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GIAMBATTISTA VICO

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Vico fu forse uno dei pochi a capire che il cogito cartesiano era una forma d'individualismo, ma non riuscì a capire che il cogito aveva un significato metafisico e non solo (o non tanto) psicologico.

Il cogito voleva essere una reazione individualistica (e quindi intellettualistica) alla decadenza della Scolastica. Se si fosse semplicemente trattato di una reazione psicologica, non sarebbe nata la filosofia moderna, ma una semplice contestazione alla Scolastica nell'ambito della teologia medievale.

Viceversa, il cogito si poneva anche come affermazione cripto-ateistica ("cripto" perché in forma inconsapevole, cioè aldilà delle stesse pretese di Cartesio, che non ha mai smesso di civettare con la religione). L'autonomia del pensiero andava concepita -al dire di Cartesio- come costituzione dell'esserci (benché questo "esserci" non possa fare a meno della sua dipendenza da Dio).

Vico non volle ammettere questa fondazione metafisica del soggetto borghese, perché si rendeva conto di non avere un'alternativa convincente da contrapporle. Nella sua filosofia, l'uomo deve anzitutto riconoscere il proprio limite ontologico ed ammettere, nel contempo, l'infinità di Dio.

Probabilmente, l'unica vera alternativa laica che Vico pone al cogito è quella dello "stato ferino", cioè delle passioni primitive, che vanno regolate con la ragione e la religione: le passioni del senso e della fantasia dell'età primordiale o "poetica", degli uomini "bestioni".

Vico, in sostanza, ribadendo la teoria di Hobbes sullo stato di natura (animalesco) dell'uomo, contestò l'ingenuo ottimismo di Cartesio, che fondava l'autonomia umana sulla constatazione del retto pensare.

Vico, in effetti, fece bene nel criticare l'individualismo di Cartesio, cioè la pretesa d'interpretare tutto in maniera matematica; fece bene a porre in primo piano l'esigenza di quegli aspetti irriducibili all'analisi formale della logica (come ad es. la storia, la poesia, la morale...). Ma egli ebbe il torto di voler vincere il razionalismo cartesiano, ripristinando la dipendenza religiosa dell'uomo da Dio.

Nella critica Vico era un progressista, nelle soluzioni invece era molto limitato (in questo egli rifletteva i limiti storici dell'Italia). Vico avrebbe dovuto accettare l'idea che il cogito era una posizione metafisica assolutamente originale, dopodiché avrebbe potuto superare la pretesa del cogito, affermando l'autonomia laica del soggetto moderno, non dal punto di vista della borghesia, ma da quello delle classi più oppresse.

Vico non ha mai voluto ammettere la fondazione metafisica del cogito, perché non ha mai voluto riconoscere al soggetto borghese l'autonomia assoluta davanti a Dio. S'egli avesse accettato l'esigenza di questa autonomia (e sviluppando il suo concetto di "storia" avrebbe potuto farlo), si sarebbe accorto: 1) che il cogito non riesce a fondarla in modo adeguato, 2) ch'essa può essere fondata solo in alternativa all'esperienza borghese. Vico insomma avrebbe dovuto cercare nel processo storico l'alternativa all'esperienza borghese, clericale e aristocratica del suo tempo.

Ma c'è di più. Vico ha commesso un errore imperdonabile quando ha affermato che lo scienziato non può conoscere adeguatamente la realtà, anzi il mondo, semplicemente perché non l'ha creato. Questo modo di vedere le cose -soprattutto dopo Keplero, Copernico, Galilei...- non aveva davvero senso.

L'antinomia posta da Vico tra fisica e storia è quanto mai regressiva: come può esistere una "scienza" della storia e non anche, nel contempo, una della fisica? La fisica non è forse parte della storia? E' vero che l'uomo non ha creato la natura, ma è anche vero che la storia è un processo dell'uomo nella natura (dalla quale non può assolutamente prescindere), per cui se l'uomo non è in grado di comprendere la natura, non è neppure in grado di comprendere se stesso. O, viceversa, un'adeguata comprensione dell'uomo (della sua storia) non può assolutamente escludere un'analoga comprensione delle leggi naturali.

Se Vico si fosse liberato dei suoi pregiudizi religiosi, avrebbe accettato senza riserve il primato della natura o comunque il rapporto biunivoco di storia e natura. Non avendolo fatto, egli non ha nemmeno saputo impostare una vera fondazione scientifica della storia.

Per Vico, infatti, la storia è "scienza" appunto nella misura in cui essa aiuta l'uomo a rendersi conto dei propri limiti, della propria dipendenza da Dio. Ciò che la natura -a suo giudizio- non è in grado di fare con altrettanta incisività. La storia dunque è scienza al negativo. Il suo significato sta al di fuori del tempo, nell'eternità.

La filosofia della storia di Vico non è, d'altra parte, meno fantasiosa della pretesa cartesiana di fondare l'autonomia del soggetto unicamente sul cogito. Al pari di Hobbes, Vico sostiene la teoria dell'homo homini lupus, però la stempera nella religione. Infatti, dopo che il più debole ha riconosciuto il più forte, questi -secondo Vico- mette spontaneamente (sic!) la sua autorità al servizio del più debole, e insieme (!) riconoscono di dipendere da Dio. Così, da "barbara" che era la società, in nome della religione, diventa "civile".

L'aspetto più interessante della teoria di Vico non sta tanto nel valore attribuito alla storia (valore contraddetto dal fatto che si usano concetti che di "storico" hanno ben poco), quanto piuttosto nell'idea che la storia è caratterizzata da "corsi e ricorsi", al punto che la barbarie può sempre tornare in auge.

Pur lasciando perdere il fatto che Vico ha considerato il Medioevo più barbarico dell'impero romano, resta però degno di rilievo ch'egli non abbia considerato scontato o inevitabile il progresso storico. Tuttavia, anche in questo aspetto, Vico -condizionato com'era dalla religione- si sentì in dovere di precisare che nessun ricorso avrebbe mai potuto contraddire, in ultima istanza, l'idea di provvidenza.

In realtà, la libertà umana è più grande di qualunque provvidenza, e nulla può assicurare l'uomo che in uno dei possibili ricorsi l'umanità non arriverà ad autodistruggersi. Ciò di cui l'uomo dev'essere convinto è che, nonostante i possibili ricorsi, la lotta per l'emancipazione dei rapporti sociali è un processo che va avanti, approfondendosi sempre di più, e che se mai -a causa dell'azione irresponsabile di una parte dell'umanità- si dovesse imporre la soluzione più tragica, ciò non potrà avvenire senza che gli uomini abbiano consapevolezza dell'esistenza di un'alternativa.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 02-02-2016