JOHN REED E LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

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JOHN REED E LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

Figlio di una famiglia agiata, John Reed nacque il 10 ottobre 1887 a Portland, nell'Oregon. Dopo gli studi nella prestigiosa università di Harvard, fece un brillante debutto in campi letterari diversi: poesia, drammaturgia, saggistica. I suoi biografi, D. Walker e R. O'Connor, hanno scritto che l'origine sociale di Reed e l'educazione ricevuta lo avevano magnificamente preparato a difendere lo status quo più che ad attaccarlo, Ma, contro ogni aspettativa quest'uomo, sin dal suoi primi racconti, volle prestare attenzione alle contraddizioni sociali del mondo del lavoro. Che cosa lo spingeva? La prima dolorosa esperienza l'ebbe a Paterson, nel New Jersey, quando venne arrestato per aver partecipato a uno sciopero operaio. Il saggio Guerra a Paterson (1913) mostra chiaramente che le sue simpatie andavano ai lavoratori.

Come corrispondente del giornale World fu inviato in Messico, dove stava per scoppiare la guerra civile. L'opera Messico insorto (1914) dà la netta impressione che Reed non sia stato allora un semplice cronista-spettatore degli avvenimenti ma un diretto protagonista, un attivo combattente per la rivoluzione. Sempre più si stava rendendo conto che la lotta di classe fra il proletarIato e la borghesia era inevitabile. Per convincersene definitivamente gli bastò un soggiorno più che triennale sui campi di battaglia dell'Europa occidentale durante la prima guerra mondiale.

Nella primavera e nell'estate 1917, quando gli Stati Uniti si lasciarono prendere dall'isteria bellicista -sapientemente alimentata dai business circles e dagli ambienti governativi che speravano di trarre il massimo dalla decisione di entrare in guerra - John Reed, di ritorno dall'Europa, dichiarò apertamente sulla stampa e nel corso di vari incontri che la guerra in corso era una guerra di rapina, estranea agli interessi dei popolo americano, e che lui non vi avrebbe preso parte, anche a costo d'essere arrestato e processato. L'opera che documenta l'evoluzione del suo pensiero, in questo periodo, è La guerra in Europa occidentale.

Mentre seguiva attentamente lo svolgersi della lotta armata in Europa, apprese con entusiasmo la vittoria della rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 in Russia. Nell'agosto dello stesso anno si recò là in qualità di corrispondente di guerra della rivista socialista The Masses. Lo accompagnò la moglie Louise Bryant, anch'essa giornalista.

Giunto a Pietrogrado fu subito messo di fronte alla situazione che si era creata in seguito alla repressione della sommossa controrivoluzionaria di Kornilov e avvertì immediatamente la forte ostilità fra la borghesia e il proletariato; lo dimostra un'intervista che gli concesse il magnate petrolifero S. Liazanov, il “Rockefeller russo”. Reed rimase sbalordito dalla franchezza del suo interlocutore. Liazanov infatti gli spiegava che cosa facevano le classi possidenti per far morire di fame la rivoluzione: inondavano le miniere, distruggevano i macchinari delle fabbriche e delle officine, chiudevano le imprese, disorganizzavano il traffico ferroviario. In una parola, gli aveva detto che per nessuna ragione al mondo gli imprenditori avrebbero permesso agli operai di poter controllare la produzione. Il giornalista americano trasse la conclusione che fra operai e capitalisti non c'era niente in comune, e che se per gli uni la rivoluzione era una malattia da curare, per gli altri si trattava di una questione di vita o di morte: l'unica via in grado di portarli alla liberazione tanto attesa.

Che l'ultima decisiva battaglia fosse imminente Reed poteva verificarlo molto facilmente nel corso delle numerose riunioni e manifestazioni operaie cui assisteva nelle aziende che con immenso piacere aveva l'opportunità di visitare. In una lettera alla redazione del suo giornale Reed afferma che, per ampiezza e profondità, quanto stava per accadere in Russia eclissava completamente ciò ch'egli aveva potuto vedere in Messico. Dopo aver fatto un viaggio sul fronte dei nord in compagnia dei giornalista americano A.R. Williams, ed essersi intrattenuto coi soldati e gli ufficiali della 12a Armata che combatteva contro i tedeschi presso Riga, Reed s'accorse che i soldati - non solo di quella ma di tutte le armate al fronte - non volevano più continuare la guerra, e che per loro l'unica speranza era il trionfo della rivoluzione proletaria.

Tracciando lo sviluppo degli avvenimenti ch'ebbero luogo in Russia dal febbraio all'ottobre 1917, Reed scriveva che la rivoluzione di febbraio era stata popolare, non semplicemente borghese. Egli comprese che la vittoria della rivoluzione era legata all'iniziativa delle masse popolari - operai, soldati, contadini - guidate dal partito bolscevico, ma di questo, in verità, s'era reso conto anche il governo provvisorio di Kerenski, il quale, due giorni prima della rivoluzione socialista, dichiarò alla stampa d'aver forze sufficienti per reprimere qualunque tentativo d'insurrezione bolscevica. Reed, in un articolo dedicato a questo statista, si dichiarò però convinto ch'egli non sarebbe riuscito in nessun modo a evitare lo scontro decisivo fra le due classi antagoniste e che in questo scontro il proletariato avrebbe sicuramente vinto.

La giornata del 7 novembre (25 ottobre, secondo il vecchio calendario) venne descritta da Reed con molti dettagli. La piazza dove si trovava il palazzo d'Inverno - l'antica residenza degli zar, ora baluardo del governo provvisorio borghese - era presidiata (la sentinelle in tutti i suoi punti strategici. Anche A. R. Williams ricorda con emozione quegli avvenimenti nei suo libro Viaggio nella rivoluzione. Essi fecero visita al palazzo d'Inverno poco prima dell'assalto rivoluzionario, ma vedendo i loro lasciapassare, concessi dal comitato militare rivoluzionario, una sentinella non li lasciò entrare. Allora mostrarono i passaporti americani a un'altra sentinella, pensando in questo modo di poter entrare facilmente; ancora non s'erano resi conto che da 10 ore il palazzo era circondato da soldati, guardie rosse e marinai bolscevichi pronti a intervenire da un momento all'altro.

Quel giorno gli unici giornalisti stranieri presenti nella sede del governo provvisorio furono loro tre: Reed, sua moglie e Williams. Vi rimasero però ben poco. Preferirono recarsi al vecchio istituto Smolny dove si trovava lo stato maggiore della rivoluzione e fu appunto lì che il soviet di Pietrogrado, riunito in seduta straordinaria, dichiarò che il governo provvisorio era stato rovesciato.

Appresa la notizia, Reed e i suoi compagni guadagnarono la sala delle conferenze dove si tenne il Il congresso dei soviet di Russia e ne seguirono tutti i lavori, sentendo parlare per la prima volta Lenin. Dopodiché si recarono sul luogo della vittoria proletaria, consapevoli d'essere testimoni d'un avvenimento assolutamente eccezionale.

Reed comprendeva bene la complessità della situazione. Il 17 novembre scriveva che la borghesia, sebbene sconfitta, non era stata ancora disarmata e che, allo stesso tempo, non c'era in Russia alcuna forza capace di tener testa ai bolscevichi, i quali, ponendo nel loro programma immediato i tre fondamentali obiettivi: pane, pace e terra, avevano ottenuto vastissimi consensi.

Il 10 novembre, infatti, Reed, usufruendo di un pass concessogli dal soviet di Pietrogrado, era partito per le linee avanzate del fronte settentrionale (presso Pietrogrado) dove si svolgevano dure battaglie contro le truppe di Kerenski (e nello stesso giorno, presso le alture di Pulkovo, contro il III corpo di cavalleria del generale Krasnov).

La rivista The Liberator pubblicò il suo articolo, scritto nella cabina d'un camion, sulla sconfitta definitiva di queste forze controrivoluzionarie. Ma Reed non si accontentò di mettere il suo talento di giornalista al servizio della rivoluzione, volle anche lavorare nell'ufficio della propaganda rivoluzionarla internazionale presso il Commissariato del popolo agli affari esteri, dove preparava materiali destinati a essere diffusi fra le truppe e i prigionieri di guerra tedeschi. Scrisse poi una serie di articoli intitolati Insurrezione del proletariato che spedì alla rivista Masses, i cui redattori però non poterono stampare perché tratti in arresto.

Circa 4 mesi dopo una parte degli articoli, leggermente modificati, venne pubblicata con il titolo Red Russia nella rivista Liberator, che aveva rimpiazzato Masses. Ma all'inizio del febbraio 1918 Reed dovette lasciare Pietrogrado per difendere la causa dei redattori di Masses, che stavano per essere processati. I diplomatici americani dell'ambasciata di Pietrogrado cercarono di ostacolare questa sua decisione facendolo restare due mesi a Oslo, e quando finalmente arrivò a New York, il 28 aprile, la polizia federale gli sequestrò tutti i documenti sulla rivoluzione d'Ottobre e solo dopo molti mesi d'insistenti richieste glieli restituì.

Reed svolse negli Usa intense attività rivoluzionarie. Militò nelle file dell'ala sinistra del partito socialista, fece una serie di conferenze per tutto il paese smentendo le affermazioni della stampa borghese sull'Ottobre, lottò per la creazione d'un partito comunista. Il 1 maggio fece pubblicare nel giornale socialista The New York Call una sua dichiarazione sulla coraggiosa lotta dei proletariato sovietico contro l'imperialismo russo e tedesco.

Questa attività e queste prese di posizione allarmarono le autorità americane che vietarono un meeting, precedentemente autorizzato, a Filadelfia. Reed parlò lo stesso a diverse centinaia di persone in un viale della città, per cui venne arrestato e coloro che tra la folla cercarono di proteggerlo vennero malmenati dalla polizia. Reed fu accusato di incitamento alla rivolta ma data l'assoluta inconsistenza dell'accusa fu rilasciato su cauzione. Questo gli permise di recarsi negli stati del middle west e di parlare della rivoluzione russa a Cleveland, a Detroit e in altre città. La sorveglianza della polizia e le perquisizioni in casa sua aumentarono. A Detroit diverse persone furono arrestate.

Quando, durante l'estate 1918 le truppe di non pochi stati capitalisti decisero di invadere i territori dell'Urss, Reed rivolse all'amministrazione del suo paese e ai governi degli altri paesi interventisti un appello dal titolo Dovete riconoscere la Russia!, dove cercava di mettere in luce l'inconsistenza delle tesi della stampa borghese, secondo cui l'intervento dei paesi capitalisti sarebbe stato giustificato dal cosiddetto “tradimento” dei russi che avevano osato firmare nel marzo 1918 la pace di Brest-Litovsk con i tedeschi.

In questa stessa estate Reed si dimise dal consiglio di redazione della rivista Liberator per non dover avallarne i cedimenti politici, ma non smise di collaborarvi. Nel settembre fu però di nuovo arrestato per aver condannato l'intervento dell'Intesa in Russia e pochi giorni dopo il giornale New York Call pubblicò una sua lettera in cui Reed faceva chiaramente intendere che non si sarebbe lasciato intimidire da nessuno.

Nel processo infatti non si comportò come un accusato ma come un accusatore, tanto che i giurati non ebbero il coraggio di condannarlo. Reed poté così scrivere articoli su articoli, difendendo le conquiste della rivoluzione d'Ottobre, il suo carattere popolare e pacifico, democratico e socialista.

Alla fine del 1918-inizio 1919 Reed lavorò intensamente al suo più famoso libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo, che Lenin stesso apprezzò raccomandandone la diffusione fra gli operai di tutti i paesi del mondo. Appena il manoscritto fu consegnato all'editore, Reed fu costretto a comparire davanti alla commissione senatoriale speciale, conosciuta sotto il nome di “commissione Overman”. Alla domanda del comandante Humes, un portavoce del Ministero della difesa: “Avete mai parlato nei vostri interventi pubblici della necessità di fare negli Stati Uniti una rivoluzione simile a quella avvenuta in Russia?”, Reed rispose coraggiosamente che non desiderava altro. Cercando di screditarlo, la stampa borghese (anzitutto il New York Times) ricorse alla calunnia e alla falsificazione delle sue deposizioni davanti alla commissione.

Reed inviò alla redazione del New York Times una lettera con cui denunciava i calunniatori che lo accusavano d'essere un agente pagato dai bolscevichi. Il quotidiano respinse la lettera, che fu invece pubblicata dalla rivista The Revolutionary Age. Il libro comunque uscì lo stesso negli Stati Uniti e venne salutato dalla stampa di sinistra come un capolavoro.

Poco dopo, alla fine del settembre 1919, Reed si recò di nuovo in Russia per partecipare ai lavori del comitato esecutivo dell'Internazionale comunista in qualità di rappresentante dei partito comunista operaio americano. Il viaggio fu pericoloso anche perché bisognava attraversare illegalmente le frontiere della Svezia e della Finlandia.

Arrivato in Russia, Reed pensò di scrivere un secondo libro sulle conquiste della rivoluzione. Raccolse molto materiale, viaggiò nel dintorni di Mosca, intervistò i lavoratori: a Serpukhov prese la parola durante un'assemblea di rappresentanti operai e incontrò Lenin, a Mosca, diverse volte, parlandogli dei suoi progetti.

Partì da Mosca nel gennaio 1920 diretto negli Stati Uniti, ma le autorità finlandesi di Abo lo arrestarono e lo incarcerarono. Rilasciato agli inizi di giugno, Reed si vide rifiutare il permesso d'ingresso dal governo americano, che lo giudicava un pericoloso militante politico. Nell'agosto dello stesso anno, in qualità di membro del comitato esecutivo dell'Internazionale comunista partecipò ai lavori del I congresso dei popoli d'oriente a Baku, nel Caucaso. Il 20 settembre chiese a Lenin di concedere un'intervista a sua moglie, Louise Bryant, poi pubblicata nel giornale Washington Times; l'argomento principale erano i rapporti, anche economici fra Usa e Urss.

Purtroppo Reed tornò da Baku a Mosca malato di tifo e le cure non riuscirono a salvarlo. La rivista Liberator annunciò la sua morte con le parole: “Deceduto mentre svolgeva il suo dovere rivoluzionario”.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015