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Adam Smith: divisione del lavoro, ricchezza e alienazione

I - II - III

Giuseppe Bailone

“Sembra che il grandissimo progresso della capacità produttiva del lavoro e la maggiore abilità, destrezza e avvedutezza con le quali esso è ovunque diretto o impiegato siano stati effetti della divisione del lavoro”.1 Con queste parole inizia il capolavoro di Smith. Segue, poco dopo, il celeberrimo esempio della fabbricazione degli spilli, articolata in diciotto distinte attività.

“Innanzitutto, la maggior destrezza dell’operaio incrementa necessariamente la quantità di lavoro che esso può eseguire; e la divisione del lavoro, riducendo il compito di ognuno a qualche semplice operazione, e facendo di questa l’occupazione esclusiva della sua vita, incrementa necessariamente moltissimo la destrezza dell’operaio”.2

Gli operai, costretti a ripetere sempre gli stessi gesti lavorativi, aumentano la loro abilità e la loro destrezza, in un rapporto direttamente proporzionale alla particolarità del loro lavoro: sempre più abili in attività sempre più parziali.

La divisione del lavoro promuove un circolo virtuoso in termini produttivi.

“In secondo luogo, il vantaggio ottenuto dal risparmio del tempo comunemente perso nel passare da una specie di lavoro all’altra è molto maggiore di quanto a prima vista potremmo immaginare. È impossibile passare rapidamente da una specie di lavoro ad un’altra. […] Generalmente uno divaga un poco passando da un’occupazione all’altra. Cominciando il nuovo lavoro, raramente è molto attento e impegnato; la sua mente, come si usa dire, non si applica, e per qualche tempo si balocca anziché applicarsi allo scopo. L’abitudine all’indugio e all’applicazione indolente e negligente, che naturalmente o meglio necessariamente è propria a ogni lavoratore agricolo obbligato a cambiare mestiere e strumenti ogni mezz’ora e ad applicarsi in venti differenti modi quasi ogni giorno della sua vita, rende questi quasi sempre trasandato e pigro e incapace d’impegnarsi vigorosamente anche nelle circostanze più pressanti. Quindi, indipendentemente dalla mancanza di abilità, questa causa può da sola ridurre considerevolmente la quantità di lavoro che egli è in grado di eseguire”.3

L’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor e di Ford è ancora lontana, ma il tempo già comincia a essere studiato come una variabile importante nei processi produttivi.

“In terzo e ultimo luogo, ognuno può comprendere quanto il lavoro venga facilitato e abbreviato con l’applicazione di macchine adeguate. […] È più probabile che gli uomini riescano a scoprire metodi più facili e spediti per ottenere un qualsiasi oggetto quando tutta l’attenzione della loro mente è diretta a un singolo oggetto che quando essa è dispersa tra una grande varietà di cose. Ma in conseguenza della divisione del lavoro, tutta l’attenzione di ognuno viene naturalmente diretta verso un solo oggetto molto semplice. È allora naturale attendersi che l’uno o l’altro di coloro che sono impiegati in ogni particolare ramo del lavoro debba presto trovare metodi più facili e spediti di eseguire il proprio particolare lavoro, ovunque la natura consenta miglioramenti. Gran parte delle macchine usate nelle manifatture in cui il lavoro è più suddiviso furono originariamente invenzione di operai comuni che, addetti a qualche operazione semplicissima, volgevano naturalmente i pensieri alla ricerca di metodi d’esecuzione più facili e spediti. Chiunque abbia visitato assiduamente queste manifatture deve avere spesso notato macchine bellissime, inventate da questi operai allo scopo di facilitare e di accelerare la loro propria parte di lavoro. Nelle prime macchine a fuoco [= a vapore] un ragazzo veniva adibito costantemente ad aprire e chiudere alternativamente la comunicazione tra la caldaia e il cilindro, a seconda che il pistone salisse o scendesse. Uno di questi ragazzi, che amava giocare coi compagni, osservò che legando una funicella dal manico della valvola che apriva questa comunicazione ad un’altra parte della manica, la valvola si apriva e chiudeva senza la sua assistenza e gli permetteva di divertirsi coi compagni. Uno dei maggiori perfezionamenti fatti su questa macchina, dopo la sua invenzione, fu in questa maniera la scoperta di un ragazzo che desiderava risparmiare lavoro”.4

L’intelligenza operativa dell’uomo cresce restringendosi sempre più in attività particolari: l’abilità umana si sviluppa a spese della sua umanità generica e diventa sempre più simile alla straordinaria abilità delle api.

La divisione non investe solo il lavoro in fabbrica.

“Non tutti i miglioramenti delle macchine – continua Smith – sono stati tuttavia invenzione di coloro che hanno avuto occasione di usarle. Molti perfezionamenti sono dovuti all’inventiva dei costruttori di macchine, da quando la loro costruzione è diventata compito di una particolare professione; e taluni a quella dei cosiddetti filosofi o uomini di speculazione, la cui occupazione non è di fare, ma di osservare ogni cosa. Essi, per questa ragione, sono spesso capaci di combinare insieme le proprietà degli oggetti più distanti e disparati. Nel progresso della società, la filosofia o speculazione diventa, come ogni altra occupazione, il mestiere principale o esclusivo di una particolare classe di cittadini. Come ogni altra occupazione, essa è parimenti suddivisa in un gran numero di rami differenti, ognuno dei quali dà occupazione a un particolare gruppo o classe di filosofi e questa suddivisione di occupazioni nella filosofia, come in ogni altra attività, migliora l’abilità e risparmia tempo. Ogni individuo diventa più esperto nel suo particolare ramo, nell’insieme vien fatto maggior lavoro e la scienza viene con ciò notevolmente incrementata.

È la grande moltiplicazione delle produzioni di tutte le differenti arti, in conseguenza della divisione del lavoro, a dar luogo, in una società ben governata, a quell’universale opulenza che si estende sino alle classi sociali più basse”.

La divisione del lavoro, per Smith, non nasce per scelta consapevole degli uomini: “Non è originariamente l’effetto di una saggezza umana che prevede e persegue quella generale opulenza che essa determina. È la conseguenza necessaria, sebbene assai lenta e graduale di una certa propensione della natura umana che non persegue un’utilità così estesa: la propensione a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un’altra”.

Questa propensione naturale, scrive Smith, c’è solo nell’uomo: “Essa è comune a tutti gli uomini e non si ritrova in nessun’altra razza di animali”.

Il processo che ha prodotto l’attuale divisione del lavoro è quindi, per Smith, naturale e irreversibile. Non sono, invece, naturali, le attuali differenze intellettuali e pratiche fra gli uomini: si sono, infatti, formate per l’azione della progressiva divisione del lavoro.

Scrive Smith: “La differenza dei talenti naturali dei diversi uomini è in realtà molto minore di quanto si supponga; e l’ingegno assai differente, che sembra distinguere gli uomini di diverse professioni quando raggiungono la maturità, in molti casi non è tanto la causa quanto l’effetto della divisione del lavoro. La differenza tra i caratteri più dissimili, per esempio, tra un filosofo e un facchino, sembra sia imputabile non tanto alla natura quanto all’abitudine, al costume e all’educazione. Appena venute al mondo, e per i primi sei o dieci anni della loro esistenza, queste persone erano forse assai simili, e né i loro genitori né i loro compagni di gioco potevano notare nessuna grande differenza. Attorno a quell’età o poco dopo esse furono destinate ad occupazioni differentissime. La differenza dei talenti si rende allora percepibile e aumenta gradualmente fino al punto che la vanità del filosofo preferisce ignorare qualsiasi somiglianza. Ma senza la disposizione a trafficare, barattare e scambiare ogni uomo avrebbe dovuto procurarsi da solo tutti i mezzi di sussistenza e di comodo. Tutti avrebbero dovuto svolgere le stesse mansioni e lo stesso lavoro, e non si sarebbero avute quelle grandi differenze di attività che determinano le grandi differenza di talenti”.5

La natura fa gli uomini uguali, o quasi, la cultura li differenzia.

La divisione del lavoro approfondisce le differenze fra gli uomini.

Non solo: parcellizzando sempre più le attività lavorative, essa realizza sì crescenti risultati produttivi, ma compromette progressivamente l’umanità del lavoratore. Produce, cioè, sempre più ricchezza, ma anche sempre più quell’alienazione dell’operaio, di cui parla Marx, nei Manoscritti del 1844.

Smith se ne accorge già all’inizio del suo studio, ma ne tratta poi ampiamente nel libro V, l’ultimo, quello dedicato alle entrate dello Stato e ai suoi compiti. Smith, infatti, pensa che a porre rimedio agli effetti pesantemente negativi della divisione del lavoro debba essere lo Stato.6

Le tendenze naturali promuovono il formarsi della società e i suoi progressi economici, ma con costi umani sempre più pesanti, che solo la politica può attenuare. Mandeville, come abbiamo visto, paragona l’intervento politico all’arte della viticultura e attribuiva a essa la trasformazione dei vizi privati in pubbliche virtù. Anche per Smith della politica non si può fare a meno: essa è, infatti, necessaria per rimediare, almeno in parte, agli effetti umani negativi, alienanti, dell’azione delle tendenze naturali e del loro sviluppo storico.

L’azione delle tendenze naturali non basta. Ci vuole l’arte politica.

“Con il progredire della divisione del lavoro, l’occupazione della gran parte di coloro che vivono per mezzo del lavoro, cioè della gran parte della popolazione, finisce per essere limitata ad alcune operazioni semplicissime; spesso una o due. Ma l’intelletto della maggior parte degli uomini è necessariamente formato dalle loro occupazioni ordinarie. Chi passa tutta la sua vita a eseguire alcune semplici operazioni, i cui effetti sono inoltre forse sempre gli stessi o quasi, non ha occasione di esercitare l’intelletto o la sua inventiva nell’escogitare espedienti per superare difficoltà che non si presentano mai. Perciò, egli perde naturalmente l’abitudine di questo esercizio e generalmente diventa tanto stupido e ignorante quanto può diventarlo una natura umana. Il torpore della mente lo rende non soltanto incapace di godere o di partecipare a una conversazione razionale, ma di concepire un sentimento generoso, nobile o tenero, e quindi di formare un giusto giudizio relativamente a molti normalissimi doveri della vita privata”.

Questo rattrappirsi della mente nella parte della popolazione impegnata nel lavoro esecutivo, ha effetti pesantemente negativi per l’intera società. Infatti l’operaio, vincolato al lavoro ripetitivo e senza difficoltà, “è completamente incapace di giudicare dei grandi e vasti interessi del suo paese; e, a meno che si sia avuta particolare cura per renderlo diverso, è ugualmente incapace di difendere il suo paese in guerra. L’uniformità della sua vita statica corrompe naturalmente il coraggio del suo spirito e fa sì ch’egli aborra la vita irregolare, incerta e avventurosa del soldato. Questa uniformità corrompe anche l’attività fisica, e lo rende incapace di esercitare la sua forza con vigore e perseveranza in qualsiasi altra occupazione diversa da quella cui è stato abituato. Sembra così che la sua abilità nel suo particolare mestiere venga acquisita a spese delle sue qualità intellettuali, sociali e marziali”.

Il progresso produttivo della civiltà industriale ha un pesante rovescio umano.

“Le cose stanno diversamente nelle cosiddette società barbare, di cacciatori, pastori e anche di agricoltori in quello stadio primitivo dell’agricoltura che precede il progresso delle manifatture e lo sviluppo del commercio estero. In quelle società le occupazioni varie di ogni uomo obbligano tutti a esercitare la propria capacità e a escogitare espedienti per superare le difficoltà che continuamente si presentano. L’inventiva è mantenuta viva, la mente non può cadere in quella torpida stupidità che in una società civile sembra ottenebrare l’intelletto di quasi tutte le categorie inferiori del popolo”. In queste società ogni uomo è un guerriero e “in certa misura uomo di stato e può formarsi un discreto giudizio relativamente agli interessi della società e alla condotta di quelli che lo governano. Quanto i capi siano buoni giudici in pace o buoni condottieri in guerra, è chiaro all’osservazione di quasi ciascuno di loro”.

I progressi produttivi accrescono i compiti dell’educazione e l’intervento dello Stato nell’istruzione popolare deve farsi sempre più ampio.

Le persone delle classi sociali superiori, dopo un lungo corso di studi, accedono a professioni che le impegnano in attività che non sono “semplici e uniformi come quelle della gente del popolo” e lasciano loro anche “molto tempo a disposizione per perfezionarsi in ogni ramo di nozioni utili o dilettevoli di cui possa aver avuto le basi, o per le quali possa aver acquisito un certo gusto in precedenza”.

La divisione del lavoro accresce in modo esponenziale le differenze culturali tra le classi sociali, e i lavoratori, schiacciati dal compito di produrre la ricchezza per tutti, rischiano di essere esclusi dal circuito sociale in cui gioca un ruolo fondamentale il rispetto reciproco e di abbandonarsi pertanto “a ogni sorta di vizio e di condotta riprovevole”.

Lo Stato deve provvedere in misura adeguata, anche nel suo interesse.

“Più il popolo è istruito, meno esso è soggetto alle delusioni dell’entusiasmo e della superstizione, che fra i popoli ignoranti provocano i disordini più terribili. Inoltre un popolo istruito e intelligente è sempre più decente e ordinato di un popolo ignorante e stupido. Ognuno si sente individualmente più rispettabile e più degno di considerazione da parte dei suoi legittimi superiori ed è quindi più disposto a rispettarli. La popolazione è più disposta a esaminare e più capace di comprendere le interessate proteste delle fazioni e delle sedizioni, e per questo è meno soggetta a essere trascinata da un’opposizione capricciosa o non necessaria alle misure del governo. Nei paesi liberi, dove la sicurezza del governo dipende moltissimo dal giudizio favorevole che il popolo può formarsi della sua condotta, è certamente di estrema importanza che esso non sia incline a giudicarla in modo avventato o capriccioso”.

A differenza di Mandeville, Smith è favorevole all’educazione scolastica popolare, sostenuta anche dallo Stato. Egli valuta molto positivamente le scuole di carità pesantemente criticate da Mandeville e lamenta la loro scarsa diffusione. È vero, però, a parziale giustificazione di Mandeville, che la divisione industriale del lavoro esaminata da Smith si afferma solo dopo di lui. Ben diverso è, invece, il giudizio che merita il traduttore francese del capolavoro di Smith, tale G. Garnier, secondo il quale l’istruzione popolare viola le prime leggi della divisione del lavoro. Ne parla Marx, nel primo libro del Capitale (12, 5), dopo aver citato passi del discorso di Smith. A Marx, però, pare che l’istruzione popolare statale Smith la raccomandi solo in “prudenti dosi omeopatiche”.

Manca più di mezzo secolo alle riflessioni di Marx sull’alienazione del lavoro industriale, ma cominciano a farsi evidenti alcuni dati sui quali esse sono poi state costruite. E Adam Smith, che non è soltanto un economista, ma un filosofo che si occupa di economia, un filosofo che, non a caso, ha cominciato insegnando filosofia morale e ha continuato a occuparsene fino alla fine della sua esistenza, li riconosce e impegna la politica a porvi rimedio.

Il fondatore della moderna economia politica, della “economia classica”, insegna che la produzione della ricchezza non è solo un problema tecnico, ma richiede una profonda riflessione su che cosa sia la ricchezza per l’uomo, chi e come la produce e con quali effetti personali e sociali.

Note

1 A. Smith, La ricchezza delle nazioni, libro I, cap. I, ed. Utet 1996, p. 79.

Adam Smith nasce nel 1723 in Scozia. È allievo di Hutcheson. Affascinato dal pensiero di Hume, gli diventa interlocutore e amico stretto, al punto che, quando il 3 luglio 1776, Hume, sentendo prossima la morte, riunisce a cena pochi amici intimi, lui è tra questi. A lui scrive ancora Hume il 23 agosto, parlandogli con molta serenità della morte, che arriva due giorni dopo. Una sua lettera sulla morte serena di Hume fa scandalo e, in particolare, scatena la furiosa reazione del vescovo di Norwich, che non può ammettere che si possa morire serenamente senza i conforti religiosi.

Smith insegna prima logica e poi filosofia morale all’università di Glasgow. Nel frattempo costruisce la sua teoria economica e il suo sistema di filosofia morale. Nel 1759 pubblica la Teoria dei sentimenti morali, opera che rivede più volte fino alla sesta e ultima edizione del 1790. Nel 1763 si dimette dall’insegnamento e viaggia in Europa. Nel 1767 inizia la stesura della Ricchezza delle nazioni, che pubblica la prima volta nel marzo del 1776, con notevole successo di vendite, molto meno di critica. L’opera è accolta con entusiasmo da Hume, che, quasi al termine della sua esistenza, gli scrive: “Sono molto contento della vostra fatica, e l’attenta lettura mi ha sollevato da uno stato di grande ansietà. Era un lavoro tanto atteso da voi, dai vostri amici e dal pubblico, che tremavo per il suo apparire. Non che la sua lettura non richieda necessariamente molta attenzione, mentre il pubblico è disposto a darne così poca da farmi dubitare che da principio possa diventare molto popolare; ma esso ha profondità, solidità e acume, ed è illustrato abbondantemente da fatti curiosi che alla fine deve attirare l’attenzione del pubblico”. Anche quest’opera viene rivista più volte per le numerose successive riedizioni. Adam Smith muore nel 1790.

2 Ib. p. 84.

3 Ib. p. 85.

4 Ib. pp. 86-87. La simpatica storiella del ragazzo inventore sembra però nata da un equivoco, di cui la nota in margine n°22 offre la spiegazione.

5 Ib. , cap. II, pp. 93-94.

6 A. Smith, La ricchezza delle nazioni, libro V, cap. I, art. II, ed. Utet 1996, p. 949 e sgg.


Fonte: ANNO ACCADEMICO 2013-14 - UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO

Torino 3 febbraio 2014

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.

Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf)

Plotino (pdf)

L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)

Fonti


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015