FRIEDRICH NIETZSCHE
Dall'ateismo all'irrazionalismo


IN MARGINE ALL'ANTICRISTO DI NIETZSCHE

(Si fa riferimento al volume edito da Newton, Roma 1992)

I Cristi di Nietzsche e di Kierkegaard

Se si facesse un confronto tra il Cristo di Nietzsche e quello di Kierkegaard (delineato nell'Esercizio del cristianesimo) ci si accorgerebbe che le differenze non sono molte. In entrambi i casi infatti si ha a che fare con un'immagine del Cristo completamente fantasiosa, frutto di proprie farneticazioni. In entrambi i casi esiste una stretta identificazione col personaggio, tutto rivolta verso l'interiorità, sebbene in opposizione al mondo. In entrambi i casi si fa una critica durissima della cristianità stabilita e ci si propone come modello da imitare, ma senza l'onere di organizzare i seguaci.

Le differenze dunque dove stanno? Semplicemente nel fatto che Kierkegaard è un credente, mentre Nietzsche è un ateo. Cioè Kierkegaard si serve dei concetti di "fede" e "coscienza del peccato" per contestare il formalismo religioso del suo tempo. Nietzsche invece ritiene che proprio tali concetti esprimano il formalismo in oggetto.

Per Kierkegaard il problema è come rivivere quei valori (di qui i suoi concetti di "determinazione in carattere", "testimonianza della verità" ecc.); per Nietzsche invece il problema è quello di come eliminarli definitivamente. A lui non interessa proprio di rivitalizzare la "chiesa militante", ma di distruggere ogni forma di religione.

Kierkegaard è rimasto fermo al luteranesimo prima maniera, quello che contestava il sistema corrotto, anche se la sua personale posizione resta quella di un luterano settario, individualista e sostanzialmente alieno a qualunque esperienza sociale della religione (l'unica che riuscì a vivere fu quella pietista in gioventù). Kierkegaard è un filosofo luterano irrazionalista, che non mette in discussione le Scritture (al massimo se ne serve per dimostrare la fondatezza delle sue tesi).

Nietzsche invece ha ereditato la critica ateistica della religione iniziata con la Sinistra hegeliana e ha cercato di svolgerla in maniera consequenziale, seppure anche lui dall'angolo visuale del filosofo individualista e non meno irrazionalista.

Entrambi hanno sostenuto una distanza infinita, qualitativamente abissale, tra il loro Cristo e l'epoca in cui vivevano, e l'hanno fatto appunto per garantirsi un'arbitraria identificazione col personaggio. La nevrosi era la stessa, in sostanza. Questo a testimonianza che l'ateismo, di per sé, non è migliore della religione e che una fede contestativa non è di per sé più credibile di una conservativa.

Nietzsche in fondo è la riprova eloquente di come in Europa occidentale la grande consapevolezza critica delle contraddizioni della civiltà borghese (che comunque in lui si ferma a livelli sovrastrutturali), se non trova come sbocco una transizione al socialismo democratico, facilmente rischia di degenerare in esperienze deliranti, assolutamente folli. A meno che ad un certo punto non si voglia rinunciare a tale consapevolezza. In tal senso si può dire con sicurezza che Nietzsche è superiore al Kant della Ragion pura in quanto non si è involuto a favore del deismo (così esplicito nella seconda Critica); dall'altro però gli è inferiore, poiché la sua soluzione operativa non può costituire un'alternativa ai limiti strutturali del kantismo.

In particolare Nietzsche, essendo incapace di autocritica, non si è rassegnato all'idea di non poter costruire nulla di propositivo a partire dalla sua posizione individualistica. Per tutta la sua vita egli non ha fatto altro che riflettere l'assurdo primato che nell'Europa borghese si è sempre voluto concedere alla logica, alla razionalità, alla critica, allo strumento del "sillogismo", al mito illuministico secondo cui per poter risolvere i problemi è sufficiente conoscerli, e ha trascurato, colpevolmente, altri aspetti molto più importanti, come p.es. la volontà collettiva, l'organizzazione sociale democratica, il rispetto della memoria storica, la valorizzazione dei sentimenti umani, ecc.

E' abbastanza singolare che personaggi come Kierkegaard e Nietzsche, sempre alla ricerca di una prassi alternativa a quella del sistema dominante, non siano mai riusciti a trovarla proprio perché condizionati da ciò contro i cui effetti avevano deciso di lottare: l'individualismo. Com'è possibile che non si siano resi conto che l'unica prassi possibile all'interno del mero soggettivismo anarcoide, esclusivistico, è quella spontaneistica, istintuale, irrimediabilmente destinata allo scacco? Come non rendersi conto che l'intellettuale occidentale può rivendicare un "ritorno alla terra" solo per via speculativa, in quanto con la estrema divisione del lavoro, ch'egli stesso è costretto a subire, la sua professione è una delle più alienate?


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26/04/2015