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Jean-Paul Sartre (1905-80)

Dario Lodi

Jean-Paul Sartre cercò di dominare l’intellighenzia filosofica europea per buona parte del secondo Novecento. E questo in virtù di un vitalismo marcato, foriero di speranze per le sorti dell’umanità dopo la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale (determinante fu la scoperta dei lager, l’abiezione morale nazista, una brutalità mai vista, inconcepibile).

Sartre fu il padre dell’esistenzialismo, un atteggiamento, più che una teoria filosofica, secondo il quale l’uomo poteva godere della massima libertà a patto che si caricasse sulle spalle la responsabilità del mondo. A ben vedere, una sorta di anarchia super-intelligente. Ma non è affatto possibile coniugare il principio esistenzialista con il comportamento sartriano. Il nostro non brillò certo per coerenza, preferendo improvvisare di volta in volta, vuoi con apparenti concessioni al sistema, vuoi con dimostrazioni clamorose di eccentricità. Le ultime furono linfa vitale per una gioventù, quella dell’epoca, alla ricerca di qualcuno che la rappresentasse saltando a piè pari il mondo convenzionale, pronto a rispuntare fuori dopo la pur recente tragedia.

Sartre era la persona adatta in quanto incarnava un tipo di intellettuale finalmente impegnato, finalmente in “trincea”. Lo diceva a parole e lo dimostrava esibendo i muscoli e avanzando propositi bellicosi in senso culturale e civile. Nella foga, tuttavia, il francese non si curava troppo della realtà in cui era costretto a vivere. Il suo sodale Raymond Aron si staccò presto da lui per giusta idiosincrasia verso le fumisterie: Aron, liberale, ragionevole, forse anche un po’ svenevole (ma i sogni non guastano) andrà per la sua strada per la gioia dei moderati e delle cose veramente sensate per quanto ancora irraggiungibili.

Sartre cavalcò la tigre comunista, vista all’epoca come alternativa al moloc capitalista, belva assetata di giustizia e di umanità. Il filosofo, scrittore, drammaturgo e critico, nonché insegnante di liceo, Sartre, insomma, al meglio, fu contro De Gaulle (che non gli volle male: “non si può mettere in prigione Voltaire” pare avesse detto una volta), fondò un partito (RDR la sigla) - che sparì in poco tempo - tentando una terza via fra capitalismo e comunismo, si avvicinò allo stalinismo, pretendendo di smussarlo, diede vita ad un giornale culturale “Les temps modernes” dove polemizzò aspramente contro tutti i tentativi di restaurazione e dove condannò senza mezzi termini la Francia in Algeria. Coerente, rifiutò, nel 1964, il Nobel per la Letteratura (vi aveva visto un tentativo di ammorbidirlo, di sterilizzarlo, così come nel 1945 per la Legione d’Onore, anche allora rifiutata).

L’amore per Stalin era finito nel 1956 a causa dei fatti d’Ungheria, ma non quello per il comunismo, sebbene sempre più considerato nella sua veste catartica per quanto riguarda la vera qualificazione del vivere sociale. Ma anziché fare come aveva fatto Gramsci e cioè promuovere la catarsi attraverso l’emancipazione culturale della massa (ma certo occorrerebbe che il sistema tradizionale apprezzasse l’operazione che inevitabilmente lo priverebbe di privilegi), Sartre lo fa imponendo una sorta di oligarchia filosofica. Ma è proprio nella filosofia che il francese si perde.

Deluso per l’inattuazione e il sospetto della inattuabilità dei suoi propositi – sostanzialmente una sorta di rivalsa individuale allo strapotere economico – Sartre riversò i malumori nei suoi numerosi scritti e in due in particolare: “La nausea” e “L’essere e il nulla”. Dove, però, non riesce a riversare granché.

La trattazione conosce contraddizioni vistose soprattutto per lo scollamento fra tesi di fondo e considerazioni en passant, le une e le altre sofferenti di superficialità, di approssimazione e di non poca presunzione. Sartre è debitore ad Husserl e Heidegger, due notevoli rappresentanti del cerebralismo tedesco, campioni di ovvietà mascherate da una solennità espositiva imbattibile (specialmente il primo). La combinazione solennità tematica-solennità espositiva tedesche+illuminismo francese portato in salotto, spiega l’impegno filosofico di Sartre. Il quale parte da una affermazione capitale, vecchia come il mondo: “L’uomo è l’essere che progetta di diventare Dio”. Sottinteso: non ci riuscirà mai. Conseguenza: se non ci riuscirà mai, egli si illude e quando si sveglia dall’illusione si rende conto che la vita è niente, da qui la nausea di vivere, da qui l’essere e il nulla. Ma se l’uomo arriva veramente al concetto di nulla, perché mai dovrebbe scriverne? E che scrive se non c’è nulla? In realtà è Sartre che scrive che non c’è nulla per dimostrare che egli sa anche ciò che non si dovrebbe sapere. Cosa c’entri tutto questo con la sua lotta per la promozione sociale è e resterà un mistero. Ma non sembra difficile reperire una contraddizione fra le due posizioni, quella del sociologo e quella del filosofo. Il che denuncia, in Sartre, un pensiero debole dopo l’altro. Per il francese contava evidentemente più pensare che approfondire il pensiero.

Fonte: Logos, Anno XXII – I – 2013 logostrimestrale.blogspot.it - www.lombardiainrete.it/12/Varie/Logos/

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Vedi anche: La nausea - Umano e Politico: tra Camus e Sartre


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015