MARX-ENGELS
per un socialismo democratico


LA QUESTIONE EBRAICA

(Ed. Riuniti, Roma 1974)

Bruno Bauer, nello scritto sulla Questione ebraica critica gli ebrei che chiedono, in quanto ebrei, non in quanto cittadini, l'emancipazione civile e politica, cioè quella parte di diritti (pochi in verità, ma molti rispetto agli ebrei) che hanno i cittadini cristiani della Prussia, invece di chiederla in quanto cittadini tedeschi e uomini, senza caratteristiche religiose, in quanto tutti i tedeschi e non solo gli ebrei hanno bisogno d'essere emancipati e liberati dal dispotismo dello Stato prussiano, che è insieme cristiano e assolutista.

A suo parere chiedere, da parte degli ebrei, una parificazione di diritti coi sudditi cristiani, che si riconoscono nella volontà assolutistica del regime, significa "riconoscere il regime dell'asservimento generale"(p. 47).

In ogni caso tra ebrei e cristiani non ci potrà mai essere parità, in quanto entrambe le religioni pretendono il riconoscimento di particolari privilegi. Sulla base di una politicizzazione della religione è impossibile che ci possa essere effettiva parità tra le religioni, e lo Stato prussiano, essendo già ufficialmente cristiano, non può dare agli ebrei gli stessi diritti che hanno i cristiani, proprio perché una religione, specie se politicizzata, esclude l'altra. (Nel testo di Marx non vengono elencate le discriminazioni di cui erano oggetto gli ebrei, ma possono essere immaginate). Lo Stato cristiano può solo riconoscere dei privilegi agli ebrei, non può concedere diritti agli ebrei in quanto ebrei, altrimenti non sarebbe cristiano. L'ebreo non può chiedere allo Stato d'essere meno cristiano, quando egli stesso, nel rivendicare i propri diritti, lo fa accentuando il proprio ebraismo.

La soluzione di Bauer è chiara ma univoca, unilaterale, ideologica: ebrei e cristiani devono diventare atei, cioè si devono entrambi emancipare culturalmente per potersi sentire uguali politicamente, in quanto cittadini tedeschi.

In sintesi le critiche di Bauer sono le seguenti: l'ebraismo
- chiede diritti per sé e non diritti per tutti (e quindi chiede privilegi);
- si sente straniero in rapporto allo Stato prussiano;
- contrappone alla nazionalità tedesca una "nazionalità chimerica";
- contrappone alle leggi dello Stato la sua "legge illusoria";
- si isola dal contesto storico, dai movimenti di emancipazione culturale, di liberazione politica;
- spera in un futuro "che non ha nulla in comune col futuro generale dell'uomo";
- contrappone il popolo ebraico a quello tedesco, e considera "eletto" solo il proprio popolo (p. 48).

Dunque non si possono concedere gli universali diritti dell'uomo agli ebrei (p. 68), proprio perché gli ebrei non hanno fatto nulla per "guadagnarli e meritarli"(ib.). D'altra parte neppure i cristiani hanno mai fatto nulla: per ricevere tali diritti bisogna essere atei.

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Prima di passare al commento di Marx, vogliamo fare una piccola digressione su questa posizione di Bauer, che anteponeva le questioni ideologiche a quelle politiche. Secondo noi nelle sue critiche si possono intravedere, in nuce, tutte le motivazioni che un secolo dopo scateneranno la cosiddetta "soluzione finale". Le sue concezioni sono limitate non solo nel modo in cui Marx indicherà, ma anche da un semplice punto di vista democratico-borghese.

Quand'è che una religione vuole porsi in maniera politica? Quando rivendica dei diritti che confliggono coi diritti degli altri cittadini. Bauer tuttavia non poteva non rendersi conto che fino a quando esiste uno Stato confessionale è nel diritto di tutte le religioni rivendicare dei diritti esclusivi che diventano politici. Anche questa forma di rivendicazione è un contributo alla democratizzazione dello Stato: uno Stato pluralista in campo religioso è sempre meglio di uno Stato meramente confessionale. Pretendere la privatizzazione di una fede religiosa quando sul piano politico lo Stato difende i diritti di una particolare confessione, significa fare indirettamente gli interessi della religione dominante.

Appoggiando le rivendicazioni particolari degli ebrei, si poteva indurre lo Stato cristiano a diventare più laico, più equidistante nei confronti delle religioni. Viceversa, non riconoscendo l'ebraismo agli ebrei, Bauer rischiava di apparire da un lato antidemocratico (nonostante il suo ateismo), dall'altro antisemita, in quanto negava i diritti al rispetto di una religione minoritaria. Poiché gli ebrei sono ebrei -questa la conclusione di Bauer-, qualunque loro rivendicazione politica diventa inaccettabile. In tal modo Bauer si negava la possibilità di avere il loro appoggio quando i cittadini (atei o religiosi) avanzavano rivendicazioni politiche.

A dir il vero Bauer chiedeva all'ebreo di manifestarsi come cittadino (laico o ateo) di fronte allo Stato, rivendicando diritti utili a tutti, e di relegare l'ebraismo alla sfera privata della coscienza (p. 51). Tuttavia, l'ebraismo, non meno dell'islam e del cristianesimo, è una religione politica per definizione: lo si può obbligare con la forza (dello Stato) alla privatezza della coscienza, ma non si può separare una religione dai suoi rapporti con la società. Bauer sembra essere l'antesignano di quella forma di "ateismo di stato" che si svilupperà in taluni paesi del "socialismo reale".

Bauer tuttavia denunciava il limite di fondo di una posizione -quella ebraica- che in Germania non si sentiva tedesca più di quanto non si sentisse ebraica. Dovendo lottare come cittadino democratico (dopo aver acquisito l'emancipazione dalla religione) contro l'assolutismo dello Stato prussiano, egli era convinto che dagli ebrei non avrebbe potuto ottenere alcun aiuto. A suo giudizio, infatti, la democratizzazione e la laicizzazione dello Stato dovevano andare di pari passo.

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I. Critica di Marx a La questione ebraica di Bruno Bauer (1843)

Marx affronta la questione religiosa esclusivamente da un punto di vista politico: non gli interessano -come invece a Bauer- i rapporti culturali tra ateismo e religione o i contrasti teologici tra ebraismo e cristianesimo o l'essenza dello Stato cristiano (cfr. p. 49). Esattamente come Bauer, Marx ha scelto culturalmente l'ateismo, ma non vuol fare dell'ateismo l'occasione di una guerra di concezioni ideologiche. Non gli interessa neppure che lo Stato confessionale diventi "laico", come invece a Bauer. Piuttosto gli interessa che lo Stato venga subordinato alle esigenze della società civile e che in questa società vengano superate le forme di esistenza basate sull'egoismo dei singoli individui. L'emancipazione umana (dalle sofferenze delle contraddizioni sociali) gli appare molto più importante dell'emancipazione politica dalle religioni.

Marx critica Bauer di porsi come un intellettuale filosofo che vede le contraddizioni sociali come contraddizioni culturali. Bauer ritiene siano sufficienti la critica scientifica delle religioni, e l'ateismo in particolare, a porre le basi per un'emancipazione generale della società, che però, secondo Marx, nei piani di Bauer si riduce a un'emancipazione meramente politica, non umana o sociale, in quanto per Bauer è sufficiente che lo Stato diventi laico, perché poi diventi, quasi in maniera automatica, anche democratico.

Marx inoltre fa capire a Bauer che un'emancipazione meramente politica dalla religione non implica di per sé il suo superamento sociale o umano: "noi rileviamo l'errore di Bauer nel fatto che egli sottopone a critica solo lo "Stato cristiano", non lo "Stato in sé", che non ricerca il rapporto tra l'emancipazione politica e l'emancipazione umana"(p. 53).

La domanda che si pone Marx è molto importante: "il punto di vista dell'emancipazione politica ha il diritto di esigere dagli ebrei l'abolizione del giudaismo, e dagli uomini in generale l'abolizione della religione?"(ib.). Cioè Marx fa capire che una liberazione meramente politica non può di per sé esigere alcunché se non vi è una contestuale liberazione umana, la quale, quando vi è, fa sì che le cose vengano da sé, senza bisogno d'imporle.

Marx peraltro fa notare che anche là dove l'emancipazione politica è più matura, come nel Nord-America, essa di per sé non implica affatto una contestuale emancipazione umana. Qui lo Stato è laico, aconfessionale, indifferente a tutte le religioni, in quanto tutte sono state relegate alla sfera della coscienza o comunque del privato, eppure la società continua ad essere religiosa: questo a testimonianza che la religione non può più essere considerata come il principale ostacolo alla formazione di uno Stato laico e democratico. Il limite dello Stato non sta più nella religione ch'esso rappresenta (ufficialmente, come in Germania, dove lo Stato è "teologo ex-professo", o indirettamente come in Francia, ove si concede qualcosa in più al cattolicesimo essendo una religione maggioritaria), ma sta nello Stato in sé, poiché la religione non è che un semplice "fenomeno della limitatezza mondana"(p. 55). Se lo Stato si comporta da Stato, cioè politicamente, nei confronti della religione, e smette di comportarsi teologicamente, allora la critica diventa "critica dello Stato politico"(p. 54) e la questione ebraica non è più una "questione teologica"(p. 53).

Qui Marx rileva già la sua diversità dalla Sinistra hegeliana, specie dalla corrente di Feuerbach, Strauss e Bauer, ferma alla questione del rapporto ateismo e religione. E' la "questione sociale" che più gli preme affrontare: "affermiamo che i liberi cittadini sopprimeranno la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i loro limiti terreni"(p. 55). "Sopprimere" forse è un termine un po' pesante: il "socialismo reale" p.es. s'è illuso che fosse sufficiente assicurare la proprietà statale dei mezzi produttivi perché i cittadini smettessero d'essere credenti. Come una sorta di neogiacobini, i bolscevichi sotto Stalin diedero per scontato l'automatismo del processo e fu un errore colossale.

Marx aveva semplicemente detto che "la questione del rapporto tra l'emancipazione politica e la religione, diviene per noi la questione del rapporto tra l'emancipazione politica e l'emancipazione umana"(p. 55), dando così per scontato, indirettamente, che i problemi religiosi dovessero risolversi spontaneamente, senza forzature di alcun genere.

Ovviamente Marx non è ancora arrivato a capire quanto importante sia l'economia in generale, quella capitalistica in particolare e l'economia politica che la legittima sul piano teorico, però il passo sarà molto breve, poiché quando parla di "emancipazione umana" egli intende riferirsi ai rapporti sociali della società civile e non a quelli politici dello Stato. Quando parla di "premesse" dello Stato o di "elementi terreni" o di "costruzione terrena" intende riferirsi alle contraddizioni della società civile e, nell'esame di questa, che pur egli non ha ancora iniziato se non negli articoli della "Gazzetta Renana" (1842) dedicati ai furti di legna, alla parcellizzazione fondiaria e alla libertà di commercio, egli vuole fare "astrazione", vuole "prescindere" dalle "debolezze religiose", cioè da questioni di "critica della religione", proprio perché ha già capito, e con lui Engels, Hess, Weitling, Bakunin..., che "il limite dell'emancipazione politica appare immediatamente nel fatto che lo Stato può liberarsi da un limite senza che l'uomo ne sia realmente libero"(p. 56).

Il giovane Marx non si poneva semplicemente come intellettuale critico del suo tempo (o come intellettuale democratico o di sinistra), ma voleva porsi anche come politico disposto a impegnarsi per cambiare la realtà sociale e quindi politica del suo paese. Marx può interessarsi di religione solo sul piano politico e fino alla sua morte resterà coerente con questa posizione. Vi resterà coerente anche quando come studioso dell'economia avrebbe invece fatto meglio ad associare lo studio del fenomeno culturale (che nella fattispecie era quello della teologia) con l'analisi socioeconomica del capitalismo, al fine di scoprire meglio le origini di quest'ultimo.

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Marx dà un giudizio molto negativo non solo dello Stato confessionale ma anche dello Stato in sé. A suo parere è ancora del tutto insufficiente che il cittadino si dichiari laico o ateo attraverso lo Stato, cioè che si dichiari libero attraverso una mera mediazione politica. Per Marx le contraddizioni dello Stato americano (che ai quei tempi era politicamente il più evoluto) riguardavano i seguenti aspetti:

  1. i cittadini erano ampiamente religiosi pur avendo scelto uno Stato aconfessionale;
  2. il cittadino laico o ateo si libera della religione solo in modo politico (la sfera statale è per Marx indiretta), non anche sociale, cioè direttamente, a livello di società civile, diventando ateo;
  3. un'emancipazione politica dalla religione realizzata attraverso la mediazione dello Stato non è molto diversa dall'esperienza religiosa tradizionale, in quanto come questa essa ha comunque bisogno di una mediazione per riconoscersi come tale: nel cristianesimo la mediazione è Cristo, "che l'uomo carica di tutta la sua divinità"(pp. 56-57). In questo Marx riprende la tesi della proiezione di Feuerbach.

Negli Stati americani non solo -prosegue Marx- ci si illude di aver superato la religione rendendo laico lo Stato, ma anche di aver annullato la proprietà privata (o comunque il potere di questa proprietà) abolendo il censo per l'eleggibilità attiva e passiva (p. 57). Inutile rilevare l'attualità di questa osservazione. Marx è in grado di mettere a nudo i limiti di una liberazione esclusivamente politica, quale quella democratico-borghese avvenuta negli Stati Uniti.

Il dualismo è evidente: politicamente "lo Stato sopprime le differenze di nascita, di condizione, di educazione, di occupazione...", proclamando l'uguaglianza di tutti di fronte a se stesso e alle sue leggi; tuttavia socialmente "lascia che la proprietà privata, l'educazione, l'occupazione operino nel loro modo... e facciano valere la loro particolare essenza"(p. 57).

Quindi lo Stato democratico non solo non abolisce le differenze sociali tra i cittadini, ma le presuppone, in quanto concepisce se stesso solo come Stato politico, separato dalla società, anzi in opposizione (relativa, formale) a questa, come entità che si pone ideali astratti, in opposizione a quelli prosaici della società e che per questa ragione deve mistificare la realtà. Lo Stato infatti illude il cittadino che possa esistere una democrazia sociale semplicemente limitandosi a darle una veste politica. In tal modo i cittadini, nella vita materiale della società civile, possono tranquillamente continuare a vivere nel loro "interesse privato", egoistico (p. 58). Lo Stato fa esattamente per il cittadino ciò che fa la religione per il credente: separa il politico dal sociale come il cielo dalla terra. Membro della società civile è il bourgeois (sia egli cristiano o ebreo) di cui il citoyen è il "travestimento politico"(p. 59).

Per Marx l'emancipazione politica non è che l'ultima emancipazione possibile prima di quella sociale o civile; nell'emancipazione politica la religione riveste un ruolo secondario: in America (dove lo Stato, a causa delle continue immigrazioni, non poteva nascere che pluriconfessionale), il fatto stesso ch'esistano tantissime religioni sta ad indicare che la religione è stata privatizzata e dichiarata in un certo senso inutile per la conduzione degli affari di Stato e relativa per la conduzione di quelli privati o per la soluzione dei problemi sociali, relativa cioè alle preferenze che il cittadino credente può manifestare. La religione non è in grado di dare risposte sociali universalmente valide, tant'è che lo Stato ha proprie soluzioni per le contraddizioni sociali. Negli States la religione è questione meramente individuale o di piccole comunità e in ogni caso resta separata dalla gestione borghese della società civile.

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La scissione o scomposizione del cittadino dal credente è frutto dell'emancipazione politica dalla religione. Il cittadino borghese è pubblicamente laico o agnostico o può comportarsi addirittura da ateo, mentre privatamente può essere credente, per quanto la sua fede non sia in grado di contraddire il perseguimento di interessi del tutto privati, anzi nella forma protestante addirittura li legittima. Se lo Stato viene generato con la violenza da parte della società civile -dice Marx, riferendosi implicitamente al terrore giacobino- può anche accadere che detto Stato voglia eliminare la religione con l'uso della forza, ma il risultato finale sarà analogo a quello che si ottiene cercando di eliminare la proprietà privata con la "confisca" e l'"imposizione progressiva" (p. 61): cioè la restaurazione e della religione e della proprietà.

E' interessante notare che per Marx il concetto di "Stato cristiano" è una contraddizione in termini, in quanto il cristianesimo non può realizzarsi come tale sul piano statale. Lo Stato è un ente astratto moderno, frutto di una società civile di tipo borghese. Uno Stato cristiano può realizzare principi cristiani solo nei limiti della cultura borghese. Dunque se "lo Stato cristiano è la negazione cristiana dello Stato"(p. 62), lo Stato moderno è il tentativo di realizzare il cristianesimo in forma umana, mondanizzata, cioè in sostanza "non cristiana", in cui si attenua la contraddizione fra l'ideale irraggiungibile del cristianesimo e l'egoismo della vita privata borghese. E tra gli Stati moderni, quello confessionale è il meno Stato di tutti, in quanto non ha il coraggio della laicizzazione e, siccome non è comunque possibile realizzare politicamente e socialmente il cristianesimo, esso diventa una caricatura di se stesso, un "non Stato"(p. 62).

Marx dà per scontato che non possa esistere una realizzazione statale del cristianesimo, e lo prova il fatto che lo Stato confessionale riconosce il cristianesimo solo come una religione e non come una forma di organizzazione della vista sociale e civile. Lo Stato confessionale non solo non può realizzare il cristianesimo in quanto tale, ma non può neppure realizzare "lo sfondo umano della religione cristiana"(p. 62), come invece pretende lo Stato laico, il quale però lo realizza in forma mondanizzata, "non cristiana", privo di legami non solo con la religione cristiana, ma anche con l'umanesimo in genere. Il cristianesimo laicizzato dello Stato laico può essere compatibile solo con i principi borghesi della società civile.

Lo Stato confessionale è ipocrita perché si serve della religione per giustificare la propria incompiutezza laico-democratica; lo Stato aconfessionale è meno ipocrita nei confronti della religione, ma lo resta nei confronti della società civile, perché predica la democrazia in maniera puramente formale.

Marx fa sua la tesi di Bauer che nega la possibilità che uno Stato cristiano possa realizzare il cristianesimo, in quanto lo Stato moderno, se seguisse i principi del cristianesimo, dovrebbe negarsi come tale, cioè smetterla di fondarsi su dei principi che di cristiano hanno solo il nome. Lo stesso popolo cristiano è un "non popolo"(p. 64) in quanto non partecipa in alcun modo all'elaborazione delle leggi che lo governano; nei confronti del sovrano ha in sostanza un atteggiamento di fede (p. 65). I cristiani vivono nei loro circoli, in maniera indipendente dallo Stato, isolati gli uni dagli altri. "Nello Stato cristiano-germanico il dominio della religione è la religione del dominio"(p. 64).

L'interpretazione che Marx e Bauer danno della religione è quella di un fenomeno impossibilitato a realizzare i propri ideali, o comunque di un fenomeno che non rivendica sulla terra la realizzazione dei propri ideali, in quanto ritiene di poterli definitivamente realizzare solo nell'aldilà: sotto questo aspetto una religione privata può esprimersi più compiutamente come religione, per quanto sempre in forme alienate. Dunque lo Stato cristiano o va considerato come contraddizione in termini o come mera ipocrisia. Dopo 1800 anni di storia lo stesso cristianesimo dovrebbe essere consapevole d'aver fallito la sua missione storica (quella di negare la proprietà privata, fonte di ogni egoismo individuale). La frammentazione del cristianesimo in tante confessioni, chiese, conventicole, movimenti... è la riprova che una teologia politica della fede non ha più ragione di esistere.

Ormai nel protestantesimo l'esigenza religiosa non è più quella di appartenere a un'esperienza cristiana, ma semplicemente quella di appartenere a un'esperienza religiosa, qualunque essa sia. Il protestantesimo è la definitiva negazione della possibilità di realizzare politicamente e socialmente i principi cristiani. Sul piano sociale il cristianesimo è arretrato di fronte alle esigenze della proprietà privata; sul piano politico uno Stato cristiano è solo uno Stato del privilegio, dell'arbitrio, il contrario della democrazia, e quindi il contrario del cristianesimo.

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Bauer afferma che né i cristiani né gli ebrei possono ricevere i diritti umani universali, poiché rivendicano una religione che li fa essere diversi. Per poterli ricevere devono diventare atei (p. 68). Non si può concedere qualcosa di universale a un cittadino che attraverso la propria religione rivendica un privilegio, un riconoscimento particolare.

Con le idee sull'emancipazione culturale e politica dalla religione, cioè con le idee sulla realizzazione politica dello Stato laico e sulla liberazione ateistica della persona, termina praticamente il contributo di Bauer allo sviluppo della democrazia nel suo paese.

Marx invece non chiede all'ebreo di diventare ateo come condizione per rivendicare diritti politici, anzi sostiene che l'ebreo può anche emanciparsi politicamente restando ebreo, cioè riducendo l'ebraismo a questione privata. Piuttosto Marx chiede all'ebreo di rendersi conto che l'emancipazione umana (della società civile) è altra cosa rispetto a quella politica, che si può ottenere nell'ambito dello Stato.

La critica di Marx non è rivolta solo a tutti quei credenti che vogliono fare della loro religione uno strumento politico, ma anche a tutti quei cittadini che, pur avendo rinunciato a questa forma d'integralismo, s'illudono d'aver ottenuto la giustizia sociale in virtù della mera laicità dello Stato.

A riprova della sua tesi Marx mostra che esiste una differenza di principio tra diritti del cittadino (diritti politici o dello Stato) e diritti dell'uomo (diritti della società civile): tra questi ultimi vi è anche quello della libertà di coscienza che a sua volta prevede quello della libertà di religione.

E' evidente che i diritti politici non possono essere concessi al cittadino in quanto cristiano, poiché vengono concessi al cittadino in quanto tale, a prescindere dal suo atteggiamento verso la religione: persino la sua non appartenenza ad alcuna religione è irrilevante ai fini dell'adesione ai diritti politici. "Il privilegio della fede è un diritto universale dell'uomo"(p. 70) -dice Marx- che viene riconosciuto in tutte le costituzioni democratico-borghesi. Quindi sotto questo aspetto la posizione di Bauer è antidemocratica, poiché egli fa dell'ateismo una nuova religione da imporre con la forza del potere politico borghese.

Abbiamo già visto che per Marx la società civile rappresenta l'egoismo che va superato e lo Stato rappresenta l'idealità astratta, incapace di superare tale egoismo. Marx contesta a Bauer di non vedere la realtà delle cose, in quanto se anche si volessero concedere agli ebrei, previo il loro ateismo o a prescindere da questo, tutti i diritti che vogliono, questi diritti non sono altro che diritti a vivere un'esistenza alienata, egoista; la libertà che si concede è semplicemente quella di non far nulla che possa nuocere alla libertà altrui (p. 71), quindi sarebbe una libertà al negativo, concessa a "una monade isolata e ripiegata su se stessa"(ib.).

La libertà riconosciuta e garantita è la libertà a restare "isolati"(p. 71), rinchiusi nel privilegio della proprietà privata. "Il diritto dell'uomo alla proprietà privata è dunque il diritto di godere arbitrariamente (à son gré), senza riguardo agli altri uomini, indipendentemente dalla società, della propria sostanza e di disporre di essa, il diritto dell'egoismo. Quella libertà individuale, come questa utilizzazione della medesima, costituiscono il fondamento della società civile. Essa lascia che ogni uomo trovi nell'altro uomo non già la realizzazione, ma piuttosto il limite della sua libertà"(p. 72).

Il diritto ad essere egoisti è garantito dal diritto alla proprietà privata. Nessuno dei diritti dell'uomo oltrepassa "l'uomo egoistico"(p. 73), proprio perché la società appare come un "limite" allo sviluppo dell'egoismo individuale. Com'era arrivato a questa consapevolezza Marx? Dalle letture dei socialisti francesi, che pur egli qui non cita (probabilmente per evitare di apparire ai tedeschi come debitore di qualcosa nei confronti dei francesi) e dalle influenze dei "radicali" e "comunisti" presenti nella redazione della "Gazzetta Renana" (Hess, Engels, Bakunin...). A p. 78 Marx si limita a citare Rousseau.

Scrive Marx: "L'unico legame che tiene insieme gli individui è la necessità naturale, il bisogno e l'interesse privato, la conservazione della loro proprietà e della loro persona egoistica"(p. 73). Di qui il carattere profondamente limitato delle costituzioni democratico-borghesi, col loro dualismo tra i valori politici (democratici, interclassisti) affermati come Stato, e i valori sociali, civili o umani (che sono borghesi, privatistici, classisti) affermati a livello di società civile, al punto che la politica è subordinata all'economia borghese: "il citoyen è servo dell'homme egoista"(p. 73): "non l'uomo come citoyen, bensì l'uomo come bourgeois viene preso per l'uomo vero e proprio"(p. 74). Le costituzioni borghesi sono una parodia della democrazia, in quanto "la prassi rivoluzionaria della borghesia si trova in flagrante contraddizione con la sua teoria"(p. 74).

Marx spiega molto bene il motivo di questo dualismo, che definisce ironicamente con la parola "enigma". L'emancipazione politica borghese ha compiuto due cose:

  1. ha distrutto la feudalità, in cui esisteva maggiore coerenza tra vita sociale e vita politica, in quanto "la società civile aveva immediatamente un carattere politico, cioè gli elementi della vita civile... erano innalzati a elementi della vita dello Stato"(p. 75). Marx però precisa che si trattava comunque di rapporti tra "corporazioni" (non solo artigianali, ma di una classe in sé o ceto sociale: corporazione era il modo di distinguere i ceti privilegiati, in quanto la società feudale era divisa in classi). Marx vuol dire che questi ceti di sentivano parte dello Stato in quanto ceti separati da altri ceti. Non c'era proprietà sociale, ma proprietà privata appartenente a determinati ceti. Era appunto la società del privilegio, che insieme era economico e politico. Chi godeva di un privilegio aveva facoltà di esercitarlo politicamente, senza dover rivendicare alcunché. L'individuo in sé non contava nulla, ma solo in quanto appartenente a un ceto sociale. Marx vede del Medioevo solo l'aspetto negativo del privilegio, non vede l'aspetto positivo della comunità di villaggio.
    La gestione dello Stato è dunque "affare particolare di un sovrano, diviso dal popolo..."(p. 76). Cioè chi garantiva l'unità statale non era l'insieme dei ceti, ma un singolo al disopra di tutti.
    La rivoluzione borghese ha invece innalzato "gli affari dello Stato ad affari del popolo... costituì lo Stato politico come affare universale, spezzando necessariamente tutti gli stati, corporazioni, arti, privilegi, che erano altrettante espressioni delle separazioni del popolo dalla sua comunità"(ib.). Ha tolto il privilegio di pochi sostituendolo col diritto di molti. Ha tolto "il carattere politico della società civile"(ib.) frammentato tra i diversi ceti privilegiati, e ha suddiviso la società civile nei suoi elementi semplici fondamentali: gli individui, da un lato, e i loro bisogni materiali e spirituali dall'altro.
    Dopo aver tolto alla società civile l'identità con la sfera politica, ha creato una nuova organizzazione politica: lo Stato, in cui ognuno, individualmente, potesse idealmente riconoscersi.
    La comunità non viene più rappresentata dalla società civile, ancorché divisa in ceti privilegiati, ma viene rappresentata da un organo politico universale, che appare al disopra di ogni cittadino e della stessa società civile. Nella vita sociale e civile le attività sociali decadono "a significato solo individuale"(ib.). C'è lo Stato da una parte, che deve rappresentare tutti, e il singolo dall'altra, che rappresenta solo se stesso. "La cosa pubblica in quanto tale divenne piuttosto l'affare universale di ciascun individuo..."(ib.).
    Fin qui Marx condivide la necessità del passaggio dal feudalesimo al capitalismo.
  2. Il rovescio della medaglia è però questo, che la società borghese ha affermato un concetto di individuo fondamentalmente "materialista", cioè attaccato esclusivamente al suo interesse privato, egoistico... La società civile si è in realtà emancipata da ciò che politicamente vincolava, conteneva lo sviluppo del suo "spirito egoista".
    La rivoluzione politica borghese ha scoperto l'importanza dell'uomo sui ceti privilegiati, ma ha scoperto anche che quest'uomo era un egoista.
    Dunque paradossalmente c'era più democrazia sociale nella società del privilegio, poiché là l'egoismo era dei singoli ceti possidenti e per questo privilegiati (quindi una minoranza), qui invece è di tutti, almeno di chiunque abbia un minimo di proprietà.
    "L'uomo (borghese) non venne liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa", cioè il diritto di credere nella religione che voleva; "egli non venne liberata dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà"(p. 77), cioè non si passò dalla proprietà privata dei ceti alla proprietà sociale di tutti, ma dalla proprietà privata di pochi alla libertà di proprietà privata per molti. L'uomo civile, sociale, egoista, appare ora come l'uomo naturale, i cui diritti sono naturali, dalla nascita, da sempre, e che nessuno può toccare. I diritti naturali precedono quelli politici. La borghesia esprime il trionfo della società civile non solo sulla monarchia assoluta feudale, in cui pochi ceti potevano riconoscersi, ma anche il trionfo sul proprio Stato democratico in cui teoricamente tutti dovrebbero riconoscersi.
    L'uomo politico diventa così l'uomo astratto, artificiale, allegorico, falsamente morale. "L'uomo reale è riconosciuto solo nella figura dell'individuo egoista..."(p. 78).

Per Marx bisogna andare oltre la democrazia politica borghese perché occorre che l'uomo della società civile riscopra il lato sociale di se stesso, della propria attività, nonché il lato umano di se stesso (di cui l'emancipazione dalla religione costituisce il primo passo). Quando sociale e politico saranno di nuovo uniti in nome del sociale e non dell'individuale egoista, allora sarà compiuta l'emancipazione umana (p. 79).

(Da notare, en passant, che dopo 150 anni da queste riflessioni esistono ancora oggi in Europa degli Stati confessionali: p.es. l'Inghilterra anglicana e l'Italia cattolica [cfr l'art. 7 della Costituzione]. Svezia e Finlandia hanno posto fine solo verso il 1997-2000 alla figura giuridica della Chiesa di stato).

II. La capacità degli ebrei e dei cristiani d'oggi di diventare liberi (Ventun fogli dalla Svizzera) di Bruno Bauer (1843), Critica di Marx

L'emancipazione che Bauer chiedeva agli ebrei era stata in un certo senso l'emancipazione del padre di Marx, che era dovuto passare al protestantesimo nel 1816 per non rinunciare alla professione, in quanto la legge prussiana vietava agli ebrei di esercitare certi uffici. Il che in sostanza voleva dire ch'era diventato ateo, se già non lo era prima, viste le sue idee illuministe.

Secondo Bauer l'ebreo deve emanciparsi non solo dall'ebraismo ma anche dal cristianesimo che l'ha superato, e cioè deve approdare all'ateismo tout-court. Quando sarà approdato all'ateismo potrà pretendere l'emancipazione politica, potrà lottarvi a giusto titolo, a pieno diritto, al pari di tutti gli altri tedeschi che in quanto cittadini rivendicano i loro diritti democratici al cospetto dello Stato assolutista. Bauer, abbiamo detto, poneva una condizione ideologica davanti a quella politica. Peraltro non si rendeva conto che gli altri cittadini tedeschi non avevano bisogno di rivendicare alcunché in quanto cristiani, poiché lo Stato stesso poneva l'eguaglianza di cittadino e cristiano.

Marx invece fa un ragionamento più pratico. Posto che "il segreto dell'ebreo"(p. 81) non sta nella sua religione, ma nella sua attività pratica, cioè il traffico e che il suo dio è il denaro, l'emancipazione da questa forma di egoismo pratico diventa un obiettivo non solo per l'ebreo ma anche per tutti i cittadini tedeschi; dunque se si eliminassero i presupposti del traffico, la sua possibilità, l'ebreo mondano (non quello astratto di Bauer) non esisterebbe più.

"L'emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è l'emancipazione dell'umanità dal giudaismo"(p. 82), qui considerato come metafora dell'egoismo borghese. Marx infatti sostiene che l'ebreo si è già emancipato in modo giudaico in quanto ha fatto dei propri traffici, dell'uso del danaro un metro di misura dell'egoismo della società borghese. Un borghese è tanto più borghese quanto più nella sua attività pratica assomiglia all'ebreo.

"Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei"(p. 82), cioè sono diventati "egoisti". Nel Nord America persino la religione è diventata oggetto di business (p. 83): "il commerciante fallito traffica in Vangelo come l'evangelista arricchito traffica negli affari"(ib.).

Bauer si scandalizza che gli ebrei rivendichino dei diritti in quanto ebrei, quando già sul piano economico hanno poteri enormi (anche questo è un modo di porre le basi dell'antisemitismo). Marx invece dice che questa contraddizione sarebbe impossibile se fosse la politica democratica a dirigere un'economia di tipo sociale e non l'economia borghese a dirigere una pseudo-politica democratica.

"L'ebreo, che sta nella società civile [borghese] come membro particolare [separato], è solo la manifestazione particolare del giudaismo [dell'egoismo borghese] della società civile"(p. 84). Gli stessi ebrei, secondo Marx, si comportano come se fossero già atei, in quanto il loro dio è il denaro, esattamente come per i cristiano-borghesi.

L'ebraismo è solo una variante della prassi borghese. I paralleli sono innumerevoli. Persino nelle forme del rispetto della legge: "il gesuitismo giudaico "è il rapporto del mondo dell'interesse individuale con le leggi che lo dominano, la cui astuta elusione è l'arte suprema di questo mondo"(p. 85).

"Il cristianesimo è scaturito [storicamente] dal giudaismo. Nel giudaismo [socialmente, come espressione egoistica della vita] esso si è nuovamente dissolto"(p. 86). Ridiventando "ebreo" il cristiano ha smesso di "teorizzare" e ha posto la prassi individuale egoistica al disopra di qualunque ideale, salvo trasferire quest'ultimo, in maniera formale, nell'entità astratta dello Stato.

"Il cristianesimo -dice Marx- è il pensiero sublime del giudaismo", che non ha saputo realizzarsi concretamente, mentre "il giudaismo è la piatta applicazione del cristianesimo"(pp. 86-7). E questa applicazione poteva diventare universale solo sotto il capitalismo, perché qui lo Stato politico realizza compiutamente (anche a livello teorico) "l'autoestraneazione dell'uomo da sé e dalla natura"(p. 87).

Non è più il dio metafisico che fa da ponte tra quel che si è e quel che si vorrebbe essere; ora il mediatore è il denaro, potere sempre estraneo all'uomo. Dunque "l'emancipazione sociale dell'ebreo [come individuo religioso] è l'emancipazione della società [civile] dal giudaismo [cioè dal dominio del denaro]"(p. 88).


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26/04/2015