FRIEDRICH NIETZSCHE
Dall'ateismo all'irrazionalismo


NIETZSCHE E L'IRRAZIONALISMO (1844-1900)

Quadro culturale

Nella filosofia e nella cultura letteraria e artistica tedesca, a partire dal 1850-60, con massima espansione nel decennio successivo, si ha una notevole presenza dello schopenhauerismo. Attraverso Schopenhauer riceve espressione un insieme di orientamenti e di interessi concentrati su problemi di filosofia dell'uomo, di filosofia della cultura e di visione del mondo o cosmologia, che insistono, benché non manchino motivi idealistici e positivistici, sul rifiuto delle concezioni intellettualistiche e logicizzate della realtà e della cultura, su una concezione della realtà vera come volontà o vita o arte, su una considerazione pessimistica della civiltà. In una prima fase questa corrente di pensiero appare essenzialmente legata alle delusioni successive al 1849, alla negazione dell'idealismo e del razionalismo. Più avanti (si pensi a Wagner) sembra riflettere l'avvicinarsi della crisi dell'ultimo ottocento; esprime l'esigenza, ispirata da aristocraticismo e anarchismo, di rompere con la cultura e con la società della seconda metà del secolo, con il loro moderatismo, con la loro ristrettezza, con la loro sicurezza e stabilità. E', come il pensiero di Nietzsche, attenzione prevalente per i problemi dell'uomo e per la drammaticità della condizione umana. Si tratta di una confusa insoddisfazione che respinge insieme il razionalismo neokantiano, il naturalismo ottimistico dei positivisti, lo scientismo, la stessa scienza, la cultura accademica, il cristianesimo e la società industriale, la rispettabilità e la mediocrità borghesi e l'avvento delle masse.

Schopenhauer non ha fondato una scuola di pensiero (lo schopenhauerismo non riesce a penetrare nelle università e a diventare una tradizione di pensiero universitaria) ma le sue idee hanno esercitato una vasta influenza sul pensiero dell'epoca. Von Hartmann e in buona parte anche Nietzsche si muovono nell'ambito di questa influenza, mentre filosofi come Frauenstadt (1813-79, prima hegeliano, poi divulgatore e artefice del pensiero di Schopenhauer), Bahnsen (1830-81, che sviluppa una concezione del tragico come legge del mondo) e Deussen (1845-1919, studioso del pensiero orientale dietro suggestione di Schopenhauer) possono dirsi schopenhaueriani in senso vero e proprio. Così come schopenhaueriano (dopo essere stato hegeliano e feuerbachiano) è il compositore Richard Wagner (1813-83), autore di vari scritti filosofico-artistici, filosofico-religiosi e politici. Wagner influenzò molto il primo Nietzsche con le sue antinomie (arte e filosofia, natura e cultura intellettualistica, popolo e moltitudine di individui) in cui il secondo termine contrassegnava l'epoca cristiana e moderna.

Una metafisica di tipo schopenhaueriano e il tentativo di combinare il mondo spirituale-metafisico con quello naturale-fenomenico contraddistinguono la posizione di Eduard von Hartmann (1842-1906): il suo pessimismo ebbe molta risonanza, soprattutto dal 1870 alla fine del secolo; per questo filosofo l'essere assoluto era la psichicità inconscia. Accanto al pessimismo vi era in lui anche un ottimismo evoluzionistico a riguardo dello sviluppo storico dell'umanità. Egli contribuì ad accentuare l'interesse per le componenti non coscienti della vita psichica.

Nietzsche ha forti legami con la filosofia di Schopenhauer: il suo pensiero si situa in un orizzonte antropologico e cosmologico; è espressione anarchico-aristocratica della crisi dell'ultimo Ottocento; rifiuta l'idealismo classico e il positivismo ed è orientato in senso irrazionalistico e volontaristico. Ma Nietzsche rientra solo in parte nello schopenhauerismo, in quanto ha altri legami molto forti con il naturalismo presocratico, con l'umanismo giovane hegeliano, con il darwinismo e le scienze della natura, con l'antimetafisica positivistica. L'opera di Nietzsche si presenta come una ricerca che tende a definire l'essere dell'uomo e le forme di umanità che a questo essere corrispondono; molto importanti i suoi contributi all'analisi biologico-psichica dell'uomo. Da un lato egli getta luce sulla vitalità, l'istintualità, l'aggressività, l'egoismo, la finitezza, che fanno da base all'essere dell'uomo; coglie la consistenza della realtà individuale e la profondità delle tensioni che dividono l'individuo e gli individui; contesta le metafisiche perché assolutizzano in modi diversi la ragione. In definitiva veniva cogliendo motivi che più tardi l'esistenzialismo, il pragmatismo e la psicanalisi avrebbero posto al centro della riflessione filosofica.

Da un altro lato Nietzsche indaga la decadenza della moderna civiltà, di cui mette a nudo la repressione della vitalità e dell'istintualità, il livellamento, la mediocrità, la mancanza di grandi finalità, la concezione ancora platonica e teologica della ragione. Occorre uscire dall'esistenza codificata e uniforme, riattingere l'essere originario dell'uomo e di qui promuovere la costituzione di una nuova ed autentica esistenza. Ma Nietzsche non perviene ad una teoria dell'uomo soddisfacente perché gli sfuggono le dimensioni sociali, economiche e storiche della realtà umana.

Il pensiero

Abbiamo visto come nel primo periodo della sua attività filosofica Nietzsche dipenda da Schopenhauer e da Wagner. Col primo concorda nel considerare la filosofia non come un pensare oggettivo e scientifico, ma come una introspezione che guarda al vissuto di una persona; accetta anche la dicotomia tra volontà e rappresentazione in cui la prima è superiore alla seconda. Ma da Schopenhauer si distacca in quanto accetta la vita e rifiuta la sua concezione ascetica e pessimistica. Con Wagner è d'accordo nel considerare l'arte come un mezzo di liberazione che si sostituisce alla libertà morale: per Nietzsche la cultura artistica è la forma più alta di ogni cultura e la tragedia è la forma più elevata di cultura artistica. In Wagner egli vede l'artefice della rinascita della tragedia, dopo la crisi avviata dal pensiero socratico che ha pervaso di moralismo ogni aspetto della cultura, offuscando l'autentico spirito originario della tragedia di Eschilo e Sofocle. Nella Nascita della tragedia Nietzsche pone alla base della sua teoria estetica la coppia di istinti apollineo-dionisiaco: il dionisiaco è passione, identificazione con gli altri uomini e con la natura, dissolvimento nel coro ebbro dei seguaci di Bacco, è il musicale e l'informe; l'apollineo è misura e pacatezza, visione disinteressata. La civiltà umana nasce dall'unione di questi due elementi, per esprimersi poi attraverso il mascheramento del reale.

La posizione filologica di Nietzsche è di assoluta novità rispetto all'ambiente accademico, che infatti reagisce in modo critico a questa concezione che rifiuta di considerare l'ellenismo come un mondo di razionalità e di equilibrio: Nietzsche apre così la strada alla comprensione dell'irrazionale nel mondo greco. L'inizio della decadenza greca non coincide con l'inizio delle invasioni barbariche, ma con il prevalere dell'apollineo: questo porta al prevalere della visione scientifica della vita sull'istinto, alla nascita delle metafisiche e delle teologie. I principali responsabili di tutto questo sono, secondo Nietzsche, Socrate, l'"uomo teoretico" che esalta l'intelligenza dissolvitrice dell'istinto, Euripide, che fa oggetto della tragedia non la vita ma le teorie filosofiche sulla vita, e Platone. Questi elementi permangono nel pensiero, attraverso la mediazione del cristianesimo, sino all'epoca moderna (l'uomo moderno è utilitarista e razionalista, lontano dal mare ondeggiante della vita).

Il tema della crisi della cultura dionisiaco-apollinea e della necessità di superare la scissione dall'essere lo troviamo anche nelle Considerazioni inattuali, all'interno del quadro di una critica della cultura tedesca contemporanea. Ora però Nietzsche più che criticare la cultura artistica critica i vari uomini che ne sono gli esponenti: Strauss è per lui un filisteo colto, un falso uomo di cultura che celebra il benessere e l'involuzione verso il meglio. Critica poi la cultura storica, in quanto ritiene che se questa è utile all'uomo, non deve però avvolgerlo completamente in quanto questo inibisce la vita stessa; il fine della vita è la produzione di grandi esemplari di individui. Nella considerazione su Schopenhauer esalta l'uomo indipendente dallo stato e che riesce a essere se stesso, idealizzando la figura del filosofo libero da ogni legame. Nietzsche precisa in questa sede il suo concetto di cultura: questa non deve essere una cultura dell'eleganza, delle buone maniere, dell'egoismo del mondo degli affari e della ricchezza o dell'egoismo della scienza che oggettivizza il vitale. Il tecnico dell'industria, il funzionario dello stato, lo scienziato, non sono veri uomoni: la vera cultura è quella che contribuisce a creare in noi l'artista e il filosofo, l'uomo libero che sa essere se stesso; è una cultura aristocratica che consiste nel vivere a vantaggio non del maggior numero di uomini, ma a vantaggio degli uomini superiori, dei geni artistici e filosofici.

La seconda fase del pensiero di Nietzsche va dal 1876-77 al 1881-82 ed ha una forte impronta antimetafisica, scettica e positivistica. E' il momento in cui Nietzsche rompe la sua amicizia con Wagner perché vi vede motivi di cedimento al cristianesimo e alla rassegnazione. Si stacca anche dal pensiero di Schopenhauer, di cui non accetta più la concezione negativa della volontà, in cui vede un altro segno di una emancipazione incompleta dal cristianesimo. La filosofia di Nietzsche cerca ora di reperire il se stesso ultimo del mondo e dell'uomo, il terreno su cui poggia l'esistenza, l'originario: per questo egli deve sgombrare il campo da ciò che si è sovrapposto a questi elementi e riscoprire l'essere autentico. Da questo ricominciamento parte la rinascita verso una vita artistica. Questa nuova impostazione rivaluta la figura del filosofo-scienziato che analizza e critica, è lo spirito libero della prefazione a "Umano, troppo umano".

A nascondere la natura dell'uomo sono soprattutto la morale, la religione e la metafisica. La natura non è opera divina né manifestazione della ragione, non ha significato o fine o ordine; il mondo è caos originario, è se stesso. A questa posizione che considera il mondo come una oggettività indifferente e che si fonda su una concezione della scienza della natura come rigorosamente limitata alla natura, si affianca una posizione che nell'ultimo Nietzsche diventerà ancora più radicale: il mondo non ha una realtà, è ciò che appare, non ci sono fatti ma solo interpretazioni, non vi sono verità assolute ma solo relative alle diverse interpretazioni (Nietzsche chiamerà questa posizione "prospettivismo"). Nietzsche mette così in discussione la stessa scienza, i cui concetti hanno per lui un carattere puramente convenzionale. Si tratta di una posizione che si fonda sull'uomo, non sulla scienza naturale ma sulla psicologia, sulla conoscenza e la certezza di sé. Il mondo che l'uomo ha di fronte è un mondo in cui "Dio è morto", un mondo che non autorizza né l'ottimismo né il pessimismo, in cui l'uomo non ha garanzie al di fuori di se stesso: è l'uomo che dà un significato alla sua esistenza.

Nietzsche cerca ora di rintracciare il fondo autentico dell'uomo, e qui trova il senso del vitale, il cui nucleo consiste nel senso di potenza e paura; nel senso di potenza in modo particolare. Nietzsche è contro quelle morali che esaltano la rinuncia e l'impotenza, che hanno paura dell'individuo e della sua indipendenza e cercano di inserirlo nel mondo dello Stato e del lavoro. La morale è un modo di comportarsi secondo il costume di un certo gruppo sociale, ma i gruppi sociali sono tanti e i loro costumi cambiano incessantemente. L'immoralismo nietzschiano non è però la negazione della morale in quanto tale, ma delle morali dominanti (utilitaristica, teologica) che esprimono un'organizzazione della vita propria di certi soggetti (i popoli e gli individui deboli), che è indispensabile a conservare la specie ma che non è sufficiente per creare veri uomini e per liberare l'istinto. L'uomo non deve dissolvere la natura, non deve soffocare gli impulsi, ma deve espandere il naturale. Le grandi civiltà, secondo Nietzsche nascono dalla vita presa nella sua pienezza; subordinare la vita ad un ideale significa diminuire le possibilità di sviluppo dell'uomo. Nietzsche comprende i rischi della scelta per lo sviluppo della storia, per cui decide di sottrarsi alla scelta. La sua tesi di fondo è che la vita va accettata e affermata. Questa emancipazione e non repressione del vitale non va intesa come affermazione del suo espandersi sregolato: lo spirito libero non si è sciolto dai lacci del costume per farsi legare dai lacci delle passioni indisciplinate, non è un debole, perché possiede se stesso, esercita l'istinto di potenza anche su se stesso.

Nella terza fase del suo pensiero Nietzsche aggiunge un atteggiamento costruttivo all'atteggiamento critico-analitico che lo aveva contraddistinto sino ad allora.

La volontà di potenza si precisa come la categoria centrale della realtà umana (la psicologia dovrà scendere nel profondo ed occuparsi di questa categoria). Questa volontà si rivela come l'istinto fondamentale dell'uomo, è l'essere da cui muovere per la costruzione dei veri valori e a cui ci si deve riferire per la demistificazione dei valori-idoli. L'individuo umano è una forza che vuole estrinsecarsi, è una forza creatrice; la volontà di potenza è una struttura psicologica, che nell'ultimo Nietzsche finisce per diventare anche cosmologica, in quanto principio costitutivo della natura organica e inorganica (si tratta però solo di un'ipotesi, in quanto Nietzsche per la conoscenza della natura rinvia sempre alla scienza). Nietzsche vuole contrastare la tendenza a fuggire la vita invitando ad immergivisi (è meglio essere Cesare Borgia che essere senza passioni, diceva). Secondo Nietzsche fare scienza significa trasformare la natura in concetti per dominarla; la verità è un errore e non un assoluto, ma è un errore di cui la specie umana non può fare a meno.

La volontà di potenza è autodominio: da un lato è aggressione e conquista, ma dall'altro è controllo di se stessi. Il superuomo (inteso come oltreuomo o più che uomo) è colui che sa fare di sé (non si nasce supeuomini) l'espressione della volontà di potenza in questa sua duplice natura.

Per Nietzsche il superamento dell'uomo comporta anche il superamento e la trasformazione di tutti i valori, il capovolgimento dell'uomo moderno: l'uomo che va superato vive nella mediocrità, nella sicurezza pacifica, nel gregge, è una semplice creatura la cui morale è la morale degli schiavi, una morale i cui valori sono quelli che confortano gli stanchi e i sofferenti (pietà, altruismo, disinteresse, umiltà, operosità). Il superuomo invece è il creatore di se stesso, è avventuriero e dominatore, non teme la vita ma la fa sua con coraggio; la morale dei "signori" ha i suoi valori nella pienezza umana, nella fierezza, nella fede in se stesso. Un altro aspetto da sottolineare è l'aristocraticismo, per il quale il senso della storia non consiste nell'innalzamento della civiltà e del genere umano, ma nell'elevazione degli individui superiori: non tutta l'umanità ma solo una razza, un popolo consta di tali individui. Si tratta di una disuguaglianza non voluta, ma da Nietzsche constatata e riconosciuta come necessaria (Nietzsche si rivela così come un antropologo pessimista).

Nel cristianesimo Nietzsche persegue proprio l'avversione verso la vita come potenza e l'avversione egalitaria verso l'individuo e le aristocrazie: il cristianesimo, predicando la carità e la non resistenza al male, dissecca la sorgente della vita e non può educare superuomini; anche il nazionalismo e lo statalismo distraggono l'uomo dalla volontà di potenza. Nella società borghese-industriale chi detiene il potere non è un superuomo, ma un uomo comune diventato casualmente dominatore; proprio l'assoggettamento a questa classe di incapaci ha fatto nascere il socialismo. L'ideale di uguaglianza diffuso da cristianesimo, democrazia e socialismo è l'ideale dell'oppresso, ed è un ideale che impedisce l'emergere della classe dei superuomini. Nietzsche non annuncia l'uguaglianza ma riapre fossati e divide; non predica l'emancipazione degli sfruttati, ma l'accettazione del dualismo fra schiavi e liberi, superuomini e gregge. Per Nietzsche lo stesso rapporto che intercorre fra superuomo e gregge dovrebbe intercorrere fra popoli europei e altri popoli. Tutti i problemi legati alla repressione si potrebbero superare grazie all'emancipazione di una parte di uomini e al costituirsi di questi in una classe dominante.

Un altro elemento della dottrina di Nietzsche è la teoria dell'eterno ritorno, dove si afferma che il mondo è sempre uguale a se stesso, non cambia e ogni cosa ritorna come era, secondo un processo ciclico; anche l'essere dell'uomo è sempre identico a se stesso e nulla può giudicare questo, perché non esiste Dio e non esiste una creazione. L'uomo deve accettare il suo essere e diventare ciò che è: l'"è" si deve trasformare in "voglio", è la tesi naturalistica della non negazione della vita e dell'affermazione della stessa, identificandosi con l'essere originario. Queste tesi costituiscono la base dell'antropologia di Nietzsche.

Giuseppe Cantarelli - Contatto


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Aggiornamento: 26/04/2015