TEORICI


 

WOJTYLA E LA POLITICA DEI BLOCCHI

Wojtyla sostiene, nelle sue encicliche sociali, che nel mondo esistono "due strutture di peccato": la "brama esclusiva del profitto" in occidente e la "sete di potere" in oriente (Russia, Cina ecc.). Le due strutture di potere si trovano "indissolubilmente unite, sia che predomini l'una o l'altra".

A suo giudizio è il socialismo ad essere caratterizzato soprattutto dalla "sete di potere" e solo questo sarebbe sufficiente per dimostrare la sua maggiore pericolosità rispetto al capitalismo, che invece necessita di semplici osservazioni critiche di tipo "etico-religioso", in quanto la sua sete di potere viene comunque a scontrarsi con la forza alternativa di una chiesa politica, quella appunto cattolico-romana.

Anzi, secondo Wojtyla il socialismo odierno si caratterizza anche per la "brama del profitto" (ciò che fino ad oggi non si diceva, parlando del socialismo), per cui la conclusione che se ne trae è abbastanza evidente: il socialismo non solo è simile al capitalismo (quanto alla ricerca del "profitto"), ma (quanto alla smania del "potere") è assai peggio. Infatti la chiesa romana, che è "politica" per tradizione, soffre molto di più in un paese socialista che non in uno capitalista. Dunque, mentre è sufficiente contestare sul piano morale il capitalismo, occorre invece affermare che il socialismo va condannato politicamente.

In un certo senso il pontefice pesca nel giusto: nel socialismo reale la politica ha un peso maggiore dell'economia. Tuttavia, questo fatto non è casuale o il frutto -come vuole Wojtyla- di una particolare, diremmo quasi "biologica" sete di potere, ma è la naturale conseguenza di un altro fatto: quello per cui, essendo la proprietà dei fondamentali mezzi produttivi statalizzata, la gestione di questa proprietà non può più essere affidata al libero arbitrio del produttore privato.

Wojtyla naturalmente non è in alcun modo interessato a discutere le differenze tra proprietà "sociale" e proprietà "statale" sotto il socialismo, cioè egli non ammetterebbe mai che il socialismo reale è fallito perché si era completamente "statalizzata" la proprietà dei fondamentali mezzi produttivi, invece di "socializzarla", rendendola così effettivamente "pubblica" e non "amministrata" da organi statali (ministeri, dicasteri ecc.).

Oggi è facile dimostrare che il capitalismo è sul piano economico migliore del socialismo, cioè che la proprietà privata è migliore di quella statalizzata. Tuttavia, si può affermare con certezza che fosse del tutto errato il giudizio che il socialismo dava del capitalismo di svolgere una politica economica irrazionale, in quanto una gestione privatistica dei fondamentali mezzi di produzione non può che portare a gravi scompensi economici?

Non è forse il rapporto iniquo (neocoloniale) coi paesi del Terzo mondo che impedisce di far emergere in tutta la loro evidenza i limiti di questa gestione dell'economia? Che cosa accadrebbe all'occidente capitalistico se il Terzo mondo volesse decolonizzarsi non solo politicamente ma anche economicamente?

Questa ipotesi alla chiesa di Wojtyla interessa, poiché essa sa benissimo che se scoppiasse la questione neocoloniale il rischio maggiore sarebbe quello di un rinnovato prestigio delle idee socialiste. Di qui il caldo invito rivolto ai ceti sociali più agiati di sentirsi "responsabili dei più deboli". 

Quest'ultimi ovviamente devono aver fiducia nell'atteggiamento caritatevole dei più ricchi, e devono quindi evitare di assumere posizioni distruttive del tessuto sociale, nel senso che le rivendicazioni dei legittimi diritti devono comunque essere fatte pensando al bene di tutti, "senza far ricorso alla violenza". I poveri dovrebbero solidarizzare tra loro, lasciandosi guidare dalla chiesa cattolica che, "novella Onu clericale", saprà guidarli nella lotta contro soprusi e ingiustizie.

Le due anzidette "strutture di peccato" vanno dunque superate, all'est e all'ovest, al nord e al sud. Ma in che modo? Le soluzioni per Wojtyla sono due: 1) la coscienza dell'ìnterdipendenza delle nazioni, 2) la solidarietà per il bene comune. In particolare occorre condurre una lotta contro le nazioni che non rispettano i diritti umani.

Quali sono queste nazioni? Wojtyla non dice mai nelle sue encicliche sociali che il capitalismo non rispetta i diritti umani. Il difetto maggiore del capitalismo è -come già detto- il profitto e il consumismo (intesi in senso morale): questo difetto però non è mai così grave da pregiudicare la violazione dei diritti umani. La conseguenza, quindi, non può che essere una: è soprattutto il socialismo che non rispetta i diritti umani.

Wojtyla in sostanza chiede l'instaurazione di un nuovo ordine internazionale in cui gli imperialismi dell'est e dell'ovest siano superati e si ponga fine alla politica dei blocchi. A tutt'oggi però ci si chiede: perché allo smantellamento del Patto di Varsavia non ha fatto seguito quello della Nato? L'Urss è letteralmente implosa, non esiste più la Germania orientale, la Polonia non è più comunista, la Cecoslovacchia si è spezzata in due, la Jugoslavia si è smembrata in mille pezzi, Ceausescu è stato fucilato, l'Albania è allo sbando più totale, l'Ungheria ha abbracciato la via del capitalismo... Eppure nonostante questo l'Europa occidentale continua a rimanere sotto l'ombrello nucleare degli Stati Uniti. Dunque chi è che vuole una continuazione della politica dei blocchi?

Wojtyla-Ratzinger


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 29-08-2005