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PITAGORA

I

I lati peggiori di Pitagora sono il conservatorismo politico-aristocratico e i pregiudizi religiosi (vedasi la teoria della metempsicosi, di derivazione orientale). Mentre infatti con Senofane la filosofia resta una forma di ricerca intellettuale cui ogni uomo deve sentirsi tenuto, con Pitagora la filosofia comincia a diventare una forma di sapere specifico, una scienza in sé, riservata a pochi eletti: una scienza che con Parmenide si darà delle precise connotazioni metafisiche, rinunciando al suo rapporto con la matematica.

I lati migliori di Pitagora sono la sua concezione della matematica e la sua cosmologia. Che tutto possa essere ridotto a "numero" può apparire cosa stravagante o pericolosa (se applicata ai rapporti umani), ma resta il fatto che con Pitagora inizia la scienza della matematica, nel senso cioè che la matematica si stacca dalle altre scienze divenendo, di queste, quasi il fondamento. Qui sta la differenza di Pitagora rispetto al materialismo naturalistico della Scuola di Mileto, che considerava la matematica una scienza al pari di altre.

Singolare è il fatto che Pitagora, dopo aver separato la matematica, ha cominciato a trattarla in maniera metafisica, come una religione. Non è ovviamente in questo senso che Pitagora va apprezzato, ma piuttosto nei risultati che ha conseguito.

Se si vuole muovere una critica a Pitagora è bene farlo sul suo stesso terreno, evidenziando, p.es., ch'egli rifiutò, per un pregiudizio religioso, i numeri irrazionali, che non seppe o non volle distinguere l'aritmetica dalla geometria, o che identificò il dispari con la perfezione. Probabilmente se Pitagora non avesse staccato completamente la matematica dalle altre scienze e se non avesse avuto troppa simpatia per la religione, i suoi risultati sarebbero stati ancora più grandi (forse avrebbe potuto anticipare la matematica di Galileo applicata alla fisica).

Significativo comunque resta il fatto che i pitagorici intuiscono che dagli opposti può sorgere un'armonia, anche se questa armonia è costruita da loro in modo alquanto artificioso. Ciò d'altra parte è tipico di tutte le filosofie idealistiche.

Quello che appare strano è il maggior interesse che tali filosofie, rispetto a quelle materialistiche pre-marxiste, provano per la legge dell'unità degli opposti. Probabilmente il motivo sta nel fatto che tale legge può essere interpretata sia in senso progressivo che in senso regressivo. L'idealismo, come noto, preferisce l'interpretazione regressiva, perché non vuole essere superato da nessun'altra filosofia. Il materialismo pre-marxista, laddove ha accettato questa teoria, non l'ha mai fatto in maniera conseguente: forse perché il salto che bisogna fare da un materialismo naturalistico a uno storico è troppo grande per una persona sola (un filosofo o uno scienziato). Per avere consapevolezza del materialismo storico occorre che le masse popolari siano diventate protagoniste attive del loro destino.

Sulla suddetta interpretazione regressiva dell'idealismo bisogna aggiungere alcune cose. L'idealismo, dal punto di vista filosofico (poiché la filosofia, più di ogni altra disciplina, si presta ad essere utilizzata nel modo come vedremo), mira a creare artificialmente un'armonia perfetta, teorica, servendosi, in particolare, della coincidentia oppositorum. Esso si serve della dialettica (che è lo strumento con cui si può comprendere tale coincidentia) per giustificare l'esistente, non per spingerlo a un mutamento qualitativo.

L'idealismo guarda al passato non al futuro. Questo è stato vero in Hegel, che ha compreso le leggi della dialettica meglio di chiunque altro, ma è stato vero anche in tutti i filosofi idealisti che l'hanno preceduto. Con l'idealismo (soprattutto con quello hegeliano che è oggettivo, in quanto legato al concetto di Stato) si consuma l'individualismo del soggetto occidentale: nessuna filosofia individualistica può essere considerata superiore all'idealismo hegeliano. Singolare è il fatto che nell'idealismo ci si avvale dello Stato pur di salvaguardare il primato dell'individuo. Stato e individuo sono i due estremi che il materialismo storico deve superare nella realizzazione della comunità sociale.

Tornando a Pitagora: egli, nel tentativo di rendere la materia intelligibile (l'àpeiron di Anassimandro non era in effetti molto chiaro, un po' come il noumeno di Kant), giunge a identificarla col numero (successivamente i pregiudizi religiosi gli impediranno di approfondire il lato scientifico delle sue scoperte). In ogni caso, tale identificazione, anche se fosse stata esente da pregiudizi religiosi, non avrebbe certo portato al materialismo storico, ma semmai a quello meccanicistico (o, se vogliamo, a una forma di positivismo metafisico: Pitagora in effetti assomiglia molto a Comte).

Singolare però il fatto che i pitagorici abbiano intuito che la terra non è né piatta né al centro dell'universo.

II

Pitagora ha una certa somiglianza con Pascal: la differenza è che Pascal abbandonò la matematica dopo aver abbracciato la religione, mentre Pitagora fece della propria matematica una specie di "religione".

Inoltre Pitagora era un aristocratico che voleva assolutamente sopravvivere come tale, mentre Pascal era un borghese "pentito", cioè un citoyen più cristiano che borghese (a differenza di Cartesio, altro grande matematico, che era più borghese che cristiano).

Quindi, pur essendo entrambi credenti, anche se in modo mistico e irrazionale, Pitagora era politicamente conservatore per timore di perdere il potere, Pascal invece lo era per timore che la religione perdesse il confronto culturale con la filosofia borghese. Uno viveva l'integralismo ideologico anche sul piano politico, l'altro si limitava invece a un'esperienza comunitaria di tipo settario.

Tuttavia Pascal, pur senza saperlo, si avvalse proprio del processo storico della borghesia, nel momento in cui decise di separare nettamente la matematica dalla religione: ecco perché il suo integralismo religioso fu meno fanatico di quello pitagorico, per quanto il destino di entrambi fu piuttosto drammatico.

C'è un altro aspetto da considerare: Pitagora era religioso dal punto di vista filosofico; la sua matematica cioè risentiva dei limiti della filosofia religiosa. In Pascal invece la filosofia della religione cede progressivamente il passo (dopo l'abbandono della matematica e di altre scienze esatte) alla teologia cristiana, con tutti i suoi riti religiosi. La filosofia religiosa è al massimo nel Deus absconditus, certo non nelle Lettere provinciali, dove si è trasformata in teologia.

III

Nel pitagorismo vi è un non so che di "ideologico", una sorta di fissazione maniacale, d'interpretazione univoca, schematica, forzosa, che fa pensare a un filosofo più vicino alla classe nobiliare che borghese. E' tanto aristocratico intellettualmente quanto moralista sul piano del comportamento (sotto l'influenza dell'orfismo). Il negativo gli fa paura e tende a eliminarlo. Coglie l'opposizione come una realtà ineludibile, ma evita di affrontarla in maniera dialettica; anzi, preferisce isolarsi dalla realtà, proprio per non doverla affrontare. E' incredibile che abbia detto di preferire il dispari perché limitato: questo è un modo di fare che trasforma inevitabilmente la matematica in una metafisica.

Non solo ma rifiutando il negativo sul piano filosofico, la sua scuola va in crisi autodistruttiva quando scopre che la negatività esiste anche nei numeri (p.es. la radice quadrata di 2 o il pi greco). Prima, ai problemi della vita si danno risposte astratte; poi ci si accorge che queste risposte non valgono nulla, perché intrinsecamente fittizie, incoerenti, puramente formali.

A dir il vero il punto di partenza pessimistico (sulla possibilità di risolvere gli antagonismi sociali) appartiene anche a Talete, Anassimandro e Anassimene. E' difficile dire che questi filosofi rappresentassero le esigenze di una borghesia indaffarata nelle colonie ioniche della madrepatria, anche se indubbiamente sul piano scientifico hanno dato notevoli contributi. Forse la loro importanza maggiore sta nel fatto che per la prima volta cercano di trovare delle risposte alle contraddizioni del loro tempo su un terreno non religioso, non mitologico.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 21-09-2015