezione pi esatta". Certo una tale spiegazione sarebbe 
"ammissibile per crisi speciali in campi particolari". Cos per es. "un ingorgo 
del mercato librario con edizioni di opere di cui sia improvvisamente scaduta la 
propriet riservata e che si prestano ad uno smercio in massa". Certo Dhring 
pu andare a letto con la gradevole convinzione che le sue opere immortali non 
procureranno mai al mondo una tale disgrazia. Ma per le grandi crisi "ci che 
rende cos criticamente vasta la voragine tra scorta e smercio" non sarebbe la 
sovrapproduzione, ma sarebbero invece "l'inadeguatezza del consumo popolare 
(...) il sottoconsumo artificialmente prodotto (...) l'ostacolo incontrato dal 
bisogno popolare (!) nella sua crescita naturale". Ed ha avuto anche la fortuna 
di trovare un discepolo per questa sua teoria delle crisi. 
Ma disgraziatamente il sottoconsumo delle masse, la limitazione del consumo 
delle masse a ci che  necessario per il mantenimento e la riproduzione, non  
affatto un fenomeno nuovo. Esso esiste da quando sono esistite classi 
sfruttatrici e sfruttate. Si ha sottoconsumo delle masse anche nei periodi 
storici in cui, come per es. nel XV secolo in Inghilterra, la condizione delle 
masse era particolarmente favorevole. Esse erano assai lontane dall'avere la 
disponibilit di tutto il loro prodotto annuo per il consumo. Or dunque, se il 
sottoconsumo  un fenomeno stabile da millenni, mentre l'ingorgo generale degli 
sbocchi che scoppia nelle crisi in seguito a sovrapproduzione si  potuto vedere 
solo da cinquant'anni, ci vuole tutta la banalit dell'economia volgare di 
Dhring per spiegare la nuova collisione, non gi col fenomeno nuovo della 
sovrapproduzione, ma col sottoconsumo, vecchio di millenni. Sarebbe come se in 
matematica si volesse spiegare la variazione del rapporto di due grandezze, una 
costante ed una variabile, non gi col fatto che la variabile varia, ma col 
fatto che la costante  rimasta la stessa. Il sottoconsumo delle masse  una 
necessit di tutte le forme sociali poggianti sullo sfruttamento  quindi anche 
della forma sociale capitalistica; per solo la forma capitalistica conduce a 
delle crisi. Il sottoconsumo delle masse  dunque anch'esso una condizione 
preliminare delle crisi ed in esse rappresenta una parte riconosciuta da molto 
tempo; ma tanto poco essa ci dice dell'esistenza attuale delle crisi, quanto 
poco ci dice sulle cause della loro assenza nel passato. 
Dhring ha in generale strane idee sul mercato mondiale. Abbiamo visto come 
egli, da genuino letterato tedesco, cerchi di spiegare effettive crisi speciali 
dell'industria ricorrendo a crisi immaginare del mercato librario di Lipsia, che 
 come spiegare la tempesta sul mare con la tempesta in un bicchier d'acqua. 
Immagina inoltre che la moderna produzione d'impresa debba "aggirarsi col suo 
sbocco prevalentemente nella cerchia delle classi possidenti", la qual cosa non 
gli impedisce, solo 16 pagine dopo, di presentare, nella maniera che gli  
familiare, le industrie del ferro e del cotone come industrie moderne decisive, 
quindi precisamente i due rami della produzione i cui prodotti solo per una 
parte minima sono consumati nella cerchia delle classi possidenti e sono 
diretti, pi di ogni altro, al consumo delle masse. Dovunque ci volgiamo, in 
Dhring non troviamo altro che chiacchiere vuote e contraddittorie per dritto e 
per rovescio. Ma prendiamo un esempio nell'industria del cotone. Se nella sola, 
relativamente piccola, citt di Oldham, una delle dodici citt intorno a 
Manchester, con una popolazione da 50 a 100.000 abitanti, che esercitano 
l'industria cotoniera, se in questa sola citt il numero dei fusi che filano 
solo il numero 32 nei quattro anni dal 1872 al 1875  aumentato dai due milioni 
e mezzo a cinque milioni, cosicch in una sola citt media dell'Inghilterra 
filano un solo numero tanti fusi quanti in generale ne possiede tutta la 
Germania insieme all'Alsazia, e se l'espansione delle altre branche e altre 
localit dell'industria cotoniera dell'Inghilterra e della Scozia ha avuto luogo 
in proporzioni approssimativamente eguali, ci vuole una buona dose di radicale 
sfrontatezza per spiegare l'odierna stagnazione totale degli sbocchi dei filati 
e dei tessuti di cotone col sottoconsumo delle masse inglesi e non con la 
sovrapproduzione dei cotonieri inglesi [*12]. 
E basta. Non si disputa con gente che in economia  ignorante quanto basta per 
considerare il mercato libraio di Lipsia, in generale, per un mercato nel senso 
dell'industria moderna. Constatiamo quindi semplicemente che Dhring non sa 
dirci altro sulle crisi, se non che esse sono soltanto "un semplice giuoco di 
ipertensione e di rilassamento", che la superspeculazione "non proviene 
solamente dall'accumularsi disordinato di imprese private", ma che "bisogna 
contare, tra le cause che originano l'eccesso di offerta, anche la 
precipitazione dei singoli imprenditori e la mancanza di circospezione dei 
privati". E, a sua volta, che cosa  la "causa che origina" la precipitazione e 
la mancanza di circospezione? Proprio quella stessa mancanza di un piano della 
produzione capitalistica che appare nell'accumularsi disordinato delle imprese 
private. Vedere nella traduzione di un fatto economico in un rimprovero morale 
la scoperta di una nuova causa,  anch'essa "precipitazione". 
E con ci abbandoniamo le crisi. Dopo aver mostrato nel capitolo precedente il 
loro necessario prodursi nel modo di produzione capitalistico e il loro 
significato come crisi di questo stesso modo di produzione, come mezzo che 
spinge alla rivoluzione sociale, non abbiamo pi bisogno di opporre su questo 
soggetto una sola parola sulla superficialit di Dhring. Passiamo alle sue 
creazioni positive, al "sistema naturale della societ". 
Questo sistema costruito su un "principio universale di giustizia", quindi 
libero di ogni preoccupazione di fastidiosi fatti materiali, consiste in una 
federazione di comunit economiche tra le quali esiste "libert di movimento e 
accettazione obbligatoria di nuovi membri, secondo leggi e norme amministrative 
determinate". La comunit economica stessa  anzitutto "un ampio schematismo di 
portata storica e umana" e molto superiore alle "aberranti mezze misure" per es. 
di un certo Marx. Essa significa "una comunit di persone associate grazie al 
loro diritto pubblico di disporre di un'estensione determinata di suolo e di un 
gruppo di imprese di produzione, in vista di un'attivit comune e di una comune 
partecipazione agli introiti". Il diritto pubblico  "un diritto reale (...) nel 
senso di un rapporto puramente pubblicistico verso la natura e verso le 
istituzioni della produzione". I futuri giuristi della comunit economica si 
rompano pure la testa per saper che cosa ci voglia significare, noi rinunziamo 
ad ogni tentativo. Quanto veniamo a sapere e che ci non  affatto tutt'uno con 
la "propriet corporativa di societ operaie", le quali non escluderebbero n la 
concorrenza reciproca e neppure lo sfruttamento salariale. Di passaggio viene 
poi fatta cadere l'osservazione che l'idea di una "propriet comune", quale si 
trova anche in Marx, sarebbe "per lo meno oscura e dubbia, poich questa idea 
avventuristica ha sempre l'aria di non poter significare altro che una propriet 
corporativa di gruppi operai".  questo ancora una volta uno dei molti "vili 
mezzucci" di insinuazione abituali di Dhring e "al cui carattere di volgarit" 
(come egli stesso dice) "si adatterebbe perfettamente solo il termine volgare di 
insolente";  una menzogna tanto campata in aria quanto l'altra invenzione di 
Dhring che per Marx la propriet comune sia una "propriet ad un tempo 
individuale e sociale". 
In ogni caso una cosa sola appare chiara, e cio che il diritto pubblicistico di 
una comunit economica sui suoi strumenti di lavoro  un diritto di propriet 
esclusivo, almeno di fronte ad ogni altra comunit economica e anche di fronte 
alla societ e allo Stato. Ma questo diritto non avrebbe il potere "di agire in 
modo esclusivistico (...) verso l'esterno, infatti tra le diverse comunit 
economiche esiste libert di movimento e accettazione obbligatoria di nuovi 
membri secondo leggi e norme amministrative determinate (...) analogamente (...) 
come oggi l'appartenenza ad una formazione politica e la partecipazione alle 
spettanze economiche di una comunit". Ci saranno dunque comunit economiche 
ricche e povere e il livellamento ha luogo mediante l'afflusso di popolazione 
nelle comunit ricche e il suo deflusso dalle comunit povere. Mentre quindi 
Dhring vuole eliminare mediante l'organizzazione nazionale del commercio la 
concorrenza tra le singole comunit riguardo ai prodotti, lascia sussistere 
indisturbata la loro concorrenza riguardo ai produttori. Le cose si sottraggono 
alla concorrenza, gli uomini restano sotto il suo controllo. 
Ma ancora noi siamo molto lontani dall'aver chiaro che cosa sia il "diritto 
pubblicistico". Due pagine pi oltre Dhring ci spiega che la comunit 
commerciale si estende "anzitutto a quell'area politico-sociale i cui membri 
sono riuniti in un'unica persona giuridica e in tale qualit hanno la 
disponibilit di tutto il suolo, delle abitazioni e delle istituzioni della 
produzione". Dunque non  ancora la singola comunit ad avere questa 
disponibilit, ma la nazione tutta quanta. Il "diritto pubblicistico", il 
"diritto reale", il "rapporto pubblicistico verso la natura" ecc. non  quindi 
semplicemente "almeno oscuro e dubbio", ma  in contraddizione diretta con se 
stesso. In effetti, almeno nella misura in cui ogni singola comunit economica  
del pari una persona giuridica, c' "una propriet ad un tempo individuale e 
sociale" e quest'ultima "forma ibrida e nebulosa" si pu quindi, ancora una 
volta, incontrare solo in Dhring. 
In ogni caso la comunit economica dispone dei suoi strumenti di lavoro al fine 
della produzione. Come avviene questa produzione? Dato tutto ci che Dhring ci 
dice, tutto procede alla vecchia maniera, tranne che al posto del capitalista 
subentra la comunit. Tutt'al pi veniamo a sapere che per la prima volta la 
scelta della professione  ora libera per ciascuno ed esiste pari obbligo di 
lavoro. 
La forma fondamentale di tutta la produzione sinora  la divisione del lavoro, 
da una parte all'interno della societ, dall'altra all'interno di ogni singola 
azienda di produzione. Come si comporta la "socialit" dhringiana rispetto alla 
divisione del lavoro? 
La prima grande divisione sociale del lavoro  la separazione tra citt e 
campagna. Questo antagonismo , secondo Dhring, "inevitabile per la stessa 
natura delle cose". Ma "in generale  pericoloso (...) immaginare incolmabile 
(...) l'abisso tra agricoltura e industria. Infatti in certa misura c' gi un 
costante passaggio che promette di accentuarsi ancora considerevolmente nel 
futuro". Nell'agricoltura e nella produzione agricola si sarebbero sin da ora 
introdotte due industrie: "in prima linea la distillazione e in seconda linea la 
preparazione dello zucchero da barbabietola (...) la produzione degli alcolici  
di significato tale da essere piuttosto sottovalutata che sopravvalutata". E "se 
fosse possibile che in conseguenza di alcune scoperte si costituisse una 
notevole cerchia di industrie di tal genere da imporsi la necessit di 
localizzarne l'esercizio nelle campagne e di poggiare immediatamente sulla 
produzione delle materie prime", si indebolirebbe perci l'antagonismo tra citt 
e campagna e "sarebbero acquisite le basi pi larghe per lo sviluppo della 
civilt". Tuttavia 

"qualcosa di simile potrebbe pure aversi per una via ancora diversa. Oltre 
che sulle necessit tecniche la questione verte sempre pi sui bisogni 
sociali, e se questi ultimi sono decisivi per il raggruppamento delle 
attivit umane, non sar pi possibile trascurare quei vantaggi che 
risultano da uno stretto legame sistematico tra le occupazioni della 
campagna vera e propria e le operazioni di lavoro tecnico di 
trasformazione". 

Ora, nella comunit la questione verte precisamente sui bisogni sociali, e 
quindi essa non si affretter forse ad appropriarsi nella misura pi completa 
dei surricordati vantaggi della riunione di agricoltura e industria? Dhring non 
far a meno di comunicarci, con l'ampiezza che egli predilige, le sue "pi 
esatte conclusioni" sulla posizione che assume la comunit economica riguardo 
questo problema? Il lettore che credesse a tutto questo sarebbe deluso. I luoghi 
comuni di cui abbiamo parlato sopra, striminziti, impacciati, che tornano sempre 
ad aggirarsi nel campo della distillazione dell'acquavite e dello zucchero di 
barbabietola, campo in cui vige il Landrecht prussiano, sono tutto ci che 
Dhring sa dirci dell'antagonismo di citt e campagna per il presente e per 
l'avvenire. 
Passiamo alla divisione del lavoro in particolare. Qui Dhring  gi un po' "pi 
esatto". Egli parla di "una persona che deve consacrarsi esclusivamente ad un 
genere di attivit". Se si tratta di introdurre un nuovo ramo di produzione la 
questione consiste semplicemente in questo: se, cio, si possano, per cos dire, 
creare un certo numero di esistenze che debbano dedicarsi alla produzione di un 
articolo ed insieme al consumo (!) che per essi  necessario. Un qualsiasi ramo 
di produzione nella socialit "non impegner una popolazione molto numerosa". 
Anche nella socialit ci sono "variet economiche" di uomini "che si distinguono 
l'uno dall'altro per il modo in cui vivono". Conseguentemente nella sfera della 
produzione tutto resta pressappoco nel vecchio ordine. Certo sinora regna nella 
societ una "falsa divisione del lavoro"; ma quanto a sapere che cosa questa 
consista e da che cosa debba essere sostituita nella comunit economica, 
apprendiamo solo questo: 

"Per quel che si riferisce alla stessa divisione del lavoro, abbiamo gi 
detto sopra che essa pu considerarsi risolta non appena si tenga conto 
delle opportunit naturali e delle capacit personali diverse". 

Accanto alle capacit risalta anche l'inclinazione personale: 

"Lo stimolo ad elevarsi ad attivit che mettano in giuoco migliori capacit 
e maggiore preparazione poggerebbe esclusivamente sull'inclinazione che si 
sente per l'occupazione di cui si tratta e sulla gioia dell'esercizio 
precisamente di questa cosa" (esercizio di una cosa!) "e di nessun'altra". 

Ma cos nella socialit viene stimolata l'emulazione e 

"la produzione stessa acquister un interesse, e quello stupido sfruttamento 
che la apprezza solo come mezzo per il profitto non sar pi l'impronta 
dominante dello stato delle cose". 

In ogni societ nella quale la produzione si sviluppa con spontaneit naturale, 
e la societ odierna  di questo genere, non sono i produttori a dominare i 
mezzi di produzione, ma i mezzi di produzione a dominare i produttori. In una 
societ siffatta ogni nuova leva della produzione si muta necessariamente in un 
nuovo mezzo per l'asservimento dei produttori ai mezzi di produzione. Questo 
vale anzitutto per quella leva della produzione che sino all'introduzione della 
grande industria  stata di gran lunga la pi potente: la divisione del lavoro. 
La prima grande divisione del lavoro, la separazione di citt e campagna, ha 
immediatamente condannato la popolazione rurale all'istupidimento per migliaia 
di anni e i cittadini all'asservimento di ogni individuo al proprio mestiere 
individuale. Essa ha distrutto le basi dello sviluppo spirituale degli uni e 
dello sviluppo fisico degli altri. Se il contadino si appropria il suolo e il 
cittadino si appropria il suo mestiere, nella stessa misura il suolo si 
appropria del contadino e il mestiere si appropria l'artigiano. Essendo diviso 
il lavoro, anche l'uomo  diviso. Tutte le altre capacit fisiche e spirituali 
sono sacrificate alla formazione di una sola attivit. Questa minorazione 
dell'uomo cresce nella stessa misura in cui cresce la divisione del lavoro, che 
raggiunge il suo pi alto sviluppo nella manifattura. La manifattura scompone il 
mestiere nelle sue singole operazioni parziali, assegna ciascuna di queste 
stesse operazioni ad ogni singolo operaio come compito della sua vita e cos lo 
incatena vita natural durante ad una determinata azione parziale e ad un 
determinato strumento. 

"Storpia l'operaio e ne fa una mostruosit favorendone, come in una serra, 
l'abilit di dettaglio, mediante la soppressione di un mondo intero di 
impulsi e di disposizioni produttive (...) L'individuo stesso vien diviso, 
vien trasformato in motore automatico di un lavoro parziale" (Marx) [188], 

un motore che in molti casi raggiunge la sua perfezione solo mediante un 
letterale storpiamento spirituale e fisico dell'operaio. Il macchinismo della 
grande industria degrada l'operaio, da macchina, a semplice accessorio di una 
macchina. 

"Dalla specialit di tutt'una vita, consistente nel maneggiare uno strumento 
parziale, si genera la specialit di tutt'una vita, consistente nel servire 
una macchina parziale. Del macchinario si abusa per trasformare l'operaio 
stesso, fin dall'infanzia, nella parte di una macchina parziale" (Marx) 
[189]. 

E non solo gli operai, ma anche le classi che sfruttano direttamente o 
indirettamente gli operai vengono, dalla divisione del lavoro, asservite allo 
strumento della loro attivit: il borghese dallo spirito squallido, al proprio 
capitale e alla propria avidit di profitto; il giurista alle sue 
incartapecorite idee giuridiche che lo dominano come un potere per s stante; i 
"ceti colti" in generale alle molteplici meschinit o unilateralit del proprio 
ambiente, alla loro miopia fisica e spirituale, al loro storpiamento prodotto 
dall'educazione impostata secondo una specializzazione e dall'incatenamento vita 
natural durante a questa specializzazione stessa, anche se poi questa 
specializzazione  il puro far niente. 
Gli utopisti si erano gi resi perfettamente conto degli effetti della divisione 
del lavoro, della minorazione, da una parte, dell'operaio e, dall'altra, della 
stessa attivit lavorativa, che viene ridotta ad una ripetizione che dura tutta 
la vita, monotona, meccanica di un solo e medesimo atto. La soppressione 
dell'antagonismo di citt e campagna  reclamata, tanto da Fourier quanto da 
Owen, come la prima e fondamentale condizione della soppressione della vecchia 
divisione del lavoro in generale. Per entrambi la popolazione deve esser 
spezzettata, per il paese, in gruppi che vanno da milleseicento a tremila, ogni 
gruppo abita, nel centro del proprio distretto, un palazzo gigantesco con comune 
amministrazione.  vero che Fourier parla qua e l di citt, ma anche esse 
constano, a loro volta, solo di quattro o cinque di tali palazzi, situati vicini 
l'uno all'altro. In entrambi ogni membro della societ partecipa tanto 
all'agricoltura quanto all'industria; in Fourier nell'industria hanno la parte 
principale l'artigianato e la manifattura, in Owen invece questa parte  
rappresentata gi dalla grande industria ed in lui viene gi reclamata 
l'introduzione del vapore e delle macchine nel lavoro domestico. Ma anche 
all'interno, sia dell'agricoltura che dell'industria, entrambi esigono per 
ciascun individuo la massima variazione dell'occupazione, e corrispondentemente 
l'assuefazione della giovent ad un'attivit tecnica quanto pi possibile 
multilaterale. Per entrambi l'uomo deve svilupparsi in tutti i lati mediante 
un'attivit pratica universale, e il lavoro deve recuperare quello stimolo 
dell'attrazione che la divisione gli ha tolto, anzitutto mediante questa 
variazione di attivit e la corrispondente breve durata delle "sedute" dedicate 
ad ogni singolo lavoro, per servirci di un'espressione di Fourier [190]. 
Entrambi hanno di gran lunga sorpassata la mentalit delle classi sfruttatrici 
ereditata da Dhring, la quale ritiene l'antagonismo di citt e campagna 
inevitabile per la natura stessa delle cose,  prigioniera di quella veduta 
limitata per cui un certo numero di "esistenze" dovrebbero, in ogni caso, essere 
condannate a produrre solo un articolo e vorrebbe eternare quelle "variet 
economiche" di uomini che si dividono tra loro per il modo in cui vivono, gente 
che ha la propria gioia nell'esercizio precisamente di questa e di nessun'altra 
cosa e che quindi  tanto degradata da gioire del proprio asservimento e del 
proprio unilaterale immiserimento. Di fronte alle idee fondamentali contenute 
nelle pur stravaganti fantasie di quell'"idiota" di Fourier, di fronte anche 
alle pi meschine idee del "rozzo, piatto e meschino" Owen, Dhring, ancora 
interamente asservito alla divisione del lavoro, fa la figura di un nano 
presuntuoso. 
La societ, impadronendosi di tutti i mezzi di produzione per usarli socialmente 
e secondo un piano, distrugge il precedente asservimento degli uomini ai loro 
propri mezzi di produzione. Evidentemente la societ non si pu emancipare senza 
che ogni singolo sia emancipato. Il vecchio modo di produzione deve quindi 
essere rivoluzionato sin dalle fondamenta e specialmente deve sparire la vecchia 
divisione del lavoro. Al suo posto deve subentrare un'organizzazione della 
produzione in cui, da una parte nessun singolo pu scaricare sulle spalle di 
altri la propria partecipazione al lavoro produttivo, fondamento naturale 
dell'umana esistenza, in cui, dall'altra, il lavoro produttivo, anzich mezzo 
per l'asservimento, diventa mezzo per l'emancipazione degli uomini, poich 
fornisce ad ogni singolo l'occasione di sviluppare e di mettere in azione tutte 
quante le sue capacit sia fisiche che spirituali in tutte le direzioni: e in 
cui cos il lavoro, da peso diverr gioia. 
Tutto questo oggi non  pi n una fantasia n un pio desiderio. Con il presente 
sviluppo delle forze produttive, l'incremento della produzione determinato dalla 
socializzazione delle stesse forze produttive, l'eliminazione degli ostacoli e 
dei turbamenti derivanti dal modo di produzione capitalistico, e l'eliminazione 
dello sciupio dei prodotti e dei mezzi di produzione, sono gi sufficienti per 
ridurre, posta una partecipazione generale al lavoro, il tempo di lavoro ad una 
misura che, secondo le idee odierne,  minima. 
N egualmente la soppressione della vecchia divisione del lavoro  un'esigenza 
che potrebbe attuarsi solo a spese della produttivit del lavoro. Al contrario. 
Essa  diventata una condizione della stessa produzione, mediante la grande 
industria. 

"Il funzionamento a macchina elimina la necessit di consolidare questa 
distribuzione come accadeva per la manifattura, mediante l'appropriazione 
permanente dello stesso operaio alla stessa funzione. Siccome il movimento 
complessivo della fabbrica non parte dall'operaio ma dalla macchina, pu 
aver luogo un continuo cambiamento delle persone senza che ne derivi 
un'interruzione del processo lavorativo (...) Infine, la velocit con la 
quale il lavoro della macchina viene appreso nell'et giovanile, elimina 
anche la necessit di preparare una particolare classe di operai 
esclusivamente al lavoro delle macchine." [191] 

Ma mentre il modo con cui il capitalismo impiega il macchinario perpetua 
necessariamente la vecchia divisione del lavoro con le sue specializzazioni 
fossilizzate, malgrado queste siano diventate tecnicamente superflue, lo stesso 
macchinismo si ribella a questo anacronismo. La base tecnica della grande 
industria  rivoluzionaria. 

"Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte 
costantemente, oltre alla base tecnica della produzione, le funzioni degli 
operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Cos essa 
rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la 
societ e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una 
branca della produzione all'altra. Quindi la natura della grande industria 
porta con s variazione del lavoro, fluidit delle funzioni, mobilit 
dell'operaio in tutti i sensi (...) Si  visto come questa contraddizione 
assoluta (...) si sfoghi nell'olocausto ininterrotto della classe operaia, 
nello sperpero pi sfrenato delle energie lavorative e nelle devastazioni 
derivanti dall'anarchia sociale. Questo  l'aspetto negativo. Per, se ora 
la variazione del lavoro si impone soltanto come prepotente legge naturale e 
con l'effetto ciecamente distruttivo di una legge naturale che incontri 
ostacoli dappertutto, la grande industria, con le sue stesse catastrofi, fa 
s che il riconoscimento della variazione dei lavori e quindi la maggiore 
versatilit possibile dell'operaio come legge sociale generale della 
produzione e l'adattamento delle circostanze all'attuazione normale di tale 
legge, diventino una questione di vita o di morte. Per essa diventa una 
questione di vita o di morte sostituire a quella mostruosit che  una 
miserabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva per il 
variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la disponibilit assoluta 
dell'uomo per il variare delle esigenze del lavoro; sostituire all'individuo 
parziale, mero veicolo di una funzione sociale di dettaglio, l'individuo 
totalmente sviluppato, per il quale differenti funzioni sociali sono modi di 
attivit che si danno il cambio l'uno con l'altro" (Marx, "Capitale") [192]. 


La grande industria, insegnandoci a trasformare il movimento di molecole, che 
pi o meno si pu realizzare dovunque, in un movimento di masse per fini 
tecnici, ha in notevole misura emancipato la produzione dai limiti di luogo. La 
forza idraulica era legata ad un luogo, la forza del vapore  libera. Se la 
forza idraulica appartiene necessariamente alla campagna, la forza del vapore 
non appartiene affatto necessariamente alla citt.  la sua utilizzazione 
capitalistica a concentrarla prevalentemente nella citt e a trasformare i 
villaggi industriali in citt industriali. Ma con ci essa distrugge ad un tempo 
le condizioni del suo proprio sfruttamento. La prima esigenza della macchina a 
vapore, e l'esigenza principale di quasi tutti i rami di sfruttamento della 
grande industria,  un'acqua relativamente pura. Ma la citt industriale 
trasforma qualsiasi acqua il fetido liquido di scolo. Quindi nella misura in cui 
la concentrazione urbana  la condizione fondamentale della produzione 
capitalistica, nella stessa misura ogni singolo capitalista industriale tende 
costantemente ad abbandonare le grandi citt, create dalla produzione 
capitalistica, per andare ad esercitare lo sfruttamento industriale in campagna. 
Questo processo si pu studiare nei suoi particolari nei distretti 
dell'industria tessile del Lancashire e dello Yorkshire; la grande industria 
capitalistica crea in quei luoghi sempre nuove grandi citt, perch 
costantemente fugge dalla citt verso la campagna. Lo stesso accade nei 
distretti dell'industria metallurgica, dove, talvolta, cause diverse producono 
gli stessi effetti. 
Ancora una volta, solo la soppressione del carattere capitalistico 
dell'industria moderna permette la soppressione di questo nuovo circolo vizioso, 
di questa contraddizione costantemente riproducentesi dell'industria moderna, 
solo una societ che faccia ingranare, armoniosamente, le une nelle altre le sue 
forze produttive, secondo un solo grande piano, pu permettere all'industria di 
stabilirsi in tutto il paese con quella dislocazione che  pi appropriata al 
suo sviluppo e alla sua conservazione, ovvero allo sviluppo, degli altri 
elementi della produzione. 
Conseguentemente la soppressione dell'antagonismo di citt e campagna non solo  
possibile, ma  divenuta una diretta necessit della stessa produzione 
industriale, cos come  diventata del pari una necessit della produzione 
agricola ed inoltre dell'igiene pubblica. Solo con la fusione di citt e 
campagna pu essere eliminato l'attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, 
solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle citt saranno messe 
in una condizione in cui i loro rifiuti saranno adoperati per produrre le piante 
e non le malattie. 
L'industria capitalistica si  gi resa relativamente indipendente dai limiti 
locali dei luoghi di produzione delle sue materie prime. La sua industria 
tessile elabora materie prime importate in gran quantit. Minerali ferrosi 
spagnoli vengono lavorati in Inghilterra e in Germania, minerali di rame 
spagnoli e sudamericani vengono lavorati in Inghilterra. Ogni giacimento 
carbonifero rifornisce di combustibile molto al di l dei suoi confini un 
distretto industriale, che si accresce ogni anno. Su tutte le coste europee 
macchine a vapore vengono messe in azione da carbone inglese ed in parte da 
carbone tedesco e belga. La societ emancipata dai limiti della produzione 
capitalistica pu andare ancora molto pi avanti. Producendo una generazione di 
produttori provvisti di un'educazione sviluppata in tutti i sensi, i quali 
intendano le basi scientifiche di tutta la produzione industriale e ognuno dei 
quali abbia praticamente percorso da cima a fondo tutta una serie di rami della 
produzione, essa crea una nuova forza produttiva che compensa largamente il 
lavoro richiesto per il trasporto a grandi distanze di materie prime e di 
combustibili. 
La soppressione della separazione di citt e campagna non  dunque un'utopia, 
neanche sotto l'aspetto per cui essa ha come sua condizione la distribuzione pi 
omogenea possibile della grande industria in tutto il paese. La civilt ci ha 
senza dubbio lasciato nelle grandi citt un'eredit la cui eliminazione coster 
molto tempo e molta fatica. Ma esse debbono essere e saranno eliminate, anche se 
questa eliminazione sar un processo molto laborioso. Qualunque sia il destino 
riservato all'impero tedesco della nazione prussiana, Bismarck potr discendere 
la tomba con la fiera coscienza che il desiderio del suo cuore, il tramonto 
delle grandi citt, sar certamente appagato [193]. 
Ed ora si veda quanto sia puerile l'idea di Dhring che la societ possa prender 
possesso della totalit dei mezzi di produzione senza rivoluzionare dalle 
fondamenta il vecchio modo di produrre e, anzitutto, senza abolire la vecchia 
divisione del lavoro; che tutto sia apposto non appena "si tenga conto delle 
opportunit naturali e delle capacit personali", mentre poi intere masse di 
uomini restano come prima asservite alla produzione di un solo articolo, intere 
"popolazioni" vengono impiegate in un singolo ramo di produzione e l'umanit 
continua a dividersi come prima in un numero di differenti "variet economiche" 
storpiate, quali, ad es., "carrettieri" e "architetti". La societ dovrebbe 
diventare padrona dei mezzi di produzione in toto, perch ogni individuo resti 
schiavo del suo mezzo di produzione. E si veda del pari come Dhring consideri 
la separazione di citt e campagna "inevitabile per la stessa natura delle cose" 
e come possa scoprire solo un piccolo palliativo nei due rami che insieme 
costituiscono un binomio tipicamente prussiano: la distillazione dell'acquavite 
e la produzione dello zucchero di barbabietola. Si veda come egli faccia 
dipendere la dislocazione dell'industria nel paese da qualche scoperta futura e 
dalla necessit di far poggiare l'industria direttamente sull'estrazione delle 
materie prime -delle materie prime che gi ora sono usate a distanza sempre 
maggiore dal loro luogo d'origine!- e come finalmente cerchi di coprirsi le 
spalle con l'assicurazione che i bisogni sociali imporranno, alla fine, il 
legame tra l'agricoltura e l'industria sia pure contro le considerazioni 
economiche, come se cos si compiesse un sacrificio economico. 
Certo, per capire che gli elementi rivoluzionari, i quali elimineranno la 
vecchia divisione del lavoro insieme con la separazione di citt e campagna e 
rivoluzioneranno tutta la produzione, sono gi contenuti in germe nelle 
condizioni della produzione della grande industria moderna e che il loro 
sviluppo viene ostacolato dall'attuale modo di produzione capitalistico; per 
capire questo, bisogna avere un orizzonte un po' pi vasto di quello del dominio 
in cui vige il Landrecht prussiano, il paese nel quale grappa e zucchero di 
barbabietola sono i prodotti-base dell'industria e le crisi commerciali si 
possono studiare sul mercato librario. Per questo bisogna conoscere la grande 
industria reale nella sua storia e nella sua realt attuale, specialmente in 
quel paese in cui solo essa ha la sua patria e in cui solo ha raggiunto il suo 
classico sviluppo; e allora non si potr neppure pensare di impoverire il 
socialismo scientifico moderno e di avvilirlo al livello del socialismo 
tipicamente prussiano di Dhring. 
  
Note
*12. La spiegazione delle crisi mediante il sottoconsumo deriva da Sismondi e in 
lui ha ancora un certo senso. Rodbertus l'ha presa a prestito da Sismondi e a 
sua volta Dhring l'ha copiata da Rodbertus nella abituale maniera che tutto 
rende banale. 
188. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 404. 
189. Ibid. p. 466. 
190. Charles Fourier, "Le nouveau monde...", capp. II, V, VI. 
191. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 465. 
192. Ibid. pp. 533-535. 
193. Con ogni probabilit Engels allude al discorso pronunciato il 20 marzo 1852 
da Bismarck alla Camera dei deputati della Dieta prussiana (nella quale era 
deputato dal 1849). Bismarck espresse l'odio dei grandi proprietari fondiari 
prussiani contro le grandi citt, quali centro del movimento rivoluzionario, 
dicendo che diffidava di esse citt poich in esse non viveva il vero popolo 
prussiano. "Questo, anzi, se le grandi citt dovessero sollevarsi di nuovo, 
sapr ridurle all'obbedienza, e dovrebbe cancellarle dalla faccia della terra." 
  
 



Anti-Dhring
Terza Sezione: Socialismo
  
IV. Distribuzione
  
Abbiamo gi visto precedentemente che l'economia politica dhringiana sbocca 
nella seguente formulazione: il modo di produzione capitalistico va bene e pu 
continuare a esistere, mentre il modo di distribuzione capitalistico  del 
maligno e deve sparire. Troviamo ora che la "socialit" di Dhring non  altro 
che l'attuazione di questo principio nella fantasia. In effetti si  visto che 
Dhring non ha quasi assolutamente niente da eccepire contro il modo di 
produzione, come tale, della societ capitalistica; che egli vuol conservare la 
vecchia divisione del lavoro in tutti i rapporti essenziali e che perci a 
stento ha da dire una sola parola anche riguardo alla produzione in seno alla 
sua comunit economica. La produzione  certo un campo in cui si tratta di fatti 
concreti e in cui perci la "fantasia razionale" pu dare solo poco spazio al 
colpo d'ala della sua anima libera [194], perch il periodo di fare una 
figuraccia  troppo vicino. Per contro la distribuzione, che, secondo il modo di 
vedere di Dhring, non ha assolutamente nessun rapporto con la produzione e che, 
secondo lui, non  determinata dalla produzione, ma da un puro atto della 
volont, la distribuzione  il campo predestinato alla sua "alchimia sociale". 
All'eguale dovere di produzione corrisponde l'eguale diritto di consumo, 
organizzato nella comunit economica e nella comunit commerciale che comprende 
un maggior numero di comunit economiche. 

Qui il "lavoro viene scambiato con altro lavoro secondo il principio 
dell'eguale valutazione (...) Prestazione e controprestazione rappresentano 
qui eguaglianza reale delle quantit di lavoro". 

E precisamente questa "parificazione delle forze umane" vige "se gli individui 
hanno potuto produrre pi o meno o, per caso, anche niente"; infatti si pu 
riguardare come prestazione di lavoro ogni occupazione che esiga tempo e forze e 
quindi anche il giocare a birilli e il passeggiare. Ma questo scambio non ha 
luogo tra i singoli, perch  la collettivit quella che possiede tutti i mezzi 
di produzione e quindi anche tutti i prodotti: esso ha luogo invece da una parte 
tra ogni comunit economica e i suoi membri e dall'altra fra le diverse comunit 
economiche e commerciali stesse. "specialmente le singole comunit economiche 
entro il proprio ambito sostituiranno il piccolo commercio con uno smercio 
completamente pianificato." Del pari il commercio viene organizzato 
all'ingrosso: 

"Il sistema della libera societ economica (...) resta dunque una grande 
istituzione di scambio, le cui operazioni si compiono per mezzo delle basi 
fornite dai metalli nobili. La conoscenza della imprescindibile necessit di 
questa qualit fondamentale distingue il nostro schema da tutte quelle 
nebulosit cui sono affette anche le forme pi razionali delle idee 
socialiste oggi correnti". 

La comunit economica, in quanto  la prima ad appropriarsi i prodotti sociali, 
deve, in vista di questo scambio, fissare "un prezzo unitario per ogni genere di 
articoli" secondo i costi medi di produzione. 

"Ci che ora per il valore e il prezzo (...) significano i cos detti costi 
naturali di produzione" (nella socialit) "(...) sar indicato dal calcolo 
della quantit di lavoro da erogare. Questi calcoli che, secondo il 
principio dell'eguale diritto di ogni persona, anche nel campo 
dell'economia, si possono ridurre in definitiva alla considerazione del 
numero delle persone che partecipano al lavoro, forniranno il rapporto dei 
prezzi corrispondente ad un tempo alle condizioni naturali della produzione 
e al diritto sociale di valorizzazione. La produzione dei metalli nobili 
rester, come oggi, decisiva per la determinazione del valore del denaro 
(...) Si vede da qui che, nella mutata costituzione della societ, la base 
determinante e, anzitutto, la misura dei valori e quindi dei rapporti con 
cui i prodotti si scambiano tra loro, non solo non vengono perdute, ma per 
la prima volta prendono il loro giusto posto." 

Il famoso "valore assoluto"  finalmente divenuto realt. 
Ma ora, d'altra parte, la comunit dovr anche porre i singoli in condizione di 
comprare da essa gli articoli prodotti, pagando a ciascuno una certa somma 
giornaliera, settimanale, mensile, che per ciascuno dovr essere eguale, come 
contropartita per il suo lavoro. " perci indifferente dal punto di vista della 
socialit il dire che il salario deve sparire o che deve diventare la forma 
esclusiva di reddito economico." Ma eguali salari e eguali prezzi formano 
l'"eguaglianza quantitativa, se non qualitativa, del consumo" e con ci il 
"principio universale di giustizia"  realizzato sul piano dell'economia. Sulla 
determinazione del tasso di questo salario dell'avvenire Dhring ci dice solo 
che anche qui, come in tutti gli altri casi, si scambia "eguale lavoro con 
eguale lavoro". Per un lavoro di sei ore deve essere pagata una somma di denaro 
che incorpora in s parimente sei ore lavorative. 
Tuttavia il "principio universale di giustizia" non si deve in nessun modo 
scambiare con quel rozzo livellamento che tanto spesso fa irritare il borghese 
contro ogni comunismo e specialmente contro ogni comunismo spontaneo degli 
operai. La cosa non  poi cos tremenda come vorrebbe apparire. 

"L'eguaglianza di principio delle rivendicazioni economico-giuridiche non 
esclude che spontaneamente si aggiunga a quello che la giustizia esige, 
anche una espressione di riconoscimento e di onore particolari (...) La 
societ onora se stessa, contrassegnando le prestazioni di specie superiore 
con una possibilit moderatamente superiore di consumo." 

E anche Dhring onora se stesso allorch, fondendo l'innocenza della colomba e 
l'astuzia del serpente, dimostra una premura cos commovente per il moderato 
sovraconsumo dei Dhring dell'avvenire. 
Con ci tutto il modo di distribuzione capitalistico  definitivamente 
eliminato. Infatti 

"posto che, presupponendosi un tale stato di cose, qualcuno avesse realmente 
un'eccedenza di mezzi privati a sua disposizione, non potrebbe per essi 
trovare il modo di usarli in forma di capitale. Nessun individuo e nessun 
gruppo potrebbe acquistare da lui questi mezzi per la produzione, tranne che 
per via di scambio o di compra e non sarebbe mai in condizione di pagargli 
interessi o profitti". 

Di conseguenza  ammissibile "un'ereditariet adeguata al principio di 
eguaglianza". Essa  inevitabile: infatti "una certa ereditariet accompagner 
sempre necessariamente il principio familiare". Neanche il diritto ereditario 
potr "portare ad una accumulazione di fortune considerevoli, infatti qui la 
formazione di propriet (...) in specie, non potr mai pi avere il fine di 
creare mezzi di produzione ed esistenze fondate su pure rendite". 
E cos la comunit economica sarebbe felicemente sistemata. Vediamo ora come 
funziona amministrativamente. 
Ammetteremo che tutte le supposizioni di Dhring siano completamente realizzate; 
supporremo quindi che la comunit economica paghi a tutti i suoi membri per un 
lavoro di sei ore una somma di denaro nella quale siano del pari incorporate sei 
ore di lavoro, mettiamo dodici marchi. Ammetteremo egualmente che i prezzi 
corrispondano con esattezza ai valori, e che quindi nei nostri presupposti 
abbraccino solo i costi delle materie prime, l'usura delle macchine, il consumo 
dei mezzi di lavoro e il salario pagato. Una comunit economica di cento membri 
che lavorano, produce allora generalmente merci per un valore di 1.200 marchi e 
nell'anno, in 300 giorni lavorativi, merci per 360.000 marchi e paga questa 
stessa somma ai suoi membri, ciascuno dei quali fa quello che crede della sua 
parte di 12 marchi giornalieri o 3.600 annui. Alla fine dell'anno o alla fine di 
cento anni la comunit non  pi ricca di quanto era al principio. Durante 
questo tempo essa non sar mai in condizione di fornire la possibilit 
moderatamente superiore di consumo di cui parla Dhring, a meno che non voglia 
intaccare il suo fondo di mezzi di produzione. L'accumulazione  stata 
totalmente dimenticata. Ma c' ancora di peggio: poich l'accumulazione  una 
necessit sociale e nella conservazione del denaro si ha una comoda forma di 
accumulazione, l'organizzazione della comunit economica spinge direttamente i 
suoi membri all'accumulazione privata e conseguentemente alla propria 
distruzione. 
Come ovviare a questo dissidio nella natura della comunit economica? Essa 
potrebbe rifugiarsi nel suo diletto "tributo", nel rialzo dei prezzi e vendere 
la sua produzione annua anzich per 360.000 marchi per 480.000 marchi. Ma poich 
tutte le altre comunit economiche sono nella stessa condizione, e dovrebbero 
quindi fare la stessa cosa, ciascuna nello scambio con le altre dovrebbe pagare 
un "tributo" pari a quello che incassa e il "tributo" cadrebbe quindi solo sui 
propri membri. 
O invece essa taglia la testa al toro, pagando ad ogni membro per il lavoro di 
sei ore il prodotto di meno di sei ore di lavoro, poniamo di quattro ore di 
lavoro, quindi invece di 12 marchi solo 8 marchi al giorno, lasciando per 
sussistere i prezzi delle merci al vecchio livello. In questo caso fa 
direttamente e scopertamente ci che nel caso precedente faceva nascostamente e 
per via indiretta: essa costituisce un plusvalore, secondo Marx, del valore di 
120.000 marchi annui, pagando i suoi membri in maniera assolutamente 
capitalistica al di sotto del valore della loro prestazione e inoltre computando 
loro le merci che essi possono comprare solo da essa al pieno valore. La 
comunit economica pu dunque arrivare ad un fondo di riserva solo svelandosi 
quale un truksystem [*13] "nobilitato" sulla base comunista pi larga. 
Quindi una delle due: o la comunit economica scambia "lavoro eguale con lavoro 
eguale", e allora non essa ma i privati possono accumulare un fondo per il 
mantenimento e l'estensione della produzione. O invece essa forma un tale fondo 
e allora non cambia "lavoro eguale con lavoro eguale". 
Cos nella comunit economica stanno le cose per il contenuto dello scambio. E 
come stanno per la forma? Lo scambio si effettua mediante moneta metallica e 
Dhring si d non poco vanto della "portata storica per l'umanit" di questo 
miglioramento. Ma nello scambio tra la comunit e i suoi membri il denaro non  
affatto denaro, non funge affatto da denaro. Esso serve da puro certificato di 
lavoro, esso constata, per dirla con Marx, "soltanto la partecipazione 
individuale del produttore al lavoro comune e il suo diritto individuale alla 
parte del prodotto comune destinata al consumo", ed in questa funzione esso " 
'denaro' tanto poco quanto  denaro per es. uno scontrino per il teatro" [195]. 
Esso pu essere sostituito da un segno qualsivoglia, come Weitling lo sostituiva 
con un "libro di commercio", in cui in una pagina venivano registrate le ore di 
lavoro e nell'altra i godimenti che se ne traggono [196]. In breve il denaro ha 
nello scambio della comunit economica con i suoi membri la stessa funzione 
dell'oweniana "moneta dell'ora di lavoro", questa "fantasticheria" che Dhring 
guardava tanto dall'alto in basso e che tuttavia  costretto egli stesso ad 
introdurre nella sua economia dell'avvenire. Che il buono che indica la natura 
in cui il "dovere di produzione"  stato compiuto e il "diritto di consumo" che 
con ci si  acquisito, sia un pezzo di carta, una moneta di conto o un pezzo 
d'oro resta assolutamente indifferente per questo fine. Per altri fini invece, 
come si dimostrer, non lo  affatto. 
Se quindi la moneta metallica, gi nello scambio tra la comunit economica e i 
suoi membri non funge da denaro, ma da buono di lavoro camuffato, ancora meno 
adempie la sua funzione monetaria nello scambio tra le diverse comunit 
economiche. Qui, dati i presupposti di Dhring, la moneta metallica  totalmente 
superflua. In effetti, basterebbe una semplice registrazione, che, calcolando 
con il tempo, misura naturale del lavoro, l'unit dell'ora lavorativa, compi lo 
scambio di prodotti di eguale lavoro con prodotti di eguale lavoro in un modo 
molto pi semplice che non traducendo prima in denaro le ore lavorative. Lo 
scambio  in realt un semplice scambio in natura; tutte le richieste in 
eccedenza sono facilmente e semplicemente compensabili mediante tratte su altre 
comunit. Ma se una comunit dovesse realmente avere un deficit di fronte ad 
altre comunit, tutto "l'oro esistente nel mondo", fosse pure "denaro per 
natura", non potrebbe risparmiare a questa comunit la sorte di coprire questo 
deficit aumentando il proprio lavoro, a meno che non voglia cadere in una 
condizione di dipendenza, a causa di debiti, da altre comunit. Il lettore del 
resto abbia sempre ben presente che noi qui non facciamo affatto delle 
costruzioni avveniristiche. Noi accettiamo semplicemente i presupposti di 
Dhring e ne tiriamo solo le inevitabili conseguenze. 
Quindi n nello scambio tra la comunit economica e i suoi membri, n in quello 
tra le diverse comunit, l'oro, che "per natura  denaro", pu arrivare a 
realizzare questa sua natura. Tuttavia Dhring gli prescrive di compiere una 
funzione monetaria anche "nella socialit". Dobbiamo quindi cercare un altro 
campo per questa funzione monetaria. E questo campo esiste. Dhring, certo, d a 
ciascuno una capacit di "consumo quantitativamente eguale", ma non pu 
costringervi nessuno. Al contrario, egli  fiero che nel suo mondo ciascuno 
possa fare quello che vuole del suo denaro. Egli non pu dunque impedire che gli 
uni mettano da parte un piccolo peculio, mentre gli altri non possono tirare 
avanti col salario che vien loro pagato. E rende questo fatto perfino 
inevitabile, poich egli riconosce espressamente nel diritto ereditario la 
propriet comune della famiglia, da cui discende inoltre il dovere dei genitori 
di allevare la prole. Ma cos il consumo quantitativamente eguale viene 
compromesso. Lo scapolo vivr da signore con i suoi otto o dodici marchi 
giornalieri, mentre il vedovo con otto figli riuscir a campare con grandi 
stenti. D'altra parte la comunit economica, accettando senz'altro il pagamento 
in monete, lascia aperta la possibilit che questo denaro venga guadagnato 
diversamente che col proprio lavoro. Non olet [Non puzza] [197]. Essa non sa da 
dove viene. Ma cos sono poste tutte le condizioni perch la moneta metallica, 
che sinora ha avuto solo la funzione di buono di lavoro, possa presentarsi in 
reale funzione di denaro. Sussistono l'occasione e il motivo, da una parte, per 
la tesaurizzazione e, dall'altra, per l'indebitamento. Il bisognoso prende a 
prestito dal tesaurizzatore. Il denaro preso a prestito  accettato dalla 
comunit in pagamento per mezzi di sussistenza, diventa di nuovo ci che  nella 
societ odierna: incarnazione sociale del lavoro umano, reale misura del lavoro, 
mezzo universale di circolazione. Tutte "le leggi e le norme amministrative" del 
mondo sono altrettanto impotenti contro tutto ci, quanto contro la tavola 
pitagorica o la composizione chimica dell'acqua. E poich il tesaurizzatore  in 
condizione di estorcere interessi al bisognoso, con la moneta metallica che 
funge da denaro viene anche ristabilita l'usura. 
Sin qui noi abbiamo considerato solo gli effetti del mantenimento della moneta 
metallica all'interno dell'area in cui vige la comunit economica di Dhring. Ma 
al di l di quest'area il resto del maledetto mondo continua frattanto 
tranquillamente a camminare come prima. Oro e argento restano sul mercato 
mondiale moneta universale, mezzo universale di acquisto e pagamento, 
incarnazione assolutamente sociale della ricchezza. E con questa qualit del 
metallo nobile appare ai singoli membri della comunit economica una nuova 
spinta per la tesaurizzazione, per l'arricchimento, per l'usura, la spinta per 
muoversi liberamente e indipendentemente di fronte alla comunit al di l dei 
suoi confini e per sfruttare sul mercato mondiale la ricchezza individuale 
accumulata. Gli usurai si trasformano in uomini che esercitano il commercio col 
mezzo di circolazione, in banchieri, in dominatori del mezzo di circolazione e 
del denaro che ha corso in tutto il mondo e conseguentemente in dominatori della 
produzione e quindi anche dei mezzi di produzione, anche se questi ancora per 
anni figurano, nominalmente, propriet della comunit economica e della comunit 
commerciale. Ma con ci teusarizzatori e usurai trasformati in banchieri sono 
sempre i padroni della comunit economica e della comunit commerciale stessa. 
La "socialit" di Dhring si distingue in effetti in modo molto sostanziale 
dalla "nebulosit" degli altri giornalisti. Essa non ha altro fine che la 
rigenerazione dell'alta finanza, sotto il controllo, e per conto della quale, 
essa valorosamente si ammazzer di lavoro, posto che in generale si costituisca 
e si mantenga. La sola salvezza per essa sarebbe che i teusarizzatori 
preferissero affrettarsi col loro denaro che ha corso in tutto il mondo a... 
fuggirsene dalla comunit. 
Data la diffusa ignoranza, dominante in Germania, sul vecchio socialismo, un 
innocente giovane potrebbe ora porre la domanda se anche, per es., i buoni di 
lavoro oweniani non potrebbero dar luogo ad un abuso analogo. Sebbene noi non 
dobbiamo spiegare qui il significato di questi buoni di lavoro, tuttavia per 
raffrontare l'"ampio schematismo" di Dhring con le "idee rozze, piatte e 
meschine" di Owen pu non essere fuori luogo quanto segue. Anzitutto per un tale 
abuso dei buoni di lavoro di Owen sarebbe necessaria la loro trasformazione in 
moneta reale, mentre Dhring presuppone una moneta reale, ma vuole proibirle di 
fungere altrimenti che da semplice buono di lavoro. Mentre nel primo caso 
avrebbe luogo un reale abuso, nel secondo si realizza la natura propria della 
moneta, indipendentemente dalla volont umana, e la moneta realizza il suo 
giusto uso, quello che le  proprio, di fronte all'abuso che Dhring vuole 
imporre, in virt della sua propria ignoranza sulla natura della moneta. In 
secondo luogo in Owen i buoni di lavoro sono solo una forma di transizione alla 
comunit perfetta e alla libera utilizzazione delle risorse sociali e, 
accessoriamente, sono tutt'al pi anche un mezzo per rendere accettabile il 
comunismo anche al pubblico britannico. Se dunque un qualche abuso dovesse 
costringere la societ oweniana ad abolire i buoni di lavoro, questa farebbe 
solo un altro passo avanti verso il suo fine ed entrerebbe in una fase pi 
perfetta di sviluppo. Se invece la comunit economica dhringiana abolisce la 
moneta, essa distrugge in un colpo la sua "portata storica per l'umanit", 
elimina la sua bellezza pi peculiare, cessa di essere comunit economica 
dhringiana e affoga in quelle nebulosit per liberarla dalle quali Dhring ha 
erogato tanto aspro lavoro della sua razionale fantasia [*14]. 
Ma da dove ora sorgono tutti i singolari errori e tutte le singolari confusioni 
in cui si aggira la comunit economica dhringiana? Semplicemente dalla 
nebulosit che sviluppano nella testa di Dhring i concetti di valore e di 
moneta e che lo conduce finalmente a volere scoprire il valore del lavoro. Ma 
poich Dhring non possiede affatto il monopolio di tali nebulosit per la 
Germania, e trova invece numerosa concorrenza, noi vogliamo "metterci d'impegno 
per un momento a sbrogliare la matassa" che egli qui ha combinato. 
L'unico valore che l'economia conosca  il valore delle merci. Che cosa sono le 
merci? Prodotti creati in una societ di produttori privati pi o meno 
individuali, quindi anzitutto prodotti privati. Ma questi prodotti privati 
diventano merci solo non appena essi vengono prodotti non per il consumo 
proprio, ma per il consumo di altri e dunque per il consumo sociale; essi 
entrano nel consumo sociale per mezzo dello scambio. I produttori privati stanno 
dunque in un nesso sociale, costituiscono una societ. I loro prodotti, sebbene 
prodotti privati di ciascun individuo, sono perci ad un tempo, ma senza volere 
e per cos dire contro voglia, anche prodotti sociali. Ma in che cosa consiste 
il carattere sociale di questi prodotti privati? Evidentemente in due propriet: 
in primo luogo nel fatto che tutti appagano qualche bisogno umano ed hanno un 
valore di uso non solo per i produttori ma anche per gli altri; e in secondo 
luogo nel fatto che essi, sebbene prodotti dei pi diversi lavori privati, sono 
ad un tempo prodotti di lavoro umano puro e semplice, sono lavoro genericamente 
umano. In quanto hanno un valore di uso anche per altri, essi possono in genere 
entrare nello scambio; in quanto in tutti  racchiuso lavoro genericamente 
umano, semplice erogazione di forza-lavoro umano, essi possono, secondo la 
quantit di questo lavoro che  racchiusa in ciascuno, essere raffrontati l'uno 
con l'altro nello scambio, essere posti come eguali o diseguali. In due prodotti 
privati eguali, restando eguali le condizioni sociali, pu essere racchiusa una 
quantit diseguale di lavoro privato, ma sempre solo una quantit eguale di 
lavoro genericamente umano. Un fabbro incapace pu fare cinque ferri da cavallo 
nello stesso tempo in cui uno capace ne fa dieci. Ma la societ non attribuisce 
un valore alla casuale incapacit dell'uno, essa riconosce come lavoro 
genericamente umano solo il lavoro che di volta in volta  fornito da capacit 
media normale. Uno dei cinque ferri di cavallo del primo non ha quindi nello 
scambio pi valore di uno dei dieci forgiati dall'altro nello stesso tempo. Il 
lavoro privato contiene lavoro genericamente umano solo in quanto  socialmente 
necessario. 
Dicendo che una merce ha questo determinato valore io dico: 1. che essa  un 
prodotto socialmente utile; 2. che essa  prodotta da una persona privata per 
conto di privati; 3. che essa, malgrado sia prodotto di lavoro privato, 
tuttavia, nello stesso tempo e, per cos dire, senza saperlo o volerlo,  anche 
un prodotto di lavoro sociale e precisamente di una quantit determinata di 
esso, fissata per via sociale, mediante lo scambio; 4. io esprimo questa 
quantit non in lavoro stesso, in tante e tante ore di lavoro, ma in un'altra 
merce. Se io dico quindi che questo orologio vale quanto questo pezzo di stoffa 
e che ognuno dei due vale cinquanta marchi, dico che nell'orologio, nella stoffa 
e nel denaro  racchiuso altrettanto lavoro sociale. Constato dunque che il 
tempo di lavoro sociale rappresentato in essi  stato misurato socialmente ed  
stato trovato eguale. Ma non direttamente, assolutamente, come altrimenti si 
misura un tempo di lavoro in ore o giorni di lavoro ecc., bens indirettamente, 
per mezzo dello scambio, in modo relativo. Io non posso perci neanche esprimere 
questo quantum stabilito di tempo di lavoro in ore di lavoro, il cui numero mi 
resta ignoto, ma del pari, solo indirettamente, in modo relativo, con un'altra 
merce che rappresenta il quantum eguale di tempo di lavoro sociale. L'orologio 
vale quanto un pezzo di stoffa. 
Ma poich la produzione e lo scambio delle merci costringono la societ basata 
su di essi a questa via indiretta, la costringono del pari a raccorciarla il pi 
possibile. Essi scelgono dalla massa di merci comuni una merce sovrana, in cui 
una volta per sempre  esprimibile il valore di tutte le altre merci, una merce 
che vale come immediata incarnazione del lavoro sociale e che perci diventa 
immediatamente e incondizionatamente scambiale con tutte le altre merci: il 
denaro. Il denaro  gi contenuto in germe nel concetto di valore, esso  solo 
il valore sviluppato. Ma poich il valore delle merci assume nel denaro 
un'esistenza indipendente di fronte alle merci stesse, un nuovo fattore appare 
nella societ che produce e scambia merci, un fattore con funzioni ed effetti 
nuovi. Noi per ora dobbiamo stabilire solo questo punto senza occuparcene 
maggiormente. 
L'economia della produzione di merci non  affatto l'unica scienza che deve fare 
i conti con fattori solo relativamente noti. Anche nella fisica noi non sappiamo 
quante singole molecole gassose sono presenti in un volume determinato di gas, 
di cui siano date anche pressione e temperatura. Ma sappiamo che, nei limiti in 
cui la legge di Boyle  esatta, un volume determinato di gas contiene un numero 
di molecole eguale a quello che contiene un pari volume di un altro gas 
qualsivoglia a pari pressione e temperatura. Noi possiamo perci paragonare, 
quanto al loro contenuto molecolare, i pi diversi volumi dei pi diversi gas 
alle pi diverse condizioni di pressione e di temperatura e se ammettiamo come 
unit un litro di gas a 0 centigradi e 760 di pressione, possiamo con questa 
unit misurare quel contenuto molecolare. Nella chimica i pesi atomici assoluti 
dei singoli elementi ci sono egualmente ignoti, ma li conosciamo in modo 
relativo poich conosciamo i loro rapporti reciproci. Come quindi la produzione 
di merci e la sua economia ottengono un'espressione relativa per le quantit di 
lavoro, ad esse sconosciute, racchiuse nelle singole merci, mettendo a raffronto 
queste merci sulla base del lavoro relativamente contenuto in esse, cos la 
chimica si procura un'espressione relativa per la grandezza dei pesi atomici ad 
essa sconosciuti, mettendo a raffronto i singoli elementi sulla base del loro 
peso atomico ed esprimendo il peso atomico dell'uno in multipli e sottomultipli 
dell'altro (zolfo, ossigeno, idrogeno). E come la produzione di merci eleva 
l'oro a merce assoluta, a universale equivalente delle altre merci, a misura di 
tutti i valori, cos la chimica eleva l'idrogeno a moneta della chimica ponendo 
il suo peso atomico = 1, riducendo i pesi atomici di tutti gli altri elementi a 
idrogeno ed esprimendoli in multipli del peso atomico dell'idrogeno. 
Tuttavia la produzione di merci non  affatto la forma esclusiva di produzione 
sociale. Nell'antica comunit indiana, nella comunit familiare degli slavi del 
sud, i prodotti non si trasformano in merci. I membri della comunit sono 
direttamente riuniti in societ per la produzione, il lavoro viene diviso a 
seconda della tradizione e dei bisogni ed egualmente i prodotti, nella misura in 
cui arrivano al consumo. La produzione immediatamente sociale, cos come la 
distribuzione diretta, escludono ogni scambio di merci, quindi anche la 
trasformazione dei prodotti in merci (almeno all'interno della comunit) e 
conseguentemente escludono anche la loro trasformazione in valori. 
Non appena la societ entra in possesso dei mezzi di produzione e, 
socializzandoli immediatamente, li usa per la produzione, il lavoro di ciascuno, 
per quanto possa essere diverso il suo carattere specifico di utilit, diventa a 
priori direttamente lavoro sociale. La quantit di lavoro sociale racchiusa in 
un prodotto non ha bisogno allora di essere fissata solo indirettamente; 
l'esperienza giornaliera indica direttamente quanto lavoro  necessario in 
media. La societ pu semplicemente calcolare quante ore di lavoro sono 
contenute in una macchina a vapore, in un ettolitro di frumento dell'ultimo 
raccolto, in cento metri quadrati di stoffa di una qualit determinata. N 
potrebbe quindi venirle in mente di esprimere le quantit di lavoro depositate 
nei prodotti e che essa conosce direttamente e assolutamente con una misura 
inoltre solo relativa, oscillante, insufficiente, precedentemente inevitabile 
come espediente, con un terzo prodotto e cio non con la misura naturale 
adeguata, assoluta, il tempo. Egualmente non verrebbe in mente alla chimica di 
esprimere i pesi atomici ancora in modo relativo, passando per l'atomo di 
idrogeno non appena essa fosse in condizione di esprimerli nella loro misura 
adeguata, ossia in pesi reali, in bilionesimi o quadrilionesimi di grammo. Date 
le premesse sopracitate, la societ non assegna neppure dei valori ai prodotti. 
Essa non esprimer il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno 
richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una 
maniera sciocca e assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo 
anche allora la societ dovr sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso 
per la sua produzione. Essa dovr organizzare il piano di produzione secondo i 
mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le 
forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sar determinato dagli effetti utili 
dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto 
della quantit di lavoro necessaria alla loro produzione. Gli uomini 
sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l'intervento del famoso 
"valore" [*15]. 
Il concetto di valore  l'espressione pi generale e perci pi comprensiva 
delle condizioni economiche della produzione di merci. Nel concetto di valore  
perci contenuto il germe non solo del denaro, ma anche di tutte le forme pi 
sviluppate della produzione e dello scambio di merci. Nel fatto che il valore  
l'espressione del lavoro sociale contenuto nei prodotti privati risiede gi la 
possibilit della differenza tra il lavoro sociale e il lavoro privato contenuto 
nel prodotto stesso. Se dunque un produttore privato continua a produrre alla 
vecchia maniera, mentre la produzione sociale progredisce, questa differenza gli 
diventa sensibilmente tangibile. Lo stesso accade non appena la totalit di 
coloro che producono privatamente un genere determinato di merci, produce una 
quantit eccedente il bisogno sociale. Nel fatto che il valore di una merce pu 
essere espresso solo con un'altra merce e pu essere realizzato solo nello 
scambio con essa, risiede la possibilit che lo scambio in generale non abbia 
luogo oppure che non realizzi il giusto valore. Finalmente se appare sul mercato 
la merce specifica forza-lavoro, il suo valore si determina, come quello di ogni 
altra merce, mediante il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua 
produzione. Perci nella forma di valore che assumono  gi racchiusa tutta 
quanta la forma di produzione capitalistica, l'antagonismo di capitalisti e 
salariati, l'esercito di riserva industriale, le crisi. Voler sopprimere la 
forma di produzione capitalistica mediante la creazione del "vero valore" 
significa perci voler sopprimere il cattolicesimo mediante la creazione del 
"vero" papa, o volere creare una societ in cui i produttori finalmente dominano 
il loro prodotto, dando vita, con ci stesso, ad una categoria economica che  
l'espressione pi piena dell'asservimento dei produttori mediante il proprio 
prodotto. 
Quando la societ produttrice di merci ha sviluppato ulteriormente la forma di 
valore inerente alle merci come tali, solo a farle raggiungere la forma di 
denaro, molti dei germi ancora nascosti nel valore vengono alla luce. L'effetto 
pi prossimo e pi essenziale  la generalizzazione della forma di merce. Il 
denaro impone la forma di merce anche agli oggetti prodotti per il proprio 
consumo diretto, li trascina nello scambio. Cos la forma di merce e di denaro 
penetrano nell'economia interna della comunit associata direttamente per la 
produzione, rompono uno dopo l'altro tutti i legami della comunanza e dissolvono 
la comunit in una schiera di produttori privati. Il denaro dapprima, come si 
pu vedere in India, mette al posto della coltivazione comune del suolo la 
coltura individuale; pi tardi dissolve la propriet comune del suolo 
coltivabile, che si presenta ancora nelle ripartizioni periodicamente ripetute, 
mediante una ripartizione definitiva (il che per es.  accaduto nelle 
Gehferschaften [comunit di villaggio] della Mosella e comincia ad accadere 
anche nella comunit russa); e infine spinge alla ripartizione del possesso 
comune, ancora residuato, dei boschi e dei prati. Quali che siano le altre cause 
basate sullo sviluppo della produzione che anche qui collaborano, il denaro 
rimane sempre il mezzo pi potente della loro azione sulla comunit. E con la 
stessa necessit naturale, a dispetto di tutte "le leggi e le norme 
amministrative", il denaro dissolverebbe la comunit economica dhringiana, se 
mai essa venisse alla luce. 
Abbiamo gi visto (Economia, VI) che  una contraddizione in termini parlare di 
valore del lavoro. Poich il lavoro, in certe condizioni sociali, crea non solo 
prodotti, ma anche valore, e questo valore viene, misurato dal lavoro, tanto 
poco  possibile che il lavoro abbia un valore particolare, quanto poco  
possibile che la pesantezza come tale abbia un peso particolare o il calore una 
temperatura particolare. Ma  caratteristico di tutta la confusione socialista 
che va stillandosi il cervello intorno al "vero valore", immaginare che 
l'operaio non riceva nella societ odierna il pieno "valore" del suo lavoro, e 
che il socialismo sia chiamato a porvi rimedio. Perci  necessario anzitutto 
che cosa sia il valore del lavoro e lo si trova tentando di misurare il lavoro 
non con la misura ad esso adeguata, il tempo, ma col suo prodotto. L'operaio 
dovrebbe ricevere il "provento integrale del lavoro" [100]. Non solo il prodotto 
del lavoro, ma il lavoro stesso dovrebbe essere direttamente scambiabile col 
prodotto: un'ora di lavoro con il prodotto di un'altra ora di lavoro. Ma ci 
crea subito una difficolt molto "seria". Il prodotto totale viene ripartito. La 
pi importante funzione sociale progressiva della societ, l'accumulazione, 
viene sottratta alla societ e rimessa nelle mani e all'arbitrio dei singoli. I 
singoli possono fare quello che vogliono dei loro "proventi", la societ resta 
ricca o povera come era prima. Si sarebbero quindi accentrati nelle mani della 
societ i mezzi di produzione accumulati nel passato solo perch tutti i mezzi 
di produzione che si saranno accumulati nel futuro vengano sparpagliati di nuovo 
nelle mani dei singoli. Si fa a pugni con i propri presupposti e si perviene ad 
una pura assurdit. 
Lavoro fluido, forza-lavoro attiva dovrebbero esser scambiati con prodotto di 
lavoro. Allora questa forza-lavoro  una merce cos come il prodotto con cui 
viene scambiata. Allora il valore di questa forza-lavoro non viene determinato 
affatto secondo il suo prodotto, ma secondo il valore sociale che vi  
incorporato, quindi secondo la legge attuale del lavoro salariato. 
Ma questo  proprio ci che non deve essere. Il lavoro fluido, la forza-lavoro 
deve essere scambiabile col suo pieno prodotto. Ci significa che deve essere 
scambiabile non col suo valore, ma col suo valore di uso; la legge del valore 
dovrebbe esser valida per tutte le altre merci ma essere soppressa per la 
forza-lavoro. E questa confusione che distrugge se stessa  ci che si nasconde 
dietro il "valore del lavoro". 
Lo "scambio di lavoro con lavoro secondo il principio della valutazione eguale", 
nella misura in cui ha un significato, e quindi la reciproca scambiabilit di 
prodotti di eguale lavoro, e quindi la legge del valore,  la legge fondamentale 
precisamente della produzione di merci e perci anche della forma pi alta di 
essa, la produzione capitalistica. Essa si afferma nella societ attuale nella 
stessa maniera in cui unicamente possono realizzarsi leggi economiche in una 
societ di produttori privati: come legge naturale insita nelle cose e nelle 
circostanze, indipendente dal volere e dall'agire dei produttori, ciecamente 
operante. Dhring, elevando questa legge a legge fondamentale della comunit 
economica ed esigendo che questa comunit economica debba attuarla con piena 
coscienza, fa, della legge fondamentale della societ vigente, la legge 
fondamentale della sua societ fantastica. Egli vuole la societ vigente, ma 
senza i suoi inconvenienti. Si muove quindi completamente sullo stesso terreno 
di Proudhon. Come lui, egli vuole eliminare gli inconvenienti che sono sorti 
dall'evoluzione della produzione mercantile alla produzione capitalistica, 
facendo valere di fronte ad essa la legge fondamentale della produzione di merci 
la cui azione ha precisamente prodotto questi inconvenienti. Come Proudhon egli 
vuole sopprimere le conseguenze reali della legge del valore con delle 
conseguenze fantastiche. 
Ma per quanto fieramente il nostro moderno don Chisciotte porta in groppa la sua 
nobile Ronzinante, "il principio universale di giustizia", seguito dal suo 
valente Sancio Panza, Abraham Enss, sul suo cammino di cavaliere errante, alla 
conquista dell'elmo di Mambrino, il "valore del lavoro", ahim, temiamo che non 
porter a casa altro che il vecchio, noto catino da barbiere. 
  
Note
194. Espressione usata da Georg Herwegh nella poesia "Aus den Bergen" ("Dai 
monti"), appartenente alla sua raccolta "Poesie di un uomo vivo", 1841: "... 
largo, signori, al colpo d'ala / Di un'anima libera!". 
195. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 127, nota 50 
196. Il "libro di commercio"  descritto da Wihlelm Weitling nelle sue "Garntien 
del Harmonie und Freiheit", Vivis, 1842, sezione II, capitolo 10, p. 155 sgg. 
Secondo il suo piano utopistico, nella societ futura ogni persona abile al 
lavoro  obbligata a lavorare ogni giorno un numero determinato di ore, per 
ricevere i prodotti necessari al sostentamento. Inoltre a ciascuno  data la 
libert di "esercitare anche ore di commercio, oltre al tempo stabilito per il 
lavoro", per "godere di questo o di quel bene voluttuario". Il piano di Weitling 
prevede che queste ore di commercio e i "piaceri e i prodotti voluttuari" 
ricevuti in cambio siano registrati nel libro di commercio. 
*13. Trucksystem si chiama in Inghilterra il sistema ben noto anche in Germania 
nel quale gli stessi fabbricanti tengono dei magazzini e costringono i loro 
operai a fornirsi di merci da essi. 
197. Secondo la tradizione, l'imperatore Vespasiano avrebbe detto queste parole 
("non puzza") al figlio Tito, che lo rimproverava per una tassa da lui imposta 
sugli orinatoi, mostrandogli il denaro ricavatone. L'espressione  passata in 
proverbio per dire che riguardo all'origine del denaro guadagnato non bisogna 
guardare troppo per il sottile. 
*14. Tra parentesi, la funzione che hanno nella societ comunista oweniana i 
buoni di lavoro  completamente ignota a Dhring. Egli conosce questi buoni di 
lavoro da quel che ne dice Sargant, e cio solo in quanto figurano nei Labour 
Exchange Bazaars [176] che naturalmente furono un fallimento: tentativo di 
passare, mediante uno scambio diretto di lavoro, dalla societ vigente alla 
societ comunista. 
176. Il 31 gennaio 1849 Proudhon fond a Parigi la Banque du peuple (Banca del 
popolo); essa esistette per circa due mesi, e solo sulla carta. 
*15. Sin dal 1844 io avevo detto ("Deutsch-Franzsische Jahrbcher" 198.) che 
questa valutazione dell'effetto utile e dell'erogazione di lavoro nelle 
decisioni concernenti la produzione  tutto ci che in una societ comunista 
rimane del concetto di valore dell'economia politica. Ma solo il "Capitale" di 
Marx, come si vede, ha reso possibile fondare scientificamente questo principio. 

100. La concezione di Ferdinand Lassalle sul "provento pieno del lavoro" o 
"integrale"  criticata a fondo da Marx nella prima sezione delle "Glosse 
marginali al programma del Partito operaio tedesco" ("Critica del programma di 
Gotha", trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1976). 
198. Engels rinvia al suo articolo "Lineamenti di una critica all'economia 
politica". I "Deutsch-Franzsische Jahrbcher" furono pubblicati in tedesco a 
Parigi sotto la redazione di Marx e Arnold Ruge. Ne usc un solo numero doppio 
nel febbraio 1844. Vi apparvero "Sulla questione ebraica" e "Per una critica 
della filosofia hegeliana del diritto. introduzione" di Marx, e "La situazione 
dell'Inghilterra. "Past and Present" by Thomas Carlyle", oltre all'articolo 
sopra citato, di Engels. 
  
 




Anti-Dhring
Terza Sezione: Socialismo
  
V. Stato, educazione, famiglia
  
Con i due capitoli precedenti avremmo dunque pressappoco esaurito la "nuova 
costruzione socialitaria" di Dhring. Al pi ci sarebbe ancora da notare come 
l'"ampiezza universale dell'orizzonte storico" non gli impedisca di coltivare i 
suoi interessi particolari, anche a prescindere dal noto sovraconsumo moderato. 
Poich nella socialit continua a sussistere la vecchia divisione del lavoro, la 
comunit economica dovr fare i conti, oltre che con architetti e carrettieri, 
anche con letterati di professione, per cui sorge la questione del come ci si 
dovr contenere poi circa i diritti d'autore. Questa questione occupa Dhring 
pi di ogni altra. Dovunque, per es. a proposito di Louis Blanc e di Proudhon, 
il diritto d'autore capita tra i piedi al lettore per essere poi diluito per 
nove pagine nel "Corso" e esser portato felicemente in salvo nel porto della 
socialit sotto forma di una misteriosa "remunerazione del lavoro", non  detto 
se con moderato sovraconsumo o senza. Un capitolo sulla posizione delle pulci 
nel sistema naturale della societ sarebbe altrettanto appropriato e in ogni 
caso meno noioso. 
Sull'ordinamento statale dell'avvenire la "Filosofia" ci d precisazioni 
particolareggiate. Qui Rousseau, malgrado sia l'"unico predecessore di rilievo" 
di Dhring, tuttavia non ha posto basi abbastanza profonde; il suo pi profondo 
successore ripara completamente, annacquando nel modo pi straordinario Rousseau 
e mescolandovi avanzi della filosofia del diritto hegeliana cotti e stracotti in 
una misera brodaglia anch'essa troppo diluita. "La sovranit dell'individuo" 
costituisce la base del dhringiano Stato dell'avvenire; essa non dev'essere 
soppressa col dominio della maggioranza, ma deve esserne invece proprio il 
culmine. Come avviene tutto questo? In un modo molto semplice: 

"Se si presuppongono accordi reciproci fra tutti e in tutti i sensi, e se 
questi contratti hanno come oggetto la reciproca prestazione di aiuto contro 
ingiuste offese, allora soltanto viene accresciuta la forza diretta al 
mantenimento del diritto e nessun diritto viene dedotto dalla semplice 
preponderanza della massa sui singoli o della maggioranza sulla minoranza." 

Con siffatta facilit la forza viva dell'abracadabra della filosofia della 
realt sorpassa gli ostacoli pi insormontabili e, se il lettore ritiene di non 
saperne con ci pi di prima, Dhring gli risponde di non prendere la cosa cos 
alla leggera perch "il pi piccolo errore nella concezione della funzione della 
volont collettiva annullerebbe la sovranit dell'individuo, e soltanto questa 
sovranit  ci (!) che porta a dedurre reali diritti". Dhring, se prende in 
giro il suo pubblico, lo tratta proprio come questo merita. Avrebbe potuto 
somministrargli perfino delle cose notevolmente pi grosse; gli studiosi della 
filosofia della realt non se ne sarebbero neanche accorti. 
La sovranit dell'individuo consiste dunque essenzialmente nel fatto che "il 
singolo  sottoposto ad una costrizione assoluta di fronte allo Stato", ma 
questa costrizione pu giustificarsi solo nella misura in cui essa "serve 
veramente alla giustizia naturale". Per questo fine ci saranno "un'attivit 
legislativa e un'attivit giudiziaria", ma esse "debbono restare nella 
collettivit"; inoltre ci sar una lega difensiva che si estrinseca nell'"essere 
riuniti nell'esercizio o in una sezione esecutiva appartenente al servizio di 
sicurezza interna", quindi ci saranno anche esercito, polizia, gendarmi. Invero 
Dhring ha gi spesse volte provato ad essere un bravo prussiano e qui mostra di 
essere pari a quel prussiano modello che, secondo la buonanima del ministro von 
Rochow, "porta il suo gendarme nel seno". Questa gendarmeria dell'avvenire non 
sar per pericolosa come gli odierni "Zarucker" [199]. Qualunque cosa questa 
gendarmeria possa fare verso l'individuo sovrano, quest'ultimo avr sempre una 
consolazione: "ci poi che di giusto o di ingiusto in ogni circostanza egli 
sopporta da parte della societ libera, non pu mai essere qualche cosa di 
peggio di ci che porterebbe con s anche lo stato di natura"! E allora Dhring, 
dopo averci fatto incappare ancora una volta nel suo inevitabile diritto 
d'autore, ci assicura che nel suo mondo dell'avvenire ci sar "un'avvocatura 
evidentemente del tutto libera e generale". "La societ che oggi ci si immagina 
libera" diventa sempre pi composita. Architetti, carrettieri, letterati, 
gendarmi ed ora, per di pi, anche avvocati! Questo "regno ideale solido e 
critico" rassomiglia in modo perfetto ai vari paradisi delle varie religioni, 
nei quali il fedele ritrova sempre trasfigurate tutte le dolcezze che gli ha 
presentate la vita terrena. E Dhring appartiene a quello Stato in cui "ognuno 
pu salvarsi l'anima alla sua maniera" [200]. Che cosa vogliamo di pi? 
Ma ci che possiamo volere  qui indifferente. Quello che importa  quel che 
vuole Dhring. E costui si distingue da Federico II per il fatto che nel 
dhringiano Stato dell'avvenire non avviene affatto che ognuno possa salvarsi 
l'anima alla sua maniera. Nella Costituzione di questo Stato dell'avvenire si 
legge: 

"Nella societ libera non ci sar nessun culto; infatti ognuno dei suoi 
membri supera la fanciullesca fantasia primitiva secondo cui al di l o al 
di sopra della natura ci sarebbero degli esseri sui quali si possa influire 
mediante sacrifici o preghiere. Un sistema socialitario rettamente inteso 
deve perci (...) abolire tutte le apparecchiature della magia scolastica e 
conseguentemente tutti gli elementi essenziali del culto". 

La religione  proibita. 
Ma ogni religione non  altro che il fantastico riflesso nella testa degli 
uomini di quelle potenze esterne che dominano la sua esistenza quotidiana, 
riflesso nel quale le potenze terrene assumono la forma di potenze sovraterrene. 
All'inizio della storia sono anzitutto le potenze della natura quelle che 
subiscono questo riflesso e che nello sviluppo ulteriore passano nei vari popoli 
per le pi svariate e variopinte personificazioni. Questo primo processo  stato 
seguito, almeno per i popoli indoeuropei, dalla mitologia comparata, risalendo 
sino alla sua origine nei Veda indiani, e mostrato in particolare nel suo 
sviluppo presso gli indiani, i persiani, i greci, i romani, i germani e, nella 
misura in cui il materiale  sufficiente, anche presso i celti, i lituani e gli 
slavi. Ma presto, accanto alle forze naturali, entrano in azione anche forze 
sociali, forze che si ergono di fronte agli uomini altrettanto estranee e, 
all'inizio, altrettanto inspiegabili, e li dominano con la medesima necessit 
naturale delle stesse forze della natura. Le forme fantastiche nelle quali in 
principio si riflettevano solo le misteriose forze della natura, acquisiscono di 
conseguenza attributi sociali e diventano rappresentanti di forze storiche 
[*16]. Ad un grado di sviluppo ancora posteriore tutti gli attributi naturali e 
sociali dei molti dei vengono trasferiti ad un solo dio onnipotente che a sua 
volta , esso stesso, solo il riflesso dell'uomo astratto. Cos sorse il 
monoteismo, che fu storicamente l'ultimo prodotto della tarda filosofia volgare 
greca e trov la sua incarnazione in Jahv, dio esclusivamente nazionale degli 
ebrei. In questa forma comoda, palpabile, adattabile a tutto, la religione pu 
continuare a sussistere come forma immediata, cio sensibile, dell'atteggiamento 
degli uomini verso le forze naturali e sociali estranee che li dominano sino a 
quando gli uomini sono sotto il dominio di tali forze. Ma abbiamo visto 
ripetutamente che nella societ borghese attuale gli uomini sono dominati, come 
da forza estranea, dai rapporti economici creati da loro stessi e dai mezzi di 
produzione da loro stessi prodotti. La base reale dell'azione riflessa della 
religione continua dunque a sussistere e con essa lo stesso riflesso religioso. 
E anche se l'economia borghese d adito ad una certa conoscenza del nesso 
causale di questo dominio estraneo, ci in sostanza non cambia niente. 
L'economia borghese non pu n in genere impedire le crisi, n garantire il 
singolo capitalista da perdite, cattivi debitori e fallimenti e neppure 
garantire il singolo operaio dalla disoccupazione e dalla miseria. Si dice 
sempre: l'uomo propone e dio (cio il dominio estraneo del modo di produzione 
capitalistico) dispone. La semplice conoscenza, anche se va molto pi lontano e 
molto pi a fondo di quella dell'economia borghese, non basta per sottomettere 
le forze sociali al dominio della societ. Per questo occorre anzitutto 
un'azione sociale. E quando quest'azione sar compiuta, quando la societ, 
mediante la presa di possesso e l'uso pianificato di tutti i mezzi di 
produzione, avr liberato se stessa e tutti i suoi membri dall'asservimento in 
cui essi sono mantenuti al presente da questi mezzi di produzione prodotti da 
loro stessi, ma che si ergono di fronte a loro come una prepotente forza 
estranea, quando dunque l'uomo non pi semplicemente proporr, ma anche 
disporr, allora soltanto sparir l'ultima forza estranea che ancora oggi ha il 
suo riflesso nella religione e conseguentemente sparir anche lo stesso riflesso 
religioso, per la semplice ragione che non ci sar pi niente da rispecchiare. 
Dhring non pu aspettare che la religione muoia di questa morte naturale. Egli 
procede pi radicalmente. Fa il Bismarck pi di Bismarck; decreta leggi di 
maggio [201] inasprite non solo contro il cattolicesimo, ma contro tutta la 
religione in generale; aizza i suoi gendarmi dell'avvenire e cos l'aiuta ad 
acquistarsi il martirio e un prolungamento di esistenza. Dovunque giriamo lo 
sguardo troviamo socialismo tipicamente prussiano. 
Dopo che cos Dhring ha felicemente annientato la religione, "l'uomo che ora 
poggia solo su se stesso e sulla natura ed  maturo per riconoscere le sue forze 
collettive, pu imboccare arditamente l'intero cammino che gli aprono il corso 
delle cose e la sua propria natura". Consideriamo ora, per cambiare, quale 
"corso delle cose" pu arditamente imboccare, guidato per mano di Dhring, 
l'uomo che poggia su se stesso. 
Il primo corso delle cose per cui l'uomo  posto su se stesso  quello di esser 
nato. Poi rimane, per il tempo della sua minorit naturale, affidato alla madre, 
"naturale educatrice dei bambini". "Questo periodo pu arrivare, come 
nell'antico diritto romano, sino alla pubert, pressappoco perci sino al 
quattordicesimo anno." Solo laddove i fanciulli pi grandicelli non bene educati 
non rispettino convenientemente l'autorit della madre, l'aiuto paterno, ma 
specialmente le disposizioni educative statali, possono neutralizzare questa 
manchevolezza. Con la pubert il fanciullo entra sotto la "naturale tutela del 
padre", se cio ne esiste uno "la cui paternit sia realmente incontestata", 
altrimenti la comunit nomina un tutore. 
Dhring, come prima immaginava che si possa sostituire il modo di produzione 
capitalistico con il modo di produzione sociale senza trasformare la produzione 
stessa, cos ora immagina che si possa staccare la famiglia borghese moderna da 
tutta la sua base economica senza perci mutare tutta quanta la sua forma. 
Questa forma  per lui tanto immutabile che arriva a rendere decisivo per 
l'eternit, per ci che concerne la famiglia, l'"antico diritto romano", anche 
se in una forma alquanto "nobilitata", e a potere immaginare la famiglia solo 
come unit "ereditante", cio come unit possidente. Su questo punto gli 
utopisti sono molto pi avanti di Dhring. Per loro, con la libera 
socializzazione degli uomini e con la trasformazione del lavoro privato 
domestico in un'industria pubblica, era data immediatamente anche la 
socializzazione dell'educazione della giovent e con ci un rapporto reciproco 
realmente libero dei membri della famiglia. E inoltre gi Marx ha dimostrato 
("Capitale", p. 515 e sg.) come "la grande industria crea il nuovo fondamento 
economico per una forma superiore della famiglia e del rapporto fra i due sessi, 
con la parte decisiva che essa assegna alle donne, agli adolescenti e ai bambini 
di ambo i sessi nei processi di produzione socialmente organizzati al di l 
della sfera domestica" [202]. 
"Ogni sognatore di riforme sociali", dice Dhring, "naturalmente ha bell' 
pronta la pedagogia adeguata alla sua nuova vita sociale". Prendendo come misura 
questo principio, Dhring appare come "un vero mostro" tra i sognatori di 
riforme sociali. La scuola dell'avvenire lo occupa almeno quanto il diritto 
d'autore e questo vuol dire veramente molto. Non solo egli ha un piano 
scolastico e universitario fisso e pronto per tutto "il futuro che pu 
prevedersi", ma anche per il periodo di passaggio. Limitiamoci per tanto a ci 
che sar offerto alla giovent di ambo i sessi nella socialit definitiva di 
ultima istanza. 
La scuola elementare per tutti offre "tutto ci che per se stesso e in linea di 
principio pu avere un'attrattiva per gli uomini", quindi specialmente le "basi 
e i risultati principali di tutte le scienze che riguardano le conoscenze del 
mondo e della vita". Essa insegna quindi anzitutto matematica e precisamente in 
modo che venga "interamente percorso" il ciclo di tutti i concetti e i 
procedimenti principali, dalla semplice enumerazione e dall'addizione al calcolo 
integrale. Ma questo non significa che in questa scuola si debba veramente 
derivare e integrare: al contrario. In essa debbono invece essere insegnati 
elementi completamente nuovi della matematica generale che contengono in s in 
germe tanto la solita matematica elementare quanto anche la matematica 
superiore. Ora, sebbene Dhring affermi di s di avere gi "davanti agli occhi 
schematicamente, nei suoi tratti essenziali", "il contenuto dei manuali" di 
questa scuola dell'avvenire, disgraziatamente sinora non  neppure riuscito a 
scoprire questi "elementi della matematica generale"; ma ci che egli non pu 
darci, "bisogna aspettarselo realmente solo dalle forze libere e accresciute 
delle nuove condizioni sociali". Ma se per il momento l'uva della matematica 
dell'avvenire  ancora molto acerba, tanto minori difficolt offriranno 
l'astronomia, la meccanica e la fisica dell'avvenire, le quali "forniranno il 
nocciolo di ogni cultura", mentre "botanica e zoologia, per la loro forma e il 
loro metodo tuttora prevalentemente descrittivi, malgrado tutte le teorie (...) 
serviranno piuttosto come una facile forma di distrazione". Cos sta stampato 
nella "Filosofia" a p. 417. Dhring sino ad oggi non conosce che una botanica e 
una zoologia prevalentemente descrittive. Tutta la morfologia organica che 
comprende l'anatomia comparata, l'embriologia e la paleontologia del mondo 
organico, gli sono ignote anche di nome. Mentre dietro alle sue spalle nascono 
quasi a dozzine nel campo della biologia scienze completamente nuove, il suo 
spirito puerile va tuttora a prendere "gli elementi culturali eminentemente 
moderni del modo naturale scientifico" nella "Storia naturale per fanciulli" di 
Raff ed elargisce del pari questa costituzione del mondo organico a tutto "il 
futuro che pu prevedersi". La chimica, come  sua abitudine, anche qui  
completamente dimenticata. 
Per quanto riguarda l'aspetto estetico dell'istruzione, Dhring doveva rifare 
tutto da capo. La poesia quale  stata finora non  utile a questo fine. Laddove 
la religione  proibita  chiaro che l'"apparato mitologico o comunque 
religioso" abituale nei poeti precedenti, non pu essere tollerato nella scuola. 
Anche il "misticismo poetico, nella forma in cui per es.  stato fortemente 
coltivato da Goethe",  riprovevole. Dhring stesso dovr quindi decidersi a 
fornirci egli stesso quei capolavori poetici che "corrispondono alle pi elevate 
esigenze di una fantasia conciliata con l'intelletto" e rappresentano quel puro 
ideale che "significa la perfezione del mondo". Speriamo che non indugi. La 
comunit economica potr conquistare il mondo solo appena essa avanzer al passo 
di carica dell'alessandrinismo conciliato con l'intelletto. 
L'adolescente cittadino dell'avvenire non sar tormentato molto con la 
filologia, "Le lingue morte sono completamente soppresse (...) mentre le lingue 
straniere viventi restano (...) qualcosa di secondario." Solo dove lo scambio 
tra i popoli si estende al movimento delle stesse masse popolari, esse debbono 
essere rese facilmente accessibili a ciascuno a seconda delle esigenze. 
"L'istruzione linguistica veramente educativa" si trover in una specie di 
grammatica generale e specialmente nella "materia e nella forma della propria 
lingua". La limitatezza nazionale degli uomini di oggi  ancora troppo 
cosmopolita per Dhring. Egli vuole abolire le due leve che nel mondo odierno 
offrono almeno l'opportunit di elevarsi al di sopra del limitato punto di vista 
nazionale: la conoscenza delle lingue antiche che dischiude, almeno agli uomini 
di tutte le nazioni che hanno ricevuto la cultura classica, un pi ampio 
orizzonte comune, e la conoscenza delle lingue moderne, unico mezzo con il quale 
gli uomini delle varie nazioni possono intendersi tra loro e familiarizzarsi con 
ci che accade fuori dei propri confini. Invece deve essere inculcato a fondo lo 
studio della grammatica della lingua nazionale. Ma "materia e forma della 
propria lingua" sono intelligibili solo allorch se ne seguono il nascere e il 
graduale sviluppo e questo non  possibile senza tener conto in primo luogo 
delle lingue vive e morte dello stesso ceppo. Ma cos siamo tornati di nuovo al 
campo espressamente vietato. Ma se con ci Dhring cancella dal suo piano 
scolastico tutta la moderna grammatica storica, per l'insegnamento linguistico 
non gli rimane altro che la grammatica tecnica di vecchio stampo, raffazzonata 
completamente nello stile della vecchia filologia classica, con tutte le sue 
casistiche e le sue arbitrariet, fondate sulla mancanza di una base storica. 
L'odio verso la filologia classica lo spinge ad elevare il prodotto deteriore 
della vecchia filologia a "fulcro di un'istruzione linguistica veramente 
educativa". Si vede chiaramente che abbiamo da fare con un linguista che non ha 
mai sentito parlare di tutta un'indagine storica linguistica che da sessant'anni 
a questa parte si  sviluppata con tanta impetuosit e tanto successo, e che 
perci non cerca gli "elementi culturali eminentemente moderni" dell'istruzione 
linguistica in Bopp, Grimm e Diez, ma in Heyse e Becker, di felice memoria. 
Ma con tutto ci il giovane cittadino dell'avvenire sarebbe ancora molto lontano 
dal "poggiare su se stesso". Per questo occorre ancora una volta un fondamento 
pi profondo dato dalla "assimilazione delle basi ultime della filosofia". "Ma 
un tale approfondimento non rimarr (...) nient'altro, se non un compito 
gigantesco", dopo che qui Dhring ha aperto la strada. In effetti "se il poco 
sapere rigoroso di cui pu menar vanto la schematizzazione generale dell'essere 
si purifica dai falsi ghirigori scolastici e ci si decide ad affermare dovunque 
come valida solo la realt assodata" da Dhring, si rende assolutamente 
accessibile la filosofia elementare anche alla giovent dell'avvenire. "Ci si 
ricordi di quei procedimenti della pi grande semplicit con i quali si  reso 
possibile ai concetti di infinit e alla loro critica di raggiungere una portata 
sinora sconosciuta"; e allora "non si riesce assolutamente a capire perch gli 
elementi della concezione universale di spazio e tempo, resi cos semplici 
dall'approfondimento e dalla precisazione attuale, non debbano finalmente 
passare nel campo delle cognizioni preliminari (...); i pensieri che vanno pi 
alle radici" di Dhring "non debbono avere una funzione secondaria nel sistema 
universale di educazione della nuova societ". Lo stato eguale a se stesso della 
materia e l'innumere numerato sono destinati invece "non solo a permettere" 
all'uomo "di poggiare sui suoi piedi, ma anche a fargli comprendere da se stesso 
che egli ha sotto i piedi il cosiddetto assoluto". 
La scuola elementare dell'avvenire non  altro, come si vede, che un liceo 
prussiano alquanto "nobilitato" nel quale il greco e il latino sono sostituiti 
da un po' di matematica, pura e applicata, e specialmente dagli elementi della 
filosofia della realt, e l'insegnamento del tedesco  di nuovo ridotto al 
Becker di felice memoria, cio all'incirca al livello della quinta ginnasiale. 
In effetti "non si riesce assolutamente a capire" perch le "cognizioni" di 
Dhring, che in tutti i campi da lui toccati sono, come abbiamo ormai 
dimostrato, assolutamente elementari, o meglio ci che in generale resta di 
esse, dopo la radicale "purificazione" che ne  stata fatta, "non debbano in 
blocco passare infine nel campo delle cognizioni preliminari", tanto pi che 
esse non hanno in realt mai abbandonato questo campo. Certo Dhring ha anche 
sentito parlare vagamente del fatto che nella societ socialista lavoro ed 
educazione devono esser uniti insieme e che con ci deve essere assicurata tanto 
una multiforme istruzione tecnica quanto una base pratica per l'educazione 
scientifica: anche questo punto viene perci utilizzato per la socialit nella 
consueta maniera. Ma poich, come abbiamo visto, la vecchia divisione del lavoro 
continua nella sua essenza a sussistere tranquillamente nella dhringiana 
produzione dell'avvenire, viene tolta a questa istruzione tecnica ogni futura 
applicazione pratica e ogni significato per la produzione stessa; essa ha 
precisamente e solo un fine scolastico: deve sostituire la ginnastica, della 
quale il nostro rivoluzionario che va alle radici non vuol sentir parlare. Egli 
perci non pu offrirci che poche frasi come per es.: "la giovent e la maturit 
lavorano nel vero significato della parola". Ma veramente miserevoli appaiono 
queste chiacchiere insulse e vuote se si confrontano col passo del "Capitale" da 
p. 508 a p. 515 [203], in cui Marx sviluppa il principio che "dal sistema della 
fabbrica, come si pu seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen,  
nato il germe dell'educazione dell'avvenire, che collegher, per tutti i bambini 
di una certa et, il lavoro produttivo con l'istruzione e la ginnastica, non 
solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo 
per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo" [204]. 
Passiamo all'universit dell'avvenire nella quale la filosofia della realt 
former il germe di ogni sapere e nella quale, accanto alla facolt di medicina, 
continua pienamente a fiorire anche la facolt giuridica; tralasciamo gli 
"istituti di specializzazione professionale" dei quali veniamo a sapere 
semplicemente che dovranno essercene solo "per poche materie". Ammettiamo 
finalmente che il giovane cittadino dell'avvenire dopo aver terminato tutto il 
corso di studi, finalmente "poggi su se stesso" al punto di essere in grado di 
cercar moglie. Quale corso delle cose gli apre qui Dhring? 

"In considerazione dell'importanza della procreazione per la fissazione, 
l'eliminazione e la mescolanza delle qualit, come anche per un nuovo 
sviluppo formativo delle qualit, bisogna cercare le radici ultime di ci 
che  umano e di ci che non  umano in gran parte nell'unione e nella 
selezione sessuale e, inoltre, nella cura pro o contro un determinato 
risultato delle nascite. Il giudizio sulla confusione e la stupidaggine che 
dominano in questo campo deve essere lasciato praticamente ad un'epoca 
posteriore. Tuttavia, si deve almeno far comprendere sin dal principio, pur 
sotto la pressione dei pregiudizi, che certamente molto pi che il numero 
deve prendersi in considerazione la qualit delle nascite, raggiunta con 
buono o cattivo successo dalla natura o dalla circospezione umana. Certo, in 
tutti i tempi e in tutte le organizzazioni giuridiche, i mostri sono votati 
all'annientamento, ma la scala che va dallo stato normale sino alle 
deformazioni che non hanno pi nulla di umano, ha molti gradi intermedi 
(...) Se si previene la nascita di un uomo che non diventerebbe che un 
prodotto difettoso, questo fatto,  evidentemente un vantaggio". 

In un altro passo si legge ancora: 

"Per la considerazione filosofica non pu essere difficile (...) concepire 
(...) il diritto del mondo non ancora nato ad una composizione quanto pi 
buona possibile (...) Il concepimento e in ogni caso anche la nascita 
offrono l'occasione per fare intervenire a questo riguardo una sollecitudine 
preventiva e, eccezionalmente, anche selettiva." 

E inoltre: 

"L'arte greca che idealizzava l'uomo nel marmo non potr conservare la 
stessa importanza storica non appena ci si sar assunto il compito, meno 
artistico e perci molto pi serio per il destino della vita di milioni di 
uomini di perfezionare la formazione di uomini in carne ed ossa. Questa 
specie di arte non  semplicemente di pietra e la sua estetica non riguarda 
la contemplazione di forme morte" ecc. 

Il nostro giovane cittadino dell'avvenire cade dalle nuvole. Che nel matrimonio 
non si tratti di un'arte semplicemente di pietra e neanche della contemplazione 
di forme morte, questo certamente lo sapeva anche senza Dhring; ma costui gli 
aveva pur promesso che egli avrebbe potuto imboccare ogni via che il corso delle 
cose e il suo proprio essere gli schiudono per trovare un cuore di donna in 
perfetto accordo col suo, insieme al corpo che ne  il necessario complemento. 
Niente affatto! gli urla addosso la "severa e profonda moralit". Si tratta 
anzitutto di eliminare la confusione e la stupidit che dominano nel campo 
dell'unione e della selezione sessuale e di tener conto del diritto dei nuovi 
nati ad una composizione quanto pi buona possibile. Si tratta per lui in questo 
momento solenne di perfezionare la formazione dell'uomo in carne ed ossa e per 
cos dire di diventare un Fidia in carne ed ossa. Come porvi mano? Le misteriose 
conciliazioni di Dhring, qui riferite, non gli danno a questo proposito la pi 
piccola guida, malgrado lo stesso Dhring dica che questa  un'"arte". Avrebbe 
forse Dhring gi "schematicamente davanti agli occhi" un manuale anche per 
quest'arte, simile a quelli cos vari che al giorno d'oggi girano per le 
librerie tedesche, pudicamente velati? In effetti qui non ci troviamo pi ormai 
nella socialit, ma nel "Flauto magico" con la differenza che il corpulento 
prete massone Sarastro pu sembrare a stento un "prete di seconda classe" di 
fronte al nostro profondo e severo moralista. Gli esperimenti che costui 
intraprende con la sua coppietta amorosa di adepti sono un vero giuoco da 
bambini di fronte alle orribili prove che Dhring impone ai suoi due individui 
sovrani prima di permetter loro di entrare nello stato di "coppia morale e 
libera". E cos pu ben accadere che il nostro Tamino dell'avvenire che "poggia 
su se stesso" abbia certo sotto i suoi piedi il cosiddetto assoluto, ma che uno 
di questi piedi devii di pochi gradini dalla normalit e cos che delle cattive 
lingue lo chiamino piede storto. E anche nel regno del possibile che la sua 
dilettissima Pamina dell'avvenire non si tenga bene in piedi sul predetto 
assoluto a causa di una lieve deviazione in favore della spalla destra, che 
l'invidia potrebbe perfino spacciare per una piccola gobba. E che allora? Il 
nostro pi profondo e pi severo Sarastro proibir loro di praticare l'arte del 
perfezionamento degli uomini in carne ed ossa, far valere la sua "sollecitudine 
preventiva" per il "concepimento" o la sua "sollecitudine selettiva" per la 
"nascita"? Nove volte su dieci le cose vanno diversamente; la coppietta amorosa 
lascia stare Dhring -Sarastro e va dall'ufficiale di stato civile. 
Alt! Esclama Dhring. Non  questo che volevo dire. Lasciate che vi spieghi: 

Nei "motivi elevati schematicamente umani delle unioni sessuali salutarie 
(...) la forma umanamente nobilitata dell'attrazione sessuale, il cui grado 
superiore si manifesta come amore spassionato,  nella sua reciprocit la 
migliore garanzia per un'unione feconda anche per il suo risultato (...)  
solamente un effetto di second'ordine il fatto che da una relazione in s 
armoniosa risulti anche un prodotto che porta l'impronta dell'armonia. Da 
ci consegue a sua volta che ogni costrizione deve agire in modo nocivo" 
ecc. 

E cos tutto si sbriga nel modo migliore nella migliore delle socialit. Piede 
storto e gobbetta si amano tra loro appassionatamente e offrono nella loro 
reciprocit la migliore garanzia per un armonioso "effetto di second'ordine". 
Tutto avviene come nel romanzo: si amano, si sposano e tutta la profonda e 
severa moralit va a finire, come al solito, in un'armoniosa banalit. 
Quale alto concetto Dhring abbia in generale del sesso femminile lo si vede 
nella seguente denuncia contro la societ attuale: 

"La prostituzione nella societ dell'oppressione fondata sulla vendita 
dell'uomo all'uomo ha il valore di un ovvio completamento del matrimonio 
coatto a vantaggio dei maschi ed  una delle cose pi comprensibili, ma 
anche pi significative, il fatto che per le donne non possa esserci nulla 
di simile". 

Per niente al mondo io vorrei raccogliere le lodi che a Dhring dovrebbero 
toccare da parte delle donne per questa sua galanteria. Ma sarebbe forse 
completamente ignoto a Dhring quella specie di reddito dato da prebende 
ottenute col favore di qualche gonnella e che oggi non  pi assolutamente 
eccezionale? Eppure Dhring  stato egli stesso referendario [uditore 
giudiziario] e abita a Berlino dove, gi ai miei tempi, trentasei anni fa, per 
non parlare dei tenentini, Referendarius rimava molto spesso con 
Schrzenstipendiarius [colui che fa carriera coll'aiuto di amicizie femminili]. 
Ci sia concesso di congedarci dal nostro argomento, che certo spesso  stato 
arido e noioso, in forma conciliante e gaia. Sino a che abbiamo dovuto trattare 
i singoli punti controversi, il nostro giudizio  stato legato ai fatti 
obiettivi e incontestabili e conformemente a questi fatti ha dovuto essere 
spesso tagliente ed anche duro. Ora che ci siamo lasciati alle spalle filosofia, 
economia e socialit e che abbiamo davanti l'immagine complessiva dello 
scrittore che avevamo da giudicare nei particolari, ora possono venire in primo 
piano delle considerazioni umane; ora ci  concesso ricondurre a cause personali 
parecchi errori scientifici e presunzioni altrimenti inconcepibili e 
sintetizzare il nostro giudizio sul signor Dhring nelle seguenti parole: 
irresponsabilit dovuta a megalomania. 
  
Note
199. La parola "Zarucker", derivata dal berlinese "zaruck" (indietro) significa 
all'incirca retrivo, reazionario. Il neologismo sarebbe stato ispirato dall'uso 
dei poliziotti di gridare "zaruck" per disperdere gli assembramenti. 
200. Avendo ricevuto dal ministro di Stato von Brand e dal presidente 
concistorale von Reichenbach un rapporto del 22 luglio 1740 in cui si chiedeva 
se le scuole romano-cattoliche dovessero continuare ad esistere in Prussia, 
Federico II vi scrisse in margine un'annotazione che terminava con le parole: 
"... qui ognuno deve salvarsi l'anima alla sua maniera". 
*16. Questo ulteriore duplice carattere delle forme della divinit  un fatto 
trascurato dalla mitologia comparata che si  fermata unilateralmente al loro 
carattere di riflessi delle forze naturali, fatto che pi tardi ha generato 
confusione tra le mitologie. Cos in alcune trib germaniche il dio della guerra 
era chiamato in antico nordico Tyr, nell'antico alto tedesco Zio, ci che 
corrisponde al greco Zeus, al latino Jupiter per Diespiter; in altre trib Er, 
Eor, che corrisponde al greco Ares, latino Mars. 
201. Nel maggio 1873 il Reichstag approv quattro leggi che istituivano un vero 
controllo dello Stato sulla Chiesa cattolica, e con le quali il Kulturkampf 
(vedi sopra, nota 55) raggiunse il punto culminante. Esse costituirono il punto 
pi essenziale di una lunga serie di provvedimenti legislativi presi da Bismarck 
contro il clero cattolico negli anni 1872-1875 (il clero cattolico era il 
sostegno principale del partito di Centro, che rappresentava gli interessi 
separatisti della Germania meridionale e sud-occidentale). Le persecuzioni 
poliziesche provocarono la resistenza accanita dei cattolici, dando loro l'alone 
del martirio. Negli anni 1880-1887, per unire tutte le forze della reazione 
nella lotta contro il movimento operaio, Bismarck fu costretto ad attenuare e 
infine a revocare quasi tutte le leggi anticattoliche. 
202. Cfr. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. Cit., p. 536. 
203. Ibid, pp. 529-537. 
204. Ibid, p. 530. 
  


