TEORICI |
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CON CHI CE L'HA RATZINGER?
Al cardinale Ratzinger, teologo tedesco di fama mondiale (specialista in "dogmatica"), spetta dunque il gravoso compito di presentare ufficialmente la linea neo-autoritaria, apertamente integralistica, inaugurata da Wojtyla, da imporsi a tutte le comunità locali della chiesa cattolica universale, abituate in questi ultimi decenni a dialogare e a confrontarsi pacificamente con le istanze e le proposte del mondo laico. Il carattere impositivo dell'attuale svolta lo si nota chiaramente nel modo come si è liquidato l'affare-Boff. Sul piano procedurale la congregazione vaticana per la fede ha fatto di tutto per evitare che localmente si dibattesse l'oggetto in causa. Col pretesto che a livello regional-diocesano non esistono "Commissioni per la fede", la congregazione - appoggiandosi altresì al privilegio del primato papale - ha risolto arbitrariamente dall'alto la spinosa questione. Cosi, nel passato, aveva fatto con Kung, Schillebeeckx, Pohier, Curran, Bulanyi, Girardi e, di recente, con i sacerdoti eletti in alcuni ministeri del governo sandinista (vedi l'espulsione dall'ordine del gesuita F. Cardenal). A tale radicalismo si è giunti, fra l'altro, dopo aver constatato che gli ultimatum di Wojtyla, dati durante i suoi tre viaggi in Sudamerica, non avevano sortito l'effetto sperato. E comunque, nel prendere provvedimenti così drastici la chiesa romana non si è sentita sola: gli Stati Uniti, con gli interessi che hanno da difendere nel continente latinoamericano, sempre più irrequieto, sono stati ben felici di fiancheggiarla. Come si è arrivati a prendere una decisione del genere? Che cosa, in ultima istanza, ha indotto la chiesa a mutare la rotta del dialogo col mondo laico e in specie con le forze progressiste del marxismo? La risposta viene fornita da precise considerazioni storiche: la chiesa romana è sempre più convinta che, per i suoi interessi in gioco, uno stretto legarne col capitalismo, che pur tende progressivamente a emarginarla (salvo sostenerla in funzione anticomunista), è da preferirsi a qualsiasi rapporto pacifico col sistema socialista. Quest'ultimo, con i due principi del collettivismo economico e della separazione fra Stato e chiesa, non può concederle alcun privilegio o favoritismo. Fino adesso, in pratica, la chiesa cattolica ha tollerato (fingendo d'ignorarlo o sperando di riassorbirlo) il movimento anticapitalista cui aderiscono i cristiani latinoamericani sostanzialmente per una ragione: le contraddizioni in questo continente non erano ancora così esplosive da indurre i cristiani ad abbracciare con sempre più decisione la causa del socialismo. Ora che questo sembra essere avvenuto, per la chiesa sta diventando un vero e proprio incubo il pensiero di dover convivere anche in questa parte di mondo con la minaccia del comunismo. L'esperienza fatta in Europa orientale e negli altri paesi socialisti s'è rivelata, dal suo punto di vista, completamente fallimentare. Abituata a trattare da posizioni di forza, essa s'è vista spogliata di tutto e ricondotta alle sue dimensioni più propriamente religiose. Neppure il dialogo che per parecchi anni il cattolicesimo aveva cercato di stabilire col rnarxismo, al fine di strappare consensi e possibili convergenze, ha dato risultati apprezzabili. A parte talune eccezioni (p.es. Garaudy, Machovec, Kolakowski, Masarik, Gardavsky, Fetscher, Kersevan, Schaff), il marxismo non ha ceduto alla chiesa sul piano ideologico, non si è lasciato trascinare su posizioni eclettiche e opportunistiche. Di conseguenza, l'ideologia religiosa ha continuato a indebolirsi e il socialismo a rafforzarsi. Ecco perché ora la necessità è quella di sostenere un attacco diretto e frontale. A tal fine la chiesa ha bisogno, prima di tutto, di ritrovare la coesione interna e la compattezza politico-ideologica: di qui scomuniche, epurazioni, minacce ecc. (vedi p.es. il siluramento di p. Sorge dalla direzione della Civiltà cattolica). La chiesa romana ha definitivamente rinunciato a criticare il sistema capitalistico (la critica resta appena abbozzata sul piano morale) per rivolgere tutti i suoi sforzi contro il socialismo. A questo non ci si è arrivati solo per l'acuirsi della crisi interna al cattolicesimo mondiale, ma anche e soprattutto per l'esigenza degli Usa d'avere, nel Sudamerica recalcitrante, una chiesa più rigida e severa. La quale, peraltro, tornerebbe comodo anche per condurre più agevolmente il confronto col temuto sistema socialista mondiale. La storia insegna che ogniqualvolta si inaspriscono le contraddizioni interne al capitalismo, la retorica e la demagogia abituali si accentuano progressivamente in direzione anticomunista e, in specie, antisovietica. La chiesa cattolica, i cui interessi coincidono sempre più con quelli del capitalismo, non può che reagire alla crisi interna di quest'ultimo e quindi alla propria se non in modo indiretto, lottando cioè contro le forze progressiste cattoliche indirizzatesi esplicitamente verso il socialismo. Ed essa fa questo aspirando ad una maggiore coerenza con i suoi principi di fondo: la proprietà privata come diritto naturale, la separazione delle classi come necessità storica, l'assistenza come dovere per i ricchi e la rassegnazione come dovere per i poveri, la questione sociale affrontata da un punto di vista meramente etico-religioso. Naturalmente la critica unilaterale del socialismo rende ancora più esasperata la fondamentale contraddizione della chiesa, quella per cui da un lato essa si presenta come "forza morale" al disopra delle parti (politiche) e dall'altro invece come baluardo dell'anticomunismo. Non che la chiesa romana abbia mai manifestato delle simpatie per il comunismo, però una cosa è condannarlo con un giudizio politico, un'altra è proporre dei valori religiosi alla libera coscienza del cittadino, senza metterli necessariamente in alternativa a quelli etico-politici dominanti nelle società socialiste. NeIl'Istruzione consegnata al francescano L. Boff (considerato come capro espiatorio di una situazione molto più preoccupante) l'anticomunismo viscerale è chiaramente visibile laddove si dice: 1) che i paesi socialisti sono "la vergogna del nostro tempo", a causa della schiavitù che impongono con il miraggio della libertà rivoluzionaria; 2) che la lotta di classe "è un mito che blocca le riforme e aggrava le miserie e le ingiustizie"; 3) che l'ateismo marxista è "la negazione della persona umana". Su questo si possono certamente fare le seguenti osservazioni: L'alternativa che il Vaticano chiede di rispettare ai teologi della liberazione o ai cristiani per il socialismo è quella di tenere separata la fede dalla politica. Ciò in quanto - si ammonisce - chiunque abbraccia anche un solo aspetto della teoria marxista è poi portato ad appropriarsene in toto, rinnegando così la propria religiosità. Ratzinger afferma neIl'Istruzione che il vangelo è sì fonte di liberazione, ma solo dal "peccato", cioè è fonte di liberazione (meglio per lui sarebbe dire "redenzione") etico-religiosa, non poltico-sociale. L'impegno civile del credente si esaurisce - secondo Ratzinger - nella critica morale dell'abuso politico del governo al potere (vedi la lotta per i diritti umani). Se il credente vuole impegnarsi politicamente, ciò rientra nella sua personale responsabilità di laico: in ogni caso l'impegno può essere vissuto solo con l'intenzione di confermare l'esistente, non di mutarlo. Perché questo rifiuto dell'impegno politico rivoluzionario? Semplicemente perché la chiesa è convinta (o forse non vuole convincersi del contrario) che l'oppresso giunto al potere tramite la rivoluzione non diventerà migliore di chi governava prima, proprio perché il "peccato" è connaturato alla persona umana. I fatti anzi dimostrano - e qui il riferimento di Ratzinger alla rivoluzione socialista è evidente - che la situazione dei "nuovi" oppressi in generale, è peggiorata. La chiesa romana esclude categoricamente la possibilità di vivere sulla terra un'esistenza felice. Qualsiasi collegamento della fede con la politica rivoluzionaria porta a rinnegare l'idea che il peccato sia strutturale, porta cioè ad affermare l'idea che sia possibile modificare qualitativamente la realtà. In effetti su di un aspetto Ratzinger può avere anche ragione: la fede va tenuta separata dalla politica. Ma ha indubbiamente torto nel pensare che "l'essere-uomo" si esaurisca "nell'essere-credente". Oggi essere uomini significa anche, e soprattutto, essere cittadini. E, in quanto cittadino, il credente (come l'ateo) ha il diritto di lottare contro le ingiustizie. Ecco, in questo senso, la fede può anche essere tenuta separata dalla politica. Ma la politica va comunque fatta, e va fatta in nome dell'uomo. Separare la fede dalla politica col pretesto che la politica devono farla solo gli uomini di potere, significa legittimare ogni possibile ingiustizia. L'impegno politico per gli uomini contemporanei è inevitabile. Al socialismo non interessa privilegiare il credente che separa la fede dalla politica rispetto a quello che invece pone la fede al servizio della politica. Al socialismo non interessa sapere se il credente pensa di realizzare, con la sua militanza politica, degli ideali religiosi o laici. Questo è un suo problema personale. Il marxismo, certo, non lotta per degli ideali religiosi e tuttavia esso garantirà pieno appoggio politico, morale e materiale al militante credente che per questa sua aspirazione di giustizia venisse perseguitato dalla chiesa ufficiale al potere. C'è comunque dell'ipocrisia nella posizione della destra clericale. In definitiva essa non sopporta il legame di fede e politica quando soprattutto il credente simpatizza per l'ideologia marxista. Tant'è vero che quando invece si tratta di lottare contro il potere socialista al governo, la chiesa non ha scrupoli nel sostenere il legame suddetto in funzione anticomunista. Ciò fa pensare ch'essa in realtà sia disposta a tollerare qualsiasi legame della fede con la politica, a condizione però che si eviti la politica dei comunisti. Ratzinger si rende sempre più conto (e con lui tutta la destra, clericale e non) che oggi, proprio per la estrema semplificazione delle forze antagonistiche in campo, qualsiasi impegno che si voglia prendere a favore degli oppressi non può non tener conto di quello che è già stato detto e fatto dal socialismo. Oggi il credente che vuole impegnarsi in politica non ha davanti a sé molte alternative, se sfruttato e oppresso: se vuole effettivamente lottare per la propria emancipazione, l'incontro con i principi del marxismo è inevitabile, sia che egli tenga separata la fede dalla politica, sia che ponga la prima al servizio della seconda. I teologi della liberazione non si sono accostati al marxismo perché usciti dalla chiesa (ciò che peraltro si rifiutano di fare), ma perché l'impegno a favore dei poveri li ha portati necessariamente a prendere una tale decisione. Il loro è stato un processo involontario, anche se, sul piano ideologico, non del tutto conseguente. La reazione vaticana non può fermare questo processo, proprio perché ciò che lo determina sono fattori più oggettivi del dogma e delle scomuniche. La fame e la miseria non saranno certo tolte dagli anatemi (né dalle preghiere che con gli anatemi si vorrebbero imporre). Deve essere apparso molto ridicolo ai cristiano-socialisti vedersi minacciati di scomunica solo perché lottano a favore della giustizia, di quella giustizia la cui assenza è ormai riconosciuta da tutto il mondo. Alla chiesa romana si potrebbe concedere qualche attenuante s'essa dimostrasse che fino ad oggi, a livello istituzionale, ha fatto qualcosa per modificare la realtà, ma sono proprio i fatti che la smentiscono: i 12 milioni di disoccupati e i 35 milioni di analfabeti del Brasile, in cui Boff ha vissuto a suo rischio e pericolo, esponendosi alle pubbliche diffamazioni e alle minacce di tortura e di prigione da parte della polizia politica. Ovviamente la chiesa di Roma non si nasconde le grandi difficoltà e sofferenze del Sudamerica, però insiste nel dire che prima di risolverle gli uomini devono essere salvati dal "peccato". Come se lo sfruttamento perpetrato da latifondisti e capitalisti non rientrasse nel concetto di "peccato"! Essa continua a sperare nella "buona volontà" dei governi e raccomanda la "pazienza" ai poveri. Come se i potentati economici sfruttassero i poveri per la loro "cattiva volontà" e non per la posizione oggettiva che ricoprono nel sistema produttivo. Come se gli abusi politici dei governi al potere fossero indipendenti dal sistema economico produttivo. In realtà chi detiene i mezzi produttivi come sua proprietà privata, non può che agire contro gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione. Ecco perché questa non riuscirà mai a cambiare la situazione continuando a limitarsi alla pazienza o, al massimo, alla riprovazione morale. Ammesso e non concesso che il "peccato" sia in ogni uomo, questo non può comunque significare che chi vive nella miseria ha lo stesso dovere di restarvi di chi vive nella ricchezza. E' comodo accettare la propria colpevolezza nella propria agiatezza. La presenza di questo fantomatico "peccato" non può davvero impedire all'uomo di ricercare il meglio su questa terra. E se per ottenere un miglioramento, i pochi privilegiati devono rimetterci, la rivoluzione va fatta. E se tali privilegiati difendono con le armi i loro interessi, il ricorso alla violenza diventa per forza legittimo. Per quale motivo la legittima difesa ha un valore solo quando c'è una proprietà da difendere e non anche quando si è licenziati dal lavoro e sbattuti in mezzo alla strada? Si ha qui l'impressione che la chiesa continui a predicare l'assurda dottrina della trasmissione ereditaria del peccato originale solo per indurre gli uomini a restare nella condizione in cui sono nati: ricchi se ricchi, poveri se poveri. Questa dottrina opportunistica (le cui radici risalgono al tomismo) potrà mai essere utilizzata dalla chiesa per il "bene comune"? Ratzinger si è fatto appunto portavoce di coloro che non ritengono possibile per la chiesa cattolica attuale scegliere un ordinamento diverso da quello capitalistico. L'ideale sarebbe, secondo molti prelati conservatori, un regime corporativo, parafeudale, ma non avendo la chiesa le forze sufficienti per imporlo, la scelta pro-capitalismo viene da sé. A tale scelta oggi fa da contrappeso la decisione dei cristiano-socialisti di aderire ai principi rivoluzionari del marxismo. Essi mirano a integrare il vangelo (che considerano come fonte d'ispirazione) con l'analisi scientifica che il marxismo compie della realtà contemporanea. Saranno poi il tempo e le concrete circostanze a decidere quale dei due aspetti: marxismo e cristianesimo, riuscirà a prevalere nelle loro concezioni di vita, politiche e personali. (1) La tesi cattolica di riunificare su basi cristiane L'Europa dagli Urali ai Pirenei soddisfa l'esigenza borghese secondo cui nel quadro di un'Europa unita sarebbe più facile riassorbire il socialismo mondiale. E' noto che, a tal fine, la chiesa romana si serva anche di quella vergognosa tattica conosciuta sotto il nome di "Uniatismo" (cfr. l'intervista del metropolita Filarete rilasciata a L'Unità del 20.03.85). |
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Enrico Galavotti
- Homolaicus -
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