L'ULTIMO LENIN

Alla fine della sua vita, Lenin fece chiaramente intendere di avere serie preoccupazioni riguardo sia allo stalinismo emergente (inteso come atteggiamento autoritario che i vertici del partito andavano assumendo), sia alla progressiva burocratizzazione dello Stato.

In particolare si rammaricava della scarsa attenzione che si prestava nei confronti della cooperazione agricola e, più in generale, nei confronti del rapporto con le masse contadine.

Chiedeva inoltre di approfondire sul piano culturale la rivoluzione d'Ottobre, per farla uscire dagli angusti limiti della politica.

Per quali ragioni queste sue preoccupazioni passarono inosservate e finirono ben presto coll'essere addirittura rimosse dalla coscienza politica del partito? Solo perché lo stalinismo finì coll'imporsi su ogni altra corrente ideologica?

Probabilmente la ragione fondamentale dipese dal fatto che Lenin, nel corso della sua vita, aveva concesso al "centralismo" un primato ingiustificato rispetto alle esigenze della "democrazia". Spesso la democraticità delle sue azioni politiche dipendeva più da motivazioni di ordine soggettivo (il carattere benevolo e tollerante di Lenin), che non dall'obiettività dei fatti.

Non a caso nell'ultimo periodo della sua vita i nodi rimasti a lungo tempo irrisolti vennero tutti al pettine: Lenin prese chiaramente coscienza che i fattori che maggiormente avrebbero dovuto garantire il valore democratico della rivoluzione, si erano rivelati non sufficientemente sviluppati.

Privilegiando nettamente il rapporto coll'industrializzazione, col proletariato, con lo sviluppo urbano, coi rivoluzionari di professione, con gli apparati e le istituzioni statali e partitiche, il leninismo aveva finito inevitabilmente col trascurare altri aspetti non meno significativi, più sociali e meno politici, più culturali e meno ideologici.

Probabilmente se il leninismo non avesse trascurato la cooperazione, la questione contadina, la rivoluzione culturale - il socialismo non si sarebbe trasformato in maniera "amministrata", né sarebbe sorto lo stalinismo...

Sono drammatici gli ultimi scritti di Lenin, anche perché sembrano preannunciare la catastrofe in cui il socialismo autoritario sarebbe precipitato...

Naturalmente si ha tale impressione leggendoli col senno del poi. In realtà Lenin, dominato com'era dal suo forte senso dell'ottimismo storico, non avrebbe certo potuto immaginare un crollo così rovinoso.

Egli in sostanza era convinto che il fatto di non aver tenuto in debito conto la cooperazione, l'appoggio delle masse contadine, lo sviluppo culturale della rivoluzione e la democrazia in seno al partito, non avrebbe comportato (ai fini della riuscita della rivoluzione) un blocco definitivo del processo verso l'edificazione del socialismo democratico. Quando Lenin parla di conseguenze "nocive", "dannose" e anche "nefaste" per il socialismo, non pensa mai che siano "irrimediabili".

Invece la storia l'ha smentito. L'indebolimento della democrazia è diventato così tanto progressivo da rendere del tutto impossibile la realizzazione del socialismo.

Lenin in sostanza si era illuso che la pratica costante del "centralismo" non avrebbe potuto impedire, al momento cruciale, la realizzazione della "democrazia popolare".

Egli non riusciva ad accettare l'idea che la democrazia potesse essere costruita solo con le armi della democrazia e che, in tale processo, il centralismo poteva al massimo essere considerato come un mezzo ausiliario, temporaneo, finalizzato a compiti specifici.

Lenin temeva che, in assenza di democrazia popolare, l'unico modo di promuoverla fosse quello di assicurare il centralismo dei soggetti più consapevolmente orientati verso la rivoluzione.

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Nella Paginette di Diario Lenin parla "dell'atteggiamento della città nei confronti della campagna" come di una "questione politica fondamentale". Egli cioè si rendeva conto che in un Paese sostanzialmente agricolo il socialismo, senza l'appoggio dei contadini, avrebbe avuto vita breve. Tuttavia, il suo atteggiamento restava paternalistico, se non addirittura viziato da un pregiudizio di fondo: quello di credere che i contadini non avessero nulla da "dare", culturalmente parlando, alla coscienza operaia. Solo la città poteva dare qualcosa alla campagna (in termini di istruzione, coscienza politica, ecc.).

Nelle campagne -egli afferma- non si può parlare esplicitamente di comunismo, in quanto i contadini non sono in grado di capirlo. E' cioè prematuro introdurre il comunismo nelle campagne se prima non si è formata una "base materiale".

Lenin, in altre parole, non riusciva a intravedere nella comune agricola la possibilità di una trasformazione collettiva dell'organizzazione della vita rurale (da feudale a socialista). Anzi egli pensava che la comune fosse un ostacolo insormontabile alla realizzazione del socialismo nelle campagne. Questo perché la sua idea di socialismo era strettamente legata allo sviluppo dell'industria, della città e dello Stato.

"Socializzazione della terra" per Lenin significava anzitutto progressiva abolizione non solo della proprietà privata feudale, ma anche di qualunque forma di proprietà, inclusa quella che permetteva la sussistenza di singole famiglie contadine, inclusa persino quella collettiva della comune.

Lenin in sostanza intendeva per "socializzazione della terra" nient'altro che la sua "statalizzazione": la gestione della terra doveva dipendere da istanze amministrative e statali centralizzate. Questo suo errore avrà conseguenze di portata incalcolabile.

Bisogna tuttavia riconoscergli ch'egli chiedeva di realizzare tale progetto senza forzature amministrative, cioè in maniera "spontanea", secondo tempi e modi rispettosi dell'arretratezza culturale e politica delle masse rurali. Scrupoli, questi, che lo stalinismo non avrà, non tanto perché Stalin, come persona, era meno tollerante di Lenin, quanto perché, oggettivamente, una volta impostato in tali termini il rapporto con le campagne, la conseguenza inevitabile, ad un certo punto, non può essere che quella stalinista. Non a caso sulle modalità di sfruttamento delle campagne non esistevano grandi dissidi fra Stalin, Trotski, Bucharin e gli altri leaders del partito.

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Lo stesso atteggiamento paternalistico Lenin lo rivela nei confronti della cooperazione, ch'egli considerava non come un obiettivo finale del socialismo, ma come un pilastro fondamentale dello Stato.

Lenin era convinto che la cooperazione avrebbe potuto funzionare democraticamente proprio perché lo Stato deteneva la proprietà di tutti i mezzi produttivi. In altre parole, la possibilità che la cooperazione finisse col diventare un'occasione di pratica capitalistica, poteva essere scongiurata -secondo Lenin- solo dalla statalizzazione di tutta la proprietà dei principali mezzi produttivi.

In realtà bisognava fare esattamente il contrario: una volta espropriati i grandi feudatari e i grandi capitalisti, la proprietà dei mezzi produttivi andava progressivamente distribuita ai cittadini, associati in cooperative (di produzione, di consumo, agricole ecc.), le quali si sarebbero assunte l'intera responsabilità della gestione di ogni risorsa.

Lo Stato avrebbe dovuto essere progressivamente smantellato, al fine di sviluppare la società civile. I rischi di un ritorno al capitalismo sarebbero stati direttamente affrontati dagli stessi contadini e artigiani, dagli stessi cittadini e lavoratori, e non dallo Stato o dal partito.

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Anche la questione dell'arretratezza culturale della Russia è mal posta da Lenin, che pur dimostrava di avere più ragioni di N. Sukhanov, fortemente scettico sulla possibilità di realizzare il socialismo in un Paese culturalmente arretrato. La risposta di Lenin era scontata: "se per creare il socialismo occorre la civiltà, non si vede la ragione per cui, con una rivoluzione politica, non si debbano creare le premesse di questa civiltà".

Lenin insomma era consapevole di aver realizzato una rivoluzione politica senza una parallela rivoluzione culturale fra le masse; ed era altresì convinto che quest'ultima fosse uno dei compiti prioritari che il socialismo statale si doveva prefiggere - tuttavia, era proprio su questo aspetto che la sua proposta era limitata. Egli infatti pensava, col termine di "rivoluzione culturale", a una progressiva alfabetizzazione delle masse contadine, che costituivano il 90% della popolazione, sulla base dei princìpi del marxismo (e ovviamente del "leninismo").

Cioè per "rivoluzione culturale" egli non intendeva la valorizzazione degli elementi di democrazia e di socialismo già presenti nella cultura pre-marxista, mettendo così i contadini in una situazione paritetica nei confronti degli operai.

La sua "rivoluzione culturale" era una sorta di progressivo indottrinamento degli strati sociali più arretrati del Paese. Lenin in sostanza non riuscì mai a scorgere nella vita e nelle tradizioni dei contadini, e neppure nella religione ortodossa, degli elementi culturali autentici.

Il grande sforzo politico e intellettuale di Lenin fu quello di adattare il marxismo occidentale alle esigenze di liberazione del suo Paese. Nel fare questo egli cercò di rendere il marxismo il più creativo e innovativo possibile, facendolo uscire dalle secche deterministiche, evoluzionistiche ed economicistiche in cui s'era cacciato in Europa occidentale, dopo la fase spontaneistica degli inizi.

Lenin seppe dare al marxismo una forte organizzazione partitica, valorizzando al massimo il momento politico della necessità rivoluzionaria, ma il socialismo veramente democratico resta ancora da costruire.


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 11-09-2005